(IL GIOCO DEL DESTINO) – I BISCOTTI DELLA FORTUNA.

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Oggi ti accadrà qualcosa di magico.”
Lara arrotolò il bigliettino rettangolare ricavandone un piccolo cilindro di carta bianca e lo ripose sul tavolo, nascondendolo sotto al vassoio dei biscotti proprio accanto al dolcetto che aveva spezzato senza assaggiare.
Non avrebbe mai creduto a un messaggio del genere. Qualcosa di MAGICO? Certo, come no!
La giornata lavorativa ( e non solo quella) era stata davvero faticosa e pesante, proprio da dimenticare. Le era toccato di gestire, sia al telefono che di persona, un’orda di clienti infuriati a causa dell’improvvisa cancellazione di numerosi voli “Alitalia”, e si trattava ancora una volta di scioperi. Aveva anche dovuto pianificare un assurdo viaggio di nozze. Quei due l’avevano rimbambita. Aveva dovuto organizzare nel dettaglio persino le gite giornaliere, dovendo mettere in campo tutta la sua professionalità, al fine di riuscire a placare ogni insignificante diatriba o ogni possibile disaccordo di quella insopportabile coppia.
“Non dovremmo sprecare una mezza giornata per il rafting, lo sai che a me non piace.”
“Però speravo di visitare anche Giava. Caspita, sono luoghi meravigliosi e così lontani, e vanno visti, perché, magari, non potremo ritornarci mai più.”
“A me va tutto bene tesoro, ma non credi che dovremmo anche riposarci ogni tanto? Dai, un paio di giorni tranquilli, in spiaggia, me li potresti anche concedere, o no? Pensavo che anche tu amassi oziare al sole!”
“ E io dovrei sprecare il mio tempo, ferma su una sdraio, in un luogo del genere?”
Quella coppia petulante e isterica era riuscita a battibeccare per oltre due ore. A tutto c’è un limite, anche alla pazienza. E per un istante, o anche di più, Sandra si era chiesta come diamine possa accadere che due persone così diverse scelgano di rovinarsi, in maniera consapevole, tutta la loro restante vita.

Quella sera, dopo aver calato la serranda, Lara era sfinita. Mai e poi mai sarebbe riuscita a cucinarsi qualcosa nonostante fosse affamata.

Optò per cenare al vicino ristorante cinese. Non che quel genere di cibo la facesse impazzire, tuttavia non le era mai neanche dispiaciuto: avrebbe ordinato una porzione di involtini primavera e qualche sano raviolo di gamberi cotto al vapore, e nulla di più.
Terminato il pasto, la cameriera più estrosa ( e proprio quella che, tra tutte, le era da sempre anche meno simpatica), solo dopo averle rivolto un accenno di inchino e un sorriso forzato di circostanza, le porse un piccolo piattino bianco in ceramica e a fiori sul quale era adagiato lo scontrino del conto. Poi le domandò: “gladisce qualche dolcetto della foltuna? Sono offelti da noi, la plego: non può peldelsi i nostli biscotti.”
Sebbene Lara avesse già allentato di almeno un centimetro la cintura dei jeans (tutta colpa di quella scadente birra cinese), non se la sentì di rifiutare quella proposta. Si recava in quel locale ormai da anni e almeno una volta alla settimana: oltre a un mezzo bicchiere di grappa al bambù, non le era mai stato offerto nient’altro.

Era ancora incantata ad osservare quel tubicino di carta che sporgeva sotto il vassoio che era circondato da alcune briciole di grissini e da residui filiformi di crauti.
“Tutte scemenze! Sono tutte stupidaggini. E io sto pure qui a rimuginarci su! Ho ben altro da fare. Vadano al diavolo queste usanze cretine, e pure, tutti questi biscotti cinesi, che di sicuro non sapranno di niente.”
Lara si rialzò dal tavolo stizzita, si diede una scrollata rapida alla camicia per ripulirla dalle briciole di cibo e, con un fare assai nervoso, indossò la giacca che aveva steso sullo schienale della sedia. Lasciò il ristorante, e da quel locale, una scia di aria viziata fuggì con lei fino in strada. Una grossa lanterna arancione di carta plissettata che era appesa al soffitto oscillò all’aprirsi e richiudersi dell’uscio.
Con l’intenzione di recuperare l’auto e di rincasare, Lara si diresse nel parcheggio riservato ai negozianti. Pregustava una lunga e piacevole doccia tiepida. Si sarebbe poi intrufolata, ben profumata, dentro al suo morbido lettone, decretando così la fine di una giornata storta e tutta da dimenticare.
Ma nemmeno il tempo di attraversare la strada proprio dinanzi al ristorante, che restò inchiodata all’asfalto. Impiegò qualche secondo per realizzare che il tacco destro era rimasto impigliato in una fenditura di un tombino.

