LA BALLATA DELLA LEGGEREZZA.


Caffè letterario WordPress del 23/01/2019.

Adeguarsi al cambiamento, come una nuvola muta forma assecondando la spinta del vento.
Sorvolare il letame con la grazia innata di una farfalla, che ben sa quando poggiarsi sopra un fiore, oppure su una spalla.
Balzare quatto come un gatto sulla miglior occasione, con metodica e oculata precisione.
Cavalcare senza paura il mare in tempesta e sfruttare dell’aria la forza, dell’onda la cresta, pur sapendo che il destino sarà infrangersi sulla battigia sabbiosa; sempre meglio di dover sopportare una giornata triste, o, peggio, noiosa.
Concepire un peso con relatività, come gli alieni di un altro pianeta, con minor gravità.
Essere un sole, irradiare ogni cosa d’oro, riscaldare e rendere fertile la terra, dare e ricevere amore per annientare anche la più piccola guerra.
Essere come una stella del firmamento, un luminoso e costante riferimento.
Gustare con leggerezza la vita, secondo dopo secondo, proprio come l’universo, senza alcuna fatica, riesce ancora a tenere sospeso il nostro pesantissimo mondo.

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REWIND.

FORSE, L’INIZIO.

Dopo una giornata intensa e l’ennesimo brutto litigio con mio figlio, mi decisi ad andare a dormire. Impiegai molto tempo per riuscire a prender sonno; mi risvegliai dopo pochi minuti, madida di sudore a causa di un sogno strano. Udii il fracasso di una pioggia torrenziale battere sulle tapparelle, la sentivo scrosciare sul tetto.
All’improvviso squillare del telefono, sobbalzai. Chi mai avrebbe potuto chiamare a quell’ora così tarda? Proprio in quell’attimo, il mio antico orologio a pendolo attaccò con i suoi rintocchi decretando la mezzanotte.
“Pronto, come dice, Tony? Oh mio Dio, arrivo subito!”
Sentii il sangue gelarmisi nelle vene, e il cuore pareva saltar fuori dal petto. Tony aveva avuto un incidente stradale ed era entrato in coma.
Ebbi un cedimento, ma dovevo farmi forza e raggiungere il Pronto Soccorso. Proprio in quell’attimo accadde qualcosa di strano. Il pendolo suonò per la seconda volta la mezzanotte. L’appartamento fu avvolto da un silenzio surreale. Fuori, nessuna auto scivolava sulla strada bagnata, e forse aveva anche smesso di piovere. Il talk show che trasmettevano alla tivù mostrava personaggi fermi, immobili, proprio come in una fotografia. Mi risollevai e, chissà come, riuscii a sturarmi le orecchie. Però, il conduttore della trasmissione si esprimeva in una lingua incomprensibile. Ebbi paura, tanta paura, tuttavia, incredula, seguitai ad osservarmi intorno. La bottiglia, che Tony aveva bevuto solo in parte, era rimasta al suo posto, al centro del tavolo. La pioggia aveva ripreso a scrosciare. Cosa diavolo era successo? Mi ero arrabbiata sul serio con Tony, per via della troppa birra che era solito bere, pur sapendo di dover guidare. Mi ero infuriata tanto con lui. Avevo gridato, furibonda. Tony, comunque, fece finta di non sentire.
“Sono adulto, so quel che faccio. E tu, madre, mi hai proprio stancato. Zitta!”, aveva urlato lui, con il volto distorto da una gran brutta rabbia. E poi, andò via, sbattendo la porta.
Le lancette dei minuti continuavano ad andare all’indietro segnando oramai solo pochi minuti alle undici. Dopo essermi infilata le scarpe ed essermi precipitata all’uscio, questo si spalancò così velocemente che per poco non mi prese in piena faccia. Mi venne un colpo al cuore quando vidi Tony. Mi parve tutto così strano! Mio figlio stava camminando all’indietro, mantenendo il volto rivolto all’ingresso, e, sempre in quella maniera, raggiunse la cucina. Gli andai dietro. Tony afferrò e sorseggiò la sua bottiglia di birra, solo che questa, anziché vuotarsi del tutto, si ricolmò fino all’orlo. Quella telefonata, probabilmente, era stata opera di qualche burlone, uno scherzo di pessimo gusto.
Il pendolo aveva suonato, di nuovo. Avevo contato undici rintocchi. Le sue lancette avevano ricominciato a girare in senso orario. In assoluto silenzio osservavo Tony. Improvvisamente accusai una fitta al petto. Crollai a terra. Tony, vedendomi in quello stato, rinsavì all’improvviso. Chino sopra di me, sussurrò: “Mamma, scusa. Hai ragione, non dovrei bere tutte quelle birre. Mamma… mamma?”
“Sto bene, Tony. Non sono mai stata meglio, credimi.”
Mi risvegliai piuttosto agitata. Avevo fatto un altro sogno. Non mi trovavo nel mio letto. Uno strano ticchettio scandiva ogni secondo, ed io ero seduta su una sedia, e di fronte a me penzolavano i tubicini delle flebo.
Mi ero assopita. Io, Tony. L’incidente. Noi eravamo nel reparto rianimazione dell’ospedale.
“Mamma”, sussurrò lamentosa la sua voce roca.
“Amore mio, ce l’hai fatta! Sei tornato. Sono qui, ti rimetterai. Oh, mio Dio, non sai che spavento… e quanto ti amo… ”.

LA SIGNORA PIA.

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“Questa casa, un tempo, doveva esser stata piuttosto accogliente”.
“Qui, sul citofono, si riesce ancora a leggere un nome: Pia, Pia Pozzoli. Ti dice qualcosa?”

