ECCO MARIO (da caffè letterario).

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Riappoggiò ancora una volta il bicchiere accanto alla bottiglia ormai vuota. Tutt’intorno al tavolino in vetro, segnato da innumerevoli aloni di polveri morbide e grigie che da troppo tempo ne occultavano la dimenticata trasparenza, erano state abbandonate pigramente le più svariate calzature. Degli stivali di gomma nera, zeppi di fango rinsecchito, che staccatosi dalle suole si era depositato bene appallottolato sul pavimento. Esaminandolo sarebbe persino stato possibile trovare qualche stelo d’erba mozzo e appassito. Sempre lì intorno riposavano da tempo anche dei mocassini scamosciati, logori, dalla tomaia consunta e dalla quale si dipartivano delle lunghe stringhe talmente sporche di cui nessuno avrebbe saputo indovinarne il colore originale.
Più verso destra si trovavano anche delle scarpe da ginnastica, forse in pelle. Il paio più chiaro era parecchio ingiallito mentre l’altro pareva stranamente in buono stato nonostante esibisse quasi con orgoglio una grossa macchia presumibilmente d’olio.
L’arredamento dell’appartamento era decisamente minimalista e risalente ai primi anni ottanta. Consisteva semplicemente in un divano di alcantara ormai particolarmente schiarito e del tutto consumato sulla seduta preferita che era posto dinanzi a un mobile di noce chiaro, al quale era appoggiata una televisione non molto grande. Nel locale adiacente si intravedeva da una porta scura e lasciata socchiusa un’essenziale cucina bianca non molto pulita e dal lavello maleodorante ove erano impilate alcune pentole e altre stoviglie, forse da giorni.
Adiacente al muro principale del piccolo locale era appoggiato storto un tavolino pieghevole e senza dubbio traballante, sotto al quale erano state malamente infilate due sedie assai sgangherate da campeggio.
Un tendone beige pesante oscillava a qualche spiffero che senza fatica filtrava dai serramenti in legno, anch’essi malridotti, che avrebbero volentieri gradito una messa a punto e una bella lucidatura.

Mario, regalandosi una stiracchiata e dopo essersi dato una grattatina alla spalla, spense la televisione. Già da ore stava così, incantato, da dietro la sua bottiglia a osservare il canale dei documentari. Se avesse lasciato trascorrere soltanto un’altra manciata di secondi in quella posizione, si sarebbe potuto addormentare. I suoi occhi lucidi, a causa degli innumerevoli sbadigli, faticavano sul serio a restare aperti e dovette compiere un vero e proprio sforzo per rialzare solo un poco le palpebre e poter osservare l’orologio in plastica, del Mulino Bianco, ormai un pezzo di antiquariato, che ticchettava appeso alla parete e segnava le undici.
Ogni mattina trascorreva più o meno così da un paio d’anni a quella parte.
Eppure l’omone si coricava sempre a tarda ora, tuttavia mai abbastanza sfinito; e giusto il tempo di sonnecchiare malamente tra una giravolta e un’altra in quel grande letto matrimoniale freddo e rimasto da troppo tempo parzialmente vuoto, e si ritrovava presto sveglio con il canto del gallo, sempre alla solita ora: intorno alle 6.
Così Mario riusciva ad annoiarsi già in mattinata. Era diventato apatico e pigro. Proprio per questo motivo avrebbe desiderato avere un sonno migliore ma d’altronde… quando si trascorre più di mezza vita puntando la sveglia alla stessa ora, festività comprese, si rischia di rimanerne fisiologicamente assuefatti e non resta che rassegnarsi completamente e anelare a una lunga dormita almeno ogni tanto; cosa assai probabile quanto il realizzarsi di un miracolo.
Tornando al nostro grosso Mario, lo troveremo ormai pronto a varcare la soglia.

Trascinò i piedi avvolti in orridi calzini di spugna infeltrita. Se mai fossero stati tolti si sarebbero anche potuti utilizzare come parte integrante di una scultura.
Con un movimento del piede raddrizzò il primo paio di scarpe che gli capitò sotto al naso, dal quale, per dirla tutta, penzolavano alcuni ciuffi di pelo brizzolato. Le calzò senza nemmeno chinarsi e sforzandone il colletto che ovviamente risultava già del tutto sformato.
Si diede una rapida sistematina cercando di distendere alla meglio la felpa almeno fin sotto l’ombelico e, viceversa, tirando con moderata forza e un po’ all’insù i pantaloni della tuta, in modo da accomodarseli alla meglio in vita, per cercare di nascondere in toto la parte terminale del righello del suo grosso “lato b”, troppo abituato sul divano a rimanere parzialmente esposto all’aria fresca.
Richiuse dietro di sé l’uscio di casa, semplicemente con una spinta causando un fragoroso rimbombo che echeggiò nelle scale fin giù alla piccola cantina e poi svogliatamente diede due giri di chiave.
Si lasciò alle spalle la piccola villetta ormai da ristrutturare con i suoi muri grigi e scrostati e il suo modesto giardinetto infestato da edere e gramigna.
Si avviò piano e con passi pesanti lungo il vialetto che conduceva in centro paese. Avrebbe dovuto acquistare almeno del pane. Camminava lentamente, barcollante e con un po’ di fiatone, sbuffando di tanto in tanto senza un apparente motivo. Percepì qualche brivido, probabilmente avrebbe dovuto indossare la giacca ma se ne infischiò di quel venticello ancora un poco gelido, tipico di un’acerba primavera, che spirava frizzante e discendeva giocoso dai pendii dei monti che circondavano la campagna.

