LA SCRITTRICE DI VITA.

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Aveva inventato migliaia di storie, o persino di più, per un suo bisogno e senza alcuna brama di successo. E no, nemmeno si trattava di soldi. Sapeva bene che una notorietà qualunque non le sarebbe bastata, che la gloria non è mai duratura, che alla fama, tanto, ci si abitua presto e che quell’euforia, che era solita accompagnarla, sarebbe stata destinata a tramutarsi in ansia, oppure, in molti altri casi, in delusione.
Solo arte. Ecco cosa la obbligava a impugnare una penna o a trascorrere intere giornate davanti al computer. E a quel richiamo accorreva veloce, come se dovesse, in quelle poche ore, concedersi tutto il piacere di un amante clandestino.
Si era convinta che ogni esistenza, anche la più effimera, non potesse trovare una miglior maniera per evidenziare il suo anonimo trascorrere, lento o veloce, sopra questa terra. Aveva trovato il modo di adattarsi e di trasformarsi entro ogni limitazione che il destino le aveva imposto; trovava necessario dover lasciare un segno indelebile, per sé e per gli altri, desiderava tracciare ben nitido quel suo passaggio lungo le sconfinate vie del tempo, che, da sempre, trascorrevano imperterrite e che avrebbero continuato a farlo, anche dopo di lei.
Questo era il suo segreto che riteneva il movente universale, primario e necessario, anche complice dell’origine di ogni espressione di bellezza, di ogni sua forma. Conservava questa convinzione con un temibile rispetto: era un credo, l’elisir indispensabile della mente, quello che avrebbe potuto generare qualcosa di spettacolare, di materiale, che esulasse dalla vita stessa e che, sopravvivendo a quella scissione, potesse vantare un’esistenza autonoma, eterna e immortale.
Aveva assaporato il privilegio di poter consegnare al mondo una creatura perfetta attraverso l’atto di generare un figlio, nel più potente e tangibile miracolo mai davvero concesso all’uomo. E sebbene fosse conscia della grandezza e dell’incanto della creazione, sempre rispettosa e ben lontana dallo sminuirne ogni sua meraviglia, lo considerava un evento del tutto naturale, ben convinta che quasi ogni donna riuscisse a partorire e a crescere un figlio senza mancare di dedicargli infinito amore, per tutta la vita.
Credeva quindi che un racconto potesse, in qualche modo, somigliare a una nascita.

Lo paragonava a un goloso frutto che bisognava piantare, coltivare e persino concimare. E che poi, soltanto alla fine, qualcuno avrebbe raccolto. Certo non lei. Lei non avrebbe mai potuto giudicarne in modo obiettivo né la forma, né il sapore, né tantomeno la consistenza e vi avrebbe scorto soltanto molta fatica, sentimento, cura, grammatica, e tanta, forse troppa, pignoleria.
E quel frutto lo pensava proprio così. Ne immaginava l’interno ricco di semi, oppure il suo grande nocciolo, che avrebbe avuto il compito di racchiudere l’idea iniziale, magari generata da una scintilla o piuttosto da una fecondazione, oppure dovuta a una qualsiasi e più naturale impollinazione. Nel centro di quel frutto dimorava tutta la questione e, intorno a essa, ruotavano, come sospese, tutte quelle idee che ne avrebbero dovuto formare la polpa, dolce o amara, costituita da ogni esperienza di vita, dai sentimenti, dalle proprie abilità e da una certa dose di talento.
In ogni storia era certa di ritrovare gran parte della fantasia e delle esperienze del suo creatore. Questo le conferiva un sapore sempre differente da tutti gli altri. Perciò lei era in grado di estasiarsi al solo pensiero di poter produrre ogni volta qualcosa di intimo e unico.
Ogni personaggio nato dalla sua mente acquisiva alcune particolarità, delle caratteristiche o un aspetto proprio e lei avrebbe potuto scegliere se descriverlo in modo minuzioso oppure se derogarlo all’immaginazione di un possibile lettore, finendo così per affibbiargli una propria individualità e una sua personalità, donandogli, in un certo senso, il divino soffio della vita.
Ogni brano necessitava di essere modellato, plasmato. Occorreva scegliere con cura ogni possibile abbinamento di parole per disporle con sapienza una accanto all’altra, al fine di fare una frase; come se, in quel momento, quell’insieme di lettere erano destinate a convivere, vicine e abbracciate, oppure soltanto a tenersi la mano per non perdere nel significato e nel cammino di quella riga, tra i misteri di un foglio ancora in bianco.