Arrese la sua borsetta a tracolla per terra, pensò di sfilarsi la scarpa. Nel tentativo di liberarla, la tirò a sé con una certa forza, senza demordere, finché udì un delicato tac. “Che iella! Le mie decolleté nuove…”
Così, calzando una scarpa sola, e con l’altra priva di tacco che sventolava nella sua mano a mezz’aria, raggiunse l’auto in qualche modo, zoppicando.
Era calato il buio. Le giornate si erano accorciate da un po’, un’aria fastidiosa e pungente preannunciava una notte con temperature fresche e tipiche dell’autunno.
Lara balzò rapida sulla Fiat. Alcuni piccoli sassolini si erano infilzati nella pianta del piede e le causavano dolore; i collant si erano logorati, originando delle vistose sdruciture che stavano avanzando fino a raggiungere i polpacci. Balbettando di freddo mise in moto l’auto. Ruotò la manopola del riscaldamento e regolò le ventole; scostò la frangetta che, investita dal getto d’aria calda, le frustava gli occhi. Poi inserì la retromarcia. Quando torse il busto, voltandosi, e con l’intento di effettuare la manovra, notò una gigantesca macchia bianca sul lunotto posteriore che le occultava la visuale: “Maledetti piccioni! Beccateli gli avanzi dei biscotti cinesi, bravi, e quanta roba!”, pensò. Azionò quindi il tergicristallo. Quella sostanza secca, a contatto con il detergente, divenne viscida, densa, e imbrattò tutto il vetro di larghe striature biancastre. Il tutto avrebbe potuto dare l’impressione che una zebra si fosse sfracellata sull’auto.
Quando, nel centro del vetro, si ristabilì una vaga trasparenza, Lara attuò la retromarcia. Trasalì quasi subito, accusando un tonfo secco e improvviso. Si dimenticò per qualche minuto persino di respirare. Il piede scalzo rimase incollato e tremolante sul pedale del freno, la testa era ancora voltata all’indietro, lo sguardo si era perso nel buio circostante, nel nulla assoluto. Il battito cardiaco era accelerato, lo sconforto si impadronì di lei. Era isterica. Cosa diamine aveva urtato? La sua auto era l’unico mezzo parcheggiato in quello spiazzo, e l’ostacolo visibile e più vicino, un muro di cinta, distava due metri buoni.
Fu assalita da un brivido di paura. Cos’era successo? Le vie circostanti erano già tutte deserte a quell’ora. Al martedì sera, quel piccolo paese avrebbe potuto fungere da set cinematografico.
Si fece forza: doveva scendere per dare un’occhiata.

“Un dissuasore? Questa è proprio bella! Vorrei capire chi può permettersi di piantare questi aggeggi del diavolo in un parcheggio privato e senza nemmeno avvisare. Incredibile, pazzesco!”
Dopo aver compiuto un paio di ricognizioni intorno alla vettura nel tentativo di rassicurarsi e di verificare gli eventuali danni, desiderò con tutta sé stessa di poter finalmente ritornare a casa. Non ne poteva proprio più. Sferrò pure dei calci al paraurti, nel punto dove questo risultava sganciato, per tentare di attaccarlo un po’meglio alla carrozzeria. E in quella scarsa illuminazione, che proveniva unicamente dall’insegna dell’agenzia viaggi, notò un’ammaccatura circolare, non molto grossa, proprio sopra la targa.
“Possibile che oggi la iella sia tutta con me?”, si lagnò mesta, a voce alta, mentre rimontava in auto.

