UNA STORIA QUASI D’AMORE. (2\2 FINE.)

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 “Come le dicevo, sono Ettore, un amico di Ada. Anzi, per la verità, conosco piuttosto bene suo marito. Eravamo compagni di classe alle scuole elementari. Possiedo un negozio di computer in città. Ada mi ha parlato un po’ di lei, mi ha confidato che è una vera solitaria. Anzi, ha proprio detto che lei è una specie di eremita. Ah, ah, sì, ha detto così! Be’, mi lasci dire: la capisco signora, così circondata da questa campagna… be’, questo è un paradiso vero e proprio. Comprendo dunque il perché sia restia all’utilizzo della tecnologia. Però Ada mi ha confessato che la trova un po’ infelice ultimamente, e, quindi, proprio per questo, ha creduto opportuno che passassi a trovarla per proporle l’acquisto di un portatile. Mi dispiace che non sia stata avvisata del mio passaggio, sono un po’ imbarazzato. Ada desidera che lei, signora Tancredi, trovi un nuovo svago. Grazie alla sua amica avrà un ottimo sconto, diciamo che le costerà la metà.”
Mi era apparso sincero, professionale, ma, nello stesso tempo, lessi nel suo tono di voce qualcosa di più, una specie di coinvolgimento misto a una certa incredulità che forse era rivolta al mio modo di pensare. Fui sicura di essergli sembrata alquanto strana e del tutto diversa dalle persone con le quali era abituato a concludere degli affari o delle trattative commerciali. Ada me l’avrebbe certo pagata. Stavolta l’aveva combinata davvero grossa! Non avevo la minima intenzione di installare un pc dentro casa nè, tantomeno, sforzarmi nell’imparare ad usarlo.
Quell’uomo estrasse dalla tasca un foglio ripiegato a metà. Lo distese appoggiandolo sul tavolo. In bella vista c’era la foto di un computer con la scheda relativa alle sue caratteristiche tecniche. Gli lanciai un’occhiata furtiva e poi la mia attenzione fu nuovamente rivolta a quell’interessante personaggio. Mi sovvenne una domanda: “Mi…, mi scusi ma… è arrivato fin qui a piedi?”, Osai, abbozzando un sorriso nervoso.
“No, certo che no. Questa stradina è davvero un disastro. Volevo evitare di impolverare la macchina, deve sapere che sono un po’ fissato!”
“Ah, certo.”, Risposi di istinto, con un finto sorriso, e sforzandomi di comprendere il suo punto di vista che, invece, giudicai un mero eccesso di pignoleria.
Era un gran chiacchierone ma, di sicuro, anche un ottimo venditore. Gli versai un po’ di birra in un bicchiere, può darsi che fosse scaduta. Poco dopo lui mi domandò dell’acqua e, poco più tardi, gradì volentieri pure un caffè.
Senza sapere di preciso il perché, mi sfilai l’ultima molletta che annodava i miei capelli, e, in quell’istante, ebbi la netta sensazione di piacergli. Difatti, si incantò per qualche minuto, senza proferire parola, e si asciugò più volte la fronte sudata utilizzando un tovagliolo di carta che avevo appoggiato sul tavolo solo poco prima. Quando ricominciò a parlare, notai che i suoi occhi brillavano proprio come i raggi dorati del sole appena sorto.
E parlò, parlò ancora. Mi confessò di essere ritornato a vivere in città solo da qualche anno e dopo il suo divorzio. Mi osservò ancora. Uno sguardo così intenso, io non l’avevo mai visto. Mi tremarono le gambe. Mi domandò un altro bicchiere d’acqua. Gli raccontai di me, di come mi fossi trovata a vivere in quella campagna, di quanto amassi il mio giardino e soprattutto le mie rose e del mio bisogno innato di solitudine.
“Sono davvero colpito da questo luogo signora, la sua casa è una meraviglia!”
Mi ero scordata di cuocere le castagne ma, in quel momento, mi resi conto di non averne più voglia. Mi sentii soddisfatta di avere comunque trascorso una giornata piacevole e del tutto differente da ogni altra.
Trascorse ancora mezz’ora buona e poi ci salutammo con un’eccessiva cortesia. Lo riaccompagnai al cancello bene attenta a trattenere per il collare Bentley. Lo avrebbe azzannato volentieri, non era abituato a ricevere quel genere di invasioni nel suo territorio. Mi scusai con Ettore per il comportamento maleducato e selvaggio del mio cane.
“A presto allora!”, Fece lui, accomodante.
Sorrisi.
Sorrise.
Sorrisi.
Sorrise.
Lo osservai allontanarsi lungo la via. Si voltò verso di me un paio di volte. Lo vidi divenire un puntino, poi notai i fari della sua automobile accendersi, ruotare e, infine, sparire.
Sapevo che sarebbe tornato. “A giovedì!”, Aveva detto.
Come promesso, mi avrebbe mostrato dal vivo quel benedetto portatile.

Il giorno seguente mi recai in paese. Canticchiai sull’auto per tutto il viaggio. Il fracasso della cinghia fungeva da accompagnamento considerando la voluta mancanza dell’autoradio. Tuttavia quel giorno mi mancò un po’ di musica. La canzone più famosa di Baglioni mi rimbombava come un mantra nel cervello. Oh, quanto l’avevo amata da ragazza. Ora e qui, su due piedi, non mi va di svelarvi il titolo ma… insomma… Quella lì.

Acquistai il mio solito pane, sorrisi persino a Ada e così, tanto per essere cortese, la ringraziai per essersi prodigata affinché Ettore potesse farmi visita.
Al computer ci stavo pensando, eccome, e, considerando di aver rinunciato già troppe volte alle vacanze, mi credevo autorizzata a concedermi quella “pazzia”. Se poi, l’elettronica non si fosse rivelata adatta a me, pazienza! Me ne sarei fatta una ragione. Inoltre, avrei sempre potuto provare a rivenderlo.
Abbracciai il grosso sacco marrone che profumava di pane e mi congedai da Ada. Stavolta,  la osservai mentre strofinava tra loro le mani, come ad esprimere una certa soddisfazione.

Due giorni dopo, e come promesso, Ettore ritornò. Per evitare di impolverare la sua auto aveva preferito trasportare a piedi, e per tutta la via, quel pesante cartone rettangolare. Quando pigiò il tasto del citofono, io ero già alla finestra, ben nascosta dalla tenda. La sua fronte grondava di sudore nonostante quel pomeriggio regalasse un’aria che pareva anticipare un inverno davvero rigido.
Le lezioni di informatica proseguirono fino alla fine dell’autunno: ricevetti due visite a settimana. Poi, durante l’inverno, diventarono addirittura tre. Ero ormai autonoma, potevo ascoltare la musica, ricercare notizie, ricette, leggere blog di giardinaggio, osservare ogni tipo di video, e persino, avevo imparato ad usare ogni genere programma di Windows, compreso quello di posta elettronica. E mi piaceva. Questo nuovo mondo mi piaceva. Anche Ettore mi piaceva, mi divertiva.
Ettore mi scriveva più volte durante il giorno, io gli rispondevo con naturale cortesia. Cominciai poi ad attendere ogni sua email, controllando la casella postale ogni quindici minuti, con un’ossessiva e puntuale regolarità.

Ettore volle mostrarmi il suo appartamento e il suo negozio in città. Devo dire che, quel giorno, non mi parve nemmeno così squallida. A Natale mi regalò un cellulare nuovo. Ovviamente, si prodigò nell’insegnarmi ad usarlo.
Lo tenevo sempre con me, mi assicuravo restasse acceso e, ogni sera, ne aspettavo avida un suo trillo che, peraltro, giungeva sempre puntuale: era la telefonata della buonanotte.

Sul finire dell’inverno, Bentley non gli ringhiava nemmeno più. Ebbene sì, abbaiava ancora, ma con vivacità, scodinzolando. Sapeva riconoscere il rombo del suo Mercedes nonostante questo fosse ancora distante. Diciamo che lo stava proprio aspettando, come, del resto, facevo io.
Che ruffiano!

Quando le rose sbocciarono di nuovo, e anche più belle, Ettore si era già trasferito da me.
Parcheggiava la sua auto ancora un po’ distante ma più su, all’incirca a metà della via e sopra una sottile striscia di erba che si spingeva oltre un recinto rustico, di legno, che delimitava un campo coltivato. Così, quella vettura, fu sempre ricoperta da una leggera patina di polvere. Ettore non se ne lamentò, non con me, almeno. Cominciò a vestirsi anche in maniera più sportiva: qualche volta indossava dei jeans che abbinava con gusto a camicie molto colorate ed era capitato persino che la sua immancabile cravatta fosse stata sostituita da un foulard, sempre in tinta e avvolto con un’eccessiva perfezione attorno al suo bel collo.
Io vagavo per casa piuttosto svestita: a volte indossavo solo una maglietta. Parevo ringiovanita e avevo persino ricominciato a osservarmi allo specchio. MI recavo anche più spesso dal parrucchiere. I miei capelli, mi ricadevano volentieri e liberi sulle spalle. Ettore mi sussurrava: “Sei davvero bella!”. Ero proprio tentata di credergli.

Una sera mi sorprese quando, rientrando dal lavoro, parcheggiò l’auto proprio dinanzi al cancelletto.
“E la macchina? Non si impolvera?”, Domandai, con un tono ironico.
“Ormai non è più così nuova, pazienza!”, Mi rispose allegro, tuttavia cambiò discorso, repentino.
La lussuosa Mercedes, da quel giorno, fu perennemente ricoperta da una terribile  coltre grigia. Inoltre, sul suo cofano, le orme di Fox spiccavano ben nitide, creando quasi un disegno, come uno stencil. Fox riteneva quel luogo di gran lunga più confortevole.
Spesso, Ettore mi accompagnava giù in paese a prendere il pane, non proprio tutti i giorni, ma mai meno di tre volte per settimana. Chiacchieravamo entrambi e a lungo con Ada. Lei e suo marito Giovanni accettarono un nostro invito a cena. Ci recammo tutti insieme presso un ristorantino davvero romantico, in città. Ricordo che su ogni tavolo era poggiato un candelabro circondato da una vera corolla di fiori. Ci divertimmo tanto. Poi restarono da noi fino a notte fonda. Io e Ada navigammo in Internet. Lei volle farmi visitare un sito di mobili etnici, io le mostrai un bel po’ di foto che avevo scattato in campagna e che avevo salvato in una cartella, sul desktop.

Quando Ettore lasciava la nostra villetta per recarsi a lavoro e svoltava sulla via principale, Bentley riattaccava ad abbaiare, ma in maniera differente, strana, quasi rassomigliante a un verso, a un lagnoso piagnucolio. Fox, invece, correva subito ai piedi del grande ciliegio ma restava qualche minuto fermo, a terra, irrigidito, con la coda alta e potevo osservare la sua schiena contrarsi in spasmi veloci e continui. Infine, stizzito, risaliva l’albero scomparendo in alto, mimetizzandosi tra i rami.

Io e Ettore facevamo spesso l’amore, e non solo in maniera classica. Lui sapeva sorprendermi in cucina, appoggiandomi all’improvviso al tavolo; oppure poteva infliggermi uno spintone leggero e affettuoso mentre mi trovava intenta a rifare il letto.
Leggevo meno riviste, tuttavia non trascuravo i miei due animaletti e il giardino che era diventato ancora più bello. Ettore potava le rose, tosava il prato.

