FIVE HOURS TO LIVE (5).

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SLEEPING ON THE SIDEWALK.

I was nothin’ but a city boy
My trumpet was my only toy
I’ve been blowin’ my horn
Since I knew I was born
But there ain’t no nobody wants to know
I’ve been

(May, Queen.)

Era trascorso solo un mese, e già mi sentivo parte integrante della comunità, nello stesso modo in cui un singolo tassello viene incollato dentro a un enorme mosaico; vantando ciascuno una propria forma e un proprio colore, noi tutti ci saremmo dovuti incastrare alla perfezione in un’opera grandiosa e nella quale non si sarebbe dovuto intravedere il più piccolo spazio vuoto, neanche per sbaglio. 
Ci era stato assegnato un ruolo più o meno importante che avremmo dovuto perseguire con impegno e costanza, in totale libertà, purché nel totale rispetto del regolamento di Kupa Point.

Le giornate a Tetepare trascorrevano veloci, una dopo l’altra, e mi ero già ambientato senza troppa fatica. Non percepivo la mancanza di Londra, del lusso e del caos della città, né dei ritmi frenetici dei suoi laboriosi e schivi abitanti.
La mia abitazione non sembrava più tanto piccola, e osservando il cielo sapevo già prevedere i repentini e continui cambiamenti climatici. Avevo imparato a leggere le nuvole: a seconda della loro struttura, valutandone la loro posizione, sapevo dire, con un  minimo margine di errore, quando avrebbe piovuto.
Il più delle volte cercavo di assolvere i miei compiti lavorativi già nel corso della mattinata. Il magazzino dei medicinali era ubicato alla periferia della zona industriale, proprio sul retro dell’ambulatorio medico della mia circoscrizione. Alternandosi con turni regolari di sole cinque ore, più dottori garantivano le visite mediche sia di giorno che di notte. Qualora il medesimo laboratorio si fosse trovato nel cuore di Londra, un paio di medici sarebbero stati più che sufficienti a offrire le identiche prestazioni; tuttavia T.D.A. poteva permettersi di gestire il servizio alla perfezione, assicurandosi efficienza, entusiasmo e massimo rendimento del personale. Tutto, a Tetepare, senza alcun vincolo contributivo o obbligo di compenso, funzionava in maniera analoga e eccellente.
Durante il tempo libero era possibile svolgere svariate attività: tirare con l’arco, recarsi in palestra, giocare una partita a calcio, nuotare in piscina oppure galoppare a cavallo. Avevo anche assistito alla proiezione di un film presso un capannone ai margini della foresta e che era stato adibito a cinema. Eppure, preferivo trascorrere il tempo libero con Marie. L’avevo notata subito, la sera del mio arrivo a Tetepare, dopo aver danzato sulla spiaggia. Era davvero carina e si era rivelata essere molto intelligente; un po’ in carne forse, ma soda e piacente. Si faceva prendere volentieri, da me e da altri, gratuitamente, ma perlopiù su appuntamento. Tuttavia, nei miei confronti, lei aveva dimostrato sin da subito una specie di riguardo, nonché una gran disponibilità. Avevamo scopato più volte, e il nostro rapporto era sincero e profondo. Agli altri Marie dedicava giusto il tempo necessario all’atto sessuale, con me, invece, amava intrattenersi a chiacchierare anche per intere ore. Eravamo in sintonia, io riuscivo sempre a farla divertire, e più volte aveva desiderato che mi fermassi da lei per tutta la notte.
Anche tutto il resto della mia vita sociale stava procedendo a gonfie vele. Avevo già instaurato ottimi rapporti con tante persone di qualunque nazionalità.

David, viceversa, aveva perso gran parte del suo entusiasmo: non sembrava allettato da nessuna attività ludica che l’isola ci offriva. Dopo il proprio turno di lavoro, preferiva chiudersi in casa, da solo. A malapena accettava di uscire per cenare alla dispensa, ma subito dopo essersi infilato qualcosa di solido nello stomaco, trovava scuse sempre diverse: poteva trattarsi di un forte mal di testa, piuttosto che un improvviso attacco di stanchezza; ma in ogni caso si defilava, ritornando nella sua abitazione.

