CAMPACAVALLO 4.

Emma ha insistito a lungo affinché Gina accettasse un buon tè caldo. “Non si discute mai di cose importanti seduti a un tavolo vuoto!”, aveva esclamato con austera convinzione la donna, e poi, subito, si era defilata in cucina.
Un tendone rosso che incornicia la portafinestra del soggiorno ondeggia per via di ripetuti spifferi gelidi. Oltre i vetri alcuni robusti fiocchi di neve turbinano nell’aria; si intravede solo un susseguirsi di saliscendi innevati talvolta interrotto da qualche albero o da un isolato e circoscritto spiazzo piano. Un tintinnio di stoviglie scandisce il ritmo dei pensieri di Gina. La donna accavalla le gambe e distoglie lo sguardo dalla finestra e, ancora una volta, si ritrova a constatare come una minuziosa pulizia e un ordine meticoloso sempre regnino indiscussi nella bella casa dell’amica. Vuole molto bene a Emma sin dall’infanzia, ma più di una volta si è dovuta sorprendere, per poi subito pentirsene, di riuscire a provare nei suoi confronti anche un po’ di invidia. Nonostante Emma le sia coetanea, ha un aspetto fresco e giovanile. Il merito non è da attribuire solo al fisico asciutto e slanciato, perché anche il volto conserva una rara freschezza che le toglie almeno dieci anni. Inoltre bisogna ammettere che Emma si è sempre dimostrata una donna assai intelligente; così, osservandola, si è costretti ad apprezzarla in tutto e per tutto.
Gina si sforza di scacciare dalla testa le ricorrenti considerazioni sulla sua amica che sempre si originano spontanee nella sua testa, cercando di concentrarsi a imbastire al meglio il discorso che sta per farle. È stanca di tenere per sé il peso di quel terribile segreto; in fin dei conti un’amica deve essere d’aiuto nei momenti difficili e, d’altronde, se non ne avesse parlato subito con qualcuno, quella brutta storia l’avrebbe fatta di certo impazzire.
Emma riappare in soggiorno. Regge in mano un vassoio d’argento più lucido di uno specchio.
Le tazze di fine porcellana bianca rilasciano spire di vapore che sembrano conservare un potere ipnotico e spandono nell’aria un profumo acre e intenso.
“Adesso ci siamo, puoi sputare il rospo!”, dichiara Emma, mentre con un sorriso lascia scivolare un ben misero cucchiaino di zucchero dentro al suo tè. Quando è serena riesce ad apparire ancor più bella di quanto non lo sia già, soprattutto agli occhi stanchi e disillusi di Gina.
“Ebbene, si tratta di mio marito. Le ho provate davvero tutte, ma io non lo amo più!”
Le labbra carnose di Emma rimangono tese e immobili per qualche istante, poi si raggrinziscono e si contraggono in una smorfia di rammarico.
Emma resta per un po’ in silenzio, poi afferra il braccio di Gina appena sotto la spalla, e dopo essersi sporta verso di lei reclinando un poco il busto, le sussurra piano: “Resti fra noi: siamo nella stessa barca, mia cara!”
A questo punto, a rigor di logica, entrambe le amiche avrebbero dovuto piangere, o quantomeno rattristarsi un po’; invece, ignorando un accenno di lucidità che invano aveva tentato di velar loro gli occhi, scoppiano in una risata sguaiata.
La conversazione poi prosegue in maniera abbastanza serena, tra confessioni reciproche e sfoghi piuttosto allegri – ma mai privi di un certo isterismo –, aneddoti ingigantiti fino al limite dell’assurdo, e quanto d’altro sia in grado di produrre la mente di due donne ferite e turbate nel profondo. E credetemi: dei particolari di questo discorso è meglio che il narratore mantenga un certo riserbo e insieme a esso la propria e legittima dignità.
Ma quando, nel locale, risuona improvviso e inaspettato il nome del nostro caro amico Giuseppe, Emma scatta in piedi come una molla. Un lembo della tovaglia le rimane imbrogliato tra le gambe; questa scivola lungo tutto il tavolo, poi finisce per terra trascinando con sé il vassoio vuoto nonché il prezioso servizio da tè che finisce in frantumi sul parquet, provocando un boato terribile.
“E da quanto tempo te la faresti con Giuseppe? Rispondi!”
Gina, incredula e scioccata per l’assurda reazione dell’amica, riesce solo a balbettare: “Da… più o meno… sei… anni.”
“Sei anni? Sei lunghi anni hai detto? Logico. Bene. Perfetto! Sei anni. Ma certo, avrei dovuto sospettarlo! Io sarò stata una deficiente, ma quell’uomo è proprio uno stronzo!”
Dopo aver sfuriato e essersi resa conto di aver quasi spaventato a morte Gina, Emma tenta di ricomporsi, ma il suo viso, ancora sfigurato dalla rabbia, rimane paonazzo come quello di un ubriacone al quale venga strappata di mano la bottiglia.
A quel punto la conversazione prende una piega del tutto inaspettata: Emma scoppia a piangere, e Gina, più affranta di quando ha messo piede in quella casa, cerca invano di consolarla nonostante il suo amante sia stato anche quello di Emma. Sebbene l’amica sia in uno stato davvero penoso, Gina non può evitare di immaginarsela nuda, attraente e sinuosa, che serpeggia sopra Giuseppe.
“Da un po’ in paese circolano delle voci, delle brutte voci, alle quali io non ho mai voluto credere. Dunque è tutto vero! Si mormora che Giuseppe regali le sue attenzioni a diverse donne di Campacavallo. No, quello schifoso sporcaccione non la passerà di certo liscia! Io e te non glielo permetteremo, non è forse così, mia cara amica? Ti supplico, dimmi che sei con me!” Dopo aver pronunciato queste parole tutte d’un fiato, Emma estrae un fazzoletto dalla tasca dell’abito e si dà una bella soffiata di naso.

