IMAM E MAHDI, parte 2.

Sebha.

QUI LA PRIMA PUNTATA. https://lady74na.wordpress.com/2020/10/21/imam-e-mahdi-parte-1/

Gli uomini viaggiavano stretti l’uno all’altro, costretti a reggersi in piedi come meglio potevano. Le donne e i bambini erano invece stati fatti sedere tutti insieme, sul lato opposto del cassone.

Imam era sfinito. Nessuno era riuscito a chiudere occhio; neppure un cavallo da corsa, dopo una galoppata estenuante, sarebbe riuscito a riposare in quelle condizioni. Per raggiungere la città di Sebha bisognava resistere ancora un giorno. I viveri erano già terminati da un pezzo, restava solo un goccio d’acqua, e persino l’eccitazione che aveva travolto tutti alla partenza era ormai svanita, lasciando il posto a un motivato nervosismo. Un bimbetto non aveva fatto altro che strillare; Imam non era riuscito a scorgerlo, tuttavia una continua lagna isterica non gli aveva concesso un momento di tregua. In compenso era riuscito a captare una conversazione sostenuta da alcuni suoi compagni di sventura: minacciavano di scaraventare il marmocchio giù dal furgone qualora non avesse smesso di strillare. Imam aveva mollato la dura sponda del camion alla quale era rimasto aggrappato durante il viaggio. Nelle sue mani correvano fitte atroci, come se le dita dovessero saltargli via da un momento all’altro. A ogni contraccolpo che la strada dissestata inferiva al cassone, Imam perdeva l’equilibrio. Rischiando di travolgere gli altri passeggeri, si era diretto verso il bambino.
Il piccolo sedeva sulle gambe della madre, che lo stringeva forte a sé. La poveretta aveva un’aria così tanto stravolta che era fin troppo facile leggerle in faccia i tanti sforzi compiuti durante il viaggio per tenere a bada il figlio. Con una mano gli accarezzava la piccola testa ricciuta, mentre con l’altra, che aveva adagiato con estrema delicatezza sulle sue labbra spalancate e che a Imam avevano ricordato il becco di un pulcino affamato, tentava invano di zittirlo. Le donne avevano sollevato le loro vesti per arrotolarle in un logoro fagotto che avevano poggiato sulle gambe, permettendo così a Imam di potersi sistemare accanto al bambino.
“Lui è Kamil”, gli aveva detto sottovoce la donna, dopo averlo scrutato dalla testa ai piedi con occhi pieni di speranza e di lacrime. Con estrema gentilezza Imam aveva tentato di sollevare il mento del piccolo, nel tentativo di catturare la sua attenzione. Tuttavia quel monello gli opponeva resistenza, e lo faceva con tutta la forza che aveva in corpo. Tutto rigido teneva la testa bassa, fissando il fondo del cassone.
“Non devi piangere: stiamo affrontando un lungo viaggio per raggiungere un luogo meraviglioso. Tieni duro, presto faremo un’altra sosta.”
Tenendo il grugno, il bambino continuava a tormentarsi le piccole mani.
“Non ce la faccio più: voglio scendere a giocare!”, gli aveva risposto, urlando come sempre, con il solito timbro di voce stridulo, fastidioso e penetrante.
“Se non la smetti di comportarti in questa maniera, qualcuno si arrabbierà sul serio e allora ti ficcherai in un bel pasticcio!”
“Ho detto che voglio scendere. Mamma, io sono stufo, uffa!”
Kamil aveva serrato forte la mano, formando un pugno e subito lo aveva agitato quasi sotto il naso di Imam; poi l’aveva fatto ricadere, sferrando un colpo forte e ben assestato al fondo del cassone. Infine aveva riattaccato con la sua consueta nenia.
All’improvviso Imam era stato travolto dal vivido ricordo dei suoi fratelli: proprio come quel tremendo discolo l’avevano esasperato un sacco di volte con i loro litigi. In seguito alla terribile malattia del padre, era sempre toccato a lui, il figlio maggiore, l’arduo compito di rabbonirli. Suo malgrado sapeva che quando un bambino perde la pazienza, può risultare più ostinato di un coccodrillo affamato. A testa bassa, e non senza fatica, si era persuaso a far ritorno al suo posto: aveva intuito che quel piccolo testardo non avrebbe mai dato retta a nessuno.
“Non siamo in crociera: di bambini qui non dovrebbero essercene!”, aveva proferito Mahdi, con severità. Non appena Imam si era allontanato, l’aveva seguito con lo sguardo, alzandosi poi in punta di piedi durante la sua assenza.
Pochi minuti di sosta, più o meno ogni otto ore, permettevano ai viaggiatori di sgranchirsi un po’ le gambe e di espletare i propri bisogni. Il furgone aveva rallentato la corsa e procedeva a passo d’uomo, e il piccolo bastardo era già a terra. Saltellava euforico come un grillo, proprio sul ciglio della strada. Mahdi l’aveva osservato mentre si divincolava dalla presa della madre. Quella peste aveva scavalcato la sponda del furgone ancora in movimento ed era balzato giù, esibendo la tipica agilità dei cuccioli d’uomo nigeriani. Il suo esile corpicino sembrava esser fatto di gomma. Con il viso striato di terra aveva sfoggiato un repertorio infinito di boccacce, e poi era scappato di corsa, lasciando dietro di sé nuvolette di sabbia. Sua madre, sportasi in maniera pericolosa dall’orlo del cassone, lo aveva richiamato più volte, a gran voce, agitando con frenesia le braccia, con l’evidente intento di attirare l’attenzione del figlio.

