UNA STORIA QUASI D’AMORE. (2\2 FINE.)

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 “Come le dicevo, sono Ettore, un amico di Ada. Anzi, per la verità, conosco piuttosto bene suo marito. Eravamo compagni di classe alle scuole elementari. Possiedo un negozio di computer in città. Ada mi ha parlato un po’ di lei, mi ha confidato che è una vera solitaria. Anzi, ha proprio detto che lei è una specie di eremita. Ah, ah, sì, ha detto così! Be’, mi lasci dire: la capisco signora, così circondata da questa campagna… be’, questo è un paradiso vero e proprio. Comprendo dunque il perché sia restia all’utilizzo della tecnologia. Però Ada mi ha confessato che la trova un po’ infelice ultimamente, e, quindi, proprio per questo, ha creduto opportuno che passassi a trovarla per proporle l’acquisto di un portatile. Mi dispiace che non sia stata avvisata del mio passaggio, sono un po’ imbarazzato. Ada desidera che lei, signora Tancredi, trovi un nuovo svago. Grazie alla sua amica avrà un ottimo sconto, diciamo che le costerà la metà.”
Mi era apparso sincero, professionale, ma, nello stesso tempo, lessi nel suo tono di voce qualcosa di più, una specie di coinvolgimento misto a una certa incredulità che forse era rivolta al mio modo di pensare. Fui sicura di essergli sembrata alquanto strana e del tutto diversa dalle persone con le quali era abituato a concludere degli affari o delle trattative commerciali. Ada me l’avrebbe certo pagata. Stavolta l’aveva combinata davvero grossa! Non avevo la minima intenzione di installare un pc dentro casa nè, tantomeno, sforzarmi nell’imparare ad usarlo.
Quell’uomo estrasse dalla tasca un foglio ripiegato a metà. Lo distese appoggiandolo sul tavolo. In bella vista c’era la foto di un computer con la scheda relativa alle sue caratteristiche tecniche. Gli lanciai un’occhiata furtiva e poi la mia attenzione fu nuovamente rivolta a quell’interessante personaggio. Mi sovvenne una domanda: “Mi…, mi scusi ma… è arrivato fin qui a piedi?”, Osai, abbozzando un sorriso nervoso.
“No, certo che no. Questa stradina è davvero un disastro. Volevo evitare di impolverare la macchina, deve sapere che sono un po’ fissato!”
“Ah, certo.”, Risposi di istinto, con un finto sorriso, e sforzandomi di comprendere il suo punto di vista che, invece, giudicai un mero eccesso di pignoleria.
Era un gran chiacchierone ma, di sicuro, anche un ottimo venditore. Gli versai un po’ di birra in un bicchiere, può darsi che fosse scaduta. Poco dopo lui mi domandò dell’acqua e, poco più tardi, gradì volentieri pure un caffè.
Senza sapere di preciso il perché, mi sfilai l’ultima molletta che annodava i miei capelli, e, in quell’istante, ebbi la netta sensazione di piacergli. Difatti, si incantò per qualche minuto, senza proferire parola, e si asciugò più volte la fronte sudata utilizzando un tovagliolo di carta che avevo appoggiato sul tavolo solo poco prima. Quando ricominciò a parlare, notai che i suoi occhi brillavano proprio come i raggi dorati del sole appena sorto.
E parlò, parlò ancora. Mi confessò di essere ritornato a vivere in città solo da qualche anno e dopo il suo divorzio. Mi osservò ancora. Uno sguardo così intenso, io non l’avevo mai visto. Mi tremarono le gambe. Mi domandò un altro bicchiere d’acqua. Gli raccontai di me, di come mi fossi trovata a vivere in quella campagna, di quanto amassi il mio giardino e soprattutto le mie rose e del mio bisogno innato di solitudine.
“Sono davvero colpito da questo luogo signora, la sua casa è una meraviglia!”
Mi ero scordata di cuocere le castagne ma, in quel momento, mi resi conto di non averne più voglia. Mi sentii soddisfatta di avere comunque trascorso una giornata piacevole e del tutto differente da ogni altra.
Trascorse ancora mezz’ora buona e poi ci salutammo con un’eccessiva cortesia. Lo riaccompagnai al cancello bene attenta a trattenere per il collare Bentley. Lo avrebbe azzannato volentieri, non era abituato a ricevere quel genere di invasioni nel suo territorio. Mi scusai con Ettore per il comportamento maleducato e selvaggio del mio cane.
“A presto allora!”, Fece lui, accomodante.
Sorrisi.
Sorrise.
Sorrisi.
Sorrise.
Lo osservai allontanarsi lungo la via. Si voltò verso di me un paio di volte. Lo vidi divenire un puntino, poi notai i fari della sua automobile accendersi, ruotare e, infine, sparire.
Sapevo che sarebbe tornato. “A giovedì!”, Aveva detto.
Come promesso, mi avrebbe mostrato dal vivo quel benedetto portatile.

Il giorno seguente mi recai in paese. Canticchiai sull’auto per tutto il viaggio. Il fracasso della cinghia fungeva da accompagnamento considerando la voluta mancanza dell’autoradio. Tuttavia quel giorno mi mancò un po’ di musica. La canzone più famosa di Baglioni mi rimbombava come un mantra nel cervello. Oh, quanto l’avevo amata da ragazza. Ora e qui, su due piedi, non mi va di svelarvi il titolo ma… insomma… Quella lì.

Acquistai il mio solito pane, sorrisi persino a Ada e così, tanto per essere cortese, la ringraziai per essersi prodigata affinché Ettore potesse farmi visita.
Al computer ci stavo pensando, eccome, e, considerando di aver rinunciato già troppe volte alle vacanze, mi credevo autorizzata a concedermi quella “pazzia”. Se poi, l’elettronica non si fosse rivelata adatta a me, pazienza! Me ne sarei fatta una ragione. Inoltre, avrei sempre potuto provare a rivenderlo.
Abbracciai il grosso sacco marrone che profumava di pane e mi congedai da Ada. Stavolta,  la osservai mentre strofinava tra loro le mani, come ad esprimere una certa soddisfazione.

Due giorni dopo, e come promesso, Ettore ritornò. Per evitare di impolverare la sua auto aveva preferito trasportare a piedi, e per tutta la via, quel pesante cartone rettangolare. Quando pigiò il tasto del citofono, io ero già alla finestra, ben nascosta dalla tenda. La sua fronte grondava di sudore nonostante quel pomeriggio regalasse un’aria che pareva anticipare un inverno davvero rigido.
Le lezioni di informatica proseguirono fino alla fine dell’autunno: ricevetti due visite a settimana. Poi, durante l’inverno, diventarono addirittura tre. Ero ormai autonoma, potevo ascoltare la musica, ricercare notizie, ricette, leggere blog di giardinaggio, osservare ogni tipo di video, e persino, avevo imparato ad usare ogni genere programma di Windows, compreso quello di posta elettronica. E mi piaceva. Questo nuovo mondo mi piaceva. Anche Ettore mi piaceva, mi divertiva.
Ettore mi scriveva più volte durante il giorno, io gli rispondevo con naturale cortesia. Cominciai poi ad attendere ogni sua email, controllando la casella postale ogni quindici minuti, con un’ossessiva e puntuale regolarità.

Ettore volle mostrarmi il suo appartamento e il suo negozio in città. Devo dire che, quel giorno, non mi parve nemmeno così squallida. A Natale mi regalò un cellulare nuovo. Ovviamente, si prodigò nell’insegnarmi ad usarlo.
Lo tenevo sempre con me, mi assicuravo restasse acceso e, ogni sera, ne aspettavo avida un suo trillo che, peraltro, giungeva sempre puntuale: era la telefonata della buonanotte.

Sul finire dell’inverno, Bentley non gli ringhiava nemmeno più. Ebbene sì, abbaiava ancora, ma con vivacità, scodinzolando. Sapeva riconoscere il rombo del suo Mercedes nonostante questo fosse ancora distante. Diciamo che lo stava proprio aspettando, come, del resto, facevo io.
Che ruffiano!

