(V.M) LA BAITA ( seconda e ultima parte)

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

Il cameriere ci serve dei piatti enormi colmi di polenta fumante e carne. Il mio stomaco non reclama appetito, lo percepisco già pieno per l’antipasto e in subbuglio per l’eccitazione che non accenna a placarsi. Ne assaggio soltanto un po’, per curiosità, quasi automaticamente, soffiandoci sopra poiché ancora troppo bollente. Il profumo che lievita dalla pietanza è piacevole, sa di spezie e di funghi e a ben pensarci noto che tutto il locale ne risulta ormai impregnato.
Anche Teo non mangia più. Mi strizza l’occhio e con una smorfia compiaciuta mi domanda: “andiamo in camera?”
Io mi limito a sorridere mentre lui si è già alzato e si sta dirigendo verso la cassa del ristorante dove gli verrà preparato il conto e si accorderà per la stanza.
Dopo una manciata di minuti che mi è parsa interminabile lo osservo ritornare al tavolo con la sua tipica andatura sexy e sicura. Stringe in mano una ricevuta e una lunga chiave color bronzo alla quale è appesa una catenella alla cui estremità oscilla una pallina di legno scuro e consumato.
“Signora, mi segua!” Mi tende la mano galante invitandomi ad alzarmi dalla sedia. Afferro la borsetta che avevo appeso allo schienale, una piccola pochette nera, in tinta perfetta con il mio abbigliamento. Sono soddisfatta del mio aspetto, l’abitino aderente veste alla perfezione e, mentre svoltiamo nel corridoio che conduce alle camere, ho l’impressione che tutti i presenti ci stiano osservando. Bisogna ammettere che formiamo davvero una bella coppia e che la nostra intesa è così forte da rendersi quasi concreta, visibile.
“Ti sei fatto dare la mia preferita? Quella a piano terra?”
“Certo!” Risponde soddisfatto lui.
Proseguiamo nella penombra sfilando sulla mouqette rossa che attutisce il rumore dei miei tacchi a spillo. Sulle pareti sono appese fotografie di cime innevate e svariate stampe delle opere di Picasso e mentre penso a quanto sia pessimo quell’accostamento artistico, Teo mi cinge con forza per obbligarmi ad arrendermi alla porta della nostra stanza ancora chiusa. Mi bacia appassionatamente, sento le sue mani avide correre sul mio corpo, sopra e sotto il vestito. Mi solleva la gonna, mi massaggia le natiche poi i seni. Preme chino addosso a me con tutto il suo peso, mi desidera e con vigore comincia a carezzarmi bene tra le cosce. Mi sembra di impazzire dalla voglia: esistiamo soltanto io e lui adesso, qui. Il mondo si è fermato e null’altro mi riuscirebbe a distogliere dal desiderio di averlo pienamente dentro di me.
Impugna la chiave infilata nella tasca dei suoi jeans e, mentre ancora mi è completamente addosso, la infila nella toppa. Lo spesso portone si apre cigolante. Ci sopravviene un odore forte, un misto tra legname e canfora.
Con il palmo della mano dà un colpetto sull’interruttore a fianco della porta accendendo alcune plafoniere che donano al locale una luce giallognola e soffusa.
Il parquet geme con qualche scricchiolio mentre lui, con forza, mi solleva quasi da terra per poi costringermi distesa sul fresco copriletto di raso bordeaux. Con uno strattone mi libero delle scarpe mentre lui, in piedi davanti a me, si allenta la cintura e resta nudo dalla vita in giù sfilandosi i pantaloni e la sua biancheria che restano così ancorati ai suoi piedi mentre si lascia andare su di me.
Gli sfilo la maglietta. Il suo petto non è mai stato eccessivamente muscoloso, io lo adoro proprio per questo e per il fatto che,senza ricorrere ad alcuna depilazione, Teo sia da sempre quasi del tutto privo di peluria.
Avvolta dal suo calore mi sento protetta, la voglia che è dentro di me mi spinge a leccarlo, partendo dalle spalle, giù per i piccoli capezzoli rosei e poi, rotolando e sormontandolo ancora più giù. Sento chiaro e forte il suo cuore battere emozionato.
Mentre gusto il mio gelato lo osservo con gli occhi semichiusi, lui nel frattempo mi carezza i seni che ha sapientemente liberato dal reggiseno e che fuoriescono dalla ampia scollatura del vestito ballonzonando vigorosamente sopra di esso.
Mi carezza anche la testa mentre lo lavoro con tocchi morbidi e lenti. Poi la afferra con fermezza spostandola lateralmente, cercando di farmi comprendere che ora mi desidererebbe sdraiata accanto a lui. Obbedisco. Gemo.
Mi allarga le gambe quasi a strappare la gonnella del vestito che è rimasta arrotolata e raggrinzita, ridotta ad una fascia tra il sotto-seno e la vita. Gratificato ricambia il favore, mi assaggia lentamente, in quel punto, alternando giri e colpi di lingua che vanno a segno, uno dopo l’altro.
La sento pulsare viva e calda e ho un secondo orgasmo più forte del primo.
Teo non si arrende, prosegue lento ed esperto la mia tortura. Ora davvero vorrei sentirlo grosso subito dentro ma lui non è impaziente, mi lascia così: arrendevole e in attesa. Sono sua proprietà, sono il suo oggetto, sono totalmente in balia di ogni suo minimo gesto. Se si allontana di qualche millimetro riesco persino a percepire e trarre ulteriore piacere anche da uno spiffero di aria fresca che penetra dalla finestra accanto al letto. Le persiane sono aperte, le finestre socchiuse forse per favorire un ricambio d’aria. Immagino che da agosto nessuno abbia più soggiornato in questo locale.
“ Prendimi, sono tua!” Gli gracchio con sofferenza, dimenticando la bocca semi-aperta e in uno stato di estasi profonda.
Ora Teo si sdraia su di me, mi bacia il collo, le spalle, sento pungere piacevolmente la sua barba sulla mia pelle delicata. Mi bacia anche le tette, succhiandone goloso i capezzoli diventati oramai turgidi come due noccioli di ciliegie. Senza che me ne accorga mi sfila il vestito lanciandolo da qualche parte, a terra, oltre il letto.

