(IL CONDOMINIO) LA SIRENA.

1.

Il ragionier Melandri maledice i ladri che lo scorso autunno hanno preso di mira il palazzo. In seguito ai frequenti furti, quasi tutti i condomini hanno deciso di installare un sistema d’allarme. Ma questa sirena è davvero potente. Non si tratta di un comune impianto casalingo, piuttosto sembra che sia stata progettata per essere installata in un enorme complesso industriale. Guardando dalla finestra nota che le tapparelle sono tutte sollevate e che le luci delle abitazioni sono accese. Tutte tranne una. Giù, a pian terreno, la signora Mazzacani manca all’appello. Guarda caso, l’assordante e diabolico frastuono sembra aver origine proprio da lì. Le è stato installato un sistema d’allarme così chiassoso da far sembrare ridicolo persino quello del Louvre.

I figli dell’arzilla vecchietta si sono dimostrati sempre premurosi nei suoi confronti: non hanno mai dimenticato di passare a trovarla due volte al giorno; hanno sempre provveduto a farle la spesa, e si sono persino occupati, con molta attenzione, delle pulizie di routine del suo appartamento. Gli sarà anche toccato insistere parecchio, affinché accettasse di buona lena l’installazione del miglior sistema antifurto disponibile sul mercato.

Di per sé, una sirena che è in grado di buttar giù dal letto gli abitanti di un palazzo nel cuore della notte è già una gran scocciatura, ma lo è ancor di più quando la sua proprietaria è sorda come una campana.

Melandri si allontana dalla finestra e si aggira per casa imprecando come un matto. Infine decide di scendere in cortile. Un gruppo di condomini si è appostato in giardino, proprio sotto l’appartamento della vecchia Mazzacani. Invece, la sua dirimpettaia, Prisco e la famiglia Morelli si sono limitati ad affacciarsi sul balcone.

Il ragioniere sente di dover toccare con mano la situazione e esige, come sempre, che tutto sia sotto controllo. In una maniera o nell’altra intende mettere fine a quella terribile nottata insonne.

L’ascensore stavolta funziona, ma è occupato. In corridoio risuona un cigolio gracchiante causato dai meccanismi che sorreggono la cabina in discesa. Con pacata rassegnazione si dirige verso le scale. Lascia l’androne, procedendo con passo veloce e pesante lungo il viottolo che attraversa il giardino, mentre il frastuono della sirena si fa sempre più insopportabile. Teme che i timpani possano scoppiargli da un momento all’altro.

La signora Cozza indossa un orrendo pigiama a righe due volte più largo di lei. Suo marito ne porta uno identico ed è impegnato a gesticolare, proprio accanto a lei. Anche i coniugi Pistone, persone  rispettabili e taciturne, si son presi la briga di scendere: forse solo nel tentativo di prendere una sana boccata d’aria. La Panzanera ha delle terribili occhiaie violacee, e una faccia tirata e rugosa che ricorda una mummia. Con gran frenesia sta agitando le braccia avvolte da un’orrenda vestaglia in flanella rosa. Il dottor Barozzi propone di spostarsi più in là, nel parcheggio. “Così non dovremo gridare come fanno i matti”, dice.

“Dunque, cosa si fa?”, domanda Melandri, nervoso, ribattendo più volte il piede a terra.

“Scommetto che la sorda se la dorme beata”, annuncia, acida, la Cozza.

Gianni Pistone, reduce da una rapida perlustrazione dell’isolato, dichiara: “È tutto a posto. Non c’è nulla che possa ricondurre a dei ladri in casa. Tuttavia, sul retro, la tapparella del bagno è sollevata e sembra che la finestra sia stata lasciata aperta: può darsi che l’allarme sia scattato proprio per questo motivo.”

“Bene. Ci rimane la speranza di poter chiuder occhio almeno un paio d’ore. Dobbiamo arrampicarci per entrare nell’appartamento!”, dichiara il ragioniere, con la stessa convinzione di un politico che sta tenendo un comizio.

“Procediamo!”, concorda il dottor Barozzi, annuendo con evidente soddisfazione.

“Fermi!”, ordina, velenosa, la Panzanera. Poi aggiunge: “Intendete commettere una violazione di domicilio? Trovo che non sia proprio il caso!”

“E dopo, cosa farete? Magari la scuoterete un pochino per svegliarla? Oh, povera donna, si prenderà di sicuro un bel colpo! Mi pare che sia già abbastanza vecchia”, si intromette la Cozza incrociando le braccia con fare sapiente, squadrando tutti i presenti.

“Come preferisce, mia cara signora. Se intende avvisare la Mazzacani secondo le regole imposte dal galateo, allora le citofoni, o si attacchi al suo campanello. Prego, si accomodi pure!”, controbatte in tono di sfida Melandri, indicando il portone con l’indice della mano.

“Non vedo altre alternative valide. Inoltre, procedendo in questo modo, scongiureremo l’ipotesi che la signora Mazzacani si possa trovare in pericolo”, dichiara solenne Pistone.

“Ci vado io!”, esclama fiero Mezzalira, rimasto  in silenzio fino a quel momento. “Questo diavolo di casino non riesco più a sopportarlo!”, sbotta, e intanto si frega le mani nei calzoni del pigiama.

“Qualcuno porti subito una scala!”, ordina il ragioniere.

2.

La signora Mazzacani ha seguito alla lettera le istruzioni dettate dai suoi figli. Ha verificato che porte e finestre fossero ben chiuse, ha premuto il tasto verde sul piccolo telecomando, e solo allora è andata a dormire.

Quando ci sentiva ancora bene, le era capitato di restare sveglia per una porta sbattuta chissà dove, o per via di un litigio proveniente da un altro appartamento. Le era persino successo di dover fare le ore piccole a causa del pianto incessante di un neonato, oppure per il lento e implacabile sgocciolio di un suo rubinetto rotto. Tuttavia, nonostante si fosse ormai abituata a un silenzio assoluto e perenne, ogni notte le toccava girarsi e rigirarsi nel letto, senza riuscire a prendere sonno.

La sordità l’aveva abbracciata dolcemente. Dapprima aveva attutito solo un po’ i rumori, ma lei era riuscita a consolarsi imparando a immaginare un mondo diverso, alternativo, e capace di donarle le medesime sensazioni che si possono provare stando al centro di un bel paesaggio innevato. In seguito era piombato su di lei un silenzio totale, perenne, e in grado di disorientarla. L’aveva assalita anche una gran dose di malinconia, nonché un forte senso di solitudine. Si era sentita persa e persino inutile. Se non fosse stato per i suoi amorevoli figli, avrebbe forse preferito morire.

Riuscire a dormire come Dio comanda era diventata per lei un’impresa ardua. Il giorno e la notte finiscono per somigliarsi troppo quando si è sordi, e ancor di più quando si è soli; allora, solo la luce del sole riesce a dettare un cambiamento, delineandone la sottile e precisa differenza. Ma il buio poteva sopraggiungere a qualunque ora: le bastava socchiudere gli occhi.

