(IL CONDOMINIO) LA SIRENA.

1.

Il ragionier Melandri maledice i ladri che lo scorso autunno hanno preso di mira il palazzo. In seguito ai frequenti furti, quasi tutti i condomini hanno deciso di installare un sistema d’allarme. Ma questa sirena è davvero potente. Non si tratta di un comune impianto casalingo, piuttosto sembra che sia stata progettata per essere installata in un enorme complesso industriale. Guardando dalla finestra nota che le tapparelle sono tutte sollevate e che le luci delle abitazioni sono accese. Tutte tranne una. Giù, a pian terreno, la signora Mazzacani manca all’appello. Guarda caso, l’assordante e diabolico frastuono sembra aver origine proprio da lì. Le è stato installato un sistema d’allarme così chiassoso da far sembrare ridicolo persino quello del Louvre.

I figli dell’arzilla vecchietta si sono dimostrati sempre premurosi nei suoi confronti: non hanno mai dimenticato di passare a trovarla due volte al giorno; hanno sempre provveduto a farle la spesa, e si sono persino occupati, con molta attenzione, delle pulizie di routine del suo appartamento. Gli sarà anche toccato insistere parecchio, affinché accettasse di buona lena l’installazione del miglior sistema antifurto disponibile sul mercato.

Di per sé, una sirena che è in grado di buttar giù dal letto gli abitanti di un palazzo nel cuore della notte è già una gran scocciatura, ma lo è ancor di più quando la sua proprietaria è sorda come una campana.

Melandri si allontana dalla finestra e si aggira per casa imprecando come un matto. Infine decide di scendere in cortile. Un gruppo di condomini si è appostato in giardino, proprio sotto l’appartamento della vecchia Mazzacani. Invece, la sua dirimpettaia, Prisco e la famiglia Morelli si sono limitati ad affacciarsi sul balcone.

Il ragioniere sente di dover toccare con mano la situazione e esige, come sempre, che tutto sia sotto controllo. In una maniera o nell’altra intende mettere fine a quella terribile nottata insonne.

L’ascensore stavolta funziona, ma è occupato. In corridoio risuona un cigolio gracchiante causato dai meccanismi che sorreggono la cabina in discesa. Con pacata rassegnazione si dirige verso le scale. Lascia l’androne, procedendo con passo veloce e pesante lungo il viottolo che attraversa il giardino, mentre il frastuono della sirena si fa sempre più insopportabile. Teme che i timpani possano scoppiargli da un momento all’altro.

La signora Cozza indossa un orrendo pigiama a righe due volte più largo di lei. Suo marito ne porta uno identico ed è impegnato a gesticolare, proprio accanto a lei. Anche i coniugi Pistone, persone  rispettabili e taciturne, si son presi la briga di scendere: forse solo nel tentativo di prendere una sana boccata d’aria. La Panzanera ha delle terribili occhiaie violacee, e una faccia tirata e rugosa che ricorda una mummia. Con gran frenesia sta agitando le braccia avvolte da un’orrenda vestaglia in flanella rosa. Il dottor Barozzi propone di spostarsi più in là, nel parcheggio. “Così non dovremo gridare come fanno i matti”, dice.

“Dunque, cosa si fa?”, domanda Melandri, nervoso, ribattendo più volte il piede a terra.

“Scommetto che la sorda se la dorme beata”, annuncia, acida, la Cozza.

Gianni Pistone, reduce da una rapida perlustrazione dell’isolato, dichiara: “È tutto a posto. Non c’è nulla che possa ricondurre a dei ladri in casa. Tuttavia, sul retro, la tapparella del bagno è sollevata e sembra che la finestra sia stata lasciata aperta: può darsi che l’allarme sia scattato proprio per questo motivo.”

“Bene. Ci rimane la speranza di poter chiuder occhio almeno un paio d’ore. Dobbiamo arrampicarci per entrare nell’appartamento!”, dichiara il ragioniere, con la stessa convinzione di un politico che sta tenendo un comizio.

“Procediamo!”, concorda il dottor Barozzi, annuendo con evidente soddisfazione.

“Fermi!”, ordina, velenosa, la Panzanera. Poi aggiunge: “Intendete commettere una violazione di domicilio? Trovo che non sia proprio il caso!”

“E dopo, cosa farete? Magari la scuoterete un pochino per svegliarla? Oh, povera donna, si prenderà di sicuro un bel colpo! Mi pare che sia già abbastanza vecchia”, si intromette la Cozza incrociando le braccia con fare sapiente, squadrando tutti i presenti.

“Come preferisce, mia cara signora. Se intende avvisare la Mazzacani secondo le regole imposte dal galateo, allora le citofoni, o si attacchi al suo campanello. Prego, si accomodi pure!”, controbatte in tono di sfida Melandri, indicando il portone con l’indice della mano.

“Non vedo altre alternative valide. Inoltre, procedendo in questo modo, scongiureremo l’ipotesi che la signora Mazzacani si possa trovare in pericolo”, dichiara solenne Pistone.

