CAMPACAVALLO 3.

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Echeggiano in tutta la valle i rintocchi delle campane: da poco ha smesso di nevicare. Il cielo è un po’ meno grigio. Le vibrazioni causate dagli ultimi colpi battuti a mezzogiorno distaccano dal tetto di un cascinale un grosso blocco di ghiaccio che, facendo un gran tonfo, ricade proprio accanto a Giuseppe mentre cammina sul margine della strada.
L’uomo sospira e si aggiusta il cappello: l’ha scampata per poco, davvero per un pelo! Se avesse lasciato la casa di Gina soltanto un secondo prima, quel macigno ghiacciato sarebbe piombato proprio sulla sua testa.
Escludendo le donne anziane, come pure quelle troppo giovani, Campacavallo conta una scarsa decina di belle signore che Giuseppe, nel corso degli anni, ha fatto tutte sue. Giuseppe ama tutte le donne! E queste rappresentano per lui una valvola di sfogo, un antidoto contro la noia; costretto a vivere le sue giornate al freddo e al gelo, le considera una fonte di sano tepore. Nel tentativo di soddisfare il suo bisogno, ogni mattina si concede una scappatella diversa e, salvo imprevisti, a ciascuna di loro ha assegnato un giorno della settimana: Gina di lunedì; la bella e statuaria Emma al martedì; al mercoledì tocca a Laura; giovedì è il turno dell’ammaliante Lisa e, infine, il venerdì è sempre dedicato a Silvia.
Per fortuna, a Campacavallo è sempre facile passare inosservati mentre si fa visita alle signore, soprattutto quando i loro mariti sono impegnati nelle attività offerte dalla bottega.
Nonostante Giuseppe si sia persino concesso una doccia rapida, riesce ancora a percepire un lieve sentore del sesso di Gina. Mantenendosi sul ciglio della strada, fischiettando e aggirando grossi mucchi di neve che i proprietari delle poche abitazioni affacciate alla provinciale hanno accatastato accanto ai propri cancelli, ritorna trionfante alla sua bottega.
Quando ricompare sulla soglia del negozio con il naso più rosso di una ciliegia matura a causa del troppo gelo, per tutti significa che è giunta l’ora di pranzo; occorre dunque terminare alla svelta l’ultima mano di poker e affrettarsi a rincasare, prima che le mogli diano in escandescenze. Mario sorride come un ebete: ha ricevuto un bel bacio dalla fortuna e afferra il malloppo che gli spetta: due belle e fruscianti banconote da cento Euro che sono rimaste al centro del tavolo e che, carico di aspettative com’era, per tutta la mattina aveva rimirato senza mai perderle di vista. Le scuote nell’aria più volte, poi le avvicina al suo naso aquilino; a questo punto inspira forte, e godendo da matti nel percepire quel profumo acre e intenso penetrargli le larghe narici, l’uomo emette dei gemiti gutturali che sottolineano il suo piacere. I compagni di gioco lo ignorano di proposito, ma così facendo gli lasciano intendere quanto siano invece invidiosi di quella vincita.
Senza degnarlo di uno sguardo, o, peggio, sforzandosi di mantenerlo basso e fisso sulla tovaglia, Geremia pulisce il tavolo.
“Com’è andata stamattina?”, gli domanda Giuseppe, senza alcun interesse.
“Bene, come sempre d’altronde”, risponde in maniera pacata Geremia. E poi, subito, aggiunge: ”Te l’ho detto mille volte: se qui ti sostituisco io, non hai nulla di cui preoccuparti. Ho già riposto l’incasso al solito posto, e adesso vado anch’io, ci rivedremo più tardi!”
Giuseppe accenna un sorriso talmente falso da sembrare quasi sincero. Dall’uscio, che è rimasto aperto, penetrano delle folate di vento così forti da riuscire ad agitare i lembi della tovaglia proprio come se fossero delle bandiere.
Fuori, Stanlio, che è esile come un grissino, si prodiga a sostenere Ollio, il quale, anche quella mattina, ha alzato un po’ il gomito. L’omone barcolla e rischia di cadere per terra dopo ogni passo, nonostante i suoi stivali, gravati da quel peso dell’accidenti, sprofondino nella neve alta, e ciò, a rigor di logica, sarebbe potuto bastare a sostenerlo.

Se qualcuno di voi riuscisse a osservare con i propri occhi questo viavai di uomini nei pressi della bottega, sbagliando penserebbe di aver a che fare con una banda di lazzaroni. In effetti la gente di questo posto ha un ritmo di vita molto lento se confrontato con quello tenuto dagli abitanti di un qualsiasi altro borgo di alta montagna. Chi si trova a Campacavallo può permettersi di lavorare solo per pochi mesi all’anno, quando le condizioni climatiche migliorano e l’esagerato manto di neve, che ricopre proprio ogni cosa, finalmente incomincia a sciogliersi piano piano. Sulla radura dapprima compaiono alcuni acquitrini paludosi, poi spuntano qua e là rari steli malmessi e giallognoli d’erba. Quando il tepore dell’aria diviene costante, si può assistere alla ricrescita di una timida vegetazione, che poi si inspessisce man mano che le pozze d’acqua dovute al disgelo vengono assorbite dal suolo.
Allora c’è finalmente qualcosa da fare: è possibile tagliare la legna, come pure condurre al pascolo il bestiame che, fino a quel momento, è stato recluso nelle stalle. Vien munto molto più latte, ben oltre il quantitativo necessario al fabbisogno del borgo, e, di conseguenza, è possibile ricavare tanto burro e tanto formaggio, che ben si vendono giù a valle; si raccolgono funghi, ortaggi, erbe selvatiche e medicinali.
Nei mesi più caldi alcuni abitanti lasciano Campacavallo per svolgere un lavoro temporaneo presso qualche località turistica non troppo lontana.
Insomma, nonostante la maggior parte dei Campacavallesi siano proprietari di edifici e di terreni talvolta sconfinati, restano dei poveretti che hanno imparato a vivere alla giornata centellinando i pochi ricavi ottenuti durante l’estate.

Mario lascia per ultimo la bottega. Tiene le mani in tasca, è di ottimo umore: ha appena realizzato che i duecento Euro che stringe nel pugno hanno un potere sicuramente speciale: riusciranno a tener calma e buona sua moglie Gina. Una volta impossessatasi di quel denaro, la donna non si sarebbe lagnata per almeno un paio di giorni.
Raggiunta la sua abitazione, Mario rivolge uno sguardo colmo di gratitudine all’affresco di San Leonardo e si fa il segno di croce.
Resi i dovuti omaggi all’effige, allentando la stretta della mano sinistra, permettendo al prezioso bottino di ricadere sul fondo della tasca, sfila gli stivali e li accosta accanto alla porta. Dopo essersi scrollato la giacca come al solito, onde evitare ogni possibile sgocciolio che Gina, di certo, non gli avrebbe mai perdonato, pigia la maniglia, spalanca la porta, e adagia il suo piedone umido sul pavimento. Vien subito travolto da una piacevole ondata di calore e realizza che nell’appartamento aleggia un invitante odore di cibo.
Gina non ama cucinare. Per pranzo e per cena, il più delle volte si limita a cuocere degli spaghetti sui quali rovescia un vasetto di sugo già pronto, che conserva nella credenza, e che è solita acquistare nel piccolo supermercato di Campacavallo.
Mario, ancora incredulo, tira su più volte col naso, domandandosi il motivo per cui Gina, ancor prima di esser stata messa al corrente della vincita, abbia deciso di darsi tutto quel disturbo.
Le si avvicina cauto, un po’ sospettoso, e si mantiene a dovuta distanza. Gina non si cura di lui, non si volta e nemmeno lo degna di uno sguardo. La donna si limita ad appoggiare ai lati opposti del tavolo due grandi fondine. Sono colme fino all’orlo di un cremoso risotto giallo zeppo di porcini. Mario ha già l’acquolina.
Senza neanche prendersi la briga di lavarsi le mani, si accomoda al tavolo intenzionato a divorare quella squisita pietanza. E’ piuttosto attonito, a causa dello strano comportamento di sua moglie. Infila un angolo del tovagliolo sotto il collo del maglione e, dopo aver trattenuto un attimo il respiro, più o meno come un tuono che all’improvviso rimbomba a notte fonda, trova la forza di esclamare: “Gina, tesoro! Apri bene le orecchie, stammi a sentire: stamattina, alla bottega, ho vinto duecento Euro!”. Gongolando e sorridendo proprio come farebbe un ebete, l’uomo batte una manata secca sul tavolo, poi vi lascia scivolare sopra le due banconote. Subito porta alla bocca una bella porzione di riso, senza curarsi di raffreddarlo. Presa un gran scottatura al palato, subito sgrana gli occhi che diventano sporgenti e gonfi, ossia piuttosto simili a quelli di un rospo. Un gran nugolo di vapore, dopo aver risalito il cavo orale, fuoriesce dalle sue labbra spandendosi nella cucina, e infine si dissolve piano insieme all’eco delle sue parole.
Gina rimane in silenzio, non osserva le banconote, guarda solo nel piatto. Con la forchetta gioca a rivoltare il riso che non ha ancora assaggiato. A quella notizia il suo volto non si corruga, ma nemmeno si distende; non c’è traccia della minima soddisfazione, non l’accenno di un sorriso, non lascia intuire nessuna emozione. La sua faccia rimane quella di sempre: resta proprio com’è.

