L’oltre. (da caffè letterario 28/09/16)

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Avrebbe desiderato oltrepassare il confine tra l’ordinario e l’ignoto. Forse, oltre quella barriera creata dall’abitudine e dal pregiudizio, dalle paure e dalle credenze, sarebbe stato meglio.
Poteva darsi che, allungandosi un po’ oppure restando ritto sulle punte o magari stendendo le braccia per aggrapparsi, ce l’avrebbe fatta a scavalcare per passare di là.
Certamente piano, lentamente e in silenzio per non “dare nell’occhio” e per non permettere a nessuno, proprio a nessuno, di fermarlo.
Ma ogni volta che, sul più bello, stava su in cima e allargava una gamba cercando un appiglio per di là, qualcosa, come un richiamo, un peso, un intralcio simile ad una catena o ad un’ancora, lo trascinava ancora di qua. E così mille volte restò imprigionato al suo quotidiano senza mai comprenderne il perchè. Si convinse che quel luogo fosse magari un po’ logoro ma alla fine, non proprio del tutto pessimo.
A furia di osservare “l’oltre” sempre da quella tale prospettiva, tolta la curiosità e cercando di restare obiettivo, tutto ciò che riusciva a intravedere dall’altra parte non gli parve più così straordinario.
I pochi e temerari che gli capitò di sorprendere nel valicare quel confine, ammesso che fossero poi tornati, era certo che sarebbero mutati, per sempre.
Il timore di divenire un “diverso” lo bloccò tutta la vita, lì, a sbirciare dalle rare fessure, a guardar invano fuori e poi a guardarsi invano dentro.

Accadde che un giorno, per caso, i suoi sogni svanirono, poi i suoi pensieri, forse un cattivo scherzo della memoria. A seguire i suoi arti non furono più gli stessi e così senza forze, anche ammesso di riuscire a rammentare il motivo per cui si sarebbe voluto arrampicare, non ce l’avrebbe più fatta.
Infine restò così. Immobile, con la bocca aperta e gli occhi vuoti accanto all’ultimo sbieco raggio di sole appena prima del tramonto senza poterne neanche percepire il tepore, senza neppure vederlo filtrare dall’altra parte.
Lui nemmeno respirava più.

(immagine personale)

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NON CAMBIERÀ NIENTE.

Il volto allo specchio, quasi uguale a ieri.
Gli stessi alberi in giardino.
Le solite scarpe.
Il lavoro quotidiano.
I pensieri irrequieti e ciclici in testa.
Il mantra degli uccelli che cinguettano.
La vetrina lucida della pasticceria, nonostante il temporale abbia travolto tutto di pioggia e di fango.
Chi avrà pulito?
Il semaforo verde, poi giallo, infine rosso.
La coda di macchine borbottanti con le loro consuete e rantolanti esalazioni di smog.
Gente come formiche indaffarate che non hanno mai visto, non hanno sentito, hanno già dimenticato. Come sempre.
Il cielo ancora grigio, ancora.
L’aria umida che è già dentro le ossa.
Andata e ritorno.
Stasera non si vedrà nemmeno la luna.
E sarà nuovo silenzio senza musica e senza musica nessuna festa, nessun ballo.
Il vestito elegante rimarrà appeso nell’armadio, l’orologio d’oro scandirà i suoi lunghi secondi nel cassetto.
Senza fame lui si infilerà nel letto ancora sfatto sperando che sia giunta la notte.
Nel buio è sempre notte.
E chiuderà gli occhi per dormire.
Può darsi che il domani arriverà puntuale. Ancora.
Forse arriverà.
E non cambierà niente.
Non cambierà davvero niente.
Niente.

DELIRIO.

