AMNESIA 9.

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“Soffriamo di ricordi, ricordi dimenticati, che non ci dimenticano. (Angel de Frutos Salvador.)

AMNESIA: MAURO E SANDRINO.

La pallina girava vorticosamente nella roulette insieme a tutti i pensieri ovattati di Mauro che, annebbiato dal troppo alcol nel sangue, restava immobile accanto al tavolo verde, reggendosi la testa e realizzando a malapena di aver ormai perso tutto. Sandrino, come un corvo, gli poggiava la mano destra sulla spalla, fingendo dispiacere.
Rien ne va plus, les jeux sont faits. … 21, Rouge!
Mauro socchiuse per un istante gli occhi, le sue mani si serrarono nei pugni. Con uno scatto improvviso si voltò e si allontanò lento e traballante per il corridoio tappezzato di moquette rossa e illuminato quasi a giorno da potenti faretti. Si diresse rapido all’uscita.
Sandro gli restò dietro evitando di affiancarlo. Gli rivolse la parola solo quando raggiunsero il parcheggio e furono ormai prossimi a risalire sull’auto.
“Peccato! Avremmo potuto vincere.”
“E invece abbiamo perso Sandro, avrei dovuto aspettarmelo.”
Durante il viaggio di ritorno, Sandro, che era alla guida, con saggezza preferì tacere, mentre Mauro si crogiolava nel più totale sconforto.
Una volta a casa, Mauro lasciò la vettura senza rivolgere nemmeno uno sguardo a Sandrino e biascicò appena, a stento: “Domani dobbiamo recuperare un po’ di grana Sandro!”
Barcollò poi fino alla porta di entrata e, solo al quarto tentativo, riuscì ad infilare la giusta chiave nella serratura. Sandro ripartì con un accelerata brusca che fece scoppiettare la ghiaia e, mentre svoltava per riportarsi sulla strada principale, sul suo volto si disegnò un sorriso maligno.