Dopo aver digerito, e anche sonnecchiato per oltre un’ora con il sedere sprofondato nel divano mezzo sfondato, Mario decide di far ritorno alla bottega. Infila nuovamente gli stivali che ha lasciato sulla soglia, e nel preciso istante in cui il portone si richiude con un click metallico alle sue spalle, nota un oggetto piccolo e scuro che sprofonda nella neve. Si avvicina, si china per osservare meglio, poi decide di raccoglierlo. Lo osserva con una grande curiosità. Si tratta di una lettera in acciaio, una “G” di Giuseppe, a cui sono attaccate un paio di lunghe chiavi. Nonostante non gli appartenga, quel gingillo ha un aspetto così famigliare…
Mentre si incammina in direzione della bottega, Mario non può fare a meno di domandarsi come diavolo abbia fatto quel portachiavi a finire per terra proprio davanti a casa sua. E se quella mattina, per sbaglio, preso da un eccesso di euforia, lo avesse raccattato dal tavolo con le banconote senza accorgersene?
Tuttavia, avendo tenuto le mani in tasca durante tutto il tragitto del ritorno, l’uomo è certo che se ci fosse stato dentro qualcosa di estraneo, se ne sarebbe accorto ancor prima di perderlo.

Gina attende qualche minuto, poi sbircia dalla finestra che dà sulla strada. Vuole assicurarsi che il marito abbia imboccato la via principale. A quel punto ritorna in salone, afferra il cordless sul tavolino e compone un numero che conosce a memoria. Terminata la telefonata, si affetta a calzare i suoi Moon Boot e si precipita fuori, incamminandosi di buona lena.

Non è difficile indovinare in cosa possa consistere il passatempo che a Campacavallo, nel corso dei suoi tanti gelidi pomeriggi, tiene impiegati gli uomini.
Escludendo Stanlio, Ollio, e pochissimi altri, dopo aver pranzato, tutti ritornano in bottega. Siedono allegri consumando discrete quantità di liquore, nel tentativo di riscaldarsi un po’. Guardano e commentano dei film (per soli uomini, ovviamente) che Giuseppe si prende la briga di ordinare con regolarità nei negozi online. E sempre c’è anche chi, un po’ sopra le righe, o un po’ troppo su di giri, tira fuori un aneddoto comico assai, o qualche gradito pettegolezzo; e spesse volte capita che vengano svelati persino alcuni scabrosi particolari, intimi e personali. Ecco allora che, all’improvviso, Giuseppe drizza bene le orecchie: tutto ciò che accade a Campacavallo è di sua competenza, e lo è ancor di più se si tratta di sesso.

Mario è taciturno. Piuttosto passivo osserva lo scorrere del film sullo schermo; nonostante una continua visione di corpi sinuosi e nudi, mantiene un’aria assente grattandosi la testa di continuo.
Anche Giuseppe si perde tutto quello spettacolo. Non si è ancora fermato un attimo: rovista frenetico in ogni cassetto, poi nel vano della cassa; sposta una per una, per poi ridisporle, tutte le bottiglie poggiate nel mobile bar; e riorganizza ogni spazio secondo un proprio – e inarrivabile – criterio logico (o illogico). Infine coglie al balzo l’occasione per fare un po’ d’ordine anche in bagno, e già che c’è, sistema in lungo e in largo tutta la scaffalatura che è piazzata nel piccolo corridoio.

(…continua)

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CAMPACAVALLO (Parte 2).


Nel corso degli anni la bottega di Giuseppe è diventata una specie di ritrovo per soli uomini. Tuttavia nessuno, mai neanche una volta, ha dovuto prendersi il disturbo di vietare l’accesso alle donne: diciamo che è andata sempre così in maniera naturale, e da che se ne serba memoria. A Campacavallo non c’è molto da fare, men che meno in pieno inverno. Chi, non più giovane, non ha ceduto alla tentazione di lasciare il proprio paesello alla ricerca di un lavoro stabile e remunerativo (o non ne ha mai sentito l’esigenza), ha sempre tirato a campare, badando ad alcuni capi di bestiame oppure coltivando un appezzamento di terra. Tuttavia, in questo lungo periodo di freddo glaciale tutti gli animali vengono lasciati nelle loro stalle, e le piante rattrappiscono, sopra o sotto la neve. Senza lamentarsi troppo, tutti attendono l’agognato tempo del disgelo. Comunque, a Campacavallo, non succede mai niente di nuovo. E cosa dovrebbe mai capitare? In questo paese di soli quattro gatti par quasi non accada mai nulla, nulla di così grosso che valga la pena di esser raccontato. Tutto è all’apparenza uguale a ieri, come anche a ieri l’altro, tranne la neve che è sempre di più.

Quando l’uscio si apre, un campanello trilla nel retrobottega. Allora Giuseppe raggiunge il centro del locale e si prepara ad accogliere i clienti. Saluta, sorride, afferra i giacconi e subito si dà un gran daffare per riporli in maniera impeccabile sull’attaccapanni a muro. Gli uomini si accomodano al tavolo e Giuseppe si defila dietro al bancone del bar, porgendo con cortesia a ciascuno la propria colazione: c’è chi si accontenta di un caffè liscio o macchiato (o tutt’al più corretto), e chi invece esige un bicchiere di grappa o anche del punch bollente, nel tentativo di togliersi di dosso almeno un pochino di freddo.

Paco, Pippo e Geremia sono sempre i primi ad arrivare; Giuseppe li considera degli amici, più che dei clienti. Poi, come sempre, fanno la loro comparsa anche Mario e Giulio. Di lì a poco, di solito, arriva anche Michele. Invece Stanlio e Ollio, due forestieri che provengono da lontano, dalla valle, e soprannominati così per via delle loro stazze, si presentano abitualmente dopo le nove.

Quando sono arrivati proprio tutti, solo dopo aver esaudito i bisogni di ciascuno, anche Giuseppe si accomoda al tavolo e comincia a tenere comizio. Sorride, è brillante, recita ogni giorno nuove barzellette, ha sempre la battuta pronta. Giulio, invece, è solito leggere il giornale, riportando a voce alta le notizie di prima pagina e dando il via a una serie di considerazioni per nulla costruttive (per non parlare delle imprecazioni che tira commentando gli articoli sul calcio). Inoltre, se qualcuno lascia a intendere che ha la necessità di reperire un qualche articolo, magari un attrezzo da giardinaggio, un capo di abbigliamento o qualsiasi altra cosa, Giuseppe, pratico nell’uso di Internet, si dà da fare, picchiettando i tasti del suo portatile ed eseguendo una rapida ricerca online. In breve tempo, dopo una conferma da parte dell’interessato, procede alla relativa ordinazione, intascandosi l’importo dovuto maggiorato della parcella per il servizio.

Campacavallo è talmente nascosto, che nemmeno le consegne di Amazon giungono puntuali, eppure lo shopping online è ritenuto da tutti una comodità innovativa.

I clienti della bottega amano dialogare con Giuseppe: è capace di ascoltare (che di per sé è una rara virtù), e riesce a essere addirittura d’aiuto. I clienti provano conforto nel confidargli i loro problemi, di ogni sorta, persino quelli familiari; oltre a un valido sostegno morale, ricevono sempre una possibile soluzione ai propri noiosi grattacapi. E grazie alle svariate chiacchierate intrattenute con i clienti nel corso degli anni, si può affermare con assoluta certezza che Giuseppe conosce vita, morte, miracoli, e persino il più recondito segreto di Campacavallo; è al corrente della più piccola bega sorta tra i suoi abitanti, e di ognuna delle loro peggiori (o forse migliori!) rogne. Giuseppe sa tutto di tutti!

Una volta presi in rassegna tutti i guai freschi di giornata, ecco che la piccola e rumorosa bottega subisce l’ennesima metamorfosi, trasformandosi in una sala da gioco. Tra un bicchiere e l’altro, sul tavolo, fanno la loro comparsa delle carte da poker. Allora, tutti i presenti sospendono ogni attività, concentrandosi nel gioco ed eseguendo le dovute puntate (mai troppo alte, ma nemmeno troppo basse). Ai propri tormenti esistenziali, per un po’, non pensano più. Tutt’al più litigano tra loro, anche insultandosi, ma sempre nei limiti e divertendosi in maniera piuttosto spensierata.

Dopo aver riposto la prima tranche dell’incasso giornaliero dentro la cassaforte a combinazione, che è stata ben nascosta sullo scaffale nel retrobottega, Giuseppe si accinge a calzare di nuovo i suoi doposci già asciutti. “Chi consuma paga!”, raccomanda a Geremia quando riappare sorridente nel salone, e lo incarica di sostituirlo per un po’. Quasi tutti i giorni, Geremia fa le veci del proprietario e in cambio riceve bevute illimitate e gratuite (mi raccomando, che resti tra noi!). Verso le dieci e mezza, dopo aver giocato almeno un paio di mani, Giuseppe annuncia di dover uscire un’oretta per sbrigare delle commissioni. Si calca ben bene il cappello sulla testa, poi lascia la bottega e fischiettando attraversa la sua proprietà. Il suo passo è veloce, i doposci affondano nella neve alta mentre si dirige verso il centro.

Le donne di Campacavallo, al contrario dei propri mariti, difficilmente si allontanano a lungo dalle loro abitazioni. Tutt’al più si recano al piccolo supermercato, ma tornano subito, dopo aver comperato il necessario e fatto due chiacchiere (nel più fortunato dei casi).  Nonostante la neve ricopra a perdita d’occhio proprio tutto, in casa ci sono da sbrigare un’infinità di lavori più o meno ripetitivi. In inverno i mariti battono la fiacca dalla mattina alla sera: si svegliano presto, eseguono male e solo in parte i propri compiti, poi escono e nessuno li vede più, fino all’ora di pranzo. A Campacavallo non c’è moglie che possa dirsi davvero contenta, e in special modo quando, dopo una mattinata trascorsa fuori all’insegna dell’ozio, il proprio marito osa rincasare affamato, e, per giunta, con il portafogli vuoto. Al tavolo da gioco, ogni tanto capita anche di vincere, ma nella maggior parte dei casi più di uno rimane spennato. Basti pensare che, poco prima di Natale, Mario riuscì a giocarsi addirittura la nuda proprietà di un lotto di terra situato ai piedi della cascata. Non appena confessò l’accaduto alla moglie, l’eco delle grida isteriche di Gina rimbombò fino a sera tarda, e per tutta la valle.