Da allora, sono trascorsi trentacinque anni dal giorno in cui lo conobbi. Abito ancora qui: nella piccola casa delle rose e al centro alla radura. Tra poco giungerà un altro maggio. Il portatile è ridotto a un pezzo di antiquariato. Da tantissimo tempo è rimasto appoggiato come un soprammobile sulla credenza, in camera mia. Le mie dita mi dolgono troppo a causa dell’artrite, e credo di aver dimenticato come funziona. E’ probabile che non si accenda nemmeno più.
Alcuni operai stanno lavorando da circa un anno alla costruzione di un’altra casa, proprio qui, confinante con la mia. Sono venuta a sapere che la abiterà presto una giovane coppia di sposi.
Sono seduta in veranda, sto osservando i miei boccioli di rose. I cespugli sono ancora più fitti, forse un po’ troppo. Avvolgono ormai tutti i muri della casa e hanno invaso ogni spazio del cortile, i loro rami spinosi ricoprono quasi tutto il cancelletto lasciando libero solo uno stretto passaggio.
I muratori percorrono di continuo la via creando un grande scompiglio. Ogni tanto transita da qui un enorme trattore che è diretto ai campi e fa troppo baccano, e, ogni mattina, passa un nuovo postino che pare sempre scocciato: forse perché è costretto ad inoltrarsi nella campagna per consegnare solo alcune bollette e, di tanto in tanto, qualche opuscolo pubblicitario.
Ada ha chiuso il negozio. Mi hanno detto che è stato poi acquistato dei cinesi. Mi spiace, non la rivedo da un paio d’anni. E’ stata ricoverata alla casa di riposo, quella che hanno aperto giù in città e proprio accanto al grande centro commerciale.
La mia auto era guasta e arrugginita, qualcuno me l’ha portata via, ma non importa, tanto non avrei potuto più guidarla. Verso le dieci ricevo la visita dei volontari, di solito sono gentili, mi consegnano la spesa valicando di sbieco il cancelletto arrugginito. Stanno bene attenti a non rimanere graffiati dagli spini dei miei troppi cespugli di rose. Mi lasciano alcuni sacchetti sul tavolo, anche il pane. E’ fresco ma non è mai buono come quello di Ada. Mi sorridono e se ne vanno.
Un paio di volte alla settimana ricevo persino la visita di una certa Katarina; è in Italia da poco, è una giovane rumena. Mi aiuta a lavarmi, mi cambia. Se ne ho voglia possiamo anche chiacchierare un po’ bevendo qualcosa. Le parlo di Ettore e dei animaletti. Qualche volta usciamo a fare due passi, io mi aiuto col bastone, le mostro il giardino, solo fino a dove riesco ancora ad arrivare.

Poi, alla sera, Ettore parcheggia l’auto davanti al cancelletto, coccola Bentley che scodinzola felice, si toglie le scarpe e le lascia sulla veranda, accarezza anche Fox. Poi entra in casa. Gli sorrido, mi bacia. Mi tolgo la molletta che è rimasta per tutto il giorno aggrovigliata nei miei capelli bianchi, mi ricadono liberi sulle spalle. Lui mi osserva con la stessa meraviglia di sempre e mi sussurra: “Sei davvero bella!”
Ceniamo, chiacchieriamo, ci diamo un bel bacetto; be’, non facciamo più l’amore perché non siamo più giovani. Ettore si è un po’ incurvato, ha sempre mal di schiena. Lo so e basta; non è certo un tipo che si lamenta. Però entrambi dopo aver assunto tutte le nostre pastiglie, ci corichiamo per dormire, sempre piuttosto presto.

Una volta mi sono davvero arrabbiata! Un ragazzo che era stato incaricato di consegnarmi la spesa insisteva proprio nel prendermi in giro. Mi voleva convincere che mi fossi immaginata tutto. Sosteneva che non ci fosse un cane in cortile e nemmeno un gatto. Mi ha detto così: “Ho visto solo un sacco di roseti, signora. Non si offenda, non vorrei apparirle scortese. Mi piacerebbe tanto che ciò che sostiene possa essere proprio vero, ma, mentendo, potrei illuderla. Sì, insomma, potrebbe anche essere peggio. Ecco perché mi sento in obbligo di ribadirle che fuori, in giardino, non c’è neanche l’ombra di un animale e qui, in casa, non vedo nemmeno suo marito. Mi creda: qui non c’è proprio nessuno, a parte noi due, ovvio!”

E un dottore, una volta, se non erro, mi ha diagnosticato la demenza senile. Non mi interessa, davvero. Io non sento male da nessuna parte. Io sto bene!
Le mie rose sbocceranno, si schiuderanno. Anche quest’anno saranno meravigliose. E poisul finire dell’estate appassiranno. E sopraggiungerà di nuovo l’inverno.
Scusate, ora devo proprio andare.
“Ettore, prendi le tue pastiglie, è tardi, ti aspetto a letto!”

UNA STORIA QUASI D’AMORE. (1\2)

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La mia casa era solo un puntino al centro di una radura dimenticata persino dal bosco. Un piccolo puntino scuro nell’erba che, visto da lontano o osservato dall’alto, sarebbe apparso come la pupilla di un occhio, così circondato da betulle, ontani, faggi e altrettanti alberi da frutto. Delle lunghe lesioni chiare ne segnavano la cornea verde; solo due strette viuzze ondeggianti di ghiaia fine e sassi.
Il giardino era piano, l’erba pareva un soffice tappeto di velluto. Un glicine creava una specie di cappello, decorandolo a festa, sul grazioso cancelletto di ferro battuto e si lasciava cullare dal vento offrendo una generosa accoglienza e un’ombra ristoratrice con i suoi teneri e fitti grovigli verdi decorati da grandi grappoli di fiori lilla. Il vialetto interno, pavimentato a chiare e larghe mattonelle quadrate, si lasciava abbracciare ai lati da grandi cespugli ricolmi di rose, che proseguivano ovunque, e che invadevano tutti gli angoli di quella proprietà. Si arrampicavano fieri sui muri della piccola e graziosa abitazione incorniciandone ogni finestra, e poi salivano ancora, raggiungendo il tetto.
Peccato, un peccato davvero, che in quell’angolo di mondo non transitasse mai nessuno a parte un paio di contadini che imbracciavano stretto il proprio rastrello e, ogni due giorni e sempre prima di pranzo, il solito postino che appariva sempre scocciato; forse era stanco di dover attraversare tutta la campagna solo per consegnarmi un paio di bollette e qualche annuncio pubblicitario proveniente dal supermercato del paese.
E mai, proprio mai, che tra quelle buste vi si potesse scovare qualcosa di diverso.

Le giornate trascorrevano lente. Osservavo il cielo e i tanti piccoli insetti che ronzavano volteggiando bizzarri sull’erba e nell’aria e, nei mesi più caldi, trascorrevo buona parte del tempo a contemplare le mie rose, che si risvegliavano eleganti e che risultavano ancora più colorate nel loro lieve schiudersi, avvolte dall’aurea creata dall’alba con i suoi raggi obliqui e dorati. Le ammiravo volentieri anche verso mezzogiorno, ritrovandole ormai distese e impegnate a godere del sole più caldo. Quando poi giungeva la sera, si richiudevano un po’, ripiegando i soffici petali preparandosi per la notte, nel tentativo di proteggersi dal fresco troppo umido e tipico della primavera in campagna. Oppure sapevano trattenere un po’ di pioggia per trasformarla in piccole perle preziose che, incastonate in quei soffici petali, le tramutavano in gioielli abbelliti dai più lucenti e autentici diamanti.

Odiavo la città e odiavo anche i paesi. Detestavo la vita frenetica e tutto quel cemento. Le vie rigide e asfaltate, gli autobus gremiti e scoppiettanti e le strade affollate di gente sempre troppo indaffarata, sempre troppo ben vestita. Non provavo fascino per il lusso e, va da sé, nemmeno per le vetrine asettiche dei troppi negozi. Mi infastidivano i cartelloni pubblicitari affissi in ogni dove, l’acciaio delle ciminiere e i gas nocivi presenti nell’aria e che la rendevano più grigia e irrespirabile.

Dentro quella casetta abitavamo in tre: io, il gatto, e il mio cane. Bentley era un rompiscatole, abbaiava spesso, tuttavia nessuno a parte me, avrebbe mai potuto lamentarsene. Fox invece, era pigro e tranquillo. Amava tanto dormire e non era raro scorgerlo raggomitolato tra i rami, con il suo pelo rosso, sempre sulla cima degli alberi più grossi. A dir la verità, prediligeva il vecchio ciliegio e, d’altronde, quella pianta piaceva tanto anche a me.
Scelsi di abitare in quella casa non appena la vidi. Capii subito che mi apparteneva, la sentii mia; sapevo che l’avrei rispettata e che lei avrebbe rispettato me.
Dunque vi abitavamo io, Bentley, e Fox. Per entrambi avevo pensato un nome inglese. Sin da piccina provavo un fascino particolare per le rigogliose terre del Galles. Avrei desiderato anche visitarlo, ma, complice la pigrizia e quel mio innato bisogno di isolamento e solitudine, il momento giusto per organizzare quel viaggio non arrivò mai. A dire il vero, mi pareva trascorsa un’eternità dall’ultima vacanza, di cui, ormai, conservavo solo vaghe e confuse memorie.
Inoltre non avrei mai potuto affidare a degli estranei Fox e Bentley, rappresentavano la mia famiglia, e nemmeno avrei potuto delegare a qualcuno la cura del mio giardino.

Dell’utilità di internet, me ne parlò Ada la panettiera; un giorno, giù in paese mentre afferravo il rumoroso sacchetto del pane che ne lasciava sfuggire un tiepido e intenso profumo.
Ne andavo matta, soprattutto quando era appena sfornato. Sarei stata capace di divorarne subito più di mezzo chilo. Tuttavia, per comodità, ero solita acquistarlo secondo il fabbisogno settimanale; l’avrei poi congelato, per evitare di dover tornare giù in paese e magari ogni santo giorno.
“Da un mese abbiamo messo Internet, sai? E’ davvero utile ed è anche un bel passatempo. Posso trovarci qualsiasi cosa: curiosità, musica, notizie e ho già provato persino ad acquistare delle pentole. Dovresti convertirti alla tecnologia. Sei troppo sola, così sapresti sempre cosa fare.”
“Mah, sembra interessante ma non fa per me Ada. Io sto bene così!”
“Ascolta il mio consiglio, credimi, ne vale la pena!”, suggerì Ada.
“Ma va, mica mi serve. Che Internét, che Internét. Se desidero imparare qualcosa basta che vada in edicola a comperare un po’ di riviste. Vedi? Ecco qua.” Allargai i lembi del borsone beige in tela, che portavo a tracolla. Era spesso, robusto e pesante. Lo inclinai in modo che Ada potesse sbirciarci dentro. Era ricolmo di settimanali, mensili, riviste, e di qualche libro che avevo acquistato dalla giornalaia, sua dirimpettaia, proprio qualche minuto prima.
Ada era la mia unica amica, la sola con la quale e ogni tanto, io riuscissi volentieri a scambiare due parole.
Quando lasciai il negozio e l’uscio si richiuse cigolante alle mie spalle, notai con la coda dell’occhio, oltre al vetro, un sorriso strano apparire sul suo volto. La conoscevo ormai abbastanza per intuire che le fosse appena balenata in mente una delle sue tante idee bizzarre, e mi augurai non fosse rivolta a me. Avrei forse dovuto preoccuparmene, invece desiderai soltanto tornare in campagna. Era quasi mezzogiorno, si era fatto tardi e cominciavo già a sentirmi insofferente.

Mentre ritornavo a casa con il mio vecchio Pick-up nero, un po’ arrugginito e che aveva imparato a stridere come un treno sulle rotaie a causa di un probabile guasto alla cinghia, ripensavo alle parole di Ada in merito ad Internet. Il telefono che utilizzavo era oramai vecchio quanto l’auto, tuttavia rendeva ancora il suo bel servizio. Se un giorno non avesse più funzionato, allora e solo allora, l’avrei sostituito con un altro. Da sempre ero convinta che, a dispetto delle diavolerie moderne, potesse risultare più gratificante osservare la natura: il mio giardino, il bosco e le rose. Che senso avrebbe avuto osservare delle immagini sterili e piatte attraverso un vetro?
Mi sembravano tutti pazzi quelli che giù in paese e, ancor peggio, in città non sapevano fare altro che martellare uno schermo con il dito, ovunque, per tutto il santo giorno.

Però possedevo un bel televisore. Non era certo l’ultimo modello ma era lì, in bella mostra, adagiato su un tavolino sghembo, proprio dinanzi al divano e, come un bel soprammobile conferiva alla casa una necessaria parvenza di modernità, ma soltanto qualora mi fossi ricordata di spolverarlo.
Ogni stanza della casa era invasa soprattutto da libri, giornali e riviste, tante riviste che, per lo più, trattavano di giardinaggio. Ecco il vero e unico segreto che fosse in grado di rendere accogliente quella dimora. In un certo qual modo, accogliente lo era, almeno per me, dato che nessuno, proprio nessuno e fino a quel giorno, non ci posò mai piede.