Voglio aprire quella porta, solo per guardare.
I suoi occhi neri e irresistibili mi attirano oltre la ragione nel desiderio del male.
E’ avvolto da lingue amaranto, agitate che sembrano disegnare per me rose rosse.
Il calore scioglie le mie membra tremanti e il sibilo del fuoco alimentato dal suo alito ansimante mi ipnotizza.
E’ una musica dannata, una danza serpeggiante.
Avanzo lenta tra fiamme plasmatiche che ingoiano i miei vestiti e che lascio fare.
Si arroventano e si consumano i miei capelli in un puzzo di combustione, gli occhi sono iniettati di sangue, pronti a scoppiare.
Vesciche e piaghe partoriscono dalla mia pelle. Le lacrime per il dolore non bastano a soffocare l’istinto e la voglia e non spengono l’eccitazione.
Barcollando mi do al fuoco nell’unione e nello scambio tra vita e morte.
Prendimi con te, violento, divampante, devastante.
Corrodo. Sono una stella.
Nello spettacolo delle scintille i miei ultimi passi.
Persino le ombre si agitano inquiete e, in un’allucinazione, Giovanna D’Arco, piangendo, mi accompagna tendendomi la mano.
Il dolore è immenso. Palpita, stride, consuma.
Mi strappa la carne viva.
Barcollando cado nelle braccia desiderate nel sacrificio, ridotta ad un cumulo di ossa fumanti e gli dono quel mio ultimo, flebile respiro che non riesce a far guizzare nemmeno la più piccola delle fiammelle.
Lui mi accoglie come una sposa sollevandomi tra le sue possenti braccia, osservando estasiato il suo prodotto, percependo tutto il male, e tutta la tentazione che esala quel residuo di speranza e quello scarto della passione.
Mi contempla da vicino, finalmente.
Mi ha preteso ed ora sono sua, incandescente eroina del desiderio.
Scompariamo insieme tra mucchi di cenere e fiamme che si ingigantiscono sottraendo alla vita.

VIAGGIO AL CENTRO DELLA TERRA.

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La luce del sole è stata divorata dall’oscurità. Il sottobosco geme pestato sotto ai miei piedi. Gli alberi agitano le loro chiome scossi dal vento gelido, ululanti e urlanti vorrebbero catturare anche me, con le loro fronde, per afferrarmi e scagliarmi lontano, in quel cielo nero.
Gli uccelli spaventati non trovano un riparo, i loro nidi sono stati spazzati via, i rami sono anche per loro delle fruste minacciose. Mi sto addentrando in una terribile tempesta. Un uragano minaccia il suo arrivo, poco lontano, sradicando man mano le radici più solide e risucchiando con la sua forza ogni forma di vita. Il cielo nero mostra un drappo rosso all’orizzonte, come sangue che sgorga da una grossa ferita. Un vulcano in lontananza borbotta e si lamenta, lento ma minaccioso accende le sue ire cominciando a rigurgitare della lava.
Dal cielo piangono meteore infuocate, intorno a me e ovunque. Di istinto mi copro la testa nell’illusione che possa servire. La terra intera trema mostrando paura e si lacera vulnerabile. Perdo l’equilibrio e cado nel fango freddo e viscido. E’ anche maleodorante.
Mi maledico. Non avrei dovuto essere qui ma il nucleo terrestre con il suo magnetismo mi attrae irresistibilmente urlando il mio nome. Devo raggiungerlo, questo è un viaggio al centro della terra.
Non riesco a stabilire la direzione del mio andare, raffiche fortissime mi sospingono dove desiderano e a loro mi devo affidare.
Mi aggrappo ad alcune rocce, cerco di resistere al vento che ora è troppo forte, non riesco quasi a respirare.
Noto una spelonca larga meno di un metro. Mi infilo a fatica lacerandomi le braccia.
Il mio sangue sgorga dalla pelle, lo pulisco con la bocca assaggiando la sua consistenza mista al sapore della terra.
Non ho paura e mi sento incredibilmente viva.
Mi inoltro in quell’antro buio e subito una frana di terriccio e sassi tenta di travolgermi serrando l’entrata dietro di me. Come un lombrico sono costretta a scavare per crearmi un passaggio più largo che mi permetta di proseguire e di trovare un po’ di ossigeno per respirare.
Sono anch’io sottosuolo. Terra tra le dita, nei capelli, negli occhi, dentro ai vestiti sotto le unghie, in bocca, nel naso.
Sono come seppellita. Gioco a mosca cieca con l’ignoto.
Proseguo così, strisciando in discesa verso gli antri segreti dell’oscurità.
Il buio più pesto non è quello della notte, è qui.
Come attutiti odo numerosi fischi e boati provenire dalla superficie e, nel contempo, dalle profondità mi giungono strani rumori simili a cantilene beffarde.
Posso solo procedere.
Ora avanzo assumendo la posizione di un coccodrillo, in alcuni punti i passaggi sono troppo stretti. Percepisco il mio petto sfregiarsi sulle rocce nel sottosuolo, sono prudente, lenta, striscio cercando di ridurre al minimo i graffi e il dolore.
Le narici mi si saturano di un odore acre, forse muffa, muschio e zolfo.
Continuo così, per ore, forse giorni, perdendo la cognizione del tempo, mentre una canzone rimbomba di continuo nella mia testa:

” Paura di fare un unico suono,
paura di non poter mai trovare una via di uscita, fuori, fuori.
Paura mai avuta prima,
io non volevo fare un altro giro”.