Quando le rose sbocciarono di nuovo, e anche più belle, Ettore si era già trasferito da me.
Parcheggiava la sua auto ancora un po’ distante ma più su, all’incirca a metà della via e sopra una sottile striscia di erba che si spingeva oltre un recinto rustico, di legno, che delimitava un campo coltivato. Così, quella vettura, fu sempre ricoperta da una leggera patina di polvere. Ettore non se ne lamentò, non con me, almeno. Cominciò a vestirsi anche in maniera più sportiva: qualche volta indossava dei jeans che abbinava con gusto a camicie molto colorate ed era capitato persino che la sua immancabile cravatta fosse stata sostituita da un foulard, sempre in tinta e avvolto con un’eccessiva perfezione attorno al suo bel collo.
Io vagavo per casa piuttosto svestita: a volte indossavo solo una maglietta. Parevo ringiovanita e avevo persino ricominciato a osservarmi allo specchio. MI recavo anche più spesso dal parrucchiere. I miei capelli, mi ricadevano volentieri e liberi sulle spalle. Ettore mi sussurrava: “Sei davvero bella!”. Ero proprio tentata di credergli.

Una sera mi sorprese quando, rientrando dal lavoro, parcheggiò l’auto proprio dinanzi al cancelletto.
“E la macchina? Non si impolvera?”, Domandai, con un tono ironico.
“Ormai non è più così nuova, pazienza!”, Mi rispose allegro, tuttavia cambiò discorso, repentino.
La lussuosa Mercedes, da quel giorno, fu perennemente ricoperta da una terribile  coltre grigia. Inoltre, sul suo cofano, le orme di Fox spiccavano ben nitide, creando quasi un disegno, come uno stencil. Fox riteneva quel luogo di gran lunga più confortevole.
Spesso, Ettore mi accompagnava giù in paese a prendere il pane, non proprio tutti i giorni, ma mai meno di tre volte per settimana. Chiacchieravamo entrambi e a lungo con Ada. Lei e suo marito Giovanni accettarono un nostro invito a cena. Ci recammo tutti insieme presso un ristorantino davvero romantico, in città. Ricordo che su ogni tavolo era poggiato un candelabro circondato da una vera corolla di fiori. Ci divertimmo tanto. Poi restarono da noi fino a notte fonda. Io e Ada navigammo in Internet. Lei volle farmi visitare un sito di mobili etnici, io le mostrai un bel po’ di foto che avevo scattato in campagna e che avevo salvato in una cartella, sul desktop.

Quando Ettore lasciava la nostra villetta per recarsi a lavoro e svoltava sulla via principale, Bentley riattaccava ad abbaiare, ma in maniera differente, strana, quasi rassomigliante a un verso, a un lagnoso piagnucolio. Fox, invece, correva subito ai piedi del grande ciliegio ma restava qualche minuto fermo, a terra, irrigidito, con la coda alta e potevo osservare la sua schiena contrarsi in spasmi veloci e continui. Infine, stizzito, risaliva l’albero scomparendo in alto, mimetizzandosi tra i rami.

Io e Ettore facevamo spesso l’amore, e non solo in maniera classica. Lui sapeva sorprendermi in cucina, appoggiandomi all’improvviso al tavolo; oppure poteva infliggermi uno spintone leggero e affettuoso mentre mi trovava intenta a rifare il letto.
Leggevo meno riviste, tuttavia non trascuravo i miei due animaletti e il giardino che era diventato ancora più bello. Ettore potava le rose, tosava il prato.

Da allora, sono trascorsi trentacinque anni dal giorno in cui lo conobbi. Abito ancora qui: nella piccola casa delle rose e al centro alla radura. Tra poco giungerà un altro maggio. Il portatile è ridotto a un pezzo di antiquariato. Da tantissimo tempo è rimasto appoggiato come un soprammobile sulla credenza, in camera mia. Le mie dita mi dolgono troppo a causa dell’artrite, e credo di aver dimenticato come funziona. E’ probabile che non si accenda nemmeno più.
Alcuni operai stanno lavorando da circa un anno alla costruzione di un’altra casa, proprio qui, confinante con la mia. Sono venuta a sapere che la abiterà presto una giovane coppia di sposi.
Sono seduta in veranda, sto osservando i miei boccioli di rose. I cespugli sono ancora più fitti, forse un po’ troppo. Avvolgono ormai tutti i muri della casa e hanno invaso ogni spazio del cortile, i loro rami spinosi ricoprono quasi tutto il cancelletto lasciando libero solo uno stretto passaggio.
I muratori percorrono di continuo la via creando un grande scompiglio. Ogni tanto transita da qui un enorme trattore che è diretto ai campi e fa troppo baccano, e, ogni mattina, passa un nuovo postino che pare sempre scocciato: forse perché è costretto ad inoltrarsi nella campagna per consegnare solo alcune bollette e, di tanto in tanto, qualche opuscolo pubblicitario.
Ada ha chiuso il negozio. Mi hanno detto che è stato poi acquistato dei cinesi. Mi spiace, non la rivedo da un paio d’anni. E’ stata ricoverata alla casa di riposo, quella che hanno aperto giù in città e proprio accanto al grande centro commerciale.
La mia auto era guasta e arrugginita, qualcuno me l’ha portata via, ma non importa, tanto non avrei potuto più guidarla. Verso le dieci ricevo la visita dei volontari, di solito sono gentili, mi consegnano la spesa valicando di sbieco il cancelletto arrugginito. Stanno bene attenti a non rimanere graffiati dagli spini dei miei troppi cespugli di rose. Mi lasciano alcuni sacchetti sul tavolo, anche il pane. E’ fresco ma non è mai buono come quello di Ada. Mi sorridono e se ne vanno.
Un paio di volte alla settimana ricevo persino la visita di una certa Katarina; è in Italia da poco, è una giovane rumena. Mi aiuta a lavarmi, mi cambia. Se ne ho voglia possiamo anche chiacchierare un po’ bevendo qualcosa. Le parlo di Ettore e dei animaletti. Qualche volta usciamo a fare due passi, io mi aiuto col bastone, le mostro il giardino, solo fino a dove riesco ancora ad arrivare.

Poi, alla sera, Ettore parcheggia l’auto davanti al cancelletto, coccola Bentley che scodinzola felice, si toglie le scarpe e le lascia sulla veranda, accarezza anche Fox. Poi entra in casa. Gli sorrido, mi bacia. Mi tolgo la molletta che è rimasta per tutto il giorno aggrovigliata nei miei capelli bianchi, mi ricadono liberi sulle spalle. Lui mi osserva con la stessa meraviglia di sempre e mi sussurra: “Sei davvero bella!”
Ceniamo, chiacchieriamo, ci diamo un bel bacetto; be’, non facciamo più l’amore perché non siamo più giovani. Ettore si è un po’ incurvato, ha sempre mal di schiena. Lo so e basta; non è certo un tipo che si lamenta. Però entrambi dopo aver assunto tutte le nostre pastiglie, ci corichiamo per dormire, sempre piuttosto presto.

Una volta mi sono davvero arrabbiata! Un ragazzo che era stato incaricato di consegnarmi la spesa insisteva proprio nel prendermi in giro. Mi voleva convincere che mi fossi immaginata tutto. Sosteneva che non ci fosse un cane in cortile e nemmeno un gatto. Mi ha detto così: “Ho visto solo un sacco di roseti, signora. Non si offenda, non vorrei apparirle scortese. Mi piacerebbe tanto che ciò che sostiene possa essere proprio vero, ma, mentendo, potrei illuderla. Sì, insomma, potrebbe anche essere peggio. Ecco perché mi sento in obbligo di ribadirle che fuori, in giardino, non c’è neanche l’ombra di un animale e qui, in casa, non vedo nemmeno suo marito. Mi creda: qui non c’è proprio nessuno, a parte noi due, ovvio!”

E un dottore, una volta, se non erro, mi ha diagnosticato la demenza senile. Non mi interessa, davvero. Io non sento male da nessuna parte. Io sto bene!
Le mie rose sbocceranno, si schiuderanno. Anche quest’anno saranno meravigliose. E poisul finire dell’estate appassiranno. E sopraggiungerà di nuovo l’inverno.
Scusate, ora devo proprio andare.
“Ettore, prendi le tue pastiglie, è tardi, ti aspetto a letto!”

