IL GENERALE CONTESTO.

Foto contesto

Contesto attendeva nel bel mezzo di una distesa bianca. Era stato incaricato di radunare e allineare le parole che sarebbero giunte da sud, dalla mente dello scrittore.

Da due giorni se ne stava in attesa e senza mangiare. Sull’attenti controllava che il foglio restasse pulito. Solo ogni tanto, si concedeva di tirare un sorso d’acqua contenuta in una borraccia a tracolla che portava a penzoloni sopra l’uniforme.
Prima o poi sarebbe comparso qualcuno, allora avrebbe dovuto adempiere al suo compito in maniera egregia, dopotutto era stato prescelto per via della sua esperienza e della sua determinazione.
Il Generale Contesto era noto proprio per quel suo modo di essere spietato, privo di scrupolo.
Anche quel giorno il sole era tiepido, raggi dorati battevano sul deserto rilasciando continui e fastidiosi abbagli che talvolta costringevano a socchiudere gli occhi. Il sonno e la noia avrebbero potuto divorare chiunque, ma non Contesto. Il saggio Generale ne aveva approfittato per meditare, ricavando dalla solitudine una grande forza d’animo.

Nel bel mezzo di quel nulla, a un tratto, il Generale notò all’orizzonte una minuscola macchia scura che pareva zampettare come un piccolo ragno.
Quando quella cosina gli si fece vicino, con la bocca impastata e con un po’ di raucedine per via del troppo e obbligato silenzio, imbracciando il suo fucile Contesto biascicò: “Chi va là?”
La piccola creatura, forse impaurita dalla mole del Generale, con un’esile vocina, e balbettando persino un po’, rispose: “Sono dunque arrivata per prima?”
Contesto si schiarì la voce, ingrossandola, e orientando la canna del suo fucile verso quella cosa, domandò di nuovo: “Chi va là? Rispondi, forestiera!”
“La prego, non si arrabbi! Sono una parolina della storia; lo scrittore si è finalmente messo al lavoro. Siamo tante, sono tutte in viaggio, e io sono stata la più veloce!”
“Era ora, vi attendo da due giorni. Uhm, allora, vediamo… ora ti leggo. Tu… tu saresti Volta?”
“Sissignore, proprio così, son proprio io!”, rispose euforica la piccola parola, ponendosi subito sull’attenti in segno di saluto e di rispetto.
“Aspetto che giungano anche le altre, poi deciderò cosa fare.”
Volta si accingeva ad aprire di nuovo quella sua grossa boccuccia, ma in quel momento, sul limite della distesa bianca e proprio nel punto in cui la terra dava l’illusione di poter toccare il cielo, notò un esercito di segni neri che avanzava a passo di marcia. Alcuni elementi erano lunghi, altri apparivano più corti, altri ancora parevano minuscoli puntini.
Quando tutti furono abbastanza vicini, Volta, sorridendo e senza permesso, esclamò: “Ciao, Tempo; ciao, Virgola! Felice di rivederla, signor Andare! Ci siete anche voi, care amiche inseparabili C con l’apostrofo e Era! E sei arrivata anche tu, mia cara Una…”, dimenticandosi persino di respirare, Volta proseguiva senza sosta a elencare un nome dopo l’altro.
“Basta! Zitta!”, tuonò Contesto. “Qui parlo solo io, è chiaro? Devo mettervi in riga!”
“In riga? Ma, non abbiamo fatto nulla di male!”, si lamentò Volta.
“Ho detto che devi restare in silenzio! Io ho il compito di allinearvi.”
“Allinearci?”, domandò stupita, Volta.
“Senti parolina bella, se non chiudi subito quella boccaccia ti assicuro che ti buco le tempie riducendoti in lettere singole.”, la minacciò adirato, Contesto.
A un successivo segnale del Generale, le parole si disposero tutte sull’attenti.
“Allora, vediamo… piccoli sgorbietti, al lavoro, si comincia!”

Mentre il sole si preparava di nuovo a tramontare, Contesto passeggiava tra le fila di parole, ispezionandole a una ad una, pensando a come poterle combinare tra loro e riflettendo sulle sorti di ognuna per poter scrivere un sensazionale racconto.
Era certo di vincere anche quella battaglia. Avrebbe dato origine a una storia intelligente, affascinante, interessante, e, soprattutto, a un qualcosa di originale e non ancora pensato da nessuno.
Doveva farcela: sapeva di essere il Generale più arguto, più fantasioso e più spietato di tutti i tempi.
Mentre ragionava borioso sulla trama del racconto, una nota petulante vocina lo disturbò: “ Senta, mi scusi, siccome sono giunta qui per prima, credo di essermi guadagnata il diritto di poter cominciare la storia!”
Contesto si impettì e le sue mani si serrarono in pugni. Con un balzo le si avvicinò a un palmo “di lettera”. Poi sgranò gli occhi, tese un indice in aria che le agitò proprio davanti alla elle, mentre lo stesso dito della mano destra avvolgeva il grilletto del fucile. “ Tu sei una pazza, tu osi sfidarmi. Ti è mai capitato di leggere un brano che esordisca con un sostantivo privo dell’articolo? Ma chi ti credi di essere, infima insolente! E ti dirò di più: non ti impiegherò nemmeno per seconda, dato che, altrimenti, mi toccherebbe cominciare il racconto con un banale UNA VOLTA, o tutt’al più, con un QUELLA VOLTA. E questo, per opera mia, non accadrà mai. Mai, mi hai capito?”, sbraitò irritato Contesto.
Volta tremava, era impaurita, tuttavia possedeva un carattere cocciuto e incosciente. Con un filo di voce, e le lettere O e A in lacrime, la sventurata osò: “Sì, ma, non posso stare nemmeno… nemmeno tra le prime cinque?”
Contesto, a quel punto, fu colto da un vero e proprio spasmo. Tutto l’esercito rabbrividì, e persino Volta, finalmente, riuscì a ammutolirsi.
Sul volto del Generale appariva un’espressione terribile, contratta, e un rigagnolo sottile di bava gli colava dall’angolo della bocca. L’indice ebbe un istintivo sussulto sul grilletto del fucile.
“Tu hai tendenze suicide, tu, davvero, desideri morire qui, oggi. Dunque, tu mi suggeriresti di iniziare il mio capolavoro con un trito e ritrito C’ERA UNA VOLTA? E’ l’ultima volta che te lo ripeto: ingoiati quella lingua!”, e, voltandosi in direzione delle altre parole che erano disposte a semicerchio intorno al foglio, Contesto strillò come indemoniato con tutto il fiato che aveva in corpo: “ D’ora in poi dovrete restare tutti in assoluto silenzio, chiaro? Io sono il vostro Generale e esigo rispetto, e qui comando io! E ora, con permesso, debbo proseguire il mio lavoro.”
E Contesto riprese ad affaccendarsi or camminando e or marciando qua e là, afferrando le parole per i trattini o per le stanghette e trascinandole in una posizione precisa. Talvolta, raggruppandole, poteva spingerle lungo i margini del foglio, separandole solo al bisogno, in un secondo tempo.
Capitava che rimanesse anche fermo e pensoso per un po’, con l’indice ricurvo e adagiato al labbro superiore, la fronte corrugata e lo sguardo rivolto in alto, a destra.
Poi, il Generale riprendeva deciso il suo lavoro, spostando e rispostando parole, rivoltando ogni singola frase, rileggendo il testo di continuo, dalla prima all’ultima riga scritta sul foglio.

