UNA DOMENICA (IL CONDOMINIO).

Esco sul balcone per gettare la buccia delle patate nel secchio dei rifiuti organici. Il mio dirimpettaio, il ragionier Melandri, a un occhio inesperto avrebbe potuto dar l’impressione di essere intento a scrutare il cielo limpido e azzurro di questa mattina.

Alla domenica il palazzo si anima di vita. In sottofondo, oltre all’allegro cinguettio degli uccelli, c’è un  brusio confuso e un tintinnio ininterrotto di stoviglie. L’aria tiepida primaverile è pervasa da intense zaffate di pesce fritto; alcuni bambini corrono e strillano in cortile, un cane abbaia, qualcuno canta.

“Torna subito dentro!” Una voce isterica si leva all’improvviso.

Mi accovaccio dietro il parapetto e sbircio dalla fessura, tra i due blocchi di cemento.

Il ragioniere, baffuto e antipatico come sempre, sussulta ma torna subito a volgere lo sguardo verso l’alto.

Un’intera collezione di reggiseni assai provocanti penzola dal balcone del piano di sopra.

Il vento li agita e li fa vibrare dando vita a una danza gioiosa, sinuosa e ipnotica.

Le grandi coppe, a occhio e croce della quinta misura, si riempiono d’aria e sembrano gonfiarsi ancora di più.

Dai fili dello stendibiancheria, tra un reggiseno e l’altro, pendono capi ancor più succinti. Sono così minimali che per poterli chiamare mutande bisognerebbe essere dotati di una fantasia esagerata. Si tratta di un paio di elastici cuciti uno all’altro, e che terminano davanti con un triangolo microscopico di pizzo.

Se un bambino, giocando in giardino, si fosse trovato davanti un brandello di stoffa simile, di sicuro lo avrebbe raccattato per ricavarne una fionda.

“Giancarlo, ti avviso: sto perdendo la pazienza. Vieni dentro, subito!”.

Il ragioniere abbassa lo sguardo ancora sognante sul suo davanzale, su ciò che resta di una pianta di geranio rinsecchita da più di un anno.

La signora Melandri balza sul balcone con la furia di una tigre selvaggia rimasta senza cibo.

È nervosa come una scimmia, è secca come un bastone, è piatta come una pialla, e il suo lungo naso, pallido, baciato dal sole, par quasi luccicare debolmente.

La faccia del ragioniere prende fuoco a all’improvviso. Stento quasi a riconoscerlo: di solito sfacciato e armato di una lingua così tanto feroce che rispetto a lui il diavolo potrebbe esser scambiato per un dilettante, oggi sembra essersi trasformato in un docile agnellino.

Dopo aver  lanciato l’ennesima occhiata maligna allo stenditoio, la Melandri prosegue lo show. Grida: “Devi proprio farmi un favore! Giovedì, all’assemblea, fai presente anche questo problema. Quella robaccia non può starsene esposta in bella vista, in gioco c’è la reputazione di tutti i condomini. E non prenderti la briga di tornare a casa senza aver sistemato la questione dell’ascensore”.

Voltando la testa verso il mio balcone emette un grugnito tanto intenso da incutermi ben più di una punta di timore. Quella donnina è persino riuscita a farmi sentire in colpa, per averli spiati, e anche per aver origliato.

Una terribile folata di vento mi travolge all’improvviso. Mi manca il respiro. Il fusto del mio bel giacinto si spezza, e un grosso fiore profumato vien spazzato via. Il coperchio del secchio si richiude con un botto che mi fa sussultare. Quando rivolgo di nuovo lo sguardo verso casa Melandri, noto che un reggiseno maculato si è appena liberato dalla sua molletta, e sta ora svolazzando in aria. Volteggia e volteggia più volte, come se uno spiritello maligno lo comandasse, poi, all’improvviso, comincia a perdere quota. Il vento cala d’intensità, e il grosso reggipetto va a finire proprio sulla testa del ragioniere.

