FIVE HOURS TO LIVE (4).

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BOHEMIAN RHAPSODY.

It this the real life
Is this just fantasy
Caught in a landside
No escape from reality
Open your eyes

(Freddie Mercury)

Ricordando la persona dall’aria mesta, che approdò quel giorno sull’isola portando sulle spalle uno zaino quasi vuoto unitamente a un invisibile enorme carico di speranza, non posso far a meno di pensare che, senza alcun dubbio, si doveva trattare di un perdente. Aveva frequentato l’università senza concludere gli studi, aveva poi dovuto cambiare lavoro diverse volte, ma sempre peggiorando la qualità della sua vita. Si era anche impegnato in una sola e unica relazione importante, venendo subito tradito dalla donna alla quale aveva dato la sua fiducia. Ebbene, lui lo sapeva, l’aveva sempre saputo, ma aveva finto di non vedere. In famiglia tutti lo ritenevano un incapace, un fallito e un poco di buono. In effetti quell’uomo aveva sempre cominciato con entusiasmo un sacco di cose, ma senza portarne a termine mai una. Poi, un giorno, gli venne offerta un’ultima opportunità. Si sarebbe giocato l’ultimo asso che aveva nella manica. Aveva ricevuto la possibilità di ricominciare tutto da capo, da zero. E se ci penso bene, oggi, di quel tizio, non rimane più niente.
Mi verso qualcosa da bere prima di accingermi ad accendere la televisione. A breve saranno senz’altro trasmesse, a raffica, edizioni straordinarie di tutti i telegiornali. E oggi desidero brindare al mio nuovo futuro e a quello dell’umanità intera, ma, soprattutto, al grande strepitoso successo della T.D.A.
Mi sovvengono di continuo i ricordi del mio primo giorno a Kupa Point, li visualizzo nitidi e ben definiti, proprio come se tutto fosse accaduto ieri.

Avevamo percorso più di quattro chilometri nella foresta, in sella alle nostre biciclette, avventurandoci per un sentiero assai sconquassato. Avevamo oltrepassato una quantità inaspettata di abitazioni fino a imbatterci in uno spiazzo vasto e fangoso che sulla mappa fornitaci da Jonny veniva definito come zona industriale. Vi sorgevano edifici differenti, erano grandi e rettangolari, paralleli tra loro. A prima vista anch’essi parevano esser fatti di legno e paglia, ma osservandoli meglio e da vicino, davano l’impressione di essere più solidi, grazie all’aggiunta di un materiale da costruzione che poteva essere cemento.
Nemmeno il tempo di raggiungere le nostre abitazioni, che uno scroscio improvviso di pioggia cominciò ad abbattersi sull’isola. Né io né David ci saremmo potuti stupire se le capanne fossero crollate di colpo, tutte insieme, flagellate dal vento fortissimo.
Cercando di sopperire a quella sensazione di pericolo e di precarietà, d’istinto ci rifugiammo dentro a quella che avrebbe dovuto essere casa mia, comprendendo appieno, ma solo in seguito, di aver optato per la scelta migliore.
L’abitazione assegnata a David si trovava proprio in fondo allo stesso vicolo: saremmo stati ottimi vicini; e se tutto fosse andato per il meglio, avremmo anche potuto divertirci da matti.
Ci ritrovammo all’asciutto, nel bel mezzo di un locale piuttosto circoscritto. Udivamo la pioggia martellare sulle pareti esterne della costruzione provocando sibili e fruscii così forti che riuscivano a zittire ogni altro rumore e ammutolivano ogni nostra parola. Non solo quella minuscola casa si era rivelata efficace nel respingere l’acqua che la colpiva senza tregua come se le fosse stata gettata addosso a secchiate dal cielo, ma, all’interno, si percepiva addirittura l’impressione che questa avesse acquisito la proprietà di diventare quasi elastica, per flettersi e inclinarsi un po’, ingaggiando così una vera e propria lotta contro i feroci attacchi che le venivano inflitti da quella tremenda tempesta.
L’abitazione era piccola, eppure risultava accogliente: un tavolo, delle sedie, un divano letto color bordeaux e una scaffalatura essenziale, che era stata utilizzata come sostegno per la televisione, ne costituivano tutto l’arredo. Solo pochi minuti prima avevo intravisto un barbecue sul terrazzo, ma dovetti realizzare che la capanna era priva di cucina. Una parete sottile di cartongesso separava il bagno dal locale principale. Con mio enorme disappunto dovetti constatare anche l’assenza di un bidet, e se nel corso della permanenza sull’isola fossi aumentato anche solo di un chilo, non sarei riuscito nemmeno ad accedere allo striminzito box doccia.
Con un’aria pensierosa, David osservava ogni particolare dell’abitazione. Per la prima volta dal nostro arrivo sull’isola il mio amico pareva essere un po’ deluso. “Accidenti, dovrò stare attento a non perdermi qui dentro!”, esclamò, con evidente sarcasmo. A mio avviso le dimensioni della capanna non costituivano un problema. Non mi mancava lo spirito di adattamento, ero piuttosto sicuro di riuscire a abituarmi presto alle misure ristrette del mio domicilio. Tutto sommato, l’umile dimora non avrebbe richiesto molto tempo né tanto impegno per esser tenuta pulita e in ordine. Nel frattempo, fuori, la pioggia aveva calato d’intensità, e David ne approfittò per sgattaiolare quatto quatto a casa sua, che suo malgrado si rivelò essere del tutto identica alla mia.

