CAOS (parte 1)

appartamento

Inspirò profondamente emettendo un rumore di vetri rotti. Gli occhi indolenziti le risultavano come incollati e con difficoltà tentò invano di riuscire a tenerne socchiusa almeno una fessura per guardarsi attorno. Aveva un forte senso di nausea, un terribile mal di testa e la bocca secca. Un gusto acre di sangue la saziava risalendo acido dallo stomaco e probabilmente si originava dai diversi tagli sulle sue labbra secche che d’istinto inumidiva con la lingua, deglutendo.
Si ritrovò così: assetata e distesa a terra su un freddo e duro pavimento di marmo. Si agitò con ansia per un forte mal di schiena e tentò di muovere gli arti uno ad uno per assicurarsi di non avere nulla di rotto realizzando il dolore che le pareva infierire da ogni parte del corpo. Accusava anche un fortissimo formicolio alle gambe e un senso di freddo. Le articolazioni delle braccia tutto sommato, non parevano compromesse nonostante le fosse impossibile piegare il polso destro.
Fu presa da un senso di smarrimento. Di come si trovasse lì, nessun ricordo. I suoi pensieri erano in balìa del caos assoluto.
Le sfuggì un lamento e si sforzò di guardarsi attorno per comprendere dove si trovasse e perché.
Dovette combattere il bruciore dei suoi occhi ormai disabituati persino a quella scarsa e flebile luce che filtrava dai piccoli fori di una tapparella di plastica chiara, quasi abbassata e molto sporca.
Sussultò nel percepire il rumore ravvicinato di un altro respiro, tentò di coricarsi su un lato per ispezionare meglio l’ambiente. Sopportando fitte terribili al collo cercò di voltare un poco la testa. Quello che vide fu un uomo, un perfetto sconosciuto, sdraiato al suo fianco. Il terrore la assalì quando comprese che entrambi erano stati ammanettati e notò la presenza ai polsi di una catena più lunga che terminava alla sua estremità ad un gancio affrancato al muro. Ancora peggiore fu, immediatamente dopo, la scoperta di un terzo corpo che giudicando dall’orribile scena, dava l’impressione di essere proprio un cadavere. Giaceva poco più in là, in un angolo di quello che aveva l’aria di essere un salone vuoto e in disuso da tempo.
“Ehi! Chi sei? Dove siamo? Perché siamo qui?” A stento tra le lacrime di pianto e presa dal terrore si rivolse al compagno di sventura.
“Ma è morto quello? C’e’ un morto lì, hai visto? Qualcuno mi aiuti… qualcuno mi aiuti!”. Con tutta la voce che le era rimasta urlò per diversi minuti senza ottenere risposta.

Intanto l’uomo al suo fianco, aiutandosi a colpi di bacino e con l’unico braccio libero fece leva al pavimento, tentò attraverso svariati strattoni di sedersi senza risparmiare ripetute espressioni “colorite” a causa del dolore percepito.
Ad ogni suo movimento la donna fremeva di paura, dopotutto quel tizio era un perfetto sconosciuto e sarebbe risultato stupido fidarsi di lui.
L’uomo, forse comprendendo quella diffidenza dichiarò: “ Stai tranquilla, non sarò certo io a farti del male!”

La stanza disabitata aveva tutta l’aria di essere un appartamento condominiale in un contesto risalente ai primi anni 70 e lasciato andare da tempo. Ragnatele tremavano lievemente agli angoli del soffitto, un odore di muffa e di polvere si insinuava prepotente nelle narici che pizzicavano asciutte risultando fastidiose, su un lato una finestra accostata davanti alla tapparella serrata la cui maniglia, giudicando dallo stato di conservazione degli stipiti scrostati e consunti, pareva rotta. Nessuna tenda, nessun mobilio, solo alcuni cavi elettrici recisi a vista, tutto ciò che era rimasto di un lampadario. Il pavimento marmoreo e crepato ricordava una specie di vecchia lastra tombale sulla quale stagnava immobile e fredda una macchia di sangue attorno a quel corpo in rispettosa attesa di sepoltura e suo malgrado esalante un odore inconfondibile di morte e putrefazione. Chi mai avrebbe potuto ridurre così quella povera anima che giaceva prona, con la testa accasciata su un lato? E perchè? La vittima indossava dei jeans scuri e un maglione blu ormai intrisi di sangue.
Annette fu sconvolta da quella scena così reale e macabra, realizzò di trovarsi in grave pericolo. Era dunque stata rapita? Perchè proprio lei? Perchè?
E per quanto si tormentasse ragionando e interrogandosi non riuscì a trovare nemmeno una risposta. In pochi secondi ripercorse una vita intera alla ricerca di un motivo, di una tangibile spiegazione per cui si potesse trovare in quel luogo lurido e squallido. E la paura montò potente dentro di lei, quasi distruttiva e le risultò impossibile ragionare lucidamente.