Tutt’intorno calò il buio. Un flebile bagliore illuminava la notte. Non era che l’inizio. Truppe di parole seguitavano a comparire senza sosta da sud. Il Generale doveva decidere in fretta chi, tra loro, sarebbe risultata più idonea nel meglio assolvere il compito che gli era stato assegnato.
Fu sorpreso nel trovarsi dinanzi una presenza assai inquietante. Borbottò: “ Dimmi che ho letto bene, dunque, tu saresti Person? E cosa diamine significherebbe? Non sei altro che uno schifoso refuso!”
“Sono caduto mentre correvo e ho perso la mia A …”, prima che il disgraziato potesse accorgersene, un proiettile tagliò l’aria e ristabilì il silenzio, spargendo ovunque un acre odore di polvere da sparo.
Person stramazzò al suolo. Qualcuno sibilò: “Peccato, così pareva inglese.” Contesto, per sua fortuna, non udì.
Subito, tutti furono travolti da una folata di vento, forse uno starnuto dello scrittore, che minacciò di spazzar via una buona parte del lavoro già abbozzato. Delle gocce grosse piovvero sul foglio, rendendo scivoloso il terreno e ancora più complesso l’operato.
Il Generale era teso: non poteva permettersi di fallire altrimenti non avrebbe ricevuto altri simili e prestigiosi incarichi. Era conscio che, per scrivere bene una storia, fosse necessario effettuare continui tagli. Sapeva anche che gli sarebbe costato fatica, era pronto a sputare sangue.
Il lavoro non ebbe pause. Contesto era madido di sudore, si scordava persino di bere, e difficilmente si fermava un minuto, anche solo per riprendere fiato.
Tutto proseguì in questa maniera, per nove lunghi giorni e nove interminabili notti, e nessuno, più, osò proferir parola. Di tanto in tanto echeggiavano degli spari.

Quando il sole fu alto nel cielo per la decima volta, Contesto, finalmente, si sedette a gambe incrociate, proprio in testa al foglio. Osservava spacchioso la sua opera, era soddisfatto.
Era stremato, ma ancor più, era compiaciuto.
Qua e là e tutt’intorno, giacevano cadaveri di parole mozzate ridotte in sillabe o scomposte in lettere. Tuttavia ne era valsa la pena poiché il risultato pareva strepitoso.
Il suo datore di lavoro non avrebbe potuto desiderare di meglio e, appena fosse stato possibile, si sarebbe senz’altro congratulato con lui conferendogli un meritato riconoscimento.
Il racconto avrebbe avuto sicuro successo. Contesto aveva messo in campo tutta la sua competenza e ogni sua conoscenza. Avrebbe confermato di essere il migliore, e per l’ennesima volta.

Un’inaspettata brezza gelida e forte sorprese tutti giungendo all’improvviso. Il generale si domandò da dove potesse provenire. Nelle vicinanze non si scorgevano né montagne, né nubi. Durante tutte quelle dure giornate di lavoro, la temperatura si era mantenuta tiepida e costante, persino di notte.
Sospinto da quel vento che era divenuto impetuoso, un punto e virgola si adagiò proprio dinanzi ai piedoni di Contesto. Questi fu colto da un grande disappunto. Lo osservò bene: si trattava proprio di uno stupido e insulso punto e virgola. Era conciato male, era un po’ storto, respirava a fatica.
Il Generale non si impietosì dello stato di salute di quel malcapitato, anzi, ne fu innervosito.
Si rialzò. Con un’estrema cattiveria gli conferì forte un calcio di punta. L’apice di curvatura della virgola, già in gran parte compromessa dalla rovinosa caduta, cedette del tutto.
“Tu, da che parte arrivi?”, domandò furibondo.
Il fragile punto e virgola, con un flebile e ultimo respiro, trovò appena la forza di sussurrare: “Ero rimasto incastrato alla bottiglia di whisky dello scrittore.”, e ricadde al suolo con un lieve tonfo; si era distrutto, si era ridotto a un banale punto e a una banale virgola.

Contesto provò rabbia, tanta rabbia. Senza rendersene conto aveva dimenticato di inserire quel punto e virgola nel suo testo. Eppure, mai aveva abbassato la guardia. Doveva rimediare subito all’errore, altrimenti i critici l’avrebbero denigrato compromettendo tutta la sua futura carriera.
Non c’era altro tempo da perdere! Avrebbe subito provveduto a incollare tra loro un punto e una virgola tentando di rimpiazzare la vittima; non se ne sarebbe accorto nessuno e, se si fosse rivelato necessario, sarebbe stato pronto a rivedere, per l’ennesima volta, tutta la storia.
Mentre, ancora ambizioso, si preparava a riprendere il suo lavoro, venne interrotto da una nota e fastidiosa vocina che proveniva dal centro del foglio: “Io desidero aiutarla!”
Contesto non ci pensò due volte, gli si scaraventò addosso con passi lunghi, pesanti, e in grado di far sobbalzare di qualche centimetro tutte le parole.
I raggi del sole appena sorto ingigantivano la sua ombra, deformandola, e conferendogli l’aspetto fantastico di un mostro MANGIAPAROLE.
“Scrivere è tutto per me. Lo capisci o no, stupida presuntuosa?”, sbottò furioso. La afferrò per la stanghetta della lettera “v” e la fece roteare in aria, per poi scaraventarla proprio in cima al foglio.
“Volevi esser prima? Ecco, ti accontento.”
Contesto la raggiunse, le sparò senza pietà ben cinque colpi di fucile, e, infine, la schiacciò bene sotto la suola dei suoi anfibi, riducendola a una macchia di inchiostro scuro, proprio accanto al titolo della storia.

A quel punto, all’improvviso, soggiunse un forte terremoto. Tutto traballava in un moto innaturale, le parole non riuscivano a resistere nella propria posizione, erano prive di appiglio e venivano ribattute ora a sinistra, ora a destra.
Divampò presto il panico. Regnò la confusione. Scivolando, si ritrovarono tutti al centro del foglio. Le parole persero gli accenti o i propri puntini, si voltarono a testa in giù o anche sottosopra, parevano finite in un frullatore.
Il cielo si oscurò all’improvviso, la terra parve restringersi attorno a loro, inghiottendo tutta l’aria e, piano, ogni forma di vita. Tutto fu avvolto da una specie di lenzuolo bianco. E poi, e poi… fu l’inferno.

Lo scrittore, stizzito, dopo aver appallottolato ben stretto il foglio, lo gettò nel camino acceso. Si concesse l’ultimo goccio di Whisky riponendo la bottiglia ormai vuota sullo scrittoio, proprio accanto alla penna stilografica. Fece un altro starnuto, sbuffò, si soffiò il naso. Si alzò, richiuse la finestra rimasta aperta per arieggiare un po’ lo studio. Non aveva voglia di ammirare la luna, nonostante, nel cielo di quella notte, risultasse piena e sfavillante.
Sbattendo la porta scomparve in un’altra stanza.
L’ispirazione l’aveva definitivamente abbandonato, non avrebbe scritto mai più.

Intanto, una sottile scia di fumo chiaro fuoriuscì rapida dal comignolo sul tetto. Per un attimo, un attimo appena, parve poter sbiancare, per intero, tutto quel cielo nero.
“Mettetevi in riga, presto, e lasciatemi fare il mio lavoro!”, ordinò il caparbio Generale Contesto.
Eppure… nessuno si mosse, nemmeno le stelle.

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(IL GIOCO DEL DESTINO) – I BISCOTTI DELLA FORTUNA.