“Quel giorno”, non era altro che un pomeriggio qualunque, di una giornata cominciata come una qualunque. Era la fine di settembre. Nell’aria i sentori di una malinconia che suggeriva un inverno ormai vicino. Un vento piuttosto fresco bussava già alla mia porta, giungendo prepotente e trascinando con sé un profumo di foglie secche, di funghi e di muschio. A volte, in giornate come quella, mi capitava di sentirmi un po’ triste. Per risollevarmi optai per una bella scorpacciata di castagne. Le preferivo arrostite e magari accompagnate da una discreta dose di crema al cioccolato. Amavo quei frutti così particolari e farinosi. Ero convinta che a ciascuno appartenesse un proprio e unico sapore, dolciastro o piuttosto salato. A volte, addirittura, credevo di percepirne persino un aroma particolare. Ero certa che gli fosse conferito dalla terra che le aveva accolte e custodite fino al mio ritrovamento. Quella mattina ne avevo raccolte un sacchetto pieno, senza alcuna fatica. Ero stata fortunata. Erano tutte belle grosse, appoggiate sulla terra del sottobosco e già del tutto libere dai propri ricci. Le avrei cotte nel camino ma, siccome era rimasto spento per tutta la stagione estiva, in casa non avevo conservato del pellet. Era ammucchiato fuori, sul retro, ben riparato dalla tettoia del box e persino nascosto da tutti. Scherzo! Da nessuno.
Ero dunque uscita in veranda con l’intento di procurarmi il pellet necessario per accendere il fuoco. Bentley e Fox giocavano allegri, rincorrendosi per il giardino e, zigzagando tra le ultime rose, si godevano quell’aria frizzante e fresca che presagiva un probabile acquazzone. Udii all’improvviso un baccano di passi che scricchiolava forte sul selciato. Questi parevano avvicinarsi sempre di più in prossimità del cancello della mia villetta. Osservai l’orologio d’acciaio che portavo al polso. Non era il giorno del postino, inoltre era anche troppo presto perché si potesse trattare del passaggio dei due contadini. Quel tacchettio risuonava con un ritmo e un’intensità particolare, come generato da suole di cuoio. Questo mi incuriosì parecchio e mi immobilizzò incredula per più di qualche secondo. Inclinai persino la testa ponendomi in attento ascolto e sfilai il guanto di silicone che avevo preferito indossare per afferrare la legna in tutta sicurezza, affinché mi potesse proteggere da eventuali scaglie. Non so perché, ma ricordo di essermi persino sistemata i capelli. Li avevo lisciati con la mano che era rimasta sudata e avvolta dal guanto. Realizzai che, forse per troppo tempo, avevo evitato di recarmi dal parrucchiere. Ero piuttosto certa di poter ancora vantare una folta capigliatura castana, eppure mi sentivo in testa una specie di grosso nido d’uccello: i miei capelli erano stati raccolti come sempre di fretta e in malo modo, in una pettinatura casuale e scomposta. Da anni non sentivo la necessità di osservarmi allo specchio. Non mi occorreva. Sapevo di essere invecchiata, e questo mi bastava. I miei 45 anni mi segnavano la pelle e potevo carpirli al tatto della mano, quando mi capitava di sfiorarmi la fronte anche a causa del sudore o, come quel pomeriggio, per scansare quei quattro capelli, crespi e ribelli che, scompigliati dal venticello, mi erano ricaduti sugli occhi, infastidendomi e causandomi un ripetuto e stuzzicante solletico. Sapevo di dimostrare un aspetto vissuto e un’aria distaccata e seria che mi faceva apparire sempre imbronciata. O forse imbronciata lo ero davvero, ma solo un po’.
Corsi in casa, veloce. Se qualche forestiero fosse transitato per quella via, non avrei desiderato farmi certo notare con addosso quell’orrendo grembiule fiorato che mi ero infilata sopra una tuta blu comoda e forse troppo leggera. Mi sbottonai rapida quella palandrana, lanciandola su uno sgabello rustico e massiccio al quale era affidato l’arduo compito di arredare tutto il disimpegno.
Ero eccitata e fui travolta da una specie di sesto senso.
Mi precipitai di nuovo fuori. Non appena inquadrai il cancelletto rimasi ferma e rigida, come una statua di marmo. Notai un uomo piacente, molto piacente. Indossava un abito elegante, assai elegante.

Era così un bell’uomo da farmi strabuzzare gli occhi. Assomigliava a quelli fotografati sulle riviste e che, talvolta mi sorprendevo a contemplare senza intenzione.
Era davvero ben messo. Gli apparteneva un fisico perfetto e scolpito che avrei potuto definire “da boscaiolo”. Parevano proprio morbidi come i petali delle rose quei suoi capelli scuri, lucidi, e laccati perfetti all’indietro. Aveva degli occhi grandi e chiari che assomigliavano proprio a quelli delle rane e, più o meno, doveva avere la mia stessa età. Ma subito pensai di essermi sbagliata: io dovevo essere senz’altro più vecchia.
Forse si trattava di un sogno, di un miraggio o anche di una visione. Provai a chiudere gli occhi, poi li riaprii. Nonostante fosse trascorso qualche minuto e avessi avuto modo di fare tutti quei pensieri che, a dire il vero, erano anche un po’ sconci, lui era ancora lì: ben fermo e piantato a terra, con quelle sue scarpe così lucide da sembrare delle radici scoperte e che avrebbero potuto appartenere a una grossa quercia secolare.
Voltava curioso la testa a sinistra, e poi a destra. Osservava il mio giardino, i miei alberi, le mie rose.
Lo sapevo! Ero certa che, se qualcuno fosse davvero passato da lì, ne sarebbe rimasto incantato!
Intanto Bentley l’aveva già raggiunto da un pezzo. Era arrivato di corsa, dal garage, abbaiando come un forsennato. Saltava e si impennava. Aveva appoggiato le zampe anteriori al muro di recinzione, proprio accanto al cancelletto. Digrignava i denti, cattivo, e la sua coda si ergeva immobile come un bastone; tuttavia quel forestiero non ne pareva intimorito, anzi, peggio: non scappò nemmeno via.
Mi parve di udire anche il flebile il rumore degli artigli di Fox che si aggrappavano alla corteccia del vecchio ciliegio.
Ero ancora lì ferma come a sostenere la colonna della mia bella veranda fiorita, e osservavo quel personaggio strano ma senza alcun dubbio molto interessante.

“Signora, signora! Mi può tenere il cane?”
“Oh, per tutte le stelle del firmamento!”, Mi aveva notata. E credo di aver pronunciato persino una seconda esclamazione anche più colorita di questa, per fortuna con un flebile filo di voce che probabilmente lui non udì per via del baccano infernale causato da Bentley.
Mi voltai a sinistra, poi a destra, poi dietro. Mi sollevai anche in punta di piedi. Quando fui certa che ce l’avesse proprio con me, assunsi lo stesso colorito che può appartenere a un giglio caduto nella neve. Non impiegai più di tanto a rendermi conto che parlava proprio con me, dato che, in due chilometri quadrati di campagna e di bosco, a parte qualche animale, non si sarebbe potuta scovare una sola anima viva.
Tutte le parti del mio corpo furono travolte da un fremito, come da brividi freddi.
“Scusi, lei è la signora Tancredi? Sono Ettore. Abito giù, in paese. Stamane la signora Ada avrebbe dovuto avvisarla del mio passaggio. Ha ricevuto la sua telefonata, vero signora?”
Come al solito il mio telefonino era rimasto spento. Giaceva ben riposto nel primo cassetto del comodino della mia stanza. Dannata Ada! Ero sicura che non avesse neanche tentato di avvertirmi, sapeva che vivevo isolata dal mondo e che non le avrei mai risposto.
Balbettai: “Ssssì, sono io. E ve… veramente no. Non ho ricevuto nessuna chiamata… ma… spesso tolgo anche la suoneria, anzi, stamattina mi sono recata nel bosco per far castagne. Un attimo, le… le apro il cancello.” E quelle frasi le pronunciai tutte con un tono di voce così stupido da essere in grado di causarmi un’immensa vergogna.
Fui assalita da una specie di panico. Dovevo fidarmi? E se non fosse stato mandato da Ada? E cosa mai era stato incaricato di dirmi?
Pigiai il tasto che avrebbe aperto il cancelletto e mi occupai del cane. Dovevo essere proprio demente se, davanti a un uomo così affascinante , mi limitavo a conservare tutti quei dubbi. Avrei dovuto tranquillizzarmi e rilassarmi, respirare, restare serena e mostrargli il mio più bel sorriso.
Non so come, tutto andò proprio così. Sorrisi e lo invitai a entrare in casa. Fu la mia prima volta, la prima volta in cui permisi a qualcuno di valicare quel cancelletto.
Lui parve sollevato ma, nel contempo, mi osservò assai stranito. Mentre si manteneva a una esagerata distanza di sicurezza da Bentley, nonostante io lo trattenessi per il collare, lanciò una nuova e più ampia occhiata al giardino e intuii che doveva piacergli parecchio.
Quando l’uscio di casa si richiuse alle nostre spalle, lo invitai ad accomodarsi. Accettò occupando una sedia di legno in quella che, al tavolo, reputavo la mia abituale posizione. Ne fui un po’ infastidita. Lui riattaccò sereno il suo discorso dopo essersi dato una rapida scrollata alla giacca.

***
FINE. PARTE 1\2.

LA SCRITTRICE DI VITA.

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Aveva inventato migliaia di storie, o persino di più, per un suo bisogno e senza alcuna brama di successo. E no, nemmeno si trattava di soldi. Sapeva bene che una notorietà qualunque non le sarebbe bastata, che la gloria non è mai duratura, che alla fama, tanto, ci si abitua presto e che quell’euforia, che era solita accompagnarla, sarebbe stata destinata a tramutarsi in ansia, oppure, in molti altri casi, in delusione.
Solo arte. Ecco cosa la obbligava a impugnare una penna o a trascorrere intere giornate davanti al computer. E a quel richiamo accorreva veloce, come se dovesse, in quelle poche ore, concedersi tutto il piacere di un amante clandestino.
Si era convinta che ogni esistenza, anche la più effimera, non potesse trovare una miglior maniera per evidenziare il suo anonimo trascorrere, lento o veloce, sopra questa terra. Aveva trovato il modo di adattarsi e di trasformarsi entro ogni limitazione che il destino le aveva imposto; trovava necessario dover lasciare un segno indelebile, per sé e per gli altri, desiderava tracciare ben nitido quel suo passaggio lungo le sconfinate vie del tempo, che, da sempre, trascorrevano imperterrite e che avrebbero continuato a farlo, anche dopo di lei.
Questo era il suo segreto che riteneva il movente universale, primario e necessario, anche complice dell’origine di ogni espressione di bellezza, di ogni sua forma. Conservava questa convinzione con un temibile rispetto: era un credo, l’elisir indispensabile della mente, quello che avrebbe potuto generare qualcosa di spettacolare, di materiale, che esulasse dalla vita stessa e che, sopravvivendo a quella scissione, potesse vantare un’esistenza autonoma, eterna e immortale.
Aveva assaporato il privilegio di poter consegnare al mondo una creatura perfetta attraverso l’atto di generare un figlio, nel più potente e tangibile miracolo mai davvero concesso all’uomo. E sebbene fosse conscia della grandezza e dell’incanto della creazione, sempre rispettosa e ben lontana dallo sminuirne ogni sua meraviglia, lo considerava un evento del tutto naturale, ben convinta che quasi ogni donna riuscisse a partorire e a crescere un figlio senza mancare di dedicargli infinito amore, per tutta la vita.
Credeva quindi che un racconto potesse, in qualche modo, somigliare a una nascita.

