UNA STORIA… DA PIRATI.

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Il vecchio alto e smunto raggiunse il timone. I suoi capelli lunghi, oramai bianchi, ondeggiavano al vento e si agitavano sopra le spalle larghe e storte; e indossava anche una bandana rossa nascosta da un tricorno nero. La sua pelle era dorata e raggrinzita, e gli occhi erano infossati e così azzurri da far presagire i trascorsi di una vita intera per mare.
Il tiepido Libeccio soffiava con prepotenza, almeno a trenta nodi.
Carezzandosi la barba brizzolata, John scrutò l’orizzonte e con spavalderia gridò: “Shiver me timbers, tempesta a babordo! Per mille spingarde, cosa aspettate? Qui si sbanda!” E poi aggiunse, quasi sbraitando: “Riducete le vele!”
A ogni suo comando tutto l’equipaggio si dava subito da fare. I marinai si mettevano in moto all’improvviso, proprio come formiche alle quali sta per essere distrutto il formicaio. Questa inutile agitazione faceva imbestialire John che allora comandava: “Calma gente, calma. Forse voi non avete mai cavalcato una tempesta? È ancora lontana. Occorre pazienza!”
L’imbarcazione non era grande e di conseguenza gli uomini impiegati erano pochi. Ciononostante le vele furono ammainate in quattro e quattr’otto e anche i remi vennero ritirati per tempo. La ciurma manteneva lo sguardo fisso, rivolto al mare. Tutti mostravano un’aria assai spaurita e nello stesso tempo eccitata. Riponevano molta fiducia nel loro vecchio capitano, dopotutto sapevano che ogni tempesta poteva regalare un’esperienza adrenalinica che sarebbe risultata unica e indimenticabile.
John avrebbe potuto manovrare la nave persino a occhi chiusi, e proprio per questo motivo tutto l’equipaggio riconosceva e ammirava il suo talento, sicuramente innato.
John prevedeva e percepiva ogni rapido cambiamento del vento, lo misurava sulla pelle, persino fra i capelli. Riusciva a dedurre l’intensità delle varie perturbazioni captando i movimenti e la forza delle onde che si infrangevano sullo scafo, e decideva rapido, di volta in volta, come dover tenere il timone. Lui era per tutti l’uomo che parla con il mare.