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Oggi ti accadrà qualcosa di magico.”
Lara arrotolò il bigliettino rettangolare ricavandone un piccolo cilindro di carta bianca e lo ripose sul tavolo, nascondendolo sotto al vassoio dei biscotti proprio accanto al dolcetto che aveva spezzato senza assaggiare.
Non avrebbe mai creduto a un messaggio del genere. Qualcosa di MAGICO? Certo, come no!
La giornata lavorativa ( e non solo quella) era stata davvero faticosa e pesante, proprio da dimenticare. Le era toccato di gestire, sia al telefono che di persona, un’orda di clienti infuriati a causa dell’improvvisa cancellazione di numerosi voli “Alitalia”, e si trattava ancora una volta di scioperi. Aveva anche dovuto pianificare un assurdo viaggio di nozze. Quei due l’avevano rimbambita. Aveva dovuto organizzare nel dettaglio persino le gite giornaliere, dovendo mettere in campo tutta la sua professionalità, al fine di riuscire a placare ogni insignificante diatriba o ogni possibile disaccordo di quella insopportabile coppia.
“Non dovremmo sprecare una mezza giornata per il rafting, lo sai che a me non piace.”
“Però speravo di visitare anche Giava. Caspita, sono luoghi meravigliosi e così lontani, e vanno visti, perché, magari, non potremo ritornarci mai più.”
“A me va tutto bene tesoro, ma non credi che dovremmo anche riposarci ogni tanto? Dai, un paio di giorni tranquilli, in spiaggia, me li potresti anche concedere, o no? Pensavo che anche tu amassi oziare al sole!”
“ E io dovrei sprecare il mio tempo, ferma su una sdraio, in un luogo del genere?”
Quella coppia petulante e isterica era riuscita a battibeccare per oltre due ore. A tutto c’è un limite, anche alla pazienza. E per un istante, o anche di più, Sandra si era chiesta come diamine possa accadere che due persone così diverse scelgano di rovinarsi, in maniera consapevole, tutta la loro restante vita.

Quella sera, dopo aver calato la serranda, Lara era sfinita. Mai e poi mai sarebbe riuscita a cucinarsi qualcosa nonostante fosse affamata.

Optò per cenare al vicino ristorante cinese. Non che quel genere di cibo la facesse impazzire, tuttavia non le era mai neanche dispiaciuto: avrebbe ordinato una porzione di involtini primavera e qualche sano raviolo di gamberi cotto al vapore, e nulla di più.
Terminato il pasto, la cameriera più estrosa ( e proprio quella che, tra tutte, le era da sempre anche meno simpatica), solo dopo averle rivolto un accenno di inchino e un sorriso forzato di circostanza, le porse un piccolo piattino bianco in ceramica e a fiori sul quale era adagiato lo scontrino del conto. Poi le domandò: “gladisce qualche dolcetto della foltuna? Sono offelti da noi, la plego: non può peldelsi i nostli biscotti.”
Sebbene Lara avesse già allentato di almeno un centimetro la cintura dei jeans (tutta colpa di quella scadente birra cinese), non se la sentì di rifiutare quella proposta. Si recava in quel locale ormai da anni e almeno una volta alla settimana: oltre a un mezzo bicchiere di grappa al bambù, non le era mai stato offerto nient’altro.

Era ancora incantata ad osservare quel tubicino di carta che sporgeva sotto il vassoio che era circondato da alcune briciole di grissini e da residui filiformi di crauti.
“Tutte scemenze! Sono tutte stupidaggini. E io sto pure qui a rimuginarci su! Ho ben altro da fare. Vadano al diavolo queste usanze cretine, e pure, tutti questi biscotti cinesi, che di sicuro non sapranno di niente.”
Lara si rialzò dal tavolo stizzita, si diede una scrollata rapida alla camicia per ripulirla dalle briciole di cibo e, con un fare assai nervoso, indossò la giacca che aveva steso sullo schienale della sedia. Lasciò il ristorante, e da quel locale, una scia di aria viziata fuggì con lei fino in strada. Una grossa lanterna arancione di carta plissettata che era appesa al soffitto oscillò all’aprirsi e richiudersi dell’uscio.
Con l’intenzione di recuperare l’auto e di rincasare, Lara si diresse nel parcheggio riservato ai negozianti. Pregustava una lunga e piacevole doccia tiepida. Si sarebbe poi intrufolata, ben profumata, dentro al suo morbido lettone, decretando così la fine di una giornata storta e tutta da dimenticare.
Ma nemmeno il tempo di attraversare la strada proprio dinanzi al ristorante, che restò inchiodata all’asfalto. Impiegò qualche secondo per realizzare che il tacco destro era rimasto impigliato in una fenditura di un tombino.

Arrese la sua borsetta a tracolla per terra, pensò di sfilarsi la scarpa. Nel tentativo di liberarla, la tirò a sé con una certa forza, senza demordere, finché udì un delicato tac. “Che iella! Le mie decolleté nuove…”
Così, calzando una scarpa sola, e con l’altra priva di tacco che sventolava nella sua mano a mezz’aria, raggiunse l’auto in qualche modo, zoppicando.
Era calato il buio. Le giornate si erano accorciate da un po’, un’aria fastidiosa e pungente preannunciava una notte con temperature fresche e tipiche dell’autunno.
Lara balzò rapida sulla Fiat. Alcuni piccoli sassolini si erano infilzati nella pianta del piede e le causavano dolore; i collant si erano logorati, originando delle vistose sdruciture che stavano avanzando fino a raggiungere i polpacci. Balbettando di freddo mise in moto l’auto. Ruotò la manopola del riscaldamento e regolò le ventole; scostò la frangetta che, investita dal getto d’aria calda, le frustava gli occhi. Poi inserì la retromarcia. Quando torse il busto, voltandosi, e con l’intento di effettuare la manovra, notò una gigantesca macchia bianca sul lunotto posteriore che le occultava la visuale: “Maledetti piccioni! Beccateli gli avanzi dei biscotti cinesi, bravi, e quanta roba!”, pensò. Azionò quindi il tergicristallo. Quella sostanza secca, a contatto con il detergente, divenne viscida, densa, e imbrattò tutto il vetro di larghe striature biancastre. Il tutto avrebbe potuto dare l’impressione che una zebra si fosse sfracellata sull’auto.
Quando, nel centro del vetro, si ristabilì una vaga trasparenza, Lara attuò la retromarcia. Trasalì quasi subito, accusando un tonfo secco e improvviso. Si dimenticò per qualche minuto persino di respirare. Il piede scalzo rimase incollato e tremolante sul pedale del freno, la testa era ancora voltata all’indietro, lo sguardo si era perso nel buio circostante, nel nulla assoluto. Il battito cardiaco era accelerato, lo sconforto si impadronì di lei. Era isterica. Cosa diamine aveva urtato? La sua auto era l’unico mezzo parcheggiato in quello spiazzo, e l’ostacolo visibile e più vicino, un muro di cinta, distava due metri buoni.
Fu assalita da un brivido di paura. Cos’era successo? Le vie circostanti erano già tutte deserte a quell’ora. Al martedì sera, quel piccolo paese avrebbe potuto fungere da set cinematografico.
Si fece forza: doveva scendere per dare un’occhiata.

“Un dissuasore? Questa è proprio bella! Vorrei capire chi può permettersi di piantare questi aggeggi del diavolo in un parcheggio privato e senza nemmeno avvisare. Incredibile, pazzesco!”
Dopo aver compiuto un paio di ricognizioni intorno alla vettura nel tentativo di rassicurarsi e di verificare gli eventuali danni, desiderò con tutta sé stessa di poter finalmente ritornare a casa. Non ne poteva proprio più. Sferrò pure dei calci al paraurti, nel punto dove questo risultava sganciato, per tentare di attaccarlo un po’meglio alla carrozzeria. E in quella scarsa illuminazione, che proveniva unicamente dall’insegna dell’agenzia viaggi, notò un’ammaccatura circolare, non molto grossa, proprio sopra la targa.
“Possibile che oggi la iella sia tutta con me?”, si lagnò mesta, a voce alta, mentre rimontava in auto.

