UNA STORIA QUASI D’AMORE. (2\2 FINE.)

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 “Come le dicevo, sono Ettore, un amico di Ada. Anzi, per la verità, conosco piuttosto bene suo marito. Eravamo compagni di classe alle scuole elementari. Possiedo un negozio di computer in città. Ada mi ha parlato un po’ di lei, mi ha confidato che è una vera solitaria. Anzi, ha proprio detto che lei è una specie di eremita. Ah, ah, sì, ha detto così! Be’, mi lasci dire: la capisco signora, così circondata da questa campagna… be’, questo è un paradiso vero e proprio. Comprendo dunque il perché sia restia all’utilizzo della tecnologia. Però Ada mi ha confessato che la trova un po’ infelice ultimamente, e, quindi, proprio per questo, ha creduto opportuno che passassi a trovarla per proporle l’acquisto di un portatile. Mi dispiace che non sia stata avvisata del mio passaggio, sono un po’ imbarazzato. Ada desidera che lei, signora Tancredi, trovi un nuovo svago. Grazie alla sua amica avrà un ottimo sconto, diciamo che le costerà la metà.”
Mi era apparso sincero, professionale, ma, nello stesso tempo, lessi nel suo tono di voce qualcosa di più, una specie di coinvolgimento misto a una certa incredulità che forse era rivolta al mio modo di pensare. Fui sicura di essergli sembrata alquanto strana e del tutto diversa dalle persone con le quali era abituato a concludere degli affari o delle trattative commerciali. Ada me l’avrebbe certo pagata. Stavolta l’aveva combinata davvero grossa! Non avevo la minima intenzione di installare un pc dentro casa nè, tantomeno, sforzarmi nell’imparare ad usarlo.
Quell’uomo estrasse dalla tasca un foglio ripiegato a metà. Lo distese appoggiandolo sul tavolo. In bella vista c’era la foto di un computer con la scheda relativa alle sue caratteristiche tecniche. Gli lanciai un’occhiata furtiva e poi la mia attenzione fu nuovamente rivolta a quell’interessante personaggio. Mi sovvenne una domanda: “Mi…, mi scusi ma… è arrivato fin qui a piedi?”, Osai, abbozzando un sorriso nervoso.
“No, certo che no. Questa stradina è davvero un disastro. Volevo evitare di impolverare la macchina, deve sapere che sono un po’ fissato!”
“Ah, certo.”, Risposi di istinto, con un finto sorriso, e sforzandomi di comprendere il suo punto di vista che, invece, giudicai un mero eccesso di pignoleria.
Era un gran chiacchierone ma, di sicuro, anche un ottimo venditore. Gli versai un po’ di birra in un bicchiere, può darsi che fosse scaduta. Poco dopo lui mi domandò dell’acqua e, poco più tardi, gradì volentieri pure un caffè.
Senza sapere di preciso il perché, mi sfilai l’ultima molletta che annodava i miei capelli, e, in quell’istante, ebbi la netta sensazione di piacergli. Difatti, si incantò per qualche minuto, senza proferire parola, e si asciugò più volte la fronte sudata utilizzando un tovagliolo di carta che avevo appoggiato sul tavolo solo poco prima. Quando ricominciò a parlare, notai che i suoi occhi brillavano proprio come i raggi dorati del sole appena sorto.
E parlò, parlò ancora. Mi confessò di essere ritornato a vivere in città solo da qualche anno e dopo il suo divorzio. Mi osservò ancora. Uno sguardo così intenso, io non l’avevo mai visto. Mi tremarono le gambe. Mi domandò un altro bicchiere d’acqua. Gli raccontai di me, di come mi fossi trovata a vivere in quella campagna, di quanto amassi il mio giardino e soprattutto le mie rose e del mio bisogno innato di solitudine.
“Sono davvero colpito da questo luogo signora, la sua casa è una meraviglia!”
Mi ero scordata di cuocere le castagne ma, in quel momento, mi resi conto di non averne più voglia. Mi sentii soddisfatta di avere comunque trascorso una giornata piacevole e del tutto differente da ogni altra.
Trascorse ancora mezz’ora buona e poi ci salutammo con un’eccessiva cortesia. Lo riaccompagnai al cancello bene attenta a trattenere per il collare Bentley. Lo avrebbe azzannato volentieri, non era abituato a ricevere quel genere di invasioni nel suo territorio. Mi scusai con Ettore per il comportamento maleducato e selvaggio del mio cane.
“A presto allora!”, Fece lui, accomodante.
Sorrisi.
Sorrise.
Sorrisi.
Sorrise.
Lo osservai allontanarsi lungo la via. Si voltò verso di me un paio di volte. Lo vidi divenire un puntino, poi notai i fari della sua automobile accendersi, ruotare e, infine, sparire.
Sapevo che sarebbe tornato. “A giovedì!”, Aveva detto.
Come promesso, mi avrebbe mostrato dal vivo quel benedetto portatile.