Lo paragonava a un goloso frutto che bisognava piantare, coltivare e persino concimare. E che poi, soltanto alla fine, qualcuno avrebbe raccolto. Certo non lei. Lei non avrebbe mai potuto giudicarne in modo obiettivo né la forma, né il sapore, né tantomeno la consistenza e vi avrebbe scorto soltanto molta fatica, sentimento, cura, grammatica, e tanta, forse troppa, pignoleria.
E quel frutto lo pensava proprio così. Ne immaginava l’interno ricco di semi, oppure il suo grande nocciolo, che avrebbe avuto il compito di racchiudere l’idea iniziale, magari generata da una scintilla o piuttosto da una fecondazione, oppure dovuta a una qualsiasi e più naturale impollinazione. Nel centro di quel frutto dimorava tutta la questione e, intorno a essa, ruotavano, come sospese, tutte quelle idee che ne avrebbero dovuto formare la polpa, dolce o amara, costituita da ogni esperienza di vita, dai sentimenti, dalle proprie abilità e da una certa dose di talento.
In ogni storia era certa di ritrovare gran parte della fantasia e delle esperienze del suo creatore. Questo le conferiva un sapore sempre differente da tutti gli altri. Perciò lei era in grado di estasiarsi al solo pensiero di poter produrre ogni volta qualcosa di intimo e unico.
Ogni personaggio nato dalla sua mente acquisiva alcune particolarità, delle caratteristiche o un aspetto proprio e lei avrebbe potuto scegliere se descriverlo in modo minuzioso oppure se derogarlo all’immaginazione di un possibile lettore, finendo così per affibbiargli una propria individualità e una sua personalità, donandogli, in un certo senso, il divino soffio della vita.
Ogni brano necessitava di essere modellato, plasmato. Occorreva scegliere con cura ogni possibile abbinamento di parole per disporle con sapienza una accanto all’altra, al fine di fare una frase; come se, in quel momento, quell’insieme di lettere erano destinate a convivere, vicine e abbracciate, oppure soltanto a tenersi la mano per non perdere nel significato e nel cammino di quella riga, tra i misteri di un foglio ancora in bianco.

La scrittura avrebbe anche potuto assomigliare alla pittura, tuttavia senza necessità del colore; oppure, avrebbe potuto essere paragonata alla musica, ma sapendo di poter contare su un intero alfabeto, le cui combinazioni sarebbero risultate assai maggiori rispetto all’umile e possibile sviluppo di una qualunque melodia composta dall’alternanza delle sette note. Eppure, quale magia è in grado di suscitare una musica? Ricordi, speranze, amore, gioia, dolore, commozione. E lo stesso, e anche di più, avrebbe potuto donare una storia, se soltanto qualcuno avesse accettato di leggerla con il cuore. Ascoltare della musica non costa fatica, il dover leggere, invece, sì.
La sua sfida era dunque grande, difficile. Il suo non era un piatto pronto da servire e da far consumare a occhi chiusi ma una portata misteriosa, il cui sapore avrebbe potuto essere percepito solo con impegno; non attraverso la bocca ma attraverso gli occhi della mente e impiegando una dose di immaginazione e un po’ di tempo.

Lei quindi partoriva, coltivava, e cucinava storie. Una dopo l’altra. A volte si bruciavano, altre volte le mancavano persino degli ingredienti. Allora ricominciava tutto da capo, con pazienza. Non era un obbligo e nemmeno un allenamento da seguire con disciplina.
I suoi racconti nascevano dalla mera ispirazione: spontanei fluivano come fiumi in piena sulle pagine bianche. Poteva osservarne già nell’abbozzo la loro prima forma. Qualche volta appariva un po’ storpia, o come maltrattata, altre volte si presentava come una grande macchia causata da un getto grigio che pareva generata da uno scoppio o derivante dall’esplosione di un sovraccarico di materia che, altrimenti, le sarebbe potuta accadere dentro scatenando un disastro, un’occlusione, un ingorgo che le avrebbe causato un enorme disagio e tanta, tanta confusione. Ne sarebbe uscita amputata, incapace di avere altri sentimenti o qualsiasi nuova sensazione, come travolta da una specie di black-out emotivo in grado di lederle l’anima. Si sarebbe percepita apatica e vuota, spenta, forse inutile.
E aveva compreso quanto fosse anche necessario l’equilibrio, per non smarrirsi nei meandri della follia ma senza dovervi per forza rinunciare del tutto. Le occorreva eccome quel sano briciolo di pazzia che le permetteva di compiere un qualcosa di insolito, a volte anche plateale, ma attraverso il quale le fosse permesso di scovare uno strano particolare o di riuscire a visualizzare in maniera perfetta quel sensazionale microcosmo, in cui l’ordinario può trasformarsi in straordinario, perché solo grazie a quell’isolamento è in grado di sprigionare tutto il suo più semplice incanto.

Le era necessario produrre ogni giorno, ricercando quella angolatura speciale che le permettesse di godere al meglio di un paesaggio, così come un fotografo studia un’immagine per renderla sempre migliore, particolare, addirittura un po’ soprannaturale affinché, magari, possa essere adattata a una importante copertina. O come un pittore che dipinge la sua opera migliore, quella per cui aneli ad essere ricordato in eterno.
Sapeva inoltre tener a bada quell’irrequietezza che, altrimenti, sarebbe potuta esser travisata in una ammalata insicurezza con il rischio di perdersi, senza speranza di ritornare, nella costante ricerca della perfezione assoluta.
E capitava che riproducesse ad alta voce i vari suoni delle parole, in un mantra. Poteva trovarsi nel più ampio spazio aperto, piuttosto che nel suo piccolo appartamento: bilanciava il tono degli acuti e ogni loro grave, nel disperato tentativo di equalizzarne il giusto significato. Si arrovellava alla continua ricerca di quel sinonimo perfetto che potesse risuonare più incisivo, meno scontato, più d’effetto. Se un sorriso appariva sul suo volto, se i suoi occhi si socchiudevano in una lieve smorfia di piacere, significava che l’aveva scovato o, forse, che quella parola la raggiungeva, accorsa all’intenso richiamo.
Infine rileggeva tutta la frase, con un tono pacato, sereno, e con voce melodiosa, quasi cantilenante. In quel preciso istante si materializzavano tutti i luoghi, ogni paesaggio. Attorno a lei tutto prendeva vita. Appariva così, come in un miraggio, una perfetta scenografia nella quale i personaggi si impadronivano della scena parlando, muovendosi e vivendo la propria avventura nell’assoluto rispetto della storia.
In una specie di trance, con gli occhi chiusi, osservava quel suo film.

Altre volte, solo se posseduta dal vuoto, soleva anche osservare dalla finestra. In cerca dell’ispirazione manteneva lo sguardo fisso e immobile, nel nulla. Era in grado di assentarsi per ore e vagare in mondi paralleli, reali o immaginari. Il suo corpo era lì, ma la sua mente viaggiava, in grado di raggiungere addirittura l’altro capo del mondo.
Altre volte le sue idee si originavano solo da un’alba o da un tramonto, dentro a quei rossori pallidi che poi perdono troppo presto di colore e consistenza. O potevano esalarsi dalla terra e innalzarsi come nebbie, umide e leggere, suscitandole una sensazione di spazio infinito o anche di soffocamento a seconda del suo stato d’animo. Oppure, prendevano vita dall’energia sprigionata da un torrente, incanalato nel suo letto, obbligato a esprimere così la sua forza, costretto nel suo perpetuo scivolare. E infine soleva osservare spesso il cielo, considerandolo oltre alla sola vista; ne carpiva il cambiamento, il suo tramutarsi in spazio e, più lontano, in universo. Sapeva vagare tra le nuvole, grandi o piccole, bianche o grigie, disturbate dalle scie di condensa lasciate da un qualunque aereo, lassù, e che parevano trasformarsi in grandi lettere. Quello poteva essere l’inizio o il termine di un qualsiasi viaggio, come il principio e la fine di una sua storia.
Poteva percepirsi in balia del temporale, rapita dal vento che sospinge o sforma ogni cosa.
Si perdeva a fissare ogni orizzonte, piano o aguzzo, ogni vetta, con la sua rigorosa imponenza millenaria: osservando quelle montagne, realizzava di essere soltanto un puntino che nulla avrebbe potuto contro la maestosità e le forze della natura.
Adorava cercare piccoli insetti rimasti incastrati nell’erba bassa e si soffermava ad ammirare i fiori, anche piccoli, anche i meno variopinti. Immaginava il percorso segreto delle radici, che svanivano nelle viscere della terra cercando la linfa necessaria per il loro nutrimento e quasi si ipnotizzava nel volo a zig zag delle api e delle libellule, che poi planavano sulla superficie dell’acqua ferma di un lago. Dopo averla sfiorata, tornavano spesso su, nel cielo. Qualche altra volta invece, sbagliando qualcosa, capitava che ne venissero sommerse per sparire dentro un’onda che, improvvisa, le trascinava nei meandri neri degli abissi.

E ancora… La forza del mare grosso, mosso, il suo turbamento. Il moto e il rumore delle onde che infrangevano gli scogli, a poco a poco, senza che nessuno se ne potesse davvero rendere conto.
I fondali bui, insidiosi, con i loro abitanti anche fantastici, leggendari o immaginari.
A volte perdeva la cognizione del tempo, per lei rappresentata soltanto dalla stesura intercorsa tra la prima e l’ultima parola di un foglio, qualcosa di tangibile al contrario del ritmo ingannevole della vita.
I suoi occhi avevano assorbito i riflessi di tutto. La sua penna aveva annotato quasi ogni cosa.
Lei non chiedeva altro che di essere amata, e, forse, andò proprio così.

“Ricordo il ticchettio infinito della tastiera, ogni sera e poi ogni notte, prima di addormentarmi. Oggi conservo ancora tutto una miriade di quaderni, fogli e il suo portatile. Centinaia e migliaia di scritti, frasi, parole sparse e persino qualche immagine. Oggi lei non è più qui. Ma posso ancora vederla, posso percepirla, posso rivivere ogni sua emozione.
E io vedo tutto con i suoi occhi, davvero. Leggo e mi ritrovo nelle sue storie. Dentro o fuori, dove mi pare. Mi viene chiaro il suo ricordo, ascolto il battito del suo cuore, ne respiro l’anima.
Mia madre, oggi, riposa serena, abbracciata dal cielo e dalla terra, sorvegliata dai monti e dal flusso dell’acqua limpida che scivola giù, fin sotto il suolo. Mia madre non scrive più, ma io so che è felice e sono certo che le sue storie si tramanderanno di generazione in generazione.
Io e mia moglie aspettiamo una figlia. Porterà il suo nome e spero possa ricevere anche il dono dei suoi occhi profondi. Ma, indipendentemente da ogni possibile suo destino o percorso, sono certo che imparerà ad amare e non avrà dubbi nel credere a quel “per sempre” che sa davvero volare, oltre ogni confine, al di là della vita.
E lo devo a te, mamma. Grazie.”

COME UNA MOSCA.

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“Venite, correte! Venite a vedere.”

La sua ombra disegnava quasi un falco sull’asfalto caldo e che, poco più in là, donava il miraggio di un lago fermo sotto una qualsiasi alba di sole.
I raggi, troppo luminosi, la obbligavano a socchiudere gli occhi dietro un alone biancastro che la abbagliava.
Teneva le sue braccia distese a formare due angoli retti perfetti. La brezza afosa e umida carezzava la sua pelle che appariva dorata. Ne godeva immobile con le gambe un po’ divaricate, i piedi ben adagiati a terra in un contatto che rilasciava stabilità e una forte energia positiva.
Non pensava più a nulla, aveva svuotato la sua mente in una specie di meditazione, sapeva di esistere, di esserci, ma si era innalzata, oltre la materia, oltre la carne. Il suo involucro non conservava più alcuna importanza. Era divenuta solo uno spirito, puro e libero.

“E voi lo sapete cosa si prova nell’odiare il proprio corpo? E’ un dolore amplificato rispetto alla semplice convinzione di non piacere agli altri. Perché dal resto del mondo si può sfuggire, ci si può isolare, da se stessi no. Si può decidere di trascorrere ogni giornata ben nascosti, rinchiusi e serrati tra i muri di casa. Magari si può ascoltare della buona musica, o leggere, oppure fare qualsiasi altra cosa, senza essere visti. Nessuno, così, può venire a sapere che ci stiamo facendo del male, mentre ingurgitiamo intere tavolette di cioccolato e poi lo vomitiamo, mentre piangiamo e mentre disperiamo.
Possedere la cognizione di essere davvero brutti, invece, comporta una reale e totale presa di coscienza di quel rifiuto perenne verso di sé, il rigetto del proprio e intero corpo. Significa farsi schifo da soli.
Sì, io mi facevo schifo, ero uno schifo.”