Finalmente mi sento penetrare, ero pronta ad accogliere quel palo ritto, duro e grossolano che lui sa muovere con precisione e sapienza. Comincia a dare colpi potenti alternando il rapido e il lento che contrastano con la gentilezza dei preliminari.
Divarico ulteriormente le gambe, lo accolgo tutto con gran fervore e piacere, ancheggiando assecondanolo e sollevando il bacino aiutata dalle sue capaci mani per possederlo tutto, fino in fondo.
“Fammi godere di più, ti prego” Mi sfugge una voce roca, quasi una cantilena, un mugolato.
“Ti piace eh? Sei la mia bambola preferita!” Mi risponde orgoglioso mentre, senza tregua, continua martellante il suo “fuori e dentro” in me.
Non mi interrogo sulla sua sincerità. Voglio solo godere il più possibile. Credo ciecamente al fatto che lui mi riservi ogni volta un trattamento “speciale”, e questo basta per rendere idilliaco ogni nostro incontro.
E’ dentro di me, fiero e pieno, dolce e prepotente.
Ora pretende che mi giri, a quattro zampe. Mi vuole prendere da dietro, come un animale aggrappato alle mie tette.
Lo specchio del vecchio armadio ad ante posto proprio davanti a noi riflette il nostro atto, le nostre facce tese e appagate, le mie smorfie variabili ad ogni sussulto del mio corpo abbandonato a questo lussurioso piacere.

Si interrompe, scivola giù dal letto e pretende che lo segua ad una vecchia credenza adiacente al muro.
Mi trascino al bordo del materasso con l’organo in fiamme e con le gambe tremolanti, persino lo sfregare del copriletto sulla vagina mi regala altro piacere. Acconsento al resto del trattamento.
Mi aiuta ad arrampicarmi e mi siede sulla credenza. I nostri sessi sono paralleli. Dopo averla massaggiata donandomi una pausa di sollievo vi infila di nuovo il suo membro che, sulla durezza del mobile, si fa sentire in tutto il suo vigore persino su nello stomaco.
Dopo pochi colpi lo estrae, io lo catturo tra le mani ma presto scivola di nuovo via e torno a mangiarmelo, dentro. Teo continua con questo giochetto che mi fa decisamente impazzire.
Solo per caso noto un’ombra furtiva muoversi tra il tendone e il grande mobile della stanza o forse le ombre sono due.

