RE AHIA E SUA MAESTÀ SCUSA.

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RE AHIA E SUA MAESTA’ SCUSA.

Nel regno di Gentilezza tutti erano in subbuglio. Si bisticciava per qualsiasi cosa giungendo spesso alle mani.
Non si contavano più né le liti, né i feriti, che si scovavano ovunque: nelle campagne, nelle abitazioni, e anche dietro un angolo di strada. Quasi tutti gli abitanti di Gentilezza esibivano il naso rotto, un occhio nero, oppure, alla meno peggio, camminavano zoppicando. Inoltre non si sapeva più dove seppellire tutti i morti, magari trovati con la testa fracasata a metà da una rastrellata o da un colpo di piccone. Ogni più piccola incomprensione era in grado di scatenare una vera e propria rissa.
Eppure, solo qualche anno prima, quando la regina Scusa era ancora in vita, tutti vivevano in armonia. L’unione tra Re Ahia e Sua Maestà Scusa aveva allietato tutti.
Purtroppo, in seguito alla morte della consorte, il Re cadde in una pesante depressione. Non riusciva più a riprendersi perché la parola “scusa” si udiva ovunque ed era sulla bocca di tutti. Per questo motivo Re Ahia evocava in continuazione sua moglie, e l’amore infinito che aveva provato per lei. Trascorreva giornate intere rinchiuso nelle sue stanze, senza il desiderio di mangiare e di bere, nella solitudine più assoluta. I guaritori di corte, disperati a causa della salute precaria del Re, per favorire la ripresa, credevano che fosse necessario abolire l’ uso di quella parola per sempre, in tutto il regno.
Re Ahia accettò di buon grado il consiglio dei guaritori e affidò di persona quel compito a un suo messaggero. Questo, balzando rapido in sella a un cavallo tutto nero, galoppò per il villaggio: collina dopo collina, strada dopo strada, vicolo dopo vicolo, fattoria dopo fattoria, urlando a squarciagola: “Udite, udite popolo! Questo è il volere del nostro Re Ahia: d’ora in poi, nessuno osi pronunciare il nome di Sua Maestà la Regina, mai più, per nessun motivo. E coloro che si opporranno al volere del Re, verranno puniti con la morte.”
Il messaggero, senza rendersene conto, combinò proprio un bel pasticcio.
Quella parola era così necessaria, che, presto, tra il popolo si scatenò un gran caos; l’odio dilagò. Il paese di Gentilezza diventò pressoché irriconoscibile.
Fu allora che venne radunato con una certa urgenza il Consiglio Dei Grandi Saggi. Occorreva chiedere al più presto un’udienza al Re nel tentativo di rimediare al terribile malinteso.
Il Re accettò di ricevere il Saggio dei più Saggi, che dovette inginocchiarsi al suo cospetto, bene attento a mantenere la testa china e evitando di guardarlo dritto negli occhi.
“Sire, perdoni il mio ardire, non avrei disturbato la Sua quiete se ciò non fosse stato necessario per gli interesse del regno. Sono qui, al Vostro cospetto, per riferirle che l’ordine affidato al Messaggero è giunto al popolo, tuttavia è stato frainteso. È successo un guaio! Nessuno, da giorni ormai, osa chiedere più scusa e il rancore dilaga ovunque nelle nostre terre.”
Ma il Saggio non riuscì a proseguire, poiché il Re, infuriato per aver udito di nuovo il nome della sua amatissima moglie, sguainò la spada e trafisse in un attimo il cuore di quel pover’uomo.
Intanto, nel regno divagava il male, sempre di più, giorno dopo giorno. La rabbia del popolo si era già spinta lontano, ai confini del paese e persino oltre. La sicurezza del regno vacillava. A qualcuno giunse persino voce che i regni vicini avevano schierato un esercito per attaccare e conquistare i territori di Gentilezza. Era ormai risaputo ovunque che la discordia aveva indebolito quel regno, e, inoltre, si temeva potesse mettere a repentaglio anche la sicurezza dei paesi confinanti.
Nel frattempo, il popolo di Gentilezza, mosso dall’ira e senza un motivo, decise di insorgere per assaltare il Palazzo del Re. Ma un altro grande esercito proveniente da Nord avanzava alla sua conquista.
Per Gentilezza e per il suo Re fu la fine.
Chi scampò a quelle battaglie doveva piegarsi al volere del nuovo Sovrano che ristabilì presto le buone maniere.
Re Ahia e la sua adorata moglie furono dimenticati alla svelta da tutti, mentre, per fortuna, la bella abitudine di domandare scusa, quella, no.

Ops, scusate, ora vado.😊

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IL GENERALE CONTESTO.

Foto contesto

Contesto attendeva nel bel mezzo di una distesa bianca. Era stato incaricato di radunare e allineare le parole che sarebbero giunte da sud, dalla mente dello scrittore.