Pia era una bambina curiosa, tuttavia, in tanti, già allora, la definivano strana. Strana perché a tutti regalava l’impressione di essere sempre intenta a pensare, e soleva farlo anche più spesso di quanto capita a un adulto.
Mentre qualcuno le parlava, lei aggrottava la fronte, tenendo a lungo lo sguardo fisso nel vuoto. Si distraeva facilmente, osservando le nuvole o l’orizzonte, oppure reggeva e rigirava di continuo tra le mani qualunque cosa che le fosse capitata a tiro: poteva trattarsi di una penna, di un fuscello di legno, di un soprammobile. Anche osservando gli oggetti comuni, lei riusciva a scovare sempre una sfumatura di colore, piuttosto che una leggera variazione della materia, una ruvidità inaspettata, un disordine nella trama, o il più minuscolo difetto. Insomma, si perdeva ad osservare cose che la maggior parte della gente non si sarebbe nemmeno presa la briga di considerare. E, infine, cercava la spiegazione logica di tutto.
Pia era in grado di fantasticare in una maniera tutta sua. E, per quanto le sue idee, che senza tregua le affollavano la testa, potessero risultare a dir poco geniali, apparivano talvolta fin troppo grandi per una bimbetta della sua età. Non risultava simpatica, né si poteva definire una chiacchierona. Quando era obbligata ad esprimersi, utilizzava un linguaggio così tanto forbito che, spesso, poteva dare sui nervi.
Tuttavia, dentro di sé, Pia coltivava un’infinità di sogni pazzeschi: desiderava colorare di rosa la Tour Eiffel, magari nebulizzando la pittura da un aereo in volo; oppure, osservando la fotografia del Colosseo, ragionava su come poterlo riparare, e, talvolta, si incantava persino a osservare dalla sua finestra la montagna che dominava la campagna circostante: stava valutando un modo per riuscire a incidere il suo nome su quelle pendici, in modo che si sarebbe potuto leggere anche a svariati chilometri di distanza. Per contro, non le importava nulla di tutte le cose che dicono o che fanno i bambini e non era interessata ai loro giochi, e nemmeno ai loro stupidi passatempi.

“No, io non mi ricordo di lei. Hai detto che è mancata tre anni fa, giusto?”
“Sì, ha campato per ben novant’anni.”

Quando Pia frequentava la scuola elementare e si ritrovava a dover studiare storia, provava una grande invidia per tutti quei grandi personaggi, che, per un motivo o per l’altro, erano riusciti a farsi ricordare nel corso degli anni, o addirittura lungo il corso dei secoli: Giulio Cesare, Leonardo Da Vinci, Galileo Galilei, Darwin.
E proprio grazie al suo sussidiario, si fece strada in lei l’ossessione che diventò il tormento della sua lunga vita.
Lia era incuriosita da tutto. Un giorno, appena rincasata dopo aver partecipato a una Santa Messa domenicale, espresse alla madre il desiderio di imparare a suonare il pianoforte. In chiesa le era capitato di far caso al suono dell’organo, la cui viva e vibrante melodia aveva risvegliato in lei l’autentico desiderio di diventare una musicista. Sua madre accolse con entusiasmo la richiesta. Trascorsero due settimane, e Pia prese la prima lezione privata. Apprendeva con facilità, grazie alla sua intelligenza; era una ragazzina caparbia, metodica, diligente nello studio. Imparava con naturalezza ogni genere di scala, gli accordi più difficili, e persino i solfeggi. Eseguiva in maniera sciolta tutti gli esercizi che le avrebbero permesso di mantenere la corretta posizione delle dita sui tasti. Lezione dopo lezione, e anche piuttosto in fretta, diventava sempre più capace.
“Un giorno comporrò una musica che risuonerà in tutte le radio e nelle orchestre di tutto il mondo!”, aveva esclamato allegra, una sera, abbracciando la madre, prima di andare a dormire.
Pia non si era limitata a suonare il pianoforte: grazie a un innato orecchio musicale e a uno spiccato senso del ritmo, maneggiava con scioltezza le nacchere, batteva grintosa sul tamburello, strimpellava la chitarra scordata che apparteneva a suo zio, e se la cavava persino con la vecchia fisarmonica del nonno, che nessuno sapeva di avere ancora e che era stata rinvenuta per caso, dentro un sacco di plastica, in cantina.
In egual misura, Pia amava anche la poesia. All’età di undici anni vinse un concorso scolastico per il quale era stato richiesto un componimento in rima. Fu fotografata con un largo sorriso e le venne dedicato un articolo che fu pubblicato su un giornale locale.
Dopo quell’evento, Pia si mise in testa di poter comporre, oltre alla musica, anche i testi delle canzoni, che presto si tramutarono in poesie, e che poi diventarono racconti di vario genere. Alla sera si ritagliava il tempo necessario per tenere un diario personale. Era costretta ad incollare sulle pagine, come appendici, dei fogli a righe, dato che lo spazio a disposizione non risultava sufficiente per raccontare le sue giornate. Tutte le sue agende erano stracolme, gonfie come un enorme ventaglio, e richiuderle era un’impresa inpossibile.

“Ma, come può essere che io non l’abbia proprio presente? Sono nata qui, mi sarà pur capitato di incontrarla, che so!, per strada, oppure da qualche parte!”
“Nemmeno sulla tomba, al cimitero, c’è la sua fotografia!”

Pia non aveva trascurato neanche l’arte e il disegno. Aveva eseguito alcuni ritratti. Con una matita riusciva a copiare qualsiasi cosa in maniera quasi perfetta, mancava però di talento nello stendere il colore. Tutte le volte che aveva provato a dipingere qualcosa, era stata sempre costretta a buttare via tutto.
Sin da ragazza adorava leggere libri di ogni genere: biografie, saggi, romanzi, ma aveva sempre privilegiato quelli indirizzati ad un pubblico adulto. Sugli scaffali della modesta biblioteca comunale del suo paesello non c’era volume che non avesse sfogliato, o almeno tentato di leggere. Vi trascorreva intere ore, dopo la scuola, soprattutto durante i pomeriggi più freddi, d’autunno e d’inverno. Leggeva e volava via, lontano. Di tanto in tanto, soleva perdersi ad osservare oltre la grande vetrata, sognando di essere protagonista di una meravigliosa storia di cui era appena venuta a conoscenza. La vecchia bibliotecaria le sorrideva sempre. Una volta le confidò: “i giovani dovrebbero somigliare tutti a te, invece, questa piccola biblioteca è spesso deserta. Sai, i libri sussurrano, chiamano, fremono, eppure sono pochi coloro che riescono a sentirli, che desiderano ascoltarli.”
Pia immaginava che ciascuno di quei volumi potesse celare un proprio e misterioso alito di vita e riuscisse a vantare una propria voce. Anzi, doveva essere proprio così: per scrivere, si dice che uno scrittore debba dannarsi con anima e corpo. Così, riga dopo riga, pagina dopo pagina e capitolo dopo capitolo, l’essenza dell’autore doveva esser stata assorbita dalla carta, doveva esserci caduta, scivolata dentro insieme alle parole, insieme alle idee.
Pia, quella sera, lasciò la biblioteca canticchiando e saltellando: era felice. D’accordo con sua madre, sarebbe rientrata a casa prima che fosse calato il buio.
Pia pensava spesso alla morte, ma non ne aveva timore. A tormentarla, piuttosto, era un solo chiodo fisso: allorquando non fosse più esistita, e qualora fossero mancati anche i suoi affetti, nessuno avrebbe più serbato alcuna memoria di lei. Nessuno avrebbe avuto un valido motivo per ricordare la sua esistenza.
Urgeva fare qualcosa. Doveva! Intendeva lasciare al mondo un segno del suo passaggio. Prima o poi ce l’avrebbe fatta, sarebbe riuscita a compiere un gesto che sarebbe stato ricordato per sempre. Per sempre, quelle parole conservavano un fascino assoluto, avevano suono straordinario, tanto che Pia decise di utilizzarle come titolo per il suo romanzo. Dopo aver cenato, con la testa sempre persa tra le nuvole, si mise all’opera. Avrebbe cominciato a scrivere un libro, il suo. Vi avrebbe riversato dentro anima e corpo, tutti i pensieri. Sarebbe stato un successo, così, tramite il suo lavoro, Pia avrebbe acquisito un po’ di immortalità, contaminando la vita degli altri, e spingendosi oltre la sua limitata esistenza.