SCENARIO 1:

“Mi chiamo Anthony!” Enunciò l’uomo con un leggero fiatone. Finalmente era riuscito a sedersi anche se manteneva curva la schiena e si premeva le costole lamentandosi ancora a causa del dolore. Risultava pallido e a sua volta impaurito. Tossì per schiarirsi la voce e continuò faticosamente: “ Dobbiamo andarcene da qui, al più presto!” E di istinto si frugò con l’unica mano libera e tremante nelle tasche, forse in cerca del suo cellulare che, ovviamente, era svanito.
“ Me l’ha preso! Qualcuno ha preso il mio telefono! Me lo potevo aspettare. E scommetto anche il tuo vero?”
Annette si limitò a un quasi inesistente cenno affermativo con la testa, poi si perse di nuovo ad osservare quel corpo inanime lasciato lì per qualche oscuro motivo: per spaventarli? Come avvertimento? O forse qualcuno avrebbe desiderato anche la sua morte.
Fu invasa da una nuova ondata di raggelante emozione che potè percepire sdoppiarsi e trasformarsi nel contempo in terrore e rabbia.
Come mai non ricordava proprio nulla? Da quanto tempo si trovava li? Notò di non indossare più l’orologio. Si percepiva assai intontita; forse qualcuno l’aveva drogata, chissà… sì, i ragionamenti parevano attutiti, la testa girava, e la pesante sensazione di dover vomitare…
Allungò il più possibile il collo cercando di allontanare la testa dal resto del corpo e si arrese al sopraggiungere di ripetuti conati.
Si fece forza nonostante la debolezza e il dolore ovunque, cercò di rotolare, e questo le ricordò come da bambina era solita divertirsi in quel modo rotolando giù dalle collinette fino al prato piano, proprio dietro casa sua. Ripeteva spesso quel gioco con alcune sue amiche. Chi arrivava per prima in basso avrebbe potuto scegliere una penitenza per le altre. Quanta spensieratezza nel provare quella sensazione di libertà. Si rese conto di non aver più rotolato, da quel giorno e si rammaricò per averlo dovuto rifare in quella nefasta circostanza ma era necessario allontanarsi da quello schifo di vomito. Poi quel pavimento così freddo… e gli odori di quell’appartamento …

Tornò immediatamente alla realtà di quel disgustoso momento.

In uno slancio solidale improvviso Anthony realizzò le difficoltà di Annette e le tese la mano, tirandola a sé con la poca forza rimasta.
Fu solo per un secondo che in quella penombra i loro sguardi smarriti e stanchi si incontrarono. Si trovarono abbracciati, per sbaglio, sfiniti. Annette si lasciò cingere senza pensare e cingendo quel corpo Anthony ebbe la sensazione di stringere una bambola di gomma. Quando la donna tornò un poco in sè, cercò di approfittare di quella vicinanza per osservare quello sconosciuto dall’aspetto così banale e che poteva essere un suo coetaneo. Quel terribile evento aveva coinvolto entrambi, occorreva capirne il motivo.
“ Ti farò uscire da qui se riporrai fiducia in me!” le sussurrò dolcemente Anthony.
Immediatamente dopo cominciò a strattonare con violenza la sua catena nel tentativo di scardinarla dal muro impiegando una foga disumana, inaudita.

“Ho troppa sete, non ce la faccio!” Fu il massimo dell’incoraggiamento che gli potè offrire Annette; poi chiuse gli occhi e cominciò a pregare, ad alta voce.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

35 thoughts on “CAOS (parte 1)”

  1. Una situazione allucinante! Tornerà un briciolo di memoria per comprendere cosa e perchè stava succedendo?
    Ottime descrizioni, che fanno venr la pelle d’oca.

