(V.M) LA FESTA IN MASCHERA.(parte 2)

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

“Sei tu l’artefice dell’invito? Mi conosci, non è vero?” Gli domando maliziosa accelerando il passo e affiancandolo.
“Quale invito?” Si arresta come stizzito.
“ Dai, l’ho trovato nella mia cassetta della posta! Lo sai anche tu di cosa parlo, senza quel biglietto non si può accedere alla villa, lo chiedono all’entrata quei tizi no?” Sorrido falsamente ingenua indagando la sua sincerità.
“Non so di cosa stai parlando!” Mi risponde secco e alterandosi. Per qualche secondo mi pare di scorgere in lui una lieve contrazione della mascella, di quell’unica parte di viso non coperta dal mascherone nero.
Fortunatamente il mio accompagnatore muta quasi immediatamente quella sua espressione e, parendo più rilassato mi domanda:” comunque sei qui per divertirti no? Vuoi provare qualcosa di diverso giusto?”
Mi limito un po’ confusa ad accennare un si muto, soltanto flettendo la testa, dei dubbi mi assalgono.
“Non perdiamo altro tempo, su andiamo!” Mi intima.
Noto attraverso la mia maschera che anche l’altra coppia si è arrestata dietro di noi, aspettano immobili a circa un metro di distanza.
Ora ripartiti, quasi in una fila all’indiana ci accingiamo ad attraversare il locale. Lui, che ci precede, ogni tanto si volta ad osservarmi con un sorriso avido, colmo di voglie. Cammina in maniera buffa, una mano incollata alla grande patta e una impegnata a sorreggere quella candela.
Io ricambio, questa ambigua situazione mi sta eccitando ancora di più e, sebbene abbia già subito diverse volte quel giochino con la cera, non vedo comunque l’ora di passare all’azione.
Anch’io stanotte vorrei essere una musa del desiderio per tutto il mio pubblico mentre prendo e accolgo tutto il possibile dentro di me. Vorrei che i presenti desiderassero davvero avermi, tutti quanti, uno dopo l’altro preferendomi a tutte le altre donne del locale, anche più giovani e belle di me. Vorrei essere adorata per la mia sensualità, per la mia esperienza, per la mia sapienza e, nel contempo, mi piacerebbe davvero poterli accontentare tutti, chi fisicamente, chi soltanto moralmente. Ma andrei in estasi nel sentirmi tutte quelle mani addosso, scivolare su ogni centimetro della mia pelle, dentro e fuori, davvero tutte, insieme e senza tregua.

Mi incanto nell’osservare due donne baciarsi e toccarsi con una indescrivibile passione, così, semplicemente in piedi, appoggiate al muro in fondo al salone accanto ad un altro portone anch’esso lasciato aperto e dal quale si dipartono altri corridoi ed una scala per i piani alti della villa.
Mi sento girare la testa. Attimi di euforia si sostituiscono ad una lieve ansia mista a smarrimento e d’un tratto mi trovo rapita da ricordi.