Non voglio essere qui, ma forse è peggio fuori.
Si, è peggio fuori!
Prima di questa apocalisse non avevo mai percepito così nitidamente me stessa.
Prima di questa apocalisse non avevo mai sentito così bene la forza della vita.
Non voglio continuare a nascondermi, ad essere banale.
Ho sete.
Dinanzi a me si apre uno spiazzo circondato da stalattiti e stalagmiti. L’ambiente è avvolto da vapore e fiocamente illuminato da una luce rossa, quasi un riflesso che, dopo tanto buio, basta ad accecarmi per qualche minuto. Sento il rumore di un infinito gocciolio assomigliare ad un pianto. Appena riesco a riaprire gli occhi noto una pozza, quasi un piccolo lago. Le sue acque sono torbide e melmose e anche parecchio puzzolenti e, sulla sua superficie, ondeggiano chiazze oleose, schiume bianche e vi galleggiano pesci ed alghe morti.
Carcasse di scheletri e ossa si accatastano in diversi punti della riva quasi a formare degli scogli.
Ho molta sete. La bocca è secca e mi duole.
Ratti, ragni e grossi scorpioni si agitano su e giù e tutt’intorno.
Sono accanto a me, mi passano vicino, sulle scarpe infangate, risalgono le mie gambe e mi camminano anche sul viso.
Le acque del lago si agitano improvvisamente, ne emergono delle sirene dallo sguardo maligno, i loro capelli sono delle alghe rosse che ondeggiano agitate come fossero animate. Quelle creature hanno occhi vibranti e invitanti come il fuoco. Cantano delle cantilene beffarde, i loro movimenti sono sensuali, i loro occhi assassini. Sghignazzano soddisfatte.
Tutte insieme escono dall’acqua. Sono almeno sei. Si avvicinano maliziose.
Mi circondano, noto la loro coda viscida e putrefatta. I loro visi presentano escrescenze e cicatrici.
Mi ipnotizzano e mi carezzano ovunque. Mi vogliono, mi pretendono. Io mi abbandono inspiegabilmente alla loro volontà ma, proprio in quell’istante, sopraggiunge un uomo alto e grosso di cui non riesco a visualizzare il volto.
Le rimprovera con un urlo selvaggio che rimbomba tra le pareti della grotta. Le creature impaurite scivolano tornando nell’acqua rapidamente, si immergono veloci, scomparendo e lasciando soltanto scie e bolle d’aria palpitanti.
L’ombra dell’uomo, in controluce, vanta delle corna simili a quelle di un ariete ma non provo nessuna paura, lascio che si avvicini e resto immobile, tranquilla: ho solo voglia di bere.
I suoi passi sono lenti, larghi ma molto pesanti. Li percepisco dalle vibrazioni del terreno.
La mia pelle accusa freddo, poi bruciore come se fosse accarezzata in alternanza da ghiaccio e olio bollente.
Le sue mani afferrano le mie caviglie e in quel contatto vedo tutto il male. Il suo, il mio e quello di tutto il mondo. Non so spiegarmi ma non ho nessun pentimento.
Mi trascina a sé. Mi divarica le gambe.
Mi bacia. Il suo alito fetido non mi reca particolare fastidio.
Mi avvolge tra le sue braccia ruvide, si stende sopra di me. Il suo peso mi comprime, non posso muovermi, resto immobilizzata ma riesco a percepire tutti i miei organi, uno ad uno, mentre si contorcono al di sotto del costato.
Non so se provare dolore o eccitarmi, mi perdo nelle pulsazioni del mio cuore che mi pare divenuto grosso e scoperto, riaffiorato.
Poi improvvisamente il gelo e poi non lo sento più.

