LA RISSA (IL CONDOMINIO).

Le tapparelle di Prisco si risollevano, e questo non capitava da molto tempo. La signora Pistone smonta dall’auto che ha appena parcheggiato nel cortile della palazzina. Indossa il vestito più bello, quello acquistato in occasione del matrimonio di sua nipote. È felice ed è anche emozionata, tuttavia un velo di preoccupazione logora la sua beatitudine. Si augura di non esser stata notata. Poco prima si era fermata all’imbocco del vicolo cieco che conduce al condominio. Dopo aver sterzato in maniera piuttosto brusca facendo arrestare il veicolo sul ciglio della strada, aveva consigliato a Prisco di percorrere a piedi quell’ultimo tratto. La donna, che era rimasta seduta al posto di guida, lo aveva osservato allontanarsi, senza riuscire a togliersi dalla faccia un sorriso a dir poco soddisfatto.

Teresa si ferma davanti al cancello per dare una rapida occhiata all’orologio. A mezzogiorno la maggior parte dei condomini dovrebbe trovarsi sul posto di lavoro. Tuttavia, non è difficile immaginare che qualcuno sia rimasto in casa, ma magari, a quell’ora, davanti ai fornelli. Suo malgrado, Teresa deve realizzare che il ragionier Melandri, con l’aria di chi non ha un granché da fare, è affacciato al suo balcone. Nel cortile si diffondono, ancora una volta, le grida furibonde di sua moglie. Il Generale è proprio arrabbiato, ma questa non è certo una novità. L’uomo sbuffa e guarda per aria. Udendo risollevarsi le tapparelle di Prisco sgrana gli occhi, poi abbassa lo sguardo sul terrazzo al piano inferiore. Il ragioniere si sporge in maniera davvero pericolosa tanto da riuscire a far preoccupare Teresa.

“Teresa, buongiorno!”, grida l’uomo. Più che cortese, quel saluto sembra essere non poco beffardo.

Lei fa un rapido cenno del capo accompagnato da un falso sorriso, ma si sente avvampare le guance. Lui continua a fissarla. Sebbene sia ormai risaputo che quel poveretto pecchi di perspicacia, la strana espressione che Teresa legge sul suo volto, in un batter d’occhio riesce a convincerla di esser stata smascherata.

Nell’appartamento di Prisco ristagna un odore nauseante, di chiuso. Si osserva nello specchio impolverato che è appeso in corridoio, e quasi stenta a riconoscersi. Quella che contempla è un’altra persona, uno sconosciuto. A sorprenderlo non è l’insano pallore del volto, e nemmeno la sua eccessiva magrezza: è lo sguardo. Dovrebbe percepirsi ancora provato, ma, al contrario, si sente forte e energico. La disintossicazione impostagli durante l’interminabile  degenza in ospedale sembra aver dato i suoi frutti. Dopo l’intervento di bypass aortocoronarico, il suo cuore aveva impiegato parecchio tempo prima di tornare a funzionare più o meno bene, e Prisco si stupisce realizzando come il suo fisico non ne abbia risentito. L’uomo è convinto di aver tratto giovamento dal lungo ricovero. La sua pelle è tonica; grazie all’esercizio fisico che gli è stato imposto durante la riabilitazione persino i suoi muscoli sembrano essere più accentuati. Prisco si percepisce come ringiovanito. Proprio per questo si rimira a lungo, ed è incredulo del risultato che vede: un uomo comune e abbastanza pulito, né brutto né bello, ma che conserva una nuova luce negli occhi. Quando riesce a distogliere lo sguardo dallo specchio, nota una bottiglia vuota rimasta appoggiata sul tavolo. Dal lavandino, che è colmo fino all’orlo di stoviglie sporche, si leva una puzza terribile che sa di marcio. Prisco si rimbocca le maniche della camicia, poi si dà da fare. Mentre rassetta la cucina si domanda come diavolo abbia potuto vivere, tanto a lungo, in una maniera così squallida. La rapida successione dei suoi ragionamenti un poco bizzarri riesce a persuaderlo di aver ricevuto una grazia divina, il dono prezioso di una nuova opportunità di vita, tanto che si ripromette di non ubriacarsi mai più. Nel corso della sua degenza, Teresa aveva sempre rimostrato un affetto sincero nei suoi confronti. Gli aveva recato visita più volte, lo aveva assistito durante la convalescenza, nonché nel corso della difficile riabilitazione. Se non fosse stato per quella meravigliosa e angelica creatura, Prisco non sarebbe mai riuscito a trovare la forza di reagire all’orrendo colpo subito; non avrebbe avuto nessun motivo per lottare, e gli sarebbe mancata persino la voglia di vivere. Prisco si porta le mani alla gola. L’aria pesante e viziata che circola nell’appartamento sembra essere in grado di farlo soffocare, perciò corre a spalancare la porta-finestra del suo soggiorno.