“Abbiscia quella cima!”, intimò, deciso, al mozzo.
Il piccolo omino si diresse alla corda, e, rapido, ne arrotolò la cima più volte su se stessa.
Il volto di John fu illuminato da un barlume di soddisfazione, nonostante sembrasse, come sempre del resto, intento a scrutare l’orizzonte e solo quello. Il cielo, in un attimo, si era già colorato di grigio intenso. Alcune enormi nuvole dall’aspetto spugnoso avanzavano sul vascello giungendo rapide da est; tuttavia un solitario raggio di sole, per un istante, riuscì a raggiungere il volto corrugato del vecchio. I suoi occhi grandi e stanchi scintillarono ancora una volta.
John non aveva condotto solo quel vascello sbilenco. I ricordi della sua giovinezza lo travolsero come sospinti dalle onde, che segnavano ormai l’approssimarsi di una tremenda burrasca. La passione per la navigazione l’aveva accompagnato per tutta la vita. Quand’era poco più di un ragazzino, si imbarcò per la prima volta. Timoroso ma felice, riconobbe subito la sua vocazione. In un lampo la sua mente fu travolta da una serie di immagini: rivide tutte le tempeste, una per una, nitide… quella volta al largo del Pacifico, e la notte del sei settembre 19** nei pressi delle isole… e ancora nel corso di una semplice esercitazione, quando fu sorpreso dalla più terribile tormenta mai incontrata nella sua carriera.
Quando il tempo peggiora, si dice sia bene trovarsi nelle vicinanze di un porto. Eppure John non aveva mai desiderato osservare una tempesta dalla terraferma: lui nutriva la strana pretesa di poterci finire dentro. Considerava ogni tormenta come la dose di un suo personale antidoto contro la paura della morte, e attendeva che a essa facesse seguito un sempre uguale e surreale stato di calma. Poteva assumersi il rischio. Possedeva l’esperienza necessaria per governare la sua nave e vantava una ciurma formata e capace che non aveva mai messo in dubbio la fiducia nel suo Capitano. Era solo necessario che i suoi uomini comprendessero un po’ meglio lo spirito del mare, affinché non agissero d’impulso. Tutti però avevano già capito che, sempre, è necessario arrendersi un po’ alla burrasca; che conviene sottomettersi alla spietata forza della natura perché questa, sempre, è più forte dell’uomo. Ingaggiare una lotta, un testa a testa o una vera sfida, porterebbe solamente alla disgrazia della nave e di tutto l’equipaggio.
John rammentò ogni sua avventura in mare, con raffiche di vento fortissimo a forza trenta, talvolta a forza quaranta. Rivide quelle onde, veri e propri muri che potevano raggiungere i sei metri, o che come schiere di carri armati avanzavano impetuose, scure, infrangendosi violente sulla prua, sommergendo e pressando senza pietà qualunque cosa, serbando un solo e unico desiderio, spingere tutto giù, in fondo agli abissi, per possederlo per sempre.
John era riuscito a resistere a ogni perturbazione, talvolta avvinghiandosi con forza al timone, altre all’albero maestro. Diventava un tutt’uno con la prua, o con il ponte, o con una qualsiasi altra parte del vascello. In condizioni drammatiche di navigazione, non sono solo le persone a dover combattere una vera battaglia, ma anche la struttura della nave che deve resistere e essere in grado di compiere il suo dovere.
E bisogna avere fiducia. Occorre essere pronti a tutto, e, per questo motivo, è necessario non sottovalutare nulla. La supervisione di ogni più infimo e remoto angolo della nave è indispensabile in ogni momento di calma, ora dopo ora, giorno dopo giorno, meticolosamente, metodicamente, con cura. Non basta saper comandare, serve una pignoleria maniacale, una buona dose di astuzia e anche molta determinazione; e soprattutto, più di ogni altra cosa, bisogna sapersi riconoscere come un piccolo microcosmo nell’infinito e potente macrocosmo della natura. John aveva così maturato un proprio segreto per poter affrontare le peggiori tempeste: viaggiava veloce, sospinto dal vento in poppa, senza lasciarsi intimorire dalla turbolenza delle acque. Grazie a una magica combinazione energetica, le molecole del vascello parevano scomporsi per sciogliersi, per poi diventare solo acqua nell’acqua. Navigando così, senza alcuna paura, il mare si doma. Con la randa terzarolata al massimo e il boma ben bloccato è possibile affrontare quasi ogni tempesta. E John la assorbiva sentendosi incredibilmente vivo, onnipotente, libero.
John soffriva da tempo, doveva lottare ancora una volta contro una tempesta, ma questa volta essa era dentro di lui e tentava spesso di soffocarlo, era stato difatti sorpreso da un infarto improvviso. E così era avvenuto il suo congedo: non avrebbe più condotto una nave di grande portata, non l’avrebbe potuto fare mai più.

Le prime gocce di pioggia cadevano da un cielo già nero: erano grosse, pesanti, sempre più violente. Con il respiro corto, John ordinò: “Yo ho ho, sistemate la nave, e fate presto!”
Tutti sanno che le mamme si arrabbiano molto quando i propri figli rientrano in casa lavati da capo a piedi dopo essersi presi un bell’acquazzone. E proprio per questo motivo, tutti si diedero da fare nel sistemare il balcone.
John estrasse gli steli degli ombrelloni piantati nelle loro basi di cemento, e poi, con precisione chirurgica, slegò la cima delle lenzuola che erano già state ammainate. Poi ripose tutto, con attenzione: poggiò i lunghi pali di alluminio bene in orizzontale, proprio accanto al muro, mentre i bambini ritiravano dalla terrazza i remi – che erano dei normalissimi bastoni – e li accatastavano uno accanto all’altro col resto del materiale. Infine, dai fori della ringhiera di ferro battuto, rimossero dei bei pezzi di cartone ricavati da un fustino cilindrico, i quali gli erano serviti per simulare gli oblò della nave.
Il vecchio, avvalendosi dell’aiuto del ragazzino più grande, badò a ricoprire tutto con del cellophane spesso e trasparente. Dovettero ramazzare ancora un po’ per raccogliere da terra diverse palline di carta stagnola, alcuni brandelli di tessuto forse provenienti da qualche costume di scena e altri piccoli oggetti, che erano serviti al consueto divertentissimo passatempo estivo.

