C’È UN MORTO IN CANTINA (IL CONDOMINIO).

C’È UN MORTO IN CANTINA.

La signora Pistone scende stizzita le scale. Regge un pesante sacco grigio, pieno fino all’orlo di immondizia. Sa di non poter contare sull’aiuto del marito: l’uomo rientra dal lavoro alle otto con in testa e nel cuore due soli desideri: mangiare bene e riposarsi anche meglio.

Il sacco sprigiona un cattivo odore, lo stesso che caratterizza da diverso tempo la sua vita triste e scialba.

Comportandosi da brava casalinga qual era sempre stata, fin troppo spesso si era sentita di poter giustificare il comportamento burbero di Gianni. Ma quella sera, torturata allo stremo da un forte mal di testa, avrebbe voluto andare subito a dormire. Se fosse stata single non si sarebbe presa nemmeno la briga di cucinare. Proprio di questo si era lamentata con Gianni durante la cena, sebbene il suo adorato maritino avesse fatto orecchie da mercante, come al solito. Si era quindi sentita obbligata a sparecchiare, aveva caricato la lavastoviglie, e poi, dulcis in fundo, aveva portato fuori, come sempre, anche la spazzatura. Si era innervosita pure di più dopo aver pigiato il pulsante per chiamare l’ascensore, perché non era arrivato. Dai piani superiori le era giunto all’orecchio un lieve scricchiolio, ma la cabina sembrava essersi bloccata, per l’ennesima volta.

Giunta affaticata all’androne, la donna appoggia il sacco per terra. Strofina le mani sudate nel grembiule, poi preme l’interruttore del portone condominiale. Un urlo acuto le fa raggelare il sangue. Ha l’impressione che provenga dalla cantina. Accosta quindi con cura il sacco al muro, e poi si precipita giù, percorrendo di corsa l’ultima rampa di scale.

“Cosa succede?”, chiede con un fil di voce, notando alcuni condomini accalcati nello stretto corridoio delle cantine.

“Sta arrivando un’ambulanza. Si tratta di Prisco!”, dichiara la Panzanera.

Appoggiando una mano sulla pancia del pover’uomo, Morelli esclama: “Qui non si muove niente!”

“Prova con la respirazione bocca a bocca”, suggerisce Melandri.

“Se sai come si fa, allora pensaci tu!”, gli risponde Morelli, mentre una smorfia di disgusto gli si dipinge sul volto.

Prisco è disteso supino per terra. Ha perso le ciabatte, e i suoi piedi nudi e pallidi sporgono appena da un paio di pantaloni marroni sporchi di vino. Un odore acre, che pare odor di aceto gettato su un carciofo marcio, penetra prepotente le narici.

La Pistone è impietrita, ha le lacrime agli occhi, e per quanto si sforzi non riesce a muovere un passo. Non vede Prisco in faccia: dal busto in su l’uomo resta nascosto dietro al muro della cantina.

Allertato da Enry e Milo, anche Gianni Pistone scende rapido le scale con l’intento di raggiungere la sua proprietà, ma la Panzanera, piazzata col suo bel culone proprio al centro del corridoio, gli ostruisce il passaggio. Per permettere a Pistone di realizzare quanto accaduto nella sua cantina, la donnona vien esortata a scansarsi. Di conseguenza tutti i presenti sono costretti a farsi da parte oppure a indietreggiare.

Ben piantato sulle stampelle, sporgendo la testa dal pianerottolo superiore, Mezzalira si gusta la scena: osservando i vicini giostrarsi in quello spazio angusto, ha l’impressione di assistere a una complicata partita di Tetris. Si tratta del suo videogioco preferito, grazie al quale riesce a trascorrere buona parte del suo tempo libero in totale serenità.

“Doveva capitare”, si lascia sfuggire la Pistone, tra un singhiozzo e l’altro.

“Cosa ci fa Prisco nella tua cantina?”, le domanda la Cozza, invadente come sempre.

La signora Pistone è sconvolta. Non riesce o non vuole risponderle.

“Sapevo di riuscire a beccare il ladruncolo con le mani nel sacco, ma non pensavo potesse capitare in questa maniera!”, si sfoga Pistone, dopo aver passato in rassegna con lo sguardo, da cima fondo, tutta la sua proprietà. Una decina di damigiane sono allineate a sinistra, mentre sul lato opposto, stipate in maniera ordinata su una scaffalatura di metallo, si lasciano ammirare una gran quantità di bottiglie piene.

