CAOS (parte 6)

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In quel momento il dottor Eichmann frugò nuovamente nel suo borsone e dalla tasca esterna laterale estrasse un contenitore rigido di metallo, un portasigarette o qualcosa del genere. Conteneva una piccola siringa che, prontamente, iniettò ad Anthony nell’avambraccio sollevandogli con decisione la manica della camicia. Egli tentò invano di opporre resistenza.
Annette tremava, incapace di controllarsi, i secondi trascorrevano innaturali, e Anthony ora non gridava più. Dava l’impressione di essere ancora cosciente e di percepire comunque il dolore ma, dopo una breve serie di movimenti involontari molto simili alle convulsioni, si bloccò rigido, come paralizzato, con la bocca spalancata.
Annette, giudicando da quella sintomatologia, pensò che il professore avesse utilizzato una sorta di psicofarmaco ipnotico.
Il dottor Eichmann si voltò verso Annette con un sorriso sadico e una voce contraffatta dall’eccitazione proferendo: “ Oggi soccorrerò nuovamente un malato, lo aiuterò a lasciare questo mondo. Uno stupido in meno popolerà la terra. Ah,ah! E tu, dottoressa, sarai la mia mano: ti piace uccidere non è vero? Scommetto che ti sei sentita sollevata nel contemplare Edward morto. Ne sono certo! Sarà stato un sollievo per te non doverlo più visitare. Forza, a me puoi dirlo! Con me puoi parlare, confidarti… sono lo psichiatra più bravo al mondo! Lo volevi vero? Ti è piaciuto toccarlo… così freddo… così rigido…”
“Basta! Basta!!!” Gridò Annette ormai senza lacrime e senza voce. “Perché mi fa questo?”
Il professore ora reggeva in mano un taglierino. Lo porse ad Annette esortandola: ” dottoressa, prego. Può incidere il paziente?”
Annette non si mosse di un millimetro e smise anche di respirare.
In un baleno, quel taglierino fu puntato sul suo collo, poco sotto l’orecchio. Poteva sentirne l’estremità appuntita e fredda pungerle avida la pelle. In quell’istante fu come ricevere un morso alle viscere e, di riflesso, provò male ovunque, in ogni angolo del suo esile corpo, così, immobile, irrigidita, pensò che fosse ormai giunta la sua ora. Rivide in un flash gli occhi di sua madre stringersi dolci in un sorriso irradiati da una luce bianca. Tentò di prendere coraggio, di rendersi pronta alla sua fine nella maniera più dignitosa possibile. Ma fu ancora una struggente attesa, ancora parole uscirono senza pietà da quella bocca del male e in tono canzonatorio:” Dottoressa, mia cara, deve proprio sbrigarsi… deve prendere una decisione… Subito! Ora! Ha paura? Senta come è forte la paura. Prenda questa lama! La disegni la sua paura! Come è fatta? Che forma ha? Si sfoghi! La voglio vedere dipinta su questo insulso uomo, gli doneremo un po’ di decoro almeno.” E sogghignando Eichmann afferrò Anthony per i capelli brizzolati trascinandolo esattamente con la testa tra le gambe divaricate di lei.