UNA STORIA QUASI D’AMORE. (1\2)

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La mia casa era solo un puntino al centro di una radura dimenticata persino dal bosco. Un piccolo puntino scuro nell’erba che, visto da lontano o osservato dall’alto, sarebbe apparso come la pupilla di un occhio, così circondato da betulle, ontani, faggi e altrettanti alberi da frutto. Delle lunghe lesioni chiare ne segnavano la cornea verde; solo due strette viuzze ondeggianti di ghiaia fine e sassi.
Il giardino era piano, l’erba pareva un soffice tappeto di velluto. Un glicine creava una specie di cappello, decorandolo a festa, sul grazioso cancelletto di ferro battuto e si lasciava cullare dal vento offrendo una generosa accoglienza e un’ombra ristoratrice con i suoi teneri e fitti grovigli verdi decorati da grandi grappoli di fiori lilla. Il vialetto interno, pavimentato a chiare e larghe mattonelle quadrate, si lasciava abbracciare ai lati da grandi cespugli ricolmi di rose, che proseguivano ovunque, e che invadevano tutti gli angoli di quella proprietà. Si arrampicavano fieri sui muri della piccola e graziosa abitazione incorniciandone ogni finestra, e poi salivano ancora, raggiungendo il tetto.
Peccato, un peccato davvero, che in quell’angolo di mondo non transitasse mai nessuno a parte un paio di contadini che imbracciavano stretto il proprio rastrello e, ogni due giorni e sempre prima di pranzo, il solito postino che appariva sempre scocciato; forse era stanco di dover attraversare tutta la campagna solo per consegnarmi un paio di bollette e qualche annuncio pubblicitario proveniente dal supermercato del paese.
E mai, proprio mai, che tra quelle buste vi si potesse scovare qualcosa di diverso.

Le giornate trascorrevano lente. Osservavo il cielo e i tanti piccoli insetti che ronzavano volteggiando bizzarri sull’erba e nell’aria e, nei mesi più caldi, trascorrevo buona parte del tempo a contemplare le mie rose, che si risvegliavano eleganti e che risultavano ancora più colorate nel loro lieve schiudersi, avvolte dall’aurea creata dall’alba con i suoi raggi obliqui e dorati. Le ammiravo volentieri anche verso mezzogiorno, ritrovandole ormai distese e impegnate a godere del sole più caldo. Quando poi giungeva la sera, si richiudevano un po’, ripiegando i soffici petali preparandosi per la notte, nel tentativo di proteggersi dal fresco troppo umido e tipico della primavera in campagna. Oppure sapevano trattenere un po’ di pioggia per trasformarla in piccole perle preziose che, incastonate in quei soffici petali, le tramutavano in gioielli abbelliti dai più lucenti e autentici diamanti.

Odiavo la città e odiavo anche i paesi. Detestavo la vita frenetica e tutto quel cemento. Le vie rigide e asfaltate, gli autobus gremiti e scoppiettanti e le strade affollate di gente sempre troppo indaffarata, sempre troppo ben vestita. Non provavo fascino per il lusso e, va da sé, nemmeno per le vetrine asettiche dei troppi negozi. Mi infastidivano i cartelloni pubblicitari affissi in ogni dove, l’acciaio delle ciminiere e i gas nocivi presenti nell’aria e che la rendevano più grigia e irrespirabile.

Dentro quella casetta abitavamo in tre: io, il gatto, e il mio cane. Bentley era un rompiscatole, abbaiava spesso, tuttavia nessuno a parte me, avrebbe mai potuto lamentarsene. Fox invece, era pigro e tranquillo. Amava tanto dormire e non era raro scorgerlo raggomitolato tra i rami, con il suo pelo rosso, sempre sulla cima degli alberi più grossi. A dir la verità, prediligeva il vecchio ciliegio e, d’altronde, quella pianta piaceva tanto anche a me.
Scelsi di abitare in quella casa non appena la vidi. Capii subito che mi apparteneva, la sentii mia; sapevo che l’avrei rispettata e che lei avrebbe rispettato me.
Dunque vi abitavamo io, Bentley, e Fox. Per entrambi avevo pensato un nome inglese. Sin da piccina provavo un fascino particolare per le rigogliose terre del Galles. Avrei desiderato anche visitarlo, ma, complice la pigrizia e quel mio innato bisogno di isolamento e solitudine, il momento giusto per organizzare quel viaggio non arrivò mai. A dire il vero, mi pareva trascorsa un’eternità dall’ultima vacanza, di cui, ormai, conservavo solo vaghe e confuse memorie.
Inoltre non avrei mai potuto affidare a degli estranei Fox e Bentley, rappresentavano la mia famiglia, e nemmeno avrei potuto delegare a qualcuno la cura del mio giardino.

Dell’utilità di internet, me ne parlò Ada la panettiera; un giorno, giù in paese mentre afferravo il rumoroso sacchetto del pane che ne lasciava sfuggire un tiepido e intenso profumo.
Ne andavo matta, soprattutto quando era appena sfornato. Sarei stata capace di divorarne subito più di mezzo chilo. Tuttavia, per comodità, ero solita acquistarlo secondo il fabbisogno settimanale; l’avrei poi congelato, per evitare di dover tornare giù in paese e magari ogni santo giorno.
“Da un mese abbiamo messo Internet, sai? E’ davvero utile ed è anche un bel passatempo. Posso trovarci qualsiasi cosa: curiosità, musica, notizie e ho già provato persino ad acquistare delle pentole. Dovresti convertirti alla tecnologia. Sei troppo sola, così sapresti sempre cosa fare.”
“Mah, sembra interessante ma non fa per me Ada. Io sto bene così!”
“Ascolta il mio consiglio, credimi, ne vale la pena!”, suggerì Ada.
“Ma va, mica mi serve. Che Internét, che Internét. Se desidero imparare qualcosa basta che vada in edicola a comperare un po’ di riviste. Vedi? Ecco qua.” Allargai i lembi del borsone beige in tela, che portavo a tracolla. Era spesso, robusto e pesante. Lo inclinai in modo che Ada potesse sbirciarci dentro. Era ricolmo di settimanali, mensili, riviste, e di qualche libro che avevo acquistato dalla giornalaia, sua dirimpettaia, proprio qualche minuto prima.
Ada era la mia unica amica, la sola con la quale e ogni tanto, io riuscissi volentieri a scambiare due parole.
Quando lasciai il negozio e l’uscio si richiuse cigolante alle mie spalle, notai con la coda dell’occhio, oltre al vetro, un sorriso strano apparire sul suo volto. La conoscevo ormai abbastanza per intuire che le fosse appena balenata in mente una delle sue tante idee bizzarre, e mi augurai non fosse rivolta a me. Avrei forse dovuto preoccuparmene, invece desiderai soltanto tornare in campagna. Era quasi mezzogiorno, si era fatto tardi e cominciavo già a sentirmi insofferente.

Mentre ritornavo a casa con il mio vecchio Pick-up nero, un po’ arrugginito e che aveva imparato a stridere come un treno sulle rotaie a causa di un probabile guasto alla cinghia, ripensavo alle parole di Ada in merito ad Internet. Il telefono che utilizzavo era oramai vecchio quanto l’auto, tuttavia rendeva ancora il suo bel servizio. Se un giorno non avesse più funzionato, allora e solo allora, l’avrei sostituito con un altro. Da sempre ero convinta che, a dispetto delle diavolerie moderne, potesse risultare più gratificante osservare la natura: il mio giardino, il bosco e le rose. Che senso avrebbe avuto osservare delle immagini sterili e piatte attraverso un vetro?
Mi sembravano tutti pazzi quelli che giù in paese e, ancor peggio, in città non sapevano fare altro che martellare uno schermo con il dito, ovunque, per tutto il santo giorno.