Mauro tentò maldestro di disattivare la radiosveglia che precisa, alle 6.45, lo destò con la sua consueta musica. Questa rovinò sul pavimento con un tonfo metallico. Lui imprecò, si grattò gli occhi più volte. Ancora alla cieca, estrasse un braccio da sotto le coperte e si sporse un po’ per poter tastare il parquet nelle vicinanze del letto. Raccolse quindi la sveglia, il coperchietto e le tre pile che giacevano ben disseminati a terra.
In quel mentre gli sovvenne di aver perso tutti i suoi ultimi risparmi, al casinò.
Pensò che sarebbe cominciata una giornata difficile e assai impegnativa. Avrebbe dovuto procurarsi qualche liquidità, e in fretta! Nel portafoglio gli erano rimasti soltanto un paio di euro e, inoltre, le sue carte elettroniche erano inutilizzabili già da qualche giorno. Si augurò con tutto se stesso che l’amico Sandrino potesse sistemare ogni faccenda con la banca per ottenere l’ennesimo prestito.
Ci era cascato, di nuovo. E aveva bevuto ancora, e troppo. Aveva sbagliato assecondando Sandro al gioco della roulette. Avrebbe dovuto trovare il coraggio per obiettare: “no, non vengo!”, per essere onesto con gli altri e, per una volta, in primis con se stesso.
Infilò le sue ciabatte di lana marrone e, strisciando i piedi, cercò di ridurre al minimo ogni rumore. Si percepiva di pessimo umore e, soprattutto quella mattina, desiderava evitare ogni tipo di conversazione anche accidentale o qualsiasi confronto con Mirella.
Si defilò in bagno con un unico e urgente desiderio: lavarsi i denti, nel tentativo di rimuovere ogni residuo, ormai stantio, della generosa dose di alcolici consumata la sera precedente. Un sapore troppo amaro gli impiastricciava grumoso bocca e gola.
Da anni non dormivano più insieme. Mirella occupava la stanza accanto alla sua. Fu sollevato nel notarne l’uscio ancora chiuso e, ben attento a non emettere un suono che potesse risultare più forte di un respiro, Mauro si accinse a discendere piano la scala a chiocciola che conduceva al piano inferiore per potersi preparare un anelato doppio caffè.
Si arrestò notando qualcosa di inconsueto. Strabuzzò un po’ gli occhi che risultavano ancora velati a causa di quel pessimo riposo notturno dovuto ai postumi della sbornia e cercò quindi di mettere a fuoco. Giù, in basso, proprio davanti allo sbocco della scalinata, c’era qualcuno. Non fu possibile visualizzarne il volto perché un bagliore diffuso del sole che penetrava dalla porta-finestra a piano terra, già spalancata, irradiava quel corpo dalle spalle avvolgendolo in un luminoso fascio di luce e rendendolo solo una sagoma, nera, ritta e immobile, che tratteneva le mani ben salde e ripiegate ai fianchi come in un’austera attesa.
Mirella.
“Buongiorno!”, fece lui, fingendo di non mostrarsi per nulla sorpreso da quella strana accoglienza.
“Buongiorno? Ma questo è un pessimo giorno, anzi: è una giornata di vera merda!”
Il cervello di Mauro, ancora assopito, lì per lì, non fu in grado di fargli pronunciare alcuna parola. Fu solo colto da una specie di scossa, da un tremore diffuso. Mirella, che non era solita utilizzare un linguaggio tanto scurrile, appariva oltremodo adirata tanto che Mauro quasi si mortificò nel dover subire un successivo sbotto: “il mio caro maritino, bene alzato! Oh poverino, in ufficio sei sommerso dal lavoro, eh? Così tanto che ti tocca sgobbare fino a tardi, eh? Certo, certo. E vallo a raccontare a qualcun’altra!”
Mauro si dovette sforzare per trovare il coraggio di affrontarla e, cercando di apparire il più pacato possibile, le domandò: “Mirella che succede?”
Mirella salì qualche gradino, nervosa, e lo raggiunse, a un palmo di naso. Poggiandogli il suo indice teso sulla bocca esclamò: “Zitto! Tu non devi più pronunciare il mio nome. Mai più. Capito? E ora torna su, fai i bagagli, e sparisci da casa mia. Sbrigati!”
Mauro si interrogò sulla causa che potesse aver scatenato in sua moglie un tale attacco isterico; avrebbe desiderato essere diretto e poter porre quella domanda a Mirella. Considerando quell’atteggiamento furibondo preferì obbedire, senza controbattere.
Si voltò e, lento, a testa bassa e osservandosi le pantofole, tornò su per le scale. I suoi passi risultavano però instabili, dovette reggersi allo scorrimano di legno che scricchiolava ad intermittenza, così pressato dal suo peso.
Una volta ritornato nella sua stanza, recuperò nella cabina armadio la grossa valigia nera e cominciò a riversarvi dentro tutto quello che, così su due piedi, valutò necessario per poter trascorrere qualche giorno fuori casa.
Avrebbe chiesto aiuto a Sandrino, ormai era ridotto al lastrico e non avrebbe potuto permettersi un hotel, nemmeno per una notte sola.
Quando il bagaglio fu richiuso lo trascinò fuori dalla stanza e a fatica, poi giù per le scale. Non riuscì nemmeno a trovare la forza di sollevarlo del tutto.
Sceso in salone percepì un lieve aroma di caffè che proveniva dalla cucina, ma si limitò a deglutire; rinunciò alla colazione, come per una sorta di rispetto nei confronti di Mirella, nonostante fosse certo che la moglie fosse uscita di casa dopo la sfuriata. Quelle urla così stridule gli risuonavano ancora nitide nelle orecchie, come se possedessero un potere magico e riecheggiassero stranamente all’infinito in quello che, fino a poco prima, era anche il suo soggiorno.
Quel litigio non aveva svegliato Daniele e Mauro preferì lasciarlo riposare. Gli avrebbe telefonato nel pomeriggio e raccontato una consueta frottola, una qualunque, che riuscisse a giustificare la sua temporanea assenza; un incontro di lavoro all’estero? Sì, poteva andare bene.
Aggirando il tavolone tondo del salone, notò uno strano rettangolo di cartone bianco appoggiato sulla tovaglia. Si avvicinò piano, con estrema diffidenza. Allungò una mano per poterlo afferrare, ma dovette rendersi conto di essere in preda a un generale tremolio. Aveva tutta l’aria di essere una fotografia. Forse sua, con Natasha?
Tutto il sangue che ancora riusciva a circolare nel suo corpo si raggelò all’improvviso; i sospetti divennero poi certezza nel sorprendersi ritratto proprio con lei, in un’espressione davvero stupida, nudo, al di sotto delle coperte e proprio accanto a quelle grandi e magnifiche tette.
Quella mattina, durante il tragitto che lo separava dall’ufficio, non si specchiò nemmeno una volta nel retrovisore e la città di Sondrio gli apparì ancora più deserta.