Giuseppe sbuca sulla strada principale. L’uomo oltrepassa l’edicola, poi passa davanti al Comune e prosegue oltre la chiesa. Si ferma poco dopo, dinanzi a una casa antica di sassi. Osserva bene a destra, poi a sinistra, e infine anche davanti a sé. In ogni caso evita di guardare quell’orrendo affresco dipinto sulla facciata e raffigurante San Leonardo di Limoges (dicono possa proteggere gli agricoltori e il bestiame, ma a Campacavallo non c’è Santo che tenga) con tanto d’aureola sopra la testa. Bene, come sempre la strada è deserta. Giuseppe batte sull’uscio tre colpi secchi. Odia il fracasso del catenaccio quando ricade sul portone: non c’è volta che non lo faccia sussultare. Il chiavistello scatta un paio di volte e l’uscio cigola, schiudendosi quanto basta per permettergli di passare. Neanche il tempo di sgattaiolare dentro che viene cinto da un abbraccio bello forte. Il suo cappello si schioda dalla testa e ricade sul pavimento; Giuseppe si deve sforzare parecchio per nascondere una smorfia. “Mi sei mancato!”, gli confessa la donna, sussurrando nel suo orecchio. La voce di lei è soave, riesce a calmarlo. Giuseppe, palpandole voglioso il seno, la bacia con fervore. Sulle note de Le quattro stagioni di Vivaldi i due scompaiono in camera da letto, sotto le lenzuola (e vi assicuro che ulteriori particolari è meglio non raccontarli).

Gina è una donna vivace e intraprendente, in carne quanto basta per farsi piacere; Giuseppe preferisce la sua piena corporatura alla secchezza di Emma, nonostante sia costretto a ammettere che il fisico di quest’ultima è talmente perfetto da sembrare un legno scolpito.

Intanto, nella bottega…

A Campacavallo l’erba non cresce affatto bene, ma, non appena l’aria si fa meno gelida, la gramigna sì. Geremia si alza dal tavolo con la scusa di doversi servire del bagno situato sul retro, in fondo al magazzino. Apre il rubinetto e lascia scorrere forte l’acqua dello sciacquone. Con un balzo raggiunge lo scaffale. Dopo aver frugato per qualche istante, afferra la piccola cassaforte d’acciaio. Nessun problema: conosce benissimo la combinazione. Davvero un peccato che quella mattina vi siano stati deposti pochi soldi; se soltanto quel poco di buono di Giulio avesse saldato la spesa della scorsa settimana, avrebbe osato di più, come l’ultima volta. Invece gli tocca accontentarsi di una banconota da venti Euro che arrotola e ficca in fondo alla tasca. Poi ritorna in bagno e mentre si lava le mani si guarda allo specchio soddisfatto, sorride sarcastico e pensa di meritarsi di più.

Approfittando dell’assenza temporanea di Geremia, Ollio si alza di scatto e afferra una bottiglia di Sambuca sulla credenza del bar. Tutti, ghignando come matti e ben attenti a non fare rumore, fanno il giro buttando giù tutto d’un fiato, e poi ripongono la bottiglia vuota al suo posto.

(… continua.)

CAMPACAVALLO ( parte 1).

CAMPACAVALLO.

A Campacavallo, un piccolo paese arroccato sulla cima di una montagna, tira un’aria sempre fredda. Il clima è così tanto gelido da non lasciar crescere in pace nemmeno l’erba, ed è probabile che, proprio da qui, giunga quel famoso proverbio che alla gente del posto non piace per niente.
In compenso, percorrendo la via principale (e dovete credermi, per chiamarla principale ci vuole un gran coraggio) ci si imbatte in alcuni negozi, e subito sovvien naturale domandarsi come diavolo facciano a restare aperti. A Campacavallo non si incontrano neanche turisti in estate, e, dunque,figuriamoci in inverno; qui non c’è l’ombra di un albergo, e men che meno di una pista da sci. Questo piccolo borgo è talmente fuori dal mondo, che nemmeno i navigatori satellitari si prendono la briga di segnalarlo. E inoltre non è di passaggio per nessun altro posto: anche decidendo di tirar dritto, da qui non si va da nessun’altra parte. Campacavallo è nel bel mezzo del niente.
Proprio per questo motivo, tutte le vie restano piuttosto deserte durante il giorno, e, ovviamente, lo sono ancor di più nel corso della notte. Uscire di casa, nutrendo la speranza di incrociare qualcuno lungo la strada, per poter magari fare due chiacchiere, equivarrebbe a una pura follia.

Dopo esser rimasta avvinghiata alla montagna, avvolgendola e risalendola con i suoi tornanti, la via principale sbuca in alto sulla radura. Dopo aver compiuto le più svariate peripezie, questa riesce nel suo intento di raggiungere il paese, ma subito si assottiglia, dando quasi l’impressione di voler scomparire. Invece eccola proseguire ancora, districandosi incerta e alla bell’e meglio tra i vecchi casolari di pietra, che un tempo vennero costruiti uno addosso all’altro, forse nel tentativo di potersi riparare un po’ meglio dal gelo. Poi, la viuzza continua umida fino alla graziosa chiesetta, lasciandosi dolcemente assorbire dalla piazza rivestita da cubi di porfido. Proprio dirimpetto alla chiesa lampeggia intermittente un’insegna sgangherata che annuncia la presenza di un piccolo supermercato. Osservandolo bene vien spontaneo pensare che dentro vi si possa trovare poco, o quasi niente, invece, varcandone la soglia e lanciando un’occhiata fugace agli scaffali alti, ravvicinati, e straboccanti di prodotti, occorre ravvedersi subito nel constatare la presenza di tutto ciò che è essenziale per una tranquilla sopravvivenza.
Dopo esser rimasta di nuovo nascosta dietro alcune costruzioni e al modesto edificio nel quale è ubicato il Comune, la viuzza riappare all’improvviso, eppure ancora più stretta; trafitta da innumerevoli buche, e solcata da un’infinità di crepe, si esibisce con ciò che resta di un vecchissimo strato di asfalto.
Riacquistando poi pendenza, con un apparente ultimo sforzo, ormai ridotta a poco più di un sentiero, la stradina arranca ancora un po’, come a voler offrire il massimo nell’ultimo tratto, per lo strappo finale. Dunque, essa tira ancora dritto proprio davanti al giornalaio, ma subito dopo si tronca di netto, dissolvendosi all’improvviso a ridosso di una distesa di terra argillosa e fangosa, uno spiazzo piuttosto vasto e piano sul quale è consuetudine trovar parcheggiate diverse automobili. A un improbabile sguardo forestiero quella visione risulterebbe senz’altro surreale, fuori posto. Eppure, tutti gli abitanti di Campacavallo si sono abituati al continuo viavai causato dall’attività di Giuseppe: forse, in questo luogo selvaggio e ostile, l’unica avvisaglia della presenza di una civiltà.
A Campacavallo la neve comincia a cadere abbondante già in autunno, poi prosegue senza tregua nel corso di tutto l’inverno. Tuttavia, anche in queste condizioni climatiche pessime e avverse, i clienti di Giuseppe non si fanno certo desiderare.
La sua bottega non è segnalata da una vera e propria insegna, e nemmeno vanta una vetrina. Si sviluppa su una cinquantina di metri quadri e possiede due sole finestre, con un piccolo davanzale, e dietro alle quali ondeggiano delle tende scozzesi, bianche e rosse, che non lasciano intravedere niente di che, a parte i riflessi dorati di una luce che rimane sempre accesa, sia di giorno che di notte. Vi si può accedere da un portone di legno massiccio che non resta mai aperto a lungo, neanche per sbaglio. Si tratta di uno chalet ristrutturato, è grazioso e dall’aspetto curato. E’ isolato e piuttosto lontano dal centro: si trova in periferia, proprio nel punto ove comincia a infoltirsi la pineta. Proseguendo in salita lungo il breve pendio, questa riesce a tingerlo di un verde opaco, giungendo fino alle grandi rocce che ne decretano la cima. Talvolta, ma soltanto nelle giornate più limpide, la vetta sembra così vicina da far credere di riuscire a toccarla con un dito.
L’appartamento di Giuseppe si trova al primo piano, proprio sopra il suo bel botteghino. I balconi che si affacciano dalla sua abitazione sono abbelliti da alcuni vasi di gerani. Estate dopo estate (non crederete che qui possa far davvero caldo!), si colmano di grassi germogli, che sbocciando sembrano esplodere. I fiori sono sempre così rossi da riuscire persino a evocare il colore del sangue.

Davanti allo chalet c’è un costante movimento di gente che viene e che va, dalle nove di mattina alle sette di sera, dal lunedì al sabato. Quasi tutti gli abitanti di Campacavallo fanno abitualmente visita a Giuseppe, ma la sua bottega è meta ancora ambita anche dai forestieri, sebbene giungano da molto lontano (è da considerare che il più vicino centro abitato dista almeno cinquanta chilometri).
Invece, alla domenica tutto resta quasi immobile, e tace. Il parcheggio ritorna ad essere solo uno spiazzo di terriccio rosso e umido, e solo alcuni uccelli, e un paio di gatti selvatici, osano avvicinarsi alla bottega, forse in cerca di qualcosa da infilare nel becco, o da mettere nello stomaco.