Un camioncino adibito alle consegne a domicilio del piccolo negozio di alimentari si arrestò bruscamente sulla stradina sterrata sollevando un polverone che travolse Mario e gli si adagiò ovunque: nei capelli arruffati, sui suoi vestiti scuri e, in buona parte, gli finì anche negli occhi costringendolo a sfregarseli per più di qualche minuto. Sulle prime avrebbe desiderato “gridarne quattro” a quella sottospecie di conducente tuttavia, lasciò perdere. Dopotutto quel terriccio chiaro non si notava poi così tanto. Se questo fosse accaduto anni prima… Mario si sarebbe fatto certamente sentire, eccome! Ma oramai nulla o poco nulla conservava ancora importanza.

Mario sfilò assai instabile e a testa bassa davanti al furgoncino osservando con la coda dell’occhio quel tizio che non si era accorto di nulla, così intento a scaricare due grosse buste della spesa, gonfie e lucide per poi accingersi a depositarle sotto il portico di una villetta dal cui uscio si affacciò un’allegra vecchietta dai capelli bianchi. La donna rugosa sorrise a quel fattorino sventolandogli poi felice la manina sottile in segno di saluto e contemporanea approvazione.

Mario proseguì osservando a terra e solo di tanto in tanto alzando lo sguardo, distratto soltanto dal volo di qualche insetto.
Mario era terrorizzato da api e vespe.
Ancora ricordava quel giorno, all’incirca una ventina di anni prima.

Mentre raccoglieva goloso l’uva dalla vigna di un amico, per sbaglio ebbe a che fare con un alveare. Se lo ritrovò nelle mani insieme a un bel grappolo dai grossi chicchi neri. Per quanto fu lesto a lanciarlo e a darsela a gambe levate, ma soprattutto entro le proprie possibilità di corsa veloce, fu punto dappertutto da almeno una quindicina di quelle bestiacce.
Da quel giorno monitorò a mo’ di radar ogni volo di insetto che si trovasse nel suo più ampio raggio d’azione.
Purtroppo dovette scoprire di risultare fortemente allergico alle punture d’insetto e quella fu l’occasione perfetta per far visita, suo malgrado, al più vicino ospedale.
La prima cosa che notò al suo risveglio, dopo una parentesi di incoscienza, fu la sua Ada accanto alla valigetta nera.
Sua moglie era accorsa immediatamente al suo capezzale.
Con una velocità inaudita, a seguito di una telefonata, nonostante le troppe lacrime agli occhi le offuscassero la vista, in pochi secondi riuscì ad infilare diversi cambi di biancheria nella piccola valigia e in men che non si dica gli fu accanto.

E soprattutto in quel momento Mario notò i suoi bellissimi occhi azzurri, ancora lucidi.
La donna si rizzò in piedi e gli carezzò dolcemente il volto, chinandosi gli lasciò un leggero bacio sulla fronte.
“Mario, sei stato sfortunato. Sei allergico alle vespe. Non lo sapevi vero?”

Quei ricordi gli soggiunsero forti proprio presso la “sosta obbligata”: una panca di sasso posta a metà percorso tra la sua abitazione e il paese. Distese le gambe notando che le toppe sulla tuta e in corrispondenza delle ginocchia, si erano irreparabilmente forate.
Non gli importò. Non le avrebbe mai sostituite.
Ada adorava cucire e ricamare.
Ada le aveva applicate quella sera, chiacchierando allegramente come al solito e raccomandandosi poi con Mario di indossare quei vecchi pantaloni soltanto tra le mura domestiche.
Mario, per tutta risposta, sorrise soltanto lasciando sottintendere che poi avrebbe fatto di testa sua, come sempre.
Ada gli avrebbe “tenuto il muso”. Quando veniva contraddetta era solita chiudersi in sé stessa, ma alla sera, prima di coricarsi, vigeva come ogni volta una specie di legge per cui qualsiasi litigio o incomprensione tra i due doveva cancellarsi tramite il bacio della buonanotte. Non era consigliabile, anzi del tutto inutile, addormentarsi arrabbiati.
E così ogni volta il rituale del perdono si ripeteva, notte dopo notte, e la loro unione grazie anche a questo piccolo segreto, riuscì a protrarsi serena, fino a quel giorno.
Quel giorno in cui Mario cominciò a bere.
Non appena Mario cominciò a percepire la sua pensione, la malattia divorò Ada, piano piano, da dentro le ossa. Ada non perse mai il sorriso, nemmeno quando il suo volto si ridusse alle sembianze di un teschio. Per Mario rimase bella, fuori ma soprattutto dentro.
Conosceva bene il grande tormento che da sempre l’aveva attanagliata: l’impossibilità di dare alla luce un figlio e tutti i momenti di sconforto che assalivano Ada, anche improvvisamente. Quanta sopportazione e quanti sforzi furono necessari per mantenere salda la loro unione!
Si erano conosciuti ancora ragazzi durante la serale di ragioneria, scambiandosi sorrisi e bigliettini nascosti e subito dopo giunsero i primi baci . Alla spensieratezza e all’attrazione che muoveva le farfalle nello stomaco seguirono col tempo stima e rispetto, ammirazione e comprensione, bisogni e appagamento.

