BOHEMIAN RHAPSODY.

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Il semaforo era rosso, in lontananza. Le auto ferme e incolonnate potevano sembrare la lunga coda di un drago di cui, a malapena, fosse possibile immaginarne la testa, lontano, giù in fondo; così incastrata tra le montagne ocra e brulle che circondavano la provinciale su tre lati, pareva la serrassero nella gola di una immaginaria creatura ancora più grande. Da quel serpentone sbuffavano ad intermittenza polveri grigie provenienti dai vari tubi di scappamento. Lateralmente alcune nuvolette quasi bianche, più ridotte e certamente di qualche sigaretta, si liberavano come respiri di condensa da alcuni abitacoli e scivolavano dai finestrini abbassati per poi diffondersi e allargarsi fino a confondersi svanendo nell’aria gelida.
Il termometro digitale del cruscotto indicava meno cinque. L’inverno era sopraggiunto all’improvviso con tutta la sua forza sebbene le cime dei monti non avessero ancora ricevuto nemmeno una misera imbiancatura. La neve aveva tardato la sua comparsa e, come spesso accadeva da qualche tempo a quella parte, sarebbe probabilmente caduta più in là, quando nessuno ne avrebbe più percepito la mancanza ormai desideroso della primavera.
Osservando quelle linee curve e armoniche che si stagliavano nel suo orizzonte, Edo si immaginò alcune donne come giganti, distese supine, e quei monti sodi si trasformarono magicamente in grandi seni accolti e accarezzati a mani piene dal cielo. E quest’ultimo, di un azzurro un po’ smonto veniva attraversato dai primi opachi raggi del sole. Con il loro tocco leggero avevano acceso d’oro ogni cosa a terra, viceversa tingevano di scuro i pendii, incastrandovi ombre grandi e squadrate.
Qualche merlo impavido attraversava la strada a pochi metri da terra in cerca di qualcosa da infilarsi nel becco.
Le piante del tutto spoglie che segnavano la fine della campagna, mostravano vulnerabili diversi nidi ghiacciati e abbandonati a se stessi e alla loro secca fragilità.
Il rigore austero della montagna a ovest era interrotto da una macchia chiara, quasi candida: una cava condannata ad esibire per sempre e fin dentro le sue viscere la propria vergognosa e nuda intimità.
Ogni giorno Edo percorreva quel tratto di strada e per sfuggire alla noia e alla consuetudine si lasciava volentieri trasportare dall’immaginazione. Inconsciamente i suoi pensieri prendevano il sopravvento nella sua mente del tutto liberi e modificandosi di giorno in giorno, adattandosi alle energie, all’umore, al tempo e alle più svariate circostanze.
La vita di Edo, così su due piedi, non pareva un granché.
Ormai profondamente deluso dalle relazioni, dalle amicizie e non ultimo dall’ambiente lavorativo, aveva rinunciato a riaprire il suo cuore alle emozioni isolandosi dal mondo e evitando qualsiasi sorta di comunicazione verbale e persino non verbale.
Si percepiva arido, meccanico. Si paragonava ad un robot che eseguiva le azioni necessarie al fine unico della sopravvivenza.
Dieci anni erano trascorsi così, da Sara.
Definirla bellissima sarebbe stato veramente banale. Oltre che di bell’aspetto Sara era buona. Una di quelle pochissime persone che non appena le incontri risultano tanto trasparenti da indurre a pensare di conoscerle da sempre e fin dentro all’anima. Sara era sensibile, sempre disponibile, delicata, fine, educata.
Sara era l’Amore.
Sara sapeva di buono e il suo profumo, soltanto a pensarci, si materializzava ancora nell’abitacolo freddo e umido dell’auto. Mentre Edo osservava ancora stranito oltre il cruscotto assopito da uno stato di semi-coscienza, gli parve di visualizzarla proprio lì, dinanzi a lui, al lato della strada, come fosse reale.