Si abbandonò per qualche minuto nel freddo sedile della guida tentando di rilassarsi. Osservò dal lunotto il cielo nero e privo di stelle. Le tornò alla mente il contenuto del bigliettino che, poco prima, aveva trovato nel suo dolcetto.
Di giornate magiche non ne aveva mai avute. In tenera età, aveva dovuto imparare a badare a sé stessa. Non era stata mai tanto fortunata nella sua vita. Tuttavia, ciò di cui non poteva proprio lamentarsi era il lavoro. Subito dopo aver conseguito il diploma di operatrice turistica le fu proposto di gestire quell’agenzia viaggi. In quel bugigattolo aveva trascorso buona metà della sua giovinezza, e, per contro, aveva imparato a conoscere i più svariati e lontani luoghi del mondo; inoltre, quel lavoro le era stato d’aiuto per poter sconfiggere un’innata timidezza, e questo grazie al contatto con il pubblico.
Certo, potendo scegliere, per la sua vita avrebbe desiderato ben altro. Una vera famiglia, magari. Una famiglia con la quale si cena tutti insieme, una famiglia di quelle che, se hai un problema, risolverlo diventa una missione di tutti.
Suo padre se ne era andato di casa il giorno seguente al suo settimo compleanno. Se lo ricordava bene, dato che quella fu l’unica volta in cui, salutandola, le diede un bacio sulla nuca. E poi non ritornò più. Lara apprese molto tempo dopo, tramite uno zio lontano, che il padre aveva deciso di emigrare in Brasile.
La madre frequentò subito un altro uomo. Peccato che fosse un poco di buono che andava accumulando fallimenti su fallimenti, debiti su debiti, e in men che non si dica, si riuscì anche a stabilire a casa loro.
Lara non lo sopportava, non reggeva proprio quel suo modo di fare arrogante e autoritario, tanto che, non appena raggiunta la maggior età, avendo già trovato un lavoro, pensò bene di affittarsi un appartamento in totale autonomia.
Quel mezzo balordo troncò la relazione con sua madre, si trovò presto un’altra sistemazione, e, pure, un’altra donna.

Il rombo del motore sollevò uno stormo di piccioni, i fari accesi tranciavano il buio di quella notte. Lara si immise sulla statale. In una scarsa manciata di minuti avrebbe raggiunto finalmente la sua dimora.

La radio trasmetteva Million reasons di Lady Gaga. All’agognata meta mancavano ormai solo un paio di chilometri. Lara si lasciò trascinare dalle note di quella canzone e fischiettò timidamente, anche per resistere al sonno che, a tutti i costi, tentava di impadronirsi di lei. Ma, tutt’a un tratto, la vettura cominciò a dare dei colpi. Lara, arrabbiata e di istinto, diede una manata al cruscotto.
“Non è possibile, questa no, NO. E che cavolo!”
Era impossibile accelerare dato che l’auto proseguiva a strattoni; si trattava di un probabile guasto al motore.
L’appartamento di Lara era in periferia, occorreva dunque attraversare quell’ultimo tratto di campagna.
“Al diavolo l’auto!”, pensò.
E dopo aver imbragato la tracolla della borsa, si avviò a piedi con un passo veloce. Era stata costretta a sfilare anche l’altra scarpa, che poi aveva scagliato con stizza in un prato. L’umidità era davvero insopportabile, così per non patire troppo freddo, cominciò a correre. Delle grosse lacrime le sgorgavano libere dagli occhi e le pcarezzavano gli zigomi per poi perdersi nell’aria. Era trafelata, per nulla abituata a quel genere di movimento; non si sentiva più nemmeno le gambe. Era in lotta con sé stessa. Non poteva fermarsi, doveva vincere contro la sfortuna. E voleva solo tornare a casa.

Quando fu dinanzi alla porta di casa si commosse. La piccola palazzina esibivale tapparelle abbassate. Meno male. Non desiderava certo essere sorpresa da qualcuno in quello stato pietoso.
L’indomani, con calma, avrebbe pensato all’auto. Ora anelava solo una lunga doccia e poi sarebbe andata a dormire.
Pigiò l’interruttore che rischiarò il salone. Provò un lieto senso di accoglienza, si percepì finalmente tranquilla.

Indossò il comodo pigiama di flanella, si pettinò i capelli ancora umidi. Tutt’a un tratto si ricordò di qualcosa.
Ritornò in soggiorno, frugò nella borsetta. Ne estrasse due fogli di carta ripiegati e lo smartphone.
Dopo aver sorseggiato un ottimo tè caldo, effettuò una ricerca nel web.
Dispiegò i foglietti, li distese sul tavolo. Osservò il monitor del telefonino. Afferrò un foglio di carta, lo sollevò. Guardò di nuovo il monitor, si sfregò gli occhi. Osservò ancora il foglio. Il viso si distese in un ampio sorriso, le mani tremavano, quella schedina pure.
Non poteva crederci, non era vero. Non stava capitando proprio a lei, quello doveva essere un sogno.
“Oggi ti accadrà qualcosa di magico.”, era il messaggio contenuto nel suo dolcetto. E vincere all’Enalotto era qualcosa di estremamente magico, di fantascientifico, era una sensazione piena, gigante, meravigliosa.
Per la prima volta in vita sua, si sentì davvero soddisfatta e appagata. Cominciò a ridere, a gridare, a piangere di gioia, a saltare, in un tumulto di sentimenti forti e piacevoli La vincita era uno sproposito, quei soldi sarebbero stati fin troppi. Che cosa ne avrebbe fatto? Era confusa, certo, ma era una sensazione grandiosa. Era felice, felicissima, pazza di gioia. Doveva telefonare a sua madre, aveva bisogno di raccontare tutto a qualcuno.

(“Zic!” Una magia.) 

Quella sera, dopo aver calato la serranda, Sandra era davvero sfinita. Nonostante fosse affamata, mai e poi mai, sarebbe riuscita a cucinarsi qualcosa. Aveva valutato l’ipotesi di cenare al ristorante cinese, ma preferì tornare subito a casa. Aveva voglia di rilassarsi un po’ e magari di godersi una bella doccia tiepida.
Si recò quindi nel parcheggio riservato ai negozianti, recuperando la sua vettura. Ingranò la retromarcia e ruotò la manopola del riscaldamento dato che già cominciava a fare un po’ freddo. Accidenti! Forse, nel pomeriggio, qualcuno aveva piantato a terra alcuni dissuasori. Che fortuna! Per pochi centimetri non ne avrebbe urtato uno. La radio regalava le note di I will survive.
Quella giornata lavorativa era stata davvero impegnativa. A causa dei voli annullati in seguito agli scioperi di Alitalia, diversi clienti si erano lamentati telefonicamente e anche di persona. Inoltre, aveva avuto a che fare con una coppia davvero singolare, che riusciva a litigare persino per il viaggio di nozze. Per poco non gli scoppiò a ridere in faccia.

Dopo una doccia tiepida, si concesse una bella tazza di tè caldo. Un’amica le aveva regalato una originale confezione di biscotti della fortuna. Ne volle assaggiare uno. Lo spezzò all’incirca a metà estraendone il messaggio che recitava: “ Fortunato è solo chi sa esser saggio”. Sorrise.
Si intrufolò nel letto. Si stava proprio bene, era morbido, profumato. Lara era felice.
Certo, la sua vita non era stata facile, ma cosa avrebbe dovuto fare? Piangersi addosso tutto il giorno?
La vacanza premio che avrebbe effettuato a gennaio era una discreta consolazione. Avrebbe visitato il Perù, una delle poche località turistiche in cui non era ancora stata.
Mentre si accingeva a spegnere la luce, ricordò che quella mattina, si era proposta di acquistare un paio di schedine dell’Enalotto; così, per sfizio. Nel dirigersi a piedi verso il tabaccaio, un tacco le si era impigliato nella fenditura di un tombino. Aveva dovuto acquistare delle scarpe nuove e così si era fatto tardi. Meglio! Tutti soldi risparmiati.
Assunse la sua posizione preferita, si voltò sul fianco. E si addormentò subito, con un accenno di sorriso sulle labbra e sognando il Perù.