    Buona serata, attendo il resto.

    O.T.Non vedo la nuova pagina? problemi o mancanza di tempo?

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  2. L’incipit è davvero gagliardo sia nel ritmo sia nello stile. Immagino che a scenario 1 seguirà un scenario 2 e/o forse un 3.
    LO scenario 1 mi pare debole. Perché? Sono incatenati, non si sa in quali condizioni fisiche. Annette pare in crisi, Anthony pare un po’ più vispo ma a giudicare dall’incipit non dovrebbe essere messo molto bene. Quindi sono velleitari i tentativi e le parole.
    Aspetto quelli successivi

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  3. Leggendo questo vostro lavoro, mia signora, non potemmo far altro che vedere allo specchio, una ridda di emozioni e di riflessioni.

    Cosa può rendere, ancora, interessante un thriller dopo tutti questi anni di inflazione rampante sulla scena noir? Buone parti di scrittura? Forse.
    Una letteratura mai piatta e banale? Anche.
    Una sceneggiatura coerente, con dialoghi efficaci? Sicuro.
    Ma sopra ogni altro possibile dato noi porremmo una certa visione sadico-morbosa, filtrata da tutte le innovazioni stilistiche e tecniche.
    Il Caos, viaggia attraverso la recente e passata storia letteraria di tensione, per innestare un plot simile a quello di Se7en (che ricordiamo fu un serial killer quasi onnipotente, connotato da un forte moralismo creativo, al limite del parossistico nel congegnare i suoi omicidi e con un twist narrativo sorprendente e di grande efficacia) con un’estetica innestata su una tecnica molto rodata, che riesce a prendere il meglio dell’attenzione, senza soffrirne dei possibili contraccolpi.
    Siete, veramente, molto raffinata.
    Quella patina diretta e comunicativa; quella semplicità (artata e in alcuni casi manifesta) che colpisce per il suo verismo, ma che nasconde tanto altro e più profondo, ci fece accomodare in prima fila per godere e assaporare di questo, vostro, nuovo spettacolo.
    Gli amanti dei meccanismi mentali e soprattutto del realismo a ogni costo (ci state abituando male, mia signora: impossibile non pensare alla prossima puntata), vedranno soddisfatte le proprie attese.

    Una scenografia, iniziale, pauperistica rilassa e attende a qualcosa che blocca e sospende: l’evento e l’evoluzione.
    Vi state esprimendo come una consumata fonte letteraria di genere, milady.
    Ci state stupendo.

    Un thriller, a tinte horror, che viaggia a corrente alternata ma è capace di mantenere alta la tensione fin dalle sue prime battute.
    Non è facile lady Nadia e non alla prima puntata, mia signora.
    Ci ricordò, alla lontana però, Saw 6 (le catene, la situation e quant’altro); la vostra è una location suggestiva: è ambientata nel presente del quotidiano, senza scomodare improbabili detective e maeccanismi mentali complicati. L’orrore, il mistify più profondo, nascono proprio con questi prodromi: tutto può succedere … dietro l’angolo dove c’é la porta accanto.
    Nessuno è al sicuro!

    Ci accomodammo in prima fila con popcorn tattici. birra da combattimento (scura e doppio- anche triplo – malto, of course– possibilmente Guinness alla spina).
    Prego, accomodatevi alla nostra destra.
    Luci, sipario e religioso silenzio.