“Per tutte le sgualdrine dell’inferno!”, impreca la signora Melandri. “Buttalo. Mi hai sentito? Butta subito quella schifezza!”, aggiunge, considerando quell’innocuo indumento alla stregua di una bomba preparata da un pericoloso terrorista.

“Ma, ma io…”, balbetta Melandri, sentendosi sotto accusa per un peccato che non ha commesso.

“O lo fai tu, o lo faccio io. Decidi!”, urla lei, furibonda.

Melandri solleva piano una mano fin sopra la testa, intenzionato a sfiorare appena appena con due dita l’elastico e riuscire così a prenderlo. Sa che non gli conviene toccare le coppe, o la furia di sua moglie, oramai iraconda come una Erinni, si riverserà su di lui. Con le punta delle dita, mettendo su una finta espressione pudica e schifata, si accinge a eseguire la delicata operazione di recupero. La signora Melandri, di gran lunga più veloce di lui, lo afferra e basta, senza cerimonie, poi lo getta in cortile.

Il reggiseno maculato precipita nel vuoto, evocandomi l’immagine di un fagiano colpito da una bella fucilata. Il volto di Melandri assume una nuova espressione. Sembra essere stato travolto da un impeto animale. I suoi occhi si riempiono di desiderio, e, di slancio, tenta di abbracciare sua moglie. Suo malgrado, lei lo scansa con uno spintone. “Devo uscire, o impazzisco. Vado a trovare mia madre.”, dichiara.

“Dany, metti le scarpe. Vieni anche tu!”, ordina al figlioletto, stagliandosi sulla soglia della porta-finestra.

Rientro in casa gattonando e cercando di restare ben nascosta dietro il parapetto. La signora Melandri mi fa paura, eppure non posso smettere di ridere.

Una bella donna brucia da vicino e anche da lontano, penso.

Nel corridoio esterno echeggia la voce lamentosa del piccolo Dani: “Uffa, mamma, devo proprio venire?”, poi il portone d’ingresso sbatte forte.

L’orologio in cucina segna mezzogiorno. Spengo il forno, le patate son pronte. Bevo un goccio d’acqua e mi accingo ad apparecchiare, quando mi pare di udire l’uscio di casa Melandri chiudersi per l’ennesima volta. Ho un’intuizione e nella mia testa si fa strada un pensiero non del tutto illegittimo. Torno sul mio balcone.

Non mi sono sbagliata: Melandri, furtivo come un ladro, attraversa veloce il cortile, poi si china per raccattare il reggiseno. Ho l’impressione che lo stia infilando sotto la maglietta, all’altezza della pancia.

Quando il topo non c’è i gatti ballano, penso. E sono altresì convinta che l’uomo si prenderà il disturbo di raggiungere il settimo piano, mosso dal generoso intento di riconsegnare l’oggetto alla sua bella proprietaria.

Corro all’ingresso e poggio l’orecchio all’uscio. Cerco di captare tutti i rumori che provengono dal corridoio. 

Sento l’ascensore arrestarsi in corrispondenza del nostro piano.

Le porte emettono uno stridio metallico, e l’uscio del ragioniere si apre e si chiude, ancora una volta.

La situazione sembra sfuggirmi di mano. Questa buffa faccenda non può certo finire in questa maniera. Cosa diamine vorrà farsene di quel reggiseno?

Non mi resta altro da fare che tornare a guardare fuori. Mi accovaccio di nuovo, al solito posto, accanto al secchio. Sbircio dalla fessura. Attendo. Accuso una certa delusione: sarei stata pronta a scommettere qualsiasi cosa sulla temerarietà e sulla sfacciataggine del ragionier Melandri.

L’uomo torna ad affacciarsi al balcone. Estrae dalla maglietta l’enorme reggiseno maculato. Sorride. Lo avvicina alla faccia e lascia sprofondare nel morbido tessuto il naso e i baffetti. Ho l’impressione che lo stia annusando.

