CAMPACAVALLO 5 – LA FINE (con il botto).

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Mario è disteso sul divano del soggiorno, tiene una mano poggiata alla fronte. Ha gli occhi chiusi, eppure non dorme.
Non si capacita di come, quel pomeriggio, si sia potuto limitare a posare quel mazzo di chiavi sulla sedia della bottega senza dire una sola parola. Avrebbe dovuto consegnarle di persona a Giuseppe, fissandolo negli occhi e pretendendo una spiegazione.
Invece, come al solito, aveva preferito tacere. Era rimasto zitto, come soleva fare con Gina.
E forse proprio per questo motivo, sua moglie aveva deciso di tradirlo con quel buono a nulla, con quel gran chiacchierone di Giuseppe. Le cose dovevano esser andate così!
Quella mattina, quando Giuseppe aveva lasciato la bottega con la scusa di sbrigare delle commissioni, doveva aver avuto con sé quel maledetto mazzo di chiavi. Il bugiardo aveva di sicuro approfittato di quell’uscita per far visita a Gina.
Riflettendo sulla cronologia dei fatti, e collegando ad essi il bizzarro comportamento di sua moglie, inoltre ricordando l’ottima pietanza che la donna gli aveva preparato per pranzo, Mario si convince sempre di più della bontà delle sue supposizioni.
Nutre il desiderio di affrontare Gina: con decisione si alza dal divano per dirigersi in camera da letto.
“Non hai nemmeno cenato stasera!”, esordisce, rivolto alla moglie che stava distesa sul letto.
“E’ per via del mal di testa”, risponde lei, secca.
“Per questo motivo sei rimasta chiusa tanto a lungo in bagno?”
“Sì. Anzi, a dire il vero, no. Siediti, ho bisogno di parlarti!”
Mario obbedisce. Dopo essersi accomodato in qualche maniera sull’angolino del materasso, si dà una grattata alla testa, poi, assai nervoso, domanda: “Quindi, cosa desideri dirmi?”
“Mario, io non ti amo più, e già da diversi anni ormai.”
“E dunque ti scopi Giuseppe: brava davvero!”, ribatte senza alcuna sorpresa l’uomo, ghignando sarcastico.
Gina sembra essere scossa da uno spasmo terribile e dando un colpo deciso di bacino si mette a sedere, incollando la schiena alla testata del letto. Ha gli occhi gonfi, alcune lacrime le velano all’improvviso lo sguardo che già risultava piuttosto spento.
Nella stanza cala il solito noioso silenzio, eppure si respira un’aria differente, di tensione e di imbarazzo. Alla fine la donna non ha la forza di chiedere: “Tu, come lo sai? Mi farebbe piacere sapere chi te l’ha spifferato.”
“L’ho capito da solo, mia cara Gina. Forse non sono così stupido come credi.”
“D’accordo, ma questo non cambia la realtà dei fatti: sei un gran fannullone, hai le mani bucate, e di me te ne sei sempre fregato, da mane a sera. Eccoti spiegato perché non provo più nulla nei tuoi confronti!”
“E invece io ti amavo ancora, Gina. Ti ho sempre amata, fino a questo pomeriggio…”
“Non mi interessa. A ogni modo, questa cosa non mi riguarda più. Sono stanca di te e della nostra orrenda relazione da quattro soldi.”
“Zitta, non devi più parlare! Tu hai osato tradirmi. Avresti dovuto comunicarmi per tempo questa intenzione, avresti dovuto essere onesta, e ancor di più con te stessa. E poi, che pena! Hai davvero fatto sesso con Giuseppe! Non posso e non voglio crederlo, anzi, vattene subito da casa mia!”
“Troverò presto un’altra sistemazione, puoi giurarci! E sarò ben felice di andarmene, lasciami solo un po’ di tempo. Tuttavia, devi sapere che non amo neanche Giuseppe, ho il dovere di dirtelo. E se non credi alle mie parole, puoi chiedere al tuo amico Giulio: lui sa tutto di questa storia. Io e Emma abbiamo deciso di confessarvi stasera i nostri rispettivi tradimenti. Giuseppe è stato a letto persino con lei. Quel brutto ceffo se la fa con un sacco di donne qui, a Campacavallo. In paese si mormora che sia stato anche con Laura, con Silvia, e chissà con quante ancora. Quello schifoso si scopa una donna diversa per ogni giorno della settimana.”
Nell’udire quelle parole così sgraziate fuoriuscire rapide come un fiume in piena dalla bocca di Gina, ma ancor di più dopo averla ascoltata pronunciare quel nome che ormai detestava con tutto sé stesso, Mario perde il controllo, e comincia a gridare: “Ciò che riguarda le altre famiglie non è certo affar mio! Tuttavia, domattina, quel figlio di buona donna avrà di sicuro quel che merita!” E poi aggiunge, ancora furibondo: “Hai tre settimane, poi esigo che tu vada via da qui!”. L’uomo lascia la stanza sbattendo la porta talmente forte da riuscire a far vibrare persino i vetri della finestra.
La donna scoppia a piangere quando sente l’uscio di casa richiudersi con un colpo ancora peggiore. Sono ormai le nove di sera, le montagne e la vallata sono avvolte dal buio e, in quella totale silenziosa desolazione, il trillo del telefono è sufficiente per far sobbalzare Gina, che, dopo essersi asciugata le lacrime, e temendo per chissà quale disgrazia, si affretta a rispondere.
“Gina, gliel’ho appena confessato. Ha urlato, poi ha dato di matto. È sceso in garage e non ha ancora smesso di martellare come un forsennato. Volevo controllare cosa combinava, quindi osservando la luce accesa nel box, dalla finestra ho visto sopraggiungere Mario. Adesso si son chiusi lì dentro tutti e due. Gliel’hai detto, vero?”
“Sì, Emma. Vieni subito da me, sbrigati!”
“Mi rivesto e arrivo!”.

