LA PARMIGIANA (IL CONDOMINIO).

Milo risale affamato la rampa di scale che lo separa dal suo appartamento al primo piano. È di cattivo umore e ripensa alle noiose incombenze, che ha dovuto sbrigare, senza tregua, in ufficio durante il pomeriggio.

Quando raggiunge il pianerottolo, un odore forte, davvero particolare, cattura la sua attenzione. Sa di fritto, eppure non sembra un semplice fritto; è accompagnato da un aroma speziato, forse di erbe aromatiche, ma profuma anche di pomodoro. È forte e dolce nel contempo, tuttavia ha un sentore acre, ed è, senza ombra di dubbio, il miglior odore di cibo che Milo abbia mai sentito. Il ragazzo avverte un buco nello stomaco, poi prova un senso di vuoto, una specie di vertigine. Milo ha la necessità di mettere subito qualcosa di buono sotto i denti. Eppure si rende conto che non desidera buttar giù una pietanza qualsiasi, bensì spera di riuscire a divorare proprio quella. Ovunque si sparge un profumo inebriante, ammaliante, e in grado di fargli balenare in testa l’ennesimo pensiero: che Enry, disoccupato ormai da tempo, si sia all’improvviso dato all’arte culinaria, magari nel tentativo di sorprendere il suo adorato compagno organizzando una cenetta romantica a lume di candela!

Suo malgrado, Milo è presto costretto a tornare alla realtà: il delizioso profumo perde di intensità man mano che il pover’uomo si avvicina al suo portone. Allora si volta di scatto, poi muove alcuni passi piuttosto incerti in direzione dell’abitazione dei Tozzi, i suoi dirimpettai.

L’odore torna così a essere pieno, compatto, stagnante, e risulta tanto potente da causargli un capogiro. Senza nemmeno accorgersene, il ragazzotto si ritrova col suo bel naso aquilino incollato alla porta dei Tozzi. Inspirando a pieni polmoni, ma nel contempo sforzandosi di mantenere la calma, resta in ascolto. Sente provenire dall’appartamento un lieve tintinnio di stoviglie accompagnato da una musica allegra in sottofondo, e, solo di tanto in tanto, echeggia lontana la voce della signora Tozzi, che tenta di canticchiare alla sua maniera, in un pessimo inglese, un passaggio piuttosto complicato dell’allegra melodia. La fame di Milo è ormai cresciuta a dismisura, e all’improvviso vien travolto da una forte ondata di malinconia: ormai, da troppo tempo, non riesce a nutrirsi in maniera decente. Otto lunghi anni di convivenza con Enry gli hanno dato tanto, tuttavia si rende conto di aver sofferto di alcune pesanti mancanze.

Il più delle volte Enry prepara per cena un piatto di pasta, che si ostina a condire con un insipido pesto senz’aglio comperato al supermercato. Quando non ha voglia di cucinare, allora ordina due pizze d’asporto. Il suo compagno non lo ammetterebbe mai, neanche sotto tortura, ma quelle pessime abitudini alimentari hanno ormai stancato entrambi. Nel week-end i fidanzati prenotano sempre al ristorante, con il mero intento di abbuffarsi come dei maiali; nonostante la qualità del cibo ingerito sia persino discreta, non può certo sperare di competere con i piatti tradizionali che Milo era solito gustare solo fino a qualche anno prima. Quel delizioso profumo, che come un effluvio si diffonde senza tregua dall’appartamento dei Tozzi, riesce a rievocare la sua spensierata gioventù. Sua madre era solita preparargli pietanze semplici ma saporite, sia nei giorni di lavoro che in quelli di festa. Il ragazzo sarebbe disposto a vendere l’anima al Diavolo, o potrebbe persino accettare di strisciare come un verme sul pavimento, pur di riuscire a mendicare una porzione di quella prelibatezza. Milo avverte un fastidio alla gola, questa è diventata secca. Ma, dopo aver emesso alcuni colpi di tosse, realizza di provare un’enorme vergogna. Come si è ridotto? Perché tiene la faccia appiccicata al portone della vicina? Nel tentativo di cercare di allontanarsi da quell’uscio maledetto, indietreggia saltellando. E con il pollice e l’indice si pinza il naso. Chiude gli occhi per non impazzire, infine si mette a contare fino a dieci. L’odore è insistente, e imperterrito continua a penetrare nelle sue narici, le risale, e infine gli dà letteralmente alla testa. All’improvviso cede. Smette di tenersi il naso con le dita, poi tira su, forte. Inspira piano, più volte, profondamente. Intende godere ancora un po’ di quel buon profumino. Ed è sul punto di scoppiare quando, grazie a un barlume di temporanea lucidità, riesce a intuire quanto sia saggio tornare al suo portone. Muove i piedi con fatica, compie alcuni passi traballanti e incerti, e si sforza di ignorare quell’odore diabolico, capace di condurlo alla pazzia.