Però possedevo un bel televisore. Non era certo l’ultimo modello ma era lì, in bella mostra, adagiato su un tavolino sghembo, proprio dinanzi al divano e, come un bel soprammobile conferiva alla casa una necessaria parvenza di modernità, ma soltanto qualora mi fossi ricordata di spolverarlo.
Ogni stanza della casa era invasa soprattutto da libri, giornali e riviste, tante riviste che, per lo più, trattavano di giardinaggio. Ecco il vero e unico segreto che fosse in grado di rendere accogliente quella dimora. In un certo qual modo, accogliente lo era, almeno per me, dato che nessuno, proprio nessuno e fino a quel giorno, non ci posò mai piede.

“Quel giorno”, non era altro che un pomeriggio qualunque, di una giornata cominciata come una qualunque. Era la fine di settembre. Nell’aria i sentori di una malinconia che suggeriva un inverno ormai vicino. Un vento piuttosto fresco bussava già alla mia porta, giungendo prepotente e trascinando con sé un profumo di foglie secche, di funghi e di muschio. A volte, in giornate come quella, mi capitava di sentirmi un po’ triste. Per risollevarmi optai per una bella scorpacciata di castagne. Le preferivo arrostite e magari accompagnate da una discreta dose di crema al cioccolato. Amavo quei frutti così particolari e farinosi. Ero convinta che a ciascuno appartenesse un proprio e unico sapore, dolciastro o piuttosto salato. A volte, addirittura, credevo di percepirne persino un aroma particolare. Ero certa che gli fosse conferito dalla terra che le aveva accolte e custodite fino al mio ritrovamento. Quella mattina ne avevo raccolte un sacchetto pieno, senza alcuna fatica. Ero stata fortunata. Erano tutte belle grosse, appoggiate sulla terra del sottobosco e già del tutto libere dai propri ricci. Le avrei cotte nel camino ma, siccome era rimasto spento per tutta la stagione estiva, in casa non avevo conservato del pellet. Era ammucchiato fuori, sul retro, ben riparato dalla tettoia del box e persino nascosto da tutti. Scherzo! Da nessuno.
Ero dunque uscita in veranda con l’intento di procurarmi il pellet necessario per accendere il fuoco. Bentley e Fox giocavano allegri, rincorrendosi per il giardino e, zigzagando tra le ultime rose, si godevano quell’aria frizzante e fresca che presagiva un probabile acquazzone. Udii all’improvviso un baccano di passi che scricchiolava forte sul selciato. Questi parevano avvicinarsi sempre di più in prossimità del cancello della mia villetta. Osservai l’orologio d’acciaio che portavo al polso. Non era il giorno del postino, inoltre era anche troppo presto perché si potesse trattare del passaggio dei due contadini. Quel tacchettio risuonava con un ritmo e un’intensità particolare, come generato da suole di cuoio. Questo mi incuriosì parecchio e mi immobilizzò incredula per più di qualche secondo. Inclinai persino la testa ponendomi in attento ascolto e sfilai il guanto di silicone che avevo preferito indossare per afferrare la legna in tutta sicurezza, affinché mi potesse proteggere da eventuali scaglie. Non so perché, ma ricordo di essermi persino sistemata i capelli. Li avevo lisciati con la mano che era rimasta sudata e avvolta dal guanto. Realizzai che, forse per troppo tempo, avevo evitato di recarmi dal parrucchiere. Ero piuttosto certa di poter ancora vantare una folta capigliatura castana, eppure mi sentivo in testa una specie di grosso nido d’uccello: i miei capelli erano stati raccolti come sempre di fretta e in malo modo, in una pettinatura casuale e scomposta. Da anni non sentivo la necessità di osservarmi allo specchio. Non mi occorreva. Sapevo di essere invecchiata, e questo mi bastava. I miei 45 anni mi segnavano la pelle e potevo carpirli al tatto della mano, quando mi capitava di sfiorarmi la fronte anche a causa del sudore o, come quel pomeriggio, per scansare quei quattro capelli, crespi e ribelli che, scompigliati dal venticello, mi erano ricaduti sugli occhi, infastidendomi e causandomi un ripetuto e stuzzicante solletico. Sapevo di dimostrare un aspetto vissuto e un’aria distaccata e seria che mi faceva apparire sempre imbronciata. O forse imbronciata lo ero davvero, ma solo un po’.
Corsi in casa, veloce. Se qualche forestiero fosse transitato per quella via, non avrei desiderato farmi certo notare con addosso quell’orrendo grembiule fiorato che mi ero infilata sopra una tuta blu comoda e forse troppo leggera. Mi sbottonai rapida quella palandrana, lanciandola su uno sgabello rustico e massiccio al quale era affidato l’arduo compito di arredare tutto il disimpegno.
Ero eccitata e fui travolta da una specie di sesto senso.
Mi precipitai di nuovo fuori. Non appena inquadrai il cancelletto rimasi ferma e rigida, come una statua di marmo. Notai un uomo piacente, molto piacente. Indossava un abito elegante, assai elegante.

Era così un bell’uomo da farmi strabuzzare gli occhi. Assomigliava a quelli fotografati sulle riviste e che, talvolta mi sorprendevo a contemplare senza intenzione.
Era davvero ben messo. Gli apparteneva un fisico perfetto e scolpito che avrei potuto definire “da boscaiolo”. Parevano proprio morbidi come i petali delle rose quei suoi capelli scuri, lucidi, e laccati perfetti all’indietro. Aveva degli occhi grandi e chiari che assomigliavano proprio a quelli delle rane e, più o meno, doveva avere la mia stessa età. Ma subito pensai di essermi sbagliata: io dovevo essere senz’altro più vecchia.
Forse si trattava di un sogno, di un miraggio o anche di una visione. Provai a chiudere gli occhi, poi li riaprii. Nonostante fosse trascorso qualche minuto e avessi avuto modo di fare tutti quei pensieri che, a dire il vero, erano anche un po’ sconci, lui era ancora lì: ben fermo e piantato a terra, con quelle sue scarpe così lucide da sembrare delle radici scoperte e che avrebbero potuto appartenere a una grossa quercia secolare.
Voltava curioso la testa a sinistra, e poi a destra. Osservava il mio giardino, i miei alberi, le mie rose.
Lo sapevo! Ero certa che, se qualcuno fosse davvero passato da lì, ne sarebbe rimasto incantato!
Intanto Bentley l’aveva già raggiunto da un pezzo. Era arrivato di corsa, dal garage, abbaiando come un forsennato. Saltava e si impennava. Aveva appoggiato le zampe anteriori al muro di recinzione, proprio accanto al cancelletto. Digrignava i denti, cattivo, e la sua coda si ergeva immobile come un bastone; tuttavia quel forestiero non ne pareva intimorito, anzi, peggio: non scappò nemmeno via.
Mi parve di udire anche il flebile il rumore degli artigli di Fox che si aggrappavano alla corteccia del vecchio ciliegio.
Ero ancora lì ferma come a sostenere la colonna della mia bella veranda fiorita, e osservavo quel personaggio strano ma senza alcun dubbio molto interessante.