“Guarda, il vetro della finestra è rotto. Fammi dare almeno una sbirciata, sono curiosa!”
“Qui c’è scritto che la casa è pericolante, non sarà pericoloso?”

La signora Pia, in vita sua, non aveva mai traslocato. Furono i suoi genitori a trasferirsi in un nuovo appartamento più piccolo, quando lei annunciò di voler sposare un ragazzo, che, subito, dovette arruolarsi per la guerra, e che, quando ritornò, era già diventato un uomo.
Pia non credeva nella fortuna, era convinta non fosse destinata a restare troppo a lungo nello stesso posto, e, difatti, accadde che quell’amore si dissolse in fretta, troppo in fretta, proprio come era arrivato.
La signora Pia aveva pianto per giorni interi quando il marito l’aveva lasciata. Era rimasta sola, sola in quella casa parecchio umida, diventata troppo piccola per contenere tutti i ricordi e fin troppo grande per riuscire a gestirne gli spazi.
In un angolo del soggiorno crepitava il camino, sul lato opposto attendeva silente il pianoforte. Ovunque erano stati sparpagliati dei fogli che mostravano disegni insensati o parole inutili. Il piccolo divano a due posti era invaso da pile storte di libri già letti, e qua e là, poggiati sul mobilio, c’erano oggetti di ogni genere che non sarebbero serviti a un bel niente.
Pia, travolta da un’ondata di isterismo, gettò nei sacchi dell’immondizia tutto ciò che le capitava tra le mani. Quando ebbe finito, quella stanza non le parve più la sua.

Talvolta la assaliva una specie di nostalgia, che le faceva desiderare di poter vivere al mare. Non che la stretta vicinanza alle montagne le dispiacesse più di tanto, tuttavia la portava a provare più o meno la stessa sensazione regalata dai suoi capelli: erano morbidi, lisci, ma le sarebbero piaciuti di più se fossero stati ricci.
Cominciò a scrivere un secondo romanzo dato che il primo era rimasto in fondo a un cassetto. Con il senno di poi, non era nient’altro che una storiella adolescenziale, scialba e immatura.

“Là, guarda, vedo un camino!”
“Per la miseria, hai notato quanti fogli sono stati disseminati in giro? E quello parrebbe un giradischi. Sì, è proprio un giradischi. Magari funziona ancora, che peccato! Verrà di sicuro coperto dalle macerie.”

Pia ascoltava spesso i Queen, li adorava. Trovava originale la loro musica, la giudicava intramontabile. Aveva anche un debole per le sue pentole di acciaio inossidabile, per gli elettrodomestici della Zoppas, e per i calendari perpetui realizzati con i dadi di legno: ne possedeva addirittura tre. Amava i bambini, ovviamente quelli degli altri, ma anche quelli che non avrebbe mai avuto.
Odiava le rughe che, giorno dopo giorno, facevano la loro comparsa sul volto. Odiava quando cominciava a consumarsi la suola delle scarpe, e detestava anche quella sensazione di impotenza e di solitudine così tanto forte da toglierle il fiato. Tuttavia non aveva ceduto alla tentazione di prendere con sé un animale da compagnia, cosciente che, in ogni caso, avrebbe avuto un’esistenza troppo breve.
La signora Pia proprio non riusciva a star ferma, così ricominciò a scrivere, riprese a suonare e a disegnare. Non aveva mai smesso di pensare, perché aveva ancora troppi sogni da realizzare.
Quanto avrebbe desiderato possedere il cervello di Einstein, le mani di Monet, il talento di Paul Newman, Il carisma di Che Guevara, la creatività di Bach.
Doveva pur esistere almeno una cosa che avrebbe potuto realizzare in maniera magistrale. Ci pensò su per diversi giorni, poi si imbatté in un cartello pubblicitario affisso alla fermata dell’autobus e scritto alla bell’e meglio con un pennarello. Decise di iscriversi a quel corso di teatro.

“Ciao, cosa state combinando?”
“Stiamo curiosando dentro questa casa. Per favore, dicci che conoscevi la vecchietta che abitava qui!”
“No, mi spiace, non ne so niente. Quando avevo visto i paramenti, ricordo di aver chiesto a mia nonna. E neppure lei l’aveva vista in faccia, però era certa che si fosse ammalata, e, pace all’anima sua, nemmeno sapeva di cosa. Mi aveva raccontato che quella donna trascorreva ormai intere stagioni senza uscire di casa. Tutte le mattine mia nonna notava sopraggiungere il furgone del negozio di alimentari. Il conducente scendeva, suonava il citofono, poi eseguiva la consegna poggiando un sacchetto dietro l’uscio aperto dell’appartamento.”

La signora Pia si rimise al lavoro: il terzo romanzo. Il secondo era stato spedito qualche anno prima a un paio di case editrici, ma nessuno si era preso la briga di inviarle almeno una risposta. Si percepiva acciaccata, ormai non era più giovane, tuttavia era più o meno certa di aver raggiunto l’età ideale per scrivere. Era convinta che, per riuscire a raccontare bene qualcosa, bisognava aver maturato la giusta esperienza.
Ogni tanto suonava il pianoforte. La fisarmonica, invece, si era irrimediabilmente rotta. E aveva smesso con il teatro: aveva sognato di imparare a recitare, con la vaga speranza di approdare al cinema. Il successo non l’allettava: della fama in sé ne avrebbe ricavato poco, oppure niente. Le sarebbe però piaciuto essere immortalata, almeno una volta, in una pellicola; la considerava come una specie di assicurazione, per evitare di scomparire dalla faccia della Terra il giorno che fosse morta. Ma quello stupido regista, venendo a conoscenza delle sue capacità musicali, senza alcuna esitazione la mise dietro all’organo, rassicurandola: “il tuo ruolo è uno dei più importanti. Sai, in uno spettacolo, la musica è fondamentale”.
Pia mantenne fede all’impegno preso, ma a spettacolo concluso si dileguò, e abbandonò le scene per sempre.