Degli spifferi d’aria penetrano freddi dalle persiane che mi sembrano più scostate rispetto a poco prima.
Ho un sussulto che Teo ignora scambiando per un fremito di piacere.
Devo staccarmi dalla sua bocca, da quel bacio. Devo gridare, devo avvertirlo! Forse qui c’è qualcun’altro!
Non ne ho il tempo.
Una figura alta e robusta ha già afferrato Teo. Lo cinge con i bicipiti stretti mentre lui è ancora dentro di me.
Una seconda terribile sagoma si avvicina velocemente a noi. Ride e con un accento strano pronuncia eccitato qualche parola che si perde nell’aria.
Sono in preda al terrore. Percepisco i muscoli vaginali contrarsi tanto da farmi quasi male.
Il secondo omone ora infila uno straccio nella bocca di Teo poi lo benda stretto e lo lega con più giri di un cordone spesso e beige. Lo spingono in due a terra, sembra un lungo salame. Poi ferocemente riservano lo stesso trattamento di bendaggio anche a me. Sono riuscita a emettere solo un mezzo urlo prima di essere imbavagliata, spero qualcuno abbia potuto udirlo. Qui è tutto sempre così silenzioso… Tremo.
Un gusto di muffa mi riempie la bocca, lo straccio mi affonda fino nella gola provocandomi conati di vomito.

Teo si dimena, tenta di lamentarsi ma in cambio riceve soltanto numerosi calci ovunque e anche in faccia. Rivoli di sangue gli sgorgano purpurei dal viso.
Io sono in lacrime, immobile, pietrificata. Adesso si dedicano a me legandomi i polsi e le mani dietro la schiena. Sono ancora seduta sulla credenza, stringo le gambe per vergogna e difesa ma l’omone più grosso è in piedi davanti a me. Con forza me le divarica afferrandomi le ginocchia.
Ride, si mette proprio in mezzo slacciandosi i pantaloni. I nostri visi sono molto vicini, tento di ritrarmi all’indietro, schifata dal suo volto cattivo, dal suo alito maleodorante e da quel suo ghigno sadico incastonato in un orrendo doppio mento. Dimostra una cinquantina d’anni, è molto energico. Noto un’ascia da taglialegna che è posata per terra e a pochi metri da noi.
“Sei una baldracca eh?” “Adesso tocca a me, ti scopo io!” Dichiara l’animale mentre spinge il suo membro a fatica dentro di me.
Lo schifo mi assale, il vomito anche, sento un dolore lancinante come se mi stessero asportando l’utero a mente sana.
Poi tutto attorno a me si annebbia e si oscura.

La luna andò a nascondersi in cielo lasciando il suo posto ad una nuova alba mentre due ambulanze in emergenza raggiunsero la baita spaccando il silenzio con le loro terribili voci echeggianti in tutta la valle. Dalla lontananza si udirono in avvicinamento altre stridule sirene, probabilmente i carabinieri.
La civetta e le cicale si zittirono ammutolite.

Il proprietario dell’hotel, sbracciando terribilmente agitato, appena fuori dall’ingresso eretto teso e in piedi tra due panche di sasso e sotto ad un pergolato di Clematis, gridò: “ per di qua, per di qua!!! Gli hanno amputato le gambe! Fate presto!”

