UNA STORIA… DA PIRATI.

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Il vecchio alto e smunto raggiunse il timone. I suoi capelli lunghi, oramai bianchi, ondeggiavano al vento e si agitavano sopra le spalle larghe e storte; e indossava anche una bandana rossa nascosta da un tricorno nero. La sua pelle era dorata e raggrinzita, e gli occhi erano infossati e così azzurri da far presagire i trascorsi di una vita intera per mare.
Il tiepido Libeccio soffiava con prepotenza, almeno a trenta nodi.
Carezzandosi la barba brizzolata, John scrutò l’orizzonte e con spavalderia gridò: “Shiver me timbers, tempesta a babordo! Per mille spingarde, cosa aspettate? Qui si sbanda!” E poi aggiunse, quasi sbraitando: “Riducete le vele!”
A ogni suo comando tutto l’equipaggio si dava subito da fare. I marinai si mettevano in moto all’improvviso, proprio come formiche alle quali sta per essere distrutto il formicaio. Questa inutile agitazione faceva imbestialire John che allora comandava: “Calma gente, calma. Forse voi non avete mai cavalcato una tempesta? È ancora lontana. Occorre pazienza!”
L’imbarcazione non era grande e di conseguenza gli uomini impiegati erano pochi. Ciononostante le vele furono ammainate in quattro e quattr’otto e anche i remi vennero ritirati per tempo. La ciurma manteneva lo sguardo fisso, rivolto al mare. Tutti mostravano un’aria assai spaurita e nello stesso tempo eccitata. Riponevano molta fiducia nel loro vecchio capitano, dopotutto sapevano che ogni tempesta poteva regalare un’esperienza adrenalinica che sarebbe risultata unica e indimenticabile.
John avrebbe potuto manovrare la nave persino a occhi chiusi, e proprio per questo motivo tutto l’equipaggio riconosceva e ammirava il suo talento, sicuramente innato.
John prevedeva e percepiva ogni rapido cambiamento del vento, lo misurava sulla pelle, persino fra i capelli. Riusciva a dedurre l’intensità delle varie perturbazioni captando i movimenti e la forza delle onde che si infrangevano sullo scafo, e decideva rapido, di volta in volta, come dover tenere il timone. Lui era per tutti l’uomo che parla con il mare.

“Abbiscia quella cima!”, intimò, deciso, al mozzo.
Il piccolo omino si diresse alla corda, e, rapido, ne arrotolò la cima più volte su se stessa.
Il volto di John fu illuminato da un barlume di soddisfazione, nonostante sembrasse, come sempre del resto, intento a scrutare l’orizzonte e solo quello. Il cielo, in un attimo, si era già colorato di grigio intenso. Alcune enormi nuvole dall’aspetto spugnoso avanzavano sul vascello giungendo rapide da est; tuttavia un solitario raggio di sole, per un istante, riuscì a raggiungere il volto corrugato del vecchio. I suoi occhi grandi e stanchi scintillarono ancora una volta.
John non aveva condotto solo quel vascello sbilenco. I ricordi della sua giovinezza lo travolsero come sospinti dalle onde, che segnavano ormai l’approssimarsi di una tremenda burrasca. La passione per la navigazione l’aveva accompagnato per tutta la vita. Quand’era poco più di un ragazzino, si imbarcò per la prima volta. Timoroso ma felice, riconobbe subito la sua vocazione. In un lampo la sua mente fu travolta da una serie di immagini: rivide tutte le tempeste, una per una, nitide… quella volta al largo del Pacifico, e la notte del sei settembre 19** nei pressi delle isole… e ancora nel corso di una semplice esercitazione, quando fu sorpreso dalla più terribile tormenta mai incontrata nella sua carriera.
Quando il tempo peggiora, si dice sia bene trovarsi nelle vicinanze di un porto. Eppure John non aveva mai desiderato osservare una tempesta dalla terraferma: lui nutriva la strana pretesa di poterci finire dentro. Considerava ogni tormenta come la dose di un suo personale antidoto contro la paura della morte, e attendeva che a essa facesse seguito un sempre uguale e surreale stato di calma. Poteva assumersi il rischio. Possedeva l’esperienza necessaria per governare la sua nave e vantava una ciurma formata e capace che non aveva mai messo in dubbio la fiducia nel suo Capitano. Era solo necessario che i suoi uomini comprendessero un po’ meglio lo spirito del mare, affinché non agissero d’impulso. Tutti però avevano già capito che, sempre, è necessario arrendersi un po’ alla burrasca; che conviene sottomettersi alla spietata forza della natura perché questa, sempre, è più forte dell’uomo. Ingaggiare una lotta, un testa a testa o una vera sfida, porterebbe solamente alla disgrazia della nave e di tutto l’equipaggio.
John rammentò ogni sua avventura in mare, con raffiche di vento fortissimo a forza trenta, talvolta a forza quaranta. Rivide quelle onde, veri e propri muri che potevano raggiungere i sei metri, o che come schiere di carri armati avanzavano impetuose, scure, infrangendosi violente sulla prua, sommergendo e pressando senza pietà qualunque cosa, serbando un solo e unico desiderio, spingere tutto giù, in fondo agli abissi, per possederlo per sempre.
John era riuscito a resistere a ogni perturbazione, talvolta avvinghiandosi con forza al timone, altre all’albero maestro. Diventava un tutt’uno con la prua, o con il ponte, o con una qualsiasi altra parte del vascello. In condizioni drammatiche di navigazione, non sono solo le persone a dover combattere una vera battaglia, ma anche la struttura della nave che deve resistere e essere in grado di compiere il suo dovere.
E bisogna avere fiducia. Occorre essere pronti a tutto, e, per questo motivo, è necessario non sottovalutare nulla. La supervisione di ogni più infimo e remoto angolo della nave è indispensabile in ogni momento di calma, ora dopo ora, giorno dopo giorno, meticolosamente, metodicamente, con cura. Non basta saper comandare, serve una pignoleria maniacale, una buona dose di astuzia e anche molta determinazione; e soprattutto, più di ogni altra cosa, bisogna sapersi riconoscere come un piccolo microcosmo nell’infinito e potente macrocosmo della natura. John aveva così maturato un proprio segreto per poter affrontare le peggiori tempeste: viaggiava veloce, sospinto dal vento in poppa, senza lasciarsi intimorire dalla turbolenza delle acque. Grazie a una magica combinazione energetica, le molecole del vascello parevano scomporsi per sciogliersi, per poi diventare solo acqua nell’acqua. Navigando così, senza alcuna paura, il mare si doma. Con la randa terzarolata al massimo e il boma ben bloccato è possibile affrontare quasi ogni tempesta. E John la assorbiva sentendosi incredibilmente vivo, onnipotente, libero.
John soffriva da tempo, doveva lottare ancora una volta contro una tempesta, ma questa volta essa era dentro di lui e tentava spesso di soffocarlo, era stato difatti sorpreso da un infarto improvviso. E così era avvenuto il suo congedo: non avrebbe più condotto una nave di grande portata, non l’avrebbe potuto fare mai più.