“Signora, signora! Mi può tenere il cane?”
“Oh, per tutte le stelle del firmamento!”, Mi aveva notata. E credo di aver pronunciato persino una seconda esclamazione anche più colorita di questa, per fortuna con un flebile filo di voce che probabilmente lui non udì per via del baccano infernale causato da Bentley.
Mi voltai a sinistra, poi a destra, poi dietro. Mi sollevai anche in punta di piedi. Quando fui certa che ce l’avesse proprio con me, assunsi lo stesso colorito che può appartenere a un giglio caduto nella neve. Non impiegai più di tanto a rendermi conto che parlava proprio con me, dato che, in due chilometri quadrati di campagna e di bosco, a parte qualche animale, non si sarebbe potuta scovare una sola anima viva.
Tutte le parti del mio corpo furono travolte da un fremito, come da brividi freddi.
“Scusi, lei è la signora Tancredi? Sono Ettore. Abito giù, in paese. Stamane la signora Ada avrebbe dovuto avvisarla del mio passaggio. Ha ricevuto la sua telefonata, vero signora?”
Come al solito il mio telefonino era rimasto spento. Giaceva ben riposto nel primo cassetto del comodino della mia stanza. Dannata Ada! Ero sicura che non avesse neanche tentato di avvertirmi, sapeva che vivevo isolata dal mondo e che non le avrei mai risposto.
Balbettai: “Ssssì, sono io. E ve… veramente no. Non ho ricevuto nessuna chiamata… ma… spesso tolgo anche la suoneria, anzi, stamattina mi sono recata nel bosco per far castagne. Un attimo, le… le apro il cancello.” E quelle frasi le pronunciai tutte con un tono di voce così stupido da essere in grado di causarmi un’immensa vergogna.
Fui assalita da una specie di panico. Dovevo fidarmi? E se non fosse stato mandato da Ada? E cosa mai era stato incaricato di dirmi?
Pigiai il tasto che avrebbe aperto il cancelletto e mi occupai del cane. Dovevo essere proprio demente se, davanti a un uomo così affascinante , mi limitavo a conservare tutti quei dubbi. Avrei dovuto tranquillizzarmi e rilassarmi, respirare, restare serena e mostrargli il mio più bel sorriso.
Non so come, tutto andò proprio così. Sorrisi e lo invitai a entrare in casa. Fu la mia prima volta, la prima volta in cui permisi a qualcuno di valicare quel cancelletto.
Lui parve sollevato ma, nel contempo, mi osservò assai stranito. Mentre si manteneva a una esagerata distanza di sicurezza da Bentley, nonostante io lo trattenessi per il collare, lanciò una nuova e più ampia occhiata al giardino e intuii che doveva piacergli parecchio.
Quando l’uscio di casa si richiuse alle nostre spalle, lo invitai ad accomodarsi. Accettò occupando una sedia di legno in quella che, al tavolo, reputavo la mia abituale posizione. Ne fui un po’ infastidita. Lui riattaccò sereno il suo discorso dopo essersi dato una rapida scrollata alla giacca.

***
FINE. PARTE 1\2.

TEO E ELENA.

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Mentre ritornava dal bosco, Teo pensava: “Meglio soli che male accompagnati!”. Certo, l’appartamento sarebbe risultato più vuoto, silenzioso e forse più disordinato. Quella sera gli sarebbe anche toccato di organizzarsi con il cibo. Eh sì, qualcosa avrebbe dovuto pur mangiare! Per una volta, forse, si sarebbe potuto servire al reparto gastronomia del supermercato, nonostante quelle porzioni fossero davvero piccole, insapori, e, inoltre, gli sarebbero costate un “occhio della testa”.
Appena varcò il cancelletto per raggiungere il suo piccolo appartamento in quella graziosa corte ristrutturata da poco, la sua unica preoccupazione fu di ripulirsi le scarpe dal fango. In campagna bastava un temporale di modesta entità, come quello capitato la sera precedente, perché le stradine acciottolate o di terra divenissero subito melmose, appiccicaticce, viscide e zeppe di pozze. E Teo detestava poggiare i piedi su qualcosa di scivoloso. Si sarebbe percepito traballante, sporco e maledettamente instabile. Nonostante adorasse passeggiare in quella rigogliosa campagna, dopo un acquazzone, preferiva evitare addirittura di uscire. Di solito andava così. Di solito, ma non quella volta.

Ancora ricordava un brutto capitombolo che gli capitò di fare qualche anno prima. Non aveva voluto indossare le solite scarpe da ginnastica, ma pigro com’era, preferì tenere ai piedi i mocassini del lavoro; si aggiunga poi che per tutta la mattinata aveva serbato in testa un solo pensiero: controllare se quei piccoli puntini gialli, che aveva rinvenuto qualche giorno prima sulle radici e sulle cortecce delle robinie, potessero già essersi tramutati in succulenti chiodini. Era così scivolato lungo la strada che conduceva al bosco, ruzzolando all’improvviso a terra e procurandosi così un dolore mica da poco all’osso sacro. Quel dolore fu insopportabile e dovette tenerselo per un bel po’. Insomma, da quella volta detestò il fango, la sua viscidità, il suo colore, la sua consistenza.
Si lisciò il gargarozzo con le mani ancora bagnate a causa dell’acqua che era sgocciolata dalla canna. Le scarpe se le era lavate così, tenendole ai piedi, con un getto piuttosto forte e freddo. Quegli spruzzi gli avevano persino bagnato le calze e, raggiungendogli le ginocchia, anche i pantaloni.
Quelle Adidas, acquistate a inizio millennio, erano ormai consunte e non avrebbero mai potuto rovinarsi di più. Si sforzò di ricordarne il colore originario. Ora apparivano tinte di marrone, o forse erano grigie e del tutto squamate, come la pelle di un serpente alle prese con la muta.
Il suo collo era ancora bagnato dall’acqua, la fronte risultava madida, e sotto le ascelle, sulla maglietta di cotone a maniche lunghe, si erano formati due aloni di sudore, larghi e scuri, nonostante il clima di quel settembre non fosse per nulla caldo.
Tutti gli alberi avevano perso la maggior parte delle loro foglie, e sì, nel sottobosco, avrebbe potuto essere spuntato qualche simpatico funghetto giallo. Ma Teo, quella volta, ai chiodini nemmeno ci aveva pensato.

Elena. Una volta la amava. La novità forse. Era stato un fidanzamento rapido, un colpo di fulmine. Non l’aveva conosciuta bene e, soprattutto, non sapeva a cosa potesse andasse incontro quando accettò di prendersela in casa. L’aveva fregato, e per bene.
Si chiedeva come avesse fatto ad accettare quella convivenza: si riteneva un orso, quasi un vero eremita.
E lei? Lei non aveva mai compreso quel suo bisogno di solitudine, le sue grandi passioni: i funghi e la meccanica. Non che si lamentasse, ma era proprio chiaro che non le potessero andare bene. E Teo era certo che persino la famiglia di Elena fosse stata contraria a quella relazione. Aveva accettato di incontrarli soltanto un paio di volte, come se fosse un favore o un obbligo nei confronti della sua nuova compagna. Fu un disastro.
Poco contava. Si sarebbe comunque annoiato. Era solito stancarsi di tutto, di tutti, e troppo in fretta.
La sua vita era il bosco, far funghi e prendersi cura della sua moto che ormai utilizzava pochissimo. Nonostante ormai fosse vecchia e parte integrante del mobilio del garage, Teo le garantiva un’assidua manutenzione.
Quanto adorava infilarci le mani! Era una scusa come un’altra per soffermarsi a odorarne il profumo di benzina e d’olio che esalava e che alimentava i suoi ricordi di gioventù e libertà. Lo aspirava a pieni polmoni, inspirando forte attraverso le narici in maniera ravvicinata e profonda. Trascorreva poi intere ore a eliminare ogni traccia di polvere, o accarezzandola e lucidandola. Ne pareva ossessionato, come una casalinga frustrata davanti a uno specchio unto e bisunto.
E quando ritornava su, nel piccolo bilocale, ritrovava Elena sempre al telefono che chiacchierava a bassa voce, quasi bisbigliando. Comunque a Teo non importava poi così tanto e, dal canto suo, Elena non intendeva affatto renderlo partecipe di quelle conversazioni.
Quel rapporto stanco si trascinava così ormai da anni. Solo a cena, qualche volta, Teo era costretto a rivolgerle la parola per lamentarsi: “Questa pasta è scotta.”, “E’ insipido! Passami il sale.”, “Fammi il caffè!”.
Lei, come un robot, si limitava ad annuire con la testa e obbediva meccanicamente agli ordini impartiti dal compagno tornando presto e appena possibile a rivolgere lo sguardo al suo telefonino che riponeva sempre alla sua destra, sul tavolo e a una distanza calcolata per cui, anche sbirciando, Teo non avrebbe mai potuto visualizzarne lo schermo.
E se avessero posseduto un vero appartamento, uno più grande, Teo avrebbe senz’altro desiderato dormire in un’altra stanza. Dopo essersi guardato un film, di quelli un po’ sconci, avrebbe potuto masturbarsi in santa pace. Invece era sempre costretto a chiudersi in bagno, per farlo in qualche maniera, mentre lasciava scorrere di proposito interi fiumi d’acqua nel lavandino.
Non si concedeva un vero rapporto sessuale da un’eternità, tuttavia non pareva affranto. Preferiva fare da solo. Da parte sua non era mai esistita nessuna attrazione sessuale nei confronti di Elena e figuriamoci ora che, con i suoi 47 anni suonati, la considerava solo una vecchia alle prese con la premenopausa.
Si scambiavano continue occhiate risentite tra quegli stretti muri di casa: se qualcuno fosse stato presente, avrebbe potuto trovare quel silenzio addirittura imbarazzante.