Poco più tardi, Gina accoglie Emma cingendola con le braccia, e poi dichiara: “Non ho intenzione di restare qui con le mani in mano, quell’uomo merita una punizione, e questa non tarderà ad arrivare. Stammi a sentire, ho un’idea: allora, faremo così…”
Le amiche fanno alcune telefonate bevendo insieme qualche bicchiere di grappa; poi, sconvolte e sfinite, si appisolano per un po’ sul divano, una accanto all’altra.

Spesso, a Campacavallo, ogni alba grigia è del tutto identica a quella precedente. Eppure, sebbene sia davvero presto, è possibile osservare un cielo diverso, di un color blu cobalto. Già a quell’ora il paesello brulica di vita in una maniera davvero insolita. Davanti al piccolo supermercato che esibisce le serrande ancora chiuse, si è radunata parecchia gente. Alcuni uomini brandiscono pale e rastrelli e lo spalaneve comunale, che è sempre condotto da Giulio, par restare in attesa di qualcosa, o di qualcuno; con il motore acceso è fermo in mezzo alla strada. Paco, alla guida del suo trattore, sta percorrendo a passo d’uomo la via principale a causa del ghiaccio che si è formato durante la notte, e fa strada a un corteo di donne armate di scope, mattarelli, battipanni, e chi più ne ha più ne metta.
Quando anche il trattore raggiunge la piccola piazza nei pressi del supermercato, lo spazzaneve si avvia lentamente e quella bizzarra carovana procede una marcia lenta in direzione della bottega di Giuseppe.
Il protagonista di questa storia (Avrei desiderato esordire la frase con “Quel pover’uomo”, ma proprio non mi riesce di scriverlo) dorme beato. Tuttavia, quando la sua casa trema (e non poco), l’uomo si sveglia di soprassalto temendo un forte terremoto, o qualcosa del genere. Trattenendo il respiro si leva dal letto e si precipita alla finestra che dà sul cortile. A quel punto, non gli occorre più di un secondo per realizzare che una folla agguerrita che gli ricorda un’orda di barbari riunita in un battaglione d’assalto, sta infierendo senza tregua contro la sua proprietà. Giuseppe, in cuor suo, si augura di essere nel bel mezzo di un incubo, tuttavia realizza che l’uscio della bottega è stato sfondato davvero. Sente provenire dal piano di sotto un continuo e assordante fracasso di vetri, probabilmente mandati in frantumi. Proprio in quel momento, la benna dello spazzaneve urta per la seconda volta le mura del suo grazioso chalet, staccando da esse una trave di legno, e, insieme, dei blocchi di cemento.
Giuseppe osserva sconvolto ciò che resta dell’uscio della sua bottega. Geremia sbuca dal locale e attraversa di corsa il cortile, defilandosi a gambe levate in direzione del bosco; nelle mani stringe qualcosa, che Giuseppe identifica immediatamente. Impreca e lo maledice: il suo migliore amico, proprio colui nel quale aveva riposto fiducia, ha osato rubare la cassetta d’acciaio contenente l’incasso della settimana, che quel pomeriggio Giuseppe avrebbe dovuto depositare presso la sua banca situata a una ventina di chilometri più giù, a valle.