Avrebbe dato qualunque cosa per sentire ancora, almeno una volta, le urla petulanti di un qualche moccioso o l’eco di una risata lontana; uno scalpiccio di passi nel corridoio, lo scatto del portone d’ingresso, il motore di un’auto nel parcheggio, l’ipnotico cinguettio degli uccelli, gli interessanti dibattiti che adorava seguire alla televisione, il fruscio delle fronde agitate dal vento, il fragore della pioggia durante un temporale, una vecchia canzone, il noioso ma felice borbottio della caffettiera, il trillo del telefono che, sempre, riusciva a farla sussultare. Ma a mancarle era soprattutto il suono di una voce qualsiasi, allegra o triste, acuta o grave, roca o limpida, amica o nemica.

Il suo silenzio era diventato fin troppo assordante.

Sentiva di odiare ogni giorno di più i vicini di casa; quelli antipatici come la Panzanera, ma anche chi si era sempre dimostrato cordiale e gentile nei suoi confronti.

Teneva gli occhi sbarrati. La stanza da letto aveva perso i suoi confini, come se il buio fosse stato in grado di poterseli inghiottire. Aveva l’impressione che fossero scomparsi persino i muri e che Il letto navigasse nel cielo, per vagare senza una meta nell’insidioso spazio infinito.

Le era venuta una gran voglia di piangere. Da troppo tempo non intratteneva una conversazione, anche banale, con un vicino. Da troppo tempo nessuno si era più preso la briga di conversare con lei. E, figurarsi, nemmeno la Panzanera! Quella gran culona che in passato non aveva mai perso  l’occasione di rimproverarla, quando la pescava a gettare dalla finestra gli avanzi di cibo ai gatti selvatici.

La Mazzacani aveva provato tanta rabbia, poi aveva partorito un’idea che le parve  superba e non aveva più smesso di ridere.

Si era alzata, era andata in bagno. Aveva indugiato, poi si era aggrappata con forza alla corda della tapparella per tirarla su. Non ancora contenta, aveva aperto la finestra di quel tanto che bastava per poter guardar fuori.

È rimasta in attesa, al buio. È ancora seduta sul coperchio del water e sta sbirciando il  giardino. Il fragore assordante della sirena le sta regalando un po’ di gioia: per lei non è altro che una lieve vibrazione, eppure è in grado di far circolare, almeno un po’, l’aria stagnante di casa. Dentro di sé è convinta che, in una maniera o nell’altra, prima o poi qualcuno dovrà pur farsi vivo, per lamentarsi.

Suo malgrado, il cortile resta deserto. Vorrebbe affacciarsi sul balcone, al lato opposto del suo appartamento, ma il rischio di venir smascherata sarebbe troppo elevato. Sta per essere assalita dall’ennesima ondata di sconforto, quando intravede delle sagome avanzare furtive proprio davanti alla siepe. Qualcuno regge una scala. I suoi occhi scintillano nell’oscurità del locale, mentre se la ghigna.

“Spostala in avanti e appoggiala bene al muro”, consiglia Melandri.

Mezzalira sbuffa, poi ribatte i piedi a terra nel tentativo di ripulire le suole dal fango. Afferra i calzoni del pigiama all’altezza delle cosce per tirarli su, e infine mette piede sul primo gradino.

“Grazie a Dio la sorda abita a pianterreno!”, grida la Cozza, senza un briciolo di grazia, ostentando una sadica allegria.

“Dài, quasi ci sei!”, lo incita, euforica, la Panzanera.

L’ometto afferra il davanzale e fa forza con le braccia per tirarsi su. Piega e solleva una gamba, ed è quasi pronto a scavalcare, quando il piede che è rimasto sul gradino scivola e poi cede, all’improvviso.

I coniugi Pistone, che reggono la scala, fanno tutto il possibile per riuscire a tenerla ferma e ben piantata al suolo. Ma lo scossone che hanno ricevuto è troppo forte. L’attrezzo si allontana dal muro, resta in posizione perpendicolare ma solo per un attimo, e infine cade giù.

“Fate presto, ridatemi la scala!”, grida, agitando le gambe e scalciando l’aria in una maniera tanto maldestra che finisce per perdere i calzoni.

Mezzalira, rimasto in mutande, è costretto a lottare contro la forza di gravità. Le sue gambette rinsecchite da merlo si dimenano fin quando possono, poi fa un volo di circa tre metri e si schianta al suolo.

Il frastuono incessante della sirena non basta a coprire un gran tonfo e un crepitio di ossa rotte.

“Ahi, ohi, ohi… ”, rantola il malcapitato, contorcendosi nel prato come farebbe un ragno dopo aver preso una bella ciabattata.

Mentre i presenti gli prestano soccorso, Melandri brontola:” Lo sapevo, avrei dovuto farlo io!”.

3.

La Mazzacani ha le lacrime agli occhi dal ridere. La sirena squilla ancora, e nulla affatto disturbata continua imperterrita a rinvigorire e a far frizzare l’aria. All’improvviso le è tornata una gran voglia di vivere. Si rende conto di provare amore e profonda gratitudine verso i propri figli: se non avessero insistito per installarle quel sistema d’allarme si sarebbe persa un tale spasso. Mai avrebbe potuto immaginare di potersi divertire così  tanto. Osserva con aria innocente la scopa che ha appena riposto accanto al termosifone. Era stato facile, ma anche più forte di lei: in fin dei conti Mezzalira non le è mai andato a genio. Le era bastato sporgere il manico di legno dalla finestra per fargli toccare qualcosa di solido. “Spingi!”, le aveva suggerito quella vocina. E lei si era limitata ad obbedirle. Non se la sentiva di contraddirla, non poteva ignorarla! Si trattava dell’unica voce che era rimasta, dell’unica voce che era ancora in grado di udire: la sua più fedele compagna di vita.

Sarò anche sorda, ma mica sono stupida, pensa, mentre si affretta a raggiungere a tentoni la stanza da letto. E poi si infila ben bene sotto le coperte.

Il parcheggio del palazzo si è animato come se già fosse giorno. La barella viene caricata sull’ambulanza, mentre i carabinieri stanno interrogando alcuni condomini su quanto accaduto.

“L’allarme è collegato al mio telefono: quando ho ricevuto il messaggio mi son precipitato qui”, si giustifica l’uomo. Dopo aver estratto dalla tasca un mazzo di chiavi, si accinge ad aprire la porta d’entrata dell’appartamento di sua madre.

E’ costretto a tapparsi le orecchie: il baccano causato dalla sirena è a dir poco assordante. Il telecomando è sul tavolo. Lo afferra, pigia il bottone e poi, finalmente, tutto tace. Si affaccia ansioso alla soglia della stanza da letto e si rassicura osservando sua madre dormire beata.

È sollevato nel constatare che nell’appartamento tutto sembra essere in ordine. Va in bagno, cala la tapparella e provvede a richiudere bene la finestra.

Dà un’ultima occhiata all’esile donnina dal sonno profondo, proprio come quello di un angelo. Non intende svegliarla, si ripromette di tornare più tardi a trovarla.

Mentre richiude la porta dell’appartamento un’altra sirena attacca a suonare. L’ambulanza si allontana a tutta velocità, con i lampeggianti accesi.

