LE GEMELLE.

Milano. Dietro a uno dei cento occhi di acciaio di un palazzo di grigio cemento con un triste cappello di smog, dietro una tenda bianca come tante, in un appartamento come tanti Eva stava lì ad osservare la regolarità del flusso della vita scorrere sotto di lei nelle arterie della sua città. Come sangue, come dei fiumi le scie di macchine che procedevano tutte appiccicate, a passo d’uomo e nelle due direzioni, come lunghi treni sui binari, per un’unica destinazione: il quotidiano.
Eva e Claudia erano gemelle, ma al contrario della maggior parte dei gemelli, insieme non facevano mai nulla. Avevano due vite completamente differenti e ritmi totalmente diversi, sebbene non vi fosse notte, nella quale non si ritrovassero a dormire, dopo una qualsiasi giornata, nello stesso letto della piccola e accogliente camera color miele.
Questo era l’unico momento che le accumunava,ove condividevano qualche volta sogni lieti ma soprattutto incubi spesso collegati tra loro, uno dopo l’altro, come una matrioska che aprendosi ne cela altre al suo interno, tutte identiche, fino all’ultima, la più piccola, quella del risveglio.
A causa del sonno sempre così disturbato Eva, ogni mattina, sentiva la testa come piena di sabbia, gli occhi indolenziti e un leggero mal di testa, a causa del quale, come un rito, consumava con la colazione quasi ogni giorno una pastiglia antidolorifica.
Nonostante ciò, chi avesse avuto il piacere di conoscerla, avrebbe potuto giurare che Eva fosse una ragazza serena, sempre di buon umore.
Richiuse la tenda e si accinse a prepararsi un caffè. Nello stendere il braccio per afferrare lo zucchero notò poco più su del polso, sotto la manica del pigiama, un taglio di circa 4 centimetri, abbastanza profondo e una crosta fresca circondata da piccoli lividi.
Le era capitato altre mille volte di risvegliarsi e trovarsi addosso delle ferite o dei segni, ormai non si stupiva più, sapeva benissimo che la colpa era di sua sorella Claudia.
Quella era così. Combinava i suoi guai, succedeva anche che le facesse male, e poi se la svignava a gambe levate, ogni volta per tempo, sviando conversazioni inutili e confronti.
Claudia evitava ogni cosa.
Eva la odiava e in alcuni giorni desiderava intensamente che Claudia sparisse dalla sua vita per non tornare mai più, ma nel profondo sapeva di amarla, incondizionatamente, di un sentimento naturale, fraterno.
Eva, si vestì con una maglietta e un paio di jeans, e dopo una veloce pettinata ai suoi capelli corti e castani si recò al lavoro.
In ufficio tutti le volevano bene, tutti la accoglievano sempre calorosamente e con un sorriso. Non avrebbe potuto essere diversamente perché Eva era ligia nel suo lavoro, meticolosa, ordinata, disponibile ma anche simpatica e capace.
L’unico che sporadicamente veniva un po’ deluso da lei era il suo capoufficio. A volte Eva giungeva sul posto di lavoro tutta trafelata, in ritardo di un’oretta, sempre con una scusa piuttosto valida, sempre facendo presente che si sarebbe trattenuta per recuperarla a fine turno.
Nella verità Eva era zeppa di disagi. La sua vita non era semplice. A volte avrebbe voluto essere diversa, più normale, leggera, ma sapeva che questo per lei non sarebbe mai stato possibile.
Ogni tanto si perdeva a fissare il vuoto sforzandosi di ricordare, ma non ricordava mai. Altre volte una spirale di pensieri le roteava in testa con la stessa violenza di un palloncino gonfiato e subito rilasciato senza annodarne l’estremità.
Da questi momenti ne usciva stravolta, tramortita, terrorizzata. Se solo qualcuno fosse venuto a conoscenza del suo segreto sicuramente non avrebbe più potuto condurre una vita normale.
Era il suo obiettivo, da sempre, quello di vivere un’esistenza il più tranquilla possibile.
A volte immaginava di essere come un frutto. Bello e dolce fuori ma dentro… dentro un nocciolo duro, una scorza nella quale si celava il nucleo dei suoi disagi.
Quel giorno, dopo il consueto lavoro, recuperata l’auto dal parcheggio, si diresse al supermercato come ormai era solita fare almeno tre volte a settimana.
Da quando i suoi genitori erano mancati e viveva sola con la sorella, doveva occuparsi di tutto, spesa compresa.
Su Claudia non si poteva contare, per nulla. La conosceva, non era sicuramente in grado di occuparsi neanche minimamente del menage domestico. Claudia era egoista. Sapeva solo apparire e sparire e rincasare quando era esausta per dormire.