Serrando fra le labbra l’ennesima sigaretta, il conducente aveva lasciato l’abitacolo con l’intenzione di calare la sponda,e quello che avrebbe dovuto essere il miglior momento della giornata si era rivelato un incubo. Troppo a lungo la donna aveva sostenuto sulle ginocchia il peso del bambino: le gambe ormai atrofizzate faticavano a sorreggerla. Del tutto incapace di coordinare i movimenti, con un’andatura piuttosto meccanica che aveva ricordato a Imam quella di un robot danneggiato, ogni due passi finiva per terra.
Dopo esser stato scosso da un fremito, Imam aveva sentito l’impulso di soccorrere il bambino. Qualcuno cercava di farlo desistere dal suo proposito bloccandogli le spalle, qualcun altro lo cingeva alla vita. Alla fine fu sufficiente uno stupido sgambetto per farlo finire a terra. Una presa d’acciaio gli aveva serrato i polsi, che gli sfioravano il volto. Con un balzo felino Mahdi gli si era messo a cavalcioni sulla pancia, intimandogli di farla finita: “Imam, smettila con queste cazzate!”.

La sosta si era prolungata più del dovuto. Dopo aver aspirato a pieni polmoni tabacco e catrame dall’ennesima sigaretta, il conducente aveva lanciato un’occhiata all’orologio da polso. Aveva compiuto alcuni giri attorno al furgone per verificare lo stato dei suoi vecchi pneumatici, e infine si era cacciato due dita in bocca dando vita a un lungo fischio. Si trattava di un segnale noto a tutti: bisognava ripartire subito. Il tizio accanto a Mahdi aveva gridato: “Vai, vai! Che quei due hanno rotto le palle!”
“Non ti vergogni? E’ solo un bambino… Anche loro hanno pagato, proprio come abbiamo fatto noi!”. Imam era scattato d’istinto in direzione dell’omone, e Mahdi era stato costretto a trattenerlo ancora. Che Imam perdesse le staffe era un evento davvero raro, ma quando succedeva, la rabbia non gli passava mai in fretta. Se Mahdi avesse ceduto, se solo si fosse azzardato a lasciarlo andare, Imam non avrebbe esitato un solo secondo a mollargli un bel cazzotto. Aveva tentato di districarsi dalla presa dell’amico: si era agitato come un ossesso, senza riuscire a liberarsi. Esile com’era, non poteva nemmeno pensare di farcela, non avrebbe mai potuto competere con la forza fisica di Mahdi.

Non gli restava che soccombere. Contro la sua volontà, umiliato di brutto, era stato sollevato di peso e poi caricato, come un pacco postale, sul furgone.
Il motore si era riavviato al secondo tentativo. Dei dispersi non restava più traccia.

Procedevano lungo una strada secondaria poco battuta, tuttavia il rischio di imbattersi nelle milizie era piuttosto elevato. Posti di blocco potevano trovarsi ovunque: squadroni di soldati avevano il compito di pattugliare tutta la zona. I migranti colti in flagrante venivano braccati, e una volta catturati venivano destinati ai campi di detenzione. Nel migliore dei casi sarebbero stati torturati, seviziati, e persino violentati, per poi essere assegnati ai lavori forzati. I più sfortunati venivano fatti fuori subito, con un banale pretesto. Solo alcuni, i più fortunati, quelli che avevano ancora qualcosa di valore da dare ai loro aguzzini, avrebbero potuto far ritorno al proprio paese di origine.

