2693 D.C. (parte 4)

 

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I presenti erano disposti a semicerchio. Eva comprese che soltanto chi si trovava in prima fila era impegnato nell’esplorazione del Vecchio Mondo. Gli altri erano spettatori passivi, parlavano tra loro a bassa voce e qualcuno, di tanto in tanto, la osservava con sospetto ma, ad accumunarli, era un’espressione parecchio strana dipinta su ogni volto. L’aspetto di ciascuno di quei visi, irradiati ad intermittenza dai fasci di luce colorati provenienti dalle varie apparecchiature, variava continuamente come in una perenne trasformazione deformante. Eva osservò in posizione avanzata, proprio dinanzi allo schermo, due uomini e tre donne che ondeggiavano in maniera strana come assorbiti da un sogno vigile. Karl, a bassa voce, pensò di doverle qualche spiegazione. “Vedi quelle tute che indossano? Sono zeppe di sensori che servono per permettere i movimenti all’interno di “Love Life” ma consentono, nel contempo, anche di provare delle vere e proprie sensazioni. Per esempio, toccando dell’acqua, quelle persone potrebbero percepirne la temperatura e se poi dovessero cadere sbucciandosi un ginocchio accuserebbero del dolore esattamente come nella realtà. Stanno vivendo un’esperienza totale. Quando si entra in quel mondo lo si vive pienamente, nel bene e nel male.”
“Tu non vai oggi?” Gli domandò Eva.
“Se te la senti il salto oggi lo faremo insieme ma dovrai assumere il Power7.” Rispose pronto Karl.
“Devo per forza? Non so se ce la faccio…”
“Non avere paura! Io lo utilizzo da un sacco di tempo. Non è propriamente una droga come qualcuno va raccontando in giro sai? Hai mai sentito parlare della ghiandola pineale?”
“Onestamente?…No.” Esclamò Eva, sempre più confusa.
“Si trova nell’epitalamo, proprio al centro del nostro cervello e gli è connessa tramite dei fasci nervosi. Produce la melatonina che è l’ormone che regola il sonno e la veglia. Purtroppo, già nella Casa della Vita, si interviene prontamente sui neonati occludendola in modo da ottenerne la completa calcificazione per cui in noi risulta normalmente spenta. Attraverso le iniezioni di Power 7, una specie di decongestionante, questa viene ripulita da quella sostanza ossidante e, sbloccandosi, ci permette di percepire le emozioni e di riaprire il terzo occhio per interagire in maniera totale con Love Life. Non devi temere, risveglia soltanto le nostre capacità innate e fisiologiche. Sarà un’esperienza indimenticabile, vedrai! E vorrai tornare qui anche domani, ne sono certo!”
Eva non comprese del tutto quella spiegazione, si domandò dove fosse il terzo occhio ma, per qualche strano motivo, Karl l’aveva messa a suo agio ed era riuscita a convincerla. Quel ragazzo le suscitava uno strano effetto e le dava l’impressione di essere diverso da ogni altra sua conoscenza anche se, in realtà, non avrebbe saputo spiegarne il perché. A questo punto era davvero curiosa di provare quell’esperienza, ormai le mancava soltanto un passo… sarebbe stato da stupidi rinunciare ad un vero privilegio e a un’interessante esplorazione.
Si limitò ad annuire con la testa. Karl si allontanò da lei qualche istante, Eva osservò di nuovo il grande schermo. Per quanto si sforzasse di visualizzarvi una qualunque immagine non le fu possibile. Vide soltanto luci che, come nastri colorati, roteavano leggere, ondeggiavano, si spegnevano, ricomparivano e, dentro alle quali si agitavano accendendosi numerose particelle di pulviscolo naturalmente presenti in quell’ambiente.
Karl fu di ritorno con due tute ripiegate. Ne porse una a Eva indicandole una roccia dietro alla quale si sarebbe potuta cambiare. Lei si tolse il cappellino defilandosi dietro al masso che le fu suggerito, con passo incerto.
Ricomparse subito dopo in un’andatura goffa con indosso quella specie di sacco un po’ troppo abbondante rispetto alla sua taglia. Raggiuse Karl che nel frattempo e come lei aveva sostituito la tuta.
Un uomo alto e magro gli si avvicinò affiancandoli, reggeva tra le mani una custodia scura, rigida e ovale. La passò a Karl che la aprì nel contempo sorreggendola. Dentro c’era una piccola siringa ancora smontata che quell’uomo smilzo estrasse con cura verificandone attento lo stato dei pezzi, uno ad uno, in controluce e assemblandone le parti. Quindi, lentamente, la riempì di uno strano liquido trasparente perforando il tappo morbido di un’ampolla. Si avvicinò a Eva e, senza proferire una parola, le scostò un poco i capelli sulla nuca, poi, rapidamente, le praticò l’iniezione. Subito dopo fu la volta di Karl.

