CAOS (PARTE 4)

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Annette sobbalzò. Si udì provenire dalla presumibile entrata dell’appartamento il rumore di una chiave dare diversi giri alla serratura, lenti e ne contò almeno quattro. Il rimbombo che causarono, dovuto in parte all’eco per il fatto che le stanze fossero vuote e in parte alla paura, resero quei secondi interminabili e una infinita tortura. Di istinto avrebbe voluto gridare, agitarsi, piangere o tutt’al più dare una testata al pavimento, forte, così forte, da potersi fracassare il cranio in due pezzi e farla così finita; invece restò immobile. Riuscì solo a voltare lentamente lo sguardo verso Anthony, forse cercava un appoggio, un po’ di comprensione, ma egli era immobile e completamente assente, non aveva ancora smesso di fissarla, perso nel vuoto, in un’espressione che poteva solo che aumentare in lei la tensione causata da quella situazione.
La paura la violentò, il tempo perse la sua dimensione. In quegli attimi Annette comprese quanto lungo potesse risultare un secondo e quanto forse breve, per contro, la sua esistenza. Contò anche i passi, uno a uno, li udì dopo che fu richiuso il portone che rilasciò lento un sinistro cigolio. Diversi episodi della sua vita la soffocarono, così tanti in un infinitesimale lasso di tempo e indipendentemente dal suo volere.

RICORDI:
Si ritrovò nella sua cameretta, da bambina, quando ancora sognava una vita perfetta e felice, sedeva a giocare sul pavimento fresco, per abitudine sempre sulla stessa piastrella, accanto alla grande specchiera e con le spalle al grande armadio a muro bianco. Quando era triste o sua madre la puniva e piangeva era invece solita rannicchiarsi dal lato opposto. Non amava riflettersi così, il viso le si imbruttiva ed era come se, in un certo senso, il dolore lo potesse vedere, forte e nero afferrarle le guance per distorcerle, deformarle la fronte e otturarle il naso per impedirle di respirare.
Poi, chiara, si materializzò nella mente l’immagine di suo papà mentre le strizzava l’occhio. Un gesto che era consueto fare; significava che tutto stava andando per il verso giusto o spesso le era elargito in segno di approvazione. Suo padre con la sua pipa di radica scura, lavorata a mano, consumata e sempre fumante. “Perché mai dovrei comprarne un’altra? L’ho pagata un occhio della testa, è di manifattura inglese e ho una bocca sola!” Ripeteva a tutti da sotto i suoi baffetti arrotolati con cura verso l’alto, quando qualcuno gli faceva notare che ormai era giunta l’ora di sostituirla. L’aroma del fumo che ne fuoriusciva, acre e secco, impregnò ogni cosa: vestiti, tappeti e persino suppellettili e armadi, tanto che ad occhi chiusi, ancora oggi, Annette avrebbe potuto riconoscerne l’odore tra mille.
Poi Annette rammentò sua mamma mentre ogni domenica le preparava la solita torta di mele e ricordò come ogni sera amava abbandonarsi ai suoi meravigliosi abbracci, le erano riservati prima di coricarsi, nel momento dei saluti e avevano il potere di infonderle calma, di rincuorarla e sollevarla da un qualsiasi dubbio o problema. Quanto ne avrebbe desiderato uno adesso, anche se le braccia di sua madre ormai erano ridotte a due ossicini fragili e incapaci di forza a causa della sua malattia. E ancora la buonanotte di suo papà, che arrivava sempre per ultima. Un’ombra in controluce che si fermava sulla soglia ma che, a guardar bene, era possibile scorgerne sul volto un sorriso,anche quando i telegiornali, dalla tv accesa in soggiorno parlavano di guerra. Sempre quel suo solito saluto: “ a domani!”
