2693 D.C. (parte 3)

8

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Rientrata in casa, Eva estrasse rapidamente il cubetto nero, lo rigirò più volte tra le dita.
“Non sarai tracciabile.” Fu l’unica spiegazione di Karl. Suo malgrado ne aveva già sentito parlare; quegli aggeggi venivano venduti sottobanco in un negozietto poco raccomandabile in periferia. Eva non ne aveva mai visto uno e si sentiva a disagio soltanto nel reggerlo in mano. La sua condotta era stata sempre encomiabile e non avrebbe mai immaginato che un giorno avrebbe potuto servirsi di un accessorio simile. Probabilmente, quel cubo, col suo potente magnetismo, l’avrebbe schermata dai controlli del satellite Alpha rendendo invisibili i suoi spostamenti nelle vie della città e sarebbe stata così immune alle varie perlustrazioni dei micro-droni.

Eva si lasciò massaggiare lungamente dall’angolo doccia poiché l’accaduto del pomeriggio l’aveva un po’ scombussolata. Poi si spostò nella cabina asciugatrice dove diversi phon entrarono immediatamente in funzione. Aveva sciolto lo chignon e i suoi lunghi capelli biondi le ricadevano bagnati e ondulati sulle spalle. Si spazzolò distrattamente senza riuscire a rilassarsi, doveva prendere una decisione.
La curiosità di poter visitare l’Antico Mondo era davvero tanta ma assecondare quell’ istinto l’avrebbe resa una sovversiva, una rivoluzionaria, senza contare tutto lo stress che ciò avrebbe comportato. La sua vita tranquilla, forse, sarebbe stata sconvolta per sempre. Inoltre avrebbe probabilmente dovuto assumere il Power 7 con il rischio di rimanerne assuefatta.

“Al diavolo!” Pensò.
Si infilò la tuta eco-pelle più comoda che possedeva, quella che solitamente indossava quando se la sentiva di fare un po’ di trekking, e spinse quell’oggetto nero bene in fondo nella tasca dei pantaloni.
Si meravigliò di non aver ricevuto neanche un’ispezione dei micro-droni in tutto quel lasso di tempo trascorso nella sua abitazione. Questi vi si intrufolavano regolarmente, più volte al giorno, dal “foro di ispezione”, una fessura tonda di circa 15 centimetri di diametro obbligatoriamente presente in tutti i moduli abitativi creata appositamente per permetterne il passaggio.
Questa fu la prova che il cubetto di Karl funzionasse alla perfezione.
Eva si fece coraggio, indossò un cappellino nero con una lunga visiera e lasciò il suo appartamento.

I passaggi pedonali erano segnalati tramite dei led che, nel buio quasi pesto della notte, tentavano di illuminare il cammino. I negozi a quell’ora erano ormai chiusi ma era comunque possibile acquistarne ogni prodotto tramite dei distributori automatici posti davanti alle rispettive vetrine. Lo Smartwatch si sarebbe connesso provvedendo al pagamento e aggiornando il “saldo liquidi” individuale.
Eva notò un mini-drone in avvicinamento che virò inaspettatamente ed effettuando un’ ellisse cambiò direzione in modo brusco e repentino, come se qualcosa l’avesse respinto.
In lontananza le montagne di roccia, brulle e senza vegetazione, erano soltanto sagome poco più nere del cielo che risultava lievemente illuminato da dietro le sue coltri da una fioca luce proveniente dal satellite Alpha.
Le nuvole prendevano così la parvenza di uno spesso tendone chiuso davanti ad un riflettore.
Di rado accadeva che le nubi si sfoltissero un po’ durante la notte, ma soltanto per qualche minuto. Allora la luce di quella stella artificiale giungeva a terra così potente da causare un forte fastidio agli occhi di chi si trovasse per le strade. Un fenomeno rarissimo che rendeva abbagliante l’acciaio e infuocava le vetrate dei moduli abitativi. Tutto si tingeva di un giallo biancastro e diveniva lucido e iridescente.