UN DESTINO DA FARFALLA.

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UN DESTINO DA FARFALLA

Nella via echeggiano le note della Sinfonia n. 5 di Beethoven: ogni cosa par che danzi in do minore. Alcune mosche eseguono dei tournants volteggiando nell’aria, e gli uccelli, con eleganti voli, improvvisano una coreografia. L’asfalto già bolle bersagliato com’è dai raggi del primo sole mattutino. Una brezza, afosa e pesante, culla le fronde di alcuni alberi. Cercando forse un po’ di refrigerio, una farfalla bianca si posa lieve su una tapparella, giù a metà, di un palazzo ristrutturato che si affaccia sulla via assolata. La musica proviene da lì.
I serramenti di legno interni sono spalancati. Giorgio è sdraiato sul letto, a pancia in giù. Indossa solo un paio di slip neri. Con il braccio piegato al gomito ad angolo retto e la mano chiusa a pugno sulla guancia, tiene il volto sollevato all’altezza del cuscino. È rilassato. Sfoglia una guida turistica dell’Indonesia. È madido di sudore. Questo mese di luglio, in particolare, è davvero tanto afoso. “Preparatevi a un caldo record!”, aveva annunciato il telegiornale del mattino. Le ascelle di Giorgio sono madide di sudore e anche l’addome lo è: il sudore ha già impregnato di bagnato il copriletto sopra il materasso. Tenta di voltarsi un po’ su un fianco. Nella penombra nota dei piccoli filamenti bordeaux di tessuto, che si sono incollati sul suo petto emaciato: è rimasto troppo a lungo nella stessa posizione.
Le note di Beethoven, gravi e ben orchestrate, si diffondono a ritmo costante nell’intorno.
Dopo aver contemplato una fotografia, Giorgio socchiude gli occhi per pochi istanti. Sollecitato dalla melodia beethoveniana, si immagina a Bali. Si immagina immobile, eretto, sul ciglio del dirupo del promontorio di Tanah Lot. Il Tempio si erge nero, enorme, in controluce, occupando quasi tutto l’isolotto. Sullo sfondo, un tramonto colora il cielo e l’oceano con ogni possibile e esistente tonalità di rosa. L’aria lo investe con prepotenza, scompigliandogli il ciuffo di capelli che gli ricade sulla fronte. Le onde del mare, alte, si frangono con violenza sugli scogli, quasi volessero inghiottirli. Ogni spinta genera una specie di vibrazione che Giorgio percepisce al di sotto dei suoi piedi e che si accorda, con una cadenza sincopata, ai bassi della sonata in sequenza Au claire de lune.
Riapre gli occhi. Dalle commessure delle tapparelle filtrano segmenti di luce, che sembrano dipingere i muri e i pavimenti della camera da letto. Tutto è avvolto da un’aurea misteriosa, surreale. Con un po’ di fantasia, con quel caldo e grazie al coinvolgente sottofondo della musica di Beethoven, è facile fingere di trovarsi altrove. Ora è in una stanza di albergo, proprio in Indonesia.
Lo stereo, all’angolo opposto del locale, continua a diffondere melodie tanto armoniche quanto altalenanti nelle tonalità. Giorgio sfoglia le pagine e continua a sognare.
Quella guida turistica avrebbe ormai dovuto essere ridotta a brandelli! Quasi ogni giorno, in estate e in inverno, da una decina d’anni, è il suo passatempo preferito. E invece no, pare ancora nuova.
Sul basso comodino in noce, proprio accanto alla sveglia, sono posati due libri di Edward Morgan Forster, il suo autore prediletto. Si trova in accordo con ogni riga letta, con qualsiasi suo pensiero, con ogni singolo concetto che quell’uomo ha saputo esprimere. Ha letto ogni sua opera, ogni pagina almeno un centinaio di volte. Lo ammira, con sacralità, per quel suo modo di intendere l’arte, la letteratura, l’amore, i viaggi, e la vita anche.
Accanto ai libri di Forster c’è una cornice. È una fotografia scattata anni prima: si trova in compagnia del suo unico e migliore amico, Giovanni.
Giovanni c’è sempre stato. Giovanni non l’ha mai lasciato solo. Giovanni è speciale, è l’unica persona, a parte sua madre, di cui è riuscito a carpirne l’affetto sincero e disinteressato.
Giovanni, insieme a Forster e all’Indonesia, rappresenta tutto, tutto ciò che ora conta.

Giovanni e Giorgio, durante le scuole elementari, erano capitati nello stesso banco; d’allora innanzi non si persero più di vista.
Poi, Giovanni si era sposato, perché questo era il suo desiderio. Giovanni non avrebbe mai potuto comprenderlo, in ogni caso non appieno, perciò, da sempre, aveva tenuto il silenzio su un certo aspetto della sua vita, per non rischiare di incrinare il loro rapporto di amicizia. Celare un segreto, alla lunga, può renderlo meno incisivo, meno pesante, come sminuito.

Le note di Beethoven continuano a scivolare, ora veloci, ora lente, forti o appena percettibili. L’ascolto della musica classica culla gli stati d’animo, permette di esaltarli o di spegnerli, riesce in qualche modo a dominarli.

La famiglia di Giorgio, fino a qualche tempo prima, era benestante: aveva potuto permettersi di visitare numerosi territori, ma non quello dell’Indonesia. In seguito al fallimento e poi alla morte del padre, Giorgio e sua madre dovettero fare i conti con le difficoltà economiche e con la necessità di risparmiare il più possibile. Nonostante sin da ragazzo avesse avuto ogni possibilità e avesse potuto soddisfare ogni suo desiderio, non riuscì mai a ritenersi davvero felice. Questa insoddisfazione era forse sorta perché, con estrema facilità, sempre gli era riuscito di realizzare quasi ogni sua ambizione materiale.
Nel tempo libero era solito restare, per ore e ore, con la testa china su libri, giornali, riviste. Oggi, seppur a malincuore, Giorgio ammetteva che aveva passato troppo tempo a studiare: questa presa di coscienza aveva originato in lui la convinzione che se si vive all’oscuro, nell’ignoranza, si vive sicuramente meglio.
Poi, all’improvviso, il destino gli aveva giocato un gran brutto scherzo.
Nonostante non fosse lui di indole selvaggia, sempre aveva difeso le sue idee, anche a costo di procurare del male. Una volta, per uno screzio, senza volerlo, era arrivato alle mani. Aveva colpito duro un tizio che, con premeditata volgarità, lo aveva offeso; con cieca rabbia gli si era scagliato addosso, facendolo finire all’ospedale. In seguito se ne pentì, ma il pentimento serve sempre a poco, a niente. In altre occasioni, lavorando in proprio, aveva aggirato il pagamento di alcune tasse. A parte questi due inconvenienti, aveva tenuto sempre una condotta esemplare, sempre encomiabile e di più. Eppure, quel nefasto giorno, fu punito: fu travolto da un’auto che gli fece perdere, in maniera rovinosa, il controllo della sua.
Il compact disc di Beethoven ripartì dall’inizio, avendo eseguito tutte le tracce. Sulle note della Sinfonia n. 5 di Beethoven rivide la sua Volkswagen, come impazzita, roteare su se stessa. Quegli attimi si tramutarono in un’eternità. Cercò di governare il volante, ma niente da fare. Alla fine l’auto si impennò a ridosso del basso guardrail, che separava i sensi di marcia, sparandola incontrollata lungo la strada. In quegli attimi Giorgio udì una voce, una voce mai udita prima – almeno così gli parve –, una voce maschile, lenta, dolce, confortante che lo invitò a stare tranquillo. Era quella di Giovanni. Rivide i momenti salienti della sua vita, in successione rapida, l’uno dopo l’altro. Si rese conto di quanti bei gesti aveva ricevuto, e di quanto poco avesse invece lui dato.
L’impatto fu un assordante accartocciarsi di lamiere. L’auto continuò la sua corsa, capovolta con le ruote rivolte al cielo, mentre la cappotta grattava sull’asfalto, lasciando dietro di sé fasci di scintille che parevano fiamme.
Si ritrovò a testa in giù. Dopo aver accusato una forte botta alla tempia, dolorante in un po’ tutte le parti del corpo, perse i sensi. Quando rinvenne, era ancora aggrappato al volante, manco fosse un’ancora di salvezza.