Da due giorni se ne stava in attesa e senza mangiare. Sull’attenti controllava che il foglio restasse pulito. Solo ogni tanto, si concedeva di tirare un sorso d’acqua contenuta in una borraccia a tracolla che portava a penzoloni sopra l’uniforme.
Prima o poi sarebbe comparso qualcuno, allora avrebbe dovuto adempiere al suo compito in maniera egregia, dopotutto era stato prescelto per via della sua esperienza e della sua determinazione.
Il Generale Contesto era noto proprio per quel suo modo di essere spietato, privo di scrupolo.
Anche quel giorno il sole era tiepido, raggi dorati battevano sul deserto rilasciando continui e fastidiosi abbagli che talvolta costringevano a socchiudere gli occhi. Il sonno e la noia avrebbero potuto divorare chiunque, ma non Contesto. Il saggio Generale ne aveva approfittato per meditare, ricavando dalla solitudine una grande forza d’animo.

Nel bel mezzo di quel nulla, a un tratto, il Generale notò all’orizzonte una minuscola macchia scura che pareva zampettare come un piccolo ragno.
Quando quella cosina gli si fece vicino, con la bocca impastata e con un po’ di raucedine per via del troppo e obbligato silenzio, imbracciando il suo fucile Contesto biascicò: “Chi va là?”
La piccola creatura, forse impaurita dalla mole del Generale, con un’esile vocina, e balbettando persino un po’, rispose: “Sono dunque arrivata per prima?”
Contesto si schiarì la voce, ingrossandola, e orientando la canna del suo fucile verso quella cosa, domandò di nuovo: “Chi va là? Rispondi, forestiera!”
“La prego, non si arrabbi! Sono una parolina della storia; lo scrittore si è finalmente messo al lavoro. Siamo tante, sono tutte in viaggio, e io sono stata la più veloce!”
“Era ora, vi attendo da due giorni. Uhm, allora, vediamo… ora ti leggo. Tu… tu saresti Volta?”
“Sissignore, proprio così, son proprio io!”, rispose euforica la piccola parola, ponendosi subito sull’attenti in segno di saluto e di rispetto.
“Aspetto che giungano anche le altre, poi deciderò cosa fare.”
Volta si accingeva ad aprire di nuovo quella sua grossa boccuccia, ma in quel momento, sul limite della distesa bianca e proprio nel punto in cui la terra dava l’illusione di poter toccare il cielo, notò un esercito di segni neri che avanzava a passo di marcia. Alcuni elementi erano lunghi, altri apparivano più corti, altri ancora parevano minuscoli puntini.
Quando tutti furono abbastanza vicini, Volta, sorridendo e senza permesso, esclamò: “Ciao, Tempo; ciao, Virgola! Felice di rivederla, signor Andare! Ci siete anche voi, care amiche inseparabili C con l’apostrofo e Era! E sei arrivata anche tu, mia cara Una…”, dimenticandosi persino di respirare, Volta proseguiva senza sosta a elencare un nome dopo l’altro.
“Basta! Zitta!”, tuonò Contesto. “Qui parlo solo io, è chiaro? Devo mettervi in riga!”
“In riga? Ma, non abbiamo fatto nulla di male!”, si lamentò Volta.
“Ho detto che devi restare in silenzio! Io ho il compito di allinearvi.”
“Allinearci?”, domandò stupita, Volta.
“Senti parolina bella, se non chiudi subito quella boccaccia ti assicuro che ti buco le tempie riducendoti in lettere singole.”, la minacciò adirato, Contesto.
A un successivo segnale del Generale, le parole si disposero tutte sull’attenti.
“Allora, vediamo… piccoli sgorbietti, al lavoro, si comincia!”