IO:
ragazzina timida, introversa. Alla scuola superiore ero la campionessa di scene mute durante le interrogazioni. Vestivo abiti di terza mano ereditati da mia zia o, quando mi andava meglio, dalle mie tre sorelle più grandi.
Mio padre e mia madre si separarono quando compii 14 anni. Mamma cominciò a bere. Papà non lo vidi più.
Mamma mi ha eccessivamente amata e viziata, d’altronde ero la più piccola e a mia volta, mi rimostravo la più affettuosa.
Rappresentavo l’esatto opposto delle mie sorelle, io assomigliavo più a lei.
Anna, Lucia e Ilaria erano delle pure egoiste. Non ricordo una volta, una sola volta, in cui avessero saputo rinunciare a qualche uscita o a qualche ora di divertimento per fare compagnia a nostra madre. Io invece preferivo stare con lei, le sedevo accanto, osservandola con amore, per ore, mentre lei, come al solito reggeva il suo bicchiere di Gin e a volte la osservavo riflessa per uno strano gioco di luci dentro al suo stesso bicchiere sempre rabboccato da quel liquore che, soltanto qualche volta, era sostituito con del Marsala. Con un gesto piuttosto isterico e impreciso della mano sinistra si scostava qualche capello grigio che le era ricaduto spettinato sulla bocca, a volte quel gesto lo ripeteva a vuoto, senza che ne esistesse effettivo bisogno. Con l’altra mano sorreggeva traballante il suo bel bicchierone, e sorseggiava così lentamente ma di continuo, in inverno con lo sguardo perso tra le fiamme del camino e in estate rivolto assente alla grande pianta del piccolo giardino, visibile dalla finestra del soggiorno, che lasciava sempre aperta, anche di notte. “Nessun ladro ruberà qui! Basterà guardarmi in faccia per capire che sono già povera!” Soleva ripetere se qualcuno la rimproverava per questo motivo e con quelle parole intendeva dire che era vuota dentro; questo era esattamente il suo concetto di miseria.
Per questo mi raccomandava di non fidarmi e tantomeno innamorarmi mai degli uomini. “Ti auguro di diventare una vera egoista! Solo così non soffrirai!”
Mi ripeteva continuamente di essere prudente, di non farmi catturare dalla trappola dell’amore perché, inevitabilmente:” qualsiasi sentimento, proprio qualsiasi, un giorno o l’altro è destinato a finire, sempre!”
E quando smetteva di parlare ricominciava a mordicchiarsi le unghie, nervosamente. Erano così consumate e brutte… mangiucchiate così tanto da crearle continue infezioni.
Le sue mani le ricordo sempre zeppe di cerotti che applicava più volte al giorno sulla punta delle dita, per evitare di ricadere in quel brutto vizio ma… ben presto puntualmente li rimuoveva e ricominciava di nuovo, da capo, la sua ghiotta rosicchiata.
Non ricercò mai più la compagnia di nessun altro uomo.
Morì sola, tra le mura domestiche per un ictus, in uno dei pochi pomeriggi in cui mi costrinsi ad uscire, davvero forzandomi, per dimostrare alle mie compagne di liceo di essere una ragazza normale, attiva e socievole.
Detestavo il mio corpo, magro, minuto, quella prima di reggiseno. Mi odiavo. Odiavo la mia pelle troppo bianca, la mia vita troppo tranquilla e solitaria, insignificante.
Ruppi 3 specchi. Una delle mie sorelle la terza volta mi picchiò, era arrabbiatissima sebbene avessi ripulito tutto da sola.
Rimasi sola ad occupare quella grande casa. Una mia sorella si sposò inscenando un moderno matrimonio “di convenienza”. Un’altra emigrò per lavoro in Russia e la maggiore, l’unica laureata, fu prescelta per la direzione di una multinazionale torinese.
Utilizzai una parte della mia eredità per rifarmi il seno, con il resto e grazie ad un cospicuo mutuo la villetta a schiera divenne a tutti gli effetti mia.
Trovai un lavoro come barista, ben remunerato sebbene potessi osservare le lancette dell’orologio compiere un giro completo ogni volta prima di poter smontare dal mio turno.
Cominciai anch’io a consumare alcolici, tuttavia con discreta moderazione.
Mi ritrovai a detestare il mio passato, la persona che ero sempre stata, l’eccessiva timidezza, i miei intoccabili tabù. Era finalmente giunto il momento di dimostrare al mondo quanto potessi cambiare.
In bene o in male? Non mi importava.
Essere diversa da mia madre e dalle mie sorelle era l’unico mio obiettivo, un impegno con me stessa, una vera e propria missione.
Dopo il mio turno di lavoro cominciai a frequentare alcuni clienti del bar, uno per ogni sera, anche uno ogni ora. Qualcuno ci teneva a ripagare i miei servizi, altri no. Io non chiedevo compenso comunque. Nemmeno lo rifiutavo.
Loro apprezzavano il mio corpo, magro e formoso allo stesso tempo e il mio colorito particolarmente pallido. Ero simile ad una bambola di cera.
Grazie ai miei servizi extra, il bar si riempiva di più, sera dopo sera. Mi venne persino riconosciuto un aumento, erano tanti coloro che preferivano essere serviti da me. Tutti passavano da lì per cercare di accaparrarsi una serata “da sballo” con una tipa stramba, sessualmente attiva e fuori di testa. Più di uno credeva di avere a che fare con una ninfomane ed io glielo lasciavo pensare.
A furia di obbligarmi al sesso accadde che cominciai a provare davvero piacere.
Cambiare partner ogni sera era divertentissimo. Eccitare ed essere eccitata diventò un piacevole gioco.
Alcune mattine, all’alba, tornavo al mio appartamento soddisfatta, altre un po’ meno quando mi trovavo accanto un amante inesperto. Preferivo di gran lunga gli uomini più grandi di me, maturi.

E… stasera sono soddisfatta perché il mio accompagnatore, giudicando dalle rughe che vagamente sono riuscita ad ammirare sul suo volto, nonostante il travestimento, mostra circa una ventina d’anni più di me.
Adoro l’uomo maturo, poiché resta spesso più fragile e più soggetto ad innamorarsi, inoltre è di gran lunga migliore a letto.
E questo è un altro principale obiettivo della mia vita: scopare per ferire.

“Ora si che sono pronta! Divertiamoci pure tesoro!”
Mi sovviene l’irrefrenabile istinto di allungare un braccio tra le sue cosce, mentre cammina e con il palmo della mano rivolto verso l’alto gli afferro in un tutt’uno la delicata carne che percepisco sotto la stoffa rigida dei suoi pantaloni di velluto grigi.
Lui sussulta ma mantiene comunque il suo passo fingendo indifferenza.
Ci avviamo per un nuovo corridoio mentre da porte chiuse o semi-chiuse si odono gemiti e versi sommessi o acuti, latrati o grugniti, respiri che risuonano come una sofferta canzone sulle note della musica che giunge ormai in lontananza, alle nostre spalle.

(… continua)
Black Lady

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

25 thoughts on “(V.M) LA FESTA IN MASCHERA.(parte 2)”

    1. Fai ciò che ti senti carissima nuova amica. Se vuoi “buttare su carta” non sarò io quella che te lo impedirà.
      Il mio seguito penso arrivi a fine settimana. Boh, dipenderà dal tempo che avrò a disposizione.
      L’autunno mi sta iperstimolando!
      Poveri voi!😉

      Liked by 1 persona

  1. Molto interessante la parte introspettiva. Non so se, da scrittrice, hai sentito l’esigenza di “giustificare” comportamenti e scelte di vita forti, che nascono dalla solitudine e dall’amarezza di una non bella giovinezza.
    Una puntata che mi è piaciuta. Vado alla conclusione.

    Liked by 1 persona

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