CONTRO GLI ABBANDONI.

CANE

Camminava sul bordo della strada, un po’ zoppo. Teneva la coda tra le gambe, tremava. Il pelo era arruffato e sporco. Procedeva con un’andatura incerta, con la testa bassa, e gli apparteneva lo stesso sguardo che avrebbe potuto ricordare quello di un bimbo perso nella folla. Smagrito e stanco si arrestava solo per annusare qualche angolino, la terra al di sotto di ogni pianta o i bordi dei marciapiedi. Poi riprendeva il suo cammino sbandando, con la lingua fuori, penzoloni. Ma soprattutto non si arrendeva. Pareva triste, sofferente, e questo si comprendeva dai suoi occhi che erano velati e umidi.
Bello, cosi’ combinato, non lo era proprio.
Quella strada periferica pullulava di gente. Era una sera come un’altra, con il suo consueto via vai: c’erano giovani chiassosi che avevano appena consumato un aperitivo, persone affaticate dal lavoro di una dura giornata, e madri frettolose con i propri figli impazienti che facevano ritorno alle rispettive dimore.
Tutti lo scansavano, forse per la paura che fosse malato, o, ancor peggio, cattivo. I bimbi dapprima sorridevano, poi, strattonati dai propri accompagnatori, presto si convincevano che sarebbe stato meglio lasciarlo stare e fingere di non averlo nemmeno visto. “Potrebbe essere malato!”, veniva loro intimato.
Era un cane dolcissimo, tuttavia così mal messo, nessuno l’avrebbe mai potuto credere.
Ma, la parte più triste della nostra storia è che… persino ai suoi padroni non importava più nulla di lui, o di quanto potesse essere tenero o morbido, e anche fedele.

Per il rispettabile signor Egidio, impiegato alla Easy House da piu di trent’anni, la faccenda andò più o meno così: si decise a regalare alla figlia questo cagnolino; era proprio un bel cucciolo, tutto occhi e pelo. Questo accadde solo qualche anno prima e in occasione del decimo compleanno della ragazzina. Estenuato dagli innumerevoli capricci e dalle varie moine della figlia (che aveva espresso solo da un paio di giorni il desiderio di possedere un animale), e senza pensarci su (o meglio, non più di tanto), decise di recarsi insieme a lei in un grande negozio di animali della città più vicina. Il destino volle che, nonostante la piccola pestifera avesse preferito un cane di razza e magari con pedigree, per un caso davvero fortuito, quel giorno, lei si seppe accontentare. Quando fu accompagnata dinanzi a una grossa gabbia contenente diversi cagnolini, notò subito quella morbida pallina beige grazie ai suoi occhioni, tanto grandi, così luminosi e rotondi, e in grado di ricordarle Yoyo, il suo affezionato orsetto di pelouche.
“Voglio questo!”, gracchiò subito, rivolgendosi al padre. E aggiunse, accarezzando la bestiola: “stasera ti presenterò il tuo fratellino!”, e intendeva proprio l’orsetto Yoyo.
Egidio, con una smorfia di compiacimento mista al dubbio, pagò il compenso dovuto al negoziante giudicandolo irrisorio. Era meno, e di gran lunga, rispetto a ciò che aveva stimato potesse occorrere per accontentare la figlia. L’aveva viziata, sin da piccola, e ora, di conseguenza, non gli rimaneva che sopportare.
Acquistò anche una cuccetta gialla, qualche pacco di croccantini e una gabbia per il trasporto del nuovo arrivato.
Poi, tutti e tre si diressero verso casa, erano entusiasti, e impazienti di mostrare l’acquisto alla mamma.

Linda, di primo acchito, si sorprese e sorrise alla vista di quel tenero cuccioletto, ma, quasi subito, la sua testa cominciò a riempirsi di inutili pensieri. “E ora? Se sporca tutta la casa?”, “e se mi distrugge a morsi il divano?”, “e se abbaia troppo o scopro che è aggressivo?”

La donna si mostrò impacciata con la bestiola. La accarezzò, ma con attenzione, mantenendo una certa distanza e solo con la punta delle dita: non sapeva da dove cominciare per poter accogliere e riuscire a sistemare quel cane. Era ovvio che non andasse pazza per gli animali in genere, ma, neppure, credeva di detestarli. Insomma: era curiosa di mettersi alla prova in quella nuova esperienza.
Era davvero impacciata. Se da una parte provava della tenerezza per quella pallina di pelo, dall’altra era sicura che le avrebbe dato molto da fare.
Dik, intanto, scodinzolava beato; saltellava e roteava senza tregua su se stesso cercando di afferrarsi la coda. Senza dubbio mostrava di trovarsi a suo agio in quell’ambiente, ma, nonostante abbaiasse proprio piano e solo ogni tanto, questo era già più che sufficiente per suscitare in Linda un po’ di nervosismo.

