COME UNA MOSCA.

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“Venite, correte! Venite a vedere.”

La sua ombra disegnava quasi un falco sull’asfalto caldo e che, poco più in là, donava il miraggio di un lago fermo sotto una qualsiasi alba di sole.
I raggi, troppo luminosi, la obbligavano a socchiudere gli occhi dietro un alone biancastro che la abbagliava.
Teneva le sue braccia distese a formare due angoli retti perfetti. La brezza afosa e umida carezzava la sua pelle che appariva dorata. Ne godeva immobile con le gambe un po’ divaricate, i piedi ben adagiati a terra in un contatto che rilasciava stabilità e una forte energia positiva.
Non pensava più a nulla, aveva svuotato la sua mente in una specie di meditazione, sapeva di esistere, di esserci, ma si era innalzata, oltre la materia, oltre la carne. Il suo involucro non conservava più alcuna importanza. Era divenuta solo uno spirito, puro e libero.

“E voi lo sapete cosa si prova nell’odiare il proprio corpo? E’ un dolore amplificato rispetto alla semplice convinzione di non piacere agli altri. Perché dal resto del mondo si può sfuggire, ci si può isolare, da se stessi no. Si può decidere di trascorrere ogni giornata ben nascosti, rinchiusi e serrati tra i muri di casa. Magari si può ascoltare della buona musica, o leggere, oppure fare qualsiasi altra cosa, senza essere visti. Nessuno, così, può venire a sapere che ci stiamo facendo del male, mentre ingurgitiamo intere tavolette di cioccolato e poi lo vomitiamo, mentre piangiamo e mentre disperiamo.
Possedere la cognizione di essere davvero brutti, invece, comporta una reale e totale presa di coscienza di quel rifiuto perenne verso di sé, il rigetto del proprio e intero corpo. Significa farsi schifo da soli.
Sì, io mi facevo schifo, ero uno schifo.”

Era nuda. Si era obbligata ad osservarsi allo specchio affisso al grande mobile dalle ante scorrevoli, nella sua stanza, e che tante volte, forse troppe, avrebbe voluto strappare via. Si era sfilata quell’imbarazzante e leggera camicia da notte che, dopo una esagerata sudata dovuta a quel caldo eccessivo di agosto, aveva appeso ad asciugare alla maniglia della finestra e che, ora, pareva fungere da tendone con i suoi bei quadri scozzesi.
Degli orrendi cuscinetti sui fianchi, della stessa consistenza del burro quasi sciolto, le mettevano un forte ribrezzo.
Poi, lo sguardo le era scivolato giù, sulle cosce enormi e flaccide, mollicce. Si confondevano chiare, una con l’altra, disegnando la sagoma di un grande imbuto. La sua pelle appariva ovunque spessa e ruvida e le ricordava la buccia di un’arancia piuttosto marcia. E si sentiva anche peggio nel muovere qualche piccolo passo dentro quella camera. Il grasso in eccesso posto al di sotto dell’inguine, si strofinava su dell’altro grasso, creando una costante irritazione dolorante e causando delle fiacche biancastre e perenni che rilasciavano un liquido piuttosto trasparente, come in una vasta scottatura. E bruciavano, bruciavano anche dentro.
La pancia si ripiegava per tre volte, in una squallida progressione, a gradini. Rialzandola un po’, con le mani, mentre quella materia tentava di strariparle tra le dita, scivolosa, gommosa, come un budino alla vaniglia o forse anche una crema pasticcera, era possibile scorgervi lì sotto, ben soffocato, come un piccolo biscotto inzuppato, un ombelico del tutto sformato.
Il suo petto di tacchino, pareva un piatto piano sul quale giacevano due grossi noccioli di ciliegie, abbandonati come uno scarto, un qualcosa in attesa di essere gettato via e che qualcuno, forse, avrebbe preferito sputare piuttosto che ingoiare.
Le braccia, così sproporzionate, le ricordavano dei tronchi legnosi, magari di pino, e interamente ricoperti da una ruvida corteccia ove apparivano evidenti e profonde incisioni e, sui quali, erano stati affissi degli stendardi di ciccia, oscillanti e gommosi, quasi artificiali.
Le caviglie sembravano mattoni, di quelli che si usano per far affondare qualcosa, per sempre, negli abissi del mare. Una folta peluria ricopriva proprio ogni cosa, come un fitto strato di muschio del più recondito sottobosco.
Due palpebre caduche serravano degli occhi piccoli, forse marroni, cerchiati da rughe, in tutto e per tutto simili a delle impronte lasciate da una gallina ed erano sovrastati da lunghi ciuffi spettinati di sopracciglia che si incrociavano senza alcuna direzione, sull’attaccatura di un naso esagerato e troppo largo.
Dei baffetti neri deturpavano il resto del viso, rendendo la bocca, così sottile e informe, quasi uno sfregio.
Delle orecchie a sventola sbucavano dai capelli crespi, ricordando un tappeto di alghe giallognole che avvolge e nasconde tesori e conchiglie nel suo perpetuo ondulare.