Una luce si spegne dietro le finestre del sesto piano e i grilli riprendono a frinire. L’orizzonte si colora di rosa, uno stormo di uccelli si alza in volo da un prato vicino.

Una sottile falce di Luna va spegnendosi piano piano. Sembra sorridere persino il cielo.

Nell’androne qualcuno mormora che Mezzalira si è rotto una gamba e qualcun altro sostiene che sarebbe potuta andargli persino peggio. Non manca chi sostiene che sia sempre meglio farsi i fatti propri, ma che, tutto sommato, è sempre bene quel che finisce bene, o quasi.

L’AMORE IN ASCENSORE (IL CONDOMINIO).

“Mi dispiace, ma non va neanche oggi”, annuncia sornione il vicino, strizzandomi l’occhio. Il figlioletto, reggendo sulle spalle uno zaino azzurro più grosso di lui che quasi lo seppellisce, lo strattona piagnucolando.

Prima che io riesca a aprire la bocca, il piccolo grida: “Papà, non ho voglia di fare le scale! Non puoi sistemarlo tu?” “Dani, l’ascensore non è rotto, è solo occupato.” “Da chi?”, domanda il marmocchio. “Stanno ‘lavorando’ al piano di sopra”, risponde il ragionier Melandri, voltandosi solo un po’, per potersela ghignare sotto i baffi. Ma quel monello non cede mai: mi capita di sentirli litigare anche tutto il giorno. “Io voglio prendere l’ascensore!”, dichiara cocciuto. “Sono stufo anch’io di salire e scendere queste scale a piedi. Cosa credi? Se solo l’avessi saputo un anno fa, avrei di sicuro affittato un appartamento a piano terra”, dice l’uomo, sorridendo ancora.

In periferia le voci corrono più veloci del vento, soprattutto quando si vive in una palazzina di medie dimensioni, com’è la nostra. “E del costoso e inutile intervento dei tecnici ne parleremo giovedì sera. Sarà presente alla riunione, vero?”, mi chiede.

“Come sempre. Non mancherò”, dico. E non mento, benché non abbia la minima voglia di partecipare all’ennesima assemblea condominiale. Saremo in pochi, come sempre. I soliti quattro gatti. Sono piuttosto sicura che i responsabili di questa farsa nemmeno si presenteranno, e proprio per questo mi annoierò a morte.

Ripenso al principio di questa ridicola faccenda, cominciata solo un paio di mesi fa. Le cause del malfunzionamento dell’ascensore erano ancora sconosciute. Credendo che si trattasse di un guasto, un condomino, il solito, quello che vede tutto per primo, ha pensato bene di avvertire l’assistenza. I tecnici, senza far niente, hanno poi preteso un sacco di soldi.

“Andiamo Dani, o faremo tardi”.

Il ragioniere, con un cinico sorriso stampato sulle labbra, accenna un saluto, chinando leggermente il capo. Chissà perché, mi ricorda quegli inutili giocattoli cinesi a moto perpetuo, con la ventosa, che di solito la gente ama attaccare al parabrezza dell’auto.

Rimasta sola sul pianerottolo mi accingo a chiudere a chiave la porta d’entrata. Finalmente tutto tace. Le mandate rimbombano secche nel corridoio.

Mentre infilo nella borsa il portachiavi, mi giunge all’orecchio un cigolio piuttosto sinistro.

Mi sforzo di capire da dove proviene il rumore. Mi guardo intorno.

Persino nella penombra, il nuovo orrendo portaombrelli variopinto che troneggia all’ingresso di casa Panzanera è un pugno in un occhio, e mi dà conferma del cattivo gusto della sua proprietaria: un’antipatica e scorbutica culona.

Mi dirigo piuttosto rassegnata verso le scale, ma ecco di nuovo il rumore. Stavolta è ancora più nitido. Intuisco che proviene dall’interno dell’ascensore.

Il suo ritmo è ipnotico e riesce a immobilizzarmi, mi trattiene.

Tre tonfi sommessi e poi un colpo forte, potente, così tanto violento che riesce a far vibrare persino la porta. La sequenza si ripete, è modulare. D’istinto poggio il palmo della mano all’anta in alluminio. La percepisco fredda e liscia, la sento vibrare; sembra viva sotto le dita. Sussulto, poi la accarezzo. La borsa a tracolla scivola dalla spalla, trascinando con sé anche la manica della camicetta. Il colletto mi serra la gola in una delicata morsa. La sequenza continua a ripetersi imperterrita: tre battiti e un colpo, ancora tre battiti e un colpo. All’improvviso mi sembra di distinguere, in sottofondo, una voce languida e flebile, femminile.

Dunque le cose stanno così! E’ proprio vero. E’ un lieto piagnucolare, è un solfeggio suadente, è un sommesso mugugno animalesco, un gemito diabolico e nel contempo logorante. Le mie gambe tremano. Realizzo di essermi accasciata per terra. Mi ritrovo sdraiata su un fianco. La gonna è raccolta intorno alla vita, la borsa è in bilico su una coscia rimasta nuda e scoperta, mentre l’orecchio è ancora incollato all’ascensore. Il ritmo dell’amplesso accelera, così come la sua intensità.

Ho la fronte madida di sudore, e il respiro è affannoso. E il cuore batte forte, come se lassù, lì dentro, ci fossi proprio io. La mia mano scivola laddove non dovrebbe essere, laddove non ha alcun senso che stia in questo preciso momento. I colpi si son fatti impetuosi, potenti, furiosi e selvaggi. Lo sportello è messo a dura prova, come scosso da un terribile bombardamento. La mia mano scivola di qua, di là; su e giù. Scivola come una slitta sopra una superficie ghiacciata.

Ora sento anche lui. E pensare che mi ha sempre dato l’impressione di essere un uomo così distinto… Adesso sta dicendo qualcosa. A stento riesco a distinguere le parole dai versi. Ha una voce roca e diversa dal solito, mi pare abbia un tono piuttosto provato. Sono più che mai convinta: è davvero lui! Una voce acuta, all’improvviso, risuona per le scale. Sussulto. Qualcuno sta salendo. Sta arrivando, è qui vicino. Cerco di rialzarmi in fretta, ma sono rigida quanto una vecchia scopa di saggina.

Mentre cerco di ricompormi alla meglio, quel pestifero mostriciattolo ricompare all’improvviso sul pianerottolo. Di sicuro, quei due hanno scordato qualcosa.

“Papà, corri, la nostra vicina sta male. Sbrigati, fai presto!” Devo essere pallida, devo avere un aspetto stravolto e penoso.

“E’ tutto a posto, signor Melandri”, dico. Cerco di mantenere la calma, ma vorrei scomparire mentre sistemo la gonna.Le gambe tremano ancora.

Fuori, per fortuna, tira un venticello frizzante. Sollevo lo sguardo e osservo le finestre al sesto piano. In questo momento vorrei essere una mosca.Nel cielo, proprio sopra il palazzo, si stanno accalcando degli enormi nuvoloni grigi. Tra poco attaccherà a piovere, e io, come al solito, non ho neanche preso l’ombrello.

Pazienza!

IMAM E MAHDI, parte 2.

Sebha.