Il motto della T.D.A. Tutto è di tutti e tutto è di nessuno, che avevo già avuto modo di ascoltare più di una volta dalla voce di Jonny nel corso delle pratiche di accettazione e che sapevo già a memoria, era stato riportato a caratteri cubitali sulla prima facciata di un flyer. Ben ripiegato a fisarmonica questo era stato lasciato sul divano proprio sopra un grosso involucro trasparente che avvolgeva alcuni capi di vestiario: le divise di Kupa Point. Il depliant riportava l’elenco completo di tutti i servizi disponibili sull’isola: dispense alimentari, spacci, lavanderie, farmacie, varie strutture di svago, uffici informativi e molto altro ancora, di cui avremmo potuto usufruire a titolo gratuito e per qualunque nostra esigenza. Nel rispetto delle regole della comunità, mi affrettai a indossare gli indumenti ufficiali. Jonny ci aveva precisato quanto le divise potessero rivestire un ruolo fondamentale al fine di una rapida integrazione sociale, e ci specificò che nessuno, per nessun motivo, avrebbe mai potuto circolare sull’isola vestito in maniera diversa.

Peraltro, quando rimontammo sulle biciclette elettriche, il nostro abbigliamento risultò adeguato. Io, tuttavia, indossando quei bermuda fin troppo larghi mi sentivo assai ridicolo: le mie gambe, che erano più bianche di un foglio di carta, mettevano in risalto una folta e scomposta peluria scura. In quel momento quasi mi maledissi, per essermi sempre ostinato a non prendere un po’ di sole. La pelle di David, per contro, esibiva una leggera e omogenea abbronzatura dorata.
Le nuvole scure avevano lasciato l’isola con la stessa rapidità con cui erano arrivate, regalandoci, appena in tempo, il primo e sublime tramonto di Tetepare. Il sole all’orizzonte sembrava esser stato imprigionato dietro ai tronchi rugosi e barbuti delle palme da cocco, ciononostante era riuscito a lasciarci di stucco. A mostrare un incantevole spettacolo non era stato solo il cielo, bensì tutta l’isola, che era stata avvolta dalla luce riflessa da un riverbero oceanico punteggiato da una miriade di luccichii. Delle aure di luce si erano create attorno a ogni cosa artificiale o vivente a causa di uno strano effetto ottico e restituendoci un’impressione di pura magia.
Avvicinandoci man mano alla costa, percepivamo nell’aria pura di per sé, odorante di fiori e salsedine, un intenso e stuzzicante profumo di cibo. Presto ci trovammo davanti a un tendone bianco, la dispensa alimentare, sotto il quale scoprimmo esser disposte lunghe file di tavoli con numerosi posti a sedere. Rimasi sbigottito di fronte a così tanta gente: mai avrei pensato che la comunità di Kupa Point potesse ospitare tutte quelle persone, anche dovendo considerare la presenza di quattro altre dispense alimentari dislocate in diversi punti strategici dell’isola. Presto ci furono servite delle porzioni generose di kokoda e kaukau, un pesce grigliato e poi condito con scaglie di lime e cocco. Il piatto era stato arricchito di verdure a tocchetti che ricordavano l’aspetto di una rapa o di un qualsiasi altro tubero.
Avremmo anche potuto cenare comodamente a casa nostra, rifornendoci di tutto il necessario presso un qualsiasi spaccio alimentare, tuttavia, un po’ per colpa della stanchezza, un po’ per curiosità, avevamo deciso di fare il nostro debutto in comunità.
Avevo maturato la sensazione che Kupa Point potesse celare dei misteri, e proprio per questo motivo ero certo di non poter considerare la mia permanenza sull’isola alla stregua di una vacanza presso un qualunque villaggio turistico; eppure desideravo trascorrere la prima serata a Tetepare in maniera spensierata e arrivai al punto di far finta che tutto stava andando per il meglio, scacciando dalla mente ogni dubbio e ogni incertezza, fondata o infondata che fosse.