Si sforzò di resistere, cominciava a percepire il peso delle braccia che desideravano accasciarsi, stanche, lungo i suoi larghi fianchi.
Il sole ribolliva ogni cosa, ormai alto in quel mezzogiorno.
La giovane donna era rimasta ferma e nuda, in quella posizione, per intere ore.
Una mosca, piano, irruppe con il suo ronzio quel silenzio surreale e si poggiò sulla sua spalla madida di sudore. Aveva solo sete.
Con le sue zampette le solleticava la pelle e quasi le lasciò sfuggire un sorriso.
La donna, in quell’istante stava benissimo. Si percepiva finalmente libera e, proprio come quell’insetto, priva di ogni grave pensiero o anche banale emozione.
Così, leggera, avrebbe persino potuto seguirlo. Al termine di quel breve ristoro avrebbero dischiuso insieme le loro fragili ali, per volare via, lontano, finendo chissà dove.

Dell’altro tempo trascorse senza che se ne rendesse conto.
Comprese che il sole stava eclissando all’orizzonte poiché, sotto le sue palpebre ancora chiuse, filtrava una luce diversa, opaca, rosea.
Era ignara di essere divenuta la protagonista di un imperdibile spettacolo. Sapeva che qualcuno avrebbe potuto notare quella montagna di carne, brulla, nuda e piantata sul parcheggio del cortile. Certo, l’aveva messo in conto. Ma non avrebbe potuto immaginare che a casa sua fosse accorso proprio tutto il paese. Una gran folla la osservava attraverso le sbarre del cancello. Alcune persone si erano persino arrampicate sulla recinzione. Tutti avevano osservato immobili, senza muoversi, senza fiatare, per tutto il giorno.
La notizia aveva rapidamente percorso ogni via, ogni piazza, era stata annunciata ai telefoni, ai citofoni oppure semplicemente fu trasmessa di porta in porta o sussurrata persino da qualche finestra.
Non si era nemmeno accorta dei numerosi occhi incollati alla sua pelle che, in quel crepuscolo, rifletteva rare sfumature di luce che nessuno avrebbe mai più dimenticato.
Forse qualcuno avrebbe desiderato parlare, dire o dirsi qualcosa. E invece regnò il silenzio. Persino ogni respiro era stato trattenuto e misurato, per non disturbare e non fare troppo rumore.
Diverse persone non si recarono nemmeno al lavoro, tutti i bambini persero la loro consueta voglia di giocare chiassosi, per le strade o nei giardini, e tra la folla c’erano anche il postino, il panettiere e persino il parroco del paese e pure gli stessi ragazzetti che, incontrandola più volte per strada, ridendo cattivi, erano soliti esclamare: “ fate largo, sta arrivando la cicciona!”.
Tutti giacevano lì, come statue, con gli occhi sgranati e la bocca aperta, vuota, come se qualcuno gli avesse tagliato la lingua.

La donna tremava, ormai era sfinita. Ogni singolo osso del suo corpo si lamentava, atrofizzato e causandole delle fitte dolorose, lancinanti.
Una lacrima le scivolò piano sulla guancia, trovando un modo di fuoriuscire dai suoi occhi di proposito tenuti ancora chiusi. Fu irradiata da quell’ultimo raggio di sole e parve diventare un tutt’uno con esso, rilasciando un bagliore davvero accecante. La sua bruttezza svanì dentro a quell’istante, come per magia, per tutti.
Si decise. Era giunto il momento di rientrare in casa. Come un epico gigante tentò di disarcionare il suo piede dal terreno, ma ogni arto era ormai paralizzato, travolto da una severa fredda rigidità dovuta a quella prolungata immobilità. Percepì il suo corpo rinsecchito, quasi morto.
Crollò a terra con un tonfo plastico.
Tutti ebbero un sussulto e subito, di istinto, uno scatto.
E siccome il cancello era rimasto chiuso, qualcuno tentò di scuoterlo, altri cercarono di scavalcarlo nell’intento di raggiungerla e soccorrerla. Dovevano rialzarla. Dovevano.

Era un piccolo paese, uno di quelli dove tutti conoscono tutti, perlomeno di vista. E solo in pochi pensarono che quella grassona fosse impazzita. La maggior parte di loro ben comprese, invece, il motivo di quel gesto disperato.
I primi temerari riuscirono ad accedere alla proprietà. Poi ne seguirono altri, e altri ancora. Quel piccolo cortile brulicava di gente che si era riversata attorno a lei.
Quando si riprese, ancora intontita anche a causa di un probabile calo di pressione, dischiuse gli occhi vergognandosi profondamente nel riscoprirsi così: nuda, circondata da tutte quelle persone.
In seguito, le inquadrò meglio, una per una, e notò ogni sguardo. Quelle persone erano diverse, così diverse da ogni altra volta. Erano affettuose, compassionevoli, commosse. Forse sapevano. Avevano capito tutto.