Il giorno seguente mi recai in paese. Canticchiai sull’auto per tutto il viaggio. Il fracasso della cinghia fungeva da accompagnamento considerando la voluta mancanza dell’autoradio. Tuttavia quel giorno mi mancò un po’ di musica. La canzone più famosa di Baglioni mi rimbombava come un mantra nel cervello. Oh, quanto l’avevo amata da ragazza. Ora e qui, su due piedi, non mi va di svelarvi il titolo ma… insomma… Quella lì.

Acquistai il mio solito pane, sorrisi persino a Ada e così, tanto per essere cortese, la ringraziai per essersi prodigata affinché Ettore potesse farmi visita.
Al computer ci stavo pensando, eccome, e, considerando di aver rinunciato già troppe volte alle vacanze, mi credevo autorizzata a concedermi quella “pazzia”. Se poi, l’elettronica non si fosse rivelata adatta a me, pazienza! Me ne sarei fatta una ragione. Inoltre, avrei sempre potuto provare a rivenderlo.
Abbracciai il grosso sacco marrone che profumava di pane e mi congedai da Ada. Stavolta,  la osservai mentre strofinava tra loro le mani, come ad esprimere una certa soddisfazione.

Due giorni dopo, e come promesso, Ettore ritornò. Per evitare di impolverare la sua auto aveva preferito trasportare a piedi, e per tutta la via, quel pesante cartone rettangolare. Quando pigiò il tasto del citofono, io ero già alla finestra, ben nascosta dalla tenda. La sua fronte grondava di sudore nonostante quel pomeriggio regalasse un’aria che pareva anticipare un inverno davvero rigido.
Le lezioni di informatica proseguirono fino alla fine dell’autunno: ricevetti due visite a settimana. Poi, durante l’inverno, diventarono addirittura tre. Ero ormai autonoma, potevo ascoltare la musica, ricercare notizie, ricette, leggere blog di giardinaggio, osservare ogni tipo di video, e persino, avevo imparato ad usare ogni genere programma di Windows, compreso quello di posta elettronica. E mi piaceva. Questo nuovo mondo mi piaceva. Anche Ettore mi piaceva, mi divertiva.
Ettore mi scriveva più volte durante il giorno, io gli rispondevo con naturale cortesia. Cominciai poi ad attendere ogni sua email, controllando la casella postale ogni quindici minuti, con un’ossessiva e puntuale regolarità.

Ettore volle mostrarmi il suo appartamento e il suo negozio in città. Devo dire che, quel giorno, non mi parve nemmeno così squallida. A Natale mi regalò un cellulare nuovo. Ovviamente, si prodigò nell’insegnarmi ad usarlo.
Lo tenevo sempre con me, mi assicuravo restasse acceso e, ogni sera, ne aspettavo avida un suo trillo che, peraltro, giungeva sempre puntuale: era la telefonata della buonanotte.

Sul finire dell’inverno, Bentley non gli ringhiava nemmeno più. Ebbene sì, abbaiava ancora, ma con vivacità, scodinzolando. Sapeva riconoscere il rombo del suo Mercedes nonostante questo fosse ancora distante. Diciamo che lo stava proprio aspettando, come, del resto, facevo io.
Che ruffiano!