Lo sguardo curioso e indagatore del ragionier Melandri è riuscito a intimidire Teresa, che subito vien colta da un’improvvisa tremarella. Faticando non poco, la donna si accinge a raggiungere l’androne: una grossa crosta di grana, di sicuro destinata ai gatti randagi, prima la becca in testa, per poi cadere proprio davanti ai suoi piedi. La finestra della Mazzacani si richiude, e dietro quell’odiosa tendina fiorata un’ombra si dilegua, dandole l’impressione che quella vecchietta stramba e dura d’orecchio riesca a tramutarsi in un fantasma. Nonostante il piccolo incidente che le ha provocato un bel bernoccolo, la signora Pistone è al settimo cielo, non riesce a smettere di pensare al suo Prisco. Il suo amante è finalmente tornato, lasciandole persino intendere di esser diventato un uomo migliore. In effetti, l’uomo aveva conservato tutti i suoi pregi, e si era buttato alle spalle la pesante zavorra dei suoi difetti. A quel pensiero, il tenero cuore di Teresa non può far altro che colmarsi di gioia, e minuto dopo minuto la sente aumentare sempre di più.

Quando la donna varca l’uscio della sua abitazione, sente provenire dal soffitto dei tonfi leggeri di passi. Tendendo un po’ l’orecchio, riesce persino a udire un sommesso tintinnio di stoviglie. I rumori provengono dal piano di sopra, dall’appartamento di Prisco, che era riuscito a trasmetterle, fino a quel momento, solo un silenzio mesto e assordante.

La signora Melandri, adesso, è calma. Conscio del fatto che avvicinarla non è mai conveniente, il ragioniere che non riesce a non provocarla, anche questa volta usa la sua lingua di serpente per urtarla.

“Prisco è tornato!”, le annuncia. “E son sicuro che ce l’abbia restituito la buona crocerossina”, puntualizza l’uomo, con il consueto tono saccente.

“Lasciagli solo qualche giorno, e poi vedrai! Quelli torneranno presto a balzare sul letto come scoiattoli.” Sul volto della donna si disegna un sorriso sghembo. Poi sospira malinconica, e infine aggiunge: “E comunque… beati loro! Quelli se la spassano alla grande, mentre tu, caro mio, riesci ormai a rivoltarmi solo lo stomaco.”

“Sei dolce come il miele…”, la sfotte Melandri, a bassa voce. L’uomo è ormai abituato alle cattiverie che fuoriescono dalla bocca di sua moglie, tanto da non esser più in grado di arrabbiarsi sul serio.

Prisco è sul balcone e volge lo sguardo al terrazzo sottostante. Anche Teresa si sporge dal parapetto, per guardare in su, in direzione dell’abitazione di Prisco. I due innamorati legano i propri sguardi e rimangono immobili, senza proferir parola, perdendo la cognizione del tempo e limitandosi a una reciproca e silente contemplazione. Ma, all’improvviso, la porta d’ingresso di casa Pistone sbatte forte. Trema persino il balcone. Anche Teresa  sobbalza per lo spavento, poi si precipita in casa.

“Sei già tornato?”

