FIVE HOURS TO LIVE (3).

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IN THE LAP OF THE GODS.

It’s so easy, but I cant’t do it
So risky – But I gotta chance it
It’s so funny, there’s nothing to laugh about
My money, that’s all you wanna talk about
I can see what you want me to be
But I’m no fool

(Freddie Mercury)

Ci trovavamo ancora a largo e già percepivamo la bellezza dell’isola che si imponeva con una gran forza su di noi. A prima vista, nonostante la stanchezza accumulata durante il lungo viaggio, Tetepare ci era apparsa come un vero paradiso terrestre. Era una terra certamente capace di tutto, di rendere succubi come di donare estasi. Eravamo sgomenti e al contempo appagati, ma anche impotenti, disarmati, vulnerabili. Osservando la natura selvaggia del territorio restammo senza parole e fummo costretti a realizzare che quell’isola avrebbe concretizzato il più ardito dei sogni. Un senso di pace ci stava avvolgendo, un venticello profumato di mare sferzava su di noi, con tutto il suo vigore. Ancora sul motoscafo, io e David ci levammo in piedi insieme, nello stesso istante. Tetepare aveva rapito ogni nostra attenzione ancor prima che ci fosse permesso di poggiare i nostri piedi a terra.
Il pilota rallentò. Eravamo ormai prossimi allo sbarco. Le onde ci travolgevano di continuo causando improvvisi sobbalzi per i quali rischiavamo di perdere l’equilibrio, poi si infrangevano spumose e violente sulla battigia dorata.
Mi ero sempre ritenuto realista, un pragmatico per eccellenza, eppure mi sentivo eccitato al solo pensiero di vivere fino in fondo la nuova esperienza, che non solo avrebbe cambiato per sempre me stesso ma che aveva promesso di rivoluzionare il mondo intero. E io, come David, adesso le credevo.
Ci sfilammo le scarpe, provando un senso di sollievo nell’immergere i piedi nell’acqua limpida e fresca fino alle caviglie. Le nostre calzature risultavano del tutto fuori luogo e contrastavano in maniera netta con l’ambiente selvaggio nel quale eravamo ormai immersi. Nel cielo si gonfiavano sempre più delle grosse nubi grigie che minacciavano un imminente acquazzone, tuttavia Tetepare restava bella da togliere il fiato.

Prima di intraprendere il viaggio avevamo vagliato con attenzione il materiale disponibile on line, dato che nessun editore si era mai preso la briga di pubblicare una guida turistica delle Solomon Island. In Internet le immagini reperibili relative all’atollo di Tetepare si potevano contare sulle dita di due mani, e persino Wikipedia le aveva dedicato un misero trafiletto. In compenso, David aveva scovato alcuni articoli pubblicati in un blog che narravano in modo esauriente la storia e ne descrivevano la flora, la fauna e il clima. Così avevamo appreso che, un tempo, vi erano vissute piuttosto a lungo alcune tribù indigene, e che, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, queste, per cause ignote, abbandonarono l’isola in un vero e proprio esodo. Nonostante l’indiscussa bellezza del suo territorio, Tetepare rimase poi disabitata, ispirando con i suoi misteri alcune leggende. Dalla stessa fonte venimmo a conoscenza che  T.D.A., l’associazione citata nell’email esplicativa del progetto, si era da poco stabilita sull’isola con l’intento di proteggere e studiare la natura del suo territorio. A nostro avviso, questa avrebbe potuto rappresentare una sorta di motivazione ufficiale, una specie di copertura, per tentare di celare la presenza della comunità di Kupa Point.

Trovandomi a dover ammirare tutto l’incanto offerto da quel panorama straordinario, mi era sorto spontaneo mettere in discussione perfino il mio credo. L’idea che una grande intelligenza, un essere divino, avesse saputo pianificare e generare nella perfezione ogni cosa e ogni essere vivente mi era sembrata, in quel momento, un’idea un po’ meno assurda.