Tutti gli abitanti dell’isola erano persone semplici, simpatiche e cordiali. Sin da subito si erano mostrati interessati alla nostra amicizia e il loro atteggiamento ci era sembrato genuino. Ancor prima di toccare cibo ci ritrovammo obbligati a sostenere gli infiniti rituali di presentazione. Due sedie furono subito aggiunte all’estremità di un tavolo, e a furia di rispondere alle domande e alle curiosità espresse dai presenti in merito al mio paese natale, venni improvvisamente folgorato dall’impressione che tutti i ricordi legati al mio passato potessero aver assunto uno stato materiale e gassoso e che, come evaporando, poi avessero imboccato l’uscita della dispensa per dissolversi nel cielo che era già diventato scuro. Mi prodigai nel descrivere attraverso le parole l’ottimo sapore di alcune pietanze tipiche della mia terra d’origine, e nonostante una pessima pronuncia della lingua inglese, presi volentieri parte alla maggior parte delle conversazioni. Mi sentivo a mio agio, in ottima compagnia. Il liquore forte e dolciastro che era stato servito a tavola, un estratto di bacche e di radici macerate, fu in grado di placare la mia innata timidezza, risultando un complice più che valido per l’ottima riuscita della serata.
Dopo cena canticchiammo in coro. Tutti insieme, persone di ogni nazionalità, improvvisammo alla meglio delle strane canzoni popolari. Tutto questo risultò davvero divertente e, sin da subito, mi sentii ben disposto a prender parte a quei bizzarri passatempi della comunità.

La dispensa alimentare era vicina alla spiaggia, dove la nottata proseguì in maniera alquanto inaspettata. Pur avendo sempre odiato ogni genere di ballo, presto mi ritrovai cinto alle spalle e poi trascinato in una specie di festoso trenino che, una volta raggiunta l’aria aperta, si trasformò in una sorta di girotondo. Mi scoprii a saltellare al ritmo di una musica diffusa da due woofer collocati proprio accanto al tendone. Un tizio che mi era sembrato un bel po’ su di giri mi aveva accennato la presenza di una centrale idroelettrica ubicata sull’unica altura presente a Tetepare, e che riusciva a fornire un quantitativo di energia di gran lunga superiore al fabbisogno dell’isola.
Grazie ai numerosi falò che crepitavano allegri sulla spiaggia, non faticai a delineare un volto femminile davvero incantevole che subito catturò la mia attenzione. Il mio BMW di seconda mano mi mancava terribilmente, ma se avessi trovato la compagnia di una bella donna, forse avrei potuto farne a meno.
Nel bel mezzo della mia riflessione, con la coda dell’occhio scorsi il mio amico David. Si era seduto sulla sabbia, proprio accanto a un grande falò, tenendo le gambe incrociate. Non riuscivo a osservare il suo viso, era voltato di spalle e sembrava stesse conversando con un gruppo di uomini. Ero piuttosto sicuro che se la stesse spassando, proprio come me.