    Abbiate una serena giornata e le nostre cordialità più sincere

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    1. Grazie della visita ma soprattutto dell’attenta lettura Milord.
      Certamente si sono create delle aspettative che devo riuscire a non deludere.
      Ciò che mi ha fatto pensare nella stesura di questo lavoro, oltre alla struttura ( di cui ho dovuto abbozzare una mappa per le puntate a venire), è stato cercare di comprendere appieno lo stato d’animo della protagonista che non solo è rimasta scioccata per la scoperta di un cadavere in un luogo a lei estraneo, ma si è risvegliata da un sonno artificiale in un luogo mai visto con un perfetto sconosciuto al quale deve (volente o non volente) affidare in parte la sua vita.
      Ecco, ho dovuto riflettere molto sulle sensazioni che questa casualita’ comporta. A volte ci capita di dover riporre fiducia in un perfetto estraneo, per fatalità o per una esigenza. L’organo visivo fa la sua parte grazie al lunguaggio non verbale, e noi ci facciamo un’idea di una persona. Poi attraverso un’analisi del linguaggio verbale, ecco che questa idea si completa. Ma spesso ci capita di sbagliare il nostro giudizio e di ravvederci sia in positivo sia in negativo rispetto ad una persona.
      “Gli occhi sono lo specchio dell’anima” ma a volte siamo noi per primi a fraintendere uno sguardo che, in primo momento puo’ sembrarci buono e in seguito rivelarsi in ben altra maniera.
      Ma cosa puo’ succedere alle prime (o anche alle seconde o alle terze) se venisse a mancare addirittura una delle due valutazioni?
      Sarebbe lecito certamente azzardare un giudizio errato, specialmente se tale rapporto avviene esclusivamente e per esempio per scritto.
      Ancora più facile risulterebbe sbagliare!
      Di persona una brutta parola puo’ esser detta ridendo, sorridendo, in tono deluso od in tono arrabbiato mentre per scritto non potremmo comprenderne appieno il tono, l’intensita’ o l’entità.
      Questa è la bellissima riflessione che alla luce dei fatti delle ultime settimane e mentre scrivevo il pezzo mi è venuta alla mente.
      Quanto è facile sbagliare opinione!
      Fortunatamente in un rapporto longevo e consolidato di amicizia si può cercare un chiarimento o tutt’al più si può ricorrere al perdono, ed ecco che prende forma il vero valore di amicizia.
      Certo una mancanza di rispetto non e’ facile da digerire ma a volte questo capita anche nelle migliori famiglie, per rabbia, per sbaglio, per sfogo.
      E nel caso di Annette credo che vedremo più avanti se riuscira’ a riporre fiducia in Antony, se non lo farà, se sarà un bene oppure un male.

      Cercherò di impegnarmi tanto nella costruzione della trama, tanto nei messaggi che si celano silenziosi dietro ogni storia che si rispetti.
      Onorata del suo commento, ora devo tenergli testa!

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      1. Purtroppo riuscimmo a rispondere a questo vostro apporto, piacevolmente articolato, soltanto adesso.
        Leggemmo con l’avidità di un bambino quanto, delicatamente, propugnaste. Consentiteci, però, il diritto di replica.
        Quell’umile diritto che, una donna aperta quale voi siete, non esiterà a volerci assicurare.

        Scrivete e citammo testualmente, che “gli occhi sono lo specchio dell’anima e che, a volte, noi siamo i primi a fraintenderne uno sguardo”.
        Su una tale asserzione potremmo essere d’accordo, anche se non credemmo che, proprio gli occhi possano avere quella caratteristica da voi accennata e universalmente accettata nel luogo comune da voi accennato.
        Ovviamente vi riferivate a un duplice scambio comunicativo (infatti non potrebbe aver luogo nessuna delle vostre asserzioni se si trattasse di un soliloquio).
        Lo scambio comunicativo, dunque, oltre che essere reciproco, deve essere opposto sullo stesso livello, come giustamente fate notare, pena la più ottusa incomunicabilità.
        Dunque, se noi asseriamo, per esempio nei vostri confronti, che ci sono piaciuti alcuni passaggi dei vostri scritti, proprio per genialità e senso artistico, la vostra risposta dovrebbe giungere (sempre se vorreste darla) tramite lo stesso mezzo. È vero che una telefonata potrebbe essere esplicativa al meglio, ma “lo stesso mezzo” ne soffrirebbe in quanto lo scritto rimarrebbe alla pubblica decenza e a memoria di una rilettura più attenta che non sarebbe, per nulla, soddisfatta
        D’altro canto una esplicazione su vari livelli (sia scritta, sia de visu, sarebbe inopportuna, quanto stupida: perché parlare e spiegarsi per ben due volte e in due diversi modi, sullo stesso medesimo argomento?).
        Ecco che giunge e che si giunge al nocciolo della questione: l’incomunicabilità viene dettata dall’immissione di ulteriori fattori, discriminanti e obiettivamente diversi, quali altri discorsi, luoghi e/o modi.
        Un po’ come esprimersi in lingua italiana con un individuo inglese (pur conoscendone la lingua e l’idioma) e pretendere di aver, anche, ragione.