Si abbandonò per qualche minuto nel freddo sedile della guida tentando di rilassarsi. Osservò dal lunotto il cielo nero e privo di stelle. Le tornò alla mente il contenuto del bigliettino che, poco prima, aveva trovato nel suo dolcetto.
Di giornate magiche non ne aveva mai avute. In tenera età, aveva dovuto imparare a badare a sé stessa. Non era stata mai tanto fortunata nella sua vita. Tuttavia, ciò di cui non poteva proprio lamentarsi era il lavoro. Subito dopo aver conseguito il diploma di operatrice turistica le fu proposto di gestire quell’agenzia viaggi. In quel bugigattolo aveva trascorso buona metà della sua giovinezza, e, per contro, aveva imparato a conoscere i più svariati e lontani luoghi del mondo; inoltre, quel lavoro le era stato d’aiuto per poter sconfiggere un’innata timidezza, e questo grazie al contatto con il pubblico.
Certo, potendo scegliere, per la sua vita avrebbe desiderato ben altro. Una vera famiglia, magari. Una famiglia con la quale si cena tutti insieme, una famiglia di quelle che, se hai un problema, risolverlo diventa una missione di tutti.
Suo padre se ne era andato di casa il giorno seguente al suo settimo compleanno. Se lo ricordava bene, dato che quella fu l’unica volta in cui, salutandola, le diede un bacio sulla nuca. E poi non ritornò più. Lara apprese molto tempo dopo, tramite uno zio lontano, che il padre aveva deciso di emigrare in Brasile.
La madre frequentò subito un altro uomo. Peccato che fosse un poco di buono che andava accumulando fallimenti su fallimenti, debiti su debiti, e in men che non si dica, si riuscì anche a stabilire a casa loro.
Lara non lo sopportava, non reggeva proprio quel suo modo di fare arrogante e autoritario, tanto che, non appena raggiunta la maggior età, avendo già trovato un lavoro, pensò bene di affittarsi un appartamento in totale autonomia.
Quel mezzo balordo troncò la relazione con sua madre, si trovò presto un’altra sistemazione, e, pure, un’altra donna.

Il rombo del motore sollevò uno stormo di piccioni, i fari accesi tranciavano il buio di quella notte. Lara si immise sulla statale. In una scarsa manciata di minuti avrebbe raggiunto finalmente la sua dimora.

La radio trasmetteva Million reasons di Lady Gaga. All’agognata meta mancavano ormai solo un paio di chilometri. Lara si lasciò trascinare dalle note di quella canzone e fischiettò timidamente, anche per resistere al sonno che, a tutti i costi, tentava di impadronirsi di lei. Ma, tutt’a un tratto, la vettura cominciò a dare dei colpi. Lara, arrabbiata e di istinto, diede una manata al cruscotto.
“Non è possibile, questa no, NO. E che cavolo!”
Era impossibile accelerare dato che l’auto proseguiva a strattoni; si trattava di un probabile guasto al motore.
L’appartamento di Lara era in periferia, occorreva dunque attraversare quell’ultimo tratto di campagna.
“Al diavolo l’auto!”, pensò.
E dopo aver imbragato la tracolla della borsa, si avviò a piedi con un passo veloce. Era stata costretta a sfilare anche l’altra scarpa, che poi aveva scagliato con stizza in un prato. L’umidità era davvero insopportabile, così per non patire troppo freddo, cominciò a correre. Delle grosse lacrime le sgorgavano libere dagli occhi e le pcarezzavano gli zigomi per poi perdersi nell’aria. Era trafelata, per nulla abituata a quel genere di movimento; non si sentiva più nemmeno le gambe. Era in lotta con sé stessa. Non poteva fermarsi, doveva vincere contro la sfortuna. E voleva solo tornare a casa.

Quando fu dinanzi alla porta di casa si commosse. La piccola palazzina esibivale tapparelle abbassate. Meno male. Non desiderava certo essere sorpresa da qualcuno in quello stato pietoso.
L’indomani, con calma, avrebbe pensato all’auto. Ora anelava solo una lunga doccia e poi sarebbe andata a dormire.
Pigiò l’interruttore che rischiarò il salone. Provò un lieto senso di accoglienza, si percepì finalmente tranquilla.