Io non ero ancora in grado di comprendere quel suo modo di comportarsi. Non arrivavo a capire l’entità della mansione a lui affidata, l’incarico gravoso che avrebbe dovuto portare avanti, mentre io pensavo solo a divertirmi.
Un pomeriggio avevo deciso di bussare alla sua porta.

“In questi giorni sei strano. Cosa succede, David?”, gli avevo domandato. Faticavo a riconoscerlo: lo sguardo spento, il volto asciugato, e una ruga mai notata prima, che disegnava un solco profondo proprio al centro della sua fronte.
“Non c’è niente che non va, Mike. Ho solo bisogno di stare da solo, devo riflettere.”
“Dicevi che ce la saremmo spassata, ma, per te, non è affatto così. Non sei più di compagnia, anzi, sei diventato un asociale!”
“Il progetto  della T.D.A. si è rivelato assai complicato, molto più di ciò che credevo.”
“Abbiamo accettato di rifugiarci qui per riappropriarci della nostra esistenza, per divertirci, per essere più spensierati, ricordi? E adesso vuoi farmi credere che qui, a Tetepare, per te non è cambiato niente? Sei il mio più grande amico, abbiamo condiviso gioie e dolori, dunque, se hai un problema faresti bene a parlarmene.”
“Vorrei, tu non immagini neanche quanto; ma affinché il piano della T.D.A possa funzionare, è necessario rimanga segreto.”
“Certo, tu credi che io mi possa divertire a spifferare il vostro bel progetto mentre gioco a pallone, o mentre mi faccio un bel bagno in piscina?  Oppure, ed è forse probabile, tu credi che io non possa arrivare a capirlo, dato che mi hai sempre trattato come un ignorante. Anzi, sai cosa ti dico? Sei il più grande stronzo che abbia mai conosciuto. Avrai trovato qualcuno ben più colto di me, al quale poter riferire, una per una, tutte le seghe mentali galattiche che affollano il tuo grande cervellone. Va bene, fai pure come desideri, ma da oggi noi due non saremo più amici. Dopotutto ho già conosciuto un sacco di gente di gran lunga più piacevole di te”
“Mike, per favore, ti chiedo uno sforzo, cerca di comprendere…”
“Bando alle ciance, mio caro. Ho capito bene, anche ben oltre quello che non vuoi raccontarmi. Ti auguro buon proseguimento!”
  
A quel punto, gli avrei volentieri mollato un cazzotto: avevo provato una gran rabbia. Avevo appena rimesso piede sulla mia veranda, e in testa mi era balenata un’idea che lì per lì mi era parsa persino geniale: mi sarei procurato un pannello di cartongesso, che poi avrei ben fissato alla staccionata del balcone. In quel modo non avrei più visto, nemmeno per sbaglio, la fottuta casa di quel grande ipocrita.
Mi ero ritrovato a dover fare i conti con l’ennesima delusione. Dopo aver incassato, nel corso della mia vita, una interminabile serie di insuccessi, tutto aveva finalmente preso la piega giusta. L’isola era fantastica, Marie era dolce e anche di compagnia, e il mio modesto lavoro – che consisteva nel riordinare e catalogare scatole di medicinali – rispetto al mio vecchio impiego di metalmeccanico, era davvero uno spasso. Tuttavia avevo appena perso l’amicizia di David, e tutti i suoi maledetti segreti costituivano una seria minaccia al mio costante buon umore.