Le prime gocce di pioggia cadevano da un cielo già nero: erano grosse, pesanti, sempre più violente. Con il respiro corto, John ordinò: “Yo ho ho, sistemate la nave, e fate presto!”
Tutti sanno che le mamme si arrabbiano molto quando i propri figli rientrano in casa lavati da capo a piedi dopo essersi presi un bell’acquazzone. E proprio per questo motivo, tutti si diedero da fare nel sistemare il balcone.
John estrasse gli steli degli ombrelloni piantati nelle loro basi di cemento, e poi, con precisione chirurgica, slegò la cima delle lenzuola che erano già state ammainate. Poi ripose tutto, con attenzione: poggiò i lunghi pali di alluminio bene in orizzontale, proprio accanto al muro, mentre i bambini ritiravano dalla terrazza i remi – che erano dei normalissimi bastoni – e li accatastavano uno accanto all’altro col resto del materiale. Infine, dai fori della ringhiera di ferro battuto, rimossero dei bei pezzi di cartone ricavati da un fustino cilindrico, i quali gli erano serviti per simulare gli oblò della nave.
Il vecchio, avvalendosi dell’aiuto del ragazzino più grande, badò a ricoprire tutto con del cellophane spesso e trasparente. Dovettero ramazzare ancora un po’ per raccogliere da terra diverse palline di carta stagnola, alcuni brandelli di tessuto forse provenienti da qualche costume di scena e altri piccoli oggetti, che erano serviti al consueto divertentissimo passatempo estivo.

“Mozzo pulisci!”, sbraitò il vecchio, lasciandosi sfuggire un sorriso piuttosto amaro e storto. Il ragazzino finse di metter su un’aria arcigna, e recitando bene la sua parte, rispose serio: ”Ai suoi ordini, mio Capitano!”
La pioggia cadeva ormai fitta rimbalzando sul davanzale e scomponendosi in piccoli frammenti che schizzavano via. Sulle piastrelle della terrazza apparivano le prime pozze d’acqua: erano lucide e palpitanti.
John gridò: “Per la barba di Achab! Non vedete che ha cominciato a diluviare? Abbandonate, forza! Abbandonate la nave!”
I cinque bambini sorrisero. Si salutarono e si scambiarono delle occhiate divertite. Scavalcarono la balconata, rialzata da terra poco meno di un metro, e una volta calati sul prato condominiale, corsero ai ripari restando sotto la grondaia. E poi, solo dopo aver salutato per l’ennesima volta John, sgattaiolarono nelle rispettive abitazioni lì nel vicinato.
Il vecchio, il cui nome non era John bensì Mario, con una sonora sbuffata, rientrò a sua volta nel suo appartamento, richiudendo bene alle spalle la porta-finestra che dava sul balcone ormai allagato. Si liberò del ridicolo tricorno di feltro, della bandana e anche della bella spada di plastica che teneva infilata nella cintura che gli reggeva i pantaloni. Si versò un po’ di liquore e si accomodò in poltrona. Su un tavolino del soggiorno giaceva il nuovo numero della rivista “Nautica”: l’aveva acquistata quella stessa mattina, alla solita edicola.
La malinconia lo invase con un ben noto e prepotente nodo alla gola, ma, al pensiero di poter ancora giocare al pirata con i suoi piccoli amici, questa tornò da dove era venuta.
Si percepì stanco e si abbandonò in mezzo ai cuscini per un meritato riposino. Si addormentò quasi subito, ma solo dopo aver rimirato per qualche istante un quadro appeso al muro che esibiva svariate decorazioni ottenute durante una brillante carriera in Marina Militare.

Lady Nadia.

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LA PETTEGOLA.

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Vi regalo questo racconto che farà presto parte di una raccolta.
E chi non ne conosce almeno una?
Buona lettura!😊
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LA PETTEGOLA.

Ogni giorno, a ogni ora, lei è sempre lì. Sembra che possa mangiare, lavarsi e persino andare in bagno e tutto sotto quella piccola finestra. Si tratta di una finestra normale, come tante altre, posta a pianoterra di un vecchio caseggiato rustico, che altrimenti passerebbe inosservato.
Tuttavia, in paese, nessuno riesce più a sopportare quella malefica tendina bianca con i fiori rosa che oscilla in ogni momento con un moto proprio e perpetuo.
Quella danza ammaliante di veli accompagna ogni rumore, anche il più flebile.
Potrebbe trattarsi di un rombo originato da un motorino appena acceso, oppure di un leggero tic tac dei tacchi di un passante, o potrebbe essere lo scricchiolio di uno stenditoio che viene aperto su un balcone del vicinato, o anche l’impercettibile rumore che fa una busta che cade nella buca delle lettere a ridosso dell’abitazione.
Insomma, quella tenda a fiori si agita mille volte in un giorno e sventola, sventola sempre, anche sincronizzata con il gracchiante aprirsi e richiudersi dell’uscio della bottega di Gino, per un fremito d’ali d’uccello, con il ronzio di un minuscolo insetto.
Più di qualcuno giura di averla sorpresa oscillare anche dopo aver emesso uno starnuto, o a causa del tintinnio di una moneta scivolata per sbaglio a terra.
La tenda riesce a scostarsi anche con l’eco di un chiacchierio ancora lontano o al richiamo del vento, quando, discendendo la valle, osa infilarsi dispettoso nel vicolo per scuotere, a una a una, ogni serranda che incontra durante il suo veloce avanzare.
Tutto è in grado di animare, per intero, il drappo logoro e sgualcito che dona a quell’abitazione l’aspetto di una casa stregata.
La pettegola è sposata. Alfio, sempre puntuale come due orologi svizzeri incollati insieme, lucido in testa come una palla da bowling e ben innaffiato di dopobarba, varca la soglia di casa ogni giorno feriale, all’alba, e si reca a lavorare.
Appena l’uomo sparisce dietro l’angolo, in fondo alla via, ecco che subito la tenda si desta, prende vita diventando un tutt’uno con un’ombra un po’ sghemba che pare ingigantita e capace di inquietare chiunque si trovi per caso a transitare da quelle parti.
Per fortuna, una sola finestra di quell’appartamento si affaccia sulla via. Tutte le altre sono posizionate sul retro, a ridosso di un pendio roccioso, quasi impiccate alla montagna e isolate da ogni genere di civiltà, o da ogni forma di vita, a esclusione di alcune marmotte che, in inverno, osano discendere il crinale della montagna nel tentativo di proteggersi dall’aria gelida che spira senza sosta lassù, in quota.

I quarantuno abitanti di Valmerina, un piccolo borgo arroccato alle pendici delle Alpi, sono abituati a tener d’occhio quella finestra. Talvolta la sbirciano con divertimento, talvolta le rivolgono un’occhiata scocciata, ma tutti sanno che la pettegola, quatta quatta, sta dietro alla tenda con il solito intento di spiare e giudicare proprio tutto e tutti.