Nelle stagioni più calde, Elena era solita trascorrere quasi tutta la giornata all’aperto. Al mattino si recava da sola in paese e il pomeriggio soleva aggirarsi nel piccolo giardinetto. Vangava, strappava ogni erbaccia e si prendeva cura dei suoi fiori e soprattutto delle rose e, in particolare, adorava la primavera. In questa stagione riusciva finalmente a gioire delle sue fatiche. E mai che recidesse un fiore, se non per potarlo quando era del tutto appassito. Considerava quel gesto come un infierire sulla natura che, invece, rispettava e amava anche più di se stessa.
Non era invece raro che si perdesse ad osservare quei meravigliosi cespugli: le più profumate Damascene, le sofisticate Abracadabra e le Alba, le più tardive, le sue preferite forse a causa del bianco candore dei loro soffici petali. Il suo giardinetto ne contava più di 20 specie e nonostante fosse il più piccolo di tutto il complesso, appariva senz’altro il più curato.
Le ammirava spesso dondolare al vento, eleganti, quasi a sfidare il cielo con i loro toni pastello. Osservandole riusciva a sognare, a immaginare una vita diversa. In giardino qualche volta sorrideva.
Teo sfilò le scarpe fradice, abbandonandole sul primo gradino d’accesso alla minuscola veranda. Si frugò nella tasca del pantalone della tuta che appariva logoro, bagnato e sporco. Infilò la lunga chiave nella toppa.
Lo accolse l’anticamera, semi-buia e vuota. Elena non si era mai voluta impegnare nel rivedere quell’arredamento che era rimasto tale e quale a quando Teo viveva da solo e, a dir la verità, lei non era mai nemmeno stata dedita alle faccende domestiche. Un velo di fitta polvere rivestiva ogni cosa, conferendo all’ambiente una tangibile parvenza di abbandono.
Teo, dal canto suo, aveva sempre ritenuto che pulire e badare alla casa dovesse competere a Elena, quindi: lungi da lui l’impugnare una scopa o, peggio ancora, uno straccio!
Dopotutto, che si sappia, un po’ di polvere non aveva mai ucciso nessuno, no?
Si rilassò. Elena non sarebbe più tornata e quegli spazi divenuti ristretti gli parvero subito più confortevoli.
Si diresse in bagno. Si sfilò con stizza i vestiti che ricaddero appallottolati sul pavimento insieme a una buona dose di terriccio ormai divenuto secco.
Si infilò nel box doccia. Finalmente avrebbe riavuto quel bagno tutto per sé. Si lasciò massaggiare dal getto tiepido del diffusore. Ebbe un improvviso sussulto: la lavatrice! Avrebbe dovuto lavare tutta quella roba e al più presto. Che diamine di tasto andava premuto? Si rassicurò. Non era certo uno stupido qualunque, in qualche maniera ci sarebbe riuscito. Si abbandonò allo scroscio dell’acqua e lo assalì la voglia di toccarsi un po’. Socchiuse gli occhi e lasciò scorrere la sua mano.

Dopo una buona mezz’ora si strofinò bene nell’accappatoio insistendo ad asciugarsi all’altezza del collo. Ogni tensione era scivolata nello scarico insieme all’acqua sporca.
Ora profumava di muschio, era lucido, fresco, la sua pelle era levigata e morbida.
Con eleganza uguale a quella di un elefante si precipitò all’armadio grande. Si rivestì indossando subito il pigiama. Stava ormai sopraggiungendo la sera, si percepì stanco ma aveva l’ultima faccenda da sbrigare.
Poi, finalmente, si lasciò sprofondare nel suo divanetto in alcantara. Non desiderava cenare, ma solo dormire.

Quella era stata una giornata molto faticosa. Aveva programmato tutto e nei minimi dettagli.
Avrebbe atteso il ritorno di Elena. Tempo permettendo e come sempre, sarebbe uscita di primo mattino, presto, per sbrigare le solite commissioni. E andò proprio così. Teo la osservò dalla finestra mentre salutava Emma, la vicina di casa, con il suo consueto fare tanto grazioso che gli fece accapponare la pelle.
Poi Elena tornò e appoggiò sul tavolo quel grosso e rumoroso sacco del pane.
A quell’ora di mattina la via sarebbe stata deserta, come sempre.
Aveva pensato proprio a tutto e stavolta si era persino superato! Lo doveva a se stesso. Inoltre era davvero arrabbiato. Ma chi si credeva di essere quella donna, così subdola e tanto perfida che aveva osato prenderlo “per i fondelli”?
Avrebbe voluto cercare funghi invece cambiò idea. O meglio: al bosco era arrivato, ma solo all’inizio. Poi, proprio a causa delle pozzanghere, era tornato indietro. Siccome non intendeva rinunciare alla passeggiata, quasi per un miracolo, decise di proseguire sulla strada asfaltata che conduceva in paese. Era davvero da tanto tempo che non si faceva più vedere da quelle parti, in centro. Eppure, una volta, la sua vita sociale era piuttosto normale. Ma in un piccolo borgo tutti conoscevano tutti e questo, con l’avanzare dell’età, lo aveva infastidito al punto di tenersi alla larga dalla civiltà. Comunque, quel giorno, le cose assunsero una piega diversa.

A causa di un qualche misterioso motivo, Teo osò spingersi fino in centro. Max, il barista, era stato fin troppo gentile, aveva esagerato con i convenevoli e aveva insistito per offrirgli una fresca pinta di birra. Persino il sacrestano settantenne lo aveva osservato con troppa curiosità, rimostrando un sorriso sadico e ben nascosto sotto quei ridicoli baffetti.
Teo comprese.
Percorse quindi ogni strada e ogni viuzza, quasi accelerando il passo, come in cerca di qualcuno.
Alla fine, e non gli occorse nemmeno troppo, la sorprese con Ugo. Un suo amico d’infanzia. Già, proprio lui: Ugo il pasticcere. Lo sapeva sposato, con due figli e si era ridotto ad essere grasso come un bue. Era lì, con i suoi occhi grigi e freddi, come il ghiaccio di inverno. Accidenti, e pensare che se lo rammentava persino quasi simpatico!
Elena, quella mattina, notò subito in Teo qualcosa di strano: un’espressione quasi cordiale e che pareva serena stampata sul suo volto. Si insospettì. Perché la stava osservando in quella maniera? Come mai le pareva di buon umore?
“Elena, oggi avrei il piacere di fare una passeggiata con te, nel bosco.”
Elena strabuzzò gli occhi, si toccò più volte nervosamente i capelli. Aveva ben capito? Teo desiderava la sua compagnia? Fu in preda al timore, balbettò: “Ma… ha piovuto… Teo, ci sono le pozzanghere!”
Sapeva di non poterlo contraddire. Si era permessa di farlo una volta, una sola volta, e quella, non si era certo rivelata una bella esperienza.
Quando era arrabbiato gridava e si trasformava in un mostro. Le arterie gli si gonfiavano deformandogli la fronte, gli occhi diventavano sporgenti e parevano scivolare fuori dalle rispettive orbite. Agitava le grosse braccia e dalla bocca perdeva delle lingue di bava, come un cane rabbioso. L’aveva così afferrata per il polso, obbligandola poi ad inginocchiarsi e a chiedere perdono.
Elena era persino arrivata a pensare di essersi meritata quel trattamento. Solo qualche tempo dopo, comprese che avrebbe dovuto parlarne a qualcuno, avrebbe dovuto denunciare quel gesto e senza indugi. Teo avrebbe potuto avere un problema psicologico, un problema davvero serio.
“Va bene, farò ciò che desideri…”, si limitò dunque a rispondergli, con un fil di voce.
Dopo aver percorso il sentiero acciottolato e zeppo di pozzanghere, Teo e Elena scomparirono nel bosco.