“Ci vado io!”, esclama fiero Mezzalira, rimasto  in silenzio fino a quel momento. “Questo diavolo di casino non riesco più a sopportarlo!”, sbotta, e intanto si frega le mani nei calzoni del pigiama.

“Qualcuno porti subito una scala!”, ordina il ragioniere.

2.

La signora Mazzacani ha seguito alla lettera le istruzioni dettate dai suoi figli. Ha verificato che porte e finestre fossero ben chiuse, ha premuto il tasto verde sul piccolo telecomando, e solo allora è andata a dormire.

Quando ci sentiva ancora bene, le era capitato di restare sveglia per una porta sbattuta chissà dove, o per via di un litigio proveniente da un altro appartamento. Le era persino successo di dover fare le ore piccole a causa del pianto incessante di un neonato, oppure per il lento e implacabile sgocciolio di un suo rubinetto rotto. Tuttavia, nonostante si fosse ormai abituata a un silenzio assoluto e perenne, ogni notte le toccava girarsi e rigirarsi nel letto, senza riuscire a prendere sonno.

La sordità l’aveva abbracciata dolcemente. Dapprima aveva attutito solo un po’ i rumori, ma lei era riuscita a consolarsi imparando a immaginare un mondo diverso, alternativo, e capace di donarle le medesime sensazioni che si possono provare stando al centro di un bel paesaggio innevato. In seguito era piombato su di lei un silenzio totale, perenne, e in grado di disorientarla. L’aveva assalita anche una gran dose di malinconia, nonché un forte senso di solitudine. Si era sentita persa e persino inutile. Se non fosse stato per i suoi amorevoli figli, avrebbe forse preferito morire.

Riuscire a dormire come Dio comanda era diventata per lei un’impresa ardua. Il giorno e la notte finiscono per somigliarsi troppo quando si è sordi, e ancor di più quando si è soli; allora, solo la luce del sole riesce a dettare un cambiamento, delineandone la sottile e precisa differenza. Ma il buio poteva sopraggiungere a qualunque ora: le bastava socchiudere gli occhi.

Avrebbe dato qualunque cosa per sentire ancora, almeno una volta, le urla petulanti di un qualche moccioso o l’eco di una risata lontana; uno scalpiccio di passi nel corridoio, lo scatto del portone d’ingresso, il motore di un’auto nel parcheggio, l’ipnotico cinguettio degli uccelli, gli interessanti dibattiti che adorava seguire alla televisione, il fruscio delle fronde agitate dal vento, il fragore della pioggia durante un temporale, una vecchia canzone, il noioso ma felice borbottio della caffettiera, il trillo del telefono che, sempre, riusciva a farla sussultare. Ma a mancarle era soprattutto il suono di una voce qualsiasi, allegra o triste, acuta o grave, roca o limpida, amica o nemica.

Il suo silenzio era diventato fin troppo assordante.

Sentiva di odiare ogni giorno di più i vicini di casa; quelli antipatici come la Panzanera, ma anche chi si era sempre dimostrato cordiale e gentile nei suoi confronti.

Teneva gli occhi sbarrati. La stanza da letto aveva perso i suoi confini, come se il buio fosse stato in grado di poterseli inghiottire. Aveva l’impressione che fossero scomparsi persino i muri e che Il letto navigasse nel cielo, per vagare senza una meta nell’insidioso spazio infinito.

Le era venuta una gran voglia di piangere. Da troppo tempo non intratteneva una conversazione, anche banale, con un vicino. Da troppo tempo nessuno si era più preso la briga di conversare con lei. E, figurarsi, nemmeno la Panzanera! Quella gran culona che in passato non aveva mai perso  l’occasione di rimproverarla, quando la pescava a gettare dalla finestra gli avanzi di cibo ai gatti selvatici.

La Mazzacani aveva provato tanta rabbia, poi aveva partorito un’idea che le parve  superba e non aveva più smesso di ridere.

Si era alzata, era andata in bagno. Aveva indugiato, poi si era aggrappata con forza alla corda della tapparella per tirarla su. Non ancora contenta, aveva aperto la finestra di quel tanto che bastava per poter guardar fuori.

È rimasta in attesa, al buio. È ancora seduta sul coperchio del water e sta sbirciando il  giardino. Il fragore assordante della sirena le sta regalando un po’ di gioia: per lei non è altro che una lieve vibrazione, eppure è in grado di far circolare, almeno un po’, l’aria stagnante di casa. Dentro di sé è convinta che, in una maniera o nell’altra, prima o poi qualcuno dovrà pur farsi vivo, per lamentarsi.

Suo malgrado, il cortile resta deserto. Vorrebbe affacciarsi sul balcone, al lato opposto del suo appartamento, ma il rischio di venir smascherata sarebbe troppo elevato. Sta per essere assalita dall’ennesima ondata di sconforto, quando intravede delle sagome avanzare furtive proprio davanti alla siepe. Qualcuno regge una scala. I suoi occhi scintillano nell’oscurità del locale, mentre se la ghigna.