QUI LA PRIMA PUNTATA. https://lady74na.wordpress.com/2020/10/21/imam-e-mahdi-parte-1/

Gli uomini viaggiavano stretti l’uno all’altro, costretti a reggersi in piedi come meglio potevano. Le donne e i bambini erano invece stati fatti sedere tutti insieme, sul lato opposto del cassone.

Imam era sfinito. Nessuno era riuscito a chiudere occhio; neppure un cavallo da corsa, dopo una galoppata estenuante, sarebbe riuscito a riposare in quelle condizioni. Per raggiungere la città di Sebha bisognava resistere ancora un giorno. I viveri erano già terminati da un pezzo, restava solo un goccio d’acqua, e persino l’eccitazione che aveva travolto tutti alla partenza era ormai svanita, lasciando il posto a un motivato nervosismo. Un bimbetto non aveva fatto altro che strillare; Imam non era riuscito a scorgerlo, tuttavia una continua lagna isterica non gli aveva concesso un momento di tregua. In compenso era riuscito a captare una conversazione sostenuta da alcuni suoi compagni di sventura: minacciavano di scaraventare il marmocchio giù dal furgone qualora non avesse smesso di strillare. Imam aveva mollato la dura sponda del camion alla quale era rimasto aggrappato durante il viaggio. Nelle sue mani correvano fitte atroci, come se le dita dovessero saltargli via da un momento all’altro. A ogni contraccolpo che la strada dissestata inferiva al cassone, Imam perdeva l’equilibrio. Rischiando di travolgere gli altri passeggeri, si era diretto verso il bambino.
Il piccolo sedeva sulle gambe della madre, che lo stringeva forte a sé. La poveretta aveva un’aria così tanto stravolta che era fin troppo facile leggerle in faccia i tanti sforzi compiuti durante il viaggio per tenere a bada il figlio. Con una mano gli accarezzava la piccola testa ricciuta, mentre con l’altra, che aveva adagiato con estrema delicatezza sulle sue labbra spalancate e che a Imam avevano ricordato il becco di un pulcino affamato, tentava invano di zittirlo. Le donne avevano sollevato le loro vesti per arrotolarle in un logoro fagotto che avevano poggiato sulle gambe, permettendo così a Imam di potersi sistemare accanto al bambino.
“Lui è Kamil”, gli aveva detto sottovoce la donna, dopo averlo scrutato dalla testa ai piedi con occhi pieni di speranza e di lacrime. Con estrema gentilezza Imam aveva tentato di sollevare il mento del piccolo, nel tentativo di catturare la sua attenzione. Tuttavia quel monello gli opponeva resistenza, e lo faceva con tutta la forza che aveva in corpo. Tutto rigido teneva la testa bassa, fissando il fondo del cassone.
“Non devi piangere: stiamo affrontando un lungo viaggio per raggiungere un luogo meraviglioso. Tieni duro, presto faremo un’altra sosta.”
Tenendo il grugno, il bambino continuava a tormentarsi le piccole mani.
“Non ce la faccio più: voglio scendere a giocare!”, gli aveva risposto, urlando come sempre, con il solito timbro di voce stridulo, fastidioso e penetrante.
“Se non la smetti di comportarti in questa maniera, qualcuno si arrabbierà sul serio e allora ti ficcherai in un bel pasticcio!”
“Ho detto che voglio scendere. Mamma, io sono stufo, uffa!”
Kamil aveva serrato forte la mano, formando un pugno e subito lo aveva agitato quasi sotto il naso di Imam; poi l’aveva fatto ricadere, sferrando un colpo forte e ben assestato al fondo del cassone. Infine aveva riattaccato con la sua consueta nenia.
All’improvviso Imam era stato travolto dal vivido ricordo dei suoi fratelli: proprio come quel tremendo discolo l’avevano esasperato un sacco di volte con i loro litigi. In seguito alla terribile malattia del padre, era sempre toccato a lui, il figlio maggiore, l’arduo compito di rabbonirli. Suo malgrado sapeva che quando un bambino perde la pazienza, può risultare più ostinato di un coccodrillo affamato. A testa bassa, e non senza fatica, si era persuaso a far ritorno al suo posto: aveva intuito che quel piccolo testardo non avrebbe mai dato retta a nessuno.
“Non siamo in crociera: di bambini qui non dovrebbero essercene!”, aveva proferito Mahdi, con severità. Non appena Imam si era allontanato, l’aveva seguito con lo sguardo, alzandosi poi in punta di piedi durante la sua assenza.
Pochi minuti di sosta, più o meno ogni otto ore, permettevano ai viaggiatori di sgranchirsi un po’ le gambe e di espletare i propri bisogni. Il furgone aveva rallentato la corsa e procedeva a passo d’uomo, e il piccolo bastardo era già a terra. Saltellava euforico come un grillo, proprio sul ciglio della strada. Mahdi l’aveva osservato mentre si divincolava dalla presa della madre. Quella peste aveva scavalcato la sponda del furgone ancora in movimento ed era balzato giù, esibendo la tipica agilità dei cuccioli d’uomo nigeriani. Il suo esile corpicino sembrava esser fatto di gomma. Con il viso striato di terra aveva sfoggiato un repertorio infinito di boccacce, e poi era scappato di corsa, lasciando dietro di sé nuvolette di sabbia. Sua madre, sportasi in maniera pericolosa dall’orlo del cassone, lo aveva richiamato più volte, a gran voce, agitando con frenesia le braccia, con l’evidente intento di attirare l’attenzione del figlio.

Serrando fra le labbra l’ennesima sigaretta, il conducente aveva lasciato l’abitacolo con l’intenzione di calare la sponda,e quello che avrebbe dovuto essere il miglior momento della giornata si era rivelato un incubo. Troppo a lungo la donna aveva sostenuto sulle ginocchia il peso del bambino: le gambe ormai atrofizzate faticavano a sorreggerla. Del tutto incapace di coordinare i movimenti, con un’andatura piuttosto meccanica che aveva ricordato a Imam quella di un robot danneggiato, ogni due passi finiva per terra.
Dopo esser stato scosso da un fremito, Imam aveva sentito l’impulso di soccorrere il bambino. Qualcuno cercava di farlo desistere dal suo proposito bloccandogli le spalle, qualcun altro lo cingeva alla vita. Alla fine fu sufficiente uno stupido sgambetto per farlo finire a terra. Una presa d’acciaio gli aveva serrato i polsi, che gli sfioravano il volto. Con un balzo felino Mahdi gli si era messo a cavalcioni sulla pancia, intimandogli di farla finita: “Imam, smettila con queste cazzate!”.