Nuove reclute sbarcavano più volte al giorno da un motoscafo, lo stesso sul quale avevamo navigato anche noi. Avevo evocato il disagio e la disperazione che avevo provato quel pomeriggio mentre la piccola imbarcazione si allontanava per la prima volta dall’isola, e, senza volerlo, mi ero sorpreso a sorridere. Non avrei mai immaginato di poter assistere al suo continuo andare e venire, e meno ancora avrei creduto che avesse potuto, così presto, lasciarmi indifferente. Quella barca era l’unica alternativa possibile per lasciare un luogo creduto disabitato, patrimonio naturale, area protetta dedicata alla ricerca scientifica. Nella stessa maniera in cui un turista non avrebbe mai potuto ottenere il permesso per visitarla o per soggiornarvi, nessuno avrebbe mai potuto lasciarla, senza un benestare della T.D.A.
Alla dispensa, quella stessa sera, avevo udito conversare due tizi. Stavano affermando che la comunità fondata da T.D.A. stesse crescendo in maniera veloce, tanto da aver avuto l’esigenza di dover espandersi occupando altre isole vicine. Con un territorio di oltre cento chilometri quadrati, Tetepare, da sola, contava trentamila abitanti. Chiunque si sarebbe sorpreso osservando, per la prima volta, quelle piccole abitazioni sorgere proprio ovunque: ammassate su aree all’apparenza inaccessibili, in uno spiazzo fangoso, arroccate anche una sull’altra, quasi incastrate tra grosse radici di mangrovia oppure tra gli alberi, ancorate alla battigia piuttosto che seminate nella foresta.
Occorrevano tre giorni e una ventina di persone per tirar su dal niente una capanna resistente e sicura. Gli artigiani avrebbero poi fabbricato il mobilio necessario in un capannone della zona industriale.
Escludendo i medicinali e poco altro che un’imbarcazione più grande soleva approvvigionare attraccando a un chilometro dalla costa, di solito sempre all’inizio del mese, la comunità di Kupa Point avrebbe potuto sopravvivere in autonomia. Il fiume Jambo alimentava una centrale elettrica ottenendo in cambio tanta energia; la vegetazione rigogliosa assicurava numerose varietà di bacche, molti frutti squisiti e una gran scorta di radici commestibili; l’allevamento del pollame era praticato soprattutto a Nord, mentre la pesca, con ottimi risultati, sia al largo che sulla costa.

Durante la notte mi ero svegliato di soprassalto. Il cuore mi batteva all’impazzata, ero madido di sudore. Avevo fatto un brutto sogno. Un vulcano sull’isola rigurgitava un’enorme quantità di lava, corrodendo e sradicando qualsiasi cosa lungo il suo inarrestabile tragitto.
Avevo sentito l’esigenza di uscire, per appurare che tutto fosse a posto. Così, dopo essermi rivestito, mi avviai lungo un sentiero che non avevo mai percorso fino in fondo e che mi avrebbe potuto condurre all’altro versante dell’isola.

(continua…)

 

Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

14 pensieri riguardo “FIVE HOURS TO LIVE (5).”

  1. Bene, molto bene, entriamo proprio nel vivo della narrazione che sta prendendo anche vaghi contorni bukowskiani per quelle situazioni che richiedono schiettezza e non inutili allegorie, similitudini, figure retoriche in genere. L’avventura continua e gli amici di ieri rischiano di perdersi per sempre, di guardarsi oggi forse con un pelo di odio. La crisi fra i due protagonisti principali di questa storia è qualcosa che potrebbe deflagrare in tragedia? Non lo possiamo sapere. Certo è che, ora, si guardano come Caino e Abele. E c’è Marie che è una ragazza piuttosto libertina, che fa di testa sua e “alla sua maniera” e che forse incarna uno spirito un po’ sessantottino, decisamente anacronistico.
    La società che i due David e Mike credevano perfetta per dare un nuovo corso alle loro esistenze sta cominciando a scricchiolare!

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  2. David ha percepito le crepe del TDA. Se ricordo bene lavora coi computer quindi l’accesso ai segreti è più facile. Mike è al momento tutto divertimento. Si dovrà ricredere? Penso di sì. Questa TDA mi somiglia tanto a una delle varie sette che imbambolano con poco e chiedono tutto.
    Avvicini pian piano i lettori al cuore del problema. Brava, stai creando attesa.

    Piace a 1 persona

    1. Dire acquetta si può? Intanto ti ringrazio, e spero di riuscire a sorprenderti conbil resto della storia, ma ribadisco che non sarà facile. Ho in mente tante cose, e alcune molto tecniche. Speriamo che me la cavo😊😉😉😉😉😉. Intanto buon week-end.

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