Giuseppe non è alto più di un metro e sessanta, non è magro e non è grasso. Indossa sempre dei cappelli di velluto con la tesa sporgente e ai quali non rinuncia proprio mai, neanche in estate, e men che meno mentre lavora.
Giuseppe è una persona sorridente, sembra essere davvero un uomo felice nonostante sia costretto a vivere in quel di Campacavallo, dove l’erba non cresce.
Sebbene risulti impossibile rinnegare la bellezza incontaminata offerta da questo tratto di alta montagna, bisogna ammettere che in questo posto non c’è molto da fare. Questa potrebbe essere una teoria probabile per giustificare quel brulicare continuo di gente nella piccola bottega di Giuseppe, senza nulla togliere all’evidente carisma del suo proprietario. Sono parecchi quelli che lo stimano, e questo grazie alla sua spontanea innata simpatia. Solo qualcuno, come spesso accade in questi casi, si dimostra invidioso del suo indiscutibile successo negli affari, e, non reggendolo, si guarda bene dall’inoltrarsi in quella proprietà. Fatto sta, che Giuseppe se ne frega. E’ cocciuto come un caprone. A testa alta porta avanti l’attività nella sua bottega, che un tempo fu avviata dal nonno. Pareva trascorso anche più un secolo, dacché, per campare, era sufficiente vendere del burro, del latte fresco, oppure un bel pezzo di formaggio.

Quando nevica durante la notte, Giuseppe si sveglia molto presto. Calza i suoi doposci, e, a passi pesanti, discende le scale esterne che portano giù, in giardino. Dopo aver recuperato la pala, che vien riposta nel sottoscala, si dirige fischiettando e a passi larghi nel parcheggio della bottega.
Nessuno, a Campacavallo, si lamenta di dover spalare la neve. Tutti la considerano una pratica di routine alla pari che lavarsi. Anzi, a dirla tutta Giuseppe è davvero felice di togliere la neve dal parcheggio. Si tratta di un’attenzione che adora rivolgere ai suoi clienti, per ricompensarli del fatto che, a prescindere dal clima o dalla distanza, lo onorano recandogli visita.
Giuseppe si assicura di aver ben svolto il suo compito, si aggiusta il berretto sul capo, poi, ricalcando in maniera precisa le orme profonde che ha lasciato all’andata, ritorna verso casa sua. Sulla soglia della bottega leva i guanti, poi li batte tra di loro per ripulirli dal ghiaccio e si sfrega le mani, nel vano tentativo di riscaldarle. Infine, mettendosi a rovistare nelle tasche dei pantaloni, ne estrae un mazzo di chiavi. In una consueta sequenza di gesti, che paiono quasi scaramantici, scuote quel mazzetto tintinnante tre volte nell’aria, dopodiché afferra la chiave più lunga e accede al locale.
La luce fioca, proveniente dal lume che resta sempre acceso sul retro, converge in un flebile fascio di luce capace di raggiungere l’entrata e che, delineando il volto tondo di Giuseppe, suddivide a metà la penombra grigia che avvolge tutto il resto della stanza. Un bancone, posto dinanzi all’ingresso del retrobottega, resta anch’esso illuminato. La cassa è poggiata sul suo lato destro. A sinistra sono stati posati dei fogli, una penna biro, un calendario, e pure una vecchia calcolatrice.
Giuseppe si dirige al quadro elettrico per riattivare gli interruttori. I faretti appesi al soffitto si accendono ravvivandosi dopo qualche istante.
Non ci sono scaffali, né merce esposta. Il locale rettangolare è pressoché vuoto. Un vecchio tavolo ovale è piazzato proprio in mezzo alla stanza e in un angolo c’è un mobile-bar vintage dietro al quale, in bellavista dentro una specie di vetrinetta, vengono esibite alcune bottiglie di alcolici e un servizio di bicchieri in cristallo.
Quattro sgabelli di legno massiccio sono posti attorno al bancone, sulle pareti sono stati appesi dei quadri a olio che raffigurano diversi paesaggi di montagna ed è facile sentirsi come osservati da una testa di cervo imbalsamata dalla quale fuoriescono due lunghe corna articolate.
Giovanni, fischiettando ancora, pigia il tasto di accensione posto alla base del suo computer. Una musica jazz si diffonde nella stanza, al che, defilandosi nel retrobottega, si libera del giaccone e dei doposci. Si accinge a calzare un paio di scarpe classiche, che durante la notte ha lasciato intiepidire sotto lo stretto calorifero di ghisa.
Con lo spazzolone Giuseppe asciuga l’umidità presente sul parquet, dovuta al suo passaggio, e, infine, tirando un sospiro di fatica riposiziona il tappetino davanti all’uscio.
Il display della cassa segna pochi minuti alle nove.
E’ davvero una fortuna condurre la propria attività a Campacavallo, in un luogo così sperduto. Giuseppe non ha mai ricevuto una visita da parte della Guardia di Finanza, e, giù in paese, proprio nessuno ha avuto il piacere di incontrare un Carabiniere (o, forse, dei Carabinieri non si è mai sentito il bisogno). Invece, di tanto in tanto, un’ambulanza arriva eccome, ma, in linea di massima, Campacavallo è un borgo così tranquillo, che, talvolta, par esser dimenticato persino da Dio.

LA SIGNORA PIA.

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“Questa casa, un tempo, doveva esser stata piuttosto accogliente”.
“Qui, sul citofono, si riesce ancora a leggere un nome: Pia, Pia Pozzoli. Ti dice qualcosa?”

Pia era una bambina curiosa, tuttavia, in tanti, già allora, la definivano strana. Strana perché a tutti regalava l’impressione di essere sempre intenta a pensare, e soleva farlo anche più spesso di quanto capita a un adulto.
Mentre qualcuno le parlava, lei aggrottava la fronte, tenendo a lungo lo sguardo fisso nel vuoto. Si distraeva facilmente, osservando le nuvole o l’orizzonte, oppure reggeva e rigirava di continuo tra le mani qualunque cosa che le fosse capitata a tiro: poteva trattarsi di una penna, di un fuscello di legno, di un soprammobile. Anche osservando gli oggetti comuni, lei riusciva a scovare sempre una sfumatura di colore, piuttosto che una leggera variazione della materia, una ruvidità inaspettata, un disordine nella trama, o il più minuscolo difetto. Insomma, si perdeva ad osservare cose che la maggior parte della gente non si sarebbe nemmeno presa la briga di considerare. E, infine, cercava la spiegazione logica di tutto.
Pia era in grado di fantasticare in una maniera tutta sua. E, per quanto le sue idee, che senza tregua le affollavano la testa, potessero risultare a dir poco geniali, apparivano talvolta fin troppo grandi per una bimbetta della sua età. Non risultava simpatica, né si poteva definire una chiacchierona. Quando era obbligata ad esprimersi, utilizzava un linguaggio così tanto forbito che, spesso, poteva dare sui nervi.
Tuttavia, dentro di sé, Pia coltivava un’infinità di sogni pazzeschi: desiderava colorare di rosa la Tour Eiffel, magari nebulizzando la pittura da un aereo in volo; oppure, osservando la fotografia del Colosseo, ragionava su come poterlo riparare, e, talvolta, si incantava persino a osservare dalla sua finestra la montagna che dominava la campagna circostante: stava valutando un modo per riuscire a incidere il suo nome su quelle pendici, in modo che si sarebbe potuto leggere anche a svariati chilometri di distanza. Per contro, non le importava nulla di tutte le cose che dicono o che fanno i bambini e non era interessata ai loro giochi, e nemmeno ai loro stupidi passatempi.

“No, io non mi ricordo di lei. Hai detto che è mancata tre anni fa, giusto?”
“Sì, ha campato per ben novant’anni.”

Quando Pia frequentava la scuola elementare e si ritrovava a dover studiare storia, provava una grande invidia per tutti quei grandi personaggi, che, per un motivo o per l’altro, erano riusciti a farsi ricordare nel corso degli anni, o addirittura lungo il corso dei secoli: Giulio Cesare, Leonardo Da Vinci, Galileo Galilei, Darwin.
E proprio grazie al suo sussidiario, si fece strada in lei l’ossessione che diventò il tormento della sua lunga vita.
Lia era incuriosita da tutto. Un giorno, appena rincasata dopo aver partecipato a una Santa Messa domenicale, espresse alla madre il desiderio di imparare a suonare il pianoforte. In chiesa le era capitato di far caso al suono dell’organo, la cui viva e vibrante melodia aveva risvegliato in lei l’autentico desiderio di diventare una musicista. Sua madre accolse con entusiasmo la richiesta. Trascorsero due settimane, e Pia prese la prima lezione privata. Apprendeva con facilità, grazie alla sua intelligenza; era una ragazzina caparbia, metodica, diligente nello studio. Imparava con naturalezza ogni genere di scala, gli accordi più difficili, e persino i solfeggi. Eseguiva in maniera sciolta tutti gli esercizi che le avrebbero permesso di mantenere la corretta posizione delle dita sui tasti. Lezione dopo lezione, e anche piuttosto in fretta, diventava sempre più capace.
“Un giorno comporrò una musica che risuonerà in tutte le radio e nelle orchestre di tutto il mondo!”, aveva esclamato allegra, una sera, abbracciando la madre, prima di andare a dormire.
Pia non si era limitata a suonare il pianoforte: grazie a un innato orecchio musicale e a uno spiccato senso del ritmo, maneggiava con scioltezza le nacchere, batteva grintosa sul tamburello, strimpellava la chitarra scordata che apparteneva a suo zio, e se la cavava persino con la vecchia fisarmonica del nonno, che nessuno sapeva di avere ancora e che era stata rinvenuta per caso, dentro un sacco di plastica, in cantina.
In egual misura, Pia amava anche la poesia. All’età di undici anni vinse un concorso scolastico per il quale era stato richiesto un componimento in rima. Fu fotografata con un largo sorriso e le venne dedicato un articolo che fu pubblicato su un giornale locale.
Dopo quell’evento, Pia si mise in testa di poter comporre, oltre alla musica, anche i testi delle canzoni, che presto si tramutarono in poesie, e che poi diventarono racconti di vario genere. Alla sera si ritagliava il tempo necessario per tenere un diario personale. Era costretta ad incollare sulle pagine, come appendici, dei fogli a righe, dato che lo spazio a disposizione non risultava sufficiente per raccontare le sue giornate. Tutte le sue agende erano stracolme, gonfie come un enorme ventaglio, e richiuderle era un’impresa inpossibile.