La sosta si era prolungata più del dovuto. Dopo aver aspirato a pieni polmoni tabacco e catrame dall’ennesima sigaretta, il conducente aveva lanciato un’occhiata all’orologio da polso. Aveva compiuto alcuni giri attorno al furgone per verificare lo stato dei suoi vecchi pneumatici, e infine si era cacciato due dita in bocca dando vita a un lungo fischio. Si trattava di un segnale noto a tutti: bisognava ripartire subito. Il tizio accanto a Mahdi aveva gridato: “Vai, vai! Che quei due hanno rotto le palle!”
“Non ti vergogni? E’ solo un bambino… Anche loro hanno pagato, proprio come abbiamo fatto noi!”. Imam era scattato d’istinto in direzione dell’omone, e Mahdi era stato costretto a trattenerlo ancora. Che Imam perdesse le staffe era un evento davvero raro, ma quando succedeva, la rabbia non gli passava mai in fretta. Se Mahdi avesse ceduto, se solo si fosse azzardato a lasciarlo andare, Imam non avrebbe esitato un solo secondo a mollargli un bel cazzotto. Aveva tentato di districarsi dalla presa dell’amico: si era agitato come un ossesso, senza riuscire a liberarsi. Esile com’era, non poteva nemmeno pensare di farcela, non avrebbe mai potuto competere con la forza fisica di Mahdi.

Non gli restava che soccombere. Contro la sua volontà, umiliato di brutto, era stato sollevato di peso e poi caricato, come un pacco postale, sul furgone.
Il motore si era riavviato al secondo tentativo. Dei dispersi non restava più traccia.

Procedevano lungo una strada secondaria poco battuta, tuttavia il rischio di imbattersi nelle milizie era piuttosto elevato. Posti di blocco potevano trovarsi ovunque: squadroni di soldati avevano il compito di pattugliare tutta la zona. I migranti colti in flagrante venivano braccati, e una volta catturati venivano destinati ai campi di detenzione. Nel migliore dei casi sarebbero stati torturati, seviziati, e persino violentati, per poi essere assegnati ai lavori forzati. I più sfortunati venivano fatti fuori subito, con un banale pretesto. Solo alcuni, i più fortunati, quelli che avevano ancora qualcosa di valore da dare ai loro aguzzini, avrebbero potuto far ritorno al proprio paese di origine.

Non avendo sufficiente spazio a disposizione per poter sedersi, gli uomini si erano accovacciati in qualche maniera. Un telo di gomma cerata schiaffeggiava le loro teste, continuamente. La puzza stantia di sudore invadeva con prepotenza il cassone. Imam la sentiva penetrare nelle sue narici. Era intontito. Un rigurgito acido gli era risalito dallo stomaco fino alla gola. L’afa, già insopportabile, era diventata a dir poco intollerabile. Non toccava cibo da un giorno, eppure sentiva il bisogno di vomitare. Mentre tentava di tenere a bada l’ennesima ondata di nausea, gli era sovvenuta l’immagine di madre e figlio, due esseri vulnerabili e forse persino ignari delle troppe insidie presenti in quei territori. Dopo aver raggiunto il suo bambino, ammettendo che quella poveretta sia stata capace di orientarsi, avrebbe dovuto fare i conti con l’assenza del furgone. Imam si era augurato che quelle creature non avessero fatto una brutta fine: se i due fossero caduti nelle grinfie dei militari, non avrebbero avuto nessuna via di scampo: chi finisce nel deserto viene da esso ingoiato e mai più restituito al mondo.
L’aria era così tanto viziata che riusciva a confondergli persino i pensieri.
Erano cresciuti insieme, lui, Mahdi, Mohamed, e anche Maiamuna. Non se l’era sentita di darle l’addio, perché avrebbe fatto troppo male sia a lui che a lei. Si era trattato di un bacio innocente, eppure Imam era riuscito solo in quel momento a realizzare la sua importanza. Aveva creduto che potesse trattarsi solo di affetto, e, d’altro canto, era sempre stato piuttosto sicuro di non provare nessun altro sentimento nei suoi confronti. Pochi giorni dopo si erano abbracciati, quando lui le aveva raccontato della malattia del padre. Allora Maiamuna lo aveva sfidato in una corsa veloce: “Chi arriva primo al petrolio è il più forte”, gli aveva detto. Ghignando forte e correndo a perdifiato, si erano inoltrati nella fitta foresta.
La Nigeria era lontana, Imam non avrebbe più potuto tornare indietro. Nonostante Mahdi e la compagnia di molte altre persone, si sentiva solo.
Durante il giorno non si faceva altro che morire di caldo, ma nel corso della notte si veniva travolti da un freddo intenso, capace di penetrare nelle ossa.
Senza rivolgere all’amico né una parola né uno sguardo, Imam gli dedicava indifferenza e basta; Mahdi invece sembrava un cane bastonato. La flebile musica che, sin dalla partenza, era provenuta dalla radio dell’abitacolo, era cessata all’improvviso. Benché il volume fosse stato regolato al minimo, in alcuni momenti particolarmente silenziosi, riusciva ad arrivare all’orecchio dei passeggeri. Nonostante Imam non le avesse prestato una particolare attenzione, ne aveva percepito subito l’assenza. 
Il conducente aveva frenato in maniera brusca, all’improvviso.
Dovevano ormai essere vicini a Sebha.
Allarmato a causa di quella fermata inaspettata, Mahdi aveva sollevato il tendone del camion e si era sporto per guardare. Fuori, in lontananza e nel buio, aveva scorto delle luci. Queste avevano tutta l’aria di essere dei fari, ma avrebbe potuto anche trattarsi di una jeep militare.

Imam aveva serrato i pugni. Dopo aver assunto per qualche secondo un’espressione feroce, era stato travolto dall’ennesima ondata di sconforto. Un silenzio surreale era calato nel furgone: tutti trattenevano il fiato.
Il deserto sa come alimentare illusioni ottiche, e, di notte, soprattutto quando si tratta di luci, risulta pressoché impossibile cercare d’indovinare le distanze. Per fortuna i punti luminosi avevano subito regalato l’impressione di allontanarsi e di dirigersi verso est.
Notando l’espressione stravolta di Imam, Mahdi aveva trovato la forza per sussurrargli: “Devi avere fiducia. Abbiamo scelto il migliore: con lui saremo al sicuro!”.
Al villaggio Imam aveva sentito narrare un’infinità di storie; nessuno avrebbe potuto distinguere le vere dalle false. Eppure, ogni giorno la gente raccontava diversi aneddoti di pivot corrotti. Nonostante questi imponessero ai clienti tariffe davvero esorbitanti, senza alcuno scrupolo trasportavano il carico umano dritto nelle fauci delle milizie, ricavando poi dai sequestratori ulteriori grassi compensi.
Quel ‘viaggio’ era costato quasi il doppio. Mahdi era sicuro di potersi avvalere della massima protezione, Imam si limitava ad augurarsi che le cose stessero davvero così.
Piuttosto esasperato dalla situazione, alla fine aveva donato all’amico un sorriso che pareva una smorfia. La rabbia nei suoi confronti si stava pian piano tramutando in una tacita rassegnazione. Di sicuro non lo giustificava, e non si perdonava per aver abbandonato due creature innocenti nel bel mezzo del deserto; eppure aveva intuito le motivazioni che avevano potuto spingere Mahdi a fermarlo. Se fosse corso dietro a quella piccola peste, forse l’avrebbe acciuffato, ma avrebbe dovuto assumersi il rischio di non riuscire a raggiungere Sebha. Il furgone sarebbe ripartito comunque, dopo fischio del conducente, con o senza di lui.  