Quando finalmente si decide a spalancare la porta di casa sua, gli sembra di non sentire più niente. Non un leggero aroma di spezie, né un odore di dolce o di salato, insomma, non c’è un solo profumo appartenente a qualcosa di vagamente commestibile. La sua casa non sa proprio di nulla!

“Ben tornato, mio prode Ulisse!”, esclama ironico Enry, senza alzare il culo dal divano. Il ragazzo sta guardando con apprensione una partita di calcio, uno sport che Milo detesta assai di più del lancio del giavellotto. L’attaccante dà un calcio alla palla, ma questa colpisce la traversa. Enry dà un pugno al tavolino. “Persino io avrei saputo far meglio di quello lì!”, esclama, piuttosto nervoso. Poi si tracanna tutto d’un fiato un’intera lattina di birra. Rutta. Un enorme sacchetto vuoto di patatine finisce a terra, sul pavimento.

“Tesoro mio, ti va un aperitivo?”, chiede il fidanzato, senza distogliere lo sguardo dal televisore.

“A quanto vedo, tu hai iniziato a gozzovigliare da un bel pezzo”, risponde Milo, deluso.

“Amo’, che c’hai? Hai avuto ‘na giornataccia? Oggi, più che Ulisse mi sembri l’incredibile Hulk.”

“Vai a cagare! Non mi vedi? Non sono verde, sono nero! No, anzi, in quel posto ci vado io!”, esclama Milo, fuori di sé. Poi si dirige in bagno.

Enry sgrana gli occhi. Di malavoglia, e con evidente fatica, solleva finalmente il suo bel didietro. Si alza, si volta e, chissà perché, si dà persino da fare per sistemare il cuscino che, fin troppo a lungo, ha dovuto sopportare il suo gran peso. Quando ha finito, strusciando i piedi nudi sul pavimento, Enry attraversa il salone quatto quatto, mosso dall’intento di far ragionare il suo compagno.

“Sei ancora incazzato?”, chiede, dopo essersi piazzato davanti alla porta del bagno.

Non ottiene risposta. Riesce però a sentire il gorgoglio dell’acqua che finisce nello scarico del rubinetto.

“Amo’, ma che t’ho fatto?”, insiste.

Milo tira lo sciacquone del water.

“Dài, non fare il prezioso con me!”, gli intima Enry. E poi aggiunge: “Mi vuoi dire o no cosa ti è successo oggi?”

Finalmente la porta del bagno si spalanca e Milo sbotta furibondo: “Io mi faccio il mazzo tutto il giorno, da mattina a sera, e tu non ti degni nemmeno di prepararmi la cena. Pizza, birra e patatine le offro io, ogni santo giorno e ormai da più di un anno, e ti confesso che adesso mi sono stancato!”

Enry ha le lacrime agli occhi. “Oggi sei isterico come una gatta in calore”, brontola.

“Altroché. Ho una voglia matta di mangiare come si deve. Chiedo troppo se ogni tanto pretendo di fare una cena normale? Non ne posso più di mangiar certe porcherie che non se le filano neanche i porci.”

“Milo, così mi offendi…”, gli fa notare il compagno.

“Siamo ridotti male!”, esclama Milo, alzando di nuovo, all’improvviso, il tono di voce.

“Tesoro, mi dispiace davvero tanto. Sono affranto. Cosa vuoi che faccia? Posso rimediare? Non mi piace cucinare, lo sai. Però questo lo sapevi anche prima, prima di cominciare la nostra bella convivenza”, borbotta Enry, afflitto.  Poi, il ragazzo allunga un braccio nel tentativo di accarezzare la testa ricciuta di Milo. “I tuoi riccioli mi fanno impazzire! Te l’ho mai detto che somigli a Kit Harington?”, dice, e poi sorride.

Ma Milo si scosta in maniera brusca, e gli risponde: “Magari, se solo potessi avere per un attimo la sua spada… Comunque, tu adori anche il pesto del supermercato, che a me fa venire il vomito!”

“Cattivo! Sei davvero un cattivone”, grida Enry. Poi il ragazzo fissa il muro; ha gli occhi carichi di lacrime.