In primavera, nella sala d’attesa del dottore, le capitò di notare un uomo interessante. Non portava la fede, e Pia dedusse che non fosse sposato. Accortosi di essere osservato, lui le sorrise. Beh, fece come meglio poté, tra un colpo di tosse e l’altro. Lei arrossì, si emozionò, ma poi provò tanta paura. Ormai, a cinquant’anni suonati, si sentiva troppo vecchia per certe cose. Lungo la strada del ritorno il vento tirava forte. E Pia l’aveva sempre odiato il vento.

Più l’età avanzava, più diminuivano le chances di realizzare il suo obiettivo.
Strappò con ira il pendolo dalla parete. Osservando alcuni passanti dalla finestra si rese conto di invidiare tutti, e perse di colpo ogni voglia di uscire.
Ormai teneva tutto il giorno le tapparelle abbassate. Nella casa le luci restavano sempre accese. Non guardava la Tv perché, a suo dire, non veniva trasmesso nulla di interessante. Si era data all’intaglio del legno, al ricamo, e per non annoiarsi risolveva cruciverba e parole crociate, di cui aveva fatto una gran scorta dal giornalaio, nel corso di una delle sue ultime uscite.
Il terzo romanzo era stato ultimato piuttosto in fretta, e, come il secondo, era stato spedito.
Pia non demordeva mai. Pur di esser ricordata in eterno, sempre era stata disposta a tutto.
Una mattina si svegliò molto presto, forse a causa di un sogno, con in testa l’idea di compiere un gesto estremo. Sarebbe senz’altro riuscita a ottenere un articolo su tutti i giornali, e non giornali qualunque: avrebbe avuto la prima pagina delle testate più importanti, quelle nazionali.
Si sciacquò velocemente il viso con l’acqua fredda, indossò degli abiti comodi, poi afferrò un grosso coltello da cucina e lo infilò decisa nella lunga tasca interna del soprabito. Ma, giunta sulla soglia, ebbe un fortunato ripensamento, così richiuse l’uscio e ritornò in casa. Si rese conto che quella non sarebbe stata la maniera giusta per esser ricordata a lungo. Si accasciò al suolo stremata, piangendo, e si assopì ancora un po’, lunga e distesa, sul pavimento gelato.

“Chissà che polverone solleverà questa demolizione.”
“Già, domattina sarà meglio tenere ben chiuse tutte le persiane per evitare che ci penetri in casa.”


L’indomani, Pia, ritrovata la calma, cercò un numero di telefono sulle Pagine Gialle e fece una chiamata.
Un paio di settimane dopo, la sua casetta grigio cenere fu impalcata su ogni lato. Alcuni operai cominciarono a verniciare le mura e il cemento cinereo fu ricoperto con un vivace azzurro chiaro. In seguito, sulla facciata, sarebbero dovute comparire alcune nuvole bianche, ma, purtroppo, i vigili urbani, che già si trovavano nei paraggi, insospettiti da quello strano colore bussarono alla porta di Pia. Quando riapparirono nel cortile, ordinarono con tono severo l’immediata sospensione di quel lavoro perché mancavano i permessi necessari. Nel giro di qualche ora, la piccola casetta ritornò suo malgrado ad essere grigia. Pia non ebbe mai il piacere di veder realizzate quelle nuvole sulla propria casa, inoltre, in aggiunta all’inutile compenso che dovette elargire agli sprovveduti operai, si ritrovò a dover pagare una multa esagerata.

Quando Pia venne a conoscenza dell’esistenza di Internet, rispolverò il grosso computer che, per curiosità, aveva acquistato qualche anno prima. Alcuni tecnici le installarono un modem e trovò fantastico avere la possibilità di raggiungere una miriade di utenti in tutto il mondo. Così, nonostante la sua età avanzata, con molta fatica, fu presto in grado di aprire un blog. Poi si diede un gran da fare, postandovi numerosi scritti, alcune fotografie, e persino qualche suo disegno. Escludendo una scarsa decina di followers, capitati per caso e chissà come, nemmeno questa ennesima trovata riscosse il successo agognato.

Dopo una intera vita di ragionamenti, di studi, di teorie e di pratica, una lunga esistenza inseguendo obiettivi, sogni e speranze, Pia decretò che non avrebbe fatto più nulla: nulla di nulla. Le mani le dolevano, le gambe erano stanche. Il dottore, ogni due giorni, era costretto a passare da lei.

In casa ormai sibilavano solo i libri, gridavano tutte le sue invenzioni, si agitavano tutte le sculture sconquassate, e avevano tante cose da raccontare tutti i fogli di carta abbandonati ovunque. Ma Pia non sentiva, ma Pia non faceva più caso a niente.
I Queen, invece, tacevano. Tra le mura di quella casa avrebbero taciuto per sempre. Freddie Mercury era morto, la Zoppas aveva dichiarato il suo fallimento, il telefono poggiato alla mensola rimaneva impolverato e muto, e anche il campanello trillava soltanto per la consegna della spesa o per la consueta visita del dottore.
Lo specchio, appeso in soggiorno, lo stesso che, difficilmente, accettava di esser guardato, rifletteva le luci del giorno, poi, di notte, i tenui luccichii dei lampioni o dei fari delle auto di passaggio: erano solo delle sottili scie luminose che riuscivano a penetrare in casa dalle commessure delle tapparelle. Talvolta, nello specchio appariva di sbieco anche un volto vecchio, malato e stanco, un volto che era diventato quello di una sconosciuta.

“Però, è davvero strano che nessuno riesca a ricordarsi di questa signora.”
“Probabilmente sarà stata una di quelle persone solitarie, pigre, o magari fannullone, che non hanno combinato niente di buono nella loro vita.”
“Già, sarà andata così, come dici tu. Suvvia amiche, non perdiamo altro tempo. Sentite che razza di vento si sta alzando! Sarà meglio raggiungere il bar, vorrei una bella cioccolata calda. Brrr, oggi, qua fuori si gela!”