Ci fu una rapida inversione di marcia. Dopo aver percorso alcuni chilometri a ritroso, adesso procedevano veloci sullo sterrato. Attraversavano una radura desertica. Se un solo militare si fosse trovato nei paraggi, sarebbero stati di sicuro spacciati.

IMAM E MAHDI, parte 1.

“Sono qui, ma non fare troppo rumore. Non si sa mai!”
Imam aveva scorto Mahdi. Il giovane si era nascosto dietro un cespuglio di acacia. Imam aveva poggiato per terra il bastone che gli era servito per attraversare la foresta, e ingobbendosi come una guareza, aveva raggiunto l’amico.
“Non abbiamo tanto tempo, la prossima ronda ripasserà tra dieci minuti. Guarda!”
Gli occhi grandi di Mahdi erano diventati simili a due scintille in un pezzo di carbone.
Al contrario, Imam era stato obbligato a socchiudere i suoi. Un vento caldo, che spirava da sud, trascinava con sé una coltre grigiastra e una puzza insopportabile di plastica bruciata.
“Merda! Il male nero avanza, e si sta ingoiando tutto.”
“Già. Se tu fossi passato da qui qualche giorno fa, ti saresti reso conto del grosso casino causato dall’ultima esplosione.”
“Quattordici vittime, almeno così dicono al villaggio…”
“Pure di più, e te lo dico io. Hai visto che roba?”
“Sì, la Nigeria si è ammalata.”
Non molto distante la foresta dava l’impressione di tranciarsi di netto e lasciava il posto a una distesa di fango scuro, che proseguiva a perdita d’occhio.
All’orizzonte, in controluce e in netto contrasto a uno splendido tramonto, delle mostruose creature metalliche cigolavano e stridevano feroci.
Le labbra di Iman tremavano. Gli occhi gli bruciavano. Avrebbe voluto tirare un’imprecazione, ma era rimasto in silenzio.
“Degli altri swamp buggy sono passati da qui”, aveva sussurrato Mahdi, dopo avergli indicato dei profondi solchi che erano rimasti impressi sul sentiero fangoso.
“Stamattina, mentre attraversavo la piazza del mercato, mi sono imbattuto in Mohamed. Lui ha smesso di pensarla come noi. Da alcuni giorni lavora alle trivelle, sostituisce un operaio deceduto durante l’ultimo sversamento. Si è ormai convinto che le industrie petrolifere possano persino rappresentare un’opportunità.”
“Comunque Mohamed non ha tutti i torti, dato che non è rimasta neanche l’ombra di un pesce, né una misera traccia di cacciagione. Noi moriremo di fame, invece.”
“Imam, non dire cazzate! Ben presto anche noi potremo riempirci per bene lo stomaco. Stiamo per fare la cosa giusta: siamo uomini ormai, e ce la faremo!”
“Non sarà per niente facile, e questo dovresti saperlo anche tu: in Europa non ci vedranno di buon occhio.”
“Allora, quei bianchi pallidi morti in piedi dovranno farsene una ragione! Lascia perdere le chiacchiere, e cerca piuttosto di essere puntuale. Ti raccomando: stanotte, alle tre, e non un minuto più tardi”.

Lungo il tragitto del ritorno Iman aveva ripensato a prima delle espropriazioni, a quando il terreno dei suoi genitori si estendeva fino alle coste del Niger; allora le industrie petrolifere operavano ancora con un certo riguardo, nonché con una maggior discrezione. Col passar degli anni, era invece capitato di tutto. Le mangrovie si sradicavano al primo colpo di vento; la terra era contaminata dagli idrocarburi, e persino l’aria era satura di gas tossici. Gli alberi da frutto non erano più in grado di riuscire a sfamare tutti gli abitanti del villaggio, e ciò che di commestibile osava crescere ancora in maniera spontanea, veniva subito saccheggiato. Gli ortaggi assorbivano una gran quantità di sostanze nocive, e, per poter sopravvivere, la gran parte degli animali si era spostata nell’entroterra. Quel luogo che un tempo somigliava a un paradiso, si era tramutato in un vero inferno, con tanto di fuoco e di fiamme.

In compagnia di tali e orrendi pensieri, Imam era giunto alla sua baracca. Nella rossastra penombra del crepuscolo questa gli era sembrata persino più bella, nonostante fosse ormai vecchia e pericolante; tuttavia, quel luogo riusciva ancora a regalargli un sentore di dignità, nonché una sensazione di lieta accoglienza.
Quante volte attendendo il ritorno di suo padre era rimasto seduto a gambe incrociate, al riparo dal sole, sotto la tettoia di amianto. E quando finalmente l’omone faceva capolino da dietro la collina, Imam balzava in piedi per corrergli incontro. L’uomo sorrideva, e scuoteva orgoglioso la sua grossa rete sempre carica di pesci. Per sé poteva trattenere una piccola parte del pescato, che però era sufficiente a sfamare la sua famiglia. Tutto il resto del bottino finiva nelle mani dei militari, che, numerosi, sorvegliavano la costa.
Imam si era arrestato sulla soglia. Aveva percepito una sensazione di straniamento: la consueta familiarità di quel luogo gli era all’improvviso venuta meno; gli si era accapponata persino la pelle.
Per fortuna, le grida litigiose dei suoi fratelli, che provenivano stavolta dal retro della baracca, l’avevano riportato alla realtà.
“Smettetela! Quando vi decidete a crescere?”, li aveva ammoniti, serio.
Nonostante quel caos, il padre dormiva. Ronfava seduto su una sedia sgangherata che era solito piazzare proprio davanti all’uscio. Imam non avrebbe mai immaginato che un uomo così robusto e tanto energico potesse un giorno ridursi in uno stato simile. Non riuscendo più a pescare, l’uomo si era convinto di non avere più niente da fare. Suo malgrado, era poi sopraggiunto anche il cancro: una malattia atroce, terribile, e divenuta fin troppo comune da quelle parti.
In casa la madre stava sminuzzando con cura delle foglie di ugu: era l’unico alimento che non mancava mai sulla loro tavola.
Imam avrebbe desiderato confessarsi con lei, dirle ‘Madre, io sto per lasciarvi!’
Non se l’era sentita. Non ce l’aveva fatta. Non intendeva essere la causa di un ennesimo dispiacere.
Entrambi i genitori non si sarebbero mai opposti alla sua decisione, ma Imam era sicuro che non avrebbe potuto contare sulla loro benedizione. Sua madre si sarebbe limitata a stare zitta, e suo malgrado i suoi gesti avrebbero tradito un certo nervosismo. Apprese le sue intenzioni, il padre avrebbe fatto scivolare il palmo della sua grossa mano callosa sulla sua fronte, sempre madida e ormai rugosa. Dopo essersela asciugata per bene nella stoffa dei pantaloni, sarebbe ritornato al suo consueto sonno.
Imam sentiva un buco nello stomaco. In parte era causato dalla fame, in parte dal rimorso. Da alcuni giorni aveva sottratto alla madre un prezioso e antico monile. Si trattava di un oggetto che la sua famiglia si era tramandato di generazione in generazione, e che, proprio per questo, lei non avrebbe trovato il coraggio di impegnare. Da quella vendita Imam aveva ricavato all’incirca cinquecento Dollari, che sarebbero stati a malapena sufficienti per raggiungere Tripoli. Tuttavia, Imam non riusciva ad accusarsi di egoismo: dopotutto quel cimelio era privo di qualsiasi utilità, e se le cose fossero andate per il verso giusto, presto sarebbe riuscito persino a sdebitarsi, restituendo alla madre dieci volte tanto.
“A Azuzuama oggi c’è stata una nuova rivolta del Mend”, esordì la madre, spezzando un silenzio diventato imbarazzante, ma senza distogliere lo sguardo dalle verdure.
“Non otterranno mai niente, è inutile!”, le aveva risposto Imam.
Non gli importava più nulla del Mend, né tantomeno di quelle maledette industrie petrolifere. Imam pensava solo che avrebbe venduto volentieri l’anima al diavolo per potersi permettere di mettere sotto ai denti qualcosa di davvero squisito. Si sarebbe accontentato di un’abbondante porzione di Yam, e poi, per finire, gli sarebbe bastato persino un mango, purché fosse maturo al punto giusto.
Presto avrebbe presto permesso alla sua famiglia di condurre una vita migliore.
Sua madre sospirò. Si trattava di un pesante e lungo sospiro, che riusciva a racchiudere tutti gli stenti di una vita intera. Per un attimo Imam sospettò che la donna avesse potuto intuire tutto. Era convinto che le madri riuscissero a sviluppare un particolare sesto senso nei confronti dei propri figli.
E quella sera gli era anche sembrato che il buio fosse calato prima del solito.