Sara lo osservava gesticolando con la mano invitandolo a lasciare l’abitacolo e raggiungerla. Sorrideva.
Edo percepì tutt’a un tratto il suo cuore battere forte e si lasciò penetrare da mille sensazioni tutte piacevoli e tutte insieme. La sua Sara! Quante e troppe volte avevano fatto l’amore in ogni angolo della loro casa e quanto adorava sorprenderla in cucina, mentre era intenta ai fornelli. Con un abbraccio e uno strattone la obbligava sul tavolo rettangolare di rovere e Sara con un’espressione stupita e fingendo di dimenarsi con serietà soleva esclamare: “Dai Edo! Ma.. adesso?” Ma la sua voce eccitata e sommessa, tradiva ogni parola, ogni singola sillaba. Edo la possedeva così, in piedi, baciandola e cedendo ogni tanto affondando la sua testa in quei seni piccoli e tondi mentre lei socchiudeva gli occhi, gemendo.
Rammentò tanti dei loro discorsi, gli ritornarono surreali tutti insieme, uno dopo l’altro. Sara era colta e chiacchierare con lei risultava gratificante. Edo, mentre discutevano, si perdeva ad osservarla in preda all’esagerata ammirazione che provava per lei.
Amava tutto di lei, davvero ogni cosa. Quell’arrotolare sull’indice le estremità dei lunghi capelli castani schiudendo solo di un poco i suoi occhi azzurri in segno di sincero interesse e quel suo inarcare leggermente l’angolo della bocca verso sinistra, ottenendo una smorfia che Edo trovava estremamente affascinante notando il formarsi sulle gote di alcune piccole fossette.
Ma Sara, un brutto giorno, svanì dalla sua vita. Improvvisamente anche la sua sagoma, che Edo aveva immaginato a pochi passi da lui, si incamminò lungo la colonna di auto e divenne sempre più lontana fino a ridursi a un piccolo puntino di luce, un minuscolo luccichio.
Si domandò dove potesse essere realmente e in compagnia di chi.
Fu travolto da un peso enorme, un senso di tristezza lo pervase senza alcuna pietà.
Si asciugò con la manica del giubbotto gli occhi lucidi e cercò di allontanare quei ricordi.
Sara mancava. Dopo di lei nessun’altra donna era stata in grado di compensare quell’assenza.
Il semaforo tornò finalmente verde, per la seconda volta. A pensarci, a quell’ora del mattino, il traffico era qualcosa di veramente insopportabile.
Edo si rese conto che, per la verità, tutto era ormai divenuto insopportabile.
Da troppo tempo aveva gettato la spugna lasciandosi andare. Il suo impiego non gli rendeva più alcuna soddisfazione, la sua esistenza nemmeno.
Poggiò una mano sulla gola mentre con l’altra ingranò la prima marcia.
Alzò la testa, si grattò il mento dal quale sporgeva una barba rude e per nulla ordinata.
Osservò nuovamente i monti, il fiume sottile e quasi in secca che scorreva faticosamente tra le rocce levigate e accanto alla super-strada e visualizzò la solita rotonda alla quale svoltava a sinistra, giorno dopo giorno, osservando d’abitudine e con la coda dell’occhio l’arcigno campanile di cemento della chiesa di “Santa Eufemia” dominare quell’ultimo tratto di pianura che repentinamente cominciava a sollevarsi ripida poco più in là, spingendo inevitabilmente lo sguardo sulle vicine colline verdi e infine lassù, fino a raggiungere le vette delle montagne.
Edo scrollò il capo, lentamente.
Anziché inserire la freccia a sinistra come sempre, proseguì dritto senza ripensamenti, in direzione della testa del drago e lasciandosi alle spalle la piccola cittadina e tutto il suo maledetto traffico.
Si rese conto che era giunto il momento. Qualcosa finalmente era cambiato. Sentiva che doveva essere così, per forza!