Era nuda. Si era obbligata ad osservarsi allo specchio affisso al grande mobile dalle ante scorrevoli, nella sua stanza, e che tante volte, forse troppe, avrebbe voluto strappare via. Si era sfilata quell’imbarazzante e leggera camicia da notte che, dopo una esagerata sudata dovuta a quel caldo eccessivo di agosto, aveva appeso ad asciugare alla maniglia della finestra e che, ora, pareva fungere da tendone con i suoi bei quadri scozzesi.
Degli orrendi cuscinetti sui fianchi, della stessa consistenza del burro quasi sciolto, le mettevano un forte ribrezzo.
Poi, lo sguardo le era scivolato giù, sulle cosce enormi e flaccide, mollicce. Si confondevano chiare, una con l’altra, disegnando la sagoma di un grande imbuto. La sua pelle appariva ovunque spessa e ruvida e le ricordava la buccia di un’arancia piuttosto marcia. E si sentiva anche peggio nel muovere qualche piccolo passo dentro quella camera. Il grasso in eccesso posto al di sotto dell’inguine, si strofinava su dell’altro grasso, creando una costante irritazione dolorante e causando delle fiacche biancastre e perenni che rilasciavano un liquido piuttosto trasparente, come in una vasta scottatura. E bruciavano, bruciavano anche dentro.
La pancia si ripiegava per tre volte, in una squallida progressione, a gradini. Rialzandola un po’, con le mani, mentre quella materia tentava di strariparle tra le dita, scivolosa, gommosa, come un budino alla vaniglia o forse anche una crema pasticcera, era possibile scorgervi lì sotto, ben soffocato, come un piccolo biscotto inzuppato, un ombelico del tutto sformato.
Il suo petto di tacchino, pareva un piatto piano sul quale giacevano due grossi noccioli di ciliegie, abbandonati come uno scarto, un qualcosa in attesa di essere gettato via e che qualcuno, forse, avrebbe preferito sputare piuttosto che ingoiare.
Le braccia, così sproporzionate, le ricordavano dei tronchi legnosi, magari di pino, e interamente ricoperti da una ruvida corteccia ove apparivano evidenti e profonde incisioni e, sui quali, erano stati affissi degli stendardi di ciccia, oscillanti e gommosi, quasi artificiali.
Le caviglie sembravano mattoni, di quelli che si usano per far affondare qualcosa, per sempre, negli abissi del mare. Una folta peluria ricopriva proprio ogni cosa, come un fitto strato di muschio del più recondito sottobosco.
Due palpebre caduche serravano degli occhi piccoli, forse marroni, cerchiati da rughe, in tutto e per tutto simili a delle impronte lasciate da una gallina ed erano sovrastati da lunghi ciuffi spettinati di sopracciglia che si incrociavano senza alcuna direzione, sull’attaccatura di un naso esagerato e troppo largo.
Dei baffetti neri deturpavano il resto del viso, rendendo la bocca, così sottile e informe, quasi uno sfregio.
Delle orecchie a sventola sbucavano dai capelli crespi, ricordando un tappeto di alghe giallognole che avvolge e nasconde tesori e conchiglie nel suo perpetuo ondulare.

Si sforzò di resistere, cominciava a percepire il peso delle braccia che desideravano accasciarsi, stanche, lungo i suoi larghi fianchi.
Il sole ribolliva ogni cosa, ormai alto in quel mezzogiorno.
La giovane donna era rimasta ferma e nuda, in quella posizione, per intere ore.
Una mosca, piano, irruppe con il suo ronzio quel silenzio surreale e si poggiò sulla sua spalla madida di sudore. Aveva solo sete.
Con le sue zampette le solleticava la pelle e quasi le lasciò sfuggire un sorriso.
La donna, in quell’istante stava benissimo. Si percepiva finalmente libera e, proprio come quell’insetto, priva di ogni grave pensiero o anche banale emozione.
Così, leggera, avrebbe persino potuto seguirlo. Al termine di quel breve ristoro avrebbero dischiuso insieme le loro fragili ali, per volare via, lontano, finendo chissà dove.

Dell’altro tempo trascorse senza che se ne rendesse conto.
Comprese che il sole stava eclissando all’orizzonte poiché, sotto le sue palpebre ancora chiuse, filtrava una luce diversa, opaca, rosea.
Era ignara di essere divenuta la protagonista di un imperdibile spettacolo. Sapeva che qualcuno avrebbe potuto notare quella montagna di carne, brulla, nuda e piantata sul parcheggio del cortile. Certo, l’aveva messo in conto. Ma non avrebbe potuto immaginare che a casa sua fosse accorso proprio tutto il paese. Una gran folla la osservava attraverso le sbarre del cancello. Alcune persone si erano persino arrampicate sulla recinzione. Tutti avevano osservato immobili, senza muoversi, senza fiatare, per tutto il giorno.
La notizia aveva rapidamente percorso ogni via, ogni piazza, era stata annunciata ai telefoni, ai citofoni oppure semplicemente fu trasmessa di porta in porta o sussurrata persino da qualche finestra.
Non si era nemmeno accorta dei numerosi occhi incollati alla sua pelle che, in quel crepuscolo, rifletteva rare sfumature di luce che nessuno avrebbe mai più dimenticato.
Forse qualcuno avrebbe desiderato parlare, dire o dirsi qualcosa. E invece regnò il silenzio. Persino ogni respiro era stato trattenuto e misurato, per non disturbare e non fare troppo rumore.
Diverse persone non si recarono nemmeno al lavoro, tutti i bambini persero la loro consueta voglia di giocare chiassosi, per le strade o nei giardini, e tra la folla c’erano anche il postino, il panettiere e persino il parroco del paese e pure gli stessi ragazzetti che, incontrandola più volte per strada, ridendo cattivi, erano soliti esclamare: “ fate largo, sta arrivando la cicciona!”.
Tutti giacevano lì, come statue, con gli occhi sgranati e la bocca aperta, vuota, come se qualcuno gli avesse tagliato la lingua.

La donna tremava, ormai era sfinita. Ogni singolo osso del suo corpo si lamentava, atrofizzato e causandole delle fitte dolorose, lancinanti.
Una lacrima le scivolò piano sulla guancia, trovando un modo di fuoriuscire dai suoi occhi di proposito tenuti ancora chiusi. Fu irradiata da quell’ultimo raggio di sole e parve diventare un tutt’uno con esso, rilasciando un bagliore davvero accecante. La sua bruttezza svanì dentro a quell’istante, come per magia, per tutti.
Si decise. Era giunto il momento di rientrare in casa. Come un epico gigante tentò di disarcionare il suo piede dal terreno, ma ogni arto era ormai paralizzato, travolto da una severa fredda rigidità dovuta a quella prolungata immobilità. Percepì il suo corpo rinsecchito, quasi morto.
Crollò a terra con un tonfo plastico.
Tutti ebbero un sussulto e subito, di istinto, uno scatto.
E siccome il cancello era rimasto chiuso, qualcuno tentò di scuoterlo, altri cercarono di scavalcarlo nell’intento di raggiungerla e soccorrerla. Dovevano rialzarla. Dovevano.

Era un piccolo paese, uno di quelli dove tutti conoscono tutti, perlomeno di vista. E solo in pochi pensarono che quella grassona fosse impazzita. La maggior parte di loro ben comprese, invece, il motivo di quel gesto disperato.
I primi temerari riuscirono ad accedere alla proprietà. Poi ne seguirono altri, e altri ancora. Quel piccolo cortile brulicava di gente che si era riversata attorno a lei.
Quando si riprese, ancora intontita anche a causa di un probabile calo di pressione, dischiuse gli occhi vergognandosi profondamente nel riscoprirsi così: nuda, circondata da tutte quelle persone.
In seguito, le inquadrò meglio, una per una, e notò ogni sguardo. Quelle persone erano diverse, così diverse da ogni altra volta. Erano affettuose, compassionevoli, commosse. Forse sapevano. Avevano capito tutto.

Un gruppo di uomini la riaccompagnò dentro casa, e in molti trascorsero una buona parte della notte seduti sull’erba del suo giardino. Si accamparono ancora un po’, alla bella e meglio, in perfetto e rispettoso silenzio, fino a che, nella piccola villetta, si attenuò ogni più flebile luce.
E anche se quella notte il giardino tornò deserto e alla sua normalità, quasi tutti, nei mesi a seguire, fecero ritorno dalla grassa signora, cercando, ognuno a modo suo, di esserle d’aiuto.

Da quel giorno, qualcosa cambiò e per sempre.
Il destino, come un nastro, scivolò in fretta, in avanti.

“Ora mi osservo allo specchio e noto una signora relativamente piacente. Ricordo troppo bene quel terribile periodo della mia vita e il dolore immenso che provavo. Vi confesso che, più di una volta, avrei desiderato persino morire. Vorrei solo dire a tutti voi, che dai problemi non si può scappare e nemmeno ci si può nascondere. A volte occorre essere forti, obiettivi. Bisogna saper gridare e soprattutto essere tanto coraggiosi per sapere chiedere aiuto. Disperarsi non serve a niente. Se quel giorno non avessi compiuto quel gesto plateale, così bizzarro, davvero estremo… oggi sarei ancora qui, a provare schifo nell’osservarmi allo specchio. Avrei buttato la mia vita. E dovete proprio sapere, che quel giorno, volai davvero, con tutti i miei “vecchi” 156 chili. Eppure mi sentii leggera, finalmente leggera, come una mosca.”

Si ringrazia De Gregori per la sua stupenda e malinconica canzone che ho adorato, sin da piccola. Per l’immagine di copertina, grazie alla simpatica signora “Maria Carla Renzi” che mi ha fatto scoprire un luogo nuovo e immensamente bello che spero di visitare presto e, infine, cito la grandissima e intramontabile Enya, mio sottofondo in questa scrittura.
Ciao a tutti.
Lady Nadia.

MALEDETTO ACUFENE. (RIEDITATO)

