AQUALUNG, SIDE B.

Ian Anderson.

Una nuvola doveva essersi piazzata davanti al sole: tutto si era oscurato all’improvviso. Il largo frammento di cielo che, allungando un po’ il collo, scorgeva dalla sua poltrona, era limpido e blu. Un profumo d’erba appena tagliata si propagava nella stanza. La larga parte di campo visibile dalla finestra, incorniciata dall’edera che si arrampicava rigogliosa sul muro esterno, gli evocava uno scampolo di velluto. Osservava gli steli, che si incurvavano al passaggio del vento, proprio come se una grossa mano li stesse accarezzando.
Dalla vita desiderava di più, eppure non avrebbe mai barattato la sua fattoria con nessun’altra casa al mondo. Non si sentiva poi così diverso dall’erba, o dagli alberi, o da qualsiasi essere vivente al quale sia concesso il privilegio di poter sviluppare le proprie radici in quel luogo, e a cui sarebbe rimasto legato fino alla fine dei giorni.
Il tempo stava cambiando: camuffato col profumo dell’erba, si spargeva nell’aria anche un acre sentore di muffa.
Sedeva al centro del locale. Non aveva nulla da fare, e, men che meno, gli interessava sapere se lei fosse arrivata.
Seguiva con lo sguardo gli spostamenti delle ombre sul pavimento, che, a causa della temporanea assenza di sole, risultavano appena accennate.
Il vento si faceva sempre più forte. Il crescente fruscio prodotto dagli alberi faceva nascere un truce lamento, che echeggiava persino in casa. Dal piano terra provenivano fischi assordanti, provocati dagli spifferi che riuscivano a penetrare il vecchio portone.
Serrava forte i pugni, sentiva le unghie fin troppo lunghe affondargli nei palmi delle mani. Cercava di domare un forte tremore che gli impediva di infilarsi i tappi nelle orecchie.
Respirò profondamente, socchiuse gli occhi. Immaginò di ricevere una carezza dalla sua povera nonna, l’unico gesto d’amore ricevuto durante la sua infanzia, e che gli era giunto talvolta, prima di potersi abbandonare al lungo e beato sonno, quello di cui privilegiano solo i bambini.
Non ricordava nemmeno l’ultima volta in cui aveva dormito in un letto senza interruzioni e per tutta una notte. Tuttavia sentiva di meritare la punizione che era stato costretto ad auto-infliggersi a causa dei cattivi pensieri, e di quelle sue sporche masturbazioni. Fu travolto da un’ondata d’odio verso suo padre. Se si era ridotto in quel modo, lo doveva a lui. Per fortuna, gli erano rimasti almeno i sogni.
Il respiro era tornato calmo. Le sue palpebre si erano fatte pesanti. Evocò la scena così come l’aveva lasciata al risveglio. Liberando la mente da tutti i pensieri, si abbandonò al sogno, senza opporgli resistenza. Riusciva a ricordare quelle immagini, e le vicende a esse legate, con un realismo anomalo. Godeva nell’essere catapultato in una dimensione speciale, dove il tempo assumeva un valore diverso. Si limitò ad assaporare l’aria a pieni polmoni. Prese un profondo respiro. Il suo fastidioso ticchio alle palpebre gli stava concedendo una tregua, e persino la fronte, nonostante facesse caldo, era ancora asciutta. Realizzò di non esser finito tanto lontano da casa sua.
Perché la ricordava sempre un po’ meno bella di ciò che era?