Sandrino passeggiava avanti e indietro per il parcheggio dell’azienda accendendosi già la quarta sigaretta. Appariva nervoso, e rilasciava con boccate rumorose delle ampie nuvole di fumo biancastre.
Attendeva impaziente la vettura di Mauro, assai preoccupato. Quella mattinata avrebbe potuto rivelarsi risolutiva ai fini della vicenda, tuttavia, affrontarlo non sarebbe stato facile. Lanciò a terra il mozzicone consumato troppo di fretta, avendo cura di frantumarlo sotto la suola delle sue Clarks beige.
Era quasi certo che Mirella avesse ormai trovato quella fotografia. La sera precedente, prima di recarsi al casinò, aveva ricevuto la conferma telefonica di Natasha: era già stata imbucata, come da piani, nella cassetta portalettere della villa.

AMNESIA: ALICE, NONNA GIULIA E SARA.

Giulia udì dei passi echeggiare sordi nella scala esterna della palazzina. Si rese conto di essere rimasta per molto tempo così, del tutto immobile, immersa nei suoi pensieri e sostenuta in quella posizione dagli stipiti della finestra.
Lanciò quindi un rapido colpo d’occhio all’orologio della cucina: le dieci, era trascorsa circa un’ora.
Azzardò qualche passo soffermandosi in un punto del salone dove le fosse concessa la vista della porta d’entrata. La maniglia si abbassò. Nessuno aveva richiuso a chiave. Alice varcò la soglia a testa bassa.
“Mi hai fatto preoccupare!”, esclamò d’istinto la nonna che, suo malgrado, non ricevette nessuna risposta.
Alice non si sfilò nemmeno le scarpe, si limitò con un calcetto a scostare le pantofole rosa che trovò dinanzi a sé, ribattendole sul lato della stanza e accanto al muro, con un gesto di stizza.
Senza curarsi della nonna si diresse accanto a una mensola che era affrancata alla parete del soggiorno. Nonna Giulia la osservò mentre vi riappoggiava un telefonino mai visto prima e, cercando di mantenere un tono pacato, la rimproverò: ”dove sei stata? Non eravamo d’accordo che non avresti lasciato l’appartamento senza informarmi?”
Ma fu ancora silenzio.
“Alice! Mi rispondi per cortesia?”, continuò severa la nonna, senza nascondere l’irritazione.
Finalmente la ragazza le rivolse l’attenzione. Si voltò lentamente, i loro sguardi si incontrarono e Giulia, già dubbiosa, ricevette dagli occhi di Alice la conferma che stava aspettando.
“Sara! Dovevo immaginarmelo.”, si lasciò sfuggire d’istinto la nonna, per nulla dispiaciuta. Anzi, si commosse e cercò subito un angolo del divano sul quale potersi sedere, come in preda a un evidente mancamento.
“Quanto tempo è trascorso Sara? L’ultima volta che ci parlammo fu circa un anno fa, quando venisti da me in cerca di informazioni su Mauro, ricordi? Ti raccontai del suo trasferimento a Sondrio e tu mi implorasti di essere chiara, di svelarti ogni particolare, ogni dettaglio. Oh cara! Avresti potuto farti viva prima, avrei tanto voluto sapere. Ho vissuto nell’oscurità per tutto questo tempo, nell’incertezza. Sapessi quanto io aneli a distruggere quel verme!”
“Nonna, tranquilla, ci sta pensando la tua adorata nipotina Sara!”, e sul viso della ragazza si disegnò un sorriso del tutto differente da quello di Alice, gli angoli della bocca apparirono più inarcati rendendolo quasi sadico.
“Sai, ogni volta che dal mio videocitofono scorgevo il vostro volto, mi auguravo fossi tu. E invece si trattava sempre e solo diAlice, della dolce Alice. Ma io avrei preferito sapere, avrei voluto te, te mia cara. E tutte le volte che mi trattenevo con lei, speravo invano che tu potessi riemergere, ma ciò non accadeva mai. Credevo che tu fossi scomparsa e cominciavo a preoccuparmi. Temevo che fossi stata assorbita da Alice, di non rivederti mai più.”
“Nonna! Questo non è possibile. Sono io la più forte, lo sai. Quando ho desiderato apparire, ci sono sempre riuscita, sempre! E ho fatto tutto ciò che dovevo. Tranquilla!”
“Avresti dovuto venire a trovarmi Sara, almeno una volta. Aspettavo di poter sentire con le mie orecchie che quello schifo di uomo fosse finalmente ridotto in rovina.”
“Adesso lo è nonna. Stai serena. E’ stato difficile, è servito molto tempo, ma ora finalmente siamo alla fine, ed eccomi! Sono arrivata proprio per metterti al corrente.”
“Alice mi ha confidato che durante le sue “amnesie” frequenta un uomo, di Sondrio. Chi è Sara? Tu lo sai?”
“Sì nonna. Il suo nome è Sandro e ci sta aiutando, anzi, diciamo che si sta occupando lui di ogni cosa. E’ intelligente, scaltro e molto ferrato in economia, è un gran persuasore ed è follemente innamorato di me. E’ disposto davvero a tutto pur di potermi frequentare regolarmente.”