Mentre il sole si preparava di nuovo a tramontare, Contesto passeggiava tra le fila di parole, ispezionandole a una ad una, pensando a come poterle combinare tra loro e riflettendo sulle sorti di ognuna per poter scrivere un sensazionale racconto.
Era certo di vincere anche quella battaglia. Avrebbe dato origine a una storia intelligente, affascinante, interessante, e, soprattutto, a un qualcosa di originale e non ancora pensato da nessuno.
Doveva farcela: sapeva di essere il Generale più arguto, più fantasioso e più spietato di tutti i tempi.
Mentre ragionava borioso sulla trama del racconto, una nota petulante vocina lo disturbò: “ Senta, mi scusi, siccome sono giunta qui per prima, credo di essermi guadagnata il diritto di poter cominciare la storia!”
Contesto si impettì e le sue mani si serrarono in pugni. Con un balzo le si avvicinò a un palmo “di lettera”. Poi sgranò gli occhi, tese un indice in aria che le agitò proprio davanti alla elle, mentre lo stesso dito della mano destra avvolgeva il grilletto del fucile. “ Tu sei una pazza, tu osi sfidarmi. Ti è mai capitato di leggere un brano che esordisca con un sostantivo privo dell’articolo? Ma chi ti credi di essere, infima insolente! E ti dirò di più: non ti impiegherò nemmeno per seconda, dato che, altrimenti, mi toccherebbe cominciare il racconto con un banale UNA VOLTA, o tutt’al più, con un QUELLA VOLTA. E questo, per opera mia, non accadrà mai. Mai, mi hai capito?”, sbraitò irritato Contesto.
Volta tremava, era impaurita, tuttavia possedeva un carattere cocciuto e incosciente. Con un filo di voce, e le lettere O e A in lacrime, la sventurata osò: “Sì, ma, non posso stare nemmeno… nemmeno tra le prime cinque?”
Contesto, a quel punto, fu colto da un vero e proprio spasmo. Tutto l’esercito rabbrividì, e persino Volta, finalmente, riuscì a ammutolirsi.
Sul volto del Generale appariva un’espressione terribile, contratta, e un rigagnolo sottile di bava gli colava dall’angolo della bocca. L’indice ebbe un istintivo sussulto sul grilletto del fucile.
“Tu hai tendenze suicide, tu, davvero, desideri morire qui, oggi. Dunque, tu mi suggeriresti di iniziare il mio capolavoro con un trito e ritrito C’ERA UNA VOLTA? E’ l’ultima volta che te lo ripeto: ingoiati quella lingua!”, e, voltandosi in direzione delle altre parole che erano disposte a semicerchio intorno al foglio, Contesto strillò come indemoniato con tutto il fiato che aveva in corpo: “ D’ora in poi dovrete restare tutti in assoluto silenzio, chiaro? Io sono il vostro Generale e esigo rispetto, e qui comando io! E ora, con permesso, debbo proseguire il mio lavoro.”
E Contesto riprese ad affaccendarsi or camminando e or marciando qua e là, afferrando le parole per i trattini o per le stanghette e trascinandole in una posizione precisa. Talvolta, raggruppandole, poteva spingerle lungo i margini del foglio, separandole solo al bisogno, in un secondo tempo.
Capitava che rimanesse anche fermo e pensoso per un po’, con l’indice ricurvo e adagiato al labbro superiore, la fronte corrugata e lo sguardo rivolto in alto, a destra.
Poi, il Generale riprendeva deciso il suo lavoro, spostando e rispostando parole, rivoltando ogni singola frase, rileggendo il testo di continuo, dalla prima all’ultima riga scritta sul foglio.

Tutt’intorno calò il buio. Un flebile bagliore illuminava la notte. Non era che l’inizio. Truppe di parole seguitavano a comparire senza sosta da sud. Il Generale doveva decidere in fretta chi, tra loro, sarebbe risultata più idonea nel meglio assolvere il compito che gli era stato assegnato.
Fu sorpreso nel trovarsi dinanzi una presenza assai inquietante. Borbottò: “ Dimmi che ho letto bene, dunque, tu saresti Person? E cosa diamine significherebbe? Non sei altro che uno schifoso refuso!”
“Sono caduto mentre correvo e ho perso la mia A …”, prima che il disgraziato potesse accorgersene, un proiettile tagliò l’aria e ristabilì il silenzio, spargendo ovunque un acre odore di polvere da sparo.
Person stramazzò al suolo. Qualcuno sibilò: “Peccato, così pareva inglese.” Contesto, per sua fortuna, non udì.
Subito, tutti furono travolti da una folata di vento, forse uno starnuto dello scrittore, che minacciò di spazzar via una buona parte del lavoro già abbozzato. Delle gocce grosse piovvero sul foglio, rendendo scivoloso il terreno e ancora più complesso l’operato.
Il Generale era teso: non poteva permettersi di fallire altrimenti non avrebbe ricevuto altri simili e prestigiosi incarichi. Era conscio che, per scrivere bene una storia, fosse necessario effettuare continui tagli. Sapeva anche che gli sarebbe costato fatica, era pronto a sputare sangue.
Il lavoro non ebbe pause. Contesto era madido di sudore, si scordava persino di bere, e difficilmente si fermava un minuto, anche solo per riprendere fiato.
Tutto proseguì in questa maniera, per nove lunghi giorni e nove interminabili notti, e nessuno, più, osò proferir parola. Di tanto in tanto echeggiavano degli spari.