“Ma, come può essere che io non l’abbia proprio presente? Sono nata qui, mi sarà pur capitato di incontrarla, che so!, per strada, oppure da qualche parte!”
“Nemmeno sulla tomba, al cimitero, c’è la sua fotografia!”

Pia non aveva trascurato neanche l’arte e il disegno. Aveva eseguito alcuni ritratti. Con una matita riusciva a copiare qualsiasi cosa in maniera quasi perfetta, mancava però di talento nello stendere il colore. Tutte le volte che aveva provato a dipingere qualcosa, era stata sempre costretta a buttare via tutto.
Sin da ragazza adorava leggere libri di ogni genere: biografie, saggi, romanzi, ma aveva sempre privilegiato quelli indirizzati ad un pubblico adulto. Sugli scaffali della modesta biblioteca comunale del suo paesello non c’era volume che non avesse sfogliato, o almeno tentato di leggere. Vi trascorreva intere ore, dopo la scuola, soprattutto durante i pomeriggi più freddi, d’autunno e d’inverno. Leggeva e volava via, lontano. Di tanto in tanto, soleva perdersi ad osservare oltre la grande vetrata, sognando di essere protagonista di una meravigliosa storia di cui era appena venuta a conoscenza. La vecchia bibliotecaria le sorrideva sempre. Una volta le confidò: “i giovani dovrebbero somigliare tutti a te, invece, questa piccola biblioteca è spesso deserta. Sai, i libri sussurrano, chiamano, fremono, eppure sono pochi coloro che riescono a sentirli, che desiderano ascoltarli.”
Pia immaginava che ciascuno di quei volumi potesse celare un proprio e misterioso alito di vita e riuscisse a vantare una propria voce. Anzi, doveva essere proprio così: per scrivere, si dice che uno scrittore debba dannarsi con anima e corpo. Così, riga dopo riga, pagina dopo pagina e capitolo dopo capitolo, l’essenza dell’autore doveva esser stata assorbita dalla carta, doveva esserci caduta, scivolata dentro insieme alle parole, insieme alle idee.
Pia, quella sera, lasciò la biblioteca canticchiando e saltellando: era felice. D’accordo con sua madre, sarebbe rientrata a casa prima che fosse calato il buio.
Pia pensava spesso alla morte, ma non ne aveva timore. A tormentarla, piuttosto, era un solo chiodo fisso: allorquando non fosse più esistita, e qualora fossero mancati anche i suoi affetti, nessuno avrebbe più serbato alcuna memoria di lei. Nessuno avrebbe avuto un valido motivo per ricordare la sua esistenza.
Urgeva fare qualcosa. Doveva! Intendeva lasciare al mondo un segno del suo passaggio. Prima o poi ce l’avrebbe fatta, sarebbe riuscita a compiere un gesto che sarebbe stato ricordato per sempre. Per sempre, quelle parole conservavano un fascino assoluto, avevano suono straordinario, tanto che Pia decise di utilizzarle come titolo per il suo romanzo. Dopo aver cenato, con la testa sempre persa tra le nuvole, si mise all’opera. Avrebbe cominciato a scrivere un libro, il suo. Vi avrebbe riversato dentro anima e corpo, tutti i pensieri. Sarebbe stato un successo, così, tramite il suo lavoro, Pia avrebbe acquisito un po’ di immortalità, contaminando la vita degli altri, e spingendosi oltre la sua limitata esistenza.

“Guarda, il vetro della finestra è rotto. Fammi dare almeno una sbirciata, sono curiosa!”
“Qui c’è scritto che la casa è pericolante, non sarà pericoloso?”

La signora Pia, in vita sua, non aveva mai traslocato. Furono i suoi genitori a trasferirsi in un nuovo appartamento più piccolo, quando lei annunciò di voler sposare un ragazzo, che, subito, dovette arruolarsi per la guerra, e che, quando ritornò, era già diventato un uomo.
Pia non credeva nella fortuna, era convinta non fosse destinata a restare troppo a lungo nello stesso posto, e, difatti, accadde che quell’amore si dissolse in fretta, troppo in fretta, proprio come era arrivato.
La signora Pia aveva pianto per giorni interi quando il marito l’aveva lasciata. Era rimasta sola, sola in quella casa parecchio umida, diventata troppo piccola per contenere tutti i ricordi e fin troppo grande per riuscire a gestirne gli spazi.
In un angolo del soggiorno crepitava il camino, sul lato opposto attendeva silente il pianoforte. Ovunque erano stati sparpagliati dei fogli che mostravano disegni insensati o parole inutili. Il piccolo divano a due posti era invaso da pile storte di libri già letti, e qua e là, poggiati sul mobilio, c’erano oggetti di ogni genere che non sarebbero serviti a un bel niente.
Pia, travolta da un’ondata di isterismo, gettò nei sacchi dell’immondizia tutto ciò che le capitava tra le mani. Quando ebbe finito, quella stanza non le parve più la sua.

Talvolta la assaliva una specie di nostalgia, che le faceva desiderare di poter vivere al mare. Non che la stretta vicinanza alle montagne le dispiacesse più di tanto, tuttavia la portava a provare più o meno la stessa sensazione regalata dai suoi capelli: erano morbidi, lisci, ma le sarebbero piaciuti di più se fossero stati ricci.
Cominciò a scrivere un secondo romanzo dato che il primo era rimasto in fondo a un cassetto. Con il senno di poi, non era nient’altro che una storiella adolescenziale, scialba e immatura.

“Là, guarda, vedo un camino!”
“Per la miseria, hai notato quanti fogli sono stati disseminati in giro? E quello parrebbe un giradischi. Sì, è proprio un giradischi. Magari funziona ancora, che peccato! Verrà di sicuro coperto dalle macerie.”

Pia ascoltava spesso i Queen, li adorava. Trovava originale la loro musica, la giudicava intramontabile. Aveva anche un debole per le sue pentole di acciaio inossidabile, per gli elettrodomestici della Zoppas, e per i calendari perpetui realizzati con i dadi di legno: ne possedeva addirittura tre. Amava i bambini, ovviamente quelli degli altri, ma anche quelli che non avrebbe mai avuto.
Odiava le rughe che, giorno dopo giorno, facevano la loro comparsa sul volto. Odiava quando cominciava a consumarsi la suola delle scarpe, e detestava anche quella sensazione di impotenza e di solitudine così tanto forte da toglierle il fiato. Tuttavia non aveva ceduto alla tentazione di prendere con sé un animale da compagnia, cosciente che, in ogni caso, avrebbe avuto un’esistenza troppo breve.
La signora Pia proprio non riusciva a star ferma, così ricominciò a scrivere, riprese a suonare e a disegnare. Non aveva mai smesso di pensare, perché aveva ancora troppi sogni da realizzare.
Quanto avrebbe desiderato possedere il cervello di Einstein, le mani di Monet, il talento di Paul Newman, Il carisma di Che Guevara, la creatività di Bach.
Doveva pur esistere almeno una cosa che avrebbe potuto realizzare in maniera magistrale. Ci pensò su per diversi giorni, poi si imbatté in un cartello pubblicitario affisso alla fermata dell’autobus e scritto alla bell’e meglio con un pennarello. Decise di iscriversi a quel corso di teatro.

“Ciao, cosa state combinando?”
“Stiamo curiosando dentro questa casa. Per favore, dicci che conoscevi la vecchietta che abitava qui!”
“No, mi spiace, non ne so niente. Quando avevo visto i paramenti, ricordo di aver chiesto a mia nonna. E neppure lei l’aveva vista in faccia, però era certa che si fosse ammalata, e, pace all’anima sua, nemmeno sapeva di cosa. Mi aveva raccontato che quella donna trascorreva ormai intere stagioni senza uscire di casa. Tutte le mattine mia nonna notava sopraggiungere il furgone del negozio di alimentari. Il conducente scendeva, suonava il citofono, poi eseguiva la consegna poggiando un sacchetto dietro l’uscio aperto dell’appartamento.”

La signora Pia si rimise al lavoro: il terzo romanzo. Il secondo era stato spedito qualche anno prima a un paio di case editrici, ma nessuno si era preso la briga di inviarle almeno una risposta. Si percepiva acciaccata, ormai non era più giovane, tuttavia era più o meno certa di aver raggiunto l’età ideale per scrivere. Era convinta che, per riuscire a raccontare bene qualcosa, bisognava aver maturato la giusta esperienza.
Ogni tanto suonava il pianoforte. La fisarmonica, invece, si era irrimediabilmente rotta. E aveva smesso con il teatro: aveva sognato di imparare a recitare, con la vaga speranza di approdare al cinema. Il successo non l’allettava: della fama in sé ne avrebbe ricavato poco, oppure niente. Le sarebbe però piaciuto essere immortalata, almeno una volta, in una pellicola; la considerava come una specie di assicurazione, per evitare di scomparire dalla faccia della Terra il giorno che fosse morta. Ma quello stupido regista, venendo a conoscenza delle sue capacità musicali, senza alcuna esitazione la mise dietro all’organo, rassicurandola: “il tuo ruolo è uno dei più importanti. Sai, in uno spettacolo, la musica è fondamentale”.
Pia mantenne fede all’impegno preso, ma a spettacolo concluso si dileguò, e abbandonò le scene per sempre.