“Mozzo pulisci!”, sbraitò il vecchio, lasciandosi sfuggire un sorriso piuttosto amaro e storto. Il ragazzino finse di metter su un’aria arcigna, e recitando bene la sua parte, rispose serio: ”Ai suoi ordini, mio Capitano!”
La pioggia cadeva ormai fitta rimbalzando sul davanzale e scomponendosi in piccoli frammenti che schizzavano via. Sulle piastrelle della terrazza apparivano le prime pozze d’acqua: erano lucide e palpitanti.
John gridò: “Per la barba di Achab! Non vedete che ha cominciato a diluviare? Abbandonate, forza! Abbandonate la nave!”
I cinque bambini sorrisero. Si salutarono e si scambiarono delle occhiate divertite. Scavalcarono la balconata, rialzata da terra poco meno di un metro, e una volta calati sul prato condominiale, corsero ai ripari restando sotto la grondaia. E poi, solo dopo aver salutato per l’ennesima volta John, sgattaiolarono nelle rispettive abitazioni lì nel vicinato.
Il vecchio, il cui nome non era John bensì Mario, con una sonora sbuffata, rientrò a sua volta nel suo appartamento, richiudendo bene alle spalle la porta-finestra che dava sul balcone ormai allagato. Si liberò del ridicolo tricorno di feltro, della bandana e anche della bella spada di plastica che teneva infilata nella cintura che gli reggeva i pantaloni. Si versò un po’ di liquore e si accomodò in poltrona. Su un tavolino del soggiorno giaceva il nuovo numero della rivista “Nautica”: l’aveva acquistata quella stessa mattina, alla solita edicola.
La malinconia lo invase con un ben noto e prepotente nodo alla gola, ma, al pensiero di poter ancora giocare al pirata con i suoi piccoli amici, questa tornò da dove era venuta.
Si percepì stanco e si abbandonò in mezzo ai cuscini per un meritato riposino. Si addormentò quasi subito, ma solo dopo aver rimirato per qualche istante un quadro appeso al muro che esibiva svariate decorazioni ottenute durante una brillante carriera in Marina Militare.

Lady Nadia.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

13 pensieri riguardo “UNA STORIA… DA PIRATI.”

  1. Non si smette mai di essere dei pirati. O meglio, non si dovrebbe mai smettere di essere dei pirati, vale a dire dei sognatori, perché, come ben disse il sommo Bardo, “siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni.” E però sognare troppo può anche portare male, e, restando nel campo puramente letterario, ne sa ben più di qualcosa Don Chisciotte, personaggio intramontabile creato dall’immenso Miguel de Cervantes. Nei suoi quaderni in ottavo, Frank Kafka scriveva che la sfortuna di Don Chisciotte fu quella di aver avuto al suo fianco Sancho Panza. Tralasciando questa mia digressione, necessaria o forse no, il tuo racconto, Nadia, mette in evidenza che i giorni, per poter essere sopportabili, hanno bisogno di essere imbrattati con la fantasia. Protagonisti di questo racconto non sono soltanto i pirati immaginati, sono anche e soprattutto i bambini e l’anziano signore che si traveste da pirata per intrattenere i pargoli, per continuare a vivere, per arrivare a vedere l’alba di un nuovo dì e vivere ancora. Stando a quanto scrivi in questo tuo racconto, una volta un po’ in là con l’età si torna a essere dei bambini, perlomeno in una certa misura. Giovinezza e vecchiaia si tengono per mano, si potrebbe dire così, e credo sia questa la morale che possiamo ricavare leggendo “Una storia… da pirati”. La fantasia e i sogni, se adoperati nella giusta misura, possono dunque aiutare a esistere oltreché a resistere in un mondo che, giorno dopo giorno, si fa più duro e insensibile.
    Racconto molto ben scritto, stile equilibrato e mai ridondante. Chapeau!

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