Afferra il lungo tergivetro riposto come sempre all’angolo del terrazzo. Cerca di usare delicatezza ma in realtà è solo maldestro, comunque, alla fine, riesce ad attaccare l’indumento alla parte gommata. Poi solleva piano l’attrezzo, fino a sfiorare lo stenditoio che sporge dal piano superiore. Infine si dà da fare, per cercare di riappendere il reggiseno al suo posto.

Devo riconoscergli una certa genialità, tuttavia, non penso lo stesso della Brighella: nel palazzo circolano un sacco di storie su di lei, oltre ai brutti pettegolezzi legati al malfunzionamento dell’ascensore. Sono sicura che una parte di essi si possa ricondurre all’invidia o alla cattiveria delle persone, ma quando le voci son tante qualcosa di vero c’è: io l’ho sentita mugugnare di piacere, e, potrei persino giurarlo, la bella signora non si trovava in compagnia del marito.

Un bagliore cattura la mia attenzione. La porta-finestra di casa Brighella si apre. La donna compare dietro a un vaso di narcisi. È fasciata da un’elegante vestaglia rosa di seta, dalla quale si affaccia spudorato e prorompente un grande seno tondo e sodo.

La bella signora sgrana gli occhi grigi, notando un reggipetto che salta e sballotta da un filo all’altro dello stenditoio.

Fa un passo in avanti.

“Melandri!”, esclama allibita, guardando di sotto.

Il ragioniere ha l’aria di un cane bastonato. In preda all’imbarazzo si accinge a ritirare il lungo bastone che tiene fra le mani. Non sa più che pesci pigliare, quando il reggiseno, rimasto fino a quel momento per miracolo sull’attrezzo, piomba di nuovo nel vuoto.

Di sotto, in giardino, i piccoli Torquato stanno giocando a palla asino. Vendendo il grosso reggiseno planare in cortile si mettono a ghignare come matti, esclamando: ”Sono sbarcati gli alieni?”, “È il reggiseno della tettona!”.

“Lei? Ragioniere, si vergogni!”, grida la Brighella inferocita, scaricando l’acqua contenuta nell’innaffiatoio in testa al povero Melandri.

La donna si stringe nelle spalle, finge di richiudere lo scollo della vestaglia e poi ritorna in casa.

Il ragioniere sembra essersi trasformato in una statua rimasta esposta a un terribile temporale. Rimane impalato per qualche minuto mentre i suoi capelli continuano a grondare acqua. Nel giardino echeggiano gli schiamazzi dei bambini, e anche un ticchettio famigliare di tacchi da donna.

Il piccolo Dani sta salutando i suoi amici: la signora Melandri è tornata.

Il ragioniere scuote vivacemente la testa nel tentativo di far scivolare via l’acqua dai capelli, si liscia i baffi, poi si precipita nel suo appartamento.

La mattina è volata.

Stappo una bottiglia di vino, poi, finalmente, posso sedermi a tavola. Assaporo con gusto le patate, nonostante siano ormai diventate fredde. Grida e imprecazioni si levano dall’appartamento vicino, e, nei rari momenti di calma relativa, mi giunge all’orecchio un flebile ronzio, forse il rumore di un phon. Sarò diventata perfida? Non posso farci niente se mi scappa da ridere.

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Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

13 pensieri riguardo “UNA DOMENICA (IL CONDOMINIO).”

  1. Nadia!!!
    Sono stanca di farti complimenti!!!😂
    I tuoi sapienti aggettivi, che come aiuole fiorite, fanno di un bel prato un giardino…
    Il tuo allacciarti a episodi precedenti, della ‘saga’, con un lampo d’ accenno…
    I personaggi, così normali ma così originali…
    Il tutto, miscelato, calibrato e cotto…
    Sono una Pietanza Gran Gourmet!!!

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