Milo attacca a camminare avanti e indietro, percorrendo più volte il corto corridoio. Poi, tutt’a un tratto, sembra ricevere un’illuminazione. Sorride in una maniera piuttosto inquietante, che a Enry ricorda Pennywise, e poi si dirige verso la porta d’ingresso. “Esco un minuto. E tu fammi il piacere di apparecchiare la tavola come si conviene!”, gli ordina.

Enry lo osserva uscire. È preoccupato, teme che il suo compagno si sia ammattito. Scuote più volte la testa, poi, incredulo, se la stringe tra le mani. Infine si precipita disperato in cucina, per eseguire senza fiatare il compito che Milo gli ha assegnato.

Milo attraversa il corridoio, imbocca le scale condominiali. Scende veloce in cantina, poi ritorna subito su. È costretto a sorbirsi di nuovo quell’inebriante profumo, si ritrova ad annusare ancora una volta quell’odore idilliaco. Il suo respiro si fa affannoso. Si attacca al campanello di casa Tozzi con la foga di uno squilibrato che rasenta quella d’un assassino. La musica tace. L’attesa lo inquieta. Finalmente, da dietro la porta avverte un rumore leggero, un lieve ticchettio: qualcuno ha appena sollevato lo spioncino. Finalmente l’uscio si schiude e compare la signora Tozzi. La donna indossa un grembiule a quadretti, ha i capelli in disordine, le sue mani sono umide, e regge un grosso coltello da cucina.

“Scusami per l’attesa Milo, ma stavo cucinando.”

Milo viene investito da un odore così tanto buono e forte, che, per un po’, gli fa letteralmente perdere la ragione. Reagisce, lotta per farsi forza, e alla fine balbetta: “Anche a… a… casa tua… è salta… salta… saltata la corrente?”

“Non saprei. In effetti… Si, può essere! Poco fa la mia radio si è spenta all’improvviso. Oh, ma me ne sarei accorta presto, stavo proprio accingendomi ad accendere il forno!”

“Sei sola?”, le domanda Milo, con una gran acquolina in bocca.

“Sì. Le mie bambine stanotte resteranno a dormire dai nonni. Ho pensato di fare una bella sorpresa a Sergio: è il nostro anniversario oggi, così ho pensato di preparargli il suo piatto preferito!”, annuncia lei, felice e orgogliosa.

“Mi dispiace di aver interrotto le tue faccende, ma anch’io sono rimasto senza corrente e quel cretino di Enry ha appena rovesciato mezza bottiglia d’olio sul pavimento.”

“Mi dispiace. Oh, di sicuro vi aspetta una bella faticaccia: l’olio è terribile da togliere!”

“Già. Per questo sono venuto qui, da te. La corrente, stavolta, potresti ripristinarla tu?”

“Certo, lo faccio subito. Credo di riuscire a trovare gli interruttori. Poso questo coltello e scendo subito a dare un’occhiata al contatore.”

Milo conosce bene la sua vicina: quando si allontana da casa per qualche minuto, non usa richiudere a chiave l’uscio di casa.

Milo la ringrazia sorridendo, poi rientra nel suo appartamento. Resta però immobile dietro la sua porta, in rigoroso silenzio. Dalla sua cucina giungono alcuni rumori provocati da Enry, che sta eseguendo alla lettera i compiti che gli sono stati assegnati. Quando i passi della signora Tozzi risuonano leggeri sulle scale, Milo torna ad affacciarsi sul pianerottolo, poi, rapido come un fulmine, si intrufola nell’appartamento della donna.

Sul tavolo della cucina c’è il grosso coltello, che è stato adagiato proprio accanto a una teglia enorme. Milo afferra all’angolo il tiepido e umido foglio di alluminio che la ricopre, restando a bocca aperta davanti a una splendida parmigiana, casereccia fino al midollo, in ogni sua singola molecola.

Il locale è pregno di un profumo idilliaco.

Lo stomaco di Milo sussulta, borbotta, si ribella. E il ragazzo non riesce a pensarci su due volte: afferra la pesantissima teglia, e, stando ben attento a non farla sgocciolare, la porta di corsa a casa sua.

“Era saltata la corrente, ma adesso è tornata!”, annuncia Enry, ignaro dell’accaduto. Tuttavia, quando si volta a osservare il suo compagno rimane di stucco.

“Dove cavolo hai trovato quella roba?”, chiede, senza nascondere una certa preoccupazione.

“La cosa non ti riguarda!”, tuona Milo, e dopo aver appoggiato quel ben di Dio sul tavolo, ordina a Enry di accendere il forno.