Le strade a quell’ora erano pressoché deserte. Anche se nessun regolamento vietava le uscite durante la notte, semplicemente le persone non percepivano alcuna necessità di lasciare le proprie dimore se non per effettuare qualche acquisto urgente presso qualche distributore automatico.
In genere quasi tutti si coricavano presto per essere efficienti durante la prestazione lavorativa del giorno dopo esattamente come consigliato dal Piano di Prevenzione.
Eva rallentò il passo osservando l’insegna del negozio di detergenti “Clean”. La incuriosì una tra quelle enormi lettere zeppe di led affisse sopra la vetrina. Stranamente la “A” lampeggiava ad intermittenza, probabilmente a causa di un po’ di umidità che, per qualche piccola fessura, era riuscita ad infiltrarsi in quei circuiti elettrici. Nel Nuovo Mondo era quasi impossibile cogliere un’imperfezione o un malfunzionamento di una qualunque cosa. Proprio questo spinse Eva ad arrestarsi per qualche istante ad osservarla. Si incantò per diversi minuti col naso all’insù ad ammirare quell’insegna e quella circostanza così singolare.

Eva si incamminò nuovamente, superando il centro città ed ora i suoi passi erano divenuti un po’ incerti. Non era per niente abituata a gironzolare di notte e tantomeno su strade periferiche.
Il vecchio acquedotto era ormai vicino.
Non sapeva precisamente dove fosse il ritrovo, non sapeva neanche cosa le sarebbe capitato.
Notò uno scarafaggio che faticosamente cercava di restare in equilibro tra l’ultima posa di asfalto e lo sterrato, le sue troppe zampe ogni tanto non trovavano un appiglio e, agitandole a vuoto, rischiava ogni volta di cadere e di capovolgersi. Eva si pensò molto simile a lui lungo quella strada che la stava conducendo verso l’ignoto.

Ai cataclismi del passato conseguì un repentino e perenne cambiamento del clima e di tutta l’atmosfera terrestre. Sopravvissero alle calamità soltanto i “Predisposti” sebbene, per permetterne l’ottimale respirazione, risultarono necessarie delle regolari operazioni di “manutenzione” che consistevano nello spargimento in altitudine da parte di apposite navicelle, di alcuni gas che, a contatto con l’aria, ne annientassero i componenti nocivi permanenti che avrebbero altrimenti reso impossibile la longevità della razza umana.
La fauna del Nuovo Mondo era composta esclusivamente da scarafaggi e da api. Queste ultime, importantissime per assicurare l’equilibrio dell’ecosistema ed estinte come il resto delle specie animali, furono ricreate con successo svariati centenni prima grazie alla genetica. La Casa della Preparazione riusciva ad inculcare nei prescelti tutto il bagaglio di informazioni esistente sin dalle origini del pianeta e nozioni specifiche nel campo prestabilito, così da perfezionare le conoscenze necessarie in ogni individuo scernendo tutto il superfluo. In questo modo vi erano numerose probabilità di formare delle eccellenze in ogni ambito. Persone preparatissime con elevate capacità che avrebbero contribuito con nuove scoperte al l’ulteriore necessaria evoluzione della specie umana.

Una costruzione rettangolare di cemento si delineava nella penombra poco più avanti. Era una specie di muraglia, in parte diroccata, che proseguiva a perdita d’occhio per circa un chilometro e dentro la quale si trovava una struttura tonda più alta, quasi una torretta, usurata dal tempo. Nelle adiacenze si stagliava una specie di silos in disuso esattamente come tutto il resto. Tutta la vecchia struttura era circondata da letti di fiumi in secca. Tutt’ora dopo una pioggia abbastanza abbondante capitava che questi si riempissero di acqua, prendendo vita e conferendo a quel luogo un qualcosa di diverso, di innaturale. Era ritenuto dai più un posto strano e nefasto dal quale stare alla larga sebbene anche la pioggia abbondante, d’altro canto, era divenuto un evento del tutto eccezionale.

Eva oltrepassò diversi solchi nel terriccio brullo portandosi esattamente ai piedi della costruzione tonda. Alcuni gradini di pietra malandati conducevano ad un sottoscala. Li discese, bene attenta in quel buio pesto a dove mettere i piedi. Giunse davanti ad un portone grosso e pesante, di ferro arrugginito dove erano ancora visibili, sull’acciaio, deboli scie azzurre, quello che fu probabilmente, un tempo, il colore originario di quella struttura.
Eva provò a bussare il portone dando due colpi secchi col pugno serrato.
Nulla. Nessuna risposta.
Bussò nuovamente accorgendosi che all’altezza del suo viso, nella porta, era stato intagliato una specie di spioncino. Notò un riflesso dietro a quel foro come se qualcuno da dentro la osservasse.