Tutti gli abitanti del palazzo sono al corrente che i coniugi Pistone, ottimi intenditori di vino, ricevono due volte l’anno una grossa fornitura di Barolo delle Langhe.

Gianni Pistone all’improvviso diventa bianco come un cencio: nota che il lucchetto, che pende dal gancio dello sportello, è stato aperto con una chiave, e che questa è ancora inserita.

“La cantina era già aperta?”, domanda insistente la Cozza, notando il particolare nello stesso momento.

L’eco delle sirene di un’ambulanza risuonano forti nel corridoio, e sono per lui provvidenziali: ha un’ottima scusa per non prestare più attenzione all’impicciona.
“Fate largo ai soccorsi!”, intima Mezzalira ancora affacciato sul pianerottolo, poi si fa da parte.

Il dottore arriva di corsa e si china sul malcapitato. L’infermiere gli porge il defibrillatore.

“Libera!”, ordina.

“… ancora!”.

L’intervento dei Carabinieri è stato richiesto due volte in una settimana. La Cozza si lamenta a voce alta che è una vergogna. “I condomini di questo palazzo stanno prendendo una brutta piega!”, sentenzia.

Caricato in fretta e furia su una barella, Prisco viene portato via. Il Maresciallo intima a Pistone di seguirlo in giardino.

“Dunque, lei ha dichiarato che il vino le viene sottratto da parecchio tempo.”

“E’ esatto. Questi furti sono cominciati subito, quando ci siamo trasferiti qui, in questa orribile palazzina.”

“Eppure, come avrà certamente notato, il lucchetto non è stato forzato e la porta della cantina non presenta alcun segno di effrazione.”

“Deve credermi, io sono innocente! A dire il vero, in passato ho persino sorvegliato la cantina. Mi ero costretto a scendere quaggiù anche più volte al giorno. Ho sempre sperato di riuscire a cogliere in flagrante quel farabutto, ma, non riuscendoci, qualche giorno fa ho pensato di installare una telecamera. Se non mi crede può verificare. L’ho ordinata su Amazon, ma la consegna ha subito un forte ritardo.”

“Nutriva sospetti nei confronti del signor Prisco?”

“No, purtroppo. Prima, piangendo come una bambina, mia moglie mi ha confessato di essersi servita di Prisco già all’epoca del nostro trasloco; poi è capitato altre volte, in mia assenza, trovandosi a dover sbrigare dei lavori pesanti. Sin da subito quella sventurata ha affidato a Prisco la chiave della nostra cantina! E quel fallito, quel poco di buono, deve essersi approfittato di lei, riuscendo così a farsene fare una copia a uso personale.”

“Prova risentimento verso di lui?”

“È un miserabile, è un traditore, ed è anche un gran ubriacone. Ma come diavolo ho fatto a non pensarci prima? Avrei dovuto sospettare di lui sin dall’inizio! E se non crede alle mie parole, può domandare a chiunque: in questo palazzo glielo confermeranno persino i muri!”

“Ricapitolando: come spesso accadeva, il signor Prisco ha fatto scattare il lucchetto con la copia della chiave, e si è intrufolato nella vostra cantina con l’intento di sottrarre l’ennesima bottiglia di vino. Poi, con l’ausilio del coltellino da tasca che noi abbiamo ritrovato in un angolo del locale, ha provveduto a stapparla e ha iniziato a bere. Ovviamente non aveva previsto che un infarto lo potesse cogliere.”

“Sì. Le cose devono essere andate così!”.

Sdraiata sul letto, in camera sua, la signora Pistone sta davvero male. Le sembra che la testa debba scoppiarle da un momento all’altro. Proprio non riesce a smettere di piangere, e le manca addirittura il respiro.

Sia tenendo gli occhi aperti sia tenendoli chiusi, il volto di Prisco non le dà pace e si staglia reale proprio davanti a lei.

Il povero cinquantottenne era disoccupato da diverso tempo. L’azienda dove aveva prestato servizio come operaio aveva dichiarato fallimento, di punto in bianco. Mica era un’impresa facile trovare un altro lavoro, specialmente alla sua età!