La scrittura avrebbe anche potuto assomigliare alla pittura, tuttavia senza necessità del colore; oppure, avrebbe potuto essere paragonata alla musica, ma sapendo di poter contare su un intero alfabeto, le cui combinazioni sarebbero risultate assai maggiori rispetto all’umile e possibile sviluppo di una qualunque melodia composta dall’alternanza delle sette note. Eppure, quale magia è in grado di suscitare una musica? Ricordi, speranze, amore, gioia, dolore, commozione. E lo stesso, e anche di più, avrebbe potuto donare una storia, se soltanto qualcuno avesse accettato di leggerla con il cuore. Ascoltare della musica non costa fatica, il dover leggere, invece, sì.
La sua sfida era dunque grande, difficile. Il suo non era un piatto pronto da servire e da far consumare a occhi chiusi ma una portata misteriosa, il cui sapore avrebbe potuto essere percepito solo con impegno; non attraverso la bocca ma attraverso gli occhi della mente e impiegando una dose di immaginazione e un po’ di tempo.

Lei quindi partoriva, coltivava, e cucinava storie. Una dopo l’altra. A volte si bruciavano, altre volte le mancavano persino degli ingredienti. Allora ricominciava tutto da capo, con pazienza. Non era un obbligo e nemmeno un allenamento da seguire con disciplina.
I suoi racconti nascevano dalla mera ispirazione: spontanei fluivano come fiumi in piena sulle pagine bianche. Poteva osservarne già nell’abbozzo la loro prima forma. Qualche volta appariva un po’ storpia, o come maltrattata, altre volte si presentava come una grande macchia causata da un getto grigio che pareva generata da uno scoppio o derivante dall’esplosione di un sovraccarico di materia che, altrimenti, le sarebbe potuta accadere dentro scatenando un disastro, un’occlusione, un ingorgo che le avrebbe causato un enorme disagio e tanta, tanta confusione. Ne sarebbe uscita amputata, incapace di avere altri sentimenti o qualsiasi nuova sensazione, come travolta da una specie di black-out emotivo in grado di lederle l’anima. Si sarebbe percepita apatica e vuota, spenta, forse inutile.
E aveva compreso quanto fosse anche necessario l’equilibrio, per non smarrirsi nei meandri della follia ma senza dovervi per forza rinunciare del tutto. Le occorreva eccome quel sano briciolo di pazzia che le permetteva di compiere un qualcosa di insolito, a volte anche plateale, ma attraverso il quale le fosse permesso di scovare uno strano particolare o di riuscire a visualizzare in maniera perfetta quel sensazionale microcosmo, in cui l’ordinario può trasformarsi in straordinario, perché solo grazie a quell’isolamento è in grado di sprigionare tutto il suo più semplice incanto.

Le era necessario produrre ogni giorno, ricercando quella angolatura speciale che le permettesse di godere al meglio di un paesaggio, così come un fotografo studia un’immagine per renderla sempre migliore, particolare, addirittura un po’ soprannaturale affinché, magari, possa essere adattata a una importante copertina. O come un pittore che dipinge la sua opera migliore, quella per cui aneli ad essere ricordato in eterno.
Sapeva inoltre tener a bada quell’irrequietezza che, altrimenti, sarebbe potuta esser travisata in una ammalata insicurezza con il rischio di perdersi, senza speranza di ritornare, nella costante ricerca della perfezione assoluta.
E capitava che riproducesse ad alta voce i vari suoni delle parole, in un mantra. Poteva trovarsi nel più ampio spazio aperto, piuttosto che nel suo piccolo appartamento: bilanciava il tono degli acuti e ogni loro grave, nel disperato tentativo di equalizzarne il giusto significato. Si arrovellava alla continua ricerca di quel sinonimo perfetto che potesse risuonare più incisivo, meno scontato, più d’effetto. Se un sorriso appariva sul suo volto, se i suoi occhi si socchiudevano in una lieve smorfia di piacere, significava che l’aveva scovato o, forse, che quella parola la raggiungeva, accorsa all’intenso richiamo.
Infine rileggeva tutta la frase, con un tono pacato, sereno, e con voce melodiosa, quasi cantilenante. In quel preciso istante si materializzavano tutti i luoghi, ogni paesaggio. Attorno a lei tutto prendeva vita. Appariva così, come in un miraggio, una perfetta scenografia nella quale i personaggi si impadronivano della scena parlando, muovendosi e vivendo la propria avventura nell’assoluto rispetto della storia.
In una specie di trance, con gli occhi chiusi, osservava quel suo film.