Nessuno può pretendere di imparare a conoscere un territorio che non ha mai potuto visitare osservando delle fotografie o consultando alcuni siti Internet: né la più potente telecamera, né tantomeno uno scrittore eccellente, sarebbero mai bastati per raccontarlo. E se, a prima vista, l’isola si era imposta con il suo aspetto austero e selvaggio, fui costretto a ricredermi per una seconda volta. Nel punto in cui la spiaggia giungeva a ridosso delle zolle erbose, alle quali erano aggrappati enormi grovigli di radici di mangrovie, oppure, dove questa scompariva tra i tronchi di palme da cocco e poi sfumava zigzagando tra fusti spessi di bambù, notai la presenza di numerose capanne di paglia attorno alle quali erano riunite delle persone. Chiunque avrebbe valutato una simile presenza umana del tutto fuori luogo almeno quanto le nostre scarpe da ginnastica in acqua. Tuttavia, di primo acchito, quella gente sembrava essere simpatica, allegra, e perfino cordiale. Qualcuno notandoci, si era addirittura prodigato a salutarci da lontano, sventolando la sua mano in maniera confidenziale, come se ci conoscesse da sempre; qualcun altro, invece, sembrava non badare alla nostra comparsa: eppure sarebbe stato quasi impossibile passare inosservati! Dovevamo avere un aspetto assai buffo, con i nostri pantaloni lunghi risvoltati fin sopra al ginocchio, fradici dalla testa ai piedi, e ancora un po’ intontiti a causa delle onde che eravamo stati costretti a sfidare per ben due ore, durante la nostra traversata oceanica.

“Se ne va!”, mi sorpresi a esclamare quando il comandante si accinse a riaccendere il motore. Io e David ci voltammo a osservare la piccola imbarcazione tagliare in due l’oceano per poi allontanarsi veloce, diventare un puntino intermittente all’orizzonte, e poi scomparire. A qual punto avvertii un nodo alla gola: se il progetto tanto decantato dalla T.D.A. si fosse rivelato un buco nell’acqua, come diavolo saremmo tornati a casa nostra?

In linea d’aria Munda distava 60 km da Tetepare, per raggiungere l’aeroporto di Honiara avremmo dovuto prenotare un aereo privato, e l’unica nostra sicurezza economica risiedeva in una carta di credito che sapevamo di dover distruggere, nel mero rispetto del regolamento. Così mi sorpresi a rivolgere il mio pensiero a un Dio, di cui, fino allora, ne avevo sempre negato l’esistenza.

Un uomo ci veniva incontro. Lasciai che a occuparsene fosse David, poiché la sua pronuncia inglese era migliore della mia.

L’ometto sorridente e con la pelle ambrata si presentò: “Benvenuti a Kupa Point, io sono Jonny e mi occupo dell’accoglienza”, disse senza celare il suo entusiasmo. Dopo averci augurato una serena permanenza, ci pregò di seguirlo per poter sbrigare le pratiche per l’accettazione. Traversammo la spiaggia. Sul margine della foresta visualizzai una capanna più grande delle altre. Una bandiera bianca era stata piantata lì vicino e esibiva il disegno di un pappagallo: era lo stemma di Kupa Point. La casupola, una specie di palafitta, era rialzata quasi un metro da terra, e circondata da grosse radici di mangrovia che fungevano da sostegno per i cavi elettrici; sul tetto era stato  posizionato anche un ripetitore. Se avessi notato un solo accenno di lusso, avrei creduto di esser finito in un villaggio turistico. Tuttavia, al suo interno, la capanna era stata arredata in maniera povera e funzionale. Dopo aver risalito alcuni gradini di una piccola scaletta traballante, ci trovammo dinanzi alcuni sgabelli, senz’altro assemblati a mano, e un piccolo tavolo in legno sul quale erano stati sistemati un portatile e un voluminoso registro cartaceo. Alcuni bauli serrati da grossi lucchetti costituivano il resto del mobilio. Ogni parete esibiva un’apertura rettangolare alla quale era stato affisso un drappo leggero. Il pavimento era ricoperto da una mouquette marrone scuro e era cosparsa di sabbia e di fango.

Jonny richiese i nostri passaporti e la stampa recante i codici personali, e subito si diede da fare al computer. Dopo aver controllato la veridicità delle informazioni e, soprattutto, che i nostri bonifici fossero andati a buon fine, procedette con la compilazione di alcuni moduli che ebbi modo di osservare di striscio sul video.

In un lasso di tempo che mi parve interminabile prendemmo visione della versione integrale del regolamento di Kupa point.