Lei conosceva bene quel suo brutto vizio. Più di una volta l’aveva persino sorpreso ad attaccar briga con qualche vicino. Tuttavia, nei suoi confronti, l’uomo si era sempre dimostrato gentile, cordiale, disponibile, nonché una valida compagnia.

Quell’amicizia era nata per caso, discorrendo, giorno dopo giorno, del più e del meno. Solo dopo aver realizzato quanto Prisco fosse colto e intelligente, questa si era spinta ben oltre.

A piacerle era la maniera in cui sentiva di essere guardata; il fisico forte e sodo dell’uomo nonostante l’età avanzata, e quei folti capelli brizzolati un po’ troppo lunghi e quasi sempre spettinati.

“Serviti pure, fa’ come se fossi a casa tua. Prendi il vino che vuoi ogni qualvolta lo desideri”, gli aveva sussurrato, porgendogli una copia della piccola chiave della cantina insieme a una più grande, quella che era in grado di aprire e di scaldare il suo cuore ormai diventato di ghiaccio.

E ora, per quanto che ne sapeva, Prisco avrebbe potuto esser morto!

Alcuni condomini si sono intrattenuti a chiacchierare in giardino. La Cozza sostiene caparbia che tra Prisco e la Pistone ci sia sempre stata un ‘certa’ intesa. La Panzanera annuisce e, voltandosi, intravede una sagoma esile costeggiare la siepe e dirigersi veloce verso i box.

La Tozzi smentisce entrambe con determinazione, poi suggerisce di abbassare la voce.

Un’auto risale lo scivolo con gli abbaglianti accesi e nel buio pesto di quella notte, senza luna e senza stelle, nessuno riesce a indovinare chi sia il suo conducente.

Poco più in là Enry e Milo si abbracciano con affetto nel tentativo di consolarsi a vicenda. Melandri li squadra dalla testa ai piedi: le unioni gay non le ha mai capite, e, a dire il vero, non le ha mai neanche tollerate.

La signora Spinotti è taciturna e sembra spaesata. È piuttosto attonita. Fa un lungo sospiro, e dopo aver preso un po’ di coraggio domanda: “Avete visto mio marito? È davvero strano: è uscito per fare la solita passeggiata, ma non è tornato.”

Sul volto della Panzanera fa capolino un ghigno malvagio, ma riesce a nasconderlo subito, tirando su un braccio e nascondendo bocca e punta del naso dietro il polsino della camicetta. Con il chiaro intento di sviare l’attenzione, indica la tapparella della vecchia Mazzacani ed esclama: “Beata lei, quella sì che va bene! Nemmeno un forte terremoto può svegliarla!”. Poi si mette a ridere in maniera sguaiata.

L’ascensore ha ripreso a funzionare. Gianni Pistone è rientrato nel suo appartamento. È sfinito. Quel brutto imbecille gli ha rubato il vino, ma soprattutto quattro ore di sonno.

È deluso: sua moglie si ostina a riporre fin troppa fiducia nelle persone, e ventisette lunghi anni di matrimonio non sono serviti per farle cambiare idea. Ognuno tira l’acqua al suo mulino, questa è la verità!

Dopo essersi fatto una doccia veloce, l’uomo si dirige in camera da letto. Grande è il suo disappunto nel realizzare che sua moglie non è a letto e nemmeno in un’altra stanza.

Dopo aver parcheggiato alla bell’e meglio l’auto nello spiazzo esterno adiacente alla palazzina, la signora Pistone apre il portone principale. Non prende l’ascensore, ed evita di fare qualsiasi genere di rumore.

Giunta sul pianerottolo del secondo piano s’imbatte nel signor Spinotti. Furtivo quanto lei e parecchio spettinato, l’omone si accinge a rientrare nel suo appartamento. I due fingono di non vedersi. Non si salutano.

Silenziosa come un gatto e leggera come il vento, la donna risale l’ultima rampa, poi afferra la maniglia e la spinge piano.

Gianni è in piedi, proprio al centro del soggiorno.

“Dove diavolo sei stata?”

“Non riuscivo a dormire, così ho pensato che un giretto in auto mi avrebbe conciliato il sonno.”

“Lo sai, non approvo che una donna guidi l’auto di notte senza nessuno accanto. Non dovresti mai sottovalutare i tuoi gravi problemi di vista!”