… The end.
(Black Lady)

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

41 thoughts on “(V.M) LA BAITA ( seconda e ultima parte)”

    1. Marirò…
      Certo che il mio maniaco appartiene ad un racconto ma purtroppo queste cose, qui portate all’esasperazione, succedono davvero e non ci si scherza come tu sai bene.
      Ma allora i thriller non esisterebbero. E’ solo una riflessione che ho voluto fare con te, indipendente dal tuo commento al quale rispondo scherzando… MEGLIO IL MARE!😊😉

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  1. Vedi? Avevo sbagliato: non erano né ricordi, né desideri deviati… era preveggenza 😉
    Letto il finale, riesce difficile dire “bello!” 😀 Ma questo è, e questo doveva essere 😉 Molto brava!
    Una volta Allan Poe spiegò perché nei suoi racconti c’erano sempre donne che morivano: il desiderio e la morte sono le due componenti che più affascinano il lettore. O qualcosa del genere 🙂 Bé… sicuramente sarebbe soddisfatto del tuo racconto! 😀
    http://www.wolfghost.com

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  2. E ora…

    Con gratitudine posto qui un ipotetico seguito pensato per me da CRISTINADELLAMORE e che ha appena postato sul suo blog.
    Vi invito col cuore a visitarla!😊
    Chapeau Cristina, fiera e orgogliosa del tuo seguito che incollo qui, per la qualità dello scritto e la scelta morale.
    ECCOLO. GRAZIE CRISTINA!

    Il tubino nero corto ed aderente nascondeva le mie cicatrici e metteva in mostra tutto il resto, le decolté tacco dodici mi avevano aiutato a darmi un’andatura barcollante: ero proprio una ragazza di città mezza sbronza e sperduta in una osteria di paese. L’unica donna: il nonno me lo diceva sempre, che il bar è per gli uomini.

    Mai entrato in vigore, qui, il divieto di fumo: tabacco nero, toscano, pipa, fumavano tutti e tutti bevevano un rosso spesso ed acre che avevo lasciato nel bicchiere dopo essermi bagnata appena le labbra, quanto bastava per lasciare il segno del rossetto sul bordo non immacolato. Rosso brillante, un segnale nella nebbia, un richiamo in più.

    Sempre più faticosamente avevo allontanato maschi più o meno in calore,tutti diversi ma accomunati dalla scarsa confidenza con acqua e sapone. Dovevo ancora aspettare; e finalmente una ventata gelida, un coro di bestemmie e di saluti; senza bisogno di voltarmi sapevo che era entrato proprio lui, quello che stavo aspettando.

    Sentivo il suo sguardo sulla nuca, scoperta dall’acconciatura che avevo scelto con molta attenzione; poteva vedere poco del resto, ma avevo previsto che gli amici , tra un sorso e l’altro, mi avrebbero descritta, a voce neanche tanto bassa, con dovizia di particolari. Inconveniente, parlavano un incomprensibile dialetto pieno di gutturali e di aspirazioni, magari si stavano solo raccontando una barzelletta, a quello che potevo capire.

    Se era una barzelletta, doveva essere oscena ed io ne ero la protagonista, perché dopo uno scoppio di risate, in un lampo, me lo ritrovai davanti, chino su di me a godersi una parte dello spettacolo; l’abito era accollato ma aderentissimo, e la parte superiore di stoffa molto sottile.

    Lo lasciai guardare quanto basta prima di dirgli di accomodarsi, e mi mossi leggermente sulla sediaccia di legno da osteria; il mio seno seno gli fece un cenno di saluto. Non basta, preso di nuovo il bicchiere mi bagnai le labbra con quell’impossibile vinaccio e ci passai sopra la lingua. Molto lentamente. I suoi occhi diventarono due spilli, sentivo davvero la puntura lì dove erano fissi: proprio quello che volevo, farlo perdere nei particolari che gli mandavano richiami sessuali e non vedere lo spettacolo per intero.

    Mi fece portare un’altra brocca di vino senza nemmeno chiedermi se voglio ancora bere. Nessuna importanza, mi appoggiai alla spalliera, mi misi di traverso ed accavallai le gambe, molto in alto. Avevo provato e riprovato, non sentendomi sicura dopo la riabilitazione, e riuscii al primo colpo ad incrociare le caviglie: lo scopo era far risalire l’orlo del vestito appena quanto bastava per mostrare l’alto bordo di pizzo delle autoreggenti.

    E intanto lui parlava ed io facevo finta di ascoltare: in realtà stavo già vivendo i minuti successivi, per essere sicura di non sbagliare niente: lui era alto venti centimetri più di me, e pesava cinquanta chili di più, quindi mi ripetevo di stare molto attenta.