Giuseppe, ferito nell’orgoglio e con l’istinto di rincorrerlo, calza un paio di scarpe da ginnastica che non usa quasi mai; indossa il giaccone senza nemmeno allacciarlo e, dimenticandosi persino di mettere il cappello, cerca di racimolare tutto il coraggio necessario per affrontare quella folla infuriata. Appena varca l’uscio di casa nota Gina, Emma, Laura e Silvia che lo attendono nel cortile, proprio in fondo alla stretta scalinata esterna. Le donne sembrano indemoniate, lo offendono con parole pesanti e agitano a più non posso alcune improvvisate armi casalinghe.
Solo a quel punto Giuseppe comincia a temere di non avere scampo: tutti gli abitanti di Campacavallo si sono rivoltati contro di lui.
Crollano altri calcinacci, poi delle travi di legno e intere porzioni di muro. Tutta la struttura portante traballa sotto i colpi di benna inflitti da un macchinario infernale; e persino Paco, infischiandosene della carrozzeria del suo trattore, infierisce di cofano sulle mura della bottega, provocando un crollo e il relativo generarsi di un varco enorme.
Delle patate vengono lanciate dal basso proprio come se fossero palle di cannone, e colpiscono Giuseppe sulla pancia, sulle spalle e, più di una, gli finisce anche in testa. Allora l’uomo tira un bel respiro e, in apnea e a testa bassa, percorre di corsa tutta la scalinata: dopotutto la casa non resisterà in piedi a lungo, bisogna tentare la fuga. Ma quando raggiunge gli ultimi gradini, qualcuno lo afferra per il giaccone ribattendolo a terra. Giuseppe è disteso supino, sulla neve ghiacciata.
A quel punto ha inizio un vero e proprio linciaggio: le donne, da amanti dolci e delicate che erano, si sono tramutate in guerriere impietose; gli danno addosso ripetuti colpi di scopa e diverse manganellate; gli uomini lo percuotono a palate e, per finire, un pugno ben assestato lo colpisce in piena faccia, tra gli occhi e il naso.
Giuseppe sanguina e aspetta la sua fine. Nessuno si prenderà la briga di avvertire la Polizia; inoltre, anche se questo avvenisse, i soccorsi non giungerebbero mai per tempo. Quella mattina i clienti della bottega son tutti arrivati in anticipo e decisi a farlo fuori.
Mai avrebbe pensato che la sua vita potesse finire in quella maniera, men che meno in un paese così piccolo e tranquillo come Campacavallo. Giuseppe, che non riesce nemmeno a riaprire gli occhi, sente una voce feroce che ordina: “Spaccategli la testa e ammazzatelo, una volta per tutte!”
Quell’attimo che pare infinito è bastato per convincerlo di dover morire, però una seconda voce reclama: “Adesso basta, siete pazzi? Lasciatelo andare, a meno che non siate capaci di camminare sulla neve senza lasciare impronte.”
A quelle sagge parole (e Dio le benedica), le palpebre chiuse di Giuseppe lasciano filtrare un bagliore dorato, un miracoloso raggio di sole. Piano il suo corpo si libera da strette e costringimenti. Stremato ma ben motivato a voler sopravvivere, con un ultimo sforzo disperato, combattendo contro una infinità di dolori lancinanti lungo tutto il corpo, l’uomo si tira in piedi e si allontana zoppicando, alla cieca, badando solo di lasciarsi alle spalle quell’eco distorta di insulti.
Il suo giaccone è rimasto steso per terra, sulla neve; qualcuno ci sputa sopra, e qualcuno fa anche di peggio.
Le donne vengono poi allontanate dallo chalet, gli uomini proseguono determinati la demolizione.