Quando il sole fu alto nel cielo per la decima volta, Contesto, finalmente, si sedette a gambe incrociate, proprio in testa al foglio. Osservava spacchioso la sua opera, era soddisfatto.
Era stremato, ma ancor più, era compiaciuto.
Qua e là e tutt’intorno, giacevano cadaveri di parole mozzate ridotte in sillabe o scomposte in lettere. Tuttavia ne era valsa la pena poiché il risultato pareva strepitoso.
Il suo datore di lavoro non avrebbe potuto desiderare di meglio e, appena fosse stato possibile, si sarebbe senz’altro congratulato con lui conferendogli un meritato riconoscimento.
Il racconto avrebbe avuto sicuro successo. Contesto aveva messo in campo tutta la sua competenza e ogni sua conoscenza. Avrebbe confermato di essere il migliore, e per l’ennesima volta.

Un’inaspettata brezza gelida e forte sorprese tutti giungendo all’improvviso. Il generale si domandò da dove potesse provenire. Nelle vicinanze non si scorgevano né montagne, né nubi. Durante tutte quelle dure giornate di lavoro, la temperatura si era mantenuta tiepida e costante, persino di notte.
Sospinto da quel vento che era divenuto impetuoso, un punto e virgola si adagiò proprio dinanzi ai piedoni di Contesto. Questi fu colto da un grande disappunto. Lo osservò bene: si trattava proprio di uno stupido e insulso punto e virgola. Era conciato male, era un po’ storto, respirava a fatica.
Il Generale non si impietosì dello stato di salute di quel malcapitato, anzi, ne fu innervosito.
Si rialzò. Con un’estrema cattiveria gli conferì forte un calcio di punta. L’apice di curvatura della virgola, già in gran parte compromessa dalla rovinosa caduta, cedette del tutto.
“Tu, da che parte arrivi?”, domandò furibondo.
Il fragile punto e virgola, con un flebile e ultimo respiro, trovò appena la forza di sussurrare: “Ero rimasto incastrato alla bottiglia di whisky dello scrittore.”, e ricadde al suolo con un lieve tonfo; si era distrutto, si era ridotto a un banale punto e a una banale virgola.

Contesto provò rabbia, tanta rabbia. Senza rendersene conto aveva dimenticato di inserire quel punto e virgola nel suo testo. Eppure, mai aveva abbassato la guardia. Doveva rimediare subito all’errore, altrimenti i critici l’avrebbero denigrato compromettendo tutta la sua futura carriera.
Non c’era altro tempo da perdere! Avrebbe subito provveduto a incollare tra loro un punto e una virgola tentando di rimpiazzare la vittima; non se ne sarebbe accorto nessuno e, se si fosse rivelato necessario, sarebbe stato pronto a rivedere, per l’ennesima volta, tutta la storia.
Mentre, ancora ambizioso, si preparava a riprendere il suo lavoro, venne interrotto da una nota e fastidiosa vocina che proveniva dal centro del foglio: “Io desidero aiutarla!”
Contesto non ci pensò due volte, gli si scaraventò addosso con passi lunghi, pesanti, e in grado di far sobbalzare di qualche centimetro tutte le parole.
I raggi del sole appena sorto ingigantivano la sua ombra, deformandola, e conferendogli l’aspetto fantastico di un mostro MANGIAPAROLE.
“Scrivere è tutto per me. Lo capisci o no, stupida presuntuosa?”, sbottò furioso. La afferrò per la stanghetta della lettera “v” e la fece roteare in aria, per poi scaraventarla proprio in cima al foglio.
“Volevi esser prima? Ecco, ti accontento.”
Contesto la raggiunse, le sparò senza pietà ben cinque colpi di fucile, e, infine, la schiacciò bene sotto la suola dei suoi anfibi, riducendola a una macchia di inchiostro scuro, proprio accanto al titolo della storia.

A quel punto, all’improvviso, soggiunse un forte terremoto. Tutto traballava in un moto innaturale, le parole non riuscivano a resistere nella propria posizione, erano prive di appiglio e venivano ribattute ora a sinistra, ora a destra.
Divampò presto il panico. Regnò la confusione. Scivolando, si ritrovarono tutti al centro del foglio. Le parole persero gli accenti o i propri puntini, si voltarono a testa in giù o anche sottosopra, parevano finite in un frullatore.
Il cielo si oscurò all’improvviso, la terra parve restringersi attorno a loro, inghiottendo tutta l’aria e, piano, ogni forma di vita. Tutto fu avvolto da una specie di lenzuolo bianco. E poi, e poi… fu l’inferno.

Lo scrittore, stizzito, dopo aver appallottolato ben stretto il foglio, lo gettò nel camino acceso. Si concesse l’ultimo goccio di Whisky riponendo la bottiglia ormai vuota sullo scrittoio, proprio accanto alla penna stilografica. Fece un altro starnuto, sbuffò, si soffiò il naso. Si alzò, richiuse la finestra rimasta aperta per arieggiare un po’ lo studio. Non aveva voglia di ammirare la luna, nonostante, nel cielo di quella notte, risultasse piena e sfavillante.
Sbattendo la porta scomparve in un’altra stanza.
L’ispirazione l’aveva definitivamente abbandonato, non avrebbe scritto mai più.