Janet giaceva in un letto distesa su un materasso per nulla profumato ricoperto da una fodera bianca, termo riscaldata. In quella stanzetta asettica, ma in generale in tutta la struttura, non era percepibile nessun odore. Ogni sala di quell’edificio era chiara e sterile, pulita, tanto da non riuscire a trovare un granello di polvere né sul raro mobilio e neppure sul pavimento neanche cercandolo con lo sguardo per ore intere e, se ci fosse stato, specchiandosi, si sarebbe persino potuto duplicare.
I robot delle pulizie si avvicendavano nei corridoi, fuori e dentro le stanze, in continuazione emettendo un ronzio sommesso dovuto all’aspirazione. Ogni tanto, con un sibilo appena percepibile, si apriva qualche sportellino posto sulle loro corazze argentee permettendone la fuoriuscita di specifici accessori come spazzole roteanti, ideali per raggiungere gli angoli dei locali, o dei manici alla cui estremità erano applicati morbidi strofinacci intrisi di cera che risultavano perfetti per la lucidatura di quel tipo di pavimento.
Janet avrebbe dovuto restare così, quasi immobile, per un’altra intera giornata per garantire il successo dell’intervento.
Ciascuna stanza accoglieva due inseminate. L’altra ospite, certamente più robusta, dai lunghi capelli rossi le dava d’abitudine la schiena mantenendo un rigoroso silenzio.
L’inseminazione era avvenuta con successo. Janet era stata sdraiata su un tavolone rigido e semicoperta da un lenzuolo tenuto rialzato da una struttura regolabile in metallo. Dei freddi bastoncini di acciaio avevano invaso il suo utero, ispezionandolo e depositando il dovuto senza recarle alcun dolore ma provocandole soltanto di tanto in tanto una specie di solletico. L’operazione era durata non poco più di una manciata di minuti. Una grossa lampada rettangolare posta a circa un metro di distanza e sopra il suo corpo nudo la abbagliava impedendole di tenere gli occhi aperti . Aveva percepito quei freddi attrezzi muoversi dentro di lei con delicatezza e precisione, pizzicarle lievemente le ovaie, prima a destra e poi a sinistra. Testimone di quell’atto, una volta rivestita e accompagnata nel suo letto, fu soltanto un puntino di sangue vermiglio sulla sua camicia da notte.
Ora, degente in quella sua stanza, era continuamente disturbata dal provenire dalla lontananza di un pianto multiplo di neonati che sapeva alloggiati nell’ala opposta dell’edificio. Sebbene questo lagnarsi giungesse attutito era continuativo ed insistente e ciò la infastidiva parecchio. Si domandò il motivo per cui quei bimbi appena nati dovessero mai piangere così disperatamente, e si augurò che i robot portassero a termine al più presto il loro servizio di pulizia in modo che la porta insonorizzata di quella stanza potesse finalmente richiudersi per mettere fine a quell’insistente nenia e permetterle di riposare un po’.
Aveva smesso di giocare col suo Smartwatch a causa degli occhi che le arrecavano bruciore, quindi tentò di rilassarli osservando fuori dalla piccola vetrata e seguendo con lo sguardo tutti quei nuvoloni grigi che gareggiavano tra loro esibendo differenti tonalità e consistenze. Mentre si muovevano piano, mutando e seguendo la direzione del vento osavano sfiorare le montagne all’orizzonte, grigie e aguzze. Ogni tanto le sormontavano persino mozzandone di netto qualche cima. Potendo andare oltre la catena montuosa, ad est, e proseguendo per qualche centinaio di chilometri in linea d’aria, si sarebbe potuto incontrare il mare ma nessuno ormai, liberamente o per scelta, anelava recarvisi.
Un luogo divenuto terribile, pericoloso.
I pochi temerari, più che altro i chimici che si occupavano di analizzarne le acque e i pochissimi altri addetti ai vari periodici controlli, per avventurarsi nelle vicinanze di quelle nefaste battigie  dovevano indossare una tuta protettiva che avrebbe impedito loro la contaminazione da scorie radioattive.
Il mare aveva salvato il pianeta più di una volta inghiottendo e trattenendo nei suoi abissi i residui tossici causati dagli ultimi cataclismi e dai vari disastri nucleari avvicendatisi nelle ere precedenti .
Janet ripensò alle importanti nozioni impartite dalla Casa della Preparazione riguardo alle conseguenze di un’esposizione a tali sostanze chimiche e, finalmente, percepì le sue palpebre divenire deboli, abbandonarsi, oscurandole di tanto in tanto la vista sotto un velo nero.