Trascorsero più o meno due anni.
Dik era ormai visibilmente cresciuto, nonostante fosse una piccola taglia. Si era affezionato tanto alla casa, quanto ai ai suoi padroni. Era arrivato ad amare incondizionatamente Linda, anche quando si svegliava ormai senza guardarlo, considerando la sua presenza poco più di un’abitudine; le faceva comunque festa quando versava distratta i soliti croccantini nella vaschetta azzurra, ormai incrostata da sedimenti di sporcizia che si erano accumulati da mesi. E adorava Clara, la sua padroncina, anche quando lo scacciava scocciata: molto spesso era impegnata a giocare con le sue bambole, oppure poteva esser presa da una qualsiasi altra faccenda. La ragaxzina non aveva più trovato del tempo per coccolarlo o per dargli retta.
Qualche volta Dik restava per un intero giorno senza bere: nessuno si ricordava di versare l’acqua nella sua ciotolina. Altre volte, il cagnolino si accovacciava davanti al cancello, aspettando i suoi padroni, con tutto il muso appoggiato a terra. Durante la bella stagione, la famigliola era solita trascorrere più di qualche week-end al mare, tuttavia non era mai capitato che la famiglia si allontanasse da casa più di due giorni.
Solo da poco Egidio era stato promosso come capo-reparto, e questo in concomitanza a un periodo di leggera crisi aziendale. Si era dunque sentito in obbligo di posticipare e accumulare le ferie: non voleva rischiare di essere retrocesso alla precedente e stancante mansione, in produzione. Era disposto a tutto pur di compiacere il suo principale.
Era anche giunto a credersi quasi insostituibile: o può essere, che indispensabile, lo fosse diventato davvero. Chissà!
Fatto sta che un giorno, Egidio venne convocato in ufficio, al cospetto del direttore generale. L’azienda sembrava aver superato un periodo difficile. Fu elogiato l’impegno di Egidio ormai consolidato in trenta lunghi anni di carriera. Gli fu elargito un discreto aumento di stipendio. E pensate, fu premiato persino con una vacanza alle Maldive per sé e per tutta la famiglia, della durata di due settimane.
Quel gesto fu accompagnato dalla raccomandazione di usufruirne al più presto.
I due si congedarono con un reciproco e largo sorriso al quale seguì una calorosa stretta di mano.

Egidio era davvero al settimo cielo. Si percepiva lusingato, sollevato, realizzato.
Finalmente avrebbe potuto permettersi le ferie!
Una bella soddisfazione, o no?

“Non vedo l’ora di raccontarlo a casa!”, pensò.
Il solito viaggio trafficato verso la sua dimora, che ormai era divenuto un peso, quella sera fu diverso, fu piacevole. Trascorse veloce. Egidio notò persino un bellissimo tramonto all’orizzonte, forse si era acceso all’improvviso e proprio sopra ai campi, piatti e verdi, che si stagliavano oltre l’autostrada.
Ebbe anche l’impressione che la sua auto fosse sospinta come dal vento. Sorrise per tutta la strada, zeppo di entusiasmo e carico di orgoglio, appagato e conscio di aver finalmente ricevuto la giusta gratificazione per le sue innumerevoli rinunce e per le sue fatiche.

Quella sera, a casa Frizzi fu festa per tutti. Con allegria veniva progettata la vacanza.
Clara avrebbe desiderato catturare una magnifica stella marina; stava navigando su un sito in Internet che riportava numerose foto delle Maldive. Linda invece, già si immaginava distesa su una sdraio, su una spiaggia bianca, intenta ad asciugarsi dopo essersi concessa un bel bagno rilassante nelle acque trasparenti e turchesi di quel luogo da favola. Qualcuno le porgeva un vassoio lucido e d’argento che esibiva un cocktail colorato.
Egidio sognava ad occhi aperti di praticare svariate immersioni, e già si gustava due settimane di hotel a cinque stelle munito di S.p.a.
Era felice nel pensare che non ci sarebbe stata nessuna odiosa, consueta, e monotona faccenda da sbrigare. Lo attendevano delle gionate di pura libertà.

Tutti erano euforici, tutti tranne Dik. Lui se ne stava rannicchiato sul consunto tappetino della cucina. Teneva le orecchie abbassate, il muso poggiava sul pavimento.
Forse aveva già intuito qualcosa, qualcosa, ma non tutto.