16 settembre 1835.

Recatosi sul ponte del brigantino, richiamato dalle grida che il Capitano Fitzgerald stava rivolgendo all’equipaggio, Charles fu folgorato dall’incredibile spettacolo offerto dalla natura. Sebbene fosse dotato di una fervida immaginazione, mai prima d’allora avrebbe potuto credere nell’esistenza di un luogo simile.
Poco dopo lasciò che i suoi passi sprofondassero nella sabbia dorata. Risalì e attraversò la battigia finché raggiunse le prime zolle verdi che anticipavano il graduale infoltirsi della foresta.
Intento a contemplare ogni specie vivente di quel paradiso selvaggio e variopinto, all’improvviso si imbatté in qualcosa di insolito. Si chinò a terra, in contemplazione.
Alcune foglie carnose si avviluppavano a un fusto resistente che si ergeva ritto, per poi assumere, all’apice, una curvatura tutt’altro che flaccida. Quella sinuosa flessione mostrava tutti i dettagli di una esotica e rara bellezza.
Petali violacei e sepali vellutati esibivano macchie scure che sembravano opera di un pittore e che evocavano i tratti di un volto. Come per magia, elargivano a quello splendido vegetale, che ondeggiava alla brezza oceanica come cullato da un soffio vitale, le mere sembianze di un essere vivente che desiderava protendersi in direzione di Charles.
L’uomo osservò vibrare il lapello centrale, lungo e teso sopra un’antera gonfia e traboccante di polline. Così, incapace di resistere, si apprestò con l’indice a sfiorare lo stigma, che, umido e pulsante, pareva volesse sgusciar via da sotto al suo dito, e proprio sotto al suo naso.
Ancora estasiato da quel concentrato di perfezione selvaggia e incontaminata, che era in grado di incarnare ogni meravigliosa peculiarità dell’isola ove si era originato, decise di catalogarlo sul suo taccuino affibbiandogli il nome di orchidea cometa. Pensò che, come una stella brillando rivela i misteri di un angolo del cielo, la scoperta di quel raro fiore viola avrebbe potuto illuminare le sue ricerche sull’evoluzione della specie.



RICORDI D’ESTATE.

800

Nel corso della bella stagione ci incontravamo sempre in cortile. Abitavamo nella stessa palazzina: io a pian terreno, lei, invece, occupava l’appartamento sopra il mio. Giocare sull’altalena, che era stata installata nel centro esatto del giardino, era il suo passatempo preferito. Non passava giorno che non vi si dondolasse, quasi volesse dimostrare a se stessa che il cielo non era poi così lontano e che, con un po’ di buona volontà, prima o poi, sarebbe anche riuscita a toccarlo. Era una ragazzina testarda che amava sognare. Scendeva giù in cortile e la vedevo avvicinarsi a quell’aggeggio con un passo leggero.

Utilizzava quel gioco in una maniera davvero particolare: poggiava i talloni sull’asse di legno, poi piegava le gambe, le raccoglieva al petto e le abbracciava, dopodiché allacciava le mani ai polsi e cominciava a oscillare. Non ci pensava nemmeno di reggersi alle corde. E dopo un po’, dava spettacolo: lasciava scivolare piano, con dolcezza, la sua schiena all’indietro, stringeva dunque l’asse di legno nella morsa delle cosce e dei polpacci, e faceva andar giù di colpo la testa, e senza mai smettere di spingersi. Temevo potesse rompersi l’osso del collo, e più d’una volta, lo ammetto senza vergogna, con questo suo numero acrobatico mi ha fatto mancare il fiato. Osservandola avevo come l’impressione che nel dondolio dell’altalena la sua anima tentasse di raggiungere non solo il cielo, l’immenso, ma anche i suoi sogni.

La ragazzina nutriva un grande desiderio, quello di diventare una brava ginnasta, e nel caso non ci fosse riuscita, bene, allora si sarebbe accontentata di poter calcare i palchi dei teatri più rinomati del mondo in qualità di ballerina. Il suo essere così spericolata non era solo un capriccio dovuto alla giovane età, era piuttosto un’esigenza del corpo e della mente. Lei voleva osare, e desiderava utilizzare l’altalena in maniera impropria, pericolosa, considerandola un esercizio che l’avrebbe avvicinata al suo futuro.
Tuttavia, in ogni caso, intendeva esibirsi sfidando la gravità, per riuscire a resistere sospesa nel vuoto, proprio come sapeva fare Carla Fracci, la sua artista preferita.

I lunghi capelli biondi si lasciavano accarezzare dai raggi dorati del sole, e nel corso delle sue evoluzioni ricadevano leggeri verso terra; pareva quasi che nell’aria sapessero disegnare un’esplosione di polvere d’oro.

Io non osavo disturbarla, ma non nego che amavo spiarla. Infatti, non appena sentivo echeggiare i suoi passi leggeri e monelli nella tromba delle scale, subito mi affacciavo alla finestra con l’intento di non perdermi lo spettacolo che presto avrebbe dato. Attraversava leggera il grande prato, aveva un passo che pareva una danza, e una volta davanti all’altalena la studiava solo per un momento, poi, con un portamento elegante e con un balzo a piedi uniti, si sistemava sull’asse di legno. E iniziava a dondolarsi. A questo punto io correvo a infilarmi le scarpe da ginnastica, e mi precipitavo giù, in cortile. Quatto quatto, e stando ben attento a non far rumore, raggiungevo una siepe, che, per tutta l’estate, era solita offrire dei piccoli frutti verdi, duri e appiccicosi.

Lei puntava sempre lo sguardo verso nord. Credo che amasse osservare le montagne, che da quel lato si stagliavano contro il cielo chiudendo l’orizzonte, perciò passare inosservato non era un’impresa difficile.

Sono certo che lei mi piacesse, ma non ero ancora in grado di comprendere fino a che punto. Anzi, a essere sincero, mi disturbava l’idea d’aver maturato, seppur in maniera inconscia, un tale pensiero. Mi tormentai a lungo, cercando di capire il motivo per cui non me ne fossi mai accorto prima, e alla fine dovetti accettare la più ovvia delle conclusioni: quella monella avrebbe potuto essere la sorella che non avevo mai avuto.