Quando le rose sbocciarono di nuovo, e anche più belle, Ettore si era già trasferito da me.
Parcheggiava la sua auto ancora un po’ distante ma più su, all’incirca a metà della via e sopra una sottile striscia di erba che si spingeva oltre un recinto rustico, di legno, che delimitava un campo coltivato. Così, quella vettura, fu sempre ricoperta da una leggera patina di polvere. Ettore non se ne lamentò, non con me, almeno. Cominciò a vestirsi anche in maniera più sportiva: qualche volta indossava dei jeans che abbinava con gusto a camicie molto colorate ed era capitato persino che la sua immancabile cravatta fosse stata sostituita da un foulard, sempre in tinta e avvolto con un’eccessiva perfezione attorno al suo bel collo.
Io vagavo per casa piuttosto svestita: a volte indossavo solo una maglietta. Parevo ringiovanita e avevo persino ricominciato a osservarmi allo specchio. MI recavo anche più spesso dal parrucchiere. I miei capelli, mi ricadevano volentieri e liberi sulle spalle. Ettore mi sussurrava: “Sei davvero bella!”. Ero proprio tentata di credergli.

Una sera mi sorprese quando, rientrando dal lavoro, parcheggiò l’auto proprio dinanzi al cancelletto.
“E la macchina? Non si impolvera?”, Domandai, con un tono ironico.
“Ormai non è più così nuova, pazienza!”, Mi rispose allegro, tuttavia cambiò discorso, repentino.
La lussuosa Mercedes, da quel giorno, fu perennemente ricoperta da una terribile  coltre grigia. Inoltre, sul suo cofano, le orme di Fox spiccavano ben nitide, creando quasi un disegno, come uno stencil. Fox riteneva quel luogo di gran lunga più confortevole.
Spesso, Ettore mi accompagnava giù in paese a prendere il pane, non proprio tutti i giorni, ma mai meno di tre volte per settimana. Chiacchieravamo entrambi e a lungo con Ada. Lei e suo marito Giovanni accettarono un nostro invito a cena. Ci recammo tutti insieme presso un ristorantino davvero romantico, in città. Ricordo che su ogni tavolo era poggiato un candelabro circondato da una vera corolla di fiori. Ci divertimmo tanto. Poi restarono da noi fino a notte fonda. Io e Ada navigammo in Internet. Lei volle farmi visitare un sito di mobili etnici, io le mostrai un bel po’ di foto che avevo scattato in campagna e che avevo salvato in una cartella, sul desktop.

Quando Ettore lasciava la nostra villetta per recarsi a lavoro e svoltava sulla via principale, Bentley riattaccava ad abbaiare, ma in maniera differente, strana, quasi rassomigliante a un verso, a un lagnoso piagnucolio. Fox, invece, correva subito ai piedi del grande ciliegio ma restava qualche minuto fermo, a terra, irrigidito, con la coda alta e potevo osservare la sua schiena contrarsi in spasmi veloci e continui. Infine, stizzito, risaliva l’albero scomparendo in alto, mimetizzandosi tra i rami.

Io e Ettore facevamo spesso l’amore, e non solo in maniera classica. Lui sapeva sorprendermi in cucina, appoggiandomi all’improvviso al tavolo; oppure poteva infliggermi uno spintone leggero e affettuoso mentre mi trovava intenta a rifare il letto.
Leggevo meno riviste, tuttavia non trascuravo i miei due animaletti e il giardino che era diventato ancora più bello. Ettore potava le rose, tosava il prato.

