CAMPACAVALLO 3.

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Echeggiano in tutta la valle i rintocchi delle campane: da poco ha smesso di nevicare. Il cielo è un po’ meno grigio. Le vibrazioni causate dagli ultimi colpi battuti a mezzogiorno distaccano dal tetto di un cascinale un grosso blocco di ghiaccio che, facendo un gran tonfo, ricade proprio accanto a Giuseppe mentre cammina sul margine della strada.
L’uomo sospira e si aggiusta il cappello: l’ha scampata per poco, davvero per un pelo! Se avesse lasciato la casa di Gina soltanto un secondo prima, quel macigno ghiacciato sarebbe piombato proprio sulla sua testa.
Escludendo le donne anziane, come pure quelle troppo giovani, Campacavallo conta una scarsa decina di belle signore che Giuseppe, nel corso degli anni, ha fatto tutte sue. Giuseppe ama tutte le donne! E queste rappresentano per lui una valvola di sfogo, un antidoto contro la noia; costretto a vivere le sue giornate al freddo e al gelo, le considera una fonte di sano tepore. Nel tentativo di soddisfare il suo bisogno, ogni mattina si concede una scappatella diversa e, salvo imprevisti, a ciascuna di loro ha assegnato un giorno della settimana: Gina di lunedì; la bella e statuaria Emma al martedì; al mercoledì tocca a Laura; giovedì è il turno dell’ammaliante Lisa e, infine, il venerdì è sempre dedicato a Silvia.
Per fortuna, a Campacavallo è sempre facile passare inosservati mentre si fa visita alle signore, soprattutto quando i loro mariti sono impegnati nelle attività offerte dalla bottega.
Nonostante Giuseppe si sia persino concesso una doccia rapida, riesce ancora a percepire un lieve sentore del sesso di Gina. Mantenendosi sul ciglio della strada, fischiettando e aggirando grossi mucchi di neve che i proprietari delle poche abitazioni affacciate alla provinciale hanno accatastato accanto ai propri cancelli, ritorna trionfante alla sua bottega.
Quando ricompare sulla soglia del negozio con il naso più rosso di una ciliegia matura a causa del troppo gelo, per tutti significa che è giunta l’ora di pranzo; occorre dunque terminare alla svelta l’ultima mano di poker e affrettarsi a rincasare, prima che le mogli diano in escandescenze. Mario sorride come un ebete: ha ricevuto un bel bacio dalla fortuna e afferra il malloppo che gli spetta: due belle e fruscianti banconote da cento Euro che sono rimaste al centro del tavolo e che, carico di aspettative com’era, per tutta la mattina aveva rimirato senza mai perderle di vista. Le scuote nell’aria più volte, poi le avvicina al suo naso aquilino; a questo punto inspira forte, e godendo da matti nel percepire quel profumo acre e intenso penetrargli le larghe narici, l’uomo emette dei gemiti gutturali che sottolineano il suo piacere. I compagni di gioco lo ignorano di proposito, ma così facendo gli lasciano intendere quanto siano invece invidiosi di quella vincita.
Senza degnarlo di uno sguardo, o, peggio, sforzandosi di mantenerlo basso e fisso sulla tovaglia, Geremia pulisce il tavolo.
“Com’è andata stamattina?”, gli domanda Giuseppe, senza alcun interesse.
“Bene, come sempre d’altronde”, risponde in maniera pacata Geremia. E poi, subito, aggiunge: ”Te l’ho detto mille volte: se qui ti sostituisco io, non hai nulla di cui preoccuparti. Ho già riposto l’incasso al solito posto, e adesso vado anch’io, ci rivedremo più tardi!”
Giuseppe accenna un sorriso talmente falso da sembrare quasi sincero. Dall’uscio, che è rimasto aperto, penetrano delle folate di vento così forti da riuscire ad agitare i lembi della tovaglia proprio come se fossero delle bandiere.
Fuori, Stanlio, che è esile come un grissino, si prodiga a sostenere Ollio, il quale, anche quella mattina, ha alzato un po’ il gomito. L’omone barcolla e rischia di cadere per terra dopo ogni passo, nonostante i suoi stivali, gravati da quel peso dell’accidenti, sprofondino nella neve alta, e ciò, a rigor di logica, sarebbe potuto bastare a sostenerlo.