Intanto, una sottile scia di fumo chiaro fuoriuscì rapida dal comignolo sul tetto. Per un attimo, un attimo appena, parve poter sbiancare, per intero, tutto quel cielo nero.
“Mettetevi in riga, presto, e lasciatemi fare il mio lavoro!”, ordinò il caparbio Generale Contesto.
Eppure… nessuno si mosse, nemmeno le stelle.

IL RAGNO (FAVOLA PER CAFFE’ LETTERARIO 23/10/16).

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Una farfallina volava sbarazzina nel campo per provare planate e spirali. Cercava dei fiori belli di cui nutrirsi, raggi di sole per intiepidire il suo delicato corpicino e acqua limpida per poter abbeverarsi, sebbene da tempo fosse un po’ annoiata della “solita vita”.
Un brutto giorno di primavera, dopo esser rimasta per quasi due settimane nascosta sotto una grondaia a causa delle continue tempeste, finì nella tela di un grosso ragno. Benché fosse preoccupata, venne contemporaneamente travolta da un’ adrenalinica ondata di eccitazione.
“Finalmente un gioco diverso, una giornata all’insegna dell’avventura! Sono adulta, so volare bene, sicuramente riuscirò a farla franca e proverò qualche forte emozione”.

Ma le ore trascorsero una dopo l’altra e per quanto si dimenasse o tentasse di liberarsi, le sue aline delicate e quasi trasparenti non ne vollero sapere di distaccarsi da quelle corde così ben tirate, viscide e appiccicose.
Le provò davvero tutte ma ogni impresa fu vana. Quando soggiunse il crepuscolo e le sue forze furono del tutto esaurite, cominciò ad impaurirsi comprendendo il suo triste destino.
Quanto le sarebbe mancata la “solita vita”, i suoi voli liberi e i sapori dei suoi fiori e frutti preferiti! E pensare che avrebbe giurato a chiunque di essere stanca dei suoi soliti giri.

La tela cominciò a vibrare.
La farfallina cominciò a piangere.
” Ora arriverà il proprietario di questa trappola e mi mangerà piano piano. E io morirò! Che brutta fine per una graziosa e curiosa farfalla…”
La ragnatela traballò davvero forte.
La farfallina gridò con tutta la sua voce:” ragno non farmi del male, ti prego! Ti prometto che sarò per sempre tua amica e ti condurrò qui qualche moscerino, di tanto in tanto, affinché la tua panciona possa esser riempita ma… ti prego, rendimi salva la vita!”
E dall’altra parte sopraggiunse un vocione a dir poco mostruoso:” Hai detto ragno? Ma io non sono un ragno!”
“E chi sei dunque? Da qui non riesco a vederti!”
” Sono un altro prigioniero, proprio come te.”
” E dov’è il padrone di casa? Dove si nasconde? Dove è andato? Quanto impiegherà per tornare e divorarci?”
” E lo chiedi a me? Sei proprio una piccola e stupida farfallina! Cosa vuoi che ne sappia io!”
I due pensarono bene di chiacchierare un po’, per “ammazzare” la snervante attesa.
” Che tipo di animale sei?”
” Non credo che tu conosca la mia specie. Sono molto raro, esotico direi!”
“E come mai ti aggiri da queste parti?”
” Sono scappato. Ero rinchiuso in un grande zoo, nella teca più prestigiosa, più osservata, più lucidata e più visitata di tutto il parco.”
“Veramente?”
“Certo!”
“Ma ancora non mi hai detto il tuo nome… insomma… di che razza sei?”
“Da più vicino riuscirai ad osservarmi, ce la fai a spingerti un po’ verso di me, piccola farfallina? Così ci daremo la mano e forse, insieme, riusciremo a scappare da qui o, al peggio, ci sosterremo e ci faremo forza a vicenda attendendo che quel ragnaccio arrivi. Potremmo studiare un piano, un piano per sconfiggerlo, cosa ne dici? …Ma io non riesco a tendermi così tanto da raggiungerti, sono ben imbrogliato in questo groviglio di fili. Anche tu devi collaborare. Su, da brava, usa le tue zampe ed insieme tenta di dare un forte battito d’ali! Cerca di avvicinarti, qui! Dai provaci!”
La farfalla si impegnò molto, con tutta sé stessa. Si concentrò e, con tutta l’energia che le rimaneva, puntò ben salde le sue zampette ad un filo della ragnatela. Utilizzando il suo peso tentò di dondolare tutto il corpicino a sinistra e poi a destra. Quando le sembrò di aver ottenuto la giusta oscillazione, a tempo e in perfetta sincronia, diede una bella sbattuta alle sue alette che, sebbene rimasero appiccicate a quel groviglio di fili , la aiutarono, con quel colpetto, a raggiungere il suo compagno di sventura.
Tentò quindi di porgergli l’unica zampetta, quella anteriore, che era rimasta fortunatamente libera.
Percepì una stretta fortissima e del dolore.
Una risata infernale echeggiò per tutto il campo.
“Ah ah ah! Ciao! Ora mi vedi? Sono due giorni che aspetto di mangiare qualcosa. Ho una fame da lupi!”
E la mantide afferrò la farfalla tra le sue possenti pinze anteriori staccandole la testa con un morso e poi mangiucchiò piano piano tutto il resto.