Sussultò.
Spinse forte il sedere nella calda poltrona di pelle. Lo stomaco era di nuovo vuoto, la vescica era di nuovo piena. La testa gli ripeteva come un mantra: Mike, bagno e cucina; Mike, bagno e cucina… e non un passo in più!
Non avrebbe potuto trasgredire le regole, doveva comportarsi da bravo bambino. Aveva attraversato il locale evitando di calpestare le ombre, che, oblique e allungate, avevano raggiunto la loro massima estensione. Residui di nuvole grigie si accalcavano all’orizzonte, ma il cielo si stava tingendo di rosso.
Tolse i tappi dalle orecchie. A parte un lontano cicaleccio, non lo infastidiva nessun altro rumore. Si alzò per soddisfare un bisogno fisiologico. Sapeva di doversi mantenere lontano dalla finestra. Aveva piovuto parecchio, e per giunta di sbieco: sul pavimento del soggiorno si era formata una pozza d’acqua. Prima o poi, e sarebbe stata solo una questione di tempo, ce l’avrebbe fatta anche a richiuderla.
Seduto in poltrona, con la lampada accesa, pensava che persino le ombre stavano cercando un modo per potersi arrampicare sui muri.
Avrebbe fatto bene a scacciarla dalla testa: non avrebbe più dovuto pensare a lei.

Dopo aver contemplato a lungo un enorme traliccio dell’alta tensione, desiderò risalirlo fino in cima. La pesante corporatura e la sua innata goffaggine non l’avrebbero certo ostacolato in quell’impresa. Con grande energia, derivata da un’improvvisa percezione di agilità, si ritrovò a compiere ogni gesto in maniera naturale. Lo spingeva il bisogno più che un’intenzione vera e propria: la punta delle scarpe da ginnastica si infilava negli stretti interstizi presenti tra i blocchi di ferro, e, sicuro di farcela, senza alcuna esitazione, artigliava le grosse mani alla struttura. Risaliva il traliccio con facilità. In quattro e quattr’otto, si ritrovò sulla sua sommità. Lì provò una grande beatitudine. Riuscì a percepirsi più vicino a Dio.
La visuale era stupenda. E lei giocava nel campo.
Era bellissima, esile, lei era sempre allegra. La sua andatura era sciolta. Osservare quei lunghi capelli biondi ondeggiarle sulle spalle mentre compiva dei saltelli era un’esperienza ipnotica. La sua gonnellina, sollevandosi, si riempiva d’aria. Gli ricordava una gattina un po’ selvaggia: indossava delle graziose mutandine bianche.
Non si sarebbe dovuto spingere fin lassù con l’intento di spiarla. Ma, in fin dei conti, la colpa non era sua. Da quelle parti non passava mai nessuno, e lei era davvero irresistibile, soprattutto quando, vestita in quel modo, non la smetteva più di correre nel prato …
Percepì le guance diventare bollenti: la fronte era madida di sudore. Sudava persino nel sogno. Mosse un passo oltre la stretta piantana collocata alla sommità del traliccio. La terra gli mancò da sotto i piedi, e avvertì un terribile vuoto allo stomaco.

Teneva la testa tra le mani. L’aria era di nuovo calda e si sentiva soffocare. Le ombre sul pavimento apparivano strane, distorte, spaventose. Le ginocchia continuavano a battere una con l’altra, sempre più veloce. Non avrebbe potuto concederselo? Tutto sommato si trattava solo di un sogno. Quante volte si era già trattenuto, Dio solo lo sapeva!
Era deluso. Nel sogno la morte coincide con il risveglio. Era pronto a giurare che un tale calvario si sarebbe ripetuto, e chissà per quante volte ancora.