Singhiozzando Annette cedette, osservando lo sguardo artificiale di Anthony. La stanza cominciava a odorare acre di putrefazione.
Tutt’a un tratto si accasciò, desolata, sfinita. In preda alla disperazione distese con una tremenda fatica la sua mano tremante col palmo rivolto verso l’alto dove il direttore vi appoggiò l’utensile assumendo un’aria boriosa e soddisfatta. Addolcendo il tono della voce la incitò: “ Bene, molto bene… vediamo fin dove ci riusciamo a spingere pur di avere ancora un po’ di vita! Lei mendica la vita Annette!”
Annette strinse rabbiosa quel taglierino tra le mani. Con impazienza e con forza Eichmann strappò la camicia di Anthony, il quale, sdraiato, supino e a petto nudo pareva rendersi perfettamente conto di cosa altro gli stesse per accadere. Poi il professore la aiutò senza commiserazione a tornare seduta e accompagnò con la sua orrenda mano quella di Annette sopra quel torace che esalava gorgoglii e gemiti e le ordinò di procedere.
Annette cercò di trattenere la nausea che le stava rimontando prepotente dallo stomaco, e cercò di pensare a cosa poter disegnare, ma in quella confusione mentale non le sovvenne alla mente proprio nulla. Così cominciò solo a sfregiare quel corpo, con tagli brevi. Sudando. Si sforzò fortemente di visualizzare una stoffa oppure un pezzo di gomma. Ricordò quella volta che, da adolescente per Carnevale, si rese disponibile a confezionare abiti da scimpanzè a tutti i bambini del suo rione e cercò di convincersi che quello fosse proprio un travestimento da scimmia.
“Di più, di più! La paura che provi è più profonda!” Sentì gridare alle sue spalle. Il professore la cingeva dal dietro e continuava a tenere la sua lurida mano sopra quella di Annette. Con le catene al polso e stremata com’era era difficile per lei avere più forze ma cercò di obbedire all’ordine impartito. E la sua mano ora proseguiva da sola, tremante ma più decisa. Dai tagli ogni tanto si liberavano gocce di sangue, si gonfiavano lentamente, come piccoli palloncini e poi fluivano libere tentando di lasciare quel corpo martoriato. In sottofondo l’orco emetteva sospiri di soddisfazione.

SCENARIO 7

Intanto era ormai mezzogiorno. Dentro all’ospedale psichiatrico regnava il caos. Il cancellone di acciaio si aprì per permettere nuovamente l’accesso ad una pattuglia della polizia che spense le sirene soltanto dopo aver parcheggiato.
Due poliziotti scesero contemporaneamente e si precipitarono all’entrata dove vennero accolti dalla dottoressa Ellen. Era visibilmente agitata, serrava i pugni contratti e il viso era testimone di un’espressione seria e tesa.
“Buongiorno dottoressa. Purtroppo non abbiamo notizie del vostro paziente. Confidiamo nella giornata di oggi per qualche novità relativa al suo ritrovamento.” Enunciò il poliziotto più alto, tendendo una mano alla caposala in segno di rispettoso saluto.
Ellen gli porse la sua mano gelida, poi ritraendola e infilandola nervosamente nei capelli biondi, come un fiume in piena si sfogò: “ Vi ho richiamati perché qui sono sorte delle coincidenze molto strane. Il direttore ieri si è dato malato, prima di sapere che Anthony Queen fosse fuggito, ma da due giorni non è rintracciabile, non risponde al telefono e questo è davvero singolare. Ed oggi non si è nemmeno presentata la dottoressa Annette Blanchard, che visita da sempre tutti i nostri pazienti del primo piano ogni lunedì e ogni giovedì. Io sono in confidenza con lei, lo posso assicurare, lei non si assenta mai, e ancora meno lo farebbe senza avvertire. Io temevo fosse successo qualcosa, così, poco fa, prima di telefonarvi, mi sono recata a casa della dottoressa e dal suo appartamento non mi ha risposto nessuno. Mentre stavo risalendo sulla mia macchina, parcheggiata nell’unico spiazzo presente in quella via, ho trovato questo.”
E la caposala infilò una mano nella tasca del suo grembiule azzurro, estraendone una specie di amuleto, un “Tao” in legno.
“Annette non si sarebbe mai separata da questo ciondolo, era il suo portafortuna, apparteneva a suo padre, me lo narrò più volte e lo teneva sempre con sé, nella sua borsetta. Inoltre ho notato, proprio accanto a questo ritrovamento, delle impronte di scarpe da uomo, molto grandi e dei segni sul terriccio, come se qualcosa o qualcuno, lì, fosse stato trascinato o vi fosse avvenuta una specie di colluttazione. Vi prego, dovete perlustrare quella via! Io credo che la dottoressa possa essere in pericolo. Ecco prendete!” Ed Ellen porse loro decisa un foglietto sul quale aveva annotato l’indirizzo di Annette.
“C’è altro che dobbiamo sapere?” Domandò il poliziotto più alto mentre il suo collega, tendente all’obeso, dava un’occhiata distratta all’orologio d’acciaio che portava al polso.
“Beh… nel caso mi ricordassi qualcos’altro non mancherò di passare oggi pomeriggio dalla centrale.” Rispose Ellen sfregandosi il naso con l’indice.
Mentre i poliziotti lasciavano l’atrio Ellen udì quello più robusto proferire:” James, però ci andiamo dopo pranzo ok?”
E l’auto lasciò il cortile immettendosi nel traffico cittadino.
Ellen sentì il bisogno di piangere. Più tardi avrebbe dovuto confessare ogni cosa alla polizia: i suoi sospetti, le sue ricerche segrete. E se si fosse sbagliata? E se qualcuno ne fosse venuto a conoscenza? Sicuramente avrebbe perso il posto di lavoro ma doveva rischiare. Non poteva permettersi che capitasse qualcosa di brutto ad Annette. Ora necessitava di qualche ora di tempo per calmarsi e per riordinare le idee. Ma si sentì travolta dall’ansia, le sembrò di soffocare. Dentro di sé era convinta che il direttore fosse pericoloso, ne aveva ormai raccolto molte prove.Uscì in cortile per prendere una boccata d’aria e notò due piccioni appollaiarsi su di un finestrone: erano bianchi con gli occhi contornati di nero e segnavano l’arrivo della pioggia.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