Altre volte, solo se posseduta dal vuoto, soleva anche osservare dalla finestra. In cerca dell’ispirazione manteneva lo sguardo fisso e immobile, nel nulla. Era in grado di assentarsi per ore e vagare in mondi paralleli, reali o immaginari. Il suo corpo era lì, ma la sua mente viaggiava, in grado di raggiungere addirittura l’altro capo del mondo.
Altre volte le sue idee si originavano solo da un’alba o da un tramonto, dentro a quei rossori pallidi che poi perdono troppo presto di colore e consistenza. O potevano esalarsi dalla terra e innalzarsi come nebbie, umide e leggere, suscitandole una sensazione di spazio infinito o anche di soffocamento a seconda del suo stato d’animo. Oppure, prendevano vita dall’energia sprigionata da un torrente, incanalato nel suo letto, obbligato a esprimere così la sua forza, costretto nel suo perpetuo scivolare. E infine soleva osservare spesso il cielo, considerandolo oltre alla sola vista; ne carpiva il cambiamento, il suo tramutarsi in spazio e, più lontano, in universo. Sapeva vagare tra le nuvole, grandi o piccole, bianche o grigie, disturbate dalle scie di condensa lasciate da un qualunque aereo, lassù, e che parevano trasformarsi in grandi lettere. Quello poteva essere l’inizio o il termine di un qualsiasi viaggio, come il principio e la fine di una sua storia.
Poteva percepirsi in balia del temporale, rapita dal vento che sospinge o sforma ogni cosa.
Si perdeva a fissare ogni orizzonte, piano o aguzzo, ogni vetta, con la sua rigorosa imponenza millenaria: osservando quelle montagne, realizzava di essere soltanto un puntino che nulla avrebbe potuto contro la maestosità e le forze della natura.
Adorava cercare piccoli insetti rimasti incastrati nell’erba bassa e si soffermava ad ammirare i fiori, anche piccoli, anche i meno variopinti. Immaginava il percorso segreto delle radici, che svanivano nelle viscere della terra cercando la linfa necessaria per il loro nutrimento e quasi si ipnotizzava nel volo a zig zag delle api e delle libellule, che poi planavano sulla superficie dell’acqua ferma di un lago. Dopo averla sfiorata, tornavano spesso su, nel cielo. Qualche altra volta invece, sbagliando qualcosa, capitava che ne venissero sommerse per sparire dentro un’onda che, improvvisa, le trascinava nei meandri neri degli abissi.

E ancora… La forza del mare grosso, mosso, il suo turbamento. Il moto e il rumore delle onde che infrangevano gli scogli, a poco a poco, senza che nessuno se ne potesse davvero rendere conto.
I fondali bui, insidiosi, con i loro abitanti anche fantastici, leggendari o immaginari.
A volte perdeva la cognizione del tempo, per lei rappresentata soltanto dalla stesura intercorsa tra la prima e l’ultima parola di un foglio, qualcosa di tangibile al contrario del ritmo ingannevole della vita.
I suoi occhi avevano assorbito i riflessi di tutto. La sua penna aveva annotato quasi ogni cosa.
Lei non chiedeva altro che di essere amata, e, forse, andò proprio così.