Eppure, manca ancora qualcuno!
Alla solita ora, gli ignari Stanlio e Ollio raggiungono il paesello. Restano increduli notando che nessuno, quella mattina, ha badato a cospargere di sale il parcheggio della bottega che è ancora ricoperto da uno spesso strato di ghiaccio, e quindi si scambiano un’occhiata preoccupata.
“Forse è ammalato”, ipotizza serafico Stanlio.
“Può darsi. Speriamo almeno di non aver fatto tutta la strada per niente”, evidenzia Ollio, piuttosto seccato al pensiero di restare con la gola secca.
La buffa coppia si accinge ad attraversare il campo innevato, ma si arresta di colpo.
“E’ sparita la bottega!”, esclama allibito Stanlio.
“Lo sapevo, me lo sentivo che oggi era un giorno iellato!”
“Ollio, guarda! C’è un sacco di gente e ci sono delle macerie. Andiamo a vedere, forse la casa è crollata durante la notte.”
Stanlio e Ollio si avvicinano con prudenza a quello che potrebbe essere scambiato per un cantiere. Non serve molta intelligenza per comprendere che ci si sta dando da fare per demolire la baita di Giuseppe, e nemmeno per riuscire a intuire che, prima che giunga sera, di quella costruzione rimarranno solo le fondamenta.
Stanlio e Ollio si voltano piano, e sperando di non dar troppo nell’occhio ritornano alla loro vettura.
“Troveremo un altro bar, Ollio.”
“Che gente strana questi Campacavallesi! Accidenti, avevo voglia di una bella sambuca.”

Mio caro e temerario lettore, davvero sei convinto che questa lunga storia possa finire così?
L’arguto Giuseppe ha sempre amato burlarsi dei Campacavallesi, e io narratore, contrario da sempre a ogni forma di violenza, non ho ceduto alla tentazione di divertirmi un po’ burlandomi di te.
Hai potuto davvero credere che un uomo tanto affascinante e tanto scaltro, come peraltro ha sempre dimostrato di essere il nostro amico Giuseppe, non avesse preso in considerazione l’ipotesi di una banale cospirazione?

La notte della resa dei conti, Giuseppe ha riposato solo qualche ora. Per tutto il pomeriggio si è sentito addosso un senso di inquietudine accompagnato da uno strano presentimento. In bottega, il comportamento troppo schivo e pensieroso di Mario lo aveva insospettito non poco. Poi era avvenuto quel miracoloso ritrovamento: dopo averle cercate in lungo e in largo, le chiavi erano ricomparse per magia, e, guarda caso, proprio sulla sedia che aveva occupato Mario fino a poco prima.
Giuseppe ha preparato un bagaglio piuttosto improvvisato, convincendosi che fosse saggio stare alla larga da Campacavallo almeno per qualche giorno. Montato a bordo della sua auto, aveva lasciato il paesello percorrendo al buio, con destrezza, la stretta strada ricca di tornanti che l’avrebbe condotto a valle.
Nel paese di Cascinella c’è sempre stato un locale piuttosto carino. Giuseppe lo conosceva bene, dato che si trovava accanto a quella che era la sua banca.
L’uomo si era meravigliato nel trovarlo ancora aperto, nonostante fosse ormai notte fonda, e, dopo averne approfittato per bere qualcosa, aveva atteso in auto l’arrivo di un nuovo giorno.

Quando all’alba quella stramba carovana raggiunge lo chalet, tutti realizzano che dentro sembra non esserci anima viva. La Jeep di Giuseppe non è parcheggiata al solito posto, così qualcuno decide di sfondare l’uscio della bottega, poi anche il portone dell’appartamento, e infine si decide a dare l’annuncio: quello stronzo se l’è filata appena in tempo!

Ciò che vi ho narrato riguardo alla demolizione è invece tutto vero.
Sono crollati i balconi e i vasi con i gerani, sono crollate tutte le travi di legno, poi anche i muri e, infine, è venuto giù persino il tetto. Un cappello di velluto marrone e una testa imbalsamata di cervo dalle corna lunghissime erano finiti nel cortile, adagiati allo spesso manto di neve.