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Nonostante assumesse quei tranquillanti, le voci nella sua testa non tacevano mai. Quella calda notte di agosto Katia non riusciva a prendere sonno. Si girava e rigirava nel suo letto cercando un po’ di refrigerio e rotolandosi, occupando ora un estremo del materasso, ora l’altro, ma niente da fare. L’afa non contribuiva certo a recarle sollievo, la sua pelle era madida di sudore.
Decise dunque di alzarsi e si diresse disperata davanti alla finestra che aveva lasciato volutamente spalancata. Quello che udiva era una specie di richiamo: “Katy, Katy … sono qui!”. Questo le capitava più o meno sempre, sia di giorno che di notte e soprattutto quando si coricava sfinita, molto tardi e dopo una piena giornata lavorativa. Assumeva ormai regolarmente quelle pastigliette tonde, rosse e amare ma la sua situazione non era migliorata per niente.
Qualche anno prima, la comparsa di questa patologia la impressionò al punto di causarle un’infinita ansia e molta paura e arrivò persino a credere che potesse esser stata presa di mira da un fantasma o che, nella migliore delle ipotesi, quella voce potesse appartenere a qualcuno di sua conoscenza con doti paranormali o magari telepatiche.
La diagnosi dello specialista? Uno strano acufene. Uno dei più rari. Di solito, un tale disturbo uditivo causa la percezione continua di fischi a diverse frequenze ma Katia, forse grazie a una innata e spiccata immaginazione, era in grado di trasformare quegli striduli rumori in vere e proprie parole di senso compiuto.
Nel tempo fu visitata da vari dottori che le proposero le cure più svariate. Le seguì senza indugio e carica di speranza, una dopo l’altra ma alla fine, tutte risultarono inefficaci.
La tenda bianca davanti alla finestra si scostò travolta da una folata di aria calda che spostò insieme anche i capelli lunghi e neri di Katy.
E in quell’istante, quella voce parve giungere ancora più chiara e come sospinta da quella brezza bollente, risultò più reale del solito. La povera Katia trasalì: “Katy … Katy … sono qui!”
Katia si serrò di istinto le orecchie con le mani, in un gesto che le apparteneva e che ormai era diventato un vero e proprio ticchio. Restando così, in quella posizione, quella misteriosa e dannata voce le dava almeno l’impressione di affievolirsi, esattamente come sarebbe potuto accadere con un qualsiasi altro rumore proveniente dall’ambiente esterno.
Questo particolare alquanto strano aveva da sempre suscitato in Katy un forte dubbio rispetto alle diagnosi ricevute dai medici.
Sebbene fosse certa di non essere pazza, provò a convincersi in tutte le maniere che quel “calo di volume” percepito attraverso le orecchie turate, potesse essere soltanto frutto della sua immaginazione o tutt’al più una bizzarra conseguenza dovuta allo stress. Sarebbe stato dunque più saggio arrendersi ad ogni possibile teoria e riporre solo fiducia nelle diagnosi mediche; d’altronde, tutti quei dottori le avevano diagnosticato un comune acufene e, a rigore di logica, non esisteva una spiegazione più plausibile.
Ma la convivenza con quella voce stava diventando ormai impossibile, la ripetitività di quei suoni si intensificava sempre più e Katia non riusciva a condurre una vita serena e normale. Odiava quel mantra noioso e infinito che le rimbombava di continuo nel cervello, come un tamburo, come un martello, come una campana che non dava tregua a quella ripetitiva tortura:” Katy, Katy… sono qui!” “Katy, Katy… sono qui!”
Improvvisamente, proprio mentre era assorta in quella sorta di commiserazione, ecco ancora quella voce assumere un tono prepotente. Si cinse la testa tra le mani percependo una fitta atroce alla nuca e gli occhi inumidirsi di lacrime. Fu in balia della disperazione pura.
Stanca di quella stanza che notte dopo notte diventava sempre più stretta, più calda e più opprimente del solito e senza conservare la minima speranza di riuscire ad addormentarsi, pensò che le potesse tornare utile uscire a fare due passi. Prima d’ora non aveva mai osato vagare da sola nel buio, tuttavia, la situazione attuale si era resa insostenibile.
Si sfilò con un gesto deciso la leggerissima camicia da notte in cotone lanciandola alla buona sul letto. Indossò un vestitino rigato, una specie di canottiera, che giaceva ben ripiegata sulla sua ordinata scrivania accanto al monitor del pc. Infilò le prime scarpe da ginnastica che trovò nell’atrio e si precipitò fuori casa con la stessa foga e la stessa velocità che potrebbe utilizzare un ladro durante una fuga a gambe levate.
Quella voce la raggiungeva sempre più nitida e forte e le diede l’impressione di sopraggiungere proprio dal vicino bosco.
Katia non ne poteva davvero più. Quanto avrebbe desiderato guarire e finalmente poter assaporare tutto il piacere di un normale, sano e silenzioso riposo. Era quindi disposta a tutto, a tutto davvero, pur di far tacere quel maledetto tormento.
Aumentò la sua andatura, era davvero arrabbiata. Avrebbe raggiunto quella voce e stavolta sarebbe andata fino in fondo, una volta per tutte.
“Katy, Katy… sono qui!”
“Qui dove? Parla!” Gridò ormai esasperata e pensò: “ Devo essere diventata davvero pazza se sto a discutere con un acufene!”
Fino ad ora Katia si era dimostrata fin troppo paziente nel sopportare quel disagio ma l’eccessivo caldo di quell’estate e l’agognato bisogno di riposo, le avevano ormai sottratto ogni sorta di calma e di ragione. Si immobilizzò come pietrificata udendo un’inaspettata e del tutto reale risposta provenire chiara dal vicino bosco: “ Al lago, al lago!”
Si preoccupò seriamente per se stessa, poi scuotendo la testa rimostrando ogni sua possibile incredulità in merito, si impose di proseguire il suo cammino ma, soltanto pochi passi dopo, udì ancora echeggiare forti quelle parole: “ al lago, al lago, al lago…” Ora la voce non smetteva più, si ripeteva ciclica, con lo stesso ritmo, lo stesso tono e l’identica cadenza ma con un’intensità sempre crescente.
Katia fu in preda alla pura paura, ciononostante non aveva alcuna intenzione di tornare indietro. Non avrebbe certo rinunciato a tutto proprio ora! Sapeva che il problema si sarebbe comunque ripresentato l’indomani, poi il giorno dopo, e ancora, e ancora, fino a sfinirla in una tortura senza fine. Trovò quindi la forza di proseguire nonostante le sue gambe sottili tremassero incerte affondando insicure nel terriccio umido e morbido del sottobosco.
In quell’oscurità che risultava illuminata solo da qualche piccola stella, si percepiva attratta da una forza misteriosa come se fosse diventata un pezzo di ferro preteso da una enorme calamita posta nelle vicinanze.
Da ragazzina era invece solita recarsi su quel lago, per pescare. Suo padre, che coltivava da sempre quella passione, riuscì a insegnarle davvero ogni tecnica. Il poco tempo che trascorrevano insieme era dedicato a quello sport. Katy ne risultò davvero attratta e diventò presto molto capace, si divertiva tantissimo a catturare pesci di ogni specie e senza alcuna minima difficoltà. Sapeva bene come adattare il galleggiante ad ogni fondale, quale amo e quale esca utilizzare e mai capitò che potesse rientrare a casa con il secchio vuoto.

Un brutto giorno, mentre era sola e si stava accingendo come sempre a lanciare la lenza, udì qualcuno beffeggiarsi ad alta voce di lei. Un gruppo di uomini, che riconobbe subito come gli assidui frequentatori del piccolo bar di paese, si trovavano causalmente nei paraggi ed erano impegnati a schernirla. “Avete visto come pesca? Ah, ah, ah … ma guarda te…chi ci tocca trovare qui. Siamo sicuri che è una donna? Controlliamo?” L’uomo calvo, che aveva già incrociato più volte per le vie del centro , le si avvicinò con fare losco e prepotente. “Voglio vedere da vicino. Sei una bambina o un bambino? Ah, ah, ah.” La afferrò per un braccio mentre la lenza venne strattonata e l’amo si incagliò alla riva. Katia provò terrore al solo pensiero di ciò che sarebbe potuto accadere. Forse recarsi a pescare da sola, nel bosco, avrebbe potuto essere pericoloso.
” E’ davvero una femmina. Ah, ah, ah! Che bel seno acerbo hai! Va’ a casa a fare la maglia Sampei, o una bella torta, forse è meglio!”. Tutta la compagnia di uomini scoppiò in una fragorosa risata e si allontanarono scomparendo tra gli alberi.
Ma fu solo l’inizio per Katia. Da quella volta, per tutti gli abitanti del piccolo borgo, il suo nome fu Sampei, solo Sampei.
Non ritrovò mai il coraggio di tornare da sola al lago e si vergognò per diverso tempo anche nel recarsi in paese ma, nonostante tutto, si reputava ancora fortunata ad abitare in una zona periferica così bella. Tuttavia, a quell’episodio si susseguirono moltissimi giorni in cui avrebbe solo desiderato scappare via, lontano da tutti, per finire magari su un’isola del tutto deserta dove avrebbe potuto pescare in qualsiasi momento, indisturbata e soprattutto senza essere scoperta, in segreto.

La noiosa voce proseguiva determinata e fungeva da sottofondo ai suoi ricordi, anzi, pareva sempre più reale e sempre più vicina.
Le si ghiacciò letteralmente il sangue udendone poi un’ulteriore variazione con altre nuove parole: “ Brava! Sono qui, sono qui!”
Con un grande coraggio, trovato chissà dove, avanzò ancora finché le fu possibile osservare il lago.
Si commosse a quella vista. Ben nascosta tra alcuni canneti c’era la piccola e tanto familiare spiaggetta di sassi. Era rimasta proprio uguale ad allora. Una sottile striscia di terra, raggiungibile tramite due gradini di granito e posta accanto a uno spiazzo erboso. Lì accanto troneggiava ancora la sagoma nera di una betulla che, viceversa, Katia ricordava più piccola. Vi si diresse senza più alcuna esitazione, assecondando la probabile fonte della misteriosa voce.
Si trovò presto al centro della spiaggia e osservò il lago che si increspava lieve alla brezza notturna. Un odore acre e dolce, forte, si impadronì delle sue narici. I ricordi della sua infanzia su quelle sponde la travolsero uno dopo l’altro. Gli stivali di gomma, la cassetta rossa degli accessori di pesca, il retino malandato con il manico di legno e il secchio grigio. Gli occhi di suo padre, le sue mani grandi.
“Devi staccare l’amo, così!” E lo rivide nitido, accanto a lei, in ginocchio sulla riva, mentre tratteneva abilmente una carpa che si dimenava con improvvisi e potenti colpi di coda. Le sue branchie si sollevavano e si richiudevano con spasmi veloci e rendendo possibile osservarne al di sotto la carne viva, pulsante, con il suo bel colore amaranto.
Tutt’a un tratto la voce si zittì. Fu improvvisa pace, beatitudine dei sensi. Dapprima percepì un surreale silenzio interrotto soltanto dall’infrangersi delle piccole onde sulla riva, poi si commosse incantandosi ad ascoltare altri delicati e puri rumori della natura; una serie di suoni, una vera musica, che ormai credeva di aver dimenticato per sempre.
Il canto del cuculo giungeva in lontananza e, da più vicino, quello delle cicale. Il vento spirava lieve agitando in un fruscio le fronde degli alberi, qualche pesce guizzava di tanto in tanto fuori dall’acqua, una rana era ben nascosta nel canneto e dei legnetti scricchiolavano con fragore sotto le suole delle sue scarpe. Pensò che tutto ciò che il lago inghiotte, poi restituisce alla sua spiaggia levigato, invecchiato, tramutato in una specie di tesoro.
La notte era finalmente tornata ad essere magica e meravigliosa.

Ad un tratto Il canneto si inclinò agitandosi con un borboglio e una grossa ombra la raggiunse in un baleno, afferrandola per un braccio e trascinandola a sé e verso il lago. Katia, urlando, cercò di divincolarsi da quella presa ma quella cosa era troppo forte, rabbiosa, invincibile. Uno strattone più deciso le provocò la perdita dell’equilibrio. Cadde prona, con il pieno viso nella melma e percepì l’acqua fresca del lago sommergerle prima le braccia e i capelli, poi le spalle. Lottò con tutta sé stessa cercando di ancorarsi con le unghie al terreno viscido, a qualche ciuffo d’erba cresciuto tra i sassi per sbaglio. Resistere fu impossibile e prima di percepire tutto il peso dell’acqua sommergerla per affogarla nei suoi invalicabili abissi, riuscì per un istante a scorgere le sembianze del suo terribile aggressore. Era una specie di Cecaelia, un mostro mitologico, un orrido incrocio tra un essere umano e un pesce. La sua pelle azzurrognola era ricoperta da alghe e esalava un forte odore simile allo zolfo misto al pesce marcio. Sulle mani esibiva squame e peli e al posto delle gambe, a filo dell’acqua, si agitavano irrequieti dei tentacoli del tutto identici a quelli di una piovra gigante.
Katia socchiuse gli occhi, certa che fosse giunta la sua fine e arrendendosi al suo tragico destino.
Sulla superficie del lago affiorarono alcune piccole bollicine trasparenti che svanirono al contatto con l’aria calda di quella notte senza luna e con poche stelle.
Katia reagì, agitò le mani in totale apnea e cercò di tentare una disperata risalita. Si ritrovò in un bagno di sudore e fortunatamente distesa sul suo comodo materasso. Il cuore pareva balzarle fuori dal petto, aveva gli occhi sgranati, era terrorizzata e incapace di calmarsi, delirante.
Solo dopo qualche minuto, dalla finestra aperta, osservando i colori dell’orizzonte poté realizzare il sopraggiungere di una nuova alba e si calmò. Un brutto sogno.
Si sedette sul letto con un rapido colpo di reni, adagiando la schiena alla testata di alcantara e asciugandosi la fronte con il bordo della camicia da notte. Sospirò più volte, con estremo sollievo.
Le sovvenne il ricordo di suo padre, che rivide in piedi, come accanto a lei. Percepì tutta la presenza di quell’uomo sempre severo, ne odorò il profumo. Ricordò tuttavia quanto nell’anima tenesse alla pesca e le sovvennero tutte le sue consuete filosofie. La pesca era paragonabile alla vita e avrebbe potuto insegnare il valore del tempo, l’attesa. E poi lo rivide in quell’espressione soddisfatta, quasi un sorriso, che sapeva illuminargli il volto soprattutto quando un pesce, abboccando improvvisamente, gli strattonava la canna.