Un leggero bruciore si trasformò poi in un brivido che dalla testa si propagò in tutto il corpo. Eva ebbe una sensazione insolita, come se qualcosa si stesse ingigantendo dentro di lei, nella sua mente, facendole comprendere quanto, fino ad allora, vi avesse dimorato il vuoto.
Delle strane percezioni si avvicendavano passive e prepotenti, poté ascoltare i battiti del suo cuore accelerare, rimbombarle dentro, come se questo organo si fosse appena risvegliato da un lunghissimo sonno. Il respiro divenne faticoso, le mani e la fronte stavano sudando. Le tempie battevano assonanti lo stesso ritmo del cuore, sincopato e veloce.
Si voltò ad osservare Karl che, evidentemente abituato a quella sostanza e comprendendo le difficoltà relative alla prima iniezione, cercò di tranquillizzarla: “E’ del tutto normale la prima volta, ci siamo passati tutti. Non è facile, ti devi sforzare di dominare ciò che provi. Esistono tante emozioni, alcune ti estasieranno ed altre ti tormenteranno ma, soltanto provandole tutte imparerai pian piano a riconoscerle e ad apprezzarle. Fino ad ora nessuno stimolo riusciva a penetrarti, eri una spettatrice della tua vita. Adesso sei dentro la tua esistenza, ora vivi davvero!”
Gli occhi di Eva diventarono lucidi e, con sua meraviglia, si colmarono di lacrime. La pancia le vibrava dall’interno, le mani tremavano e pensò di non sentirsi affatto bene. Si sentì come se avesse ingoiato una enorme compressa e questa le si fosse fermata in gola. A fatica e con la voce rotta si sforzò nel rispondere un “grazie” rauco e sommesso.
Si percepì in subbuglio, non riuscì a decifrare quello che interiormente le stava capitando.
Lo sguardo umido fu subito distratto da un fascio di luce che la sfiorò durante il suo rapido passaggio e, osservando nuovamente lo schermo, finalmente riuscì a vedere.

Tutta l’area dinanzi a lei si era trasformata in un paesaggio incantevole da togliere il fiato. Si trovò accanto una distesa di prati verdi sormontata da un cielo incredibilmente blu nel quale risplendeva un astro tondo, non molto grande ma per contro brillantissimo che emanava magnifici raggi dorati. Questi donavano a quella volta azzurra infinite sfumature, ogni tonalità, dal cobalto al celeste fino a renderla trasparente come il più puro dei vetri. Un magnifico gioco di luci e di ombre che risaltava ogni particolare di quella florida natura. Alberi rigogliosi e dalle svariate forme si ergevano qua e là con i loro rami ben aperti per accogliere tanta bellezza.
Fu un tale incanto che costrinse Eva immobile, ammutolita, in totale contemplazione. Riuscì persino a percepire un senso di infinito e una specie di forza, un’energia del tutto positiva. Fu straordinario come si ritrovò inginocchiata tra quell’erba soffice e fresca che la avvolgeva come la stoffa più rara e preziosa donandole un sentimento di protezione e di appartenenza a quell’ambiente, a quella terra come se da sempre fosse stata la sua. Si era così addentrata in quel paesaggio, perdendo ogni concezione dello spazio e il senso di reale e surreale.
Osservò poi davanti a sé, in orizzontale, abbandonandosi a interminabili praterie interrotte da sinuose collinette. Fili dorati di un’erba più alta e quasi secca ondeggiavano frusciando al lieve vento che, tiepido, sfiorava nello stesso modo anche lei, regalandole carezze alle quali, fino ad ora, non si era mai riuscita ad abbandonare. Qua e là tra gli steli, si potevano contemplare delle macchie rosse, certamente dei fiori e tutto si inclinava dolcemente, nella stessa direzione, in inchini riverenti a quello spettacolo.
Ogni tanto, dipingendo scie colorate, qualche farfalla le svolazzava davanti ed era possibile scorgere, dentro o sopra l’erba, alcuni insetti di cui lei ignorava il nome.
Ebbe così una sensazione di appagamento fortissima che improvvisamente la fece stare bene, in perfetta simbiosi con quel mondo e anche con sé stessa.
Non aveva perso alcun ricordo, era perfettamente cosciente di ciò che era accaduto, del perché e del come si trovasse li.
Rammentandosi quindi di Karl, voltandosi se lo ritrovò accanto, al suo fianco, fiero e sorridente. Cominciando a comprendere il significato di quell’espressione, involontariamente, la percepì nascere anche sul suo viso.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