“Bravissima la mia bambina! Oh quanto mi sei mancata. Tua sorella è così fragile… è delicata, debole, anzi, a volte mi sfinisce; e per quanto lei sia adorabile, io preferisco il tuo carattere. Alice lo ha perdonato, si è fatta scivolare addosso tutto. Ma come è possibile? Vive nella perenne accettazione di tutti i suoi problemi, non sa reagire e soccombe. E’ rassegnata. Non sarà mai felice. Mai. Noi invece desideriamo almeno provare ad esserlo, non è vero?”
Sara raggiunse la nonna accomodandosi accanto a lei, sul divano e poggiandole una mano sul suo fragile ginocchio.
“Raccontami ancora del parto, ti prego nonna. Ne ho bisogno.”, e lasciò ricadere all’inditro la schiena, sprofondandola dentro al morbido schienale in alcantara. Socchiuse gli occhi, in attesa.
La nonna, con un filo di voce, cominciò a narrarle quella storia che, suo malgrado, era costretta a ripeterle quasi ogni volta.
“Rilassati, rilassati cara e ascolta: quel giorno, la mia bellissima figlia, fu sottoposta al parto cesareo. Sette mesi di gravidanza, né un giorno più, né un giorno meno. Si conosceva benissimo il grosso problema al quale andava incontro e che andava affrontato tempestivamente.
Eravate uguali, due bellissime gemelle monozigote. Eravate unite, come sai bene, tramite il bacino. Non sai quante volte ho sofferto Sara, osservando in Alice quella grossa cicatrice… ho sempre desiderato stringervi insieme, entrambe, avervi accanto. Siete speciali Sara, tutte e due. Poche settimane dopo tentarono di separarvi. Ci avevano rassicurato dichiarando che gli organi vitali erano tutti al loro posto e che l’intervento avrebbe avuto parecchie probabilità di riuscita. Ma subentrò quella dannata e improvvisa scoperta, mentre eravate già in sala operatoria. Alla neonata di destra fu riscontrata una malformazione congenita al cuore, poté dunque sopravvivere solo Alice. Ma la vostra unione era ormai già scritta, nel grande libro del destino: sareste esistite comunque tutte e due! Così salutammo quel corpicino meraviglioso, pochi giorni dopo. Fu uno strazio pensare di averlo perso per sempre. Ma poter ritrovare Sara, dentro Alice, fu una rivelazione sensazionale, restammo sbalorditi e increduli quando, dopo i primi mesi di vita della piccola Alice, Sara fece la sua prima comparsa, o meglio, ci accorgemmo dell’esistenza di Sara. Della tua esistenza amore mio! Persino vostra madre, che inizialmente faticò ad accettare l’accaduto, alla fine se ne convinse e ne gioì con tutta se stessa: avrebbe potuto riavervi tutte e due e…certo: a una condizione davvero particolare, ma fu all’ennesimo cielo per aver ritrovato anche l’altra figlia Sara! Cerca di immaginare che sollievo enorme possa essere stato per lei! ”
“Nonna… ti voglio bene! E per quanto possa dispiacermi per Alice, questo corpo è mio. Lei ha già sprecato buona parte della sua esistenza, non è in grado di riscattarci, è fragile. Nonostante combatta senza tregua per riuscire a trattenersi in questa carne, questo posto spetta a me! Quando saprò Mauro distrutto troverò la forza per appropriarmene, una volta per tutte. Sarai dispiaciuta nonna? Ti mancherà? Non tornerà più, lo sai vero?”
“… Sì, lo so. Non posso negare che ne soffrirò, ma Sara, io non potrò vivere ancora a lungo e nessuno potrebbe badare ancora a lei. Per questo ho scelto te. Non credere che io non abbia dovuto ragionarci parecchio, il dolore mi ha annientato più volte e, nel corso di questi lunghissimi anni, non c’è stato un solo giorno, una sola ora, nella quale mi sia potuta esonerare dal dover meditare su questo dilemma. E non è stato certo facile scegliere. Alice: così amorevole, sempre presente, sempre bisognosa di aiuto. Dolce e delicata, gentile, buona. Ma non avrebbe mai potuto farcela ad andare avanti senza di me. Ora devi subentrare tu cara Sara, e devi vivere anche per lei. E sappi che ti amo esattamente quanto amo Alice. Vi amo tutte e due!”
Gli occhi della nonna si colmarono di lacrime. Si abbassò tremolante gli spessi occhiali neri e li asciugò con la manica della vestaglia.
Sara, viceversa, non riuscì a commuoversi, tuttavia, a modo suo, cercò di consolare la nonna:” ora mi tratterrò un bel po’ per sistemare la faccenda. Ti prometto che ti darò modo di salutare Alice e poi tornerò, per sempre. Pensavo di portarti con me, domani, a Sondrio. Raggiungeremo insieme Sandro. Gli ho appena telefonato, poco fa, quando ero fuori. Ti mostrerò Mauro del tutto distrutto nonna, finalmente ci siamo!”