Lui si allontana di qualche passo, si china nel lago. Raccoglie tra le mani un po’ di quell’acqua scura e torna da me offrendomi da bere.
Non penso più a nulla, solo a dissetarmi. Quando ho finito alzo lo sguardo per osservarlo ma vedo solo il mio viso, come in uno specchio, riflesso nei suoi occhi e comprendo di essere dannata, per sempre, lui non è interessato alla mia carne ma alla mia anima.
In quel momento vedo evaporare la mia essenza. Bianca e nera si solleva leggera e fluttuante nell’aria, si avvolge in una spirale e diviene grigia come cenere.
Lui, visibilmente eccitato sa come accoglierla dentro di sé, la attira e la fa penetrare nelle narici e in bocca, aspirandola, mangiandola, respirandola e traendone visibilmente godimento.
Ed ora riesco ad osservare i suoi occhi, sostengo il suo sguardo. Sono neri e rotondi come sassi, agitati, inquieti, stranamente alieni. Osservo il suo viso arcigno e rugoso, così vecchio da dimostrare più di duemila anni.
Compiaciuto allarga un sorriso maligno mostrando borioso e soddisfatto denti rotti e marci.

Le sirene sono riapparse alla riva opposta. Un uomo minuto è sopraggiunto da qualche altra impervia galleria, dal sottosuolo. Le creature lo immobilizzano con il loro canto, gli si avvicinano.
Si chinano su di lui, lo spogliano e cominciano a strappargli la carne con le mani e con i denti. Lo riducono in brandelli come dei leoni farebbero con la propria preda.
Poi i ragni, gli scorpioni ed i ratti, raggiungendolo, lo ricoprono completamente formando una coperta e ripulendone ogni osso alla perfezione.

Le sirene ora osservano ed anch’io senza nessuna emozione.

Presto mi giunge un richiamo.
Quasi come una sonnambula, rialzandomi, mi dirigo senza timore verso il lago.
Dapprima vi immergo i piedi, poi i polpacci, proseguendo le ginocchia. Sento quell’acqua quasi bollente scottarmi la pancia, poi le spalle. La pelle bruciata comincia a produrre delle vesciche. I vestiti bagnati diventano rigidi e mi avvolgono come in un bozzolo.
In apnea percepisco il mio corpo in mutazione. Credo di essere divenuta una sirena.

Qui non ho più bisogno di respirare.

Una volta, tempo fa, uccisi un uomo.

BUNGEE JUMPING REWIND.

 

Ti dico: ”addio”.
Sei così importante, intelligente, duro e dolce, difficile,  irraggiungibile.
Ti avevo chiesto solo sincerità ma per te era troppo amore. Sono qui ora, sfracellata al suolo e faccio parte di esso. L’uomo torna ad essere terra, sempre.
Ho solo accelerato gli eventi. Ho solo sfidato il Creatore… e te.

No! Non te la faccio vincere questa partita.

Sento un vuoto nello stomaco, una presa forte mi stacca dal suolo e mi ritrascina verso l’alto.

L’azzurro mi reclama, l’aria mi riossigena i polmoni.
Questo è un volo bellissimo. Un “rewind”.
Tu non ci sei, ma non importa.
La natura mi avvolge, la libertà mi accoglie.
Poi precipito ancora. Caduta libera.
Tutto si arresta e riparte, continuamente, in strattoni e rimbalzi, cadute e riprese.
Infine mi trovo sospesa con le mie emozioni incontrollate, stordita e dondolante per un tempo che mi pare infinito.

Due mani forti mi aiutano a liberare la pesante imbragatura e mi riappoggiano a terra.

Ed ora niente più paesaggi naif, mari e montagne. Non trovo più nemmeno il tuo sguardo.
Solo un prato verde. Nessun rancore, nessuna rabbia. Avrò perso tutto mentre precipitavo nel vuoto, mentre cadevo o in risalita. Non lo so.
Mi sdraio sull’erba soffice e riprendo fiato. Annuso l’odore del terriccio e della vita.
Riprendo il piatto cammino della mia campagna, sola ma più forte, veramente libera.