Le uniche persone in grado di ignorare quell’oscura e ormai storica presenza sono quei pochi turisti assai sprovveduti che, soprattutto d’estate, in luglio e agosto, si avventurano a Valmerina in cerca di funghi.
Per raggiungere il bosco si dovrebbe svoltare in prossimità di una viuzza ciottolata, ma, sbagliando, può capitare di tirar dritto lungo il sentiero ancora asfaltato e che poi prosegue fino al piccolo centro del paese.
I malcapitati, dopo aver accidentalmente oltrepassato l’accesso al bosco, non immaginano neanche che la pettegola li ha già sotto tiro.
Lei crede di essere ben nascosta mentre sorride sotto i suoi baffetti neri, e, anzi, talvolta se la ghigna proprio di gusto convinta che la sua consunta tenda fiorata sia in grado di offrirle il magico dono dell’invisibilità.
Ciononostante c’è chi sostiene di averla sorpresain più di un’occasione, forse a causa di una lampada che era stata dimenticata accesa. Qualcuno ha anche riferito di averla scorta intenta a osservare in lungo e in largo tutta la via dietro a un grosso cannocchiale.
Inoltre, tutti sono convinti che soffra d’ insonnia, perché nessuno ha mai trovato le persiane chiuse prima delle tre di notte.

Ma alla domenica, nel giorno del Signore, ecco che l’uscio della casa stregata si schiude con un cigolio anche più forte del solito. Emma, la pettegola, esce allo scoperto ben avvinghiata al braccio di suo marito.
Indossa sempre delle gonne al ginocchio a righe o a quadri, pesanti o leggere a seconda della stagione, e con fare sicuro e altezzoso si da’ da fare per risultare simpatica esibendo a tutti un ampio sorriso: il peggiore che chiunque, e proprio chiunque, possa mai aver visto.
A passi piuttosto lenti e a testa alta, la donnona si dirige verso la chiesa. E’ rigida e ha un’andatura un po’ traballante, forse a testimonianza di un forte mal di schiena o di un atroce torcicollo dovuti alla posizione richiesta dal suo passatempo preferito.
Il vicolo, alle nove del mattino, sembra esser diventato un fiume in piena. Quasi tutti gli abitanti di Valmerina abbandonano per un po’ le proprie abitazioni con il desiderio di partecipare all’unica Santa Messa della giornata, mentre i rintocchi delle campane echeggiano fin sulla cima dei monti, e poi ritornano giù, fino a valle.
La signora Emma non si risparmia proprio, saluta e sorride, sorride ancora, sorride sempre; tiene le labbra tanto distese da far temere che si possano lacerare da un momento all’altro.
La sua bella dentiera resta esposta per tutto il tragitto sotto la frizzante aria montana, e quando risplende il sole i suoi denti color avorio scintillano perfetti sotto un nido scompigliato di capelli color cenere.
Emma sventola a più non posso la sua bianca manina rugosa fin troppo ingioiellata ed è davvero convita, nel profondo della sua anima, che nessuno possa davvero sospettare della sua innata e terribile perversione.
Tuttavia, al contrario di ciò che verrebbe comunemente da pensare, nessuno a Valmerina le vuole davvero male.
In fin dei conti è solo una pettegola, e nulla di più.

E poi, si sa, ognuno di noi custodisce almeno un piccolo segreto.
Io lo chiedo a voi: non è forse così?

Lady Nadia.

TUTTI IN CODA, C’È GENNARO.

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TUTTI IN CODA, C’È GENNARO.

Al piccolo paesello non è strano recarsi in Posta e trovarsi davanti a una lunga coda di persone. Questa, non solo giunge alla porta, ma spesso può proseguire anche fuori, lungo tutto il marciapiede, e talvolta riesce a raggiungere persino la piazza.
Nemmeno è così raro, una volta riusciti a varcare la soglia e aver afferrato il proprio numerino, udire qualcuno che, ad alta voce, mandi a un “quel paese” l’impiegato che si trova dietro allo sportello.
Già, perché, a ben vedere, Gennaro non solo si può definire lento, ma quella sua aria indifferente a tutto e a tutti, anche quando il mondo intero ce l’ha con lui, riesce proprio a dare sui nervi.
Da poco meno di mezzo secolo annebbia con la condensa del suo fiato un vetro malconcio e opaco mentre è seduto alla sua postazione di lavoro. È più che mai attento a risparmiare ogni singola parola, e solo dando corso a una delle sue performances riesce ad esprimersi attraverso dei gutturali monosillabi, nonostante riesca sempre a regalare l’idea di star lì a sonnecchiare. E quando sembra più sveglio del solito, è perché sta brontolando con qualcuno. Allora, con un tono di voce alto e più che mai altezzoso, dice: “Ma, davvero lei non ha ancora capito che occorre firmare?” Oppure: “Ecco, qui non è stato compilato l’indirizzo!”.

Una penna poi, allo sportello, è sicuro che non c’è mai, bisogna chiedergliela. E non appena il malcapitato di turno ha terminato di compilare il suo modulo, forse per paura che questa venga rubata, ecco tuonare l’intervento puntuale di Gennaro: “Mi restituisca quella penna, e subito!”. Lui pronuncia sempre quelle stesse parole, aprendo e richiudendo la sua mano tozza che è abbronzata tutto l’anno, mantenendone il palmo ben rivolto verso l’alto, e poi continua a ripetere quel gesto finché non si è riappropriato dell’oggetto tanto agognato.

E così, persona dopo persona, proprio tutti sono obbligati a elemosinare una preziosissima penna Bic, e proprio tutti devono vedersela con Gennaro, che poi la pretende indietro, anche se cascasse il mondo, con la costanza di un moscone. Lui è capace di ripetere quella nenia anche duecento volte nel corso di una sola giornata.

Gennaro dimostra settant’anni, ma si dice che ne abbia un po’ più di cinquanta. I suoi capelli brizzolati, ormai radi, di media lunghezza, sono spesso e volentieri unti. Porta una fede al dito, è stretta, così tanto stretta da farlo sembrare un salsicciotto legato; eppure, che si sappia, lui non è nemmeno sposato.

La gente di paese mormora; si narra che, da ragazzo, grazie a un’assurda raccomandazione, non appena terminati in qualche maniera gli studi, sia riuscito a ottenere quel lavoretto presso la Posta, e che già da allora
appariva sempre scocciato, proprio come lo è oggi.
Lui sbuffa di continuo, ora piano piano ora lungo lungamente, mentre osserva impassibile il monitor del suo computer, oppure nell’attesa che il pagamento dell’ennesima bolletta venga operato dal rumoroso macchinario grigio.
Si gratta più volte la testa e si sfrega di continuo gli occhi. Poi sbadiglia. Picchietta impaziente sul bancone con la mano, finché qualcuno gli porge le proprie scartoffie; oppure approfitta delle rare pause a sua disposizione per spazzolare via, con le dita, una generosa nevicata di forfora dalle sue spalle. Canticchia, talvolta attendendo le banconote, oppure fischietta mentre le conteggia e poi le mette via.
A volte è posseduto da una forte e improvvisa energia: mentre svolge le svariate operazioni di cassa con la sua consueta apatica flemma, tutt’a un tratto, misteriosamente, si rialza di scatto, senza nessun motivo apparente, solo dopo essersi dato una bella grattatina al sedere sudato, e si dirige sul retro. Al cliente allibito non resta altro da fare che osservare il proprio volto riflettersi nel vetro torbido dello sportello vuoto: proprio una faccia da pesce lesso.
Gennaro è sparito in un ufficio, e nessuno sa perché. Ma quando Gennaro ha fame, Gennaro mangia.
Mangia eccome, e si capisce, perché riappare dopo un po’ ed esibisce delle bricioline biancastre che dondolano penzolando a ambo i lati della bocca.