Si era alzato un vento improvviso che tormentava le fronde degli alberi, provocando un fruscio assordante; persino gli uccelli cinguettavano più forte del solito.
Mentre lo schienale della poltrona dava un secondo contraccolpo al pavimento, guardava già dalla finestra. Aveva tentato di smettere, troppe volte la coscienza l’aveva ammonito. Si era imposto delle regole, si era obbligato a restare alla larga da quella maledetta porta che si affacciava sul mondo. Si era ridotto a dormire seduto, a mangiare poco o niente, e aveva perso persino la voglia di ascoltare i Jethro Tull.
I vetri spalancati riflettevano il viso di un vecchio smagrito e sofferente. Se avesse ritenuto di riuscire a parlare a sé stesso, ammesso che quell’estraneo fosse stato proprio lui, si sarebbe detto che, alla sua età, non avrebbe potuto godere di una simile prelibatezza. Suo malgrado, desiderava averla con ogni parte del corpo, tramite ogni singola cellula. Cedere alla tentazione sarebbe stato ammettere un fallimento, l’ennesima e ridicola dimostrazione di debolezza, soprattutto dopo tanti mesi interminabili e zeppi di sacrifici, di rinunce, di ripetute penitenze. Imprecò a voce alta contro Dio, e non esitò a maledire persino l’estate: quella bambina gli recava tormento ogni giorno, e tutti i suoi guai sentiva di imputarli alla bella stagione: se ci fosse stato un freddo cane, quella carognetta sarebbe rimasta dentro casa sua.
Si rammaricò per non essere nato più forte, con più volontà. Non aveva saputo difendere nemmeno sua madre, quando suo padre si sfilava la cintura dei pantaloni. Una lacrima gli percorse la guancia al solo pensiero che lei, quella dolce bambina, fosse una creatura innocente.
Diverse immagini passavano in rassegna nella sua mente: lei che giocava a saltare la corda; lei che stringeva una bambola; lei che leggeva un fumetto tenendo le gambe divaricate; lei che sorrideva osservando una farfalla; lei che esibiva il suo bel seno acerbo dentro una maglietta fin troppo larga.
Sentì qualcosa indurirsi nei jeans.

“Oggi sei stato proprio cattivo. Da’ qua, forza, dammi il braccio!”. Talvolta la voce del padre gli rimbombava ancora in testa, gli sembrava addirittura di sentire un gran tanfo di sigaretta e di pollo bruciato.
Teneva un braccio ripiegato per poggiarsi alle piastrelle; con l’altro, che agitava in modo frenetico, cercava di liberarsi da un gran peso. Lo sguardo non poteva evitare le numerose imperfezioni sulla sua pelle, segni circolari in cui risultava violacea e rappresa.
Trasportata dal vento, una timida voce bianca risaliva la scalinata della fattoria. Impossibile non riconoscere le note di “Twinkle, Twinkle, Little Star”.
Mollò un pugno al muro, restando insoddisfatto. Richiuse la patta e si mise a vagare per le stanze di casa.
“Resta lontano dalla finestra. Resta-lontano-dalla-finestra”.
Cacciò i tappi nelle orecchie più a fondo che poté. Il canto si era ì ridotto a poco più di una vibrazione, eppure lo giudicava beffardo.

Quando la bambina sembrò sollevare lo sguardo per osservare la finestra, una bomba gli esplose nel petto.
L’edera sui muri oscillava per il vento, protraendosi verso l’angelica creatura. Una crepa era comparsa sulla facciata: vacillarono le sue certezze. La sua casa e il suo mondo stavano andando in frantumi, ed era piuttosto sicuro che non avrebbero più retto nemmeno le fondamenta. Sentiva la terra ribollire, gli sembrò che si ribellasse. L’ossigeno scarseggiava, e una densa nebbia cominciava a esalare dal suolo ammantando ogni cosa.

La bella bambina raccoglieva dei fiori. Sembrava esserne attratta, forse per via della loro fragilità. Li adagiava uno dopo l’altro sul palmo della mano, tenendolo un po’ richiuso per impedirgli di essere travolti dalla furia del vento, e di volare via.

Risollevò la poltrona. Si levò i tappi. Li lanciò. Li osservò rimbalzare sulle piastrelle del pavimento. I sogni si sarebbero ripetuti ancora, e il buio non sarebbe riuscito ad annientare le ombre per sempre.
Ancora nel campo, la bambina non smetteva di cantare: “Mi chiedo chi tu sia… come un diamante nel cielo, al di sopra di un mondo così vasto…”.

Era in cima al traliccio.
Lei portava alla bocca i suoi fiori, uno dopo l’altro. Dando l’impressione di dover vomitare, si cacciò due dita in gola e ne ricavò un filo. Lo tirava senza smettere, lasciando ricadere per terra una ghirlanda zeppa di fiorellini. Ai suoi piedi si andava formando un groviglio, che, crescendo a vista d’occhio, raggiungeva le sue ginocchia, poi il suo ventre, poi il suo petto e, infine, era riuscito ad avvolgerle anche la testa. Da questo si dipanavano numerose radici sottili che le affondavano nella carne, nel tentativo di trarne linfa di nutrimento.