“Bene, qui abbiamo finito. Avete firmato  i documenti, vero?”, ci domandò Jonny, sempre sorridendo.

Io e David ci limitammo ad annuire. Sentii che l’eccitazione iniziale, che era dovuta alla scoperta dell’isola, stava svanendo pian piano per lasciare posto a una discreta dose di ansia.

“Come avrete ormai compreso, il nostro progetto consiste nel fondare una comunità in continua espansione basata sullo scambio e sul sostegno reciproco. Qui potrete riappropriarvi della vostra esistenza. T.D.A vuole dimostrare che il danaro può diventare superfluo. I soldi sono il male; il male, a sua volta, genera sempre altro male. Ogni guerra è originata dal desiderio di potere. E potere è possedere. La nostra comunità ha il compito di dimostrare che è possibile vivere in pace e in serenità senza bisogno di avere. Qui, a Tetepare, tutto è proprietà di tutti. Voi avrete tutto senza possedere niente. Possedere è solo un surrogato di avere.

Pensate a quanto un neonato può essere angelico: senza ombra di dubbio è scevro dal peccato poiché non riesce ancora a pensare. Crescendo e diventando un bambino, la cattiveria insita dentro di lui emerge. Tutti noi siamo stati corretti, sin dalla nostra infanzia. La stessa educazione è  correzione, al di là che il fine o il movente sia riconducibile all’etica o alla religione. Per questo motivo esistono persone buone, giuste, leali, pacifiche. Nostro malgrado, la natura umana è sempre guidata dall’istinto animale. Chi è giusto di indole può essere capace di accontentarsi, chi è cattivo è disposto a tutto pur di arrivare. E’ sempre una questione di ambizione, e l’ambizione conduce al potere.

In una società fondata sull’economia, essere equivale ad avere. Proprio per questo, l’invidia è un sentimento dannoso, un grosso pericolo. Si comincia a invidiare in piccolo, poi si giunge a invidiare in grande, sempre più in grande. Credete che i soldi facciano davvero la felicità, oppure pensate che siano in grado di distruggerla? L’uomo è animale, ma, evolvendosi, ha sviluppato in maniera originale alcuni sentimenti: autostima, amor proprio, desiderio, vanto. Chi non è stato educato non si accontenta mai, e tra migliorare e migliorarsi sceglie sempre la prima possibilità. Credetemi: l’essere umano è sempre disposto a tutto. Tetepare ci ricorda che nulla è per sempre, e che la vera felicità non risiede nel materiale, bensì nello spirituale. La nostra vita è già troppo breve, perciò conviene viverla con amore e nella gioia”.

Il lungo discorso di Jonny ci era sembrato toccante e piuttosto convincente, tuttavia, confrontandoci, sia io che David non eravamo ancora arrivati a comprendere fino in fondo la filosofia della T.D.A. Ci saremmo riusciti in seguito, forse col tempo, e sull’isola il tempo non sarebbe certo mancato.

Dopo aver ridotto a brandelli le nostre carte di credito e, a suo dire, aver sequestrato anche i nostri telefoni, Jonny ci consigliò di raggiungere gli alloggi. Un bel temporale stava ormai per abbattersi sull’isola: avremmo dovuto abituarci ai cambi repentini e bizzarri del clima tropicale. Consultammo la mappa di Tetepare che ci venne consegnata in seguito alla registrazione. L’uomo aveva contrassegnato con la penna il luogo ove si trovavano le nostre capanne dove avremmo trovato tutto il necessario per la nostra permanenza sull’isola: attrezzi, biancheria, vestiario, prodotti essenziali per l’igiene, stoviglie. Ci saremmo dovuti addentrare nella foresta per circa un chilometro, fino a sbucare in un’area disboscata dove avremmo notato delle biciclette elettriche riparate da una tettoia e delle quali avremmo potuto servirci per raggiungere le nostre nuove dimore. Osservando meglio la mappa notai che contrassegnava ogni struttura ad esclusione delle capanne a uso abitativo; avevo già visualizzato entrambe le postazioni di Help Center dove avremmo dovuto recarci la mattina successiva, per conoscere l’incarico lavorativo a noi assegnato dalla direzione organizzativa della comunità.