Non avendo sufficiente spazio a disposizione per poter sedersi, gli uomini si erano accovacciati in qualche maniera. Un telo di gomma cerata schiaffeggiava le loro teste, continuamente. La puzza stantia di sudore invadeva con prepotenza il cassone. Imam la sentiva penetrare nelle sue narici. Era intontito. Un rigurgito acido gli era risalito dallo stomaco fino alla gola. L’afa, già insopportabile, era diventata a dir poco intollerabile. Non toccava cibo da un giorno, eppure sentiva il bisogno di vomitare. Mentre tentava di tenere a bada l’ennesima ondata di nausea, gli era sovvenuta l’immagine di madre e figlio, due esseri vulnerabili e forse persino ignari delle troppe insidie presenti in quei territori. Dopo aver raggiunto il suo bambino, ammettendo che quella poveretta sia stata capace di orientarsi, avrebbe dovuto fare i conti con l’assenza del furgone. Imam si era augurato che quelle creature non avessero fatto una brutta fine: se i due fossero caduti nelle grinfie dei militari, non avrebbero avuto nessuna via di scampo: chi finisce nel deserto viene da esso ingoiato e mai più restituito al mondo.
L’aria era così tanto viziata che riusciva a confondergli persino i pensieri.
Erano cresciuti insieme, lui, Mahdi, Mohamed, e anche Maiamuna. Non se l’era sentita di darle l’addio, perché avrebbe fatto troppo male sia a lui che a lei. Si era trattato di un bacio innocente, eppure Imam era riuscito solo in quel momento a realizzare la sua importanza. Aveva creduto che potesse trattarsi solo di affetto, e, d’altro canto, era sempre stato piuttosto sicuro di non provare nessun altro sentimento nei suoi confronti. Pochi giorni dopo si erano abbracciati, quando lui le aveva raccontato della malattia del padre. Allora Maiamuna lo aveva sfidato in una corsa veloce: “Chi arriva primo al petrolio è il più forte”, gli aveva detto. Ghignando forte e correndo a perdifiato, si erano inoltrati nella fitta foresta.
La Nigeria era lontana, Imam non avrebbe più potuto tornare indietro. Nonostante Mahdi e la compagnia di molte altre persone, si sentiva solo.
Durante il giorno non si faceva altro che morire di caldo, ma nel corso della notte si veniva travolti da un freddo intenso, capace di penetrare nelle ossa.
Senza rivolgere all’amico né una parola né uno sguardo, Imam gli dedicava indifferenza e basta; Mahdi invece sembrava un cane bastonato. La flebile musica che, sin dalla partenza, era provenuta dalla radio dell’abitacolo, era cessata all’improvviso. Benché il volume fosse stato regolato al minimo, in alcuni momenti particolarmente silenziosi, riusciva ad arrivare all’orecchio dei passeggeri. Nonostante Imam non le avesse prestato una particolare attenzione, ne aveva percepito subito l’assenza. 
Il conducente aveva frenato in maniera brusca, all’improvviso.
Dovevano ormai essere vicini a Sebha.
Allarmato a causa di quella fermata inaspettata, Mahdi aveva sollevato il tendone del camion e si era sporto per guardare. Fuori, in lontananza e nel buio, aveva scorto delle luci. Queste avevano tutta l’aria di essere dei fari, ma avrebbe potuto anche trattarsi di una jeep militare.

Imam aveva serrato i pugni. Dopo aver assunto per qualche secondo un’espressione feroce, era stato travolto dall’ennesima ondata di sconforto. Un silenzio surreale era calato nel furgone: tutti trattenevano il fiato.
Il deserto sa come alimentare illusioni ottiche, e, di notte, soprattutto quando si tratta di luci, risulta pressoché impossibile cercare d’indovinare le distanze. Per fortuna i punti luminosi avevano subito regalato l’impressione di allontanarsi e di dirigersi verso est.
Notando l’espressione stravolta di Imam, Mahdi aveva trovato la forza per sussurrargli: “Devi avere fiducia. Abbiamo scelto il migliore: con lui saremo al sicuro!”.
Al villaggio Imam aveva sentito narrare un’infinità di storie; nessuno avrebbe potuto distinguere le vere dalle false. Eppure, ogni giorno la gente raccontava diversi aneddoti di pivot corrotti. Nonostante questi imponessero ai clienti tariffe davvero esorbitanti, senza alcuno scrupolo trasportavano il carico umano dritto nelle fauci delle milizie, ricavando poi dai sequestratori ulteriori grassi compensi.
Quel ‘viaggio’ era costato quasi il doppio. Mahdi era sicuro di potersi avvalere della massima protezione, Imam si limitava ad augurarsi che le cose stessero davvero così.
Piuttosto esasperato dalla situazione, alla fine aveva donato all’amico un sorriso che pareva una smorfia. La rabbia nei suoi confronti si stava pian piano tramutando in una tacita rassegnazione. Di sicuro non lo giustificava, e non si perdonava per aver abbandonato due creature innocenti nel bel mezzo del deserto; eppure aveva intuito le motivazioni che avevano potuto spingere Mahdi a fermarlo. Se fosse corso dietro a quella piccola peste, forse l’avrebbe acciuffato, ma avrebbe dovuto assumersi il rischio di non riuscire a raggiungere Sebha. Il furgone sarebbe ripartito comunque, dopo fischio del conducente, con o senza di lui.  


Ci fu una rapida inversione di marcia. Dopo aver percorso alcuni chilometri a ritroso, adesso procedevano veloci sullo sterrato. Attraversavano una radura desertica. Se un solo militare si fosse trovato nei paraggi, sarebbero stati di sicuro spacciati.

Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

18 pensieri riguardo “IMAM E MAHDI, parte 2.”

  1. Devono essere viaggi tremendi e mi piace che tu hai raccontato senza calcare la mano ma anche senza trascurare l’essenziale.
    Spero di leggere presto la terza parte.
    Un abbraccio, ciao.

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