Il ragno, che aveva costruito due ragnatele vicine tra loro, vi faceva la spola. Da qualche giorno, era rimasto impegnato di là a succhiare una bella carcassa di moscone.
Non immaginava minimamente che una preda si fosse annidata anche dall’altra parte.
Quando lanciò un bel filo nuovo, per collegare meglio le due tele, percepì una forte vibrazione.
Esultò e si gongolò pregustandosi un altro bel pranzetto, avido e goloso, si precipitò giù per il filo pronto ad imbozzolare il nuovo malcapitato.
Ma appena giunse nelle sue vicinanze si sentì afferrare da una morsa, non ebbe scampo. Fece appena in tempo ad udire un vocione sogghignare ed esclamare, tuonando: ” Chi la fa l’aspetti, superbo amico mio!”

La mantide lo fracassò in un secondo con un secco “crak” poi agitò ampiamente le sue zampe; districandosi con facilità dalla ragnatela se ne andò divertita, giù per il tronco del cespuglio, tra fili argentati cullati dal vento e ciò che restava del suo lauto pasto.

LA LEGGENDA DEL DRAGONE.

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In un assolato cortile di una comune casa qualunque, diverse lucertole se ne stavano buone buone e immobili sotto il caldo sole di agosto, appena fuori dalle proprie tane e in stretta prossimità dei rispettivi nascondigli, pronte a ritirarsi velocemente in caso di pericolo.
Una di loro, forse la più originale o, può darsi nel pensiero comune la più intelligente, ammirava d’abitudine la sua ombra, lungamente e di continuo. Questa si stagliava sull’asfalto grande e mostruosamente ingigantita dai raggi di quell’abbagliante sole estivo, specialmente al calar della sera e, per qualche strano motivo, a furia di sognare, quel piccolo esserino si era convinto di essere diverso da tutti, si credeva sul serio un possente dragone, forse simile a quello dipinto su un vaso che da sempre era poggiato nell’angolo di un balcone che sporgeva dalla palazzina proprio sopra le loro teste e che tante e tante volte, forse troppe, avevano tutte raggiunto arrampicandosi.
E come poter biasimare questo suo pensiero? Era solo una lucertola e di conseguenza, non si era mai specchiata da nessuna parte, non aveva mai visto di sé nulla d’altro che la sua ombra nera, molto spesso ingigantita, giorno dopo giorno, per tutta la primavera e per gran parte dell’estate.
Nei giorni nuvolosi ne serbava gelosamente il ricordo attendendo di poterla nuovamente ammirare.
Era senza dubbio la lucertola in assoluto più coraggiosa. Mentre le altre di quel cortile al minimo rumore o al più infinitesimale movimento estraneo scappavano via, lei si beffava di tutto, quasi burlona e rimaneva così: fiera ed immobile, sul suo posto preferito, sulla mattonella più alta quasi in centro al cortile.
E non poteva certo sapere che fino a quel giorno era stata soltanto fortunata nel non venire investita da qualche gomma delle vetture che transitavano di lì ai garage.
Le sue simili la osservavano con timore, soltanto con un quarto di occhio e di sbieco, da lontano, ben bene infilate col resto del corpo nelle fessure del muretto che delimitava quella proprietà. E si sa, la visuale delle lucertole è ampia, paragonabile a quella di un obiettivo quadrangolare.
Così, una sera, al crepuscolo, mentre tutte le altre lucertole si ritirarono come sempre nelle loro tane per dormire, presa dalla solita boria, dal consueto euforismo e in uno slancio improvviso, la nostra protagonista partì per una avventurosa esplorazione di quell’attraente e adrenalinico mondo notturno.
Davvero felice correva lontano, sempre più lontano, addentrandosi di giardino in giardino, arrampicandosi e scivolando agile tra fili d’erba e cespugli.
Cammina cammina, zampetta zampetta, giunse in un grande prato al centro del quale un esile nonnino aveva acceso un grande falò. Quell’uomo alimentava le fiamme che diventavano sempre più abbaglianti e alte riversandoci sopra tutto ciò che era contenuto in una vecchia carriola posta accanto a lui: vecchi libri, videocassette, giornali e riviste che per innumerevoli anni erano stati lungamente depositati nella grande cantina della fattoria dalle finestre illuminate, visibile appena al di là di quel campo, quasi un puntino luminoso, una stella come per sbaglio caduta sull’orizzonte durante il consueto gioco di avanzata della ennesima notte fonda di quell’estate dannatamente calda.