SOLO UN SOGNO…

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Dando una sbirciatina al cielo vedo una scala, luccicante, così splendente che devo strizzare gli occhi per raggiungerla. E’ d’oro come i raggi del sole che la irradiano. Mi sento attratta da lei, mi promette un fantastico viaggio. Un po’ timorosa mi avvicino e salgo, su, sempre più su, curiosissima e felice. Man mano che mi allontano dalla terra non sento più alcun peso gravarmi sulle spalle, mi trovo senza gravità. Ammiro l’azzurra immensità di questo cielo così vicino, sono libera tra le ali degli uccelli e lo sto toccando adesso. Questo spazio impalpabile ha la consistenza di tutte le cose, dell’erba soffice e del mare. E’ senz’altro il miglior posto della terra, tutto è possibile qui. Sono una piratessa che possiede una mappa per la leggerezza dell’animo. Mi sento irradiata dalla sapienza di questo posto, Il cielo conosce ogni cosa. I ritmi delle stagioni, il mio destino, il passato ed il futuro. Mi lascio incantare da tanta saggezza. Provo per questo luogo molta riconoscenza.

Tra le isole bianche e spumeggianti mentre navigo beata alla deriva, mi appare una bambina. Ha gli occhi di acquamarina, profondi come l’impossibile. Sembra una creatura angelica. Mi osserva e mi sorride ma, ad un tratto comincia a scuotere la testa e a piangere. Mi sussurra appena con quello sguardo misericordioso:” giù dal cielo, giù!”.
Percepisco la sua paura e di istinto mi sorge il dubbio che ne sia rimasta prigioniera.
“Non sei felice qui?” Le domando.
Singhiozzando ripete:” Giù torna giù!”
“Perché? Non è forse meraviglioso questo luogo? Il tepore del sole così palpabile, vicino. Nuvole che al solo pensiero possono trasformarsi in qualsiasi desiderio, questa musica dolce del vento che culla i miei pensieri, lontana dai bisogni e da ogni impegno. Non esiste cattiveria, solo beatitudine. Qui tutto è bellezza, rispetto e ogni cosa è permessa, facile. Perché non posso restare anch’io? Ti sarei di compagnia!”
Lei, così incantevole, avvolta da un’aurea di luce mi risponde: “Inizialmente ne resterai così ammaliata tanto da non voler più tornare alla tua vita, e poi, come è successo a me, presto te ne pentirai!”
“…Ma… mi hanno sempre raccontato che i sogni fanno bene, che la fantasia che ci porta lontano ci alleggerisce dal male, dalla monotonia e dalle tristezze che incontriamo ogni giorno! E tu mi stai dicendo che non posso più rifugiarmi qui? Proprio ora che ho scoperto questo paradiso?”