«Giorgio, desideri un caffè? », gli domanda la madre, a bassa voce, affacciandosi discreta all’uscio della stanza. Torna da dove è venuta, subito, senza ottenere una risposta, lasciando la porta quasi del tutto aperta.

L’incidente lo aveva cambiato, aveva messo sottosopra, per intero, la sua vita. Dal giorno dell’incidente si era ripromesso che non avrebbe più viaggiato. Non così, non nelle condizioni in cui si trovava; e tutto sommato non gli era rimasto nulla di così tanto importante, nemmeno dopo tutti gli anni spesi a girare per il mondo. Restare fermo, or come ora, quello era il viaggio più avventuroso, quello più difficile.

Con il palmo della mano tenta di asciugarsi un poco la fronte, troppo umida per via del caldo, cercando di raggiungere la vistosa e brutta cicatrice che gli deforma la fronte e che si fa strada attraverso la testa, sin dietro i capelli, fin sulla nuca.
La sera dell’incidente, guarda caso, aveva un appuntamento con Giovanni. Da quel terribile giorno erano trascorsi ben cinque anni. Giorgio si era annoiato persino di provare noia, così come un tempo si era annoiato dei continui cambiamenti, di passare da un posto a un altro. Doveva reagire: avrebbe proposto all’amico di accompagnarlo per un ultimo viaggio. Tre settimane, tre settimane insieme in quel paradiso che mai aveva visto con i suoi propri occhi.
Sua moglie avrebbe di certo capito, era una donna di animo buono, comprensiva, e non lo avrebbe ostacolato. Grazie al risarcimento venutogli in seguito all’incidente, in banca teneva un discreto gruzzoletto che solo attendeva d’esser intaccato.

Giorgio si volta su un lato. Con il palmo della mano cerca di levare i residui di tessuto rimastigli attaccati sulla pelle. Prima di riuscire ad afferrare lo schienale della carrozzella elettrica, arranca un paio di volte a vuoto. La accomoda parallela al letto e, con un abile colpo di reni, a fatica, quasi rotolando, riesce a balzare rigido su di essa. Preme il pulsante che avvia il motorino della carrozzella. Un ronzio meccanico si sovrappone alla musica in sottofondo: adesso può finalmente lasciare la sua stanza e accedere al corridoio.
Le note di Beethoven continuano a colmare l’afoso vuoto della stanza di Giorgio. E la farfalla bianca vola via disegnando spirali leggere, giocando con il vento, attraversando strade su strade per arrivare a volteggiare sopra immensi prati verdeggianti, spingendosi poi fin sopra alle colline, rifugiandosi infine nel fitto di un fresco boschetto attraversato da un breve corso d’acqua.

 

LE FOGLIE.

Foglie-ingiallite

“Mamma, questi alberi stanno morendo?”, domandò la piccola Clara, con una vocina stridula, osservando ondeggiare delle foglie secche e accartocciate sui rami di una betulla.
Simona si arrestò. Fu colta dall’istinto di donarle una carezza. Come resistere a una pelle tanto morbida e vellutata?
Clara reggeva con fatica il suo bottino: un sacchetto di tela ricolmo di piccoli e odorosi funghetti marroni.
Il respiro di entrambe era divenuto un po’ pesante e cominciava a originare umidi e lievi aloni di condensa.
I raggi obliqui di un sole opaco e già basso all’orizzonte impreziosivano di oro ogni tronco raggrinzito e ancora impregnato della pioggia caduta abbondante il giorno prima.
Presto l’autunno avrebbe offerto il suo consueto spettacolo di colori meravigliosi. Simona realizzò che l’estate, in un baleno, si sarebbe così ridotta a un mero ricordo. Fu assalita da un’ondata di malinconia, consapevole, tra sé e sé, di quanto il tempo riesca a trascorrere sempre troppo veloce.
Le rughe segnavano già da tempo la sua pelle, e le era toccato persino cedere alla tentazione di tingersi a causa di alcuni capelli bianchi. In quell’istante paragonò il suo volto a una foglia secca, con le grinze, le venature, e con la stessa sua fragile consistenza.
E Clara non sarebbe rimasta a lungo la bambina innocente che ora era intenta a lanciare un sasso mirando un tronco d’albero poco distante.
Mettendo fine a quel surreale silenzio di tanto in tanto interrotto dal titubante cinguettio di un uccello, Simona trovò le parole: “No, amore mio. Non muoiono. Si spogliano solo dei loro vestiti preparandosi a dormire per tutto l’inverno. Poi, in primavera, si desteranno germogliando e diventando ancora più floridi e belli.”
Clara si voltò curiosa chiedendo: “Perché anche la nonna non ha potuto risvegliarsi più bella di prima?”
“Clara, una persona non è mica una pianta! Tuttavia, quando qualcuno muore, potrebbe essere paragonato a una foglia secca, ecco, proprio come quelle lì. La sua anima deve diventare leggera per staccarsi dal corpo, per lasciare la terra, per riuscire volare via, fin lassù, dove rinascerà, tornerà ad essere viva e bella”.
Clara sgranò gli occhi: da un ramo si staccò una foglia secca, tutta accartocciata. Planò dolcemente a terra, accanto a lei.
Un corvo, per contro, si innalzò rapido da quella stessa pianta, in quel medesimo istante, per poi scomparire oltre gli alberi, dentro agli ultimi raggi del sole.
“Tra poco sarà buio, sbrighiamoci!”, ordinò Simona.
Clara porse alla madre la sacca per poter raccogliere la foglia appena caduta.
La osservò, sorrise. Pensò di tenerla sempre con sé, magari conservandola al sicuro, dentro il suo portagioie, in cameretta.
Saltellò felice lungo tutta la strada del ritorno, ignara che, di quella foglia, molto presto, non ne sarebbe rimasto più nulla.

UNA STORIA QUASI D’AMORE. (2\2 FINE.)