Hassan dormiva, beato. Kamil, di gran lunga più agitato, e dopo essersi rigirato più volte nel letto, gli aveva finalmente voltato le spalle. Al lume di una candela Imam si era dato da fare racimolando le sue poche cose: nulla di più di alcuni vestiti logori e della sua fionda preferita. Aveva poi riposto tutto, in qualche maniera, dentro a un vecchio zaino.
Anche i soldi erano già al sicuro. Aveva provveduto ad arrotolarli, e aveva spinto lo stretto tubicino di carta bene in fondo, nella tasca interna. Poi, silenzioso come un gatto selvatico, si era precipitato fuori.
Aveva sorriso, realizzando che questo non gli capitava da molto tempo. Si sentiva energico, non aveva sonno.
All’orizzonte, alcuni gas flaring davano il solito – squallido – spettacolo di fuoco. Imam si ricordò una fiaba sui draghi che il padre era solito raccontargli quando era piccolo. Dopo averlo sollevato in alto, permettendogli di toccare quasi il cielo con un dito, lo accomodava sulle sue solide ginocchia. Era una storia che Imam gli aveva sentito raccontare spesso, anche ai fratelli; come se l’uomo avvertisse il bisogno di dover giustificare, a sé stesso più che ai figli, quell’infernale consueta visione.

Imam non conosceva l’Italia, dunque non aveva la minima idea di cosa doversi aspettare dal suo futuro. Eppure, descrivendogli Roma, Mahdi era riuscito a incantarlo. Imam si era estasiato apprendendo come tutte le città italiane fossero antiche e moderne insieme, zeppe di attrattive, e di ogni genere di divertimento. Mahdi gli aveva persino giurato che chiunque vi avesse abitato sarebbe riuscito in poco tempo a trovare un impiego ben retribuito.
L’amico aveva dichiarato: “Gli italiani possiedono case da sogno, e automobili lussuose nuove di pacca. Nelle loro camere da letto hanno armadi enormi, zeppi di abiti alla moda; dai loro grandi televisori a colori riescono a guardare qualsiasi programma; possono permettersi di vedere un film diverso ogni giorno, e non riescono più a separarsi dai loro telefoni cellulari ultramoderni, che gli offrono un’infinità di passatempi davvero stupidi. Hanno una vita lunga e spensierata, sono sani e felici. I bambini possiedono talmente tante cose, che non riescono neanche a decidersi con quali di esse giocare. La cucina italiana è tra le più rinomate al mondo. Io non vedo l’ora. Non mancheremo di farci una bella scorpacciata di pastasciutta, e intendo anche assaggiare una loro specialità: il pane. Di quello ne hanno talmente in abbondanza che nemmeno si fanno scrupoli a buttarlo per strada. Pensa, Imam: nelle piazze lo fanno beccare persino agli uccelli!”
Imam non avrebbe mai preteso di condurre una vita da gran signore, tuttavia si era convinto che, una volta in Italia, sarebbe stato senz’altro meglio.
Si era voltato per osservare un’ultima volta la sua baracca. Alcune lacrime gli erano scivolate sulle guance. Semmai avesse percepito un vero stipendio, l’avrebbe subito condiviso con la sua famiglia. E se solo avesse potuto, li avrebbe portati tutti con sé. Suo malgrado, i suoi fratelli erano ancora troppo piccoli per riuscire a trovare lavoro in Italia, e, viceversa, il padre era ormai vecchio e malato. Alla madre invece, sarebbe spettato il gravoso compito di badare al coniuge.
Con un passo incerto e pesante attraversò il campo, poi imboccò il sentiero che si addentrava nella foresta. Dietro a coltri di fumo spesse e puzzolenti il cielo esibiva così tante stelle da togliere il fiato.

Mahdi gli era corso incontro, stritolandolo in un forte abbraccio.
“Ci siamo, fratellone mio!”, gli aveva gridato all’orecchio.
Imam si era irrigidito. Era stato travolto da un fastidioso disagio. Proprio come l’amico, era convinto di lasciare la sua terra, eppure non aveva provato neanche un briciolo di eccitazione. Aveva preso quella decisione per pura necessità. Al contrario Mahdi sembrava davvero felice di dover intraprendere quella grande avventura.

Il luogo del ritrovo, a Filingue, era un parcheggio sterrato adiacente alla stazione. Imam e Mahdi notarono subito un vecchio furgone col cassone, che era stato parcheggiato in fondo allo spiazzo, e sul quale erano già stipate una trentina di persone. Imam non aveva potuto evitare di osservare un esiguo gruppetto di donne. Un paio di loro avevano con sé i propri figli. Gli era subito sovvenuto il volto di sua madre, e aveva subito sentito un gran peso al cuore: si era accorto di volerle un gran bene.
Un omone dal viso stanco e rugoso stava fumando una sigaretta. Poggiava la schiena allo sportello aperto e sbuffava nugoli di fumo. Dopo aver lanciato il mozzicone, lo aveva calpestato sotto alle suole dei suoi stivali impolverati, e aveva sputato lontano. Sfoggiando un’andatura che si sarebbe potuta paragonare a quella di un cowboy dei vecchi film, li aveva raggiunti senza smettere di squadrarli dalla testa ai piedi, con uno sguardo spavaldo e spocchioso.
Imam si era levato lo zaino, poi si era chinato per appoggiarlo sul terreno arido. L’uomo aveva un coltello, il manico di legno intarsiato sporgeva dalla tasca dei suoi pantaloni. Imam stava per consegnargli un sacco di soldi, e Mahdi gli aveva già dato i suoi. In un’altra occasione, non si sarebbero certo fidati di quel brutto ceffo, ma non avevano nessun’altra scelta.

AQUALUNG, SIDE B.