Un grazioso bambino, probabilmente il suo piccolo nipotino, osservava attento e a una distanza di sicurezza quel vivido fuoco che tanto lo attraeva, quanto lo intimoriva.
Quelle fiamme divampavano agitate, indomabili, libere e ribelli.
Ma la nostra lucertola… lei sì che non si fece intimidire! D’altronde, a suo dire, reincarnava un fantasmagorico dragone. E il fuoco la chiamava a quella prova di coraggio, doveva confermare a sé stessa la sua invincibilità, voleva dimostrare al mondo intero di essere un dragone autentico, scaltro e potente. Altro che quelle sue piccole amichette minute ed insignificanti!
Il gioco d’ombre di quel falò le restituì presto ancora più sicurezza attraverso l’ennesima ombra di sè, alterata ed ingigantita e che non stentò a contemplare altezzosa. Fu ammaliata dalla sua grandezza.
Così, fiera, prese un grande respiro… Allargò bene la sua cassa toracica e si gonfiò così tanto che il suo petto parve doversi squarciare a metà a causa della tensione della sua pelle che, ovviamente, si presentava perfettamente squamata.
Mosse con coraggio un passo dopo l’altro e, zampetta dopo zampetta, si avvicinò senza paura dapprima al piccolo bambino.
“Ehi, piccola lucertolina! Stai lontana dal fuoco eh! Ti potresti bruciare!” Intimò candido lui.
Maledizione… se soltanto avesse potuto parlare!
Gli avrebbe sicuramente risposto così: “Lucertolina a chi??? Ma non vedi, piccolo bimbo stolto che sono un dragone? Posso oltrepassare quel fuoco, ad occhi chiusi, su due zampe e arricciando la coda. Anch’io sono di fuoco! Io sono una creatura mitologica, immortale, grande e forte, possente e invincibile! E ora te lo dimostrerò!”
E così, ancora gonfia e parecchio impettita, la lucertola ripartì e stavolta di corsa, a testa bassa, puntando dritta e veloce verso la brace rovente che ardeva purpurea alla base di quel fuoco.
Il piccolo bimbo la seguì con lo sguardo umido lanciando un grido acuto che accompagnò il vivace crepitio di un legno troppo fresco appena gettato sulle fiamme da suo nonno.
Poi esclamò: ” Noooo se mi avessi ascoltato saresti ancora viva!”
La piccola lucertola sparì e con un rapido bagliore fluorescente si trasformò in cenere.
In quel preciso istante una spessa scia di fumo ascese al cielo che, ormai nero, la accolse tra i bagliori di una luna piena d’estate.
In tanti notarono quella notte, tra le stelle, il nitido disegno di un maestoso dragone che si dissolse soltanto con le prime luci dell’alba.

NACQUE COSÌ LA LEGGENDA DEL DRAGONE EUROPEO.

Pinocchio ai giorni nostri.

Pinocchio ai giorni nostri.

C’era una volta un burattino che una magia aveva trasformato in bambino.
Inizialmente tutto andò bene, ma, quando il bimbo crebbe, dovette presto fare i conti con una realtà ben diversa da ciò che si narra nelle fiabe.
Oltre alle guerre e all’incubo del terrorismo (che ormai imperversava nel mondo), anche nella vita di tutti i giorni e proprio accanto a lui, regnavano l’odio e l’indifferenza, le furbizie e l’egoismo.
Quotidianamente incontrava delle persone che si arrabbiavano per nulla e tanta gente che parlava per niente (o di niente), seminando discordie e zizzania.
Qualcuno offendeva, altri venivano offesi.
C’era anche chi tentava di farsi notare sminuendo di continuo il prossimo.
Quante gelosie o invidie, e quanta (troppa) strafottenza!
Incontrò delle persone disoneste e anche chi, invece, cercava di badare solo a se stesso.
Si circondò di tanti falsi amici. Incontrò dei Mangiafuoco e un’infinità di personaggi ancora più meschini del Gatto e della Volpe.
Ebbe a che fare con i gruppetti, quelli delle esclusioni, quelli delle discriminazioni, e, dai quali non si poteva proprio stare alla larga.