In primavera, nella sala d’attesa del dottore, le capitò di notare un uomo interessante. Non portava la fede, e Pia dedusse che non fosse sposato. Accortosi di essere osservato, lui le sorrise. Beh, fece come meglio poté, tra un colpo di tosse e l’altro. Lei arrossì, si emozionò, ma poi provò tanta paura. Ormai, a cinquant’anni suonati, si sentiva troppo vecchia per certe cose. Lungo la strada del ritorno il vento tirava forte. E Pia l’aveva sempre odiato il vento.

Più l’età avanzava, più diminuivano le chances di realizzare il suo obiettivo.
Strappò con ira il pendolo dalla parete. Osservando alcuni passanti dalla finestra si rese conto di invidiare tutti, e perse di colpo ogni voglia di uscire.
Ormai teneva tutto il giorno le tapparelle abbassate. Nella casa le luci restavano sempre accese. Non guardava la Tv perché, a suo dire, non veniva trasmesso nulla di interessante. Si era data all’intaglio del legno, al ricamo, e per non annoiarsi risolveva cruciverba e parole crociate, di cui aveva fatto una gran scorta dal giornalaio, nel corso di una delle sue ultime uscite.
Il terzo romanzo era stato ultimato piuttosto in fretta, e, come il secondo, era stato spedito.
Pia non demordeva mai. Pur di esser ricordata in eterno, sempre era stata disposta a tutto.
Una mattina si svegliò molto presto, forse a causa di un sogno, con in testa l’idea di compiere un gesto estremo. Sarebbe senz’altro riuscita a ottenere un articolo su tutti i giornali, e non giornali qualunque: avrebbe avuto la prima pagina delle testate più importanti, quelle nazionali.
Si sciacquò velocemente il viso con l’acqua fredda, indossò degli abiti comodi, poi afferrò un grosso coltello da cucina e lo infilò decisa nella lunga tasca interna del soprabito. Ma, giunta sulla soglia, ebbe un fortunato ripensamento, così richiuse l’uscio e ritornò in casa. Si rese conto che quella non sarebbe stata la maniera giusta per esser ricordata a lungo. Si accasciò al suolo stremata, piangendo, e si assopì ancora un po’, lunga e distesa, sul pavimento gelato.

“Chissà che polverone solleverà questa demolizione.”
“Già, domattina sarà meglio tenere ben chiuse tutte le persiane per evitare che ci penetri in casa.”


L’indomani, Pia, ritrovata la calma, cercò un numero di telefono sulle Pagine Gialle e fece una chiamata.
Un paio di settimane dopo, la sua casetta grigio cenere fu impalcata su ogni lato. Alcuni operai cominciarono a verniciare le mura e il cemento cinereo fu ricoperto con un vivace azzurro chiaro. In seguito, sulla facciata, sarebbero dovute comparire alcune nuvole bianche, ma, purtroppo, i vigili urbani, che già si trovavano nei paraggi, insospettiti da quello strano colore bussarono alla porta di Pia. Quando riapparirono nel cortile, ordinarono con tono severo l’immediata sospensione di quel lavoro perché mancavano i permessi necessari. Nel giro di qualche ora, la piccola casetta ritornò suo malgrado ad essere grigia. Pia non ebbe mai il piacere di veder realizzate quelle nuvole sulla propria casa, inoltre, in aggiunta all’inutile compenso che dovette elargire agli sprovveduti operai, si ritrovò a dover pagare una multa esagerata.

Quando Pia venne a conoscenza dell’esistenza di Internet, rispolverò il grosso computer che, per curiosità, aveva acquistato qualche anno prima. Alcuni tecnici le installarono un modem e trovò fantastico avere la possibilità di raggiungere una miriade di utenti in tutto il mondo. Così, nonostante la sua età avanzata, con molta fatica, fu presto in grado di aprire un blog. Poi si diede un gran da fare, postandovi numerosi scritti, alcune fotografie, e persino qualche suo disegno. Escludendo una scarsa decina di followers, capitati per caso e chissà come, nemmeno questa ennesima trovata riscosse il successo agognato.

Dopo una intera vita di ragionamenti, di studi, di teorie e di pratica, una lunga esistenza inseguendo obiettivi, sogni e speranze, Pia decretò che non avrebbe fatto più nulla: nulla di nulla. Le mani le dolevano, le gambe erano stanche. Il dottore, ogni due giorni, era costretto a passare da lei.

In casa ormai sibilavano solo i libri, gridavano tutte le sue invenzioni, si agitavano tutte le sculture sconquassate, e avevano tante cose da raccontare tutti i fogli di carta abbandonati ovunque. Ma Pia non sentiva, ma Pia non faceva più caso a niente.
I Queen, invece, tacevano. Tra le mura di quella casa avrebbero taciuto per sempre. Freddie Mercury era morto, la Zoppas aveva dichiarato il suo fallimento, il telefono poggiato alla mensola rimaneva impolverato e muto, e anche il campanello trillava soltanto per la consegna della spesa o per la consueta visita del dottore.
Lo specchio, appeso in soggiorno, lo stesso che, difficilmente, accettava di esser guardato, rifletteva le luci del giorno, poi, di notte, i tenui luccichii dei lampioni o dei fari delle auto di passaggio: erano solo delle sottili scie luminose che riuscivano a penetrare in casa dalle commessure delle tapparelle. Talvolta, nello specchio appariva di sbieco anche un volto vecchio, malato e stanco, un volto che era diventato quello di una sconosciuta.

“Però, è davvero strano che nessuno riesca a ricordarsi di questa signora.”
“Probabilmente sarà stata una di quelle persone solitarie, pigre, o magari fannullone, che non hanno combinato niente di buono nella loro vita.”
“Già, sarà andata così, come dici tu. Suvvia amiche, non perdiamo altro tempo. Sentite che razza di vento si sta alzando! Sarà meglio raggiungere il bar, vorrei una bella cioccolata calda. Brrr, oggi, qua fuori si gela!”

RICORDI D’ESTATE.

800

Nel corso della bella stagione ci incontravamo sempre in cortile. Abitavamo nella stessa palazzina: io a pian terreno, lei, invece, occupava l’appartamento sopra il mio. Giocare sull’altalena, che era stata installata nel centro esatto del giardino, era il suo passatempo preferito. Non passava giorno che non vi si dondolasse, quasi volesse dimostrare a se stessa che il cielo non era poi così lontano e che, con un po’ di buona volontà, prima o poi, sarebbe anche riuscita a toccarlo. Era una ragazzina testarda che amava sognare. Scendeva giù in cortile e la vedevo avvicinarsi a quell’aggeggio con un passo leggero.

Utilizzava quel gioco in una maniera davvero particolare: poggiava i talloni sull’asse di legno, poi piegava le gambe, le raccoglieva al petto e le abbracciava, dopodiché allacciava le mani ai polsi e cominciava a oscillare. Non ci pensava nemmeno di reggersi alle corde. E dopo un po’, dava spettacolo: lasciava scivolare piano, con dolcezza, la sua schiena all’indietro, stringeva dunque l’asse di legno nella morsa delle cosce e dei polpacci, e faceva andar giù di colpo la testa, e senza mai smettere di spingersi. Temevo potesse rompersi l’osso del collo, e più d’una volta, lo ammetto senza vergogna, con questo suo numero acrobatico mi ha fatto mancare il fiato. Osservandola avevo come l’impressione che nel dondolio dell’altalena la sua anima tentasse di raggiungere non solo il cielo, l’immenso, ma anche i suoi sogni.

La ragazzina nutriva un grande desiderio, quello di diventare una brava ginnasta, e nel caso non ci fosse riuscita, bene, allora si sarebbe accontentata di poter calcare i palchi dei teatri più rinomati del mondo in qualità di ballerina. Il suo essere così spericolata non era solo un capriccio dovuto alla giovane età, era piuttosto un’esigenza del corpo e della mente. Lei voleva osare, e desiderava utilizzare l’altalena in maniera impropria, pericolosa, considerandola un esercizio che l’avrebbe avvicinata al suo futuro.
Tuttavia, in ogni caso, intendeva esibirsi sfidando la gravità, per riuscire a resistere sospesa nel vuoto, proprio come sapeva fare Carla Fracci, la sua artista preferita.

I lunghi capelli biondi si lasciavano accarezzare dai raggi dorati del sole, e nel corso delle sue evoluzioni ricadevano leggeri verso terra; pareva quasi che nell’aria sapessero disegnare un’esplosione di polvere d’oro.

Io non osavo disturbarla, ma non nego che amavo spiarla. Infatti, non appena sentivo echeggiare i suoi passi leggeri e monelli nella tromba delle scale, subito mi affacciavo alla finestra con l’intento di non perdermi lo spettacolo che presto avrebbe dato. Attraversava leggera il grande prato, aveva un passo che pareva una danza, e una volta davanti all’altalena la studiava solo per un momento, poi, con un portamento elegante e con un balzo a piedi uniti, si sistemava sull’asse di legno. E iniziava a dondolarsi. A questo punto io correvo a infilarmi le scarpe da ginnastica, e mi precipitavo giù, in cortile. Quatto quatto, e stando ben attento a non far rumore, raggiungevo una siepe, che, per tutta l’estate, era solita offrire dei piccoli frutti verdi, duri e appiccicosi.

Lei puntava sempre lo sguardo verso nord. Credo che amasse osservare le montagne, che da quel lato si stagliavano contro il cielo chiudendo l’orizzonte, perciò passare inosservato non era un’impresa difficile.

Sono certo che lei mi piacesse, ma non ero ancora in grado di comprendere fino a che punto. Anzi, a essere sincero, mi disturbava l’idea d’aver maturato, seppur in maniera inconscia, un tale pensiero. Mi tormentai a lungo, cercando di capire il motivo per cui non me ne fossi mai accorto prima, e alla fine dovetti accettare la più ovvia delle conclusioni: quella monella avrebbe potuto essere la sorella che non avevo mai avuto.