    Finalmente lui si alzò e mi tese la mano. Io la accettai, mi alzai a mia volta, un po’ a fatica, e lo seguii attraverso il locale, conscia del brusio di sorpresa degli avventori: non avevano creduto che potessi fare la mia scelta così in fretta. Non potevo vederlo in faccia, ma ero certa che avesse una smorfia soddisfatta che gli scopriva i denti irregolari e non curati, una smorfia che conoscevo bene.

    Mi fece cenno di salire in macchina: ovviamente non gli passò nemmeno per la testa di aprirmi lo sportello. Meglio così, entrando nel macchinone vecchio e sporco feci del mio meglio per mostrargli quello che ancora non aveva visto e che alla luce della lampada di cortesia si poteva solo intravedere. Rimase sorpreso.

    “Portami da qualche parte, ma in fretta, non posso più aspettare. Perché credi che non abbia indossato le mutandine?”, gli dissi sfiorandogli con una carezza la coscia attraverso il consunto cotone dei jeans che indossava e che non aveva probabilmente mai lavato da quando li aveva comprati. Mi rispose con un grugnito, e poi imballando il motore.

    “No, non vengo a casa tua, infilati dietro quegli alberi, in macchina c’è abbastanza spazio. Bravo, così”. Frenò di colpo e mise quasi di traverso l’auto. Perfetto. Poi allungò le mani. Un po’ meno.

    “No, omaccione, non così. Abbassa il sedile e tirati giù i pantaloni, ci penso io a te”.

    Buio, un paio di lampioni in lontananza, ed eccolo lì, proprio dove lo volevo, jeans e mutande alla caviglia, un uccello di ragguardevoli proporzioni già quasi in erezione. Scavalcai con attenzione la leva del cambio e mi misi a sedere a cavalcioni.

    “No, no, non hai bisogno di togliermi il vestito, stai tranquillo e lasciami fare”, e cominciai a muovermi, molto lentamente, dopo essermi appena sollevata. Un altro grugnito, e finalmente chiuse gli occhi.

    Senza smettere di muovermi frugai silenziosamente nella borsetta, e intanto gli dicevo che sentivo che stava diventando grosso e duro, ancora più grosso e più duro di quanto avevo potuto immaginare, e che non vedevo l’ora di prenderlo dentro, e che lo volevo anche dietro, nel culo, e che mi piaceva tanto già così. Lui stava sempre con gli occhi chiusi.

    Li spalancò quando gli infilai il coltello a serramanico subito sopra l’ombelico, sangue che schizzava ed un urlo. Un altro urlo quando affondai la lama in mezzo alle gambe, l’ultimo quando la estrassi tagliando tutto quello che c’era da tagliare. L’ultimo perché lo soffocai con quell’uccello così grande e duro. Era ancora vivo”

    “Molto più bello che con il tuo amico, lui è morto troppo in fretta”, gli dissi prima di scendere dalla macchina.

    http://cristinadellamore.wordpress.com/

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  3. E qui, in questa seconda parte del racconto, un po’ di sadismo ce lo metti, cara Nadia, sadismo commisto a metafore ben riconoscibili, come quella di stringere la chiave e di usarla per aprire la porta. L’erotismo sconfina nell’orrore, in un orrore non programmato né desiderato. Qui c’è un po’ di violenza sadica, seppur non pienamente votata al sadismo: l’irruzione dei due sconosciuti è più versata alla distruzione sistematica e fisica. Gli amanti diventano vittime, vittime di una violenza e di una barbarie fine a sé stessa, amputando di fatto l’erotismo che la coppia viveva.
    Mi hai spiazzato: immaginavo infatti una fine diversa per questo racconto. E non di certo una fine in stile horror, quasi alla Stephen King. 😉 Brava, molto brava.

    Beppe

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  4. Si, il mio intento era quello (è quello) di inserire dosi variabili di noir dentro a tutti questi racconti o comunque mimetizzarli un po’ in un altro genere, magari di narrativa.
    Una caratteristica che dovrebbe personalizzarli, almeno credo.
    Grazie per il bel riferimento a King, che adoro, specialmente nei suoi primi bestseller.
    Ciao Beppe!

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