Pinocchio non amava restare solo, e, nemmeno, desiderava osservare il mondo e la sua gente da un angolo, oppure da troppo lontano: voleva solo divertirsi e, di tanto in tanto, restare in buona compagnia. Certo: non avrebbe più potuto ignorare l’educazione e tutti i valori inculcatigli da quel pover’uomo di Geppetto dopo tutte quelle peripezie, dopo un intero romanzo e tanta fatica.
La sua integrità d’animo e la sua moralità, per assurdo, lo portarono ad isolarsi dalla gente in carne e ossa com’era ormai diventato anche lui.
Era troppo onesto e troppo sincero per spuntarla.
Tutti lo sfruttavano o lo prendevano in giro: “Sei troppo buono!”, “ogni tanto torna utile qualche bugia”, “non è possibile essere sempre sinceri!”, gli veniva rimproverato.
Spesso si sorprendeva a rimpiangere la sua infanzia e a ricordare con nostalgia quando ancora era di legno; forse perché quelle orecchie tanto dure non potevano udire bene, oppure perché, sempre preso dai suoi problemi da burattino, non aveva modo di realizzare quanto, davvero, potessero essere brutte alcune persone.
Dopo tutto quel tempo, provava persino nostalgia del grillo parlante, dei suoi preziosi consigli, e, pure, gli mancava tanto la buona e la severa fata Turchina: loro sì che si erano dimostrati dei veri amici!
Comprese che c’è più gioia nel serbare un desiderio di quella che si prova poi, nella sua realizzazione. Aveva capito che essere “di carne” significava avere a che fare con la delusione e la sofferenza.
Si rese conto che la vera beatitudine risiede più che altro nell’attesa, e che, solo nel sogno, ogni cosa riesce ad essere perfetta.
Si percepiva deluso e assai triste.
Aveva compreso troppo tardi la verità. Se solo avesse potuto vedere più lontano, ben al di là del suo lungo naso, quel giorno, non avrebbe mai supplicato per essere trasformato in un vero bambino.

Nel mentre di questi pensieri, senza neanche volerlo, e né sapendo come, si ritrovò nel bel mezzo di una guerra, dietro una trincea.
Gettate di proiettili sfioravano la sua pelle rosea. Delle bombe a mano sollevavano coltri di sabbia impedendogli ogni possibile visuale. Dei botti e dei boati assordanti facevano tremare la terra e rimbombavano fastidiosi dentro alle sue piccole e tenere orecchie.
Quella gente si odiava. A nulla erano serviti gli errori compiuti nella storia, e che, da piccolo, non aveva mai voluto studiare bene a scuola.
Avrebbe dovuto scegliere in fretta da che parte stare, doveva reagire, altrimenti, presto, qualcuno l’avrebbe spinto a calci nel sedere fuori da quel precario nascondiglio. Così, allo sbaraglio, sarebbe diventato un facile bersaglio: era vulnerabile, indifeso. Sarebbe morto di sicuro!
Aveva paura, tremava.
Gli bestemmiarono dietro, poi qualcuno lo costrinse ad impugnare un grosso fucile nero.
O sparare, o morire. O salvava le capre, o salvava i cavoli (Oh no, scusate! Questa, forse, è tutta un’altra storia.).
A un segnale, a un cenno, tutti avanzarono. C’era chi stramazzava al suolo perché era stato colpito.
Pinocchio, invece, rimase immobile e ben nascosto. Era solo, forse un codardo.
Si fece coraggio. Doveva reagire, doveva fare qualcosa: se fosse rimasto fermo, i nemici l’avrebbero ucciso.
Corse dunque a più non posso con la testa cinta nelle mani, trattenne il fiato. Qualcuno gridò: “Sparategli, è un disertore!”
Si buttò a terra, era sfinito, piangeva disperato. Il suo viso sprofondava nel fango. Tentò allora disperato di scavarsi una buca. Rivoli di sangue sgorgavano purpurei sotto le sue unghie scivolando poi lungo le dita.
Basta! Non aveva più tempo. Intravide un uomo dietro un albero. Gli puntava un’arma addosso. Pinocchio aveva perso il suo fucile durante quella corsa, ma non aveva nemmeno valutato l’ipotesi di ritornare indietro per raccoglierlo. Allora pregò affinché gli fosse concesso di ricevere l’ultimo magico intervento della fata Turchina. Sperò davvero, con tutto se stesso, che l’amica potesse comparire subito per aiutarlo e per ritrasformarlo in un ottimo legno sodo davvero duro.
A cosa poteva servire essere di carne? Questo, di certo, non gli aveva permesso di condurre una vita migliore.
E siccome, negli ultimi tempi si era comportato bene, venne presto accontentato. Ricevette l’ennesima e agognata magia e ritornò, da quell’istante, a essere un vero burattino di legno.
Così, rigido e apatico, riuscì a scappare inosservato. Correndo a gambe ben levate, presto si confuse con i tronchi delle piante che circondavano quella radura.

Da quel giorno nessuno lo vide più, ma, ancora oggi, tutti rileggono le sue avventure, felici nel saperlo immortale, e, magari, in compagnia di un gatto maldestro e di una volpe assai furba.
Ciao, Pinocchio. E diveriti anche per noi!