Resta sempre in compagnia del suo amico malumore, ma ciò che lo rende davvero unico agli occhi di tutti è il suo tipico atteggiamento menefreghista.
A Gennaro non interessa risultare simpatico, è sicuro di non averne bisogno! Deduce bene ciò che la gente pensa di lui, ma, soprattutto, sa che anche i bambini, in estate e alla mattina, più spesso quando la scuola è chiusa, sono entusiasti di accompagnare alla Posta i propri genitori. Tutti lo osservano di sottecchi, curiosi, e nessuno, mai, ce la fa a trattenere una bella risata.
Ma d’altronde le bollette bisogna pur pagarle, o no? E la gente continuerà imperterrita ad accodarsi allo sportello, che ci sia Gennaro oppure no!

Con un talento degno del migliore attore Hollywoodiano, non si fa sfuggire il minimo segnale di nervosismo. Con un’apatia innata, lo sguardo basso, e, manco a dirlo, lento come un bradipo con una gamba rotta, l’uomo continua a fare ciò che deve.
E se voi, un giorno, passerete di qui, fosse anche tra una decina d’anni, e se con una buona dose di fortuna, riuscirete a infilare la testa nell’ufficio postale di questo piccolo paesello, di certo non vi sorprenderete. Se osserverete bene, al di là del vetro appannato dello sportello, lui sarà sempre uguale, o forse avrà mezza ruga in più. Eppure non stenterete a riconoscere l’amico Gennaro e allora, anche voi, può darsi che scoppierete a ridere, oppure vi arrabbierete, dipende. Dopodiché, se vi ritenete delle persone furbe, vi converrà cambiare ufficio postale.

Lady Nadia.

SOFIA E L’ALTALENA.

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Spero di regalarvi una lettura gradita e cinque minuti di relax. Buon fine settimana!

Papà osservava i germogli sugli alberi che ondeggiavano alla brezza leggera. “E’ primavera!”, disse, e si precipitò fuori.
Lo sentivo trafficare, il rumore proveniva dalla cassetta degli attrezzi ubicata in giardino.
Quella era una specie di tradizione che si ripeteva anno dopo anno e che proseguì persino quando divenni adulta.
Dal balconcino della veranda lo osservavo assicurare le corde dell’altalena ai rami più robusti dell’ulivo.
“Questo esemplare avrà più di cent’anni!”, soleva ripetermi più o meno ogni volta, nel momento in cui ci ritrovavamo a passargli davanti. Per questo motivo, e anche a causa della sua mole, consideravo quell’albero alla stregua di un Re. La sua presenza mi rassicurava: lo credevo capace di vegliare su di noi, e, nel contempo, di poter governare ogni altra specie vivente esistente nelle vicinanze, anche ben oltre il mio bellissimo giardino.
Quel rituale rappresentava per lui uno solo uno dei piacevoli compiti che appartengono all’essere genitore; per me, significava molto di più. Era in grado di annunciare la bella stagione e le imminenti vacanze, ma, sopratutto, mi dava la certezza di essere amata.
Papà è stato sempre presente, in ogni cosa, e non solo: per me è stato anche una mamma.

Le prime volte in cui mi misi alla prova con quel gioco, ne avevo quasi timore. Mi accomodavo rigida sul suo asse traballante. Quella tavoletta di legno, anno dopo anno, veniva smaltata con cura prima di essere riposta alla fine della stagione. Papà infilava tutto in un grosso sacco di juta, e, infine, lo conservava sul ripiano più alto dello scaffale in cantina.
Avevo indosso una tale tensione che mi impediva persino di voltare la testa. Mi percepivo rigida come se mi fossi tramutata in un tronco d’albero, il collo e le schiena mi dolevano molto, e, talvolta, mi facevano male persino le gambe.
Vacillavo quando una spinta di papà giungeva all’improvviso: mi spaventavo e diffidavo persino del mio saldo appiglio alle corde. Socchiudevo gli occhi, detestando quella sensazione di trovarmi con i piedi a mezz’aria; la trovavo rivoltante, mi dava quasi il voltastomaco.
Mi infastidiva prendere tutta quell’aria sul volto, anche quando, in assenza di vento, sugli alberi non vibrava neanche una foglia. Per questo motivo, almeno un paio di volte, mi capitò perfino di scoppiare a piangere.
“Cosa c’è tesoro? Non avere paura, è divertente, è  come volare, non trovi?”
“Papà, mi sembra di cadere! No, niente affatto, non mi diverto, io voglio scendere, e subito!”
“Ma se ti attacchi bene, è impossibile scivolare.”
“Papà, smettila. Ho detto che mi fa paura!”

Per un po’, di quel gioco, non ne volli più sapere. Osservavo l’altalena dalla veranda, o dalla finestra, e se, in parte, mi sentivo attratta da lei, dall’altra preferivo restare con i piedi ben saldi a terra. Non me la sentivo di affidare il mio corpo a quella tavoletta di legno sospesa nel vuoto, non credevo di possedere tutto quel coraggio.
Una volta, ritornando in auto da una gita fuori porta, io e papà ci ritrovammo a passare nelle vicinanze di un parco giochi. Lui frenò bruscamente e dopo aver parcheggiato la vettura all’ombra di un grande ippocastano, insistette affinché accettassi di fare un’altra passeggiata. Era sera ormai, ma faceva ancora caldo, credo che fosse luglio, oppure agosto. Osservai alcuni bambini più piccoli di me dondolare con un’aria felice sulle altalene del parco. Ridevano, erano eccitati e gridavano: “Dài, più forte, spingimi ancora!”
Quando ritornammo a casa nostra, mi fermai per un attimo sulla soglia e lanciai un’occhiata di sbieco alla mia bella altalena. Aver osservato quei bambini mi aveva fatto bene, mi ripromisi dunque che l’indomani avrei tentato ancora l’ardua impresa.
Il pomeriggio seguente mi feci forza. Mentre poggiavo di nuovo il mio piccolo sederino sul traballante asse di legno, notai la sagoma di papà stagliarsi ritta dietro la tenda alla finestra. Potrei scommettere che, quel giorno, gli sfuggì un lungo sorriso.
Mi ero seduta sul bordo dell’altalena in modo che restasse inclinata, così da poter tentare di toccare terra almeno con la punta delle scarpe: ma niente da fare! Prima di riuscirci, avrei dovuto crescere ancora un bel po’. Non mi restava che stringere le corde con tutta la forza che avevo; le sentivo penetrare nella carne tenera delle mie mani. Ambo i palmi si erano arrossati e mi bruciavano, così, presto, rientrai in casa sbattendo la porta.

