CAOS (parte 5)

 

Da Ninni per Nadia.jpg

 

Dopo aver atteso qualche secondo sulla soglia, l’omone cominciò l’avanzata. In controluce la sua sagoma si stagliava alta fin quasi allo stipite della porta. Con una mano reggeva una specie di valigetta rigida e scura.
Annette terrorizzata, istintivamente chiuse gli occhi prima che le fu vicino, ma lo smarrimento si impadronì di lei non appena udì parlare Anthony che, in quel preciso istante, si risvegliò dallo stato di trance.
“ Professor Eichmann! La aspettavo. Ecco! Ha visto? Ho fatto tutto ciò che mi ha indicato. Qui, guardi! L’ho presa! Poi mi sono ammanettato come lei desiderava. Sono stato bravo?”
Anthony aveva un tono di voce cantilenato simile a quello di un bambino di cinque anni. Era una persona totalmente differente da quella che aveva conosciuto Annette al suo risveglio.
Per tutta risposta quel terrificante omone emise una specie di ringhio.
“Professor Eichmann?” Annette pensando e ripensando si interrogò, sobbalzando nell’udire quel nome e cercò di farsi coraggio e ne occorreva davvero tanto. In quel contesto comprese che certo non poteva trattarsi di una semplice coincidenza. Si sentì mancare quando, facendosi forza e riaprendo gli occhi, lo riconobbe: il dottor Eichmann, direttore dell’ospedale psichiatrico, ormai accanto a loro, in ginocchio, chinato a rovistare con furia nella sua valigia.
“Mi libera adesso ?La voglio aiutare. Io ho fatto esattamente quello che mi ha detto!” Aggiunse Anthony visibilmente eccitato.
Lo psichiatra ritirò la mano dalla sua valigetta. Impugnava un tronchese. Anthony fremeva per essere liberato, lanciò un’occhiata ad Annette colma di risentimento ma, nello stesso tempo anche di oscura malizia.
Il professore strattonò con forza la catena trainando a sé le mani di Anthony e afferrando la giuntura delle manette.
“Ha perso la chiave professore?” Gli domandò Anthony sorridente, burlandosi di lui.
Con un gesto secco gli mutilò l’indice destro che cadde sul pavimento con un piccolo tonfo sordo.
Anthony emetteva gemiti e latrati di dolore, gridava, piangeva, tutto insieme. Contorcendosi dal male diventò bianco e accartocciato come un foglio di carta. Rapido con l’altra mano serrò stretto il suo moncherino. Il sangue gli sgorgava tra le fessure delle dita, percorrendo il polso e sgocciolando sul marmo chiaro del pavimento. Ora non scherzava più, stava conoscendo l’oblio del terrore poiché conscio del tradimento di quell’uomo comprese il suo triste destino.
Annette quel dolore riusciva quasi a percepirlo come suo, si sentì mancare e sibilò con un filo di voce, senza nemmeno rendersene conto: “ No.. aiuto! No…”
Eichmann si voltò stizzito di scatto, con un rapido balzo fu addosso a lei, faccia a faccia. Impugnava ancora quella cesoia sporca di sangue e la agitava a mezz’aria.
Annette si pietrificò e notò tutto il rancore che il professore mostrava tra le rughe della sua fronte corrugata e la rabbia che gli sferzava dagli occhi,l’odio; in quell’istante si maledisse per aver parlato.
“Cosa credevate, tu e quella baldracca della caposala, di farla franca? Di farmi le scarpe? Le vostre indagini, le domande ai pazienti, i rapporti spariti dalla mia scrivania… i vostri complici! Ma io sono uno psichiatra di fama mondiale e non certo uno stupido qualunque! Pensavate di prendermi in giro? Ecco che casino avete combinato! E tu, tu sei un’assassina! Ora, per fortuna, il bravo direttore rimetterà tutto a posto. Ho già cominciato a sistemare le cose, vedrai di cosa sono capace! Una vita, una vita intera dedicata allo studio della mente umana… e tu credi che possa lasciarmi abbattere da due donnacce che aspirano alla carriera?” E dopo una risata sadica aggiunse: ”Voi due siete pazze e più dei nostri pazienti!” Mentre quel folle sbraitava, Annette tentò di allontanarsi ritraendo all’indietro la testa ma lui, con una mano forte, la afferrò da dietro la nuca spingendola fronte a fronte con la sua. Lei era esausta, assetata e senza molte forze mentre lui infuriava adirato: “Ora vedrai cosa accade ai pettegoli, ai reietti, agli ambiziosi, ai buoni a nulla. Voi siete lo scarto, lo scarto di questa società! Siete tutti uguali, inutili!” E intanto, in segno di minaccia, agitava l’attrezzo sotto il mento della donna.
Il professore, fortunatamente, lasciò la presa trasformandola in una spinta mentre Annette riprese a respirare faticosamente, col collo indolenzito e pensò di essere prossima alla sua fine.