        Asserite, giustamente, che un rapporto “longevo” porti e comporti un chiarimento a misura di parola; com’è ovvio che, il medesimo rapporto, può essere vivacizzato da qualsivoglia argomentazione, ma entro – comunque – i termini della “comunicazione longeva ed espressa”: altrimenti non si comunica.
        Ad essere più precisi, milady (ci piace la precisione così non ci si sbaglia) vanno soppesate, anche, le virgole … e soprattutto tra amici.
        Nostro padre soleva ripeterci che basta una “virgola” per uccidere.
        Questa è una verità (tranquillizzatevi, la nostra misantropia manifesta non ci ha fatto mai appoggiare – senza un provato ragionamento – alcuna citazione, neanche quella del genitore in questione).
        Infatti, basta spostarla, la virgola, e tutto cambia ampiamente.
        Un esempio?
        Presto fatto:

        Ninni dice, “quella persona” è imbecille!
        E adesso la differenza….
        Ninni, dice “quella persona”, è imbecille!
        Avete colto?

        In caso di doppia o tripla attività comunicativa, probabilmente, non ci sarebbero stati i fraintendimenti in quanto, gli “intendimenti” sarebbero stati espressi a vari livelli (che come detto, sarebbe stata una stupidità tremenda).
        Il problema, invero, nasce proprio – magari – dalla longeva amicizia.
        Soleva dire Leonardo da Vinci (andammo a memoria):
        Riprendi l’amico in segreto e lodalo in palese.

        Ecco, dunque, cosa un’amicizia dovrebbe esprimere, soprattutto se corroborata da anni di frequentazione.
        Ergo …
        A conclusione di questo nostro pesante sermone, vorremmo citare (questa volta con cognizione di causa) un passaggio di William Shakespeare:

        Amore non è Amore se muta
        quando scopre un mutamento
        o tende a svanire
        quando l’altro s’allontana?
        Oh no! Amore è un faro
        sempre fisso
        che sovrasta la tempesta
        e non vacilla mai;
        è la stella-guida di ogni sperduta barca,
        il cui valore è sconosciuto,
        benché’ nota la distanza.
        Amore non è soggetto al tempo,
        pur se rosee labbra e gote
        dovran cadere
        sotto la sua curva lama;
        Amor non muta in poche ore
        o settimane,
        ma impavido resiste
        al giorno estremo del giudizio:
        se questo è errore
        e mi sarà provato,
        Io non ho mai scritto
        e nessuno ha mai amato.
        Amor è in una lingua sola,
        quella d’inizi e quella di fine,
        non fuori al freddo,
        ne dentro al caldo.
        Un linguaggio e una parola,
        sempre quella del giorno prima.

        (Traduzione a braccio e metrica rispettate in ordine delle righe)

        Sempre quella del giorno prima, come disse Shakespeare, o non si comunica e se lo asseriva lui nel 1600, figuratevi.
        Altri livelli, diversi da quelli usuali, potrebbero tacere il momento e lasciare il dubbio.
        Perdonateci la prolissità, ma scoprimmo che con voi, milady, è piacevole conversare … per iscritto.

        Abbiate le nostre cordialità, mia signora

        🙂

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        1. Milord ho afferato il concetto. Tutto chiaro, anzi chiarissimo.
          E rispetto Lei in quanto tale e anche il suo punto di vista.
          Una virgola mi e’ servita per forza!😊
          Non pretendevo di spostare montagne perche’ in barba alla filosofia, nessuno c’e’ mai riuscito.
          A presto. Nadia.

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  4. riletto. riletto mio commento. Diciamo un bel passo in avanti. Adesso tutto è più credibile anche se in scenario 1 non si capisce come Anthony riesca a salvare se stesso e Annette.
    Per uno debole tentare di scardinare una catena incardinata nel muro è un po’ patetico.
    Comunque un deciso passa in avanti

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