“Mi son preso mezza giornata. Perché, non posso?”, replica l’uomo. Gianni sembra nervoso. Durante l’estate aveva messo su un po’ di pancia, e solo da qualche giorno si era deciso a porvi rimedio. Si era messo in testa di dover fare più movimento. “Verso sera farò un salto in palestra. Ho intenzione di iscrivermi al corso di cui ti ho già parlato”, annuncia fiero, pieno di sé. Teresa impallidisce, poi i suoi begli occhi verdi diventano umidi. Il rientro anticipato di Gianni è per lei una tremenda disgrazia. L’incontro con Prisco, previsto nel pomeriggio, doveva esser rimandato. Da troppo tempo i due amanti non si concedevano la dovuta intimità. A lungo Teresa aveva atteso quel momento, ma giunta a un passo dall’agognato sogno, era andato in fumo. Era riuscita a compensare il vuoto causato dall’assenza di Prisco grazie al vivido ricordo del suo sorriso, ma anche evocando la sensazione che le sue grandi mani ruvide riuscivano a regalare alla sua pelle candida e delicata. Aveva persino stipulato un patto con il Padreterno: se a Prisco fosse stato concesso di sopravvivere, allora avrebbe trovato la forza di lasciare suo marito.

“Qui non c’è niente. Non hai cucinato?”, sbraita Gianni, dalla cucina.

“Non ti aspettavo per pranzo”, tenta di giustificarsi lei.

L’uomo sbuffa. L’anta del frigorifero sobbalza, il cassetto delle posate stride. La sedia, che vien trascinata come al solito sul pavimento, emette un cigolio che pare un lamento interminabile. Teresa si lascia ricadere a peso morto sui cuscini del divano. Nonostante abbia turato le orecchie con il palmo delle mani, lo sente ruminare come una mucca al pascolo. La donna si incanta a fissare la porta-finestra. È totalmente presa dai suoi più tetri pensieri.

Gianni ingurgita un buon bicchiere di vino proveniente dalla sua adorata cantina. Teresa immagina la sua grande boccaccia, che pare il buco di un lavandino, paragone migliore non le riesce davvero di trovare. L’uomo deglutisce, inoltre si permette di fare un rutto trattenuto, lievemente soffocato. Suo malgrado, questa è la goccia che fa traboccare il vaso.

Teresa si alza. Per darsi una rapida asciugata agli occhi utilizza i polsini dell’elegante vestito che indossa. Stringe i pugni con forza, solleva la testa, infine parte di gran carriera e attraversa il salone. Sente l’aria fin troppo calda tagliarsi di netto al suo passaggio. Rapida come una saetta, raggiunge la cucina. Gianni ha appena appoggiato un tagliere di legno al centro del tavolo. La donna afferra il coltellaccio prima di lui, con una furia a dir poco omicida. Lo impugna ben saldo, con ambo le mani, e infine lo infilza senza pietà nel grosso salame che Gianni intendeva divorare.

“Ringrazia Dio, se non l’ho ficcato nel tuo piccolo coso!”, urla fuori di sé. Gianni retrocede con il busto finché non lo sente aderire allo schienale della sedia. Poi resta immobile: è frastornato, ma non intende abbassare lo sguardo in segno di sconfitta. Il volto della donna è sfigurato da una rabbia funesta. Lui stenta quasi a riconoscerla. Un brivido freddo gli corre lungo la schiena.

“Arrivati a questo punto, io non ho nulla da perdere. Ti ho sopportato per tutta la vita e sono convinta che possa bastare!”

Gianni rimane in silenzio. Trattiene il respiro.

“Non ti amo più, e da un pezzo! E se non fosse stato per Prisco, assuefatta di te com’ero, forse non avrei mai trovato il coraggio di farla finita. ”

Quel nome riesce a far scaturire in Gianni il medesimo effetto che si ottiene miscelando del bicarbonato di sodio con aceto e sapone. L’uomo scatta in piedi in un men che non si dica. Con gran fragore, la sedia si rovescia sul pavimento proprio quando lui è a un palmo di naso da sua moglie. La afferra alla gola.

“Quel pezzente è tornato?”, urla, scuotendola.

Il collo di Teresa è costretto in una morsa infernale. Anche volendo, non potrebbe rispondere. Grazie a un barlume di lucidità, o forse redimendosi, l’uomo allenta la presa. Teresa dà alcuni colpi di tosse, poi, sfinita, si accascia per terra.

“Alzati! Non devi neanche provare a farmi pena! Tirati su, ho detto!” Mentre sbraita, dalla bocca cominciano a colargli lungo il mento rivoli di bava.

Teresa prova a rialzarsi, ma il collo le duole e le gambe sono molli. La donna non può far altro che mantenere lo sguardo basso, fisso sul pavimento.