Gina rientra a casa sua trafelata, appena in tempo per anticipare solo di qualche minuto il ritorno del marito. Frettolosa si dirige in bagno, chiudendo a chiave la porta, nel tentativo di concedersi qualche minuto di solitudine: ha bisogno di riflettere molto bene sul da farsi.

Amici e clienti non si sono astenuti dal commentare quel nuovo film, che, diciamo pure così, aveva deluso le aspettative di tutti a causa dello scarso talento dell’attrice protagonista – e vi chiedo il favore di farla finita qui, e di accontentarvi della motivazione che vi ho detto –, poi hanno lasciato la bottega.
Come è logico che sia, Giuseppe si trattiene sempre ancora per un po’ nel suo locale per ultimare le pulizie e il riordino necessari a garantirne, l’indomani all’ora di apertura, il consueto aspetto pulito e decoroso.
Tuttavia, l’uomo par essere ancor più nervoso e irrequieto: non ha ancora ritrovato le chiavi della sua bottega. Comincia a credere di averle perse chissà dove, e si interroga mentalmente, senza tregua, per riuscire a indovinare che fine potrebbero aver fatto. Passa in rassegna ogni vano e ogni angolo, anche il più nascosto e dimenticato. E proprio quando, sfinito da tutto quel cercare, decide di fermarsi per qualche minuto a riposare poggiando il sedere su una sedia accostata al grande tavolo, percepisce proprio laggiù un dolore improvviso. Imprecando si inclina su un fianco, alzando un po’ una natica. La sua sorpresa è grande quando, tastando la seduta di spago con il palmo della mano, ne caccia fuori un mazzo di chiavi. Le osserva gioioso e rincuorato: sono proprio le sue! La grande “G” d’argento scintilla come un diamante colpito di sbieco dalla luce del lampadario che è appeso sopra il tavolo.
A preoccuparlo non era stato il pensiero che chiunque, grazie alle chiavi, potesse intrufolarsi, magari di notte, nella sua casa o nella sua bottega in cerca di chissà che; a Campacavallo, da che mondo è mondo, non c’era mai stata nessuna effrazione, né alcun atto realmente criminoso; era solo turbato dall’eventualità, seppur remota, di aver smarrito l’oggetto nel corso della mattinata, durante il suo incontro con Gina. Le chiavi avrebbero potuto scivolargli dalla tasca mentre era intento a spogliarsi nella camera matrimoniale dri coniugi, oppure, perché no, sarebbero anche potute cadere tra le lenzuola, proprio dritte in quel loro umido e gelido letto.
L’uomo tira un sospiro di sollievo. Ghigna: il suo consueto buon umore non ha stentato a ritornare, nonostante il suo fisico accusi una gran spossatezza a causa di quella giornata a dir poco difficile.
Dopo aver sciacquato anche l’ultimo bicchiere e averlo riposto sull’apposito ripiano del mobile bar, Giuseppe lancia un’occhiata di approvazione al suo locale. Si rimette i doposci e spegne le luci, poi per precauzione abbassa tutti gli interruttori del quadro elettrico; infine, finalmente soddisfatto, richiude l’uscio della bottega con due belle mandate, accingendosi a risalire la scalinata che conduce al piano superiore dove c’è la sua abitazione. Quando accede al suo appartamento tira un altro respiro di sollievo. Si toglie il cappello e lo poggia sul divano; dopo essersi concesso una lunga doccia calda, indossa il pigiama di flanella e si butta a corpo morto sul letto: finalmente si può permettere il gran lusso di riposare.