Teo si addormentò così, seduto. Ronfava come un cinghiale. La sognò in un incubo. Si risvegliò ancora sudato, di soprassalto. Si versò un bicchierino di whisky che trangugiò d’un sol fiato. Tutto tranquillo, nemmeno l’ombra di un fantasma. Con calma si rimise seduto nella poltroncina rimasta tiepida e che ancora recava la sagoma del suo posteriore.
All’improvviso, da fuori, risuonò il rumore di una sirena. O forse erano due, in rapido avvicinamento.
Teo si rialzò piano, raggiunse la finestra. Scostò la tenda con un gesto lento. Un alone di polvere si liberò allargandosi in controluce, leggero.
Un’auto dei Carabinieri era parcheggiata davanti al suo cancelletto e un’altra si stava arrestando sul lato opposto della strada. Era ormai quasi buio. Il suo viso, riflesso nei vetri, era come tagliato, attraversato da spicchi di luce azzurrognola che proveniva dai lampeggianti accesi delle vetture.
Risistemò la tendina, allargò l’elastico alla vita del pigiama, accomodandolo. Si lisciò per un paio di volte il collo, si diede una sistemata ai capelli.
Quasi strisciando i piedi, si diresse alla porta, piano. Non aveva fretta e nemmeno sobbalzò un po’ quando qualcuno suonò il campanello.
Abbassò la maniglia: non aveva nemmeno richiuso la porta a chiave. Forse sorrise.
Lo afferrarono rapidi e con forza, gli costrinsero braccia e mani dietro alla schiena. Fu presto bloccato e ammanettato. Lo trascinarono in auto tra gli sguardi sgomenti di una buona parte di vicinato.

Nel bosco era stato ritrovato il corpo di una donna. Era stato ben legato e inginocchiato. Il busto era riverso su un grosso tronco mozzato. Il viso era stato lasciato a contatto con la fanghiglia e il sottobosco. Qualcuno riferì che le braccia della donna fossero ripiegate con le mani giunte, come in preghiera.
Le volanti dei carabinieri ripartirono a tutta velocità liberando nell’aria un leggero odore di carburante insieme a un silenzio profondo e surreale.
Emma la vicina, in lacrime, badò a richiudersi bene la porta alle spalle. Fu avvolta da un brivido. “Giulio, ma come abbiamo fatto a non capire che quello era matto? Ti ricordi quella volta, quella volta che… ”.
E le rose nel piccolo giardino non fiorirono mai più. Dopo essersi fatto la doccia, Teo era uscito di nuovo. Aveva cosparso di benzina quegli insulsi rovi e aveva appiccato il fuoco. Più di qualcuno era accorso nella via, forse per controllare da dove potesse provenire il fumo. Aveva fatto lo stesso nel bosco, a lei.

Quell’intenso profumo di benzina… lo avrebbe rimpianto, di sicuro.

LA SCRITTRICE DI VITA.

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Aveva inventato migliaia di storie, o persino di più, per un suo bisogno e senza alcuna brama di successo. E no, nemmeno si trattava di soldi. Sapeva bene che una notorietà qualunque non le sarebbe bastata, che la gloria non è mai duratura, che alla fama, tanto, ci si abitua presto e che quell’euforia, che era solita accompagnarla, sarebbe stata destinata a tramutarsi in ansia, oppure, in molti altri casi, in delusione.
Solo arte. Ecco cosa la obbligava a impugnare una penna o a trascorrere intere giornate davanti al computer. E a quel richiamo accorreva veloce, come se dovesse, in quelle poche ore, concedersi tutto il piacere di un amante clandestino.
Si era convinta che ogni esistenza, anche la più effimera, non potesse trovare una miglior maniera per evidenziare il suo anonimo trascorrere, lento o veloce, sopra questa terra. Aveva trovato il modo di adattarsi e di trasformarsi entro ogni limitazione che il destino le aveva imposto; trovava necessario dover lasciare un segno indelebile, per sé e per gli altri, desiderava tracciare ben nitido quel suo passaggio lungo le sconfinate vie del tempo, che, da sempre, trascorrevano imperterrite e che avrebbero continuato a farlo, anche dopo di lei.
Questo era il suo segreto che riteneva il movente universale, primario e necessario, anche complice dell’origine di ogni espressione di bellezza, di ogni sua forma. Conservava questa convinzione con un temibile rispetto: era un credo, l’elisir indispensabile della mente, quello che avrebbe potuto generare qualcosa di spettacolare, di materiale, che esulasse dalla vita stessa e che, sopravvivendo a quella scissione, potesse vantare un’esistenza autonoma, eterna e immortale.
Aveva assaporato il privilegio di poter consegnare al mondo una creatura perfetta attraverso l’atto di generare un figlio, nel più potente e tangibile miracolo mai davvero concesso all’uomo. E sebbene fosse conscia della grandezza e dell’incanto della creazione, sempre rispettosa e ben lontana dallo sminuirne ogni sua meraviglia, lo considerava un evento del tutto naturale, ben convinta che quasi ogni donna riuscisse a partorire e a crescere un figlio senza mancare di dedicargli infinito amore, per tutta la vita.
Credeva quindi che un racconto potesse, in qualche modo, somigliare a una nascita.

Lo paragonava a un goloso frutto che bisognava piantare, coltivare e persino concimare. E che poi, soltanto alla fine, qualcuno avrebbe raccolto. Certo non lei. Lei non avrebbe mai potuto giudicarne in modo obiettivo né la forma, né il sapore, né tantomeno la consistenza e vi avrebbe scorto soltanto molta fatica, sentimento, cura, grammatica, e tanta, forse troppa, pignoleria.
E quel frutto lo pensava proprio così. Ne immaginava l’interno ricco di semi, oppure il suo grande nocciolo, che avrebbe avuto il compito di racchiudere l’idea iniziale, magari generata da una scintilla o piuttosto da una fecondazione, oppure dovuta a una qualsiasi e più naturale impollinazione. Nel centro di quel frutto dimorava tutta la questione e, intorno a essa, ruotavano, come sospese, tutte quelle idee che ne avrebbero dovuto formare la polpa, dolce o amara, costituita da ogni esperienza di vita, dai sentimenti, dalle proprie abilità e da una certa dose di talento.
In ogni storia era certa di ritrovare gran parte della fantasia e delle esperienze del suo creatore. Questo le conferiva un sapore sempre differente da tutti gli altri. Perciò lei era in grado di estasiarsi al solo pensiero di poter produrre ogni volta qualcosa di intimo e unico.
Ogni personaggio nato dalla sua mente acquisiva alcune particolarità, delle caratteristiche o un aspetto proprio e lei avrebbe potuto scegliere se descriverlo in modo minuzioso oppure se derogarlo all’immaginazione di un possibile lettore, finendo così per affibbiargli una propria individualità e una sua personalità, donandogli, in un certo senso, il divino soffio della vita.
Ogni brano necessitava di essere modellato, plasmato. Occorreva scegliere con cura ogni possibile abbinamento di parole per disporle con sapienza una accanto all’altra, al fine di fare una frase; come se, in quel momento, quell’insieme di lettere erano destinate a convivere, vicine e abbracciate, oppure soltanto a tenersi la mano per non perdere nel significato e nel cammino di quella riga, tra i misteri di un foglio ancora in bianco.

La scrittura avrebbe anche potuto assomigliare alla pittura, tuttavia senza necessità del colore; oppure, avrebbe potuto essere paragonata alla musica, ma sapendo di poter contare su un intero alfabeto, le cui combinazioni sarebbero risultate assai maggiori rispetto all’umile e possibile sviluppo di una qualunque melodia composta dall’alternanza delle sette note. Eppure, quale magia è in grado di suscitare una musica? Ricordi, speranze, amore, gioia, dolore, commozione. E lo stesso, e anche di più, avrebbe potuto donare una storia, se soltanto qualcuno avesse accettato di leggerla con il cuore. Ascoltare della musica non costa fatica, il dover leggere, invece, sì.
La sua sfida era dunque grande, difficile. Il suo non era un piatto pronto da servire e da far consumare a occhi chiusi ma una portata misteriosa, il cui sapore avrebbe potuto essere percepito solo con impegno; non attraverso la bocca ma attraverso gli occhi della mente e impiegando una dose di immaginazione e un po’ di tempo.