Quel domani che per tante volte giunse scontato nella consuetudine, e poi, un brutto giorno si rese improvvisamente cattivo, consegnando insieme al quotidiano una mattina solo tristezze, preghiere e fiori.
E fu il suo funerale.
Poi ecco soggiungere le aule del college, quanto impegno, quanto! E le prime vere sofferenze. Quel bel ragazzo che la tradì con la cheerleader più popolare della scuola e, non contento, poi la umiliò pubblicamente davanti a tutta la classe.
Le sovvenne alla mente una posa simpatica, mentre mostrava un sorriso orgoglioso, con il Tocco in testa in occasione della sua ambita laurea e poi ancora i ricordi spensierati della sua prima vacanza con le amiche in Canada. E un altro amore, altri ancora finché smise di contarli.
Puntuali si susseguirono tutti gli insuccessi sul lavoro. I primi impieghi, i primi ridicoli stipendi, le gavette, la presa di coscienza dell’ambiente lavorativo: le furbizie e qualche malvagità dei colleghi, ma anche ottime amicizie col tempo sfumate piano piano. Ora le era rimasta solo Catherine conosciuta circa vent’anni prima e considerata da sempre come una sorella. Chissà se l’avrebbe cercata, se avesse provato a telefonarle e trovando il cellulare irraggiungibile si fosse allarmata. Annette lo sperò con tutta se stessa.
E questa spirale di pensieri la riportò all’attuale impiego: dottoressa per l’ospedale psichiatrico di Washington. All’inizio temeva quell’incarico. Per una giovane donna come lei non fu facile, ma il suo carattere abbastanza deciso le permise di superare quasi tutte le difficoltà. Ma quel paziente, Edward, lui si che le diede del filo da torcere. Era un singolare personaggio che non la rassicurava per niente. Soggiornava al piano “B” stanza 314. Era crudele, malizioso. Le fu presentato come uno schizofrenico di secondo grado verso il quale era necessario riporre attenzione. I pazienti peggiori, tutto sommato, non sarebbero capitati a lei, almeno all’inizio, ma al dottor Johnson. Ma quell’Edward la inquietava. Ogni volta che le si avvicinava poteva captare in lui un interesse sessuale, quando lo toccava lui ondeggiava il corpo e alzava il viso con un sorriso ipocrita e fastidioso. Ogni volta. E quando la incrociava nei corridoi emetteva dei versi atroci, dei gesti sconci, e non era raro udirlo fare apprezzamenti osceni riguardo alla sua persona con gli altri ospiti. “Dottoressa, ho male ad una spalla!” E poi, subito quel riso maligno, sarcastico. Era un vero tormento. E quell’unica volta che per rabbia e sfinimento lo sottovalutò, lui morì d’infarto. Una brutta esperienza che quasi le costò il posto di lavoro, non fosse stato per l’aiuto della caposala che confermò che anche in quell’occasione lui non si smentì, durante l’ultima visita rise, come sempre.
Ma il senso di colpa la stava logorando, da dentro. Era suo compito prendersi cura dei pazienti dell’ospedale ed avrebbe dovuto ordinare un trasferimento. Sarebbe stato ancora in vita, una misera vita, ma almeno non l’avrebbe avuto sulla coscienza, non sarebbe tornato da lei, quasi ogni notte, nei suoi incubi, più bianco di un foglio di carta, con una mano sul petto, per svegliarla di soprassalto.