Da allora, sono trascorsi trentacinque anni dal giorno in cui lo conobbi. Abito ancora qui: nella piccola casa delle rose e al centro alla radura. Tra poco giungerà un altro maggio. Il portatile è ridotto a un pezzo di antiquariato. Da tantissimo tempo è rimasto appoggiato come un soprammobile sulla credenza, in camera mia. Le mie dita mi dolgono troppo a causa dell’artrite, e credo di aver dimenticato come funziona. E’ probabile che non si accenda nemmeno più.
Alcuni operai stanno lavorando da circa un anno alla costruzione di un’altra casa, proprio qui, confinante con la mia. Sono venuta a sapere che la abiterà presto una giovane coppia di sposi.
Sono seduta in veranda, sto osservando i miei boccioli di rose. I cespugli sono ancora più fitti, forse un po’ troppo. Avvolgono ormai tutti i muri della casa e hanno invaso ogni spazio del cortile, i loro rami spinosi ricoprono quasi tutto il cancelletto lasciando libero solo uno stretto passaggio.
I muratori percorrono di continuo la via creando un grande scompiglio. Ogni tanto transita da qui un enorme trattore che è diretto ai campi e fa troppo baccano, e, ogni mattina, passa un nuovo postino che pare sempre scocciato: forse perché è costretto ad inoltrarsi nella campagna per consegnare solo alcune bollette e, di tanto in tanto, qualche opuscolo pubblicitario.
Ada ha chiuso il negozio. Mi hanno detto che è stato poi acquistato dei cinesi. Mi spiace, non la rivedo da un paio d’anni. E’ stata ricoverata alla casa di riposo, quella che hanno aperto giù in città e proprio accanto al grande centro commerciale.
La mia auto era guasta e arrugginita, qualcuno me l’ha portata via, ma non importa, tanto non avrei potuto più guidarla. Verso le dieci ricevo la visita dei volontari, di solito sono gentili, mi consegnano la spesa valicando di sbieco il cancelletto arrugginito. Stanno bene attenti a non rimanere graffiati dagli spini dei miei troppi cespugli di rose. Mi lasciano alcuni sacchetti sul tavolo, anche il pane. E’ fresco ma non è mai buono come quello di Ada. Mi sorridono e se ne vanno.
Un paio di volte alla settimana ricevo persino la visita di una certa Katarina; è in Italia da poco, è una giovane rumena. Mi aiuta a lavarmi, mi cambia. Se ne ho voglia possiamo anche chiacchierare un po’ bevendo qualcosa. Le parlo di Ettore e dei animaletti. Qualche volta usciamo a fare due passi, io mi aiuto col bastone, le mostro il giardino, solo fino a dove riesco ancora ad arrivare.

Poi, alla sera, Ettore parcheggia l’auto davanti al cancelletto, coccola Bentley che scodinzola felice, si toglie le scarpe e le lascia sulla veranda, accarezza anche Fox. Poi entra in casa. Gli sorrido, mi bacia. Mi tolgo la molletta che è rimasta per tutto il giorno aggrovigliata nei miei capelli bianchi, mi ricadono liberi sulle spalle. Lui mi osserva con la stessa meraviglia di sempre e mi sussurra: “Sei davvero bella!”
Ceniamo, chiacchieriamo, ci diamo un bel bacetto; be’, non facciamo più l’amore perché non siamo più giovani. Ettore si è un po’ incurvato, ha sempre mal di schiena. Lo so e basta; non è certo un tipo che si lamenta. Però entrambi dopo aver assunto tutte le nostre pastiglie, ci corichiamo per dormire, sempre piuttosto presto.

Una volta mi sono davvero arrabbiata! Un ragazzo che era stato incaricato di consegnarmi la spesa insisteva proprio nel prendermi in giro. Mi voleva convincere che mi fossi immaginata tutto. Sosteneva che non ci fosse un cane in cortile e nemmeno un gatto. Mi ha detto così: “Ho visto solo un sacco di roseti, signora. Non si offenda, non vorrei apparirle scortese. Mi piacerebbe tanto che ciò che sostiene possa essere proprio vero, ma, mentendo, potrei illuderla. Sì, insomma, potrebbe anche essere peggio. Ecco perché mi sento in obbligo di ribadirle che fuori, in giardino, non c’è neanche l’ombra di un animale e qui, in casa, non vedo nemmeno suo marito. Mi creda: qui non c’è proprio nessuno, a parte noi due, ovvio!”

E un dottore, una volta, se non erro, mi ha diagnosticato la demenza senile. Non mi interessa, davvero. Io non sento male da nessuna parte. Io sto bene!
Le mie rose sbocceranno, si schiuderanno. Anche quest’anno saranno meravigliose. E poisul finire dell’estate appassiranno. E sopraggiungerà di nuovo l’inverno.
Scusate, ora devo proprio andare.
“Ettore, prendi le tue pastiglie, è tardi, ti aspetto a letto!”

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

35 thoughts on “UNA STORIA QUASI D’AMORE. (2\2 FINE.)”