“Ieri sera, quando stavi dormendo, sono uscito in giardino per allungare un po’ le corde dell’altalena. Ora ti sarà più facile imparare”, mi disse papà, mentre lo raggiungevo a tavola per la colazione.
Quella mattina avrei dovuto recarmi a scuola. Non ne avevo voglia, ma dovevo tener duro: mancavano solo pochi giorni al termine delle lezioni e poi sarebbero cominciate le vacanze estive. Il sole splendeva già alto in un cielo limpido blu. Gli alberi del mio giardino lasciavano filtrare generosi raggi color oro.
Notando l’altalena e le corde allungate, volli ritentare. Presi un bel respiro, mi feci coraggio. Andò meglio.
Dondolavo avanti e indietro con i piedi. E continuai imperterrita, in quella maniera, per giorni interi, finché le mie scarpe rosa divennero verdi. Ero riuscita a sradicare interi ciuffi d’erba e, proprio sotto l’altalena, non era rimasto altro che terra smanciata.

L’anno successivo, la ricomparsa dell’altalena fu vera gioia. L’ulivo era vegliato sul giardino per tutto l’inverno e, finalmente, avrei potuto trascorrere del tempo in sua compagnia, ben riparata dalle sue fronde, sotto la sua ombra. Non mi importò nemmeno che le corde dell’altalena si fossero riaccorciate. Sebbene riuscivo a dondolare ormai abbastanza bene da sola, non osavo spingermi oltre il limite che mi imponevo: i miei piedi, tenendo le gambe ben tirate, non avrebbero mai dovuto sollevarsi per superare in linea d’aria le finestre del primo piano.
Trovavo però divertente oscillare sospesa tra la terra e il cielo. Lassù era semplice fantasticare. Qualche volta potevo fingermi una bella farfalla colorata, e, qualche altra, immaginavo di essermi trasformata in un uccello e di poter così volare ovunque, per raggiungere il mare, o, perché no, addirittura la tour Eiffel.
Mi incuriosiva il cambio di prospettiva dovuto all’altezza e tutto, oscillando veloce, pareva mutare la propria forma. Non che fossi ferrata in merito alle nozioni tecniche relative al disegno, ma mi divertiva il cambio repentino del punto di vista. Poteva trattarsi anche solo di un sasso che si trovava proprio sotto di me: dapprima dissolveva i suoi contorni, poi li distorceva, e, infine, sembrava addirittura più piccolo. Anche il tetto della mia abitazione, osservato mentre ero in movimento, mi restituiva l’impressione di inclinarsi verso destra. Prima d’allora non mi era mai capitato di osservare una casa con il tetto storto. Mi entusiasmavo a ogni nuova scoperta, e quel gioco mi dava allegria.

Andare sull’altalena arrivò a piacermi così tanto, che, in inverno, cominciai a soffrirne la mancanza. Mia mamma no, non mi mancava, dopotutto non l’avevo mai conosciuta. Se la mia vita fosse andata in maniera diversa, se solo mi avesse amato, e poi abbandonato, avrei potuto provare una sensazione simile, ma più forte. E rabbia. Tanta rabbia.

In inverno mi annoiavo. Papà sosteneva che, se l’altalena fosse stata esposta al freddo, si sarebbe rovinata.

Invece, durante la bella stagione, quando mi sentivo triste, e talvolta anche di notte, scendevo in giardino solo per abbracciare il tronco del mio ulivo, e per dondolare un po’. Subito svaniva la malinconia, e io mi sentivo più leggera.

Papà, da tempo, non mi spingeva più e sembrava disinteressarsi alle mie attività sull’altalena. Eppure, quando rientravo in casa, non mancava mai di rivolgermi un sorriso.

Crescendo cominciai a sfidare le leggi della fisica: il peso di un corpo in movimento sprigiona dell’energia che può alleggerirlo o lo appesantisce a seconda dell’altezza e dei fattori di accelerazione o di decelerazione. Insomma: io mi alleggerivo quando l’altalena si trovava in alto, oppure, quando dondolava veloce.
Prima di ridiscendere, ed era questione di un secondo, subivo uno strattone dovuto alla gravità e al peso del mio corpo. Le corde, che si erano allentate raggiungendo il punto più alto, si ritendevano poi all’improvviso restituendomi un contraccolpo, che, difficilmente, riusciva a prendermi alla sprovvista.
Almeno una volta avrei desiderato eseguire un giro completo, un giro della morte. Se mi fossi aggrappata ben salda, non sarei potuta cadere. Tuttavia non osavo dare quella spinta decisiva, quel forte colpo di bacino che avrebbe permesso al seggiolino, roteando, di oltrepassare il ramo e attorcigliarsi ad esso.

“Sofia, fai piano, o spaccherai quella pianta!”, gridava preoccupato papà, affacciandosi alla finestra.
In questa occasione, come capitava anche in altre, fingevo di non sentire.
Forse, grazie a un miracolo, i rami dell’ulivo non si ruppero mai.

Talvolta il vento forte spingeva l’altalena permettendole di dondolare. Allora mi piaceva pensare che una bambina, dopo aver scavalcato la recinzione di casa mia, avesse desiderato salirvi per giocare.

Non ero mai riuscita a stringere delle vere amicizie, nonostante me la cavassi molto bene a scuola e collaborassi in maniera educata con tutti i compagni di classe.
Tutti mi consideravano una ragazzina alquanto bizzarra, forse troppo pensierosa, e sempre con un’aria sognante. Spesso, nei piccoli borghi, la gente spettegola per passatempo e ama parlare a vanvera. Tanti erano coloro che criticavano la nostra famiglia. Ritenevano mio padre una persona schiva e seria, un poco di buono. Non era vero! E criticavano anche mia mamma, raccontando che fosse una specie di prostituta, una avvenente brasiliana che mai aveva messo piede in Italia. Non avrei potuto né smentire, né confermare: semplicemente, io non la conoscevo. Tuttavia sono convinta che certa gente chiacchiera solo perché si ritrova una lingua in bocca.
Quelli non sapevano niente di noi! Eppure avevano raccomandato ai propri figli di tenersi alla larga da me, di evitarmi, solo perché non frequentavo la chiesa e non vantavo una famiglia “per bene”: per meglio chiarire, con un numero di componenti uguale o maggiore di tre.

Quella bambina fantasma continuava a dondolare sulla mia altalena, sorrideva, mi era simpatica.
Il sole era scomparso dietro a un grosso nuvolone grigio e si preannunciava l’arrivo di un bel temporale. Il vento spirava con violenza, e lei, ancora sull’altalena, volava in alto e quasi toccava il cielo.
Mi stavo accingendo a uscire, desideravo incontrarla, ma cominciò a diluviare proprio in quell’istante. La ragazzina scappò via di corsa e, veloce come un fulmine, ritornò da dove era venuta.

Mio padre aveva conosciuto quella donna in occasione di un meeting a Rio de Janeiro. Poi seguitarono a rivedersi per qualche anno, soprattutto in estate e, di quel loro grande amore, presto rimasi solo io.
Una volta papà mi confidò che lei era molto bella e che io le somigliavo tanto.

Quando pioveva forte, papà si precipitava in giardino. Proteggeva l’altalena avvolgendola in un telo di plastica che era solito legare alle sue corde con un un nastro stretto, formando così una specie di sacco.
Quando era assente, e un temporale si scaricava con furia, l’altalena e l’ulivo diventavano un tutt’uno e piangevano grosse lacrime di pioggia regalando l’impressione di essere ambedue vivi, di essere umani.