La mattina seguente ci recammo di buon’ora, ancora piuttosto assonnati, presso l’ufficio informazioni della nostra circoscrizione. Avremmo potuto andarci in qualsiasi momento, ma entrambi morivamo dalla curiosità di conoscere il compito che ci sarebbe stato assegnato.
Prima David, poi io, sostenemmo un colloquio con un tizio barbuto che pareva serbare delle idee già piuttosto chiare in merito alla nostra sorte.
“T.D.A. richiede che il servizio pubblico venga svolto nella misura di cinque ore al giorno. Sarete tenuti a riversare nelle attività lavorative un impegno costante. Le vostre attitudini e le vostre capacità sono state valutate con attenzione: pretendiamo che il vostro contributo e le vostre qualità siano offerte alla comunità proprio come se si trattasse di una qualsiasi moneta di scambio. In cambio beneficerete del diritto di potervi gratuitamente avvalere di tutti i servizi presenti sull’isola”.
Al termine del discorso, l’uomo procedette consegnandoci i badge, sui quali erano state registrate le nostre mansioni. David, grazie alle sue ottime conoscenze informatiche, avrebbe svolto un impiego presso lo stabile coordinamento progetto; io ero stato delegato al magazzino medicinali.

Quel primo giorno di lavoro trascorse più veloce del previsto. Gestendo in autonomia l’organizzazione dei turni, e grazie a un rapporto sereno e instaurato tramite una efficace comunicazione tra colleghi soddisfatti e sereni, la nostra resa si era rivelata perfino superiore alle aspettative. Inoltre, solo l’idea di poter dedicare a me stesso una buona parte della giornata fungeva da stimolo, mi spingeva a lavorare meglio, senza fatica e senza alcun senso di oppressione.
Cominciavo a intuire la grandezza della filosofia che regolava Kupa Point. Mi ero convinto che qualora la T.D.A. si fosse prefissata anche il più ardito degli obiettivi, di sicuro l’avrebbe raggiunto.

Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

14 pensieri riguardo “FIVE HOURS TO LIVE (4).”

    1. I nostri eroi iniziano a trasferirsi nel T.D.A. E sembrano essere felici.
      Una lettura piacevole e piacevole da apprezzare. Ci sono anche molte visite di attivisti ambientalisti, agenzie di viaggio che sono sempre alla ricerca di aiuto e possono trovare un lavoro dove ottenere i suoi soldi, meglio, meravigliosamente grazie! !!!! Ciao oooooo

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  1. Dopo un ripasso della puntata precedente, ho letto e come al tuo solito sei stata efficacissima nel descrivere e nel narrare.
    La storia inizia a ingranare, seppur lentamente. Ci aspettano sicuramente sviluppi più foschi vista l’overture di questa puntata.

    Non fare trascorrere un mese per la prossima parte, si rischia di dimenticare, di perdere il filo, di dover fare ripassi che richiedono tempo, di abbassare la curiosità. Perdona, ma sai che sono una persona sincera e mi spiacerebbe che un gran lavoro come questo che stai facendo venisse poi vanificato.

    con sempre simpatia,
    Marirò

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    1. Lo so bene. Il rischio c’è. Ma diciamo che mi sono impuntata. Desidero mettermi alla prova, dando sfogo alla miriade di pensieri e di idee che mi affollano la testa. Ti rimgrazio davvero tanto per la tua assidua presenza. Un abbraccio, ti aspetto alla prossima. Ciao!

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  2. Cara Nadia rispondo qui per non invadere il blog di un post non ‘nostro’.

    Provo molta tristezza per quei bambini che non possono gioire nella fase della loro crescita del grande insegnamento di cui un piccolo animale può essere l’origine.
    Però è anche giusto che questi nostri compagni abbiano una vita dignitosa alla loro portata ed è per questo che l’idea di una scimmietta non mi piace molto : non credo che si possa adattare al nostro stile di vita.

    So che potrei avere più di un cane ma conosco i miei limiti E mi rendo conto che un cane più di un gatto richiede molto più tempo perché necessita ( indipendentemente dallo spazio della casa Io ad esempio ho il giardino) di una vita sociale e dunque del contatto con i suoi simili.
    Mi ha fatto molto piacere conoscerti e sapere che abbiamo questa passione in comune.
    Ti abbraccio è una carezza tutti i tuoi piccoletti!

    Shera

    the two together

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