  1. Quindi tutto si svolse come nelle fiabe (?). Quel “QUASI d’amore” nel titolo invita al dubbio. Ma in fondo lei comprese d’amarlo e a volte questo può bastare per avere la fiaba. O forse no. Perchè ad amare si deve essere sempre in due.
    Dolce e malinconico il finale: la vita scorre inesorabile e …no, nessuno deve permettersi di spegnere la fiaba altrui. Ognuno è geloso della propria e saprà custodirla sino alla fine.
    Complimenti, Nadia. Andrò a dormire pensando a questa storia d’amore.

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  2. ….ho avuto il magone, già dalla prima parte…In questa seconda, da metà…già le lacrimucce spingevano…
    Sei così brava, che nonostante si capisse che fosse un racconto ‘malinconico’….il desiderio di leggere e sapere, aumentava man mano!!!!…..
    Grazie Lady!!!!

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  3. Racconto davvero ben condotto, e direi che trattasi d’una storia d’amore, dove quel “quasi” ha, giustamente, funzione pleonastica. Ci sono degli errori di punteggiatura, perlopiù dovuti a distrazione e non al fatto che tu, Nadia, non conosca le regole grammaticali. Avrai comunque modo di correggere.
    I personaggi sono molto ben tratteggiati: sempre notevole lo scavo psicologico che operi, mettendo così “in nuce” le spigolature dei caratteri, la loro forza e le loro debolezze.
    E’ questa la storia di due vite, che arrivano insieme fin quasi al traguardo, mancato giusto per un pelo: la malattia annebbia la mente della protagonista, non ottunde però quelli che sono i suoi sentimenti per Ettore, neanche quando lui non è più. Non aggiungo altro sullo svolgimento della storia per non fare un vero e proprio spoiler.
    Non è una novità: ami indagare nella Psiche umana, soprattutto in quella che, a occhi meno attenti dei tuoi, si rivela in determinate condizioni e che, con un’alzata di spalle, potrebbe essere liquidata dicendola “patologia non curabile”, punto e basta. Tu, Nadia, metti invece a nudo che, anche in una severa condizione patologica, vita e sentimenti continuano a essere qualcosa di noi. Qualcosa di molto importante e vitale.

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    1. Mannaggia le virgole! Grazie Beppe, sì, una storia forse d’amore. I personaggi, già. Senza di loro non esisterebbero le storie.
      Grazie del bel commento che sa cogliere il dettaglio, come sempre.

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      1. Che..cmq sembra semplice e leggera..ma è tutt altro! Stai diventando sempre più breve nelle ” descrizioni” che come ben sai io adoro😃 e soprattutto nel raccontare la psicologia dei personaggi..sempre più ben delineati e caratterizzati da molte sfumature..laddove solo l occhio attento.
        Nota…aspetto altri racconti.

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  4. Scritto benissimo, tutto sembra così naturale… e il finale mi è piaciuto molto nonostante la tristezza che mette (o forse proprio per quello)… Potrebbe persino non aver mai conosciuto davvero Ettore chissà, però lei sta bene – forse si può star bene solo dentro a una vita immaginaria?
    Ogni bene!

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  5. Sei mitica, quanto ho da imparare leggendo quello che scrivi, e non solo. Trovo spettacolare come hai concluso la storia d’amore, o quasi, in un certo modo ti spiazza e ti si pianta dentro.
    Rimarrò in attesa della prossima storia, poi, come al solito, i miei commenti arriveranno sempre tardi, ma va bè 🙂

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    1. Ciao! Non credo di scrivere per un po’, non qui almeno. Diciamo che sarà una pausa di un paio di mesetti nella quale leggerò e studierò, studierò e leggerò, e andrò in vacanza, ho a casa mio figlio da scuola… insomma occorre ricaricarsi. Ma, in realtà, sto lavorando anche a un progettone!!! Un grazie a te, vicina Lady Secret.

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  6. Per me è stato il racconto del tardo pomeriggio e ti devo fare davvero i miei complimenti perché pensavo di non farcela con questo caldo ed invece sono arrivati alla fine grazie alla tua scrittura.

    Sherabientot 😊

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