Talvolta mi capitava di udire un richiamo: erano loro ad avere bisogno di me.

La accarezzo, il suo legno si è consumato, è diventata opaca. Nessuno, da tempo, si prende più la briga di riverniciarla. Mostra alcune crepe, delle cicatrici causate dalle troppe intemperie, e dei segni, delle rughe disegnate dal tanto tempo che è passato. L’ulivo è florido, resiste. D’altronde è secolare e sempre sarà il Re indiscusso del mio bel giardino.
La accarezzo, mi siedo su di lei e rimango quasi incastrata nelle sue corde. Non la ricordavo tanto scomoda! Dondolo un po’, piano. Mi risulta inevitabile ripensare a mio padre. Il suo volto mi appare sfumato tra le nuvole bianche. Mi assale un po’ di malinconia, ma il peggio è passato. Nel contempo mi sento felice per ciò che mi ha insegnato, per quello che ho, per tutto l’amore che mi ha regalato.

“Mammina, è pronta?”
“Sì, tesoro. Corri a vedere!”
“Che bella! Mi è mancata così tanto! Per favore, potresti raccontarmi ancora quella storia?”
“Vuoi che ti parli del nonno?”
“Sì, ti prego mamma!”
“L’ha costruita proprio qui, in questo giardino. Si affaccendava come un matto andando avanti e indietro, reggendo ogni genere di attrezzo. Io, che ero più piccola di te, cercavo di avvicinarmi a lui mentre era intento nel suo lavoro. Ma era diventato un po’ scontroso, mi allontanava. Desiderava che questa altalena fosse per me una sorpresa. Era anche molto cocciuto, e, proprio per questo, riuscì nel suo intento. Sau, era tanto tempo fa.”
“Uffa, vorrei che il nonno fosse qui!”
“Sarebbe bello, tuttavia è impossibile. Lui, ora, vive lassù, nel cielo. Ci sta osservando e son certa che sorride.”
“Allora salgo sull’altalena, così posso volare in alto e, con un po’ di fortuna, riuscirò anche ad abbracciarlo.”
“Sicuro, ce la farai!”
“Stasera vorrei chiedere al papà di spingermi fortissimo. Ma, adesso, mi puoi aiutare tu?”
Osservo mia figlia e mi sento felice. Penso al ciclo delle stagioni, al ciclo della vita: alti e bassi, prospettive, energie, punti di vista.

“Mamma, basta! Non spingermi più, ho un po’ paura!”
“Non preoccuparti, ho smesso. Ti voglio bene!”
“Anche io te ne voglio. E appena mi fermo, scendo e ti abbraccio forte. L’ho promesso al nonno.”

SULLA NATURA DEL TEMPO, E DI ALTRI DEMONI CONTEMPORANEI.

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SULLA NATURA DEL TEMPO, E DI ALTRI DEMONI CONTEMPORANEI.

Nello stesso mare si confondono le acque, muta il fondale, si cancella ogni orma sulla battigia: le onde ingoiano o sputano, dipende. Nello stesso cielo le nuvole viaggiano, svaniscono, e ricompaiono un po’ più chiare, più grosse, grigie, o talvolta nere. Sulla stessa terra non un fiore resta al suo posto e non c’è un albero che, trasformandosi crescendo, riesca a offrire i medesimi frutti. Montagne che si accorciano, sguardi che si allungano. Varia il paesaggio, case nuove, strade all’occorrenza, e, sempre all’occorrenza, si fan nuove anche le scarpe. Industrie chiuse, negozi riaperti, forse bisogna, ma mai che serva davvero a qualcosa. Bambini che crescono, vecchi che diventano bambini, o che non ritornano più. Vento che allontana, lo stesso vento capace di scompigliare capelli lunghi, poi corti, anche più bianchi. Roba vecchia da buttar via per altre cose, solo diverse. Muri di casa ridipinti, graffi, segni, spifferi. Non son più buone neanche le fogne. Trillano le sveglie, dopo, pesanti silenzi seguono l’attimo della buonanotte.
Nemmeno il sole pare splendere bene, e sulla luna… chissà cosa si combina.
Tutto cambia, persino il nulla: si credeva fosse niente, e poi, un giorno, ci si accorge che è tutto ciò che rimane.
Il mondo negli occhi, il mondo sotto ai piedi.

 

L’AMICO GIOVANNI (QUARTA E ULTIMA PARTE).

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GIORNO QUATTRO: NULLA E’ INSIGNIFICANTE.

Quella notte, quando Ambra finalmente riuscì a prender sonno, un sonno leggero e alquanto agitato, fece un sogno nitido e così reale da essere ricordato non solo al risveglio ma per tutta la vita.

E sognò la maniglia di Giovanni che cigolò ancora. Quel rumore era capace di divertirla.
“Ciao, Giovanni. Sono qui!”
“Ciao, cara. Vieni pure avanti, sono sul divano.”
Ambra saltellò oltre l’ingresso, poi, notando l’espressione affaticata e sofferente di Giovanni, rallentò d’istinto la sua andatura.
Gli si avvicinò delicata, in maniera educata: non intendeva infastidirlo, aveva intuito che l’uomo non si sentiva molto bene. Nella penombra della stanza faticò nel mettere a fuoco il viso di Giovanni. Notò che il volto era contratto in una smorfia, teneva gli occhi socchiusi e le palpebre tremavano.
“Ehi, cosa succede? Non stai bene nemmeno oggi?”, sibilò appena.
“Siediti qui!”, ordinò Giovanni, scostandosi a fatica per permetterle di accomodarsi accanto a lui, e, nel contempo, vicino alla farfalla, che dalla sera precedente non si era spostata dal cuscino del divano.
“La tua farfallina ti tiene compagnia.”
“Tu lo sai quanto vivono le farfalle, Ambra?”
“No, Ambra. Le farfalle non possono ammalarsi di raffreddore.”
“Ho capito. Allora avrà il mal di testa. Ieri stava bene. Uffa, è arrivata solo da pochi giorni!”
“Non esiste un modo per stabilire la sua età. E se fosse già vecchia?”
“Ma… dici che sta male? E tu, tu senti male?”
“Non esiste un modo per sapere se prova del dolore. Io sì, ne ho, ma lo sopporto.”
“No, non voglio, non voglio! Non deve morire e nessuno dovrebbe soffrire.”
“Ambra, quando si accetta di accogliere un animale nella propria casa, o, in ogni caso, quando ci si affeziona a qualcuno, occorre esser pronti per affrontare anche questi brutti momenti. Inoltre, il più delle volte, gli animali hanno un’esistenza breve rispetto alla nostra. Questo lo sai, o no?”
“Sì, purtroppo. Questo lo so. E se l’avessimo liberata subito, quando l’hai proposto tu? E se non avessimo avuto la pessima idea di rinchiuderla in un appartamento?”
“No, non è stata del tutto una pessima idea, e comunque non sarebbe cambiato quasi nulla. Forse avrebbe potuto vivere uno o due giorni in più, ma credi che ciò avrebbe avuto importanza? Noi abbiamo contribuito a ridurre la sua breve vita di qualche ora, ma, almeno, le abbiamo voluto bene, le abbiamo offerto un riparo e la nostra sincera amicizia. Qui si è divertita, è stata felice. Non le abbiamo fatto del male, anzi, in un certo senso l’abbiamo accudita, e continueremo a farlo, finché avrà bisogno di noi.”
“Certo! È ancora felice, lo so. L’ho sempre saputo!”
“Se tu non l’avessi incontrata, lei sarebbe stata una farfalla qualunque, una tra le tante che riesce a incantarci in un prato e che non si può evitare di osservare. Ma, subito, sarebbe volata via e tu non avresti saputo più nulla di lei. E se, da una parte, non ti saresti rattristata tanto nell’osservarla in difficoltà, dall’altra ti saresti privata di un rapporto unico e speciale che resterà per sempre dentro di te e ti riscalderà il cuore.”