Se qualcuno di voi riuscisse a osservare con i propri occhi questo viavai di uomini nei pressi della bottega, sbagliando penserebbe di aver a che fare con una banda di lazzaroni. In effetti la gente di questo posto ha un ritmo di vita molto lento se confrontato con quello tenuto dagli abitanti di un qualsiasi altro borgo di alta montagna. Chi si trova a Campacavallo può permettersi di lavorare solo per pochi mesi all’anno, quando le condizioni climatiche migliorano e l’esagerato manto di neve, che ricopre proprio ogni cosa, finalmente incomincia a sciogliersi piano piano. Sulla radura dapprima compaiono alcuni acquitrini paludosi, poi spuntano qua e là rari steli malmessi e giallognoli d’erba. Quando il tepore dell’aria diviene costante, si può assistere alla ricrescita di una timida vegetazione, che poi si inspessisce man mano che le pozze d’acqua dovute al disgelo vengono assorbite dal suolo.
Allora c’è finalmente qualcosa da fare: è possibile tagliare la legna, come pure condurre al pascolo il bestiame che, fino a quel momento, è stato recluso nelle stalle. Vien munto molto più latte, ben oltre il quantitativo necessario al fabbisogno del borgo, e, di conseguenza, è possibile ricavare tanto burro e tanto formaggio, che ben si vendono giù a valle; si raccolgono funghi, ortaggi, erbe selvatiche e medicinali.
Nei mesi più caldi alcuni abitanti lasciano Campacavallo per svolgere un lavoro temporaneo presso qualche località turistica non troppo lontana.
Insomma, nonostante la maggior parte dei Campacavallesi siano proprietari di edifici e di terreni talvolta sconfinati, restano dei poveretti che hanno imparato a vivere alla giornata centellinando i pochi ricavi ottenuti durante l’estate.

Mario lascia per ultimo la bottega. Tiene le mani in tasca, è di ottimo umore: ha appena realizzato che i duecento Euro che stringe nel pugno hanno un potere sicuramente speciale: riusciranno a tener calma e buona sua moglie Gina. Una volta impossessatasi di quel denaro, la donna non si sarebbe lagnata per almeno un paio di giorni.
Raggiunta la sua abitazione, Mario rivolge uno sguardo colmo di gratitudine all’affresco di San Leonardo e si fa il segno di croce.
Resi i dovuti omaggi all’effige, allentando la stretta della mano sinistra, permettendo al prezioso bottino di ricadere sul fondo della tasca, sfila gli stivali e li accosta accanto alla porta. Dopo essersi scrollato la giacca come al solito, onde evitare ogni possibile sgocciolio che Gina, di certo, non gli avrebbe mai perdonato, pigia la maniglia, spalanca la porta, e adagia il suo piedone umido sul pavimento. Vien subito travolto da una piacevole ondata di calore e realizza che nell’appartamento aleggia un invitante odore di cibo.
Gina non ama cucinare. Per pranzo e per cena, il più delle volte si limita a cuocere degli spaghetti sui quali rovescia un vasetto di sugo già pronto, che conserva nella credenza, e che è solita acquistare nel piccolo supermercato di Campacavallo.
Mario, ancora incredulo, tira su più volte col naso, domandandosi il motivo per cui Gina, ancor prima di esser stata messa al corrente della vincita, abbia deciso di darsi tutto quel disturbo.
Le si avvicina cauto, un po’ sospettoso, e si mantiene a dovuta distanza. Gina non si cura di lui, non si volta e nemmeno lo degna di uno sguardo. La donna si limita ad appoggiare ai lati opposti del tavolo due grandi fondine. Sono colme fino all’orlo di un cremoso risotto giallo zeppo di porcini. Mario ha già l’acquolina.
Senza neanche prendersi la briga di lavarsi le mani, si accomoda al tavolo intenzionato a divorare quella squisita pietanza. E’ piuttosto attonito, a causa dello strano comportamento di sua moglie. Infila un angolo del tovagliolo sotto il collo del maglione e, dopo aver trattenuto un attimo il respiro, più o meno come un tuono che all’improvviso rimbomba a notte fonda, trova la forza di esclamare: “Gina, tesoro! Apri bene le orecchie, stammi a sentire: stamattina, alla bottega, ho vinto duecento Euro!”. Gongolando e sorridendo proprio come farebbe un ebete, l’uomo batte una manata secca sul tavolo, poi vi lascia scivolare sopra le due banconote. Subito porta alla bocca una bella porzione di riso, senza curarsi di raffreddarlo. Presa un gran scottatura al palato, subito sgrana gli occhi che diventano sporgenti e gonfi, ossia piuttosto simili a quelli di un rospo. Un gran nugolo di vapore, dopo aver risalito il cavo orale, fuoriesce dalle sue labbra spandendosi nella cucina, e infine si dissolve piano insieme all’eco delle sue parole.
Gina rimane in silenzio, non osserva le banconote, guarda solo nel piatto. Con la forchetta gioca a rivoltare il riso che non ha ancora assaggiato. A quella notizia il suo volto non si corruga, ma nemmeno si distende; non c’è traccia della minima soddisfazione, non l’accenno di un sorriso, non lascia intuire nessuna emozione. La sua faccia rimane quella di sempre: resta proprio com’è.