Però, ancora oggi devo ammettere che lei era davvero carina, nonostante avesse delle gambe più che snelle, oserei dire fin troppo magre. A ogni modo, quando le agitava in aria, riusciva a regalare a chiunque l’impressione di essere una creatura angelica. La invidiavo un po’ per quella sua innata scioltezza, ma anche per quella sua natura allegra e stramba, quasi selvaggia, e soprattutto la ammiravo per la determinazione e per il coraggio che dimostrava anche giocando. La mia indole era invece quella di un pavido: non ci tenevo ad andare sull’altalena, tantomeno a testa in giù, in una posizione così pericolosa e scomoda. Tuttavia non posso negare che ne fossi incuriosito.

Certe volte non si accontentava di restare semplicemente capovolta e immobile, e allora, con una tecnica tutta sua, cominciava a scalciare nell’aria, cercando di far avvolgere le corde attorno alle caviglie, perché se non ci fosse riuscita, lei lo sapeva bene, sarebbe rovinata a terra e non avrebbe potuto esibirsi in quella lunga serie di giravolte mozzafiato.

Non era una ragazzina granché fortunata, i suoi genitori litigavano spesso, praticamente tutti i giorni dell’anno, e non si curavano di lei o del trascorrere delle stagioni. Le loro discussioni erano oltremodo chiassose, così tanto che riuscivano a penetrare sin dentro al mio appartamento, e presumo anche in quello di altri condomini. Nonostante i suoi non fossero dei genitori modello, lei non perdeva mai il sorriso e nemmeno la voglia di giocare. Credo di non averla mai vista con il broncio, neanche quando il suo piccolo mondo fatto di segreti innocenti e di grandi sogni rischiava di franarle addosso. La sua allegria non voleva che saperne di arrendersi e i suoi occhi rilucevano sempre, come stelle. Un giorno mi confessò di non poter frequentare un corso di ginnastica artistica al quale teneva molto. In quell’occasione sul suo volto non scorsi tristezza o rassegnazione: tutta la sua figura era come avvolta in una luce che prometteva a me, e al mondo intero, che un giorno sarebbe riuscita a coronare i suoi sogni. Io, nel mio intimo, forse con un po’ di ingenuità, ero convinto che lei sarebbe stata in grado d’imparare da sé ogni genere di arte, e che, nel corso della sua vita, sarebbe riuscita a ottenere qualsiasi cosa.

Anno dopo anno, sempre nel mese di agosto, io e la mia famiglia ci recavamo in vacanza al mare, lei, invece, non andava mai da nessuna parte: i suoi genitori non avevano soldi da buttar via in svaghi e divertimenti.

Quando cominciavo ad annoiarmi, le sparavo addosso le mie munizioni, che erano i frutti verdi e duri della siepe dietro la quale ero solito nascondermi. I primi colpi andavano quasi sempre a vuoto, ma gli altri no. Quando la beccavo, lei rideva di gusto, poi mi ammoniva e metteva su un faccino fintamente duro, che a me faceva tenerezza. Diceva: «Smettila, scemo! » Io incassavo un poco la testa nelle spalle, restavo in silenzio un secondo o anche meno, dopodiché la salutavo.

«Buongiorno.»

Al mio saluto lei rispondeva con un sorriso d’innocenza maliziosa.

«Tu sei solo capace di stuzzicarmi! »

«Non è vero», ribattevo, con un fil di voce.

«Dovresti provare ad andare sull’altalena come faccio io, invece di fare lo scemo. »

Inghiottivo a vuoto, perché di saliva, in bocca, mi sembrava di non averne più nemmeno una goccia.

«Dài, prova! È divertente. »

Doveva leggermelo negli occhi che non sarei mai e poi mai salito su quell’aggeggio, e così si divertiva a pungolarmi.

Schioccavo allora la lingua nella bocca e, fingendo di essere un duro, le spiegavo che a me non piacevano certi giochi per femmine.

«Non è un gioco per femmine. È che tu sei un fifone», diceva, e poi scoppiava a ridere, lasciandomi lì da solo con i miei proiettili ancora chiusi nella mano.

Un giorno, apparentemente uguale a tutti gli altri, mi parve d’aver sentito i suoi passi lungo le scale. Sporgendomi dalla finestra, notai che l’altalena era immobile, e che in giardino non c’era anima viva. Tuttavia rimasi in attesa per qualche minuto, sperando di scorgerla. Niente, di lei neanche l’ombra. Però non ero ancora convinto, ragion per cui decisi di verificare più da vicino che giù non ci fosse nessuno. La verità è che mi stavo annoiando a morte e di stare ancora sul letto, a pancia all’aria con il walkman attaccato alle orecchie, non avevo proprio voglia. Avevo già ascoltato The Final Countdown, il mio album preferito, per ben due volte consecutive, e adesso non ce la facevo più a stare fermo e solo. Avevo una voglia matta d’incontrarla per giocare insieme a lei.

Dopo aver guardato in ogni direzione, mi rassegnai.

Ma, in quel preciso istante, l’altalena fu travolta da una carezza di vento ed emise un cigolio strano. E udii quell’invito che essa pareva rivolgermi: «Dài, sali anche tu!»

Senza comprendere bene come e perché, solo dopo essermi assicurato per l’ennesima volta che tutt’intorno non ci fosse nessuno, mi ritrovai seduto sul seggiolino di legno. Se fu io a scegliere di salirci sopra o no, non lo so; fatto sta che non potevo più fuggire, potevo solo tirare fuori dal petto tutto il mio coraggio. Prima che potessi rendermene conto mi stavo dondolando. Ancor oggi non so spiegare come accadde, ma o le mie mani non reggevano più le corde. Come guidato da una forza arcana, imitai la ragazzina, ogni gesto che le avevo visto fare per portarmi a testa in giù, e ci riuscii. Le mie gambe stringevano nella loro morsa l’asse, e io dondolavo, e il mondo era tutto sottosopra. Roba da matti!

A un certo punto accusai un capogiro, come se fossi ubriaco.

Ebbi una visione: il cielo si tramutò in acqua e vi sguazzavano alcuni bizzarri pesci-uccello; le nuvole diventarono onde spumose e altissime che cercavano di sommergere una grossa palla luminosa. Per contro, quella che doveva essere la terra era finita sopra di me e si era trasformata in una specie di tetto popolato da enormi insetti alieni che zampettavano veloci e capovolti.

Riuscii a realizzare d’esser entrato in contatto con un fantastico mondo magico. Era il suo mondo. Poi due crampi, uno dietro l’altro, al polpaccio destro e poi anche al sinistro, mi riportarono presto alla realtà. Fui nel panico più totale. Cominciai a mulinare le braccia, allentai la presa delle gambe legate al seggiolino, e mi ritrovai lungo disteso a terra e con il sedere a mollo dentro una pozza di fango, poiché quella notte era anche piovuto. Non mi piacque affatto, tanto più che mi bastò mezzo secondo per realizzare che il mio corpo era tutto un dolore, e che sulla mia faccia c’era qualcosa che per poco non inghiottii. Lo pinzai fra le dita e non faticai a dedurre che si trattava di un piccolo frutto verde. E subito dopo udii una forte risata, e la vidi di fronte a me, dolce e irriverente.

«Ehi, scemo, ti sei fatto male? L’altalena è roba da femmina, vero?”»

Con le gote ancora infiammate la rincorsi per tutto il giardino. Nella corsa ero certo di primeggiare; e quando mi riuscì di afferrarla, la atterrai con un sgambetto delicato, e poi la strinsi a me, forte, così tanto forte da farle quasi mancare il fiato.

 

PARIGI, 1783.

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Nell’accomodarsi seduto e bene al caldo vide dentro al camino, che quasi andandovi troppo vicino potea prender fuoco, due scintille salir su come fossero delle stelle. Gli era presto soggiunto un pensiero, ma meglio domandar aiuto a un tale le cui mani sapevano arrivar dove non arrivava la vista degli altri.
Il desio di una tale impresa gli turbò a lungo il sonno, e lo stesso capitò al fratello, fino a che, un dì, dopo un gran baleno, scoppiò d’improvviso il tuono. Fu allora che tutto divenne chiaro, e, infatti, con uno strano disegno in mano, i due decisero di presentarsi umili a quel cospetto.
Trovato che fu monsieur De Bois e mostrata l’idea, si convinsero ch’egli li pensò dei pazzi, ma Joseph lo rassicurò: “Volerà, lo prometto, e Voi verrete ripagato per l’impegno!”.
Andò così: che la macchina volante riuscì a funzionare davvero, e Parigi, per intero, rimase col fiato sospeso e col naso in aria nel veder pascolar sopra le nuvole un’ oca, un gallo, e pure una pecora, proprio sotto un enorme pallone.
Indi, da quel dì, tutto parve esser diventato possibile, come ogni lor più strambo e più ardito sogno.

UNA STORIA… DA PIRATI.