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 “Come le dicevo, sono Ettore, un amico di Ada. Anzi, per la verità, conosco piuttosto bene suo marito. Eravamo compagni di classe alle scuole elementari. Possiedo un negozio di computer in città. Ada mi ha parlato un po’ di lei, mi ha confidato che è una vera solitaria. Anzi, ha proprio detto che lei è una specie di eremita. Ah, ah, sì, ha detto così! Be’, mi lasci dire: la capisco signora, così circondata da questa campagna… be’, questo è un paradiso vero e proprio. Comprendo dunque il perché sia restia all’utilizzo della tecnologia. Però Ada mi ha confessato che la trova un po’ infelice ultimamente, e, quindi, proprio per questo, ha creduto opportuno che passassi a trovarla per proporle l’acquisto di un portatile. Mi dispiace che non sia stata avvisata del mio passaggio, sono un po’ imbarazzato. Ada desidera che lei, signora Tancredi, trovi un nuovo svago. Grazie alla sua amica avrà un ottimo sconto, diciamo che le costerà la metà.”
Mi era apparso sincero, professionale, ma, nello stesso tempo, lessi nel suo tono di voce qualcosa di più, una specie di coinvolgimento misto a una certa incredulità che forse era rivolta al mio modo di pensare. Fui sicura di essergli sembrata alquanto strana e del tutto diversa dalle persone con le quali era abituato a concludere degli affari o delle trattative commerciali. Ada me l’avrebbe certo pagata. Stavolta l’aveva combinata davvero grossa! Non avevo la minima intenzione di installare un pc dentro casa nè, tantomeno, sforzarmi nell’imparare ad usarlo.
Quell’uomo estrasse dalla tasca un foglio ripiegato a metà. Lo distese appoggiandolo sul tavolo. In bella vista c’era la foto di un computer con la scheda relativa alle sue caratteristiche tecniche. Gli lanciai un’occhiata furtiva e poi la mia attenzione fu nuovamente rivolta a quell’interessante personaggio. Mi sovvenne una domanda: “Mi…, mi scusi ma… è arrivato fin qui a piedi?”, Osai, abbozzando un sorriso nervoso.
“No, certo che no. Questa stradina è davvero un disastro. Volevo evitare di impolverare la macchina, deve sapere che sono un po’ fissato!”
“Ah, certo.”, Risposi di istinto, con un finto sorriso, e sforzandomi di comprendere il suo punto di vista che, invece, giudicai un mero eccesso di pignoleria.
Era un gran chiacchierone ma, di sicuro, anche un ottimo venditore. Gli versai un po’ di birra in un bicchiere, può darsi che fosse scaduta. Poco dopo lui mi domandò dell’acqua e, poco più tardi, gradì volentieri pure un caffè.
Senza sapere di preciso il perché, mi sfilai l’ultima molletta che annodava i miei capelli, e, in quell’istante, ebbi la netta sensazione di piacergli. Difatti, si incantò per qualche minuto, senza proferire parola, e si asciugò più volte la fronte sudata utilizzando un tovagliolo di carta che avevo appoggiato sul tavolo solo poco prima. Quando ricominciò a parlare, notai che i suoi occhi brillavano proprio come i raggi dorati del sole appena sorto.
E parlò, parlò ancora. Mi confessò di essere ritornato a vivere in città solo da qualche anno e dopo il suo divorzio. Mi osservò ancora. Uno sguardo così intenso, io non l’avevo mai visto. Mi tremarono le gambe. Mi domandò un altro bicchiere d’acqua. Gli raccontai di me, di come mi fossi trovata a vivere in quella campagna, di quanto amassi il mio giardino e soprattutto le mie rose e del mio bisogno innato di solitudine.
“Sono davvero colpito da questo luogo signora, la sua casa è una meraviglia!”
Mi ero scordata di cuocere le castagne ma, in quel momento, mi resi conto di non averne più voglia. Mi sentii soddisfatta di avere comunque trascorso una giornata piacevole e del tutto differente da ogni altra.
Trascorse ancora mezz’ora buona e poi ci salutammo con un’eccessiva cortesia. Lo riaccompagnai al cancello bene attenta a trattenere per il collare Bentley. Lo avrebbe azzannato volentieri, non era abituato a ricevere quel genere di invasioni nel suo territorio. Mi scusai con Ettore per il comportamento maleducato e selvaggio del mio cane.
“A presto allora!”, Fece lui, accomodante.
Sorrisi.
Sorrise.
Sorrisi.
Sorrise.
Lo osservai allontanarsi lungo la via. Si voltò verso di me un paio di volte. Lo vidi divenire un puntino, poi notai i fari della sua automobile accendersi, ruotare e, infine, sparire.
Sapevo che sarebbe tornato. “A giovedì!”, Aveva detto.
Come promesso, mi avrebbe mostrato dal vivo quel benedetto portatile.

Il giorno seguente mi recai in paese. Canticchiai sull’auto per tutto il viaggio. Il fracasso della cinghia fungeva da accompagnamento considerando la voluta mancanza dell’autoradio. Tuttavia quel giorno mi mancò un po’ di musica. La canzone più famosa di Baglioni mi rimbombava come un mantra nel cervello. Oh, quanto l’avevo amata da ragazza. Ora e qui, su due piedi, non mi va di svelarvi il titolo ma… insomma… Quella lì.

Acquistai il mio solito pane, sorrisi persino a Ada e così, tanto per essere cortese, la ringraziai per essersi prodigata affinché Ettore potesse farmi visita.
Al computer ci stavo pensando, eccome, e, considerando di aver rinunciato già troppe volte alle vacanze, mi credevo autorizzata a concedermi quella “pazzia”. Se poi, l’elettronica non si fosse rivelata adatta a me, pazienza! Me ne sarei fatta una ragione. Inoltre, avrei sempre potuto provare a rivenderlo.
Abbracciai il grosso sacco marrone che profumava di pane e mi congedai da Ada. Stavolta,  la osservai mentre strofinava tra loro le mani, come ad esprimere una certa soddisfazione.

Due giorni dopo, e come promesso, Ettore ritornò. Per evitare di impolverare la sua auto aveva preferito trasportare a piedi, e per tutta la via, quel pesante cartone rettangolare. Quando pigiò il tasto del citofono, io ero già alla finestra, ben nascosta dalla tenda. La sua fronte grondava di sudore nonostante quel pomeriggio regalasse un’aria che pareva anticipare un inverno davvero rigido.
Le lezioni di informatica proseguirono fino alla fine dell’autunno: ricevetti due visite a settimana. Poi, durante l’inverno, diventarono addirittura tre. Ero ormai autonoma, potevo ascoltare la musica, ricercare notizie, ricette, leggere blog di giardinaggio, osservare ogni tipo di video, e persino, avevo imparato ad usare ogni genere programma di Windows, compreso quello di posta elettronica. E mi piaceva. Questo nuovo mondo mi piaceva. Anche Ettore mi piaceva, mi divertiva.
Ettore mi scriveva più volte durante il giorno, io gli rispondevo con naturale cortesia. Cominciai poi ad attendere ogni sua email, controllando la casella postale ogni quindici minuti, con un’ossessiva e puntuale regolarità.

Ettore volle mostrarmi il suo appartamento e il suo negozio in città. Devo dire che, quel giorno, non mi parve nemmeno così squallida. A Natale mi regalò un cellulare nuovo. Ovviamente, si prodigò nell’insegnarmi ad usarlo.
Lo tenevo sempre con me, mi assicuravo restasse acceso e, ogni sera, ne aspettavo avida un suo trillo che, peraltro, giungeva sempre puntuale: era la telefonata della buonanotte.

Sul finire dell’inverno, Bentley non gli ringhiava nemmeno più. Ebbene sì, abbaiava ancora, ma con vivacità, scodinzolando. Sapeva riconoscere il rombo del suo Mercedes nonostante questo fosse ancora distante. Diciamo che lo stava proprio aspettando, come, del resto, facevo io.
Che ruffiano!

Quando le rose sbocciarono di nuovo, e anche più belle, Ettore si era già trasferito da me.
Parcheggiava la sua auto ancora un po’ distante ma più su, all’incirca a metà della via e sopra una sottile striscia di erba che si spingeva oltre un recinto rustico, di legno, che delimitava un campo coltivato. Così, quella vettura, fu sempre ricoperta da una leggera patina di polvere. Ettore non se ne lamentò, non con me, almeno. Cominciò a vestirsi anche in maniera più sportiva: qualche volta indossava dei jeans che abbinava con gusto a camicie molto colorate ed era capitato persino che la sua immancabile cravatta fosse stata sostituita da un foulard, sempre in tinta e avvolto con un’eccessiva perfezione attorno al suo bel collo.
Io vagavo per casa piuttosto svestita: a volte indossavo solo una maglietta. Parevo ringiovanita e avevo persino ricominciato a osservarmi allo specchio. MI recavo anche più spesso dal parrucchiere. I miei capelli, mi ricadevano volentieri e liberi sulle spalle. Ettore mi sussurrava: “Sei davvero bella!”. Ero proprio tentata di credergli.