La sua pelle era come la buccia di una pesca vellutata. Era sdraiata in un morbido letto d’erba. Tutt’intorno crescevano piccoli fiori, qua e là persino alcuni papaveri. Aveva pianto.
Accanto a lei assaporava disteso la quiete della campagna.
Non poteva temere i sogni. Si crogiolò nella soddisfazione.
Un cielo così limpido non l’aveva mai visto.
Si assopì pian piano.

Non riusciva a scorgerla. Il campo era deserto. Tirava un gran vento e il traliccio penetrava il cielo nero. Lui poteva anche dominare il mondo, ma era rimasto solo.
Un lampo tagliò l’orizzonte. Cominciava a piovere. Grosse gocce tintinnavano a contatto con la struttura metallica. Rimbombò un tuono fortissimo, il traliccio traballò. Non temo i sogni, si disse. Qualcosa gli si avvolgeva attorno al collo. Si trattava di un filo viscido. Era sottile ma resistente, e su di esso erano sbocciati alcuni fiori. Ebbe anche l’impressione che qualcuno l’avesse potuto fissare alle nuvole.
Si sporse oltre la piantana e si lasciò andare nel vuoto, con la stessa sicurezza di chi l’aveva già fatto almeno un centinaio di volte. Amava sentire l’adrenalina mentre il suo corpo precipitava in rapida accelerazione. Godeva della velocità, svuotandosi di tutto l’ossigeno trattenuto dai polmoni. Era peso senza alcun peso, in caduta libera.
Percepì un crampo al collo e fu catapultato verso l’alto.

Era seduto sulla poltrona. Qualcuno si era preso persino la briga di richiudere la sua finestra. Fuori un forte temporale stava scatenando l’inferno.
Sul collo della vittima apparivano delle congestioni giallastre.
Eppure, pareva dormire beato.

“Mi vedete ancora, perfino qui?” “Do you see mi even here?”
la corda d’argento giace a terra the silver cord lies on the ground
“E così sono morto”, disse il giovane… “And so i’m dead”, the youn man said…
Oltre la collina (non molto lontano). Over the hill (not a wish away).

Jethro Tull, Ian Anderson – A Passion Play (1973)

Dedicato “alla mia più cara amica di lettere.”

https://annehecheblog.wordpress.com/2012/05/09/aqualung-di-quou-e-alessandra/

Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

19 pensieri riguardo “AQUALUNG, SIDE B.”

      1. Non so cosa sia successo. Ti va di riscriverlo? Nooo, io non ho cancellato niente!😊 Lo cercavo anch’io. Deve essere colpa di questo nuovo editor: ieri sera lo stavo leggendo nel menu amministratore. Sono una gran pasticciona. Mi dispiaceee.

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  1. Un racconto assai diverso rispetto a quelli cui ci hai abituati. “Aqualung. Side B” si contraddistingue per l’utilizzo di frasi brevi e precise, e per l’assenza di aggettivi e avverbi inutili. Hai saputo ben dosare l’uso di tutte le parole. Scrivere in maniera semplice è quanto di più difficile possa esserci. Spero tu proceda su questa strada, perché è quella giusta.
    In merito alla trama: siamo di fronte a un possibile psicopatico che sogna, che forse fa cose brutte, davvero tanto brutte. Giustamente non fornisci al lettore la soluzione: sta all’intelligenza di chi legge capire il tuo personaggio, la sua psiche. Uno scrittore che riveli, per filo e per segno, ogni particolare della mente dei personaggi da lui creati, non è un bravo scrittore. Chapeau.

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    1. Iannozzi Giuseppe, sì. Come ben hai intuito, questo è un racconto nato di getto e ricalcolato a tavolino. Ho cercato di mettere in campo la tecnica. Lo definisco un racconto esperimento. Non può piacere a tutti, dato il genere trattato. Ma oggi va così. Io l’ho sentito fino in fondo.

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