“Adesso puoi anche versarmi l’aperitivo!”, lo stuzzica Milo, che sembra essere tornato di buon umore.

Ma quando Enry si accinge a stappare una fresca bottiglia di prosecco, sul pianerottolo echeggia un urlo terribile.

“Versa pure, io torno subito. E stai sereno, che della vicina me ne occupo io!”, dichiara Milo. Sfinito dalla precedente discussione, Enry non osa batter ciglio.

Milo frega le mani un po’ unte nei bermuda di jeans, poi, ancora una volta, lascia il suo appartamento.

La porta di casa Tozzi è spalancata.

“Cara, è permesso?”, chiede.

“Aiuto, aiuto! Le mie melanzane!”, strilla impaurita la donna. “Qualcuno ha rubato la mia parmigiana!”, aggiunge. La Tozzi piange, è disperata. Milo deve impegnarsi parecchio per riuscire a metter su un’espressione stupita.

“Diamine, ne sei sicura?”

“Certo, non ho mica l’Alzheimer! Ho già controllato, qui non manca nient’altro. Guarda: su quella mensola è rimasta la banconota da cinquanta Euro che avrei dovuto mettere nel portafoglio, e anche la mia borsetta di Gucci è rimasta sull’attaccapanni. Milo, te lo assicuro: qualcuno si è preso il disturbo di entrare nel mio appartamento per rubare la teglia con la parmigiana!”

“È incredibile. E pensare che io detesto le melanzane! Il proverbio è proprio vero: il mondo è bello perché è vario.”

“Ho impiegato tutto il pomeriggio per prepararle. Al ladro di parmigiana auguro con tutto il cuore di prendersi una terribile diarrea!”

“Ben detto! È inaudito. È pazzesco. È roba da non credere!”, recita Milo.

“E, oltretutto, si è portato via anche la teglia che ho ereditato dalla mia dolce nonna.”

“Oh, povera cara!”, esclama Milo.

“E lo spavento? Che paura ho preso, che schifo! Chissà cosa hanno toccato qui, nella mia cucina!”

“Devi restare calma. Respira. Tutto sommato non è successo nulla di grave”.

“Questo lo dici tu!”, urla la donna, furibonda. E poi aggiunge: “È andato tutto a rotoli! E io che intendevo fare una bella sorpresa a Sergio…”

“Beh, potreste andare al ristorante…”, le consiglia Milo, astuto, ghignandosela sotto ai baffi.

“Lo faremo. Già, per forza! Eppure ho paura, Milo. Temo che quel farabutto possa tornare, magari per portar via qualcos’altro.”

“Quel bastardo ha rubato anche le chiavi del tuo appartamento?”

“No, grazie a Dio. Le chiavi sono nella serratura.”

“Allora puoi stare tranquilla: qui non entrerà più nessuno. A patto che tu chiuda la tua porta a chiave.”

“Già, hai ragione: ho davvero un brutto vizio. Però, non smetto di chiedermi come quel ladro abbia potuto agire così in fretta. Tu hai notato qualcosa di strano?”

“In effetti, dal mio appartamento, giusto poco prima che tornasse la corrente, ho sentito il rumore dell’ascensore. Credo che questa stesse salendo.”

“Dunque, l’arcano è svelato! Mentre io ero impegnata con il contatore, in cantina, quel farabutto che è arrivato dai piani superiori ha preso le mie melanzane, e poi è scappato di sopra.”

“Già, deve essere andata proprio così!”

“Grazie. Sono davvero fortunata a poter contare su un vicino sempre disponibile, come te. Milo, sei un vero tesoro!”

“Sono io a doverti ringraziare. Se solo l’avessi saputo, al contatore avrei pensato io”.

Milo si tampona la fronte madida di sudore con un tovagliolo. È al settimo cielo: finalmente, quel profumo superbo di parmigiana sta impregnando casa sua. Enry è su di giri: il brigantone ha già scolato una bottiglia di prosecco.

In piedi, accanto al tavolo, i due si sfiorano. Milo ne approfitta per abbracciare Enry, lo bacia, e poi scoppiano entrambi a ridere.

Milo sussurra: “Enry, ti chiedo scusa. Più tardi vedrò di farti fare un bel giro sul mio drago!”, e subito si volta a rimirare la teglia che il compagno ha appena infilato nel forno.”

“Cin, al mio indomabile Re del Nord!”, esclama Enry, continuando a ghignare.

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Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

11 pensieri riguardo “LA PARMIGIANA (IL CONDOMINIO).”

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