“Ricordo il ticchettio infinito della tastiera, ogni sera e poi ogni notte, prima di addormentarmi. Oggi conservo ancora tutto una miriade di quaderni, fogli e il suo portatile. Centinaia e migliaia di scritti, frasi, parole sparse e persino qualche immagine. Oggi lei non è più qui. Ma posso ancora vederla, posso percepirla, posso rivivere ogni sua emozione.
E io vedo tutto con i suoi occhi, davvero. Leggo e mi ritrovo nelle sue storie. Dentro o fuori, dove mi pare. Mi viene chiaro il suo ricordo, ascolto il battito del suo cuore, ne respiro l’anima.
Mia madre, oggi, riposa serena, abbracciata dal cielo e dalla terra, sorvegliata dai monti e dal flusso dell’acqua limpida che scivola giù, fin sotto il suolo. Mia madre non scrive più, ma io so che è felice e sono certo che le sue storie si tramanderanno di generazione in generazione.
Io e mia moglie aspettiamo una figlia. Porterà il suo nome e spero possa ricevere anche il dono dei suoi occhi profondi. Ma, indipendentemente da ogni possibile suo destino o percorso, sono certo che imparerà ad amare e non avrà dubbi nel credere a quel “per sempre” che sa davvero volare, oltre ogni confine, al di là della vita.
E lo devo a te, mamma. Grazie.”

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

30 thoughts on “LA SCRITTRICE DI VITA.”

    1. Grazie. Ho finito solo ora di sistemare qualche imperfezione e qualche ripetizione. Non è totalmente autobiografico, mi piacerebbe sì essere in grado di evadere così bene come lei ma… in buona parte questa “scrittrice” (e io ancora non lo sono) rappresenta ciò che vorrei diventare, un giorno. Forse è arrivato meglio anche per questo. Ciao. Grazie.

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  1. E’ questo un pezzo di grande bravura, Nadia. Non so se tu ne sia consapevole o no, ma, per stile e contenuti, è, a mio avviso, il tuo racconto migliore. E sono certo che continuerai su questa strada che è poi quella che porta a “partorire” Letteratura e non della semplice narrativa; e con ciò non intendo affatto dire che i tuoi precedenti lavori fossero cose da poco, ma ne “La scrittrice di vita” hai dato la stura alla scrittrice che c’è in te, a quella più profonda e riflessiva sulle cose della vita e di Dio. Ogni scrittore, sia esso versato nella spiritualità o no, quando scrive cerca, a suo modo, di creare qualcosa che prima non c’era e che possa competere con quel Creato che si dice di esser Opera di Dio. Lo scrittore dunque scrive per sé stesso, sì, ma scrive soprattutto per lasciare una traccia di sé e per avvicinarsi a Dio – o alla bellezza e a tutto quel buono che c’è nel Mondo, anche se non lo sappiamo davvero se sia Esso opera del Caso o di un Demiurgo. E si scrive anche per denunciare la crudeltà che c’è qui, in questa nostra Terra. Scrivendo si crea, si lascia una traccia di sé; e poco importa davvero se questa traccia sarà letta da un milione di persone piuttosto che da quattro persone, ché quattro buoni lettori valgono assai di più di un milione di lettori distratti, saranno difatti i pochi ma buoni a far viaggiare nel tempo le parole e le storie che qui noi oggi verghiamo e non tutti gli altri, quelli che vivono la vita dicendola un incidente di percorso e/o una distrazione.
    Scrivere è atto supremo, proprio come lo hai tu qui descritto: è dare/portare vita a un qualcosa che prima non c’era; ed è il tentativo da parte dello scrittore di eternare la sua anima, la parte più nobile che c’è nell’umanità. Creare comporta gioia e sofferenza, perché sì, è proprio come dare al mondo un figlio e curarlo giorno dopo giorno.

    In ultimo dico: avrei voluto scriverlo io questo racconto. Ma sono oltremodo felice che sia stata tu a scriverlo, Nadia. I miei più vivi e sinceri complimenti.

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    1. Be’… veramente è un omaggio a una madre immaginaria. Forse è un po’ autobiografico e, insieme, anche un augurio. Un augurio di poter lasciare un giorno qualcosa a mio figlio nella speranza che possa vivere la sua vita con felicità, meraviglia e amore. Grazie amico Newwhite.

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  2. Che splendore!
    Non entravo da un po’, in realtà sono stata via quasi un mese da wp, e trovo un racconto superbamente bello, perfetto nello stile e carico di mille emotività. Complimentissimi, Nadia!
    Che sia foriero di grandi cose per te e per tuo figlio.

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      1. no, dai. E poi io qui non sono un’insegnante, non ho nulla da insegnare, specie a te. Sono solo una lettrice attenta.
        Mi scuso se l’altra volta ti ho fatto notare un periodo che mi sembrava un pochino confuso. Non avrei dovuto.

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