Calzammo le scarpe prima di addentrarci lungo il sentiero, nella foresta. Era fitta, rigogliosa, pulsava di vita. Al nostro passaggio, con un fremito di ali, si levarono in volo alcuni uccelli che avevano l’aria di essere dei pappagalli. Il suolo era fangoso ma battuto. Aveva cominciato a spirare un vento fresco e fortissimo che proveniva dall’oceano e che riusciva a far tremare perfino i tronchi delle palme da cocco. Incontrammo altre persone che procedevano a passo spedito, forse in direzione delle proprie dimore. L’uso delle biciclette elettriche era vietato a meno di un chilometro dalla costa. Tutti avevano un’aria felice, fossero essi soli o in compagnia, e sia uomini che donne vestivano alla stessa maniera. Tutti indossavano un paio di bermuda blu e una maglietta bianca, di cotone.

D’istinto pensai di afferrare il telefonino, ma, realizzando di non averlo più, mi sentii nudo all’improvviso.

Non vantavo molti amici, escludendo David, tuttavia, prima della partenza, mi ero preso il disturbo di organizzare una cena con i miei colleghi  in modo di dar loro la notizia della mia dipartita. Gli raccontai che mi sarei concesso un anno sabbatico, per poter tentare la fortuna all’estero. Avevo finto di essere diretto in Brasile, pensavo che tutti avrebbero capito il mio intento senza fare troppe domande.

Avevo perso la cognizione del tempo. Ben sapevo di dover spostare in avanti di otto ore le lancette dell’orologio, ma non l’avevo fatto. Il tempo, sull’isola, deteneva un proprio peso e una propria misura. Forse aveva perso tutto il suo valore, esattamente come era appena capitato con quello del danaro. A contare eravamo solo noi, ma io stavo morendo di fame.

(continua…)

Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

34 pensieri riguardo “FIVE HOURS TO LIVE (3).”

  1. la perdita di senso necessaria alla possibilità trovare un senso nuovo, una nuova parola, un nuovo sé nel mondo e in un mondo che è o appare nuovo ….dall’essere maschera e fare finta di essere alla nudità dell’essere perturbante forse ma aperta e libera …..aspetto la prossima puntata, ciao

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  2. Bene, ho letto la terza puntata e l’ho trovata superba, per forma e per sostanza. Il racconto si snoda felice su un’isola lussureggiante che pare non sia stata intaccata dalla stupidità umana. Sarà proprio così? I protagonisti si muovono sull’isola, scoprono alcune sue peculiarità, fanno i loro conti, e qualche dubbio comincia a farsi strada nella loro mente: se qualcosa dovesse andare storto, per loro, poco ma sicuro, sarebbe la fine sotto ogni punto di vista. Un racconto – ma forse ci troviamo difronte a un romanzo a puntate – che a tratti mi ricorda la penna del miglior Kurt Vonnegut ma anche quella del più classico Mark Twain. Chapeau.

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    1. Grazie, forse hai un po’ esagerato, prendo però il complimento anche perché questa storia mi costa una grande ma piacevole fatica e mi ci sto addirittura immedesimando. Pensa che ieri ho scritto per 5 ore di fila, e quando ho smesso per andare al lavoro vedevo Tetepare. Ciao, grazie.

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  3. Uhmmm…qui la cosa si fa “trubbula”…sai che significa trubbula? Noi siciliani lo diciamo quando le cose diventano sospette, non limpide perchè se all’apparenza la nuova comunità vivrà nella bellezza e nella limpidezza di intenti, alla new age per intenderci, dall’altra scatta la furbizia degli organizzatori che tagliano i contatti dal mondo, che chiedono danaro e che ti mettono a lavorare. Vedremo, vedremo…
    Tutto questo mio dire grazie alla tua scrittura sempre esaustiva e accattivante.
    Abbracci 🙂

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  4. Bellissima storia che ho letto con piacere. Prima ho letto, via via che le pubblicavi, le tre puntate separatamente. Adesso ho letto la storia un’altra volta dalla prima alla terza puntata. Mi sembra interessante, intrigante. La scrittura è fluida e invoglia a leggere e inoltre la storia mi cattura e provo il desiderio di leggere il seguito. Complimenti.

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