26 thoughts on “CAOS (parte 6)”

  1. Incomincio ad avere un po’ di paura non di quello che scrivi ma di te come persona 🙂
    Il racconto è strepitoso, finora il migliore: allucinante, perverso, simile a un incubo partorito da Stephen King. Ciò che mi spaventa è che tu l’abbia potuto concepire.
    Bravissima!!!!

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  2. Un thriller in piena regola che noi vediamo dall’esterno ma che i protagonisti vivono dall’interno.
    Riuscirà Ellen a salvare Annette dalla follia omicida di Eichmann? Questo è il ritornello che frulla nella testa in attesa di nuovi sviluppi.
    Ciao

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  3. Uh uh… dovevo tornare!
    Non si può leggere solo tre volte un brano simile.
    Alla quarta si commenta di nuovo.
    Feroce, dirompente, crudele e ricco di sispense.
    Qui si vede la grande scrittrice, colei che sa incantare, travolgere; senza contare la proprietà di linguaggio, la bravura “tecnica”, il climax. Insomma, che critiche vuoi? Sei superlativa!

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    1. Ma certo! Davvero, oltre che virtualmente, prometto che chiunque di voi riesca a incontrare di persona… ( Ale, x te la prossima volta che ci rincontreremo) avrá la sua birra offerta da me!😊
      Promessa nel blog è promessa scritta. Fatevi avanti!

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  4. Lo scopo, senza evidenti e particolari truculenze del genere “Horror” è stato soddisfatto.
    L’atmosfera, nel prosieguo del capitolo, tesa, inquietante e angosciante, è stata ben indicata e svolta al meglio. Un piccolo trucco che scrittori abbastanza acquistati d genere usano.
    Appesantire la scena, infatti, non avrebbe senso e avrebbe il solo fine ultimo di stancare il lettore. La tensione, invece, è qui data anche dal medico e dalla descrizione, in prima persona, dell’operare verso il paziente.
    la descrizione de braccio, della siringa, poi, è magistrale.
    Rende, bene, l’essenza stessa dell’Horror thriller, ovvero il suo fine ultimo.
    Giova ricordare che, proprio, il termine “Horror” deriva dal latino horrére, che significa rizzarsi riferito ai peli del corpo che si drizzano appunto come reazione alla pura e quindi, per estensione “provare paura”.
    Per cui, i capitoli precedenti sono stati onorati.

    Personalmente, graficamente parlando, avremmo optato per altre soluzioni (Impaginazione, capoversi, grassetto, corredo fotografico: tutte cose che concorrono a sottolineare un pezzo, una pagina, ma anche un periodo discorsivo; utilizzato qualche termine al posto di qualcun altro. Come detto, però, sarebbe stata una nostra scelta. ).

    Un bel pezzo, in definitiva.
    Un bel capitolo che offre pulizia e storia al racconto.
    Non è facile, considerato il genere.
    Non è facile per nulla.

    Cordialità

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