Una sera mi sorprese quando, rientrando dal lavoro, parcheggiò l’auto proprio dinanzi al cancelletto.
“E la macchina? Non si impolvera?”, Domandai, con un tono ironico.
“Ormai non è più così nuova, pazienza!”, Mi rispose allegro, tuttavia cambiò discorso, repentino.
La lussuosa Mercedes, da quel giorno, fu perennemente ricoperta da una terribile  coltre grigia. Inoltre, sul suo cofano, le orme di Fox spiccavano ben nitide, creando quasi un disegno, come uno stencil. Fox riteneva quel luogo di gran lunga più confortevole.
Spesso, Ettore mi accompagnava giù in paese a prendere il pane, non proprio tutti i giorni, ma mai meno di tre volte per settimana. Chiacchieravamo entrambi e a lungo con Ada. Lei e suo marito Giovanni accettarono un nostro invito a cena. Ci recammo tutti insieme presso un ristorantino davvero romantico, in città. Ricordo che su ogni tavolo era poggiato un candelabro circondato da una vera corolla di fiori. Ci divertimmo tanto. Poi restarono da noi fino a notte fonda. Io e Ada navigammo in Internet. Lei volle farmi visitare un sito di mobili etnici, io le mostrai un bel po’ di foto che avevo scattato in campagna e che avevo salvato in una cartella, sul desktop.

Quando Ettore lasciava la nostra villetta per recarsi a lavoro e svoltava sulla via principale, Bentley riattaccava ad abbaiare, ma in maniera differente, strana, quasi rassomigliante a un verso, a un lagnoso piagnucolio. Fox, invece, correva subito ai piedi del grande ciliegio ma restava qualche minuto fermo, a terra, irrigidito, con la coda alta e potevo osservare la sua schiena contrarsi in spasmi veloci e continui. Infine, stizzito, risaliva l’albero scomparendo in alto, mimetizzandosi tra i rami.

Io e Ettore facevamo spesso l’amore, e non solo in maniera classica. Lui sapeva sorprendermi in cucina, appoggiandomi all’improvviso al tavolo; oppure poteva infliggermi uno spintone leggero e affettuoso mentre mi trovava intenta a rifare il letto.
Leggevo meno riviste, tuttavia non trascuravo i miei due animaletti e il giardino che era diventato ancora più bello. Ettore potava le rose, tosava il prato.

Da allora, sono trascorsi trentacinque anni dal giorno in cui lo conobbi. Abito ancora qui: nella piccola casa delle rose e al centro alla radura. Tra poco giungerà un altro maggio. Il portatile è ridotto a un pezzo di antiquariato. Da tantissimo tempo è rimasto appoggiato come un soprammobile sulla credenza, in camera mia. Le mie dita mi dolgono troppo a causa dell’artrite, e credo di aver dimenticato come funziona. E’ probabile che non si accenda nemmeno più.
Alcuni operai stanno lavorando da circa un anno alla costruzione di un’altra casa, proprio qui, confinante con la mia. Sono venuta a sapere che la abiterà presto una giovane coppia di sposi.
Sono seduta in veranda, sto osservando i miei boccioli di rose. I cespugli sono ancora più fitti, forse un po’ troppo. Avvolgono ormai tutti i muri della casa e hanno invaso ogni spazio del cortile, i loro rami spinosi ricoprono quasi tutto il cancelletto lasciando libero solo uno stretto passaggio.
I muratori percorrono di continuo la via creando un grande scompiglio. Ogni tanto transita da qui un enorme trattore che è diretto ai campi e fa troppo baccano, e, ogni mattina, passa un nuovo postino che pare sempre scocciato: forse perché è costretto ad inoltrarsi nella campagna per consegnare solo alcune bollette e, di tanto in tanto, qualche opuscolo pubblicitario.
Ada ha chiuso il negozio. Mi hanno detto che è stato poi acquistato dei cinesi. Mi spiace, non la rivedo da un paio d’anni. E’ stata ricoverata alla casa di riposo, quella che hanno aperto giù in città e proprio accanto al grande centro commerciale.
La mia auto era guasta e arrugginita, qualcuno me l’ha portata via, ma non importa, tanto non avrei potuto più guidarla. Verso le dieci ricevo la visita dei volontari, di solito sono gentili, mi consegnano la spesa valicando di sbieco il cancelletto arrugginito. Stanno bene attenti a non rimanere graffiati dagli spini dei miei troppi cespugli di rose. Mi lasciano alcuni sacchetti sul tavolo, anche il pane. E’ fresco ma non è mai buono come quello di Ada. Mi sorridono e se ne vanno.
Un paio di volte alla settimana ricevo persino la visita di una certa Katarina; è in Italia da poco, è una giovane rumena. Mi aiuta a lavarmi, mi cambia. Se ne ho voglia possiamo anche chiacchierare un po’ bevendo qualcosa. Le parlo di Ettore e dei animaletti. Qualche volta usciamo a fare due passi, io mi aiuto col bastone, le mostro il giardino, solo fino a dove riesco ancora ad arrivare.

Poi, alla sera, Ettore parcheggia l’auto davanti al cancelletto, coccola Bentley che scodinzola felice, si toglie le scarpe e le lascia sulla veranda, accarezza anche Fox. Poi entra in casa. Gli sorrido, mi bacia. Mi tolgo la molletta che è rimasta per tutto il giorno aggrovigliata nei miei capelli bianchi, mi ricadono liberi sulle spalle. Lui mi osserva con la stessa meraviglia di sempre e mi sussurra: “Sei davvero bella!”
Ceniamo, chiacchieriamo, ci diamo un bel bacetto; be’, non facciamo più l’amore perché non siamo più giovani. Ettore si è un po’ incurvato, ha sempre mal di schiena. Lo so e basta; non è certo un tipo che si lamenta. Però entrambi dopo aver assunto tutte le nostre pastiglie, ci corichiamo per dormire, sempre piuttosto presto.

Una volta mi sono davvero arrabbiata! Un ragazzo che era stato incaricato di consegnarmi la spesa insisteva proprio nel prendermi in giro. Mi voleva convincere che mi fossi immaginata tutto. Sosteneva che non ci fosse un cane in cortile e nemmeno un gatto. Mi ha detto così: “Ho visto solo un sacco di roseti, signora. Non si offenda, non vorrei apparirle scortese. Mi piacerebbe tanto che ciò che sostiene possa essere proprio vero, ma, mentendo, potrei illuderla. Sì, insomma, potrebbe anche essere peggio. Ecco perché mi sento in obbligo di ribadirle che fuori, in giardino, non c’è neanche l’ombra di un animale e qui, in casa, non vedo nemmeno suo marito. Mi creda: qui non c’è proprio nessuno, a parte noi due, ovvio!”

E un dottore, una volta, se non erro, mi ha diagnosticato la demenza senile. Non mi interessa, davvero. Io non sento male da nessuna parte. Io sto bene!
Le mie rose sbocceranno, si schiuderanno. Anche quest’anno saranno meravigliose. E poisul finire dell’estate appassiranno. E sopraggiungerà di nuovo l’inverno.
Scusate, ora devo proprio andare.
“Ettore, prendi le tue pastiglie, è tardi, ti aspetto a letto!”