Mi pare che si sia spenta la luce, forse è giunta la sera. Il tempo qui sembra trascorrere molto velocemente oltre ogni consueta percezione.
Alzo la testa e noto che delle infinite nubi, grigie e nere, hanno occupato ogni spazio, fino all’orizzonte. Comincia ad essere troppo freddo per i miei gusti,  ora piove e, contemporaneamente, diverse lacrime della bellissima bambina scivolano inarrestabili giù per le sue gote candide e paffute precipitando nel vuoto. Mi osserva ora spaventata e, con tono compassionevole mi risponde:” Si, i sogni fanno bene ma occorre restare con i piedi per terra! Tu hai esagerato e, se non vai via subito da qui, ti abituerai a questo posto e non vorrai più tornare indietro! E’ vero, la vita è difficile, alcuni giorni sono noiosi, a volte accadono cose terribili giù sulla terra, nel mondo qua sotto, così orribili da non riuscire a guardarle. Mia madre me lo diceva sempre e, per questo, quando mi ha abbandonato, sono scappata fin qui. Ma a volte, la troppa fantasia può nuocere più della realtà. La felicità esclusiva non esiste. Io ho dei rimpianti, io sono rimasta una bambina e non posso più crescere, io non so cosa sia la sofferenza, ne ho solo dei flebili ricordi, mi sono completamente dimenticata di lei… ma mi manca tanto!
“Ti manca la sofferenza? Come può essere?” Rispondo sbigottita.
“Si, ecco… mi annoio. E anche se credo che questo sia un posto incantevole, io non lo apprezzo più. Il sole è sempre uguale, e le nuvole mi hanno stancato. Sono così prevedibili e noiose… ed io mi sento sola. La vedi questa nuvoletta qui, al mio fianco? Quando tira vento mi riparo sotto di lei, mi protegge sempre, invece io vorrei sentirlo tutto, forte, addosso a me. Non so cosa significhi amare davvero perché non conosco la tristezza. Non ho avuto il coraggio di diventare adulta, di cercare mia madre. Dammi retta, prima che sia troppo tardi torna da dove sei venuta!”
Resto immobile con gli occhi spalancati perché, forse, comincio a capire.
Il cielo ora è di metallo e le sue nebbie nascondono ogni cosa. A fatica riesco appena ad intravedere poco lontano la sagoma della piccola e dolce fatina del sogno.
Siamo dentro e dentro al nulla.
Ho una sensazione di improbabilità, il vuoto sotto e sopra di me. Freddo e vento attaccano le mie illusioni, non scorgo più né isole né riferimenti ed ho perso l’orientamento. La scala, scossa dalla tempesta che è giunta veloce, sta per crollare insieme alle mie certezze.
“Scendiii sbrigatiii! Vai via!” Mi urla la bambina.
Mi volto un istante, forse posso farcela! Corro sbracciando verso di lei, come un’astronauta credo, e riesco a raggiungerla. Le afferro la mano. E’ fredda, e da qui vicino, noto che quell’immensità che avevo scorto nei suoi occhi era soltanto un vortice che termina come vuoto.
“Nooo! Io non vengo! Ho troppa paura!” Abbassa la testa e, ancora piangendo,si aggrappa alla sua bella nuvoletta bianca.
“Se vuoi che scenda vieni con me, ora! O resteremo qui entrambe per sempre.”
Ora lei pare arrabbiata e mi grida: “Dovevo stare zitta! Non ti dovevo avvisare. E ora? Cosa mi succederà? Non sono pronta per tornare sulla terra!”
Con estrema tenerezza cerco di convincerla il più rapidamente possibile. Se la scala verrà spazzata via dal temporale non potrò più far ritorno da chi amo, alla mia vita e, forse, ne vale ancora la pena.
E dal cuore mi sfugge la risposta: “Nessuno è pronto: mai!”
E con tutta la forza che riesco a trovare in queste condizioni di precarietà e di scarsa percezione di me, la trascino verso la via di fuga.
Lei resiste, solo per un po’, poi si arrende e comincia a correre insieme me.
Il cielo ora si inclina, è pesante anche qui, il vento infuria su di noi, contrario.
Mostri neri si allungano tendendo le loro braccia per trattenerci.
Gli uccelli sono fuggiti via, non so dove. Come cannonate risuonano i tuoni e i lampi squarciano tutto, come se l’incanto di questo posso fosse finto, di cartapesta.
Stralci di azzurro svolazzano come macerie e brandelli nell’aria che, tanto gelida, è insopportabile.
Riusciamo a raggiungere quella scala e ci precipitiamo giù, mentre barcolla, si sgretola, trema. Rischiamo di scivolare sui gradini bagnati. Ora anche la grandine ci mitraglia senza pietà. Ci copriamo il capo con le mani. Fa molto male.
Cadaveri insanguinati, scheletri e pezzi di carne sbrandellata ci sfiorano, ci cadono accanto. Ecco il male che arriva sulla terra.
E corriamo, corriamo cercando di scendere e mentre i miei occhi incrociano per un istante i suoi, noto che ora ha uno sguardo vivo e umano. Non mi pare più un angelo ma soltanto una bambina, bellissima ma come tante altre.

Mi risveglio un po’ dolorante in un bel prato verde che mi accoglie con la sua morbidezza. Nelle narici il profumo di erba e di fiori che, da tempo, non sentivo più.
Do una grattatina agli occhi, è come se avessi dormito, per quanto?
Mi ricordo pian piano di un sogno, un sogno strano.
Rialzandomi mi ripulisco i vestiti con le mani. Alzo gli occhi al cielo e ora ricordo: ricordo bene.
E, con i piedi ben poggiati al sentiero, mi incammino. So di raggiungere gli stessi luoghi, le stesse persone.
Vivere è incertezza e incertezza è vivere, nella realtà come nei sogni.
E questo, il cielo lo sa!
Ora è azzurro e sereno, e lassù, solo una piccola, soffice nuvola bianca.
Sorrido.
Anche quella splendida bambina, a quest’ora, avrà raggiunto casa sua.

ALESSIA.