“Spostala in avanti e appoggiala bene al muro”, consiglia Melandri.

Mezzalira sbuffa, poi ribatte i piedi a terra nel tentativo di ripulire le suole dal fango. Afferra i calzoni del pigiama all’altezza delle cosce per tirarli su, e infine mette piede sul primo gradino.

“Grazie a Dio la sorda abita a pianterreno!”, grida la Cozza, senza un briciolo di grazia, ostentando una sadica allegria.

“Dài, quasi ci sei!”, lo incita, euforica, la Panzanera.

L’ometto afferra il davanzale e fa forza con le braccia per tirarsi su. Piega e solleva una gamba, ed è quasi pronto a scavalcare, quando il piede che è rimasto sul gradino scivola e poi cede, all’improvviso.

I coniugi Pistone, che reggono la scala, fanno tutto il possibile per riuscire a tenerla ferma e ben piantata al suolo. Ma lo scossone che hanno ricevuto è troppo forte. L’attrezzo si allontana dal muro, resta in posizione perpendicolare ma solo per un attimo, e infine cade giù.

“Fate presto, ridatemi la scala!”, grida, agitando le gambe e scalciando l’aria in una maniera tanto maldestra che finisce per perdere i calzoni.

Mezzalira, rimasto in mutande, è costretto a lottare contro la forza di gravità. Le sue gambette rinsecchite da merlo si dimenano fin quando possono, poi fa un volo di circa tre metri e si schianta al suolo.

Il frastuono incessante della sirena non basta a coprire un gran tonfo e un crepitio di ossa rotte.

“Ahi, ohi, ohi… ”, rantola il malcapitato, contorcendosi nel prato come farebbe un ragno dopo aver preso una bella ciabattata.

Mentre i presenti gli prestano soccorso, Melandri brontola:” Lo sapevo, avrei dovuto farlo io!”.

3.

La Mazzacani ha le lacrime agli occhi dal ridere. La sirena squilla ancora, e nulla affatto disturbata continua imperterrita a rinvigorire e a far frizzare l’aria. All’improvviso le è tornata una gran voglia di vivere. Si rende conto di provare amore e profonda gratitudine verso i propri figli: se non avessero insistito per installarle quel sistema d’allarme si sarebbe persa un tale spasso. Mai avrebbe potuto immaginare di potersi divertire così  tanto. Osserva con aria innocente la scopa che ha appena riposto accanto al termosifone. Era stato facile, ma anche più forte di lei: in fin dei conti Mezzalira non le è mai andato a genio. Le era bastato sporgere il manico di legno dalla finestra per fargli toccare qualcosa di solido. “Spingi!”, le aveva suggerito quella vocina. E lei si era limitata ad obbedirle. Non se la sentiva di contraddirla, non poteva ignorarla! Si trattava dell’unica voce che era rimasta, dell’unica voce che era ancora in grado di udire: la sua più fedele compagna di vita.

Sarò anche sorda, ma mica sono stupida, pensa, mentre si affretta a raggiungere a tentoni la stanza da letto. E poi si infila ben bene sotto le coperte.

Il parcheggio del palazzo si è animato come se già fosse giorno. La barella viene caricata sull’ambulanza, mentre i carabinieri stanno interrogando alcuni condomini su quanto accaduto.

“L’allarme è collegato al mio telefono: quando ho ricevuto il messaggio mi son precipitato qui”, si giustifica l’uomo. Dopo aver estratto dalla tasca un mazzo di chiavi, si accinge ad aprire la porta d’entrata dell’appartamento di sua madre.

E’ costretto a tapparsi le orecchie: il baccano causato dalla sirena è a dir poco assordante. Il telecomando è sul tavolo. Lo afferra, pigia il bottone e poi, finalmente, tutto tace. Si affaccia ansioso alla soglia della stanza da letto e si rassicura osservando sua madre dormire beata.

È sollevato nel constatare che nell’appartamento tutto sembra essere in ordine. Va in bagno, cala la tapparella e provvede a richiudere bene la finestra.

Dà un’ultima occhiata all’esile donnina dal sonno profondo, proprio come quello di un angelo. Non intende svegliarla, si ripromette di tornare più tardi a trovarla.

Mentre richiude la porta dell’appartamento un’altra sirena attacca a suonare. L’ambulanza si allontana a tutta velocità, con i lampeggianti accesi.

Una luce si spegne dietro le finestre del sesto piano e i grilli riprendono a frinire. L’orizzonte si colora di rosa, uno stormo di uccelli si alza in volo da un prato vicino.

Una sottile falce di Luna va spegnendosi piano piano. Sembra sorridere persino il cielo.

Nell’androne qualcuno mormora che Mezzalira si è rotto una gamba e qualcun altro sostiene che sarebbe potuta andargli persino peggio. Non manca chi sostiene che sia sempre meglio farsi i fatti propri, ma che, tutto sommato, è sempre bene quel che finisce bene, o quasi.

Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

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