Ad un tratto si udì lo scorrere sincopato di un lungo chiavistello poi, lentamente, l’entrata si aprì con un cigolio fastidioso di ferro arrugginito.
Sgusciò da quell’uscio una mezza faccia, sicuramente un uomo, privo di ogni intenzione di rendersi visibile.
“Mi manda Karl.” Dichiarò Eva cercando di essere più convincente possibile.
Per tutta risposta ricevette una sbuffata prolungata di sicuro disaccordo che fece spalancare solo un poco di più quell’entrata quasi inaccessibile. Eva vi sgattaiolò dentro infilandosi di sbieco e rendendosi ancora più sottile di ciò che era.
L’uomo al quale era toccato di accoglierla, pareva evidentemente disturbato dalla sua presenza. Si avviò per l’umido e buio corridoio, senza voltarsi. I ciottoli sotto i suoi piedi, probabilmente una vecchia pavimentazione ormai in frantumi, causavano un rimbombo surreale che risuonava forte tra quelle strette pareti. Per stargli dietro e non perdersi Eva dovette accelerare il passo. Superarono diverse svolte, dei cunicoli. I corridoi proseguivano in profondità ove si districava una specie di labirinto.
Sinistra, destra, poi ancora sinistra. Il soffitto si abbassava man mano che si addentravano in quelle impervie gallerie e, a volte, era addirittura necessario chinarsi un po’ per non picchiare la testa sulle rocce. Dei grossi massi tenevano in piedi la struttura, parevano davvero antichissimi. Eva si meravigliò di come quel luogo avesse potuto resistere a tutti i cataclismi avvicendati nel passato.
Dopo un tempo indefinito di cammino, l’impressione fu di trovarsi nel sottosuolo. Finalmente, infondo ad un passaggio, Eva visualizzò della luce irradiare la sagoma dell’omone che la precedeva.

Improvvisamente si aprì uno spiazzo larghissimo e circolare pavimentato con sassi rettangolari stavolta ancora ben fissati al suolo.
L’accompagnatore raggiunse una trentina di persone che erano radunate davanti a qualcosa che sembrava un enorme schermo ed emetteva una luce fortissima e si dileguò tra esse. Dopo aver percorso tutti quei cunicoli bui Eva rimase totalmente abbagliata da quella improvvisa luminosità.
Restò così, istintivamente immobile, con gli occhi socchiusi mantenendosi alla dovuta distanza.
Riaprendoli dopo qualche minuto, poté osservare materiale elettronico sparpagliato ovunque. C’erano numerosi computer e proiettori olografici, ed altri aggeggi di cui Eva non riusciva ad immaginare l’utilizzo.
I presenti fissavano dei giochi di luce e ombre che venivano irradiati ovunque nella grotta da quella strana tecnologia. Alcuni in prima fila indossavano delle tute particolari e ondeggiavano in movimenti inconsueti e sinuosi sul posto. Qualcuno parlava, altri sembravano in trance.

Mentre era assorta in attenta osservazione, Eva sussultò nel sentire una mano poggiarle all’improvviso sulla spalla. Si voltò e ancora a discreta fatica visualizzò il volto conosciuto di Karl.
La sua bocca era distorta in una smorfia che lo imbruttiva. O forse no. Il suo viso era contratto, i suoi occhi socchiusi, i suoi zigomi sollevati.
Karl, con tono pacato e delicatamente si rivolse a Eva. “Non temere, sto solo sorridendo!”
Eva rimase immobile per qualche istante, poi si fece coraggio e allungò una mano verso il volto di Karl. Gli pose l’indice sulle guance, poi sulle labbra, delicatamente, come per controllare che fosse tutto a posto.
“Ha funzionato il cubo vero?” La interruppe lui con un tono inappropriato.
Eva, con uno scatto, ritrasse la sua mano infilandola rapidamente nella tasca della tuta dove conservava l’oggetto.
“Si, non mi hanno nemmeno avvicinata.” Rispose cercando di mantenere l’autocontrollo.
“Vieni! Quello che vedrai stanotte ti cambierà la vita per sempre. Sei pronta?” Ammiccò Karl.
Eva si limitò a fare cenno di si con la testa senza riuscire a realizzare nemmeno il motivo per cui si trovasse li.