“Sei arrabbiato con me?”

“Certo, e non poco! Però sono anche molto stanco, perciò, se non ti spiace, rimanderei questa discussione a domani. Oggi ne ho fin sopra i capelli!”.

I coniugi si infilano sotto le coperte. La Pistone sospira, poi, dando le spalle al marito, si volta verso la finestra.

Gianni ha già cominciato a russare.

Lei invia un bacio immaginario al suo adorato Prisco, poi recita una preghiera muovendo solo le labbra. Non è religiosa e non si rivolge mai a Dio, ma questa volta avverte la necessità di pregarlo, affinché Prisco esca miracolosamente salvo dalla difficile operazione al cuore. Ne era appena stata messa al corrente. Aveva dovuto supplicare un’infermiera del pronto soccorso. “Sono una sua cara amica”, le aveva detto, mentre gli occhi le si colmavano di lacrime.

Nel palazzo regna sovrano il silenzio. Finalmente tutti i portoni sono stati richiusi. Persino l’ascensore riposa tranquillo all’ultimo piano. Una fresca brezza notturna agita alcuni capi intimi dimenticati sullo stenditoio della Brighella.

La luna fa capolino dietro una nube. Spande un fugace bagliore, poi torna rapida l’oscurità, pronta a cingere ogni cosa nel suo gelido abbraccio.

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Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

13 pensieri riguardo “C’È UN MORTO IN CANTINA (IL CONDOMINIO).”

  1. Racconto ben scritto, ironico e avvincente, leggermente grottesco. Confermo la mia impressione che la tua scrittura è ben ritmata, una scrittura esplosiva che per certi versi mi ricorda quella di alcuni lavori di Andrea Vitali. Ma è chiaro che non sei una che lo imita pedissequamente, c’è infatti nel tuo lavoro una grande capacità di modellare personaggi e situazioni particolari e originali, sempre interessanti e non banali, rimanendo fedele a quella che è la tua sensibilità umana e artistica. Chapeau!

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  2. Beh, vedo condomini alquanto interessati, non certo senza una punta di malevola curiosità, e credo che tale interesse si “svegli ” quando ci scappa il morto, o quasi. Immagino la contentezza oiu’ o meno velata di qualcuno se prisco poi muore. I condomini si interessano al prossimo (il coinquilino) solo quando succede qualcosa, insomma. Nel quotidiano e normale accadere delle cose, il condominio e’ morto. Altro caso in cui il condominio “riprende vita”, le riunioni. Io non ho mai vissuto in condominio, ma posso immaginare. C’e una scenetta, di Paolo Villaggio, mi sembra. Tutti composti, “oh, buon giorno signora, e sua figlia come sta?”. “So che sua moglie…”, poi uno che dice “inizia la riunione”, e allora vola di tutto, da piatti a sedie….”.
    Bello scritto. Ciao 🙂

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      1. “parenti lontaani tu e lui..o che lo siate stati…Sai, la reincarnazione, per cui sarebbe possibile essere stati parenti. No, non che io ci creda acriticamente (pur non escludendo nulla, mi reputo uno scettico- possibilista….), ma se la reincrnazione esistesse, questo sarebbe possibile. Spiegherebbe anche molte altre cose, come certe inclinazioni: se la reincrnazione esistesse, le vite passate farebbero parte dell’inconscio, ed uno che nella vita attuale non è uno scultore ma si sente portato e impara in fretta, ha inventiva; ecco, potrebbe essere stato uno scultore (o musicista, o matematico, se si sente portato a quello, e l’insegnante che, sbirciando nel quaderno di un ragazzo/ragaza vede qualche cosa e dice “come fai a saperlo…non lo abbiamo ancora fatto. ma…e questo? Ma questo è einstein, come è che…” e il ragazzo/ragazza che candidamente dice “non conosco questo signor einstein, mi è venuto, cosi’, mi sembra che torni….”.) in altra vita. Ciao 🙂

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  3. Non vorrei farti i soliti complimenti, ma riconosco sinceramente che scrivi molto bene. Ho letto con interesse e sentendomi presente nel condominio dove i vari personaggi vengono definiti con poche, precise pennellate, mettendo in evidenza quella malignità che, piccola o grande, si nasconde in tutti gli individui. 🙋‍♀️

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