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Il vecchio alto e smunto raggiunse il timone. I suoi capelli lunghi, oramai bianchi, ondeggiavano al vento e si agitavano sopra le spalle larghe e storte; e indossava anche una bandana rossa nascosta da un tricorno nero. La sua pelle era dorata e raggrinzita, e gli occhi erano infossati e così azzurri da far presagire i trascorsi di una vita intera per mare.
Il tiepido Libeccio soffiava con prepotenza, almeno a trenta nodi.
Carezzandosi la barba brizzolata, John scrutò l’orizzonte e con spavalderia gridò: “Shiver me timbers, tempesta a babordo! Per mille spingarde, cosa aspettate? Qui si sbanda!” E poi aggiunse, quasi sbraitando: “Riducete le vele!”
A ogni suo comando tutto l’equipaggio si dava subito da fare. I marinai si mettevano in moto all’improvviso, proprio come formiche alle quali sta per essere distrutto il formicaio. Questa inutile agitazione faceva imbestialire John che allora comandava: “Calma gente, calma. Forse voi non avete mai cavalcato una tempesta? È ancora lontana. Occorre pazienza!”
L’imbarcazione non era grande e di conseguenza gli uomini impiegati erano pochi. Ciononostante le vele furono ammainate in quattro e quattr’otto e anche i remi vennero ritirati per tempo. La ciurma manteneva lo sguardo fisso, rivolto al mare. Tutti mostravano un’aria assai spaurita e nello stesso tempo eccitata. Riponevano molta fiducia nel loro vecchio capitano, dopotutto sapevano che ogni tempesta poteva regalare un’esperienza adrenalinica che sarebbe risultata unica e indimenticabile.
John avrebbe potuto manovrare la nave persino a occhi chiusi, e proprio per questo motivo tutto l’equipaggio riconosceva e ammirava il suo talento, sicuramente innato.
John prevedeva e percepiva ogni rapido cambiamento del vento, lo misurava sulla pelle, persino fra i capelli. Riusciva a dedurre l’intensità delle varie perturbazioni captando i movimenti e la forza delle onde che si infrangevano sullo scafo, e decideva rapido, di volta in volta, come dover tenere il timone. Lui era per tutti l’uomo che parla con il mare.

“Abbiscia quella cima!”, intimò, deciso, al mozzo.
Il piccolo omino si diresse alla corda, e, rapido, ne arrotolò la cima più volte su se stessa.
Il volto di John fu illuminato da un barlume di soddisfazione, nonostante sembrasse, come sempre del resto, intento a scrutare l’orizzonte e solo quello. Il cielo, in un attimo, si era già colorato di grigio intenso. Alcune enormi nuvole dall’aspetto spugnoso avanzavano sul vascello giungendo rapide da est; tuttavia un solitario raggio di sole, per un istante, riuscì a raggiungere il volto corrugato del vecchio. I suoi occhi grandi e stanchi scintillarono ancora una volta.
John non aveva condotto solo quel vascello sbilenco. I ricordi della sua giovinezza lo travolsero come sospinti dalle onde, che segnavano ormai l’approssimarsi di una tremenda burrasca. La passione per la navigazione l’aveva accompagnato per tutta la vita. Quand’era poco più di un ragazzino, si imbarcò per la prima volta. Timoroso ma felice, riconobbe subito la sua vocazione. In un lampo la sua mente fu travolta da una serie di immagini: rivide tutte le tempeste, una per una, nitide… quella volta al largo del Pacifico, e la notte del sei settembre 19** nei pressi delle isole… e ancora nel corso di una semplice esercitazione, quando fu sorpreso dalla più terribile tormenta mai incontrata nella sua carriera.
Quando il tempo peggiora, si dice sia bene trovarsi nelle vicinanze di un porto. Eppure John non aveva mai desiderato osservare una tempesta dalla terraferma: lui nutriva la strana pretesa di poterci finire dentro. Considerava ogni tormenta come la dose di un suo personale antidoto contro la paura della morte, e attendeva che a essa facesse seguito un sempre uguale e surreale stato di calma. Poteva assumersi il rischio. Possedeva l’esperienza necessaria per governare la sua nave e vantava una ciurma formata e capace che non aveva mai messo in dubbio la fiducia nel suo Capitano. Era solo necessario che i suoi uomini comprendessero un po’ meglio lo spirito del mare, affinché non agissero d’impulso. Tutti però avevano già capito che, sempre, è necessario arrendersi un po’ alla burrasca; che conviene sottomettersi alla spietata forza della natura perché questa, sempre, è più forte dell’uomo. Ingaggiare una lotta, un testa a testa o una vera sfida, porterebbe solamente alla disgrazia della nave e di tutto l’equipaggio.
John rammentò ogni sua avventura in mare, con raffiche di vento fortissimo a forza trenta, talvolta a forza quaranta. Rivide quelle onde, veri e propri muri che potevano raggiungere i sei metri, o che come schiere di carri armati avanzavano impetuose, scure, infrangendosi violente sulla prua, sommergendo e pressando senza pietà qualunque cosa, serbando un solo e unico desiderio, spingere tutto giù, in fondo agli abissi, per possederlo per sempre.
John era riuscito a resistere a ogni perturbazione, talvolta avvinghiandosi con forza al timone, altre all’albero maestro. Diventava un tutt’uno con la prua, o con il ponte, o con una qualsiasi altra parte del vascello. In condizioni drammatiche di navigazione, non sono solo le persone a dover combattere una vera battaglia, ma anche la struttura della nave che deve resistere e essere in grado di compiere il suo dovere.
E bisogna avere fiducia. Occorre essere pronti a tutto, e, per questo motivo, è necessario non sottovalutare nulla. La supervisione di ogni più infimo e remoto angolo della nave è indispensabile in ogni momento di calma, ora dopo ora, giorno dopo giorno, meticolosamente, metodicamente, con cura. Non basta saper comandare, serve una pignoleria maniacale, una buona dose di astuzia e anche molta determinazione; e soprattutto, più di ogni altra cosa, bisogna sapersi riconoscere come un piccolo microcosmo nell’infinito e potente macrocosmo della natura. John aveva così maturato un proprio segreto per poter affrontare le peggiori tempeste: viaggiava veloce, sospinto dal vento in poppa, senza lasciarsi intimorire dalla turbolenza delle acque. Grazie a una magica combinazione energetica, le molecole del vascello parevano scomporsi per sciogliersi, per poi diventare solo acqua nell’acqua. Navigando così, senza alcuna paura, il mare si doma. Con la randa terzarolata al massimo e il boma ben bloccato è possibile affrontare quasi ogni tempesta. E John la assorbiva sentendosi incredibilmente vivo, onnipotente, libero.
John soffriva da tempo, doveva lottare ancora una volta contro una tempesta, ma questa volta essa era dentro di lui e tentava spesso di soffocarlo, era stato difatti sorpreso da un infarto improvviso. E così era avvenuto il suo congedo: non avrebbe più condotto una nave di grande portata, non l’avrebbe potuto fare mai più.

Le prime gocce di pioggia cadevano da un cielo già nero: erano grosse, pesanti, sempre più violente. Con il respiro corto, John ordinò: “Yo ho ho, sistemate la nave, e fate presto!”
Tutti sanno che le mamme si arrabbiano molto quando i propri figli rientrano in casa lavati da capo a piedi dopo essersi presi un bell’acquazzone. E proprio per questo motivo, tutti si diedero da fare nel sistemare il balcone.
John estrasse gli steli degli ombrelloni piantati nelle loro basi di cemento, e poi, con precisione chirurgica, slegò la cima delle lenzuola che erano già state ammainate. Poi ripose tutto, con attenzione: poggiò i lunghi pali di alluminio bene in orizzontale, proprio accanto al muro, mentre i bambini ritiravano dalla terrazza i remi – che erano dei normalissimi bastoni – e li accatastavano uno accanto all’altro col resto del materiale. Infine, dai fori della ringhiera di ferro battuto, rimossero dei bei pezzi di cartone ricavati da un fustino cilindrico, i quali gli erano serviti per simulare gli oblò della nave.
Il vecchio, avvalendosi dell’aiuto del ragazzino più grande, badò a ricoprire tutto con del cellophane spesso e trasparente. Dovettero ramazzare ancora un po’ per raccogliere da terra diverse palline di carta stagnola, alcuni brandelli di tessuto forse provenienti da qualche costume di scena e altri piccoli oggetti, che erano serviti al consueto divertentissimo passatempo estivo.

“Mozzo pulisci!”, sbraitò il vecchio, lasciandosi sfuggire un sorriso piuttosto amaro e storto. Il ragazzino finse di metter su un’aria arcigna, e recitando bene la sua parte, rispose serio: ”Ai suoi ordini, mio Capitano!”
La pioggia cadeva ormai fitta rimbalzando sul davanzale e scomponendosi in piccoli frammenti che schizzavano via. Sulle piastrelle della terrazza apparivano le prime pozze d’acqua: erano lucide e palpitanti.
John gridò: “Per la barba di Achab! Non vedete che ha cominciato a diluviare? Abbandonate, forza! Abbandonate la nave!”
I cinque bambini sorrisero. Si salutarono e si scambiarono delle occhiate divertite. Scavalcarono la balconata, rialzata da terra poco meno di un metro, e una volta calati sul prato condominiale, corsero ai ripari restando sotto la grondaia. E poi, solo dopo aver salutato per l’ennesima volta John, sgattaiolarono nelle rispettive abitazioni lì nel vicinato.
Il vecchio, il cui nome non era John bensì Mario, con una sonora sbuffata, rientrò a sua volta nel suo appartamento, richiudendo bene alle spalle la porta-finestra che dava sul balcone ormai allagato. Si liberò del ridicolo tricorno di feltro, della bandana e anche della bella spada di plastica che teneva infilata nella cintura che gli reggeva i pantaloni. Si versò un po’ di liquore e si accomodò in poltrona. Su un tavolino del soggiorno giaceva il nuovo numero della rivista “Nautica”: l’aveva acquistata quella stessa mattina, alla solita edicola.
La malinconia lo invase con un ben noto e prepotente nodo alla gola, ma, al pensiero di poter ancora giocare al pirata con i suoi piccoli amici, questa tornò da dove era venuta.
Si percepì stanco e si abbandonò in mezzo ai cuscini per un meritato riposino. Si addormentò quasi subito, ma solo dopo aver rimirato per qualche istante un quadro appeso al muro che esibiva svariate decorazioni ottenute durante una brillante carriera in Marina Militare.

Lady Nadia.