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Alessia, perché non ridi più? Sei morta Alessia? Guardati allo specchio! Hai perso la tua anima.
Ti è rimasto solo un corpo pallido testimone del tempo che è passato marciando regolare e sincopato su frequenze alternate e amare malinconie. Accanto agli occhi tracce di dolori e fatiche, ai lati della bocca solchi scolpiti dalle troppe parole e qualche gioia che fu.
Meccanica staticità. Pellicola di plastica avvolta ovunque e che attutisce ogni melodia che ti impacchetta sterile e ordinata, con i capelli da un lato.
Rumori striduli, fastidi. Rabbie per ciò che non è stato o che ti hanno rubato.
Occhi scavati e talmente stanchi, incapaci di ammirare e polveri di indifferenza appiccicate ovunque, resistenti a tutti i venti anche quelli più forti.
Sei una drogata di assenzio e di solitudini.
Come hai fatto a ridurti così? Ed è questo il tuo mondo? Un ciclo di cose da fare, sempre uguali. Giornate trascorse ad aspettare sere e, quando arrivano, ormai è notte.
Indifferenza intorno e sofferenze, troppe.
Hai smesso di sognare. Hai seppellito la speranza, un giorno, a mani giunte.
Dovunque si muore. Si muore fuori o si muore dentro. Si muore prima o si muore dopo, con dolore o senza, in pace o in guerra. Ma, infine, si muore e basta.
E tu sei già morta Alessia?

Non ti tocchi più, non ti fai toccare, non ti senti più. Sei spossata dal passato.
Sei uno spettro che, perso, vaga a zonzo nel quotidiano. Invisibile fuori e ancor di più dentro.
Ti muovi tra le nebbie umide che sanno di vecchia cenere verso un’altra dimensione, vuota come te. Attendendo invano, camminando invano.

Ma… “Alessia vieni! Io ti vedo. Tu mi vedi? Riesci a sentirmi? Anch’io sono stato uno spettro. Siediti qui accanto a me.”
“La vita fa schifo!” E’ vero ma…
Dai apri gli occhi, e strappa tutta quell’orrenda pellicola. Tutta! Accartocciala bene e buttala via.
L’erba non sarà più sintetica e i suoi fiori artificiali diverranno vellutati al tatto e profumeranno.
Il tuo cielo di plexiglas, visto capovolto, somiglia a un precipizio senza fine. Per favore solleva quella testa, ti accorgerai che da qui sotto non è poi così vuoto, non fa paura e se lo troverai un po’ noioso, grigio o senza stelle, potrai colorarlo di tutte le tinte che vorrai. Non occorre essere un pittore.
Sentirai una carezza, dolce sul tuo volto. Arriverà un brivido forte sul tuo corpo. Percepirai la pioggia che prenderai in testa durante un temporale, la potenza del tuono o l’infrangersi del mare sugli scogli. Sentirai l’energia dell’universo: e sarà tua. Osserverai l’aquila, imparerai dalla volpe, contemplerai la libertà del lupo.
Poi vai, libera e sicura, cerca la tua anima che si è smarrita. Non farti ingannare, non demoralizzarti, non fermarti. Combatti i tuoi mille demoni per riprenderla. Se fosse necessario corri, graffia, grida, piangi, straziati, disperati.
Non lasciare che possa nascondersi meglio oppure ancora più lontano. Sei intelligente e sono certo che la saprai trovare! Osserva bene le tracce e non sbaglierai strada: uno sciame di lucciole, le note di una canzone, il profumo di un buon pasto o un arcobaleno, un camino che arde, un ottimo libro, uno sguardo strano, delle parole sincere. Non arrenderti mai. E una volta che sarai riuscita a ritrovarla e a trascinarla dentro di te, trova il modo di non farla più fuggire. Costruiscile una reggia dai recinti dorati, venerala, amala, adorala, incoronala, ascoltala e abbi cura di lei ogni giorno. Così anche tu, come me, smetterai di essere un fantasma.
Tornerai ad udire il tuo respiro mentre Il sole risorgerà con i suoi raggi, allontanerà le tenebre e le nebbie, ti scalderà e riuscirà anche a sciogliere il ghiaccio che hai intorno e sul tuo cuore. Un bambino ti farà sorridere, da un mare ti lascerai cullare, da una canzone ti farai commuovere, da un abbraccio ti farai rapire e una magica fiaba allieterà il tuo sonno in mondi incantati tra fate e sirene.
Non è troppo tardi Alessia: ridi, vivi e ama!
Anche nell’infinito navigare in questo male della quotidianità, in questo furbo e celato inferno, c’è sempre qualcosa di buono.
Nelle impetuose correnti delle burrasche cercami, sarò un fermo appiglio.
Quando i tuoi angeli ti reclameranno, allora e solo allora, ti lascerò andare; senza fiatare.