Suo padre se ne andò da casa abbandonando Katia e sua madre. Si innamorò di un’altra donna molto più giovane di lui.
Katia per rabbia e anche per orgoglio non rispose mai ad una sua telefonata, a un suo qualunque invito e nemmeno trovò il coraggio o la forza di affrontare con lui l’accaduto. Era certa di odiarlo e desiderava soltanto dimenticare ogni cosa.
Katia fissò per qualche istante il vuoto, tamburellò le dita sul materasso. Si grattò la testa, si tappò le orecchie. Di nuovo quella voce:” Katy… Katy… sono qui!”
In uno slancio afferrò il telefonino appoggiato sul comodino. Lo osservò titubante e per qualche istante, prima di decidersi a comporre quel numero che giaceva ormai dimenticato nella rubrica. Pigiò con l’indice tremante l’iconcina verde, attese una sequenza interminabile di squilli augurandosi che il numero risultasse ancora attivo. Finalmente, dall’altra parte, udì una voce familiare sussurrare commossa: ”Katy? Katy … sono qui!”

Da quel giorno, come per miracolo, Katia guarì per sempre dal suo acufene e ricominciò persino a pescare.

LA FUNAMBOLA.

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“Stiamo per assistere al più incredibile spettacolo di traversata, all’esibizione della più grande professionista di funambolismo. Sosteniamola con un applauso di incoraggiamento! Tra pochissimo -Sandy Air Queen- tenterà la sua più grande impresa!”
La telecamera era puntata verso l’alto a inquadrare un filo che legava due montagne e un esiguo gruppetto di operatori teneva lo sguardo fisso lassù, attendendo che la donna comparisse per affrontare il vuoto.

Tutto cominciò da bambina.
Era timida, impacciata, riservata. Aveva perso entrambi i genitori all’età di due anni. Quel giorno, come sempre, la accompagnarono all’asilo nido per poi imboccare la strada statale per sbrigare una commissione di routine. Il terribile incidente capitò durante quel tragitto.
Fu allevata con amore dai nonni materni, per fortuna ancora piuttosto giovani. La educarono con affetto ma presto sopraggiunse il momento di svelarle l’accaduto: “ il tuo papà e la tua mamma ti vogliono un immenso bene e ti proteggono dal cielo!” Le sussurrava dolce la sua nonna, trattenendo a gran stento le lacrime agli occhi.
I numerosi dottori e psicologi che la visitarono le diagnosticarono una rara patologia: le “gambe senza riposo” e sin dalla scuola primaria questa malattia divenne ovvio motivo di scherno da parte di qualche suo compagno e il problema si accentuò quando frequentò la scuola media.
Le era impossibile restare tranquillamente seduta al banco. Le sue gambe cominciavano ad informicolarsi, a farle male e se rimaneva ferma per più di mezz’ora, immancabilmente veniva colta da forti dolori, un misto tra una scossa elettrica e dei crampi. La muscolatura si irrigidiva, senza intenzione alcuna, causando degli spasmi che tiravano continui calci all’aria.
A volte il suo disturbo era così intenso da riuscire a capovolgere persino il suo banchetto con tutto il materiale che gli era stato appoggiato sopra.
Di riflesso ne risentì anche il rendimento scolastico poiché disattenta alle spiegazioni dei vari professori, Sandy tentava in continuazione di tenere a bada e senza riscontro i suoi arti inferiori.

Tuttavia, nell’ora di educazione fisica, tutti i suoi compagni procedevano tremanti e instabili sull’asse di equilibrio mentre Sandy lo percorreva senza la minima fatica, in maniera del tutto naturale.
La sindrome di cui soffriva, per contro, svaniva del tutto durante un qualsiasi movimento.
Sull’asse era guidata dal suo istinto, ne carpiva rapida la direzione e allineava i piedi perfettamente, uno davanti all’altro. Le risultava facile camminare così, centrando le sue suole a quello scarso spessore offerto dall’attrezzo.
Durante un’altra lezione di ginnastica qualcuno le avanzò addirittura la proposta di eseguirlo bendata; Sandy accettò. Come dotata di un terzo occhio e grazie a un talento naturale, arrivò senza indugi alla fine, come fosse niente. I suoi piedi riuscivano a percepirne la materia, l’energia, nello stesso modo in cui e a volte, un cieco può compiere azioni davvero straordinarie.
Senza barcollare, dritta e perpendicolare avanzò decisa captando anche nel buio ogni sguardo di incredula ammirazione.
“Brava Sandy!” “Ma come fai?” “Sei fantastica!”.
Quei complimenti erano una rara occasione di gioia.

Sandy lavorava al suo baricentro, riusciva così a dosare forza e equilibrio in maniera del tutto eccezionale. Non era raro incontrarla per strada mentre passeggiava sullo stretto bordo di un marciapiede oppure sorprenderla a qualche metro da terra, arrampicata su un albero mentre ne percorreva in perfetto equilibrio un ramo. Quella sua forte passione era ritenuta da molti stravagante o bizzarra, da pochi altri quasi affascinante. Tuttavia, al di fuori della scuola, tutti preferivano ignorarla a causa delle sue stranezze.
Poco tempo dopo, assistendo ad uno spettacolo circense, venne folgorata da un numero di equilibrismo. Un clown passeggiava su una corda tesa a pochi metri da terra, con le sue grosse scarpe e nonostante lo trovasse ridicolo, Sandy si illuminò di gioia, entusiasta.

Un filo! Non aveva mai pensato di poter restare in equilibrio su un filo!
Da quel giorno scoprì il funambolismo.

Quel cavo lungo circa ottocento metri aveva ricevuto amore e infinita cura. Per anni aveva trovato posto all’aperto, nell’erba alta, affinché pioggia e sole potessero ripetutamente penetrare nelle sue fibre temprandole, educandole e rendendole così perfette e resistenti. Sandy, successivamente, ne aveva personalmente sgrassato ogni sua trama con una precisione tale da poter sfiorare il maniacale.
Lo impugnava ben stretto, centimetro dopo centimetro, flettendolo un poco e riscaldandolo. Le mani le scivolavano decise sulle sue turgidità e per tutta la sua lunghezza. Per preparare un ottimo filo di una tale misura occorrono mesi; è necessario captarne ogni possibile difetto e l’essenza di ogni suo minuscolo rilievo.
Per mantenerlo immobile, Sandy se lo infilava tra le cosce serrate e poi lo strofinava con cura utilizzando un panno di daino inumidito di benzina e infine lo spazzolava energicamente. In questo modo il filo veniva privato dì ogni possibile, singola e minuscola traccia di grasso che, da sola, sarebbe potuta bastare a compromettere l’intera impresa.
Il miglior funambolo e il suo strumento devono raggiungere una simbiosi totale, divenendo un tutt’uno, occorre entrare in completa confidenza con la sua microstruttura, conoscerne i punti opachi o le lucidità, i piccoli rilievi o ogni debolezza e il lieve cedimento della sua trama.

Sandy presenziò anche “all’aggancio”.
Al mondo non esisteva nulla di più affascinante che osservare un cavo metallico “legare” due vette con la trazione e la durezza necessarie a tagliare di netto il mirabolante vuoto che naturalmente le separa, rendendole “diversamente raggiungibili”, unite artificialmente tra loro da un segmento di contatto semi-rigido. Una tangibile rappresentazione di sfida alla natura e in contemporanea al destino e il tutto a due passi dal cielo.
Il filo deve essere fissato alla roccia con l’essenziale esperienza e occorre affidarsi in tutto e per tutto al volere della montagna, affinché le sue pareti possano donare la giusta sicurezza e un valido appiglio.
Ogni minimo errore di valutazione del terreno o delle sue sporgenze avrebbe potuto risultare fatale.
E’ sempre importante capire il punto preciso in cui sistemare il moschettone e come regolarne il tirante in modo che il cavo possa oscillare nell’ottenimento del gioco perfetto, rendendolo una specie di filo conduttore tra spazio e tempo.
Il team, servendosi di un elicottero, portò egregiamente a termine quel lavoro.

Il brusio dei pochi spettatori, la cui eco risuonava grave nella valle, cessò rapidamente. La sagoma della donna, divenuta ormai solo un piccolo puntino nero, aveva raggiunto la base di partenza: una piccola piattaforma in acciaio, sporgente e quasi in cima alla vetta che, a ben vedere, si stagliava violenta spezzando l’armoniosa discesa del pendio.
Sandy era pronta, in linea perfetta con il cavo. Lassù, ogni volta, sentiva svanire ogni timidezza.

Tutti sostavano immobili a testa in su, in riverente attesa, in un rigoroso e innaturale silenzio nel quale anche un normale respiro avrebbe regalato a chiunque un vero e proprio sussulto di spavento.

Era la trentaduesima esibizione di Sandy ormai soprannominata “Air Queen”.
La donna aveva sfidato e sovrastato il cielo di ogni stato del mondo. Attraversò la Senna a venticinque metri da terra e a Tokio raggiunse i sessanta. Poi fu il turno di Cina, Germania e Londra dove passeggiò a centocinquanta metri, nell’aria e quasi toccando le nuvole. Appena in tempo riuscì ad effettuare la sua impresa anche tra le Twin Towers, soltanto qualche anno prima della loro terribile distruzione, percorrendo un cavo lungo sessanta metri a un’altezza di 200 metri e aiutata da un bilanciere che, per l’occasione, raggiunse gli otto metri.
Chi riuscì ad ammirare quello spettacolo, restò per circa due ore senza fiato e a bocca aperta, osservando con tensione quell’esile e sinuoso corpicino danzare con il suo attrezzo in bilico tra vita e morte.
Sandy aveva rinunciato da tempo ad ogni tipo di protezione o di messa in sicurezza. Quello che desiderava era proprio il rischio, la sensazione adrenalinica di sentirsi viva, in balia del destino. Desiderava dimostrare una sorta di invincibilità, era alla ricerca della fama e dell’immortalità.

Tuttavia, in quota, si era reso necessario rinunciare al bastone. A quelle altezze l’aria sopraggiunge con folate brevi, intense e piuttosto improvvise per cui un bilanciere esposto al vento risulterebbe più pericoloso che utile.

Effettuare quella traversata rappresentava la massima aspirazione di Sandy. Si era preparata e allenata per moltissimi anni, sempre supportata e incitata dal suo team. Probabilmente quella spettacolare esibizione avrebbe rappresentato l’apice della sua carriera, l’impresa straordinaria per cui tutti l’avrebbero dovuta ricordare. Avrebbe stabilito il record assoluto: la più alta traversata mai eseguita da un funambolo.

Sul filo doveva avanzare leggera, non poteva permettersi alcun pensiero, alcuna emozione. Non percepiva nemmeno la brezza gelida che la carezzava sul viso. Rimase per qualche istante con gli occhi chiusi, immobile.
Gli spettatori la osservavano incantati, impazienti, ammirati.
Lei si percepiva importante, onnipotente. Sovrastava il mondo circondata dalle nuvole.
Avanzò il piede d’appoggio, l’alluce e l’indice divennero filo e il filo si trasformò in suola. Si inginocchiò nell’aria, lentamente. Lasciò il suo ringraziamento e il suo saluto.
Poi, rialzandosi con grazia e leggerezza, mosse i suoi passi fermi, stabili. Il tempo modificò la sua essenza, divenne superfluo. Tutti erano concentrati sull’attimo, sul presente, in una visione di eternità.
Sandy avanzava con le braccia aperte e osservata dal basso poteva sembrare un uccello, forse un elegante falco.
Tutta la tecnica risiedeva nel contatto, nella calma, nel ritmo. Sandy non riteneva di dover dimenticare il filo, viceversa anelava impadronirsene. Sapeva addirittura inghiottirlo, passo dopo passo renderlo suo, assecondando con dolcezza ogni minima vibrazione. La sua mente avrebbe soltanto dovuto mantenere ben fermo il baricentro del suo corpo situato all’incirca sopra l’ombelico. L’enormità dello spazio vuoto che la circondava le permetteva di percepirsi un perfetto microcosmo nel macrocosmo e un solo secondo di immobilità, in quella condizione, suscitava un’incredibile armonia di tutte le cose ma soprattutto della mente.
Il vuoto sotto di lei le regalava ondate eccitanti di adrenalina, la vetta che stava raggiungendo emanava la più rara energia attirandola a sé, magnetica.
Il suo respiro era alleggerito, non sarebbe bastato a far vibrare un solo vessillo di una piuma.
Sandy aveva affidato alla terra la sua natura umana, lassù era diventata soltanto arte, in ogni possibile forma.
I suoi passi si tramutarono presto in una danza ammaliante e ipnotica che suscitava negli spettatori una miriade di pulsioni, alimentava tutti i possibili desideri e i sogni di ciascuno.
I raggi del sole la raggiungevano lassù meno obliqui, regalandole una luminosità quasi divina e nel suo gioco cavalcava il vuoto trasmettendo destrezza, passione, e una grande dose di erotismo.
Si arrestò e tutto si fermò attorno a lei.
Azzardò piano una verticale. La sua spettacolare evoluzione rasentava l’impossibile. Un cavo di ventiquattro millimetri di diametro fungeva d’appoggio alla sua nuca.