Da quasi un’ora Claudia se ne stava su una panchina in un parco nei pressi di Monza, osservava le madri prendersi cura dei propri figli e spingerli sulle altalene ma la sua mente oscura meditava qualcosa.
Era adirata col mondo, come sempre.
Tirò un calcio ad una lattina vuota e abbandonata di Coca Cola. Eva possedeva un bel lavoro e lei no. Eva era brava in ogni cosa provasse a cimentarsi e lei no, Eva era soprattutto simpatica a tutti e lei non aveva amici, non aveva rapporti. Era soltanto la gemella nera, il prodotto in aggiunta di un parto malriuscito, non avrebbe dovuto essere al mondo ma invece c’era.
Aprì lo zainetto che aveva appoggiato tra le gambe e ne estrasse una mascherina e una cuffia di cotone. Si alzò e sgattaiolò tra gli alberi del parco, agile e veloce verso il chiosco del bar che a quest’ora stava per chiudere.
Approfittò della tranquillità quasi surreale di quel tardo pomeriggio, indossò il suo travestimento, estrasse dalla tasca del giubbino anche una pistola e irruppe al piccolo bancone dove un uomo obeso stava riordinando rumorosamente in monotone file piatti e tazzine.
“ Dammi i soldi, subito!” Intimò gridando.
L’uomo si lasciò scivolare dalle mani una tazza che cadde rompendosi perfettamente a metà e Claudia in quei cocci vide lei e sua sorella.
L’uomo spaventato e tremante balbettò con un fil di voce :” tieni, tieni, ma…non sparare!” E le allungò qualche cento euro che istericamente arrancò dalla cassa.
Claudia gli strappò il misero bottino dalle mani, lo infilò nervosamente nelle tasche dei Jeans e scappò velocissima attraverso gli alberi da dove era venuta.
Ripose cappello e maschera e si risedette un po’ sulla panchina del parco, ormai deserto. La brezza fresca autunnale aveva spinto a rincasare le mamme coi loro bimbi. In lontananza il provenire di una sirena, la polizia.
Si diresse alla sua vettura, pigiò il telecomando e tutt’a un tratto, aprendo il bagagliaio per nascondere lo zainetto nel doppio fondo del vano con la ruota di scorta noto’ la spesa che vi giaceva fredda da qualche ora. Tre sacchetti gonfi e bianchi che sua sorella Eva aveva accuratamente riempito. E mentre li fissava fu come il passaggio di una diapositiva, un rapido cambio immagine, un click che fece tornare Eva.
Con un volto spaesato e gli occhi sgranati Eva si guardò intorno per capire dove fosse e, una volta orientata diede una sistemata alla spesa nel bagagliaio ancora aperto in modo da proteggere l’involucro delle uova che era appoggiato sulla cima a uno di essi.
Salì in macchina, accese il motore, svoltò nella stradina che sboccava sulla provinciale incrociando una pattuglia di carabinieri.
Una volta a casa sistemò la spesa, meticolosamente, come sempre.
Cercando lo scontrino si frugò nelle tasche e ne estrasse invece un rotolino di banconote da cento euro.
Il suo viso si contrasse in una smorfia di stupore mista a sgomento. Si spense esattamente come la luna durante un’eclisse. Le osservo’, le rigirò, sforzandosi di ricordarne la provenienza. Ma nulla. Non riuscendo come al solito a trovare una risposta ebbe la certezza che la colpa fosse ancora una volta di Claudia e le lanciò nel sacco dell’immondizia insieme alle scatole delle brioches e dei maccheroni vuote come la sua testa.
Detestava questo percepirsi impotente, la logorava. Di quei momenti in cui era Claudia non ricordava mai niente, nemmeno un insignificante particolare. Mai.
Giungevano senza preavviso alcuno, ogni volta che si rilassava, ci aveva provato a fermarla ma senza successo. Non poteva impedirlo.
Dopo essersi soffermata a osservare il traffico notturno dalla finestra, le macchine illuminare ogni angolo di buio con i loro fari, abbassò la tapparella e si disse che un’altra terribile giornata era terminata.
Dopo una doccia si infilò nel letto, bene sotto le coperte.
E quando si addormentò, come ogni volta, la raggiunse Claudia e per tutta la notte rimasero vicine, sognando buchi neri, banconote e fughe nelle vie della citta’.