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

26 thoughts on “AMNESIA 9.”

  1. una doppia personalità Sara-Alice e una nonna che parteggia. Insomma le linee parallele adesso convergono. Mauro distrutto come auspicava Sara e la nonna. Alice la dolce che sparisce. Sandrino… Bah!
    Quali altre sorprese ci riservi?

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  2. Ma chissà cosa avrà combinato Mauro per farsi odiare così… Un gran bel colpo di scena! -non era proprio quello che mi sarei aspettato. Ormai tutto sembra incanalato verso un finale nel quale Mauro soccombe… ma sarebbe troppo scontato, no? 😉
    Ogni bene!

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  3. Bene, molto bene. La matassa si sta sbrogliando. Qualcosa avevo sospettato, ma solo sospettato.
    Stai portando avanti un gran bel gioco letterario, Nadia. Con tutta probabilità non lo avrai letto “L’uomo duplicato” di José Saramago, ma leggendoti, con le dovute differenze stilistiche e di introspezione psicologica da adottare, la storia che stai scrivendo mi ha ricordato questo romanzo.
    Siamo dunque di fronte a delle gemelle monozigote, di cui solo una è sopravvissuta; e però lo spirito di entrambe è vivo, almeno per il momento, ché dopo non si sa. Siamo forse davanti a una sorta di metempsicosi. Due anime per un solo corpo. Idea, la tua, molto originale davvero.
    Che cosa abbia combinato Mauro per meritare sì tanto astio, questo non lo so immaginare. E’ fuor di dubbio che c’è un legame, che scopriremo solo continuando a seguire questa amnesia.
    Imperfezioni a parte, di cui oramai, Nadia, ti sarai già resa conto da te, è fuor di dubbio che sai mantenere alta l’attenzione del lettore. Brava.

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    1. E’ un mio tarlo il disagio psicologico! Saramago? No, mi manca. Ho più libri in lista dei giorni che mancano a terminare l’anno!!!😂😂😂 E sono ferma da mesi su libri di scrittura e grammaticaaaaaa! Ok, lo leggerò. Ciaooo e grazie!

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  4. Letto in un fiato…e mia cara Lady…( come ben sai😜) avevo intuito non poco…! Aspetto con trepida attesa il finale che ..siglerà uno dei più bei racconti a puntate che la tua mente …ha partorito….che fine farà Mauro? Nonna giulia avrà la sua vendetta e accanto la sua prediletta Sara? La dolce e fragile Alice soccomberà a Sara o in un imprevedibile finale tutto si rimescolerà? Ti raccomando anche una chiusa ai personaggi secondari ( Natasha ) tutto deve avere una linea…e tu la tratteggerai come tuo solito in modo inatteso e con un finale aperto 😊

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