Mario decise di rialzarsi ma percepì stranamente il respiro ancora un po’ troppo affannoso. Riprese comunque a rilento il suo cammino.
La testa girava più del solito, forse aveva esagerato con il gin a colazione e ciò lo spinse a sollevare un po’ lo sguardo aspirando una bella boccata di ossigeno. Così scorse In lontananza le cime dei monti incoronate da un velo di neve ancora candida che scintillavano contrastando all’azzurro intenso sulla linea dell’orizzonte. Da quanto tempo non osservava più oltre il suo naso? Nonostante fosse stato colto da una strana debolezza non poté distogliere lo sguardo da quel panorama che gli si era improvvisamente rivelato in tutto il suo splendore.

Il respiro tornò istantaneamente affannoso e la vista gli si annebbiò. Si percepì leggero come una foglia e lacerato da un terribile dolore al petto. Si accasciò al suolo con un tonfo sordo tra i ciottoli e la sabbia del viale. Pochi passi ancora e avrebbe raggiunto la strada principale e asfaltata, probabilmente anche più trafficata.
Per una strana coincidenza un’ape gli si posò sul petto. Non se ne accorse nemmeno.
Quando lo caricarono sull’ambulanza qualcuno sussurrò: “ma è il vecchio ubriaco della casa grigia!” Tutti lo conoscevano di vista ma nessuno osava più avvicinarlo. Da quando perse la moglie era diventato burbero e sempre di malumore, nervoso e sul punto di scoppiare come una bomba a orologeria. E beveva, come una spugna. E era sporco, pareva un grosso ratto.

Si narra di una leggenda.

Pochi mesi dopo la vicenda, verso la fine dell’autunno, un gruppo di bambini si avvicinò a un’abitazione abbandonata. Come spesso accade, le case disabitate vengono volentieri prese di mira dai ragazzini che per trascorrere qualche ora all’insegna dell’adrenalinico divertimento e di qualche forte emozione, soltanto dopo essersi narrati paurose storie di fantasmi, stregoneria e altri racconti del genere, vi si inoltrano coraggiosamente, eccitati e magari ridacchiando.

Il caso volle che il ragazzino più alto si sollevò sulle punte dei piedi per osservare gli interni della casa stregata. Spiando così difficoltosamente dall’unico piccolo varco tra le edere arrampicate su quel vetro ormai del tutto opaco, giurò di aver scorto dietro un tendone beige e nella penombra un piccolo tavolino ricoperto dalla polvere, circondato da numerose scarpe vecchie e al quale era appoggiata una bottiglia vuota. Osservando meglio, di sbieco, gli apparvero due sagome illuminate da un flebile lumicino: forse una donna china che sembrava intenta a cucire e un omone, davvero grosso, molto grosso, che le stava accanto e le carezzava i lunghi capelli bianchi.
I discoli fuggirono a gambe levate e da quel giorno nessuno osò più oltrepassare quella recinzione pericolante col suo cancelletto sgangherato.

Occorsero svariati anni affinché l’abitazione fosse messa all’asta ma, per qualche strano motivo, ancora oggi risulta invenduta.
Tutti gli abitanti del piccolo paesino, proprio tutti, sono convinti che, ben nascosta tra le erbacce, la piccola casetta grigia sia ancora abitata dagli spiriti felici di Mario e Ada.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

15 thoughts on “ECCO MARIO (da caffè letterario).”

  1. Un racconto molto particolare, basato più sulla ricostruzione dei piccoli fatti e degli oggetti – le scarpe in particolare – che sull’analisi dei sentimenti: un procedimento narrativo, questo che a me piace molto.
    Poi… arriva la fine – troppo presto secondo il mio modesto parere! Mi ero persa in quella passeggiata, fra i primi flash-back e le pennellate riguardanti la natura.
    Brava!

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    1. Ale, grazie. Un racconto un po’ lungo per i canoni di WordPress e tu mi fai notare che “ho tagliato il finale?” Sei splendida anche se, in realtà il finale, come tutto il resto, mi è stato dettato dall’istinto anche se non nego di aver impiegato molto molto tempo nella revisione del brano. Grazie ancora amica!

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