Dopo aver digerito, e anche sonnecchiato per oltre un’ora con il sedere sprofondato nel divano mezzo sfondato, Mario decide di far ritorno alla bottega. Infila nuovamente gli stivali che ha lasciato sulla soglia, e nel preciso istante in cui il portone si richiude con un click metallico alle sue spalle, nota un oggetto piccolo e scuro che sprofonda nella neve. Si avvicina, si china per osservare meglio, poi decide di raccoglierlo. Lo osserva con una grande curiosità. Si tratta di una lettera in acciaio, una “G” di Giuseppe, a cui sono attaccate un paio di lunghe chiavi. Nonostante non gli appartenga, quel gingillo ha un aspetto così famigliare…
Mentre si incammina in direzione della bottega, Mario non può fare a meno di domandarsi come diavolo abbia fatto quel portachiavi a finire per terra proprio davanti a casa sua. E se quella mattina, per sbaglio, preso da un eccesso di euforia, lo avesse raccattato dal tavolo con le banconote senza accorgersene?
Tuttavia, avendo tenuto le mani in tasca durante tutto il tragitto del ritorno, l’uomo è certo che se ci fosse stato dentro qualcosa di estraneo, se ne sarebbe accorto ancor prima di perderlo.

Gina attende qualche minuto, poi sbircia dalla finestra che dà sulla strada. Vuole assicurarsi che il marito abbia imboccato la via principale. A quel punto ritorna in salone, afferra il cordless sul tavolino e compone un numero che conosce a memoria. Terminata la telefonata, si affetta a calzare i suoi Moon Boot e si precipita fuori, incamminandosi di buona lena.

Non è difficile indovinare in cosa possa consistere il passatempo che a Campacavallo, nel corso dei suoi tanti gelidi pomeriggi, tiene impiegati gli uomini.
Escludendo Stanlio, Ollio, e pochissimi altri, dopo aver pranzato, tutti ritornano in bottega. Siedono allegri consumando discrete quantità di liquore, nel tentativo di riscaldarsi un po’. Guardano e commentano dei film (per soli uomini, ovviamente) che Giuseppe si prende la briga di ordinare con regolarità nei negozi online. E sempre c’è anche chi, un po’ sopra le righe, o un po’ troppo su di giri, tira fuori un aneddoto comico assai, o qualche gradito pettegolezzo; e spesse volte capita che vengano svelati persino alcuni scabrosi particolari, intimi e personali. Ecco allora che, all’improvviso, Giuseppe drizza bene le orecchie: tutto ciò che accade a Campacavallo è di sua competenza, e lo è ancor di più se si tratta di sesso.

Mario è taciturno. Piuttosto passivo osserva lo scorrere del film sullo schermo; nonostante una continua visione di corpi sinuosi e nudi, mantiene un’aria assente grattandosi la testa di continuo.
Anche Giuseppe si perde tutto quello spettacolo. Non si è ancora fermato un attimo: rovista frenetico in ogni cassetto, poi nel vano della cassa; sposta una per una, per poi ridisporle, tutte le bottiglie poggiate nel mobile bar; e riorganizza ogni spazio secondo un proprio – e inarrivabile – criterio logico (o illogico). Infine coglie al balzo l’occasione per fare un po’ d’ordine anche in bagno, e già che c’è, sistema in lungo e in largo tutta la scaffalatura che è piazzata nel piccolo corridoio.

(…continua)

Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

18 pensieri riguardo “CAMPACAVALLO 3.”

  1. Campacavallo di ritorno. Richiesto a gran voce ecco a voi la nuova puntata della serie ‘Come si vive a Campocavallo’
    Bene, bene. Una bella puntata tosta. Ma quel Mario è proprio un rompiscatole che disturba Giuseppe nelle sue passioni amorose. Gina dove andrà tutta trafelata?
    Alla prossima

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  2. Probabilmente l’ho già detto, ma Campacavallo è un racconto che si inserisce in un ben specifico filone letterario, quello lanciato da Andrea Vitali. In Campavallo convergono ironia, realismo e immaginazione. E’ questa una formula narrativa che rende il racconto particolarmente avvincente e credibile: i personaggi sono tutti icastici, così tanto che par quasi di poterli toccare con mano. Questo lavoro è, a mio avviso, tra i tuoi più riusciti, smetti infatti i panni di chi scrive per pura passione e cominci a tenere in mano la penna per usarla a mo’ di spada. Continua su questa strada, Nadia. Già in passato hai dato prova di essere una più che valente narratrice, e oggi che sei più brava rispetto a ieri, Campacavallo ti consacra scrittrice avviata a descrivere con sempre maggiore precisione “quel guazzabuglio del cuore umano”.

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    1. Fin esagerato, ma questo tuo commento mi fa molto piacere. Spero di continuare a migliorare, spero di continuare a trovare delle idee stimolanti e la gioia di scrivere delle storie. Grazie, caro amico mio.

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  3. ehhhh…tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino…
    ma aspetto il seguito per vedere se la mia intuizione è esatta 😉

    Mi piace questo intreccio descrittivo di ambienti e personaggi. Molto curato, non stai lasciando nulla all’approssimazione, direi una segmentazione psicologica di ogni situazione.

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