“Ora dobbiamo occuparci di lei.”
“Cosa facciamo?”
“La accompagniamo in un luogo meraviglioso, dove lei potrà volare felice altrove.”
“Dove?”
“Dove comincia l’arcobaleno.”
“L’arcobaleno?”
“Aspetta e vedrai!”
“Ma te la senti di camminare? Oggi sembri più stanco del solito.”
“Sì, devo farcela. Anch’io vorrei raggiungere quel posto bellissimo per poter volare via, esattamente come lei.”
“Vorresti lasciarmi qui e seguire lei? Ma… tu non sei una farfalla!”
“No, cara. Io non sono una farfalla, è vero, tuttavia la morte può accumunare ogni essere vivente più di quanto tu possa immaginare. E quando giunge quel momento, lei ci raggiunge, ci abbraccia dolcemente e ci trasforma in anime. A quel punto, noi ci priveremo della pesantezza della carne, del nostro involucro. E sai, anche a me spunteranno delle ali, e sarà una sensazione stupenda. Succederà, più o meno, ciò che capita a una larva dopo un lungo periodo trascorso a strisciare sulla terra o ad arrampicarsi a qualche muro: si accorgerà di essere in grado di volare.”
“Ho capito. Allora anch’io potrò diventare un’anima.”
“Un giorno, sì, certo, lo sarai anche tu. E’ il destino di tutti, ma non occorre avere fretta. Per diventare delle anime belle occorre lottare ogni giorno, per una vita intera, e, solo alla fine, quando la forza fisica verrà meno, allora tutto avverrà in maniera naturale. Devi ascoltarmi, Ambra: tutto ciò non può accadere nel momento sbagliato; non si deve forzare, non si può anticipare, altrimenti…”
“E’ vero! E io voglio tanto bene a entrambi!”, esclamò Ambra commossa.
Giovanni si rialzò con evidente fatica dal divano e si recò zoppicando in cucina. Si munì di un vaso di vetro. Aiutandosi con la punta delle forbici ne forò il coperchio di metallo, in più punti. Una volta ritornato in soggiorno, tentò di introdurvi la farfalla.
Dovette spingerla piano, aiutandosi con un dito. Nel richiudere il coperchio emise un profondo sospiro. Attraversò lento il locale, calzò le scarpe, si infilò la giacca a vento in qualche modo, senza serrarne la cerniera, e, infine, si diresse verso la porta d’ingresso.
Ambra lo attendeva davanti all’uscio. Fuori, una luce che pareva innaturale irradiava ogni cosa. Nel cielo rosso porpora galleggiavano alcune nubi grigie, e, lungo la strada che conduceva alla radura, era apparso un arcobaleno davvero enorme: eppure, per tutto il giorno, non si era vista una sola goccia di pioggia. Ambra provò un forte bisogno di piangere, poi si consolò pensando che, quella, era la cosa giusta da fare.
“Seguiremo questo sentiero, tireremo sempre dritto. Non svolteremo e non ci volteremo mai indietro!”

Come spesso accade in molti sogni, il consueto paesaggio era mutato diventando pressoché irriconoscibile. Ambra non si sentiva disorientata. Avrebbe dovuto seguire Giovanni lungo la strada principale e l’uomo le appariva piuttosto sereno.

GIORNO 3650: MAI FIDARSI DI CHI ODIA LE FARFALLE.

“E così… questa casa è stata ereditata dall’amica!”, ribadì la donna lisciandosi il mento e rivolgendosi alla venditrice.
“Già. Solo da qualche tempo la famiglia ha deciso di mettere in vendita le due abitazioni. Dopo la morte dell’anziano decisero di trasferirsi in città, mi pare a Milano, dove la ragazza ha proseguito gli studi. Suppongo che i genitori abbiano agito in questo modo per evitarle un’inutile sofferenza.”
La signora Rusconi volse un ultimo sguardo al giardino, e, tutt’a un tratto, osservando le numerose farfalle che sorvolavano ostinate quelle due proprietà, si incupì. Forse si trovava di fronte a un vero mistero. Inoltre, da sempre, odiava ogni genere di insetto e ogni altro animale. Certo, le farfalle avrebbero rappresentato il male minore se messe a confronto con le mosche, gli scarafaggi, le api, oppure altri esserini davvero schifosi. Eppure doveva convenire che fossero dotate di un loro proprio fascino, ma ne era comunque infastidita. Questo, dal suo punto di vista, rappresentava un motivo più che valido per rinunciare all’acquisto dell’immobile che, per altre caratteristiche, aveva persino apprezzato.
Intanto il signor Rusconi, ancora preso a soffiare il suo grosso naso, raggiunse la sua auto, ne spalancò deciso la portiera e invitò la moglie, con un cenno della testa, a rimontare nell’abitacolo.
La vettura ripartì con una brusca accelerata e, sollevando una spessa coltre di polvere, svoltò oltre la curva direzionata alla provinciale.
La venditrice spazzolò stizzita il suo tailleur blu notte aiutandosi con il palmo della mano. Attese che quel polverone fosse svanito e mise in moto l’auto. Durante il tragitto di ritorno sperò con tutta se stessa di riuscire a concludere l’affare: quella casa le era già venuta a noia.

GIORNO 5: L’ASSENZA E’ MALINCONICA PRESENZA.

In classe Ambra si rivelò distratta. Per tutta la mattina non aveva atteso altro che il trillo della campanella. Ogni volta che socchiudeva gli occhi rivedeva il volto di Giovanni. Il sogno vivido di quella notte le aveva regalato l’opportunità di poter chiacchierare con lui un’ultima volta.
Al termine delle lezioni corse a casa, pranzò veloce, e poi si diresse al fiume.
Raggiunse presto il grande prato. Il sole risplendeva in un cielo terso, la temperatura era gradevole, e se non fosse stato per quanto accaduto, quel pomeriggio avrebbe potuto essere una vera pacchia.
Non aveva mai badato ai numerosi insetti che popolavano la campagna, per non parlare delle zanzare, una vera invasione! Un grosso scarafaggio nero aveva persino attraversato il sentiero proprio davanti a lei. Non aveva osato nemmeno toccarlo, le era mancato il coraggio.
I primi fiori, perlopiù delle smilze margherite, parevano danzare al ritmo lento di una brezza tiepida.
Giovanni le aveva tenuto compagnia tante volte durante quella solita passeggiata. Le stringeva la mano, le parlava del fiume e di come potesse ritirarsi durante l’estate. Se fosse stato presente in quel momento l’avrebbe di sicuro invitata ad osservare i teneri germogli apparsi sui rami delle robinie. E se gli fosse capitato di scovare un fungo velenoso, avrebbe pronunciato la medesima frase: “Attenta, un consiglio è come un fungo: quando è sbagliato può rivelarsi pericoloso”.