SCENARIO 5.

Si udì un colpo di tosse, dal quale risultò che la persona che era entrata in casa fosse un uomo, subito dopo seguì un rumore di ferraglia rovistata e lo scroscio dell’acqua da un rubinetto. Annette si immaginò sospesa nel vuoto ad un’altezza vertiginosa, su una piccola piattaforma, nel cielo nero e buio, obbligata a percorrere un filo di nylon, come una funambola per salvarsi dalla morte che la inseguiva. Sarebbe caduta certamente di sotto, si augurava una fine rapida e poco dolorosa.
Non aveva alcun dubbio: quello sconosciuto doveva senz’altro essere il colpevole di quell’omicidio e anche del suo rapimento.

Il flusso del sangue le si bloccò raggelandole le vene, fece appena in tempo a dare un’occhiata ad Anthony la cui bocca, seppur lievemente, sembrò accennare un sorriso sadico e velato mentre una figura in controluce alta e forte si stagliò alla soglia del locale.
Annette restò in un’apnea innaturale immersa nell’orrore più profondo.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

29 thoughts on “CAOS (PARTE 4)”

  1. Esiste un dio creatore di tutte le storie, di tutti gli altri dei e anche di Anthony, Annette ecc., dei del dolore e della morte, da sempre tormentati sulla natura del proprio ruolo.
    Sorcery, che può essere tradotto con stregoneria, la stregoneria della parola e adesso, un capitolo che segue i precedenti da voi pubblicati, con una qualità fantastica.
    In questa quarta vicenda, Annette segue il suo inconsapevole percorso iniziatico per il quale sta affrontando tutta una serie di peripezie, compresa una sorta di catabasi psichica corroborata da numerosi flashback e introspezioni. Verrà condotta, per questo, alla consapevolezza?
    Il capitolo è curatissimo sia in eleganza, sia in proprietà linguistico/letteraria, proprio, a carattere strutturale.
    Una perfezione e completezza stilistica che è competente e a nostra esperienza, trovammo, esclusivamente, in qualche redazione di Case editoriali o sulla scrivania di qualche ghostwriter professionista (Sono migliori dei scrittori, a nostro modesto parere).
    Pulizia grammaticale profonda e direzione analitica, danno a questo capitolo, mia signora, un’impronta professionale.
    Sul serio e voi sapete benissimo che, come nostro costume, ci sperticammo ben poco con chicchessia, soprattutto sulla letteratura romanzata.
    Struttura ineccepibile e ottimamente curata.
    Le scene sono ben orchestrate e narrate con realismo (I flashback sembrano da cogliere).
    La prosa, dal ritmo serrato, è adatta al tipo di storia e al genere cui essa appartiene.
    La struttura fraseologica è molto curata e funzionale alla narrazione.
    Il linguaggio utilizzato e lo stile sono assai efficaci e in grado, soprattutto, di generare le suggestioni volute.

    Mia signora, il vostro è stato un balzo con questo quarto capitolo. Avete reso affascinante un genere che, di fascinazione ne ha ben poca. Si dovrebbe aver, semplicemente, paura e invece oltre al sentimento pauroso, si sommano la fascinazione per gli eventi. Tali e talmente belli, nella lettura, che ci si intristisce a fine capitolo.
    La mente e lo spirito si trovano, così, orbati dal prosieguo della storia stessa.
    Incredibile: ci stupiste proprio!

    Lady Alessandra aveva ragione e ne prendemmo coscienza, con questa “perfezione”!
    Entraste, a buon diritto, nell’olimpo.
    Proprio bello bello.
    Ci convinceste per cui, oggi (ma sul serio stavolta) è nata una stella “imperdibile” di prima grandezza.

    Abbiate, lady Nadia, oltre alle nostre congratulazioni più vive, le più sentite cordialità.

    The milorder

    PS:
    per lady Alessandra – datevi da fare milady!
    Lady Alessandra vi sta massacrando a sangue!
    Radiosità

    PPS: due Like uno nostro e l’altro dall’ego che compone.
    Rispettivamente: Ninni Raimondi e Lord Ninni e se ne avessimo avuto altri quindici, sarebbero arrivati tutti e quindici.
    Buona giornata

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    1. E che caspita.
      lady Nadia ci prese in contropiede: non ci aspettavamo un exploit così rapido e così profondo.
      Sul serio, milady Alessandra, datevi da fare perché qua vedremo scorrere il sangue per le strade!
      Radiositazioni!

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  2. Buona la prima e l’ultima parte. Giusto il tono e la tensione narrativa che fa percepire lo stato emotivo di Annette. Meno brillante è la parte ricordi. Direi moscia e senza quella verve che i ricordi possono suscitare in un momento altamente drammatico che sta vivendo Annette. Il tono è troppo discorsivo o didascalico senza impennate che facciano comprendere come questi siano piacevoli o sgradevoli per Annette. Diciamo sono neutri.
    Ciao

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    1. Sai, non ti nascondo che avevo un dubbio: se tagliare un po’ quella parte introspettiva oppure no.
      Più che modificarla, tagliarla.
      Poi, avendo premesso che in quei momenti di confusione emozionale si perde il controllo del tempo, o meglio: la percezione del tempo risulta distorta…mi son detta che andava bene, anche perchè dovevo spiegare anche la prospettiva di lei. Forse avrei dovuto andare più sintetica invece in quel punto, soffermandomi solo sull’ultimo periodo del suo lavoro all’ospedale psichiatrico ma mi sarei persa qualche emozione che, invece, mi premeva esternare. Ci ragionerò per i prossimi. Grazieeeeeeeeeee

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      1. L’idea era sicuramente buona ma secondo me è mancata l’incisività del pezzo iniziale e di quello finale. Più che ricordi mi è sembrato una serie di eventi snocciolati in sequenza. E’ venuta a mancare la premessa di quel flashback lo spazio temporale.

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  3. Giusto inquadrare anche Annette e mi è piaciuto quell’attimo di respiro e di allontanamento dalla tensione che ci hai regalato con i flashback di serena , normale vita della protagonista. Nel finale ci riconduci alla tensione del genere thriller. Benissimo! Ma ora non farci aspettare troppo, il thriller si deve divorare di fretta.
    Buona domenica e auguri a te e famiglia 🙂
    Marirò

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