REWIND.

FORSE, L’INIZIO.

Dopo una giornata intensa e l’ennesimo brutto litigio con mio figlio, mi decisi ad andare a dormire. Impiegai molto tempo per riuscire a prender sonno; mi risvegliai dopo pochi minuti, madida di sudore a causa di un sogno strano. Udii il fracasso di una pioggia torrenziale battere sulle tapparelle, la sentivo scrosciare sul tetto.
All’improvviso squillare del telefono, sobbalzai. Chi mai avrebbe potuto chiamare a quell’ora così tarda? Proprio in quell’attimo, il mio antico orologio a pendolo attaccò con i suoi rintocchi decretando la mezzanotte.
“Pronto, come dice, Tony? Oh mio Dio, arrivo subito!”
Sentii il sangue gelarmisi nelle vene, e il cuore pareva saltar fuori dal petto. Tony aveva avuto un incidente stradale ed era entrato in coma.
Ebbi un cedimento, ma dovevo farmi forza e raggiungere il Pronto Soccorso. Proprio in quell’attimo accadde qualcosa di strano. Il pendolo suonò per la seconda volta la mezzanotte. L’appartamento fu avvolto da un silenzio surreale. Fuori, nessuna auto scivolava sulla strada bagnata, e forse aveva anche smesso di piovere. Il talk show che trasmettevano alla tivù mostrava personaggi fermi, immobili, proprio come in una fotografia. Mi risollevai e, chissà come, riuscii a sturarmi le orecchie. Però, il conduttore della trasmissione si esprimeva in una lingua incomprensibile. Ebbi paura, tanta paura, tuttavia, incredula, seguitai ad osservarmi intorno. La bottiglia, che Tony aveva bevuto solo in parte, era rimasta al suo posto, al centro del tavolo. La pioggia aveva ripreso a scrosciare. Cosa diavolo era successo? Mi ero arrabbiata sul serio con Tony, per via della troppa birra che era solito bere, pur sapendo di dover guidare. Mi ero infuriata tanto con lui. Avevo gridato, furibonda. Tony, comunque, fece finta di non sentire.
“Sono adulto, so quel che faccio. E tu, madre, mi hai proprio stancato. Zitta!”, aveva urlato lui, con il volto distorto da una gran brutta rabbia. E poi, andò via, sbattendo la porta.
Le lancette dei minuti continuavano ad andare all’indietro segnando oramai solo pochi minuti alle undici. Dopo essermi infilata le scarpe ed essermi precipitata all’uscio, questo si spalancò così velocemente che per poco non mi prese in piena faccia. Mi venne un colpo al cuore quando vidi Tony. Mi parve tutto così strano! Mio figlio stava camminando all’indietro, mantenendo il volto rivolto all’ingresso, e, sempre in quella maniera, raggiunse la cucina. Gli andai dietro. Tony afferrò e sorseggiò la sua bottiglia di birra, solo che questa, anziché vuotarsi del tutto, si ricolmò fino all’orlo. Quella telefonata, probabilmente, era stata opera di qualche burlone, uno scherzo di pessimo gusto.
Il pendolo aveva suonato, di nuovo. Avevo contato undici rintocchi. Le sue lancette avevano ricominciato a girare in senso orario. In assoluto silenzio osservavo Tony. Improvvisamente accusai una fitta al petto. Crollai a terra. Tony, vedendomi in quello stato, rinsavì all’improvviso. Chino sopra di me, sussurrò: “Mamma, scusa. Hai ragione, non dovrei bere tutte quelle birre. Mamma… mamma?”
“Sto bene, Tony. Non sono mai stata meglio, credimi.”
Mi risvegliai piuttosto agitata. Avevo fatto un altro sogno. Non mi trovavo nel mio letto. Uno strano ticchettio scandiva ogni secondo, ed io ero seduta su una sedia, e di fronte a me penzolavano i tubicini delle flebo.
Mi ero assopita. Io, Tony. L’incidente. Noi eravamo nel reparto rianimazione dell’ospedale.
“Mamma”, sussurrò lamentosa la sua voce roca.
“Amore mio, ce l’hai fatta! Sei tornato. Sono qui, ti rimetterai. Oh, mio Dio, non sai che spavento… e quanto ti amo… ”.

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