Indossò il comodo pigiama di flanella, si pettinò i capelli ancora umidi. Tutt’a un tratto si ricordò di qualcosa.
Ritornò in soggiorno, frugò nella borsetta. Ne estrasse due fogli di carta ripiegati e lo smartphone.
Dopo aver sorseggiato un ottimo tè caldo, effettuò una ricerca nel web.
Dispiegò i foglietti, li distese sul tavolo. Osservò il monitor del telefonino. Afferrò un foglio di carta, lo sollevò. Guardò di nuovo il monitor, si sfregò gli occhi. Osservò ancora il foglio. Il viso si distese in un ampio sorriso, le mani tremavano, quella schedina pure.
Non poteva crederci, non era vero. Non stava capitando proprio a lei, quello doveva essere un sogno.
“Oggi ti accadrà qualcosa di magico.”, era il messaggio contenuto nel suo dolcetto. E vincere all’Enalotto era qualcosa di estremamente magico, di fantascientifico, era una sensazione piena, gigante, meravigliosa.
Per la prima volta in vita sua, si sentì davvero soddisfatta e appagata. Cominciò a ridere, a gridare, a piangere di gioia, a saltare, in un tumulto di sentimenti forti e piacevoli La vincita era uno sproposito, quei soldi sarebbero stati fin troppi. Che cosa ne avrebbe fatto? Era confusa, certo, ma era una sensazione grandiosa. Era felice, felicissima, pazza di gioia. Doveva telefonare a sua madre, aveva bisogno di raccontare tutto a qualcuno.

(“Zic!” Una magia.) 

Quella sera, dopo aver calato la serranda, Sandra era davvero sfinita. Nonostante fosse affamata, mai e poi mai, sarebbe riuscita a cucinarsi qualcosa. Aveva valutato l’ipotesi di cenare al ristorante cinese, ma preferì tornare subito a casa. Aveva voglia di rilassarsi un po’ e magari di godersi una bella doccia tiepida.
Si recò quindi nel parcheggio riservato ai negozianti, recuperando la sua vettura. Ingranò la retromarcia e ruotò la manopola del riscaldamento dato che già cominciava a fare un po’ freddo. Accidenti! Forse, nel pomeriggio, qualcuno aveva piantato a terra alcuni dissuasori. Che fortuna! Per pochi centimetri non ne avrebbe urtato uno. La radio regalava le note di I will survive.
Quella giornata lavorativa era stata davvero impegnativa. A causa dei voli annullati in seguito agli scioperi di Alitalia, diversi clienti si erano lamentati telefonicamente e anche di persona. Inoltre, aveva avuto a che fare con una coppia davvero singolare, che riusciva a litigare persino per il viaggio di nozze. Per poco non gli scoppiò a ridere in faccia.

Dopo una doccia tiepida, si concesse una bella tazza di tè caldo. Un’amica le aveva regalato una originale confezione di biscotti della fortuna. Ne volle assaggiare uno. Lo spezzò all’incirca a metà estraendone il messaggio che recitava: “ Fortunato è solo chi sa esser saggio”. Sorrise.
Si intrufolò nel letto. Si stava proprio bene, era morbido, profumato. Lara era felice.
Certo, la sua vita non era stata facile, ma cosa avrebbe dovuto fare? Piangersi addosso tutto il giorno?
La vacanza premio che avrebbe effettuato a gennaio era una discreta consolazione. Avrebbe visitato il Perù, una delle poche località turistiche in cui non era ancora stata.
Mentre si accingeva a spegnere la luce, ricordò che quella mattina, si era proposta di acquistare un paio di schedine dell’Enalotto; così, per sfizio. Nel dirigersi a piedi verso il tabaccaio, un tacco le si era impigliato nella fenditura di un tombino. Aveva dovuto acquistare delle scarpe nuove e così si era fatto tardi. Meglio! Tutti soldi risparmiati.
Assunse la sua posizione preferita, si voltò sul fianco. E si addormentò subito, con un accenno di sorriso sulle labbra e sognando il Perù.

Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

30 pensieri riguardo “(IL GIOCO DEL DESTINO) – I BISCOTTI DELLA FORTUNA.”

    1. E’ vero. Le email dei tuoi commenti non mi arrivano, forse ti ho bloccata? Chissà. Perdonami, è che se non scrivo, entro in WordPress solo dalle email. Forse ho svelato l’arcano. Cercherò di rimediare. Grazie per il tuo graditissimo passaggio. Buon autunno Marirò.🍂😊

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  1. Un gran bel racconto, Nadia. A volte la fortuna nasce dalle sfortune altrui, o dai pasticci che, in maniera consapevole o no, altri fanno per noi. I biscotti della fortuna, be’, forse servono a chi ci vuol credere! Al di là di quest’ultima considerazione, è un po’ difficile inquadrare in uno specifico genere questo racconto che è una via di mezzo fra il surreale e il mainstream. E’ fuor di dubbio che non ti mancano né la fantasia né il talento, doti fondamentali per scrivere. Un racconto che, in ogni caso, riflette le nostre ansie per un futuro che è quasi sempre incerto.

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