L’auto metallizzata di Edo svanì confondendosi con le montagne mentre la sua radio trasmetteva un po’ disturbata “bohemian rhapsody”.

“Bohemian Rhapsody”

Is this the real life?
Is this just fantasy?
Caught in a landslide,
No escape from reality.

Open your eyes,
Look up to the skies and see,
I’m just a poor boy, I need no sympathy,
Because I’m easy come, easy go,
Little high, little low,
Anyway the wind blows doesn’t really matter to me, to me.

Mama, just killed a man,
Put a gun against his head,
Pulled my trigger, now he’s dead.
Mama, life had just begun,
But now I’ve gone and thrown it all away.

Mama, ooh,
Didn’t mean to make you cry,
If I’m not back again this time tomorrow,
Carry on, carry on as if nothing really matters.

Too late, my time has come,
Sent shivers down my spine,
Body’s aching all the time.
Goodbye, everybody, I’ve got to go,
Gotta leave you all behind and face the truth.

Mama, ooh (anyway the wind blows),
I don’t wanna die,
I sometimes wish I’d never been born at all.

I see a little silhouetto of a man,
Scaramouche, Scaramouche, will you do the Fandango?
Thunderbolt and lightning,
Very, very frightening me.
(Galileo) Galileo.
(Galileo) Galileo,
Galileo Figaro
Magnifico.

I’m just a poor boy, nobody loves me.
He’s just a poor boy from a poor family,
Spare him his life from this monstrosity.

Easy come, easy go, will you let me go?
Bismillah! No, we will not let you go. (Let him go!)
Bismillah! We will not let you go. (Let him go!)
Bismillah! We will not let you go. (Let me go!)
Will not let you go. (Let me go!)
Never, never let you go
Never let me go, oh.
No, no, no, no, no, no, no.
Oh, mama mia, mama mia (Mama mia, let me go.)
Beelzebub has a devil put aside for me, for me, for me.

So you think you can stone me and spit in my eye?
So you think you can love me and leave me to die?
Oh, baby, can’t do this to me, baby,
Just gotta get out, just gotta get right outta here.

(Oh, yeah, oh yeah)

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

24 thoughts on “BOHEMIAN RHAPSODY.”

  1. Impeccabile, le descrizioni del paesaggio e della vita piatta di Edo, della vita di prima, il sapore che mancandogli l’ha spinto finalmente a una svolta…
    (Mi ha colpito la cava che mostra le sue intimità!)

    Ogni bene!

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    1. Ah ah ah, sì. Effettivamente una volta me ne sono immaginata una proprio così. In fondo i racconti, sebbene trattino storie anche fantastiche, riflettono sempre i pensieri di chi li scrive. Mi hai beccata!😊😉 Ciao carissimo e attento Ivano!

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    1. Già. Avrei potuto specificare il perché della fine della storia, avrei potuto specificare che tipo di “svolta” avesse in mente il protagonista.
      Chi scrive può tutto ma…
      … spesso preferisco lasciare chi legge ( e grazie ) totalmente libero di immaginare alcuni dettagli, a volte anche importanti ma mai primari.
      Io desidero accompagnarvi lungo una storia e voi potete proseguirla come più vi garba, ciascuno con la sua testa e il suo modo di essere. Ciao carissimo.

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  2. La situazione da te qui narrata, cara Nadia, credo sia comune a un po’ tante persone che, per colpa o destino, hanno perso qualcuno che amavano. Il tempo passa e quasi non te ne accorgi o fai finta che non stia passando sul serio, e ti lasci cullare dall’immobilità che covi di dentro. Edo è di certo giunto a una svolta, non ci è però dato di sapere di quale natura: tornerà a vivere, cercherà un altro amore o si eclisserà per sempre dalla vita? Non lo possiamo sapere, non c’è alcuna indicazione in tal senso.
    Il racconto, volutamente o no, è scritto un po’ alla maniera di Cesare Paveve, dove il paesaggio circostante è complemento del vivere e del sentire del tuo protagonista, Edo. Il paesaggio è dunque il vero protagonista di questa rapsodia; ed Edo è parte integrante di esso, un suo elemento.
    Molto bello e significativo, cara Nadia. Chapeau!

    Beppe

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    1. Mi è partito non finito. 😊
      Credo di poter pulire le scarpe a Pavese, comunque ti sono grata per l’incoraggiamento. In effetti le sue storie sono fortemente condizionate da una potente ambientazione di boschi e campagne, luoghi leggermente distanti ma in realtà molto vicini al mio vissuto. Un caro saluto. Sto studiando e mi accorgo di migliorare, questo sì. Devo ancora camminare per poter vedere da più vicino quella casa in collina!😊😊😊

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