SCENARIO 6

Il professor Eichmann era direttore dell’ospedale psichiatrico di Washington dal lontano 2001. Giunse dalla Germania. Dopo aver condotto i suoi studi e aver meritato diversi riconoscimenti nel campo della ricerca, fu direttore di una clinica a Berlino. Ebbe poi un periodo di stasi, gli parve che le sue innovazioni non fossero più riconosciute e cercò quindi un po’ di fama e di notorietà lasciando la Germania ed emigrando in America dove non tardò certo a trovare impiego.
Inizialmente i suoi metodi vennero molto apprezzati, ripresero i riconoscimenti. In quell’ospedale avrebbe potuto contare sui peggiori pazienti dello stato e avrebbe così potuto sperimentare in pieno i suoi metodi innovativi, delle originali intuizioni che prendevano spunto dal pensiero di Kraepelin, continuando così a revisionare i suoi studi sull’ebefrenia, sulla catatonia e sulla demenza paranoide, considerando tali quadri clinici, come differenti declinazioni dell’unica forma mentale da lui riconosciuta, la “demenza precoce”, poi ridefinita schizofrenia. Le sue sedute si ispiravano ad un moderno “redirect”, un “authority control” che consisteva nel creare una mappa precisa di relazioni nei pensieri dei malati per tentare di riabilitarne in parte alcune funzioni cerebrali.
Ma negli ultimi anni si scoraggiò, non ottenendo i risultati desiderati e, quando nuovamente il mondo smise di parlare di lui, tentò il tutto per tutto lavorando sulle reazioni opposte a quelle desiderate. I suoi pazienti pur reagendo a questa terapia spesso risultavano plasmati e inclini all’ulteriore deterioramento della loro personalità.
L’unica a comprendere l’ambiguità del professore e in particolare, per gravità, la situazione del piano “A”, fu Ellen, la psicologa e caposala. I malati, da tempo, mostravano un’eccessiva aggressività, un peggioramento della loro patologia e una evidente dipendenza nei confronti del professor Eichmann. Negli ultimi due anni i suicidi all’interno della clinica aumentarono a dismisura. Ellen così indagò a lungo. Trascorreva numerose notti insonni nel suo ufficio consolidando prove di accusa sull’operato del direttore. Annette le aveva da sempre ispirato fiducia, era corretta, semplice e soprattutto onesta. Un giorno le confidò i suoi sospetti e cominciò a servirsi di lei per recuperare documenti e lesinare informazioni , quadri clinici e diagnosi.
Annette a sua volta, sfruttando l’attrazione che, palesemente, il dottor Johnson le dimostrava in ogni occasione, si serviva di lui per reperire le cartelle e le notizie relative ai pazienti del piano “A”, riuscendo sempre ad ottenere ciò che desiderava senza alimentare sospetti e così preservando il terribile segreto di cui era a conoscenza.

Annette Ora era totalmente consapevole del movente di quel pazzo e di ciò che sarebbe accaduto e presa da una sgradevole intuizione e da una inattesa lucidità mentale, osservò nuovamente il corpo senza vita nell’angolo del locale, cercando di carpirne l’identità.
Il viso della vittima era voltato verso il muro, ma potè analizzarne la corporatura, i capelli, anche se tutto quel sangue le causava nuovamente il voltastomaco. Quei capelli, radi e castani, e le spalle così larghe…
Ebbe una rivelazione. Ma certo! La guardia del piano “A”, avrebbe benissimo potuto essere lui, quel… come si chiamava… ecco, William!
E lo sconforto si impadronì di lei, rammentò che nei corridoi della clinica si vociferava fosse un omosessuale. Tutto cominciava ad avere un senso. Probabilmente Anthony si era servito di lui per fuggire dall’ospedale. Dopo averla drogata, rapita e trascinata in quell’appartamento qualcosa tra i due era andato storto, o forse, più semplicemente, Anthony potrebbe aver ricevuto istruzioni di ucciderlo.
In tanti, quel William, lo ritenevano un pettegolo, prima o poi avrebbe potuto spifferare qualcosa a qualcuno.
Annette percepì un vuoto allo stomaco. Tutto questo piano era stato diabolicamente architettato per eliminare lei e la dottoressa Ellen.
Quante morti atroci aveva potuto osservare in quegli ultimi mesi? E cosa le sarebbe accaduto adesso? Anche Ellen era in pericolo. Tutta la clinica doveva temere quel pazzo.
Anthony non aveva ancora smesso di gridare.
Il professor Eichmann lo afferrò per una gamba trascinandolo a sé. Anthony era abbandonato al suo destino e in totale delirio ma, come rassegnato, non tentava neppure di ribellarsi.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

20 thoughts on “CAOS (parte 5)”

    1. Amica mia, grazie per avermi seguito fin qui e, posso dire con certezza, per tutte le storie che verranno, i giorni che arriveranno e soprattutto sono felice che ti stia piacendo perchè quando scrivo penso sempre a tutti voi che, per primi, mi leggete. Un abbraccio. A presto. Ti invio una Guinness da Como.😊

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        1. Carissimo, comprendo le tue difficoltá nell’esprimerti nella nostra lingua ma non si capisce molto bene cosa tu volessi dire con questo commento. Presumo la tua delusione per l’arte che, in qualsiasi parte del mondo non viene pienamente compresa o remunerata. Beh, anche a me spiace. Ciao.

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