Tornò delicata in posizione, ricominciò a camminare. Ora dominava il mondo che si trovava completamente ai suoi piedi.
Non esisteva davvero impresa più ardua di questa, tuttavia Sandy non faticava affatto durante quell’esecuzione. Ciò che stava compiendo, di colpo, non le sembrò più nemmeno straordinario come ogni cosa che si realizza perde presto il suo fascino.
Ormai era quasi alla fine, alla fine di tutto. Stava raggiungendo l’arrivo, la seconda vetta, l’altra piattaforma.
Si domandò cosa sarebbe accaduto dopo.
Forse la sua impresa avrebbe potuto esser presto dimenticata.
Giunse una discreta folata di vento. Nemmeno la scalfì. Rimase stabile e nella postura ottimale ma percepì quell’aria trapassarla e scivolarle via, tra le gambe.

Mancavano pochi metri alla meta. Si arrestò di nuovo, ancora immobile con le gambe ben ancorate all’anima della corda.
Si sedette su di essa. Si lasciò scivolare all’esterno afferrandola salda con le mani e si lasciò penzolare nel vuoto.
Persino le telecamere tremavano riprendendo la scena.
Osservò il panorama. Per la prima volta provò l’emozione sul filo. Assaporò quella parziale assenza di gravità.
Lasciò la presa di una mano.
Lasciò anche l’altra.
Volò via, libera e vulnerabile compiendo una caduta memorabile nel vuoto assoluto e così lo sconfisse, per sempre.
Neanche gli spettatori giù a valle riuscirono ad urlare, il presentatore dimenticò di parlare. La scena fu calcata dal nulla, dal silenzio.
Tutti avrebbero ricordato quell’esibizione per il resto della propria vita.

“Sandy! Tocca a te. A cosa stai pensando? Non te la senti neanche oggi di salire sull’asse di equilibrio?”
Sandy non rispose, abbassò soltanto lo sguardo.
Il professore dispose: ” Allora ragazzi, ora potete anche cambiarvi!”
Sandy seguì a distanza e solitaria i compagni mentre si avviavano agli spogliatoi della piccola palestra, il solito gruppetto di bulli si burlava di lei ridendo:” Sandy gambe matte! Perché non provi a salire sull’asse? Hai paura?”

Oppure…

Sandy fu ricordata per aver perso la vita nel tentativo di realizzare la più grande impresa di funambolismo in quota.

Non ha importanza, forse.

…Perché le nostre paure, spesso si incontrano lungo la strada che abbiamo intrapreso per dimenticarle. Allora, può darsi che occorra più coraggio nel camminare con i piedi ben saldi alla terra, piuttosto che cercare di fuggire percorrendo fili sottili e campati in aria.

(Dedicato a Tancrède Melet, glorioso funambolo).

UN MOTIVO.

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Gino asciugò il vetro con la manica per ripulirlo dalla patina sottile di condensa causata dal vecchio termosifone in ghisa che esalava di continuo e sbuffando continue folate calde. Come ogni pomeriggio si era accostato a quella finestra con l’intento di osservare il grande giardino.
Lo splendido vialetto in porfido rosa collegava il cancellone in ferro dipinto di verde e che veniva lasciato sempre aperto, con l’entrata dello stabile col suo largo portone in vetro e acciaio e serpeggiava zigzagando tra betulle ormai del tutto spoglie e cespugli di azalee che si erano ritirati nel loro consueto letargo invernale.

Esattamente al centro di quello spiazzo verde, si ergeva fiero un grande pino che resistendo per natura al gelo, riusciva a conservare sebbene intirizziti tutti i suoi aghi ancora verdi e che con la sua pungente chioma, quasi accudiva una panchina di cemento posta proprio dinanzi al suo largo e stabile tronco.

Ogni giorno e sempre alla stessa ora, un’arzilla signora (e a dire il vero anche un poco anziana) con passo piuttosto spedito si inoltrava in quella viuzza.
I suoi modi erano fini e delicati, la sua andatura pareva una danza leggera, i suoi occhi azzurri e chiarissimi spiccavano ancora più vispi dietro a un paio di occhiali neri, spessi e tondi, che più per un’abitudine o quasi un ticchio, era solita accomodarsi con l’indice e di continuo bene bene in cima al piccolo naso “alla francese”.
A contraddistinguere quella donnina e a renderla davvero speciale era la gioia che le si poteva leggere sul volto; le apparteneva una rara espressività luminosa che le regalava senza dubbio un aspetto giovanile e piuttosto simpatico.
Sorrideva sempre. Sorrideva ai raggi del sole che filtravano fino a terra spezzati dai rami, al volo libero di una farfalla, al ghiaccio birichino che penzolava dai cornicioni e persino alle pozzanghere con i loro giochi di riflessi o al passaggio furtivo di un gatto.
Sorrideva a tutto.
In primavera, più volte, capitava anche di poterla osservare mentre immobile contemplava un qualsiasi fiore appena sbocciato. Si chinava lentamente, forse rigida a causa di un po’ di mal di schiena e allorché non le fosse possibile annusarne il profumo, ne sfiorava i petali con l’indice ben affusolato, delicata e desiderosa di carpirne quella vellutata e misteriosa consistenza.
Se poi incontrava qualcuno lungo il suo percorso, salutava felice, sventolando la sua manina sottile e rugosa e socchiudendo i suoi meravigliosi occhi che diventavano piccoli e lucenti tanto da apparire come due fessure profondamente illuminate.
Quando le capitava di incrociare qualche malizioso ragazzino o un piccolo bambino tenuto per mano dalla mamma o dalla nonna, allora si arrestava all’improvviso, ben dritta e frugandosi in tasca ne ricavava sempre qualche caramella colorata che vi era stata appositamente infilata per quella eventuale occasione. Distendendo del tutto il braccio e inclinando la testa in una maniera realmente amichevole, la porgeva così ai discoletti, accompagnandola sempre ad una infallibile e calda risata e ottenendo di scambiare due chiacchiere anche con le personalità più difficili, timide o riservate.
Una volta raggiunto il grande pino soleva sedersi sulla sua bella panchina, osservandosi attorno sempre appagata e soddisfatta. Dopo essersi accomodata e aver sistemato bene sulle sue gambe magre la borsa di pelle marrone che portava a tracolla, ne estraeva un gonfio sacchettino di plastica. Con una straordinaria calma scioglieva il nodo apposto alla sua estremità e affondandovi dentro tutta la mano vi pescava un pezzo di pane raffermo. Allora lo spezzettava con cura e una volta ridotto a piccoli cubetti, cominciava a lanciarli, disseminandoli lì intorno. Attendeva quindi sicura, con sapiente pazienza e soprattutto con un grande sorriso, l’arrivo e le planate di diverse specie di uccelli che dapprima scrutavano diffidenti l’ambiente, poi golosi e voraci afferravano avidi nel loro becco un piccolo bocconcino. Ecco che dispiegavano di nuovo le loro ampie ali per volare via ma per poi ritornare presto, ancora più avidi. Potevano essere pettirossi, merli o, nelle giornate più fortunate, persino delle magnifiche gazze, grigie e bianche con la coda squadrata, lunga e vibrante.

Gino riusciva persino ad intuire se, dopo aver sfamato tutti i volatili della zona, la donna si fosse anche potuta dedicare alla lettura.
Spesso sostava sulla panca più di un’ora, reggendo tra le mani tremolanti un volume preferibilmente non rilegato e dal quale penzolava la stessa treccina di lana, blu e gialla.
In caso di vento questa oscillava in perfetta sincronia a qualche sottile capello ormai bianco che si agitava libero nell’aria, sfuggito per sbaglio dall’aristocratico chignon.
Leggeva anche in quella stagione fredda, avvolta da un elegante e pesante cappotto beige che aveva tutta l’aria di essere davvero morbido, caldo e parecchio confortevole.

E quel pomeriggio andò esattamente così.

Gino si perdeva ad osservare quel grazioso viso che assorto nella lettura mutava continuamente espressione e avrebbe certo saputo indovinare se il capitolo fosse stato allegro, triste o piuttosto soltanto avvincente. In cuor suo nutriva forte la speranza che, prima o poi, quella donna si potesse accorgere di lui, di quel volto anziano e forse un po’inquietante nascosto dietro a quella finestra.
Forse, prima o poi, avrebbe trovato il coraggio di scendere in cortile e l’avrebbe salutata con emozione e cortesia: “buongiorno bella signora, sono Gino. La osservo da un po’ passeggiare nel parco. Mai nella mia vita mi sono innamorato di una donna dunque non so se ciò che provo per lei possa esser considerato amore ma… desideravo davvero conoscerla… e di persona e… con tutto me stesso. Ho il gentil permesso di poter restare e tenerle compagnia? Le prometto di non disturbare troppo la sua lettura! La guarderò soltanto da più vicino.”

Lei gli avrebbe certamente sorriso.
Seduti vicini, entrambi avrebbero sorriso al sole, agli alberi, ai fiori, alle farfalle, ai ragazzi e ai bambini… forse alla vita intera.

Tuttavia, altre volte, il cielo regalava una pioggerellina noiosa oppure persino fitta. Allora il giardino si tingeva di grigio e risuonava vuoto e spento, come se ogni cosa risultasse assopita o addirittura crollata in un pesante sonno, avvolta stretta da una coperta di plastica lucida che solo l’allegra signora sarebbe stata in grado di poter scoprire, durante il suo successivo passaggio.

Gino l’aveva chiamata così: signora Gioia.

Sussultò.

“Gino, è l’ora della terapia!”
Un’infermiera si avvicinò alla sedia a rotelle e afferrandola la ruotò su se stessa per direzionarla verso l’uscio che dava sul lucido corridoio bianco.
“Guardavi ancora dalla finestra Gino?”
Gino non rispose, si limitò ad abbassare la testa.
“Osservavi la bella signora?”
Nessuna risposta: l’ometto continuò a fissarsi le cosce avvolte da un pigiama a costine.
“Cosa stava facendo oggi di bello?”
Con un filo di voce Gino si decise a parlare, quasi balbettando.
“Oggi rileggeva Anna Karenina.”
“Che donna interessante, capisco perché ti piace così tanto! Scusa Gino, abbasso la tapparella, tanto ormai in inverno vien buio presto. Tranquillo che ormai la tua signora è già tornata a casa sua. Va bene? Posso?”
Il vecchietto si limitò a fare un cenno lento e affermativo con la testa.
L’infermiera si avvicinò alla finestra che dava su un piccolo e quasi inesistente cortile interno del tutto ricoperto di cemento e a sua volta circondato da altri edifici appartenenti alla casa di riposo. La donna afferrò rapida la corda, calò la tapparella e ritornò ad impugnare la carrozzina di Gino.
“Mi hai promesso che un pomeriggio di questi mi accompagnerai in giardino!” Sibilò nostalgico lui, con la frase più lunga che ebbe mai pronunciato da quando, circa tre anni prima, fu ricoverato nella struttura.
La donna si immobilizzò per qualche secondo poi si limitò a rispondere dolcemente: “Ci penseremo! Dai, ora andiamo giù in ambulatorio, forza, da bravo, premi tu il bottone e chiama l’ascensore…”

Dedicato con un “grazie” a tutti coloro che si occupano ogni giorno delle persone anziane, con amore, con riguardo e tanta attenzione preservandone speranze, sogni e illusioni ma soprattutto quell’angolino di felicità, qualunque o dovunque esso sia.