Si avvicinarono alla folla e a quella strana luce.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

35 thoughts on “2693 D.C. (parte 3)”

  1. Leggemmo d’un fiato.
    Bello proprio, ma se permettete torneremo in un secondo momento (questioni professionali assolutamente inderogabili).
    La voglia, però, di scrivervi un piccolo commentino era proprio forte.
    Giusto per significare, molto velocemente, l’apprezzamento.
    Torneremo, eccome.
    Per cui, …

    Cordialità.
    (Un Like meritato sul serio)

    The milorder

    Liked by 1 persona

  2. Esiste una fantascienza umanistica e credente? Oppure la fantascienza deve essere necessariamente catastrofista? E qual’è il rapporto con la scienza e la tecnologia, mitizzazione o luddismo?
    A queste e altre mille domande circa la natura e percorso di questo vostro nuovo capitolo.
    Come ben sapete e come è a conoscenza di chi ci conosce, la fantascienza sociale è, per noi, una vera nostra passione, decisamente una manìa.
    Con questo capitolo ci vennero in mente le liriche di Joe Haldeman.
    Lo stesso modo di scrivere e lo stesso incedere nei particolari.
    La personalizzazione dei fatti rende possibile qualsiasi cosa.
    Per esempio: seguendo le vostre parole noi ‘vedemmo’ il cubo nero. Lo vedemmo fra le mani e ne vedemmo l’uso.
    Difficilmente quando, ci si rapporta con argomenti che non si conoscono, si riesce a creare e ricreare le situazioni a cui ci si riferisce.
    Riusciste a farle rivivere.
    O meglio, riusciste a rendere “naturale” l’ambientazione, ponendoci nel futuro da voi descritto, senza trovare strana l’ambientazione stessa.
    Questa noi la chiamiamo ‘narrazione adeguata’.
    E poco importa se è fantascienza o storia passata.
    E’ un racconto che si presta ad essere seguito per cui … nel ringraziervi per questo passaggio odierno, siamo ad insistere perché scriviate il prossimo.
    Il prosieguo è importante.

    Grazie e abbiate le nostre più cordiali saluziosità.

    The milorder

    PS: venne ritrovato un corpo sul selciato, spiaccicato da un’altezza stimata in sette piani.
    I resti mortali furono trasferiti alla locale stazione di compostaggio per produrre del concime.
    Sembra, da voci non confermate, che l’azienda produttrice il Compost abbia rifiutato quei resti.
    La motivazione addotta la seguente: ‘Inutilizzabili perché troppo piallati e a puntate‘.

    Salurdialità vivissime

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    1. Buongiorno Distintissimo Milord.
      La ringrazio per il bel commento di oggi, poco importa se la fantascienza o il distopico è un genere che amano in pochi perchè questo diventerà un romanzetto lunghetto.
      E mi sento fortemente ispirata, ce la metterò davvero tutta!

      Per la seconda parte… ho letto il pezzo di oggi dell’autrice sul tetto che scotta… e, mi spiace deludere le sue aspettative ma anche oggi non si butterà, ne sono certa! Un bel pezzo, la gente è in fila per sapere come andrà a finire. E lei lo sa…😊😊😊 Buona serata e buon lavoro.

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  3. avvincente e piacevole scrittura. Un capitolo che a piccoli passi introduce cosa Eva vedrà. Descrizioni accurate che sembravano immagini in bianco e nero ma vive e spettacolari.
    Vediamo a cosa assisterà Eva, che la dovrebbe sconvolgere.

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    1. Carissima Dora, un grazie per la tua fedeltà a questo raccontone.
      Se ti divertita io sono contenta è un enorme soddisfazione per chi come noi scrive. E poi, mi diverto anch’io. ciao e grazie.

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  4. Uff io speravo di sbirciare già in questo capitolo nell’Antico Mondo, almeno un po’…
    Però mi piace come, un po’ alla volta, ci offri particolari e spiegazioni. (Reimparare a sorridere è pericoloso, basta distrarsi un attimo col pensiero e rischi di ricascarci, attirando i sospetti…)
    Adesso Eva è pronta, noi siamo pronti, è ora di farlo ‘sto viaggio eh! 😉

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  5. Coinvolge la tua tumultuosa fantasia che come un grande fiume ci trasporta in questa era un po’ lugubre, un po’ “Blade Runner”, un po’ Murakami. Una scrittura più ariosa e libera del solito, ti leggiamo con piacere.

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