50 thoughts on “2693 D.C. (parte 4)”

  1. Vivere l’interezza in stato di allucinazione…è questo il nostro futuro?…E quella nascita assistita, memoria di un grembo? o stato reale della protagonista?…Tutto molto affascinante…La pineale per Cartesio era la sede dell’anima…ciao Nadia

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  2. Partiamo dalla confezione
    Il prodotto è ben curato. Spaziatura, punti, interlinea… c’é tutto.
    Corredo fotografico: non vi siete sprecata proprio. Peccato.

    Passiamo alla storia
    Trenta e lode (L’abbraccio accademico per via epistolare, se avverrà, sarà a compimento del percorso).

    Avete inserito una bella svolta al romanzo: l’ambivalenza.
    (nella scrittura creativa il doppio filone serve a non far stancare il lettore, distraendolo ogni tanto)
    Abbiamo una regina e un androide.
    Oggi pende sulla regina. Domani l’androide?
    (In Blade runner è l’androide che da una sonora lezione di vita a tutti:
    Da Roy Batty – Ho visto cose …
    a Rick Dekard – Harrison Ford – che si scopre essere anche lui un androide, a Rachel e Zhora con tutta la loro umanità
    ).

    Ma leggendovi ci sorsero spontanee queste considerazioni, ovvero:
    Esiste una stretta relazione fra la vostra fantascienza e le scienze sociali?
    Solo per appassionati, critici e lettori di un genere letterario di nicchia, che è sempre quel genere letterariamente più bello.
    Lo è meno per “i non addetti ai lavori”, o per chi predilige altri generi letterari.

    Solitamente la fantascienza è associata a navi spaziali, robot e pistole laser.
    Voi, milady, oltre alla nesseraria introduzione a carattere tecnologico, che ci sta, vi state orientando in una fantascienza più sociale, proiettata in un futuro interrogativo.
    Gli spunti alla Minority Report – le ambientazioni intendemmo – non mancano.

    Ci allettaste con l’ambivalenza.
    Bella mossa!
    Bella proprio!
    L’impegno si vede e si respira.
    Siete una stella (Adesso non montatevi la testa …)

    Brava sul serio.
    Abbiate le nostre cordialità più cordiali.
    (PS: Otto McGavin in Al servizio del TB II, prendeva il Gravitol perché non sopportava di avere un innesto di memoria in un corpo fatto di plasticarne e pesantissimo.
    Al Power 7, potreste usare il Gatorade)
    Noi andiamo ad assumere, nell’immediato, un bel gelato.

    Cordiality

    The milorder

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    1. Ahaha appena mi rilasso mi becca subito! La correzie di auesto capitolo, stimata in un’ora mi è costata il triplo tempo. Poi, sfinita e affamata, ho cercato in google “colline di papaveri”.
      La cambio? Però sa, a qualcuno è piaciuta e mi spiace anche se “cozza” con le precedenti. Me l’ero detta da sola.
      Per quanto riguarda il contenuto, se mi verrà l’ispirazione, si, conto su qualche colpo di scena e non vorrei far mancare nemmeno un po’ d’azione e un ribaltamento delle prospettive. Ma lei sa già tutto. Come farà? Bè, con la sua esperienza… Comunque entriamo solo ora nella storia. Mi rendo conto che il genere non è tra i più amati ma a me, ora, va così. E’ un impulso forte che ho dentro e deve assolutamente uscire, mi fa stare bene. Punto. Non mancherò nemmeno ogni tanto di postare raccontini ma vorrei che questo fosse un romanzo con almeno una ventina di capitoli, però senza scadenza precisa anche se cercherò di darmela a livello personale.
      Un grazie di cuore Milord!

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