L’anelato giorno della partenza giunse per tutti più in fretta del previsto, le valigie erano pronte: davvero perfette per superare senza costi aggiuntivi il check-in e per poter affrontare con serenità quella meravigliosa vacanza.
Furono caricate sulla macchina, poi, con un fischio breve, venne richiamato Dik. Sebbene fosse per natura un cane piuttosto diffidente, in quell’occasione, si dimostrò contento di montare in auto. Confidava in una bella gita, ansimava e scodinzolava grintoso. Credeva di fare una bella passeggiata.
Ma non andò tutto proprio così, o meglio: una passeggiata la fece, ma…

All’uscita dell’autostrada, e ormai nei pressi dell’aereoporto, Dik fu fatto scendere dalla vettura. Dopo pochi passi, Egidio sganciò il guinzaglio dal collare della bestiola. Si voltò rapido e poi corse veloce, risalendo alla guida del veicolo con un balzo atletico. Badò a richiudere bene e di scatto la portiera (e fu un miracolo che la testa di quella povera bestia non venisse decapitata perché Dik tentò invano di raggiungere l’auto).
Egidio accelerò. Dik attaccò a correre, sparì presto anche dallo specchio retrovisore, più o meno alla seconda curva.

Senza proferire parola, Clara si sentì in dovere di versare almeno una lacrima per il suo Dik. Ma, ancora prima di riuscire a farlo, fu consolata dai suoi genitori. La convinsero che quel cane era diventato un peso, un impegno, solo uno squallido appuntamento con la pipì. Poi, le assicurarono anche che ne sarebbe valsa la pena. Solo così avrebbero tutti potuto vivere spensierati quella meritata vacanza.
Clara si rasserenò quasi subito e a Dik non pensò piu.

Dik intanto correva, camminava, correva, e fiutava disperato. Desiderava i suoi padroni, la sua comoda cuccetta, la sua vaschetta azzurra e sporca, i soliti croccantini.
Ma era troppo lontano.
L’afa di quelle giornate estive non fu certo clemente, come nemmeno lo furono le persone che incontrò.
E a furia di correre, senza cibarsi né bere, dopo tutto quell’infinito andare, si lasciò cedere. Era esausto.
In quei pochi attimi, sognò le rare carezze e i baci di Clara. Gli mancò anche la voce grossolana di Egidio e persino l’odore delle ciabatte di Linda.
Con un flebile e malinconico ululato si addormentò per l’ultima volta.

Era solo una palla di pelo, sporca e sgonfia, dimenticata dal mondo, sul ciglio di una strada. Se fosse stato in grado di proseguire il suo cammino per un altro solo giorno, ce l’avrebbe fatta: avrebbe almeno potuto rivedere la sua amata casa.

FINE.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

11 thoughts on “CONTRO GLI ABBANDONI.”

      1. Ciò che mi lascia stupito è il fatto che molte persone non riconoscano la vita, non la “sentono”. Perché chi la sente, non può far male ad un altro essere vivente, almeno a quelli “senzienti”, come li chiamano i buddhisti, ovvero gli animali che ragionano, non batteri o virus, va da sé.
        http://www.wolfghost.com

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  1. ciao “vecchietta” … scusami tanto per questo silenzio.
    qualche settimana fa mi sono liberato di tutti gli aggeggi tecnologici alla ricerca di una vita più “vera”. mi sentivo imprigionato dalla tecnologia e non mi andava più bene.
    a volte passo ancora di qui, ma molto raramente e sinceramente non so se ci sarà un seguito per il mio blog … magari farò altro, in maniera diversa, o magari non farò più nulla. non so. si vedrà.

    stammi bene coetanea. sei una forte, non dimenticarlo mai 🙂

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    1. Nooooo non mi far piangere eh! Prometti che ci ripenserai… potresti sempre farti vivo, ogni tanto… alla fine resterebbe tutto su un asettico pc di casa.. tu mettile ogni tanto, senza impegni! Oppure ricordati di avvisarmi se farai altro. Sei forte anche tu coetaneo! Non pensavo fossero così tristi i mezzi addii virtuali. Per quello che mi avevi “confessato” mi sono un po’ affezionata! Aspetterò notizie. In culo alla balena per tutto!😊

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  2. Ci facciamo carico di un affetto e, spesse volte, lo trattiamo come cosa di nullo valore: i più lo dimenticano in fretta l’affetto, in alcuni casi lo cestinano in maniera più o meno indolore, e in altri casi ancora lo condannano a morte e basta. Era solo una palla di pelo, sporca e sgonfia, dimenticata dal mondo, sul ciglio di una strada.: ma proprio per questo lui era bello, più bello di tanti altri, poco ma sicuro.

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