“Guardami in faccia e dimmi che quel pezzo di merda…”

Offesa nel profondo dell’anima, Teresa sbotta. Con un sorriso beffardo sulle labbra, la donna dichiara: “Sono affranta, tuttavia devo deluderti: Prisco è vivo e vegeto. Anzi, a dire il vero sta meglio di prima. Ed è ritornato proprio stamattina!”

Neanche il tempo di terminare la frase che l’uomo, furibondo, si dirige verso l’uscio. Teresa vorrebbe impedirglielo, ma non si regge in piedi.

I passi pesanti di Gianni rimbombano per le scale, e pare che l’intero palazzo possa venir giù da un momento all’altro. “Apri questa porta, oppure la butto giù!”, ruggisce l’uomo, dando all’uscio di Prisco dei colpi fortissimi. La sua voce da orco risuona lungo le scale.

Teresa lancia un grido atroce, poi si sente mancare.

Udendo tutto quel trambusto, anche Morelli balza in piedi. L’uomo indossa un pigiama scozzese. Qualche di linea di febbre l’ha costretto a restare a letto. Nonostante si senta piuttosto debole, intende capire cosa stia succedendo. Barcollando raggiunge la porta d’entrata e la apre quel tanto che basta per poter sbirciare fuori. Gianni dà ripetute spallate all’uscio di Prisco. Il suo vicino è davvero infuriato. Sa di dover intervenire, ma un leggero mal di testa gli impedisce di trovare una strategia per fermarlo. Poi, vedendo comparire anche Ardito, di sicuro attirato lì da quel putiferio, trova finalmente la forza necessaria a spalancare il suo portone. Dopo essersi scambiati una rapida occhiata d’intesa, gli uomini tentano di immobilizzare Pistone, ma invano. Gianni è su di giri, una vera bestia: ha gli occhi iniettati di sangue, par posseduto dal demonio, e nello stato in cui si trova, senza troppa difficoltà, sarebbe forse capace di buttar giù l’uscio di Prisco.

Anche Melandri, il temerario ragioniere, richiamato da tutto quel baccano si precipita sulle scale. Percorre timoroso qualche gradino, poi, sporgendosi quanto basta dal corrimano e badando bene di mantenersi alla dovuta distanza, si limita a sgranare gli occhi.

Sotto si ingaggia una lotta violenta: volano calci fortissimi e un’infinità di pugni. I volti dei partecipanti sono maschere di sangue: il pavimento condominiale sembra il set di un film dell’orrore. Degli schizzi vermigli hanno imbrattato persino i muri. Rincuorato da una tale manforte, anche Prisco decide di uscire allo scoperto. Il suo portone emette un cigolo sinistro: è sgangherato ed è diventato pesante come un macigno. Sudando freddo e impegnandosi in uno sforzo al limite delle proprie possibilità, riesce a crearsi un varco per sgattaiolar fuori. Il rancore accumulato nel corso degli anni, in seguito alle ripetute offese di Gianni Pistone, emerge all’improvviso. Nervoso come un coccodrillo affamato, senza pensarci due volte, si avventa sul nemico. I quattro sventurati continuano a massacrarsi, ma solo finché, per l’ennesima volta, non fanno la loro comparsa gli amici Carabinieri. Tre ambulanze occupano il parcheggio condominiale. Stridendo insieme, all’unisono, le loro sirene spaccano i timpani a mezzo vicinato. Gianni Pistone e il buon Prisco vengono sedati. Le ferite riscontrate esigono controlli rigorosi, vengono dunque caricati sulle barelle, per essere subito portati via. Alcuni infermieri soccorrono Ardito e Morelli. Infine si opta per caricare sull’ambulanza anche la povera Teresa, più per una questione di scrupolo, afferma, ligio, il dottore.

Quando finalmente le ambulanze si allontanano, un piccione spicca il volo dal tetto, e un lieve batter d’ali risuona in cortile come un tremendo boato.

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Autore: Nadia Fagiolo

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

18 pensieri riguardo “LA RISSA (IL CONDOMINIO).”

  1. Mica l’avrei mai detto che Prisco sarebbe tornato! Bene, è ancora in piedi e nonostante tutto quello che ha passato, tiene ancora voglia di menar le mani. Chissà perché!
    Molto divertente e ben scritto. Leggere le avventure che accadono in questo condominio fa bene allo spirito.

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