Se qualcuno, dopo qualche tempo, si fosse trovato a passare da quelle parti alla periferia di Campacavallo, e proprio nel punto in cui il bosco si origina e si infittisce, proseguendo in salita fino a raggiungere la vetta che domina con austerità il grazioso paese, non potrebbe osservare altro che una monotona sequenza di saliscendi quasi sempre bianchi e innevati.
Lo spiazzo che una volta era adibito a parcheggio è diventato irriconoscibile per via di una coltre di ghiaccio che, restando sempre all’ombra, resiste anche nei mesi più caldi. Dello chalet di Giuseppe non resta che un cumulo di macerie dal quale qualcuno non si è fatto problema a portare via anche l’ultimo pezzo di legno probabilmente con l’intento di servirsene per il fuoco del proprio camino.
Nessuno, né uomini né animali, ha un motivo valido per trattenersi da quelle parti. I gatti hanno trovato un altro rifugio per difendersi dal gelo e per rifocillarsi; gli uccelli non hanno riparo, così preferiscono restare tra i rami fitti degli alberi, nel vicino bosco.
Tuttavia, col trascorrere del tempo e delle stagioni, nessun Campacavallese prova ancora un vero e proprio risentimento nei confronti di Giuseppe. Chi non aveva frequentato la bottega si interroga sul mistero dell’accaduto; Geremia, dopo aver rubato quel gruzzoletto, è stato in parte ripagato per il duro lavoro svolto in assenza di Giuseppe; ogni giorno che passa, le belle donne che sono rimaste al paesello si sentono sempre più sole, e gli uomini, gli stessi che avevano portato a termine la demolizione, pur avendo interrotto con sofferenza le proprie relazioni sentimentali, si disperavano assai di più per la mancanza di un luogo in cui trascorrere le giornate in allegria e spensieratezza, e in amicizia – per quanto quest’ultima possa esser stata autentica oppure di convenienza.
E persino Mario, dopo aver sfogato tutta la rabbia scaturita dall’orgoglio, aveva ben compreso che il matrimonio con Gina sarebbe finito comunque, con Giuseppe o senza di lui; perché se una donna tradisce, l’amore è già morto da un pezzo. Questa verità l’aveva capita presto: quella sera stessa, dopo aver messo in atto la sua vendetta e tornando a casa lercio dalla testa ai piedi (e anche nella coscienza), si era rivolto, come sempre, al suo amato affresco di San Leonardo da Limoges. Al solito sentimento di gratitudine si era sostituito un gran senso di colpa. Il volto del Santo pareva osservarlo con severità, come a volerlo rimproverare.

Alla luce dei fatti, caro lettore, avrai maturato il desiderio di conoscere il destino di Giuseppe.
Grazie ai risparmi che da saggio e buon Campacavallese l’uomo ha saputo accantonare nel corso degli anni, questi ha potuto rimettersi in gioco avviando una nuova attività. Se non avesse avuto modo di combinare tutti quei guai, non avrebbe mai trovato la forza interiore necessaria per lasciare Campacavallo, riuscendo così a superare il suo morboso attaccamento per quel luogo unico al mondo.
Tuttavia, anche l’evento più nefasto spesso nasconde un proprio lato positivo.
Nel corso di tutta la sua esistenza, Giuseppe è sempre riuscito a cogliere l’ opportunità migliore, dunque non è da escludere che, in questo momento, l’uomo stia proseguendo la sua vita proprio vicino a casa tua.
Comunque, fossi in te non mi preoccuperei: questa storia ci insegna che non tutti i mali vengono per nuocere, e men che meno se provengono da un luogo come Campacavallo dove l’erba non cresce.

Rudere collage e neve

Saluti da Campacavallo.

FINE.

Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

19 pensieri riguardo “CAMPACAVALLO 5 – LA FINE (con il botto).”

  1. Bellissimo il doppio finale. Nel primo ho persino provato un po’ di pietà per Giuseppe. Questo perché la vendetta non è mai una soluzione. Il dolore rimane e nel caso i problemi erano tali nonostante Giuseppe. Una bella morale e un testo che si lascia leggere d’un fiato. I miei complimenti.

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  2. Bonjour ou bonsoir mon ,Amie LADY

    Chaque jour, je vois défiler le temps
    devant moi la réalité, derrière moi un passé
    Chaque jour, je fais les mêmes gestes
    Les mêmes mouvements
    Assis devant un café, je viens te retrouver
    L’ordinateur est devenu mon ami avec lui
    je t’offre un peu de joie un peu de bonheur
    et toute l’amitié que j’ai au fond du cœur
    Profite bien et ai pleinement conscience du bonheur de vivre
    Je te souhaite un bonne fin de semaine

    Bises amicales
    Bernard

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