Un gruppo di uomini la riaccompagnò dentro casa, e in molti trascorsero una buona parte della notte seduti sull’erba del suo giardino. Si accamparono ancora un po’, alla bella e meglio, in perfetto e rispettoso silenzio, fino a che, nella piccola villetta, si attenuò ogni più flebile luce.
E anche se quella notte il giardino tornò deserto e alla sua normalità, quasi tutti, nei mesi a seguire, fecero ritorno dalla grassa signora, cercando, ognuno a modo suo, di esserle d’aiuto.

Da quel giorno, qualcosa cambiò e per sempre.
Il destino, come un nastro, scivolò in fretta, in avanti.

“Ora mi osservo allo specchio e noto una signora relativamente piacente. Ricordo troppo bene quel terribile periodo della mia vita e il dolore immenso che provavo. Vi confesso che, più di una volta, avrei desiderato persino morire. Vorrei solo dire a tutti voi, che dai problemi non si può scappare e nemmeno ci si può nascondere. A volte occorre essere forti, obiettivi. Bisogna saper gridare e soprattutto essere tanto coraggiosi per sapere chiedere aiuto. Disperarsi non serve a niente. Se quel giorno non avessi compiuto quel gesto plateale, così bizzarro, davvero estremo… oggi sarei ancora qui, a provare schifo nell’osservarmi allo specchio. Avrei buttato la mia vita. E dovete proprio sapere, che quel giorno, volai davvero, con tutti i miei “vecchi” 156 chili. Eppure mi sentii leggera, finalmente leggera, come una mosca.”

Si ringrazia De Gregori per la sua stupenda e malinconica canzone che ho adorato, sin da piccola. Per l’immagine di copertina, grazie alla simpatica signora “Maria Carla Renzi” che mi ha fatto scoprire un luogo nuovo e immensamente bello che spero di visitare presto e, infine, cito la grandissima e intramontabile Enya, mio sottofondo in questa scrittura.
Ciao a tutti.
Lady Nadia.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

39 thoughts on “COME UNA MOSCA.”

  1. Non direi che trattasi di una storia poi così surreale. Come ha spiegato De Gregori, a inizio Novecento c’erano diversi circhi che, fra le loro attrattive, avevano anche delle donne un po’ in sovrappeso. De Gregori ci dice soltanto che gli artisti di un circo non si potevano innamorare fra di loro, per cui l’unico modo per amarsi era quello di volare in cielo. Ovvio che fa della poesia, così come Francesco è solito fare.
    Errore di battitura a parte – che in ogni caso ti hanno già segnalato -, la storia che hai qui raccontato è molto ben scritta, ricca di dettagli fisici e psicologici. Giochi molto sulla fisicità del personaggio per evidenziare quella che è la sua condizione non felice. Mentre la Donna cannone di De Gregori vola in cielo così com’è, la tua crolla “a terra con un tonfo plastico”. E da qui l’inizio della sua nuova vita.

    Più o meno tutti, chi più chi meno, si sente non del tutto accettato o perlomeno un po’ infelice della sua bellezza, perché sì, ognuno di noi ha una sua specifica bellezza, a patto che il prossimo abbia occhio e spirito compassionevoli (e non di pietà) per comprenderla. Quando ci si sente accettati, allora sì, si può migliorare per piacere di più a sé stessi e agli altri. Una morale non da poco quella che qui estrinsechi, cara Nadia. Chapeau!

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    1. Grazie mille Beppe, anche io non lo trovo eccessivamente surreale. Non sempre la follia è patologica, potrebbe riguardare solo un momento della vita, un gesto istintivo, un bisogno. Ecco perché credo che questa donna del mio racconto, nel suo gesto e al di là del contesto, possa rappresentare tutti noi quando, quella volta, ce ne siamo “sbattuti” della moralità.
      Un grazie per il tuo meraviglioso sostegno e commento.

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      1. Sono pienamente d’accordo: c’è follia e follia. Una certa dose di sana follia è molto utile ad affrontare la vita, ma anche a creare, a essere degli artisti. E non c’è artista che un po’ folle non lo sia. Hai rielaborato la canzone (o poesia) di De Gregori con la tua sensibilità e il risultato è davvero molto buono, a mio avviso uno dei tuoi racconti più riusciti. Dici bene, la donna del tuo racconto in fondo rappresenta un po’ tutti noi.
        Onore al merito.

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  2. Quanti insegnamenti in questa storia! Molti sono riassunti nell’inciso finale, uno sta nella reazione della gente che comprende l’errore fatto e che si prodiga per l’aiuto. Il surreale, purtroppo, è racchiuso lì.
    Eccezionale la descrizione della donna. Bravissima bis e tris 🙂

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    1. Ci ho provato. I racconti insegnano solo a chi le cose le sa già. A volte uno si illude ma molto spesso gli ignoranti non leggono.
      Urca, ci sono andata diretta, strano. Grazie per la tua lettura😊

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