LIA E IL MARE.

L’affascinante parola “mamihlapinatapi”
appartiene al lessico “yamana” e non esiste un termine italiano corrispondente che esprima lo stesso concetto. Mamihlapinatapi è lo sguardo pieno di desiderio che si scambiano due persone timide quando provano un’attrazione reciproca.

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Lia aveva scostato la tenda che penzolava davanti alla finestra. Si moriva di caldo in casa, ma la pioggia batteva impetuosa sui vetri, quasi intendesse allagare oltre al giardino anche la sala da pranzo. Dopo aver trascorso l’intero pomeriggio a cucinare, quel tempaccio l’aveva costretta a rientrare di corsa.
E pensare che, tutta presa com’era, nemmeno si era accorta che il cielo terso di quella calda giornata d’agosto aveva pian piano cominciato a intorbidirsi, e che, avvolgendo le cime dei monti vicini, dei gonfi e pesanti nuvoloni neri erano sopraggiunti veloci, da ovest.
Un ventaccio sollevava in un turbine qualsiasi cosa non fosse ben ancorata alla terra: un paio di brutte cartacce, alcune foglie ancora verdi e qualche germoglio strappato con forza dalle fronde del grande nocciolo. Quel povero albero già martoriato si fletteva fino a terra, sfiorando con la cima il fango e provocando un fruscio somigliante a un lamento così forte da esser udito persino in casa.
Quella tormenta aveva anche travolto e disperso chissà dove tutti i piatti e le scodelle che Lia aveva riempito con cura e poi disposto in fila sulla panca in legno, che era addossata al muro di cinta.
Quasi tutti i giorni, a partire dall’inizio delle vacanze estive, la bambina si dava da fare cucinando per lui. Per fortuna, il più delle volte, il tempo era bello e, verso le cinque, sempre sorridente lui faceva capolino dal bosco, poi, quasi saltellando raggiungeva la rete di cinta, poggiandovi una spalla.
Lia si perdeva a osservare i suoi occhi: erano azzurri come il mare. E pensare che le volte che l’aveva visto il mare, le avrebbe potute contare sulla dita di una mano.
Lia abitava in una baita di montagna così graziosa che chiunque non avrebbe esitato a definirla la casa dei sogni. Tuttavia, come è ovvio che sia, quella bambina avrebbe accettato di trasferirsi, da subito e anche per sempre, vicino al mare.
Lia riteneva che il naso ben fatto del suo amico fosse identico a una conchiglia, che teneva nascosta con gelosia nel suo portagioie. Anche i suoi capelli scuri, a dir la verità spesso un po’ troppo sporchi, quando ondeggiavano così appesantiti per via del vento somigliavano alle alghe che suo padre aveva fotografato durante una villeggiatura nei dintorni di un molo; e le sue mani che muoveva con insolita delicatezza, potevano ben esser scambiate, da tutti o quasi, per stelle marine.
Lia quasi si vergognava di quell’amicizia, e proprio non si decideva a volerne parlare a sua mamma: in fin dei conti mancava poco alla fine dell’estate. Il suo giovane amico sarebbe presto tornato in città, e nessuno l’avrebbe più rivisto da quelle parti. Anche per questo motivo Lia riusciva a paragonarlo al mare. Benché fosse solo una bambina, aveva già maturato l’intima convinzione che tutte le cose belle prima o poi si guastano, oppure finiscono.
E se la mamma avesse permesso al suo amico di entrare in giardino? Lia se lo sarebbe ritrovato proprio davanti, senza la rete, e allora avrebbe faticato persino a parlargli, e si sarebbe fatta strada in lei la paura di toccarlo per sbaglio, o anche di essere toccata. Insomma, mica era sicura che quello fosse un bravo bambino: lo conosceva appena!
Tuttavia Lia era felice di avere un amico sul quale poter contare durante l’estate. Fino a quel momento aveva sempre odiato le vacanze: per lei, sperduta tra i monti, la fine della scuola significava perdere di vista per diversi mesi tutti i compagni.