Anche dopo buttato giù mezzo bicchiere d’acqua nel quale aveva lasciato macerare almeno una quarantina di gocce di valeriana, Gina non riesce a chiudere occhio. Non fa altro che pensare e ripensare a Giuseppe, a Emma, e a chissà quante altre donne di Campacavallo che, a loro insaputa, si trovavano nella medesima orrenda situazione. È nervosa, non riesce proprio a smaltire la rabbia e la delusione che le mordono l’anima.
Fino a quel pomeriggio era certa di odiare suo marito. La annoiava e la infastidiva quel costante e caparbio disinteresse che pareva rivolgerle con una certa costanza; eppure, adesso, sentiva di detestarlo un po’ di meno: anzi, a dire il vero, quasi non percepiva più alcuna rabbia nei suoi confronti. Viceversa, era impegnata a lanciare ogni genere di maledizione a Giuseppe. Quel farabutto l’aveva sedotta, le aveva regalato un’illusione di gioia, ma, soprattutto, aveva osato rincuorarla, per anni interi, dandole a intendere delle false speranze; poi, tutto era andato a scatafascio in un istante, e a lei era rimasto in mano un pugno di mosche. Giuseppe aveva preso entrambe per i fondelli.
“Tesoro mio, le attività della bottega mi impegnano parecchio, dunque possiamo permetterci di incontrarci solo il lunedì mattina; e poi, sforzati di capirmi, tu sei sposata, e io tengo molto anche a tuo marito, quindi non possiamo osare troppo. Non è importante quanto tempo trascorriamo insieme, ma la qualità del nostro rapporto.”
Se solo quelle parole fossero state sincere, due ore settimanali sarebbero potute bastare e addirittura avanzare, nonostante Gina soffrisse tutto il resto della settimana quella mancanza, lasciando praticamente scivolare la sua esistenza in una attesa perenne dominata dalla tristezza. La relazione con Mario si era ridotta all’osso, a mera sopportazione.
D’altronde aveva desiderato credere a quel poco di buono, e ora ne pagava le conseguenze.
Non restava altro da fare che rischiare il tutto per tutto. Doveva trovare il coraggio necessario per affrontare Mario e confessargli almeno in parte l’accaduto, proprio come aveva promesso di fare Emma con il marito quella notte stessa.
Rimaste a secco di ogni genere di palliativo, dello svago sessuale e mentale che, malgrado tutto, veniva elargito loro da Giuseppe, le due amiche erano giunte a una conclusione: avrebbero troncato, una volta per tutte, quelle squallide relazioni da discount che da troppo tempo intrattenevano con i propri uomini ricevendo in cambio solo tanta frustrazione. Dovevano farlo, subito, e a ogni costo.

Mario, in soggiorno, è disteso sul divano e tiene una mano sulla fronte. Ha gli occhi chiusi, eppure non dorme.

(… continua).

Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

14 pensieri riguardo “CAMPACAVALLO 4.”

  1. Ed ecco l’ennesima puntata di Campacavallo, finalmente. Scopriamo in questo nuovo capitolo che Campacavallo si nutre anche di invidie e gelosie, e queste sembrano essere soprattutto un’esclusività delle donne che non nutrono più fiducia nei loro mariti. Campacavallo potrebbe essere un paese felice, un piccolo Eden innevato, e invece le relazioni extraconiugali rischiano di far franare il paese intero! Giuseppe il bottegaio è forse il grande colpevole, il peccatore per eccellenza, ma non è detto… Non ci resta che attendere il proseguo di questa storia e scoprire se il piccolo paese reggerà il peso delle rivelazioni pericolose che pian pianino stanno mettendo a nudo un po’ tutti.

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