Annunci

Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

26 thoughts on “LE GEMELLE.”

    1. Sono rimasta un po’ cosi nel leggere questo tuo racconto..non do ancora bene che dire o pensare..!!!devo ancora metabolizzarlo e farlo entrare in me…altri come Hugo altri sono entrati come freccie subito in me trovando immediatamente il loro il pigro posto fra i cassetti ricchi di emozioni diverse..fra loro..! Cmq continua cosi ..😊

      Liked by 1 persona

      1. Miss…succede. Evidentemente stavolta l’argomento trattato non ha suscitato emozioni dentro di te. Non era un racconto nel “bello”…anzi di bello non trattava nulla.
        Mentre in quello di Hugo vi era perlomeno introspezione e sentimenti narrati del protagonista, anche se per la maggior parte negativi, in questo e’ narrato solo un disagio, nessun sentimento. E’ un racconto fine a se stesso, legato ad un finale a sorpresa. Sicuramente non corrisponde allo stile che ami, forse piu’ profondo.
        Grazie mille. Ti aspetto sul prossimo.😊

        Mi piace

  1. Alt! Sono nuova da queste parti. Lascio subito un avviso perche’ sto cominciando a capirci un pochino bene soltanto ora. Se non leggete per favore non mettete ” mi piace”. Pochi ma buoni. Non e’ un blog di foto.
    Se non vi interessa, dato che vi ho seguito io, …tranquilli continuero’ ugualmente. Sono per l’onesta’ e la schiettezza.
    Ciao. Buona vita.

    Liked by 1 persona

  2. sai Ale…non avevo neanche finito di postarlo e mi e’ arrivato un “mi piace”. Poi sono andata su un altro blog, per mia curiosita’, ho trovato interessante un articolo, ho messo il mio “mi piace” e un secondo dopo, un SECONDO, magicamente…eccolo di ritorno su uno dei miei. Ma ci sta, per carita’, che si venga piu’ che altro seguiti da chi si segue…ma cosi’, senza nemmeno leggere….mi pare squallido. Pero’ devo ancora impratichirmi ma non credo di poter cambiare idea in merito.

    Liked by 1 persona

  3. Beh, una cosa è certa, mia signora. noi non elargiamo, conntanta facilità, i “mi piace</b<.
    Ci sembra, come ci sembrò, una inutile falsità.
    Questo, però, è dovuto alla bruttezza (oltre che fisica) del nostro orribile carattere.

    Parliamo di cose serie

    Oltre ad aver messo il Like, i racconto ci piacque.
    E’ affine al nostro modo di scrivere, si raccontare e affabulare.
    In più è scritto bene (che non guasta mai), con tutto corretto, al posto giusto e gradevole.
    Inizia a diventare un piacere, nonché un must leggervi.

    Per la cronaca:
    Non ne siamo sicuri, ma oggi dovrebbe essere il nostro secondo like che Vi affidammo.
    Cordiaità

    Liked by 2 people

    1. Lord Ninni, mai ho dubitato di Lei. In piu’ occasioni avete dimostrato la Vostra sincera personalita’. Quindi le confesso che sono doppiamente soddisfatta del suo “like” e del suo commento.
      Buona serata.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...