Attraverso un punto ben preciso della rete, dove le maglie di fil di ferro si allentavano e originavano una fessura ben più ampia delle altre, sollevandosi sulle punte dei piedi Lia porgeva all’amico una scodella colorata, poi subito un’altra. Poteva trattarsi di una gustosa zuppa di pomodoro composta da una miriade di petali di rosa, o di una bistecca grigliata accompagnata da un succulento contorno di verdure, ossia un piccolo sasso circondato da foglie di cicoria; alcune margherite simulavano talvolta del riso, dei rametti spezzati diventavano carote… Insomma, la piccola si dava da fare con creatività e fantasia, raccogliendo e combinando tra loro diversi ingredienti, che risultavano sempre sufficienti per poter realizzare dei pasti di almeno venti portate, colorati e interminabili.
Dal canto suo, quel gioioso ragazzino sembrava non avere grandi pretese, né gusti difficili. Portava avidamente alla bocca tutto ciò che Lia gli porgeva simulando gradimento, sassi compresi. Solo quando era certo di non essere più osservato dalla dolce ragazzina, rivoltava la sua posata, lasciando scivolare a terra, un po’alla volta, le golose pietanze, gettando tutto nel prato.
Marco non poteva certo definirsi un gran chiacchierone, tuttavia aveva raccontato a Lia di amare la sua città quanto adorava la montagna. Non poteva vantarsi di avere molti amici. A dirla tutta, non ne aveva nemmeno uno. Probabilmente non era stato fortunato, o non ne aveva ancora incontrati di veri.
Le poche volte in cui Marco si prodigava in un discorso piuttosto lungo, Lia ascoltava incantata, senza batter ciglio, ma si domandava come diavolo potesse accadere che un ragazzo così speciale, pur abitando in una grande città, dovesse faticare tanto per legare con i suoi coetanei. Tuttavia, senza ammetterlo, il motivo lo aveva già dedotto. Più volte aveva notato tremare quelle rosee stelle marine come se fossero state appena ripescate dal maree e subito esposte all’aria. Inoltre aveva osservato in più occasioni le sue belle gote paffutelle accendersi e tingersi di un rosso vivo simile al colore di un corallo. Se soltanto avesse posseduto il coraggio per riuscire a poggiare anche un solo orecchio sul petto del ragazzino, avrebbe udito lo sciabordio continuo delle onde che si infrangono sugli scogli.
Quando terminava la cena, proprio come fa il mare quando si ritira con la bassa marea, Marco si esibiva in un inchino davvero buffo e tornava frettolosamente verso il bosco, lasciando per Lia, dietro di sé, una scia di conchiglie colorate, un mucchietto di piccoli pesci boccheggianti, e molti altri cimeli preziosi e immaginari.

Una volta era persino capitato che le dita sottili della piccola sfiorassero per meno di un secondo quelle di Marco, non si può dire che i due si fossero toccati, ma Lia aveva lasciato cadere il piattino e tutto ciò che conteneva le si era rovesciato sui piedi, proprio come fanno a carnevale i coriandoli. In quel preciso momento gli occhi di Marco erano diventati enormi, rivelando a Lia i tesori celati nelle misteriose profondità dell’oceano e tutte le meravigliose creature che lo abitano.
Rimasta sola, non avendo più nulla di importante da fare, Lia rimaneva seduta ancora un po’ sulla panca in giardino. Aveva lo sguardo pensieroso sempre puntato sui piatti vuoti. Un’espressione abbastanza simile veniva riflessa dai vetri, e in alcuni punti si era creata una spessa patina di condensa che Lia si ostinava a cancellare con la sua manina. Era piuttosto infastidita dall’immagine che la finestra le restituiva e che conferiva al suo giardino un sentore di distanza, di passato, quando questo era ancora lì, proprio davanti a lei, a portata di mano. Quel brutto temporale proprio non voleva saperne di finire!
L’orologio appeso alla parete segnava ormai le 18:30. Lia era abbastanza sicura che Marco, quel giorno, non sarebbe più venuto.
Un piattino rosso veniva trascinato dal vento per tutto il giardino. Era stata proprio stupida! Non aveva pensato a ritirare le stoviglie per tempo: di sparecchiare la tavola se n’era dovuto occupare il temporale. Lia si domandava se fosse riuscita a ritrovare tutte le sue stoviglie; e inoltre
non una pietanza sembrava esser sopravvissuta al maltempo: sul tavolo erano rimaste solo due ciotole colme di acqua piovana, che straripava addirittura dal bordo. Anche nel caso in cui Marco si fosse fatto vivo, non avrebbe trovato più nulla.
“Sei ancora alla finestra? Sembra che tu non abbia mai visto piovere!”
Lia arricciò le labbra in una smorfia che sua madre non poté fare a meno di notare dal vetro.

Quando cessò di piovere era ormai buio pesto e Lia si rigirava nel letto senza riuscire a dormire. Avrebbe dato qualsiasi cosa per poter accertarsi subito dei guai causati da quel tremendo temporale, ma i suoi genitori non le avrebbero mai permesso di uscire in giardino a tarda notte. Si alzò di scatto, poi si ributtò giù, con la ferma intenzione che, l’indomani, avrebbe parlato di Marco ai suoi genitori; e così, finalmente, avrebbe potuto giocare con lui come si deve, sulla panca del suo giardino. E qualora le si fosse presentata una buona occasione, non avrebbe certo esitato a prenderlo per mano.

Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

12 pensieri riguardo “LIA E IL MARE.”

  1. Carissima Nadia ti faccio davvero i miei complimenti. È bellissimo … soprattutto l’atmosfera che hai creato … mi sono persa anche io aspettando alla finestra … cosi genuino. Grazie. Continuerò a leggere …

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