Lei quindi partoriva, coltivava, e cucinava storie. Una dopo l’altra. A volte si bruciavano, altre volte le mancavano persino degli ingredienti. Allora ricominciava tutto da capo, con pazienza. Non era un obbligo e nemmeno un allenamento da seguire con disciplina.
I suoi racconti nascevano dalla mera ispirazione: spontanei fluivano come fiumi in piena sulle pagine bianche. Poteva osservarne già nell’abbozzo la loro prima forma. Qualche volta appariva un po’ storpia, o come maltrattata, altre volte si presentava come una grande macchia causata da un getto grigio che pareva generata da uno scoppio o derivante dall’esplosione di un sovraccarico di materia che, altrimenti, le sarebbe potuta accadere dentro scatenando un disastro, un’occlusione, un ingorgo che le avrebbe causato un enorme disagio e tanta, tanta confusione. Ne sarebbe uscita amputata, incapace di avere altri sentimenti o qualsiasi nuova sensazione, come travolta da una specie di black-out emotivo in grado di lederle l’anima. Si sarebbe percepita apatica e vuota, spenta, forse inutile.
E aveva compreso quanto fosse anche necessario l’equilibrio, per non smarrirsi nei meandri della follia ma senza dovervi per forza rinunciare del tutto. Le occorreva eccome quel sano briciolo di pazzia che le permetteva di compiere un qualcosa di insolito, a volte anche plateale, ma attraverso il quale le fosse permesso di scovare uno strano particolare o di riuscire a visualizzare in maniera perfetta quel sensazionale microcosmo, in cui l’ordinario può trasformarsi in straordinario, perché solo grazie a quell’isolamento è in grado di sprigionare tutto il suo più semplice incanto.

Le era necessario produrre ogni giorno, ricercando quella angolatura speciale che le permettesse di godere al meglio di un paesaggio, così come un fotografo studia un’immagine per renderla sempre migliore, particolare, addirittura un po’ soprannaturale affinché, magari, possa essere adattata a una importante copertina. O come un pittore che dipinge la sua opera migliore, quella per cui aneli ad essere ricordato in eterno.
Sapeva inoltre tener a bada quell’irrequietezza che, altrimenti, sarebbe potuta esser travisata in una ammalata insicurezza con il rischio di perdersi, senza speranza di ritornare, nella costante ricerca della perfezione assoluta.
E capitava che riproducesse ad alta voce i vari suoni delle parole, in un mantra. Poteva trovarsi nel più ampio spazio aperto, piuttosto che nel suo piccolo appartamento: bilanciava il tono degli acuti e ogni loro grave, nel disperato tentativo di equalizzarne il giusto significato. Si arrovellava alla continua ricerca di quel sinonimo perfetto che potesse risuonare più incisivo, meno scontato, più d’effetto. Se un sorriso appariva sul suo volto, se i suoi occhi si socchiudevano in una lieve smorfia di piacere, significava che l’aveva scovato o, forse, che quella parola la raggiungeva, accorsa all’intenso richiamo.
Infine rileggeva tutta la frase, con un tono pacato, sereno, e con voce melodiosa, quasi cantilenante. In quel preciso istante si materializzavano tutti i luoghi, ogni paesaggio. Attorno a lei tutto prendeva vita. Appariva così, come in un miraggio, una perfetta scenografia nella quale i personaggi si impadronivano della scena parlando, muovendosi e vivendo la propria avventura nell’assoluto rispetto della storia.
In una specie di trance, con gli occhi chiusi, osservava quel suo film.

Altre volte, solo se posseduta dal vuoto, soleva anche osservare dalla finestra. In cerca dell’ispirazione manteneva lo sguardo fisso e immobile, nel nulla. Era in grado di assentarsi per ore e vagare in mondi paralleli, reali o immaginari. Il suo corpo era lì, ma la sua mente viaggiava, in grado di raggiungere addirittura l’altro capo del mondo.
Altre volte le sue idee si originavano solo da un’alba o da un tramonto, dentro a quei rossori pallidi che poi perdono troppo presto di colore e consistenza. O potevano esalarsi dalla terra e innalzarsi come nebbie, umide e leggere, suscitandole una sensazione di spazio infinito o anche di soffocamento a seconda del suo stato d’animo. Oppure, prendevano vita dall’energia sprigionata da un torrente, incanalato nel suo letto, obbligato a esprimere così la sua forza, costretto nel suo perpetuo scivolare. E infine soleva osservare spesso il cielo, considerandolo oltre alla sola vista; ne carpiva il cambiamento, il suo tramutarsi in spazio e, più lontano, in universo. Sapeva vagare tra le nuvole, grandi o piccole, bianche o grigie, disturbate dalle scie di condensa lasciate da un qualunque aereo, lassù, e che parevano trasformarsi in grandi lettere. Quello poteva essere l’inizio o il termine di un qualsiasi viaggio, come il principio e la fine di una sua storia.
Poteva percepirsi in balia del temporale, rapita dal vento che sospinge o sforma ogni cosa.
Si perdeva a fissare ogni orizzonte, piano o aguzzo, ogni vetta, con la sua rigorosa imponenza millenaria: osservando quelle montagne, realizzava di essere soltanto un puntino che nulla avrebbe potuto contro la maestosità e le forze della natura.
Adorava cercare piccoli insetti rimasti incastrati nell’erba bassa e si soffermava ad ammirare i fiori, anche piccoli, anche i meno variopinti. Immaginava il percorso segreto delle radici, che svanivano nelle viscere della terra cercando la linfa necessaria per il loro nutrimento e quasi si ipnotizzava nel volo a zig zag delle api e delle libellule, che poi planavano sulla superficie dell’acqua ferma di un lago. Dopo averla sfiorata, tornavano spesso su, nel cielo. Qualche altra volta invece, sbagliando qualcosa, capitava che ne venissero sommerse per sparire dentro un’onda che, improvvisa, le trascinava nei meandri neri degli abissi.

E ancora… La forza del mare grosso, mosso, il suo turbamento. Il moto e il rumore delle onde che infrangevano gli scogli, a poco a poco, senza che nessuno se ne potesse davvero rendere conto.
I fondali bui, insidiosi, con i loro abitanti anche fantastici, leggendari o immaginari.
A volte perdeva la cognizione del tempo, per lei rappresentata soltanto dalla stesura intercorsa tra la prima e l’ultima parola di un foglio, qualcosa di tangibile al contrario del ritmo ingannevole della vita.
I suoi occhi avevano assorbito i riflessi di tutto. La sua penna aveva annotato quasi ogni cosa.
Lei non chiedeva altro che di essere amata, e, forse, andò proprio così.

“Ricordo il ticchettio infinito della tastiera, ogni sera e poi ogni notte, prima di addormentarmi. Oggi conservo ancora tutto una miriade di quaderni, fogli e il suo portatile. Centinaia e migliaia di scritti, frasi, parole sparse e persino qualche immagine. Oggi lei non è più qui. Ma posso ancora vederla, posso percepirla, posso rivivere ogni sua emozione.
E io vedo tutto con i suoi occhi, davvero. Leggo e mi ritrovo nelle sue storie. Dentro o fuori, dove mi pare. Mi viene chiaro il suo ricordo, ascolto il battito del suo cuore, ne respiro l’anima.
Mia madre, oggi, riposa serena, abbracciata dal cielo e dalla terra, sorvegliata dai monti e dal flusso dell’acqua limpida che scivola giù, fin sotto il suolo. Mia madre non scrive più, ma io so che è felice e sono certo che le sue storie si tramanderanno di generazione in generazione.
Io e mia moglie aspettiamo una figlia. Porterà il suo nome e spero possa ricevere anche il dono dei suoi occhi profondi. Ma, indipendentemente da ogni possibile suo destino o percorso, sono certo che imparerà ad amare e non avrà dubbi nel credere a quel “per sempre” che sa davvero volare, oltre ogni confine, al di là della vita.
E lo devo a te, mamma. Grazie.”