Ian Anderson.

Una nuvola doveva essersi piazzata davanti al sole: tutto si era oscurato all’improvviso. Il largo frammento di cielo che, allungando un po’ il collo, scorgeva dalla sua poltrona, era limpido e blu. Un profumo d’erba appena tagliata si propagava nella stanza. La larga parte di campo visibile dalla finestra, incorniciata dall’edera che si arrampicava rigogliosa sul muro esterno, gli evocava uno scampolo di velluto. Osservava gli steli, che si incurvavano al passaggio del vento, proprio come se una grossa mano li stesse accarezzando.
Dalla vita desiderava di più, eppure non avrebbe mai barattato la sua fattoria con nessun’altra casa al mondo. Non si sentiva poi così diverso dall’erba, o dagli alberi, o da qualsiasi essere vivente al quale sia concesso il privilegio di poter sviluppare le proprie radici in quel luogo, e a cui sarebbe rimasto legato fino alla fine dei giorni.
Il tempo stava cambiando: camuffato col profumo dell’erba, si spargeva nell’aria anche un acre sentore di muffa.
Sedeva al centro del locale. Non aveva nulla da fare, e, men che meno, gli interessava sapere se lei fosse arrivata.
Seguiva con lo sguardo gli spostamenti delle ombre sul pavimento, che, a causa della temporanea assenza di sole, risultavano appena accennate.
Il vento si faceva sempre più forte. Il crescente fruscio prodotto dagli alberi faceva nascere un truce lamento, che echeggiava persino in casa. Dal piano terra provenivano fischi assordanti, provocati dagli spifferi che riuscivano a penetrare il vecchio portone.
Serrava forte i pugni, sentiva le unghie fin troppo lunghe affondargli nei palmi delle mani. Cercava di domare un forte tremore che gli impediva di infilarsi i tappi nelle orecchie.
Respirò profondamente, socchiuse gli occhi. Immaginò di ricevere una carezza dalla sua povera nonna, l’unico gesto d’amore ricevuto durante la sua infanzia, e che gli era giunto talvolta, prima di potersi abbandonare al lungo e beato sonno, quello di cui privilegiano solo i bambini.
Non ricordava nemmeno l’ultima volta in cui aveva dormito in un letto senza interruzioni e per tutta una notte. Tuttavia sentiva di meritare la punizione che era stato costretto ad auto-infliggersi a causa dei cattivi pensieri, e di quelle sue sporche masturbazioni. Fu travolto da un’ondata d’odio verso suo padre. Se si era ridotto in quel modo, lo doveva a lui. Per fortuna, gli erano rimasti almeno i sogni.
Il respiro era tornato calmo. Le sue palpebre si erano fatte pesanti. Evocò la scena così come l’aveva lasciata al risveglio. Liberando la mente da tutti i pensieri, si abbandonò al sogno, senza opporgli resistenza. Riusciva a ricordare quelle immagini, e le vicende a esse legate, con un realismo anomalo. Godeva nell’essere catapultato in una dimensione speciale, dove il tempo assumeva un valore diverso. Si limitò ad assaporare l’aria a pieni polmoni. Prese un profondo respiro. Il suo fastidioso ticchio alle palpebre gli stava concedendo una tregua, e persino la fronte, nonostante facesse caldo, era ancora asciutta. Realizzò di non esser finito tanto lontano da casa sua.
Perché la ricordava sempre un po’ meno bella di ciò che era?

Sussultò.
Spinse forte il sedere nella calda poltrona di pelle. Lo stomaco era di nuovo vuoto, la vescica era di nuovo piena. La testa gli ripeteva come un mantra: Mike, bagno e cucina; Mike, bagno e cucina… e non un passo in più!
Non avrebbe potuto trasgredire le regole, doveva comportarsi da bravo bambino. Aveva attraversato il locale evitando di calpestare le ombre, che, oblique e allungate, avevano raggiunto la loro massima estensione. Residui di nuvole grigie si accalcavano all’orizzonte, ma il cielo si stava tingendo di rosso.
Tolse i tappi dalle orecchie. A parte un lontano cicaleccio, non lo infastidiva nessun altro rumore. Si alzò per soddisfare un bisogno fisiologico. Sapeva di doversi mantenere lontano dalla finestra. Aveva piovuto parecchio, e per giunta di sbieco: sul pavimento del soggiorno si era formata una pozza d’acqua. Prima o poi, e sarebbe stata solo una questione di tempo, ce l’avrebbe fatta anche a richiuderla.
Seduto in poltrona, con la lampada accesa, pensava che persino le ombre stavano cercando un modo per potersi arrampicare sui muri.
Avrebbe fatto bene a scacciarla dalla testa: non avrebbe più dovuto pensare a lei.

Dopo aver contemplato a lungo un enorme traliccio dell’alta tensione, desiderò risalirlo fino in cima. La pesante corporatura e la sua innata goffaggine non l’avrebbero certo ostacolato in quell’impresa. Con grande energia, derivata da un’improvvisa percezione di agilità, si ritrovò a compiere ogni gesto in maniera naturale. Lo spingeva il bisogno più che un’intenzione vera e propria: la punta delle scarpe da ginnastica si infilava negli stretti interstizi presenti tra i blocchi di ferro, e, sicuro di farcela, senza alcuna esitazione, artigliava le grosse mani alla struttura. Risaliva il traliccio con facilità. In quattro e quattr’otto, si ritrovò sulla sua sommità. Lì provò una grande beatitudine. Riuscì a percepirsi più vicino a Dio.
La visuale era stupenda. E lei giocava nel campo.
Era bellissima, esile, lei era sempre allegra. La sua andatura era sciolta. Osservare quei lunghi capelli biondi ondeggiarle sulle spalle mentre compiva dei saltelli era un’esperienza ipnotica. La sua gonnellina, sollevandosi, si riempiva d’aria. Gli ricordava una gattina un po’ selvaggia: indossava delle graziose mutandine bianche.
Non si sarebbe dovuto spingere fin lassù con l’intento di spiarla. Ma, in fin dei conti, la colpa non era sua. Da quelle parti non passava mai nessuno, e lei era davvero irresistibile, soprattutto quando, vestita in quel modo, non la smetteva più di correre nel prato …
Percepì le guance diventare bollenti: la fronte era madida di sudore. Sudava persino nel sogno. Mosse un passo oltre la stretta piantana collocata alla sommità del traliccio. La terra gli mancò da sotto i piedi, e avvertì un terribile vuoto allo stomaco.

Teneva la testa tra le mani. L’aria era di nuovo calda e si sentiva soffocare. Le ombre sul pavimento apparivano strane, distorte, spaventose. Le ginocchia continuavano a battere una con l’altra, sempre più veloce. Non avrebbe potuto concederselo? Tutto sommato si trattava solo di un sogno. Quante volte si era già trattenuto, Dio solo lo sapeva!
Era deluso. Nel sogno la morte coincide con il risveglio. Era pronto a giurare che un tale calvario si sarebbe ripetuto, e chissà per quante volte ancora.

Si era alzato un vento improvviso che tormentava le fronde degli alberi, provocando un fruscio assordante; persino gli uccelli cinguettavano più forