LA BUONA STELLA.

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 “Spingi!”
“Sto provando, davvero! Ma… non ce la faccio!”
Debora giaceva sudata, il tubicino della flebo di ossitocina dondolava al di là del lettino, nel vuoto, tra il suo braccio e un macchinario rettangolare di acciaio sul quale lampeggiavano dei led bianchi e verdi e che, di tanto in tanto, emetteva dei suoni a intervalli irregolari.
“Adesso devi proprio impegnarti altrimenti saremo costretti a praticarti un cesareo!”
Dalla saletta adiacente giunse un pianto acuto, forte. Sulla soglia dello stanzino semi-buio, nel quale qualcuno si era preso la briga di appendere alcune lucine Natalizie colorate, comparve in controluce la sagoma del ginecologo.
“Ho bisogno qui!” Gli intimò l’ostetrica.
Debora voltava continuamente la testa sulla sua branda, a destra e a sinistra, pareva  una posseduta. Teneva gli occhi chiusi e di tanto in tanto emetteva degli strilli acuti e qualche lacrima le scivolava sulle gote ricadendo sulla federa bianca.
“Mi aiuti, non ho più le contrazioni, non le sento. La prego!” Implorò Debora intuendo la presenza del ginecologo e, giudicando dal suo tono di voce, fu chiaro a tutti che la donna fosse ormai senza forze.

*

Edward indossava un paio di pantaloni a coste di velluto beige, tanto larghi da non far altro che risaltare la sua pallida magrezza.
L’avevano soprannominato sin da piccolo Big Eyes per via dei suoi occhi azzurri grandi come due noci e sebbene gli appartenesse una lieve forma di strabismo,  quel visino sottile e spigoloso regalava più o meno la stessa sensazione che sovviene, per contro, osservando dei fari accesi dentro ad un cielo completamente nero.
Edward era stato abbandonato da sua mamma praticamente appena nato. Fu messo in un cestino di vimini e, come un gattino, fu coperto con un asciugamani e lasciato furtivamente davanti al portone dell’orfanotrofio. Per fortuna spirava un leggero vento tiepido e primaverile.
Un collaboratore, transitando davanti al portone, udì un pianto di neonato provenire dall’esterno. Ritirò il cesto leggero scoprendo quella minuscola creatura che si agitava nel suo giaciglio, sbattendo le braccia e tenendo tese due dita di una mano quasi a simboleggiare il gesto della vittoria. Quel neonato era più bianco di un foglio di carta e proprio a causa di questo fu quindi immediatamente chiamato Edward. Il suo soccorritore nutriva un debole per Tim Burton.
Trascorsero undici lunghi anni.
Edward divenne un bimbo diligente e affettuoso, dimostrava di voler bene a tutti perciò risultava impossibile non ricambiarlo. Tuttavia, le rare volte in cui una coppia giungeva in orfanotrofio per una visita a qualche bimbo con l’intenzione di adottarlo, occorreva prendere il provvedimento di confinare il ragazzino nella sua stanza. Più volte, in quelle occasioni, era capitato che Edward si comportasse da pazzo furioso cominciando a gridare, o anche imprecare, per scoraggiare visibilmente i neo-genitori o chiunque avrebbe potuto privarlo per sempre di qualche suo compagno, amico e fratello.
Fortunatamente nel salone quella sera regnava la solita atmosfera che non si poteva definire serena, bensì solamente tranquilla. Edward, come sempre, cenò con i suoi compagni sul lungo tavolone di legno chiaro ricoperto dalla tovaglia di carta. Sebbene l’orfanotrofio fosse di matrice cattolica e quella fosse la notte della vigilia di Natale, fu servito a tutti i ragazzi e senza alcun cerimoniale, il consueto brodo verde e caldo nel quale, ovviamente come sempre, galleggiavano un paio di crostini bruciacchiati. Il ragazzino, forse sorridendo appena e inclinando con evidente esperienza la grande tazza, pensò bene di utilizzarla per un gioco di gara. Quale dei due rettangolini di pane arrostito sarebbe giunto prima all’altra sponda della stoviglia?

*

Michele aveva il vizio di correre sempre troppo in auto. Da qualche anno occupava un impiego di prestigio in una multinazionale della capitale.
Non amava particolarmente quella vita da pendolare, tuttavia lo stipendio percepito gli valeva senza dubbio tutto quel tragitto. La campagna di Sgurgola distava da Roma ottanta chilometri, parecchi dei quali percorsi nello stesso e noioso tratto autostradale.
Aveva ormai perso il conto delle multe ricevute in quell’ultimo biennio per eccesso di velocità.
E quando al sabato mattina, ogni sacrosanta volta e per più di un’ora si ritrovava pressato in coda tra massaie insofferenti e chiacchierone presso il piccolissimo ufficio postale del suo paese, sbattendo a mo’ di ticchio il suo bel ciuffo castano si riprometteva di non superare mai più il limite consentito. Era pronto a giurare di poter divenire un autista modello.
Ma quando giungeva di nuovo e inesorabilmente il lunedì, non appena oltrepassato il casello di entrata nell’autostrada, preso dalla guida del suo lucido e curatissimo BMW nero e con lo stereo a palla, Michele dimenticava presto ogni buona intenzione premendo ancora a tavoletta quell’acceleratore maledetto.
E quella sera, per nulla differente da ogni altro giorno feriale, desideroso di tornare rapidamente alla sua dimora, percorreva il consueto tratto di strada. Il clima nell’abitacolo era piacevole grazie al condizionatore acceso sebbene il cruscotto indicasse una temperatura esterna di “meno uno” e il contachilometri i centoquaranta all’ora.

*

Enrica si guardò allo specchio con lo sguardo vuoto, notando delle occhiaie nere che scolpivano le guance smagrite e contemplando per qualche minuto il suo volto segnato da diverse rughe sulla fronte e perpendicolari all’attaccatura del naso.
La sua relazione con Marco si trascinava in malo modo da troppo tempo.
Forse ormai convivevano soltanto per abitudine, per comodità.
Marco non le chiedeva più da tempo di fare l’amore, ogni sera al suo rientro, dopo aver cenato insieme ma in rigoroso silenzio era solito accomodarsi già in pigiama sul divano alternando la lettura di un libro a quella minuziosa di un quotidiano.
Per svariati mesi Enrica aveva tentato di ritrovare un punto di incontro col compagno. Prendendo sempre l’iniziativa aveva cercato di stimolarlo in una qualche conversazione che potesse attirare la sua attenzione domandandogli della giornata lavorativa, un riassunto delle sue letture o persino intavolando lunghi monologhi su argomenti di attualità cogliendo spunto dai fatti di cronaca del quotidiano.
Spesso, quando andava meglio, riceveva per tutta risposta soltanto dei monosillabi come: “Ah, davvero, oh, sì, no, può darsi.”
Si era persino regalata un nuovo completino intimo rosso di pizzo che aveva osato indossare soltanto qualche sera prima e, mentre Marco era intento a leggere il suo thriller, Enrica pensò bene e così agghindata di farsi notare spolverando il mobile del soggiorno. Marco, distratto da movimenti strani, distolse lo sguardo dalla sua lettura per meno di un secondo azzardando appena: “ti sembra l’ora di pulire questa? Rilassati!”
Certo! Cosa del tutto normale se al 20 di dicembre, alle ore 22.45 vien voglia di pulire casa con un perizoma succinto rosso e un micro-reggiseno quasi trasparente.
Enrica si dileguò silenziosamente in camera da letto, infilò il suo pesante pigiama rosa di flanella, i calzettoni a scacchi e sparì sotto al piumone. I due, come spesso accadeva ultimamente, non si scambiarono nemmeno la buonanotte.
Le festività possono divenire davvero terribili in queste circostanze.
Enrica si lavò la faccia con l’acqua fredda pensando che quella stessa notte, quasi tutte le famiglie avrebbero consumato una cena speciale attendendo con ansia la mezzanotte. O magari si sarebbero prima recati alla messa e tutti, infine, si sarebbero scambiati i regali tra abbracci e sorrisi e, soprattutto, sarebbero stati orrendamente felici.
Trascinando i piedi, infilati in due ciabattoni di pelo grigio, pensò di uscire sul balcone per fumarsi l’ultima sigaretta della giornata prima di andare finalmente a dormire. Si augurò un sonno pesante, lungo, magari fino all’ora di pranzo, in modo da evitare almeno per metà quella schifosa giornata.
Quanto avrebbe desiderato odiare davvero il Natale e anche Marco ma, dentro di lei, teneva ancora troppo a tutti e due.

*

ENRICA.

Ma tu guarda… una stella cadente! Che strano! Siamo in pieno dicembre. E come l’ho vista bene! Quasi quasi esprimo un desiderio. Sì, lo esprimo. Mi sento un po’ scema ma in questo momento così disperato posso tentare anche questa.
Bè, allora… Desidero… Cioè… Forse meglio che dica “chiedo!” Sì, chiedo a questa stella di fare in modo che io e Marco possiamo tornare a volerci bene, ad amarci e rispettarci, magari dialogare e anche fare del sesso. Non ho mai desiderato un altro uomo, lui è ancora il mio tipo. Certo, forse invecchiato… Ah come era bello quando ci siamo conosciuti! Allora non aveva quella doppia pancetta, il suo fisico era certamente diverso ma… in particolare ne amavo il sorriso. Sì.
Ecco, devo essermi fumata anche il cervello. Brr che freddo! Ora torno in casa. Ma che belle le decorazioni che ha appeso sul suo balcone la nostra vicina. Ah, se non fossi stata così depressa avrei certamente pensato anch’io a mettere qualche ghirlanda o, piuttosto, avrei disseppellito il piccolo alberello bianco dal cumulo di cose inutili in cantina. L’avrei addobbato come si deve piazzandolo poi accanto alla televisione. Invece ecco qui! A casa mia non c’è nulla che indichi questa festa.
Peccato. O forse meglio così.

“Enrica! Entra che fa freddo!”
“Che te frega? Ho forse dimenticato la porta-finestra aperta? Adesso mi hai davvero rotto! Non ti importa nulla di me, fammi ammalare in pace, almeno. Ma te guarda, quello non parla mai, adesso mi dice anche cosa devo fare.”
“Enrica entra!”
“Cosa c’è? Non stai bene? Ti serve qualcosa? Oh ma ti sei impazzito?”
“Enrica… scusa. Oggi è la vigilia di Natale.”
“E allora? Tutti i giorni sono uguali per te, adesso cosa ti viene in mente? Non vedi? Non devo andare da nessuna parte, non abbiamo impegni, cene, messe, non abbiamo invitato nessuno, ho il pigiama. Hai notato che sono pronta per andare a letto?”
“Smettila di piangere. Enrica… Scusa.”
“Eh?”
“Scusa. Sono stato per troppo tempo un egoista ma oggi, non so il perché, mi sono reso conto di aver sbagliato. Ti ho trascurata. Credo che l’abbia fatto perché sono un po’ insoddisfatto di me, insomma… Sai, la situazione al lavoro non è certo cambiata, è soltanto peggiorata. Da quando mi hanno cambiato mansione… E poi mio padre, il suo Alzheimer. Tu lo sai Enrica, no? Passo da lui tre volte al giorno. Insomma, sono un po’ stressato e insoddisfatto e quando arriva sera desidero soltanto stare tranquillo.”
“Ti va di fare l’albero di Natale?”
“Scendo subito a prenderlo. Oh, lo sai, era da mesi che non sorridevo più! Dunque mi perdoni? Grazie Enrica. Grazie. Ti amo.”

*

MICHELE.

Ma possibile? Quella è una stella cadente! Una stella cadente alla vigilia di Natale e per di più vista per caso dal lunotto anteriore dell’auto! Che culo.
Dai, dai, dai! Ah se potessi… Io a questi qui gli toglierei la patente! Ma lo vedi come va piano? E togliti! Hai prenotato la corsia? Adesso gli lampeggio.
Mah, forse è meglio che rallento. Sto qui ogni volta a dannarmi per superare questi qui, ma io dove credo di andare? Se la matematica non è un’opinione, rallentando di almeno 20 all’ora tornerei a casa soltanto 15 minuti dopo. Sono così importanti? Mi sono stancato di pagare multe, di fare file in posta e anche di correre. Stavolta dico davvero! Anzi, guarda stellina… adesso mi infilo buono buono nella corsia centrale e faccio il bravo. Promesso. Non ti deluderò.
Ma tu guar…
… Che stronzo! Se fossi rimasto sull’altra corsia… Quel camionista è uscito senza guardare! Per un pelo non succede un casino.
Meno male va!
Nella migliore delle ipotesi avrei distrutto la macchina e domani non avrei potuto incontrare Ida. So quanto teneva a quel corso. Anche se mi è costato un occhio della testa sono davvero felice. E’ proprio vero: c’è più gioia nel dare che nel ricevere! Non vedo l’ora di scoprire che faccia farà. Le voglio davvero molto bene.
Domani sarà certamente un Natale memorabile.

*

EDWARD.

“Edward! Abbiamo una famiglia per un’adozione!”
“Vado in camera mia.”
“Edward… non puoi. Stavolta è diverso.”
“Diverso cosa? E’ sempre la stessa storia. Vengono qui la prima volta, poi tornano la seconda e ancora la terza, la quarta… E infine si portano via qualcuno. Se sto qui… Giuro che gli passerà la voglia!”
“Edward, calmati! Siediti un momento. Sai, questa volta… Questi signori stanno arrivando per te.”
“Per me? Per me?”
“Cosa fai? Piangi? Ehi, Edward! Devi esserne felice, capisci? Probabilmente anche tu avrai una famiglia. E’ meraviglioso.
“Io… io non voglio!”

O forse si. Forse è quello che aspettavo. O magari no. Non lo so…

“Ciao Edward, io sono Anna e lui è Miguel. Hai degli occhi meravigliosi. Sai che coincidenza? Mentre stavamo venendo qui da te, per conoscerti, abbiamo notato una stella cadente. Io trovo che possa essere un messaggio. Tu cosa ne pensi? Ehi, fatti guardare. Sei stupendo sai?”

*

DEBORA.

“Allora, adesso proveremo a fare la manovra. Debora sei qui sola?”
“Si.”
“Come ti senti?”
“Male, malissimo.”
“Debora, Debora! Presto! La stiamo perdendo!”

Cosa è successo? Dove sono? Oh mio Dio, ho partorito!
Sarà mica mio figlio. Quanto è bello! Dorme. Pare un angelo. E’ biondo come me.
Sarà dura prendermi cura di lui da sola ma prometto che cercherò di essere un’ottima madre. Sono già innamorata di lui. Ma che bel visino, che manine piccole e che piedini perfetti.
Ahi! Sono un po’ dolorante ma lo voglio prendere e stringere, devo tenermelo un po’ addosso.
Che gioia grande! Questo figlio è la cosa più bella che mi sia mai capitata. Sono lieta di non aver ceduto alla tentazione di abortire. Come avrei potuto?

“Debora, ciao! Come va? Hai visto tuo figlio? E’ bellissimo e lo sai? E’ nato due minuti dopo la mezzanotte e quindi il giorno di Natale. Sei contenta?”
“Oh è meraviglioso. Posso davvero prenderlo dalla culla?”
“Certamente. Se tutto va bene tra un paio di giorni potrete far ritorno a casa. Simone è forte e sano. Sai, appena ti ho riaccompagnata col lettino qui in camera, per caso, osservando fuori dalla finestra ho scorto nel cielo una grossa stella cadente. Ecco… credo che qualche angelo abbia vegliato su di voi stanotte. Tutto bene quello che finisce bene! Su prendilo! Non aver paura e riposate insieme. Buona notte. Se hai bisogno di me suona pure il campanello, te lo sistemo qui, così. Sarò di turno fino a domattina.”

Forse per tutti esiste una buona stella e il Natale può essere davvero magico.
Basta crederci!

AUGURI.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

24 thoughts on “LA BUONA STELLA.”

  1. Io che sono la “signorina finali tristi” mi sono commossa leggendo questo post palpitante, basato su tesi e antitesi: situazioni in larga misura drammatiche che come per magia si trasformano, sulle ali del vento del bene, quasi una buona fata o un angelo avessero deciso di intervenire per mutare le cose.
    Voto: dieci.
    Buon Natale 🙂

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    1. Si. Credo che la vita di tutti sia composta di alti e bassi. A volte ci si arrende e ci si crogiola nella tristezza o nella sfiga. Ecco. Non saprei dire se l’augurio nel mio racconto sia di credere alla magia del natale o di creare la magia del Natale.
      C’è sempre qualcosina sulla quale riusciamo ad intervenire. Poi ovviamente in altre circostanze restiamo succubi dei fatti o del fato. Ma sono convinta che un colpetto di anche ogni tanto ci possa aiutare a resistere in equilibrio. Comunque Buon Natale! E grazie Gianpaolo.

      Liked by 1 persona

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