Ambra avvistò una farfalla. Era bianca e ogni sua ala esibiva un minuscolo puntino nero. Le svolazzò proprio accanto, sfiorandola, poi si allontanò zigzagando tra i fiori.
Quanto avrebbe desiderato conoscere il linguaggio delle farfalle!
Per oltre un’ora seguitò a vagare nei prati vicino al fiume. Delle sue farfalle non c’era traccia, ne incontrò altre, e tutte erano molto belle. Era piuttosto sicura che le sue piccole amiche fossero ancora insieme e che insieme sarebbero rimaste per l’eternità.
Fu colta dallo sconforto. Si accasciò nel prato. Strappando a uno a uno i petali di una margherita, la interrogò: “Rivedrò le mie amiche, sì o no?”. La risposta non riuscì a rallegrarla.
Quando il sole cominciò ad eclissarsi sulla linea dell’orizzonte si decise a far ritorno alla sua dimora.

Senza più energie, e senza nemmeno più un briciolo di speranza, giunta ormai ad un passo dall’uscio di casa sua, notò qualcosa che pareva agitarsi nell’aria nel giardino di Giovanni.
Si infilò di corsa nel passaggio segreto sotto la siepe sbucciandosi persino le ginocchia e scoppiò in una gioiosa risata.
“Siete proprio voi, siete proprio voi, vi ho ritrovato!”, gridò. Un corvo si levò rapido dai rami del ciliegio e volò via, lontano.
Si era sbagliata: le farfalle non avevano mai abbandonato il giardino dell’amico. Fu sorpresa da una gioia ancora più grande quando entrambe finirono per posarsi di nuovo sul suo braccio.
Ambra le osservava meravigliata e con immensa gratitudine.
“Siete ancora qui! Grazie, vi voglio un sacco di bene! Avete notizie di Giovanni?”

GIORNO 3660: OCCORRE SEMPRE GUARDARE AVANTI.

“Signorina Ambra, mi scusi, desidera apportare qualche modifica alla galleria?”
“No davvero, grazie infinite, non avrei potuto chiedere di meglio.”

La mostra di pittura sarebbe stata inaugurata l’indomani. I quadri erano stati esposti in parte alle pareti e in parte su alcuni cavalletti di legno.
“Le ho portato il giornale di oggi. Mi complimento ancora con lei. I suoi lavori sono sempre elogiati da tutti”, disse l’uomo con una certa enfasi. “Questo articolo definisce il suo talento raro e unico”, aggiunse, poi, sollevando lo sguardo e incrociando quello della ragazza: “Questo evento sarà un sicuro successo!”.
Ambra afferrò il quotidiano che il manager le stava porgendo. I dipinti da lei realizzati riscuotevano un grande interesse in tutta la penisola, e, da qualche mese, erano giunti dei riscontri persino dall’estero. Ambra non amava le lusinghe, in special modo quando queste riguardavano le sue opere. In poco tempo era riuscita a rendere la sua passione una vera professione: i suoi lavori non solo erano ammirati, ma anche acquistati, e guadagnava parecchio.
In molti sostenevano che le farfalle da lei dipinte fossero davvero straordinarie. Al contrario, Ambra le riteneva solo semplici, ordinarie. Le riproduceva con un eccessivo realismo, attenta a ogni più insignificante dettaglio, e, proprio per questo, gli esemplari dipinti regalavano l’impressione di essere vivi, eterni.

I coniugi Rusconi rinunciarono all’acquisto dell’immobile. La casa di Giovanni, come quella di Ambra, rimasero invendute ancora per un bel pezzo, riducendosi in ruderi pericolanti. Tutti gli abitanti di quel borgo erano convinti che potessero emanare una misteriosa energia capace di attirare a sé ogni farfalla che si trovasse nei paraggi. In paese nacque anche una leggenda secondo la quale le anime in transizione tra la vita e la morte, nell’ultimo lasso di vita terrena e nell’attesa di recarsi Altrove, assumessero le sembianze di una farfalla. Insomma, proprio una storia da pelle d’oca!

GIORNO UNO: TUTTO INIZIA E TUTTO FINISCE.

Giovanni aveva ricevuto quella brutta notizia ormai da diverso tempo, e, certo, non l’aveva presa bene.
Per parecchi mesi aveva pensato e ripensato, domandandosi come sarebbe stato quel momento, o cosa si sarebbe dovuto aspettare. Poi, con il trascorrere dei giorni, riuscì a metabolizzare le paure: le domò convertendole in forza, finché, all’improvviso, si originò in lui una sensazione di tranquillità che somigliava a una sorta di beatitudine dovuta alla rassegnazione.
Escludendo Ambra, nel mondo dei vivi, non aveva conservato nessun altro importante affetto. E questo avrebbe potuto essere una vera fortuna, un punto di forza. Aveva percepito l’esigenza urgente di buttarsi tutto alle spalle, amicizie comprese. Erano tutti lì quel pomeriggio, tutti presenti in chiesa, al funerale. Eppure, se avesse continuato a frequentarli, non avrebbe fatto altro che alimentare la malinconia dovuta alla mancanza di Anna. Un caratteraccio solitario e schivo lo aveva caratterizzato da sempre. Nella sua vita si era limitato a mantenere i rapporti necessari per una civile convivenza. Sua moglie Anna, viceversa, adorava la mondanità. Erano diversi, eppure si legavano alla perfezione: proprio come lo sviluppo in negativo e il suo positivo si sovrappongono nella medesima fotografia.
Si era allontanato dalle amicizie, senza rimpianto, senza alcuna tristezza, per lo stesso principio per cui aveva preferito trasferirsi: desiderava essere solo.
E questo fu ben chiaro a tutti e nessuno osò ricontattarlo mai più.

La solitudine giunse lenta. Fu come l’avanzare delle prime nebbie, che, col primo mattino, si generano da un terriccio umido e che, man mano, si ingrossano dando origine a timide illusioni che poi si gonfiano assumendo le sembianze di un muro, o di una spessa pellicola, celando anche ciò che si trova un poco lontano, anche a solo un palmo di mano, e così isolano e avvolgono tutto, proprio ogni cosa. Si percepiscono nell’aria, nelle narici, come pure addosso, sulla pelle; riescono a confondere, impediscono ogni orientamento, e soffocano lentamente ogni possibile credenza che, al di là di quella barriera, possa ancora esistere qualcosa di bello.
Ambra era stata il sole caldo capace di assorbire ogni più umido grigiore ormai stantio, diventato un’abitudine troppo facile.
Giovanni, però, ben sapeva che esiste un tempo per tutto. Sebbene provasse per lei un bene immenso, era giunto il momento di volare via.
Anna lo stava attendendo e già da troppo tempo.

FINE.