Però, ancora oggi devo ammettere che lei era davvero carina, nonostante avesse delle gambe più che snelle, oserei dire fin troppo magre. A ogni modo, quando le agitava in aria, riusciva a regalare a chiunque l’impressione di essere una creatura angelica. La invidiavo un po’ per quella sua innata scioltezza, ma anche per quella sua natura allegra e stramba, quasi selvaggia, e soprattutto la ammiravo per la determinazione e per il coraggio che dimostrava anche giocando. La mia indole era invece quella di un pavido: non ci tenevo ad andare sull’altalena, tantomeno a testa in giù, in una posizione così pericolosa e scomoda. Tuttavia non posso negare che ne fossi incuriosito.

Certe volte non si accontentava di restare semplicemente capovolta e immobile, e allora, con una tecnica tutta sua, cominciava a scalciare nell’aria, cercando di far avvolgere le corde attorno alle caviglie, perché se non ci fosse riuscita, lei lo sapeva bene, sarebbe rovinata a terra e non avrebbe potuto esibirsi in quella lunga serie di giravolte mozzafiato.

Non era una ragazzina granché fortunata, i suoi genitori litigavano spesso, praticamente tutti i giorni dell’anno, e non si curavano di lei o del trascorrere delle stagioni. Le loro discussioni erano oltremodo chiassose, così tanto che riuscivano a penetrare sin dentro al mio appartamento, e presumo anche in quello di altri condomini. Nonostante i suoi non fossero dei genitori modello, lei non perdeva mai il sorriso e nemmeno la voglia di giocare. Credo di non averla mai vista con il broncio, neanche quando il suo piccolo mondo fatto di segreti innocenti e di grandi sogni rischiava di franarle addosso. La sua allegria non voleva che saperne di arrendersi e i suoi occhi rilucevano sempre, come stelle. Un giorno mi confessò di non poter frequentare un corso di ginnastica artistica al quale teneva molto. In quell’occasione sul suo volto non scorsi tristezza o rassegnazione: tutta la sua figura era come avvolta in una luce che prometteva a me, e al mondo intero, che un giorno sarebbe riuscita a coronare i suoi sogni. Io, nel mio intimo, forse con un po’ di ingenuità, ero convinto che lei sarebbe stata in grado d’imparare da sé ogni genere di arte, e che, nel corso della sua vita, sarebbe riuscita a ottenere qualsiasi cosa.

Anno dopo anno, sempre nel mese di agosto, io e la mia famiglia ci recavamo in vacanza al mare, lei, invece, non andava mai da nessuna parte: i suoi genitori non avevano soldi da buttar via in svaghi e divertimenti.

Quando cominciavo ad annoiarmi, le sparavo addosso le mie munizioni, che erano i frutti verdi e duri della siepe dietro la quale ero solito nascondermi. I primi colpi andavano quasi sempre a vuoto, ma gli altri no. Quando la beccavo, lei rideva di gusto, poi mi ammoniva e metteva su un faccino fintamente duro, che a me faceva tenerezza. Diceva: «Smettila, scemo! » Io incassavo un poco la testa nelle spalle, restavo in silenzio un secondo o anche meno, dopodiché la salutavo.

«Buongiorno.»

Al mio saluto lei rispondeva con un sorriso d’innocenza maliziosa.

«Tu sei solo capace di stuzzicarmi! »

«Non è vero», ribattevo, con un fil di voce.

«Dovresti provare ad andare sull’altalena come faccio io, invece di fare lo scemo. »

Inghiottivo a vuoto, perché di saliva, in bocca, mi sembrava di non averne più nemmeno una goccia.

«Dài, prova! È divertente. »

Doveva leggermelo negli occhi che non sarei mai e poi mai salito su quell’aggeggio, e così si divertiva a pungolarmi.

Schioccavo allora la lingua nella bocca e, fingendo di essere un duro, le spiegavo che a me non piacevano certi giochi per femmine.

«Non è un gioco per femmine. È che tu sei un fifone», diceva, e poi scoppiava a ridere, lasciandomi lì da solo con i miei proiettili ancora chiusi nella mano.

Un giorno, apparentemente uguale a tutti gli altri, mi parve d’aver sentito i suoi passi lungo le scale. Sporgendomi dalla finestra, notai che l’altalena era immobile, e che in giardino non c’era anima viva. Tuttavia rimasi in attesa per qualche minuto, sperando di scorgerla. Niente, di lei neanche l’ombra. Però non ero ancora convinto, ragion per cui decisi di verificare più da vicino che giù non ci fosse nessuno. La verità è che mi stavo annoiando a morte e di stare ancora sul letto, a pancia all’aria con il walkman attaccato alle orecchie, non avevo proprio voglia. Avevo già ascoltato The Final Countdown, il mio album preferito, per ben due volte consecutive, e adesso non ce la facevo più a stare fermo e solo. Avevo una voglia matta d’incontrarla per giocare insieme a lei.

Dopo aver guardato in ogni direzione, mi rassegnai.

Ma, in quel preciso istante, l’altalena fu travolta da una carezza di vento ed emise un cigolio strano. E udii quell’invito che essa pareva rivolgermi: «Dài, sali anche tu!»

Senza comprendere bene come e perché, solo dopo essermi assicurato per l’ennesima volta che tutt’intorno non ci fosse nessuno, mi ritrovai seduto sul seggiolino di legno. Se fu io a scegliere di salirci sopra o no, non lo so; fatto sta che non potevo più fuggire, potevo solo tirare fuori dal petto tutto il mio coraggio. Prima che potessi rendermene conto mi stavo dondolando. Ancor oggi non so spiegare come accadde, ma o le mie mani non reggevano più le corde. Come guidato da una forza arcana, imitai la ragazzina, ogni gesto che le avevo visto fare per portarmi a testa in giù, e ci riuscii. Le mie gambe stringevano nella loro morsa l’asse, e io dondolavo, e il mondo era tutto sottosopra. Roba da matti!

A un certo punto accusai un capogiro, come se fossi ubriaco.

Ebbi una visione: il cielo si tramutò in acqua e vi sguazzavano alcuni bizzarri pesci-uccello; le nuvole diventarono onde spumose e altissime che cercavano di sommergere una grossa palla luminosa. Per contro, quella che doveva essere la terra era finita sopra di me e si era trasformata in una specie di tetto popolato da enormi insetti alieni che zampettavano veloci e capovolti.

Riuscii a realizzare d’esser entrato in contatto con un fantastico mondo magico. Era il suo mondo. Poi due crampi, uno dietro l’altro, al polpaccio destro e poi anche al sinistro, mi riportarono presto alla realtà. Fui nel panico più totale. Cominciai a mulinare le braccia, allentai la presa delle gambe legate al seggiolino, e mi ritrovai lungo disteso a terra e con il sedere a mollo dentro una pozza di fango, poiché quella notte era anche piovuto. Non mi piacque affatto, tanto più che mi bastò mezzo secondo per realizzare che il mio corpo era tutto un dolore, e che sulla mia faccia c’era qualcosa che per poco non inghiottii. Lo pinzai fra le dita e non faticai a dedurre che si trattava di un piccolo frutto verde. E subito dopo udii una forte risata, e la vidi di fronte a me, dolce e irriverente.

«Ehi, scemo, ti sei fatto male? L’altalena è roba da femmina, vero?”»

Con le gote ancora infiammate la rincorsi per tutto il giardino. Nella corsa ero certo di primeggiare; e quando mi riuscì di afferrarla, la atterrai con un sgambetto delicato, e poi la strinsi a me, forte, così tanto forte da farle quasi mancare il fiato.

 

PARIGI, 1783.

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Nell’accomodarsi seduto e bene al caldo vide dentro al camino, che quasi andandovi troppo vicino potea prender fuoco, due scintille salir su come fossero delle stelle. Gli era presto soggiunto un pensiero, ma meglio domandar aiuto a un tale le cui mani sapevano arrivar dove non arrivava la vista degli altri.
Il desio di una tale impresa gli turbò a lungo il sonno, e lo stesso capitò al fratello, fino a che, un dì, dopo un gran baleno, scoppiò d’improvviso il tuono. Fu allora che tutto divenne chiaro, e, infatti, con uno strano disegno in mano, i due decisero di presentarsi umili a quel cospetto.
Trovato che fu monsieur De Bois e mostrata l’idea, si convinsero ch’egli li pensò dei pazzi, ma Joseph lo rassicurò: “Volerà, lo prometto, e Voi verrete ripagato per l’impegno!”.
Andò così: che la macchina volante riuscì a funzionare davvero, e Parigi, per intero, rimase col fiato sospeso e col naso in aria nel veder pascolar sopra le nuvole un’ oca, un gallo, e pure una pecora, proprio sotto un enorme pallone.
Indi, da quel dì, tutto parve esser diventato possibile, come ogni lor più strambo e più ardito sogno.

UNA STORIA… DA PIRATI.

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Il vecchio alto e smunto raggiunse il timone. I suoi capelli lunghi, oramai bianchi, ondeggiavano al vento e si agitavano sopra le spalle larghe e storte; e indossava anche una bandana rossa nascosta da un tricorno nero. La sua pelle era dorata e raggrinzita, e gli occhi erano infossati e così azzurri da far presagire i trascorsi di una vita intera per mare.
Il tiepido Libeccio soffiava con prepotenza, almeno a trenta nodi.
Carezzandosi la barba brizzolata, John scrutò l’orizzonte e con spavalderia gridò: “Shiver me timbers, tempesta a babordo! Per mille spingarde, cosa aspettate? Qui si sbanda!” E poi aggiunse, quasi sbraitando: “Riducete le vele!”
A ogni suo comando tutto l’equipaggio si dava subito da fare. I marinai si mettevano in moto all’improvviso, proprio come formiche alle quali sta per essere distrutto il formicaio. Questa inutile agitazione faceva imbestialire John che allora comandava: “Calma gente, calma. Forse voi non avete mai cavalcato una tempesta? È ancora lontana. Occorre pazienza!”
L’imbarcazione non era grande e di conseguenza gli uomini impiegati erano pochi. Ciononostante le vele furono ammainate in quattro e quattr’otto e anche i remi vennero ritirati per tempo. La ciurma manteneva lo sguardo fisso, rivolto al mare. Tutti mostravano un’aria assai spaurita e nello stesso tempo eccitata. Riponevano molta fiducia nel loro vecchio capitano, dopotutto sapevano che ogni tempesta poteva regalare un’esperienza adrenalinica che sarebbe risultata unica e indimenticabile.
John avrebbe potuto manovrare la nave persino a occhi chiusi, e proprio per questo motivo tutto l’equipaggio riconosceva e ammirava il suo talento, sicuramente innato.
John prevedeva e percepiva ogni rapido cambiamento del vento, lo misurava sulla pelle, persino fra i capelli. Riusciva a dedurre l’intensità delle varie perturbazioni captando i movimenti e la forza delle onde che si infrangevano sullo scafo, e decideva rapido, di volta in volta, come dover tenere il timone. Lui era per tutti l’uomo che parla con il mare.

“Abbiscia quella cima!”, intimò, deciso, al mozzo.
Il piccolo omino si diresse alla corda, e, rapido, ne arrotolò la cima più volte su se stessa.
Il volto di John fu illuminato da un barlume di soddisfazione, nonostante sembrasse, come sempre del resto, intento a scrutare l’orizzonte e solo quello. Il cielo, in un attimo, si era già colorato di grigio intenso. Alcune enormi nuvole dall’aspetto spugnoso avanzavano sul vascello giungendo rapide da est; tuttavia un solitario raggio di sole, per un istante, riuscì a raggiungere il volto corrugato del vecchio. I suoi occhi grandi e stanchi scintillarono ancora una volta.
John non aveva condotto solo quel vascello sbilenco. I ricordi della sua giovinezza lo travolsero come sospinti dalle onde, che segnavano ormai l’approssimarsi di una tremenda burrasca. La passione per la navigazione l’aveva accompagnato per tutta la vita. Quand’era poco più di un ragazzino, si imbarcò per la prima volta. Timoroso ma felice, riconobbe subito la sua vocazione. In un lampo la sua mente fu travolta da una serie di immagini: rivide tutte le tempeste, una per una, nitide… quella volta al largo del Pacifico, e la notte del sei settembre 19** nei pressi delle isole… e ancora nel corso di una semplice esercitazione, quando fu sorpreso dalla più terribile tormenta mai incontrata nella sua carriera.
Quando il tempo peggiora, si dice sia bene trovarsi nelle vicinanze di un porto. Eppure John non aveva mai desiderato osservare una tempesta dalla terraferma: lui nutriva la strana pretesa di poterci finire dentro. Considerava ogni tormenta come la dose di un suo personale antidoto contro la paura della morte, e attendeva che a essa facesse seguito un sempre uguale e surreale stato di calma. Poteva assumersi il rischio. Possedeva l’esperienza necessaria per governare la sua nave e vantava una ciurma formata e capace che non aveva mai messo in dubbio la fiducia nel suo Capitano. Era solo necessario che i suoi uomini comprendessero un po’ meglio lo spirito del mare, affinché non agissero d’impulso. Tutti però avevano già capito che, sempre, è necessario arrendersi un po’ alla burrasca; che conviene sottomettersi alla spietata forza della natura perché questa, sempre, è più forte dell’uomo. Ingaggiare una lotta, un testa a testa o una vera sfida, porterebbe solamente alla disgrazia della nave e di tutto l’equipaggio.
John rammentò ogni sua avventura in mare, con raffiche di vento fortissimo a forza trenta, talvolta a forza quaranta. Rivide quelle onde, veri e propri muri che potevano raggiungere i sei metri, o che come schiere di carri armati avanzavano impetuose, scure, infrangendosi violente sulla prua, sommergendo e pressando senza pietà qualunque cosa, serbando un solo e unico desiderio, spingere tutto giù, in fondo agli abissi, per possederlo per sempre.
John era riuscito a resistere a ogni perturbazione, talvolta avvinghiandosi con forza al timone, altre all’albero maestro. Diventava un tutt’uno con la prua, o con il ponte, o con una qualsiasi altra parte del vascello. In condizioni drammatiche di navigazione, non sono solo le persone a dover combattere una vera battaglia, ma anche la struttura della nave che deve resistere e essere in grado di compiere il suo dovere.
E bisogna avere fiducia. Occorre essere pronti a tutto, e, per questo motivo, è necessario non sottovalutare nulla. La supervisione di ogni più infimo e remoto angolo della nave è indispensabile in ogni momento di calma, ora dopo ora, giorno dopo giorno, meticolosamente, metodicamente, con cura. Non basta saper comandare, serve una pignoleria maniacale, una buona dose di astuzia e anche molta determinazione; e soprattutto, più di ogni altra cosa, bisogna sapersi riconoscere come un piccolo microcosmo nell’infinito e potente macrocosmo della natura. John aveva così maturato un proprio segreto per poter affrontare le peggiori tempeste: viaggiava veloce, sospinto dal vento in poppa, senza lasciarsi intimorire dalla turbolenza delle acque. Grazie a una magica combinazione energetica, le molecole del vascello parevano scomporsi per sciogliersi, per poi diventare solo acqua nell’acqua. Navigando così, senza alcuna paura, il mare si doma. Con la randa terzarolata al massimo e il boma ben bloccato è possibile affrontare quasi ogni tempesta. E John la assorbiva sentendosi incredibilmente vivo, onnipotente, libero.
John soffriva da tempo, doveva lottare ancora una volta contro una tempesta, ma questa volta essa era dentro di lui e tentava spesso di soffocarlo, era stato difatti sorpreso da un infarto improvviso. E così era avvenuto il suo congedo: non avrebbe più condotto una nave di grande portata, non l’avrebbe potuto fare mai più.

Le prime gocce di pioggia cadevano da un cielo già nero: erano grosse, pesanti, sempre più violente. Con il respiro corto, John ordinò: “Yo ho ho, sistemate la nave, e fate presto!”
Tutti sanno che le mamme si arrabbiano molto quando i propri figli rientrano in casa lavati da capo a piedi dopo essersi presi un bell’acquazzone. E proprio per questo motivo, tutti si diedero da fare nel sistemare il balcone.
John estrasse gli steli degli ombrelloni piantati nelle loro basi di cemento, e poi, con precisione chirurgica, slegò la cima delle lenzuola che erano già state ammainate. Poi ripose tutto, con attenzione: poggiò i lunghi pali di alluminio bene in orizzontale, proprio accanto al muro, mentre i bambini ritiravano dalla terrazza i remi – che erano dei normalissimi bastoni – e li accatastavano uno accanto all’altro col resto del materiale. Infine, dai fori della ringhiera di ferro battuto, rimossero dei bei pezzi di cartone ricavati da un fustino cilindrico, i quali gli erano serviti per simulare gli oblò della nave.
Il vecchio, avvalendosi dell’aiuto del ragazzino più grande, badò a ricoprire tutto con del cellophane spesso e trasparente. Dovettero ramazzare ancora un po’ per raccogliere da terra diverse palline di carta stagnola, alcuni brandelli di tessuto forse provenienti da qualche costume di scena e altri piccoli oggetti, che erano serviti al consueto divertentissimo passatempo estivo.

“Mozzo pulisci!”, sbraitò il vecchio, lasciandosi sfuggire un sorriso piuttosto amaro e storto. Il ragazzino finse di metter su un’aria arcigna, e recitando bene la sua parte, rispose serio: ”Ai suoi ordini, mio Capitano!”
La pioggia cadeva ormai fitta rimbalzando sul davanzale e scomponendosi in piccoli frammenti che schizzavano via. Sulle piastrelle della terrazza apparivano le prime pozze d’acqua: erano lucide e palpitanti.
John gridò: “Per la barba di Achab! Non vedete che ha cominciato a diluviare? Abbandonate, forza! Abbandonate la nave!”
I cinque bambini sorrisero. Si salutarono e si scambiarono delle occhiate divertite. Scavalcarono la balconata, rialzata da terra poco meno di un metro, e una volta calati sul prato condominiale, corsero ai ripari restando sotto la grondaia. E poi, solo dopo aver salutato per l’ennesima volta John, sgattaiolarono nelle rispettive abitazioni lì nel vicinato.
Il vecchio, il cui nome non era John bensì Mario, con una sonora sbuffata, rientrò a sua volta nel suo appartamento, richiudendo bene alle spalle la porta-finestra che dava sul balcone ormai allagato. Si liberò del ridicolo tricorno di feltro, della bandana e anche della bella spada di plastica che teneva infilata nella cintura che gli reggeva i pantaloni. Si versò un po’ di liquore e si accomodò in poltrona. Su un tavolino del soggiorno giaceva il nuovo numero della rivista “Nautica”: l’aveva acquistata quella stessa mattina, alla solita edicola.
La malinconia lo invase con un ben noto e prepotente nodo alla gola, ma, al pensiero di poter ancora giocare al pirata con i suoi piccoli amici, questa tornò da dove era venuta.
Si percepì stanco e si abbandonò in mezzo ai cuscini per un meritato riposino. Si addormentò quasi subito, ma solo dopo aver rimirato per qualche istante un quadro appeso al muro che esibiva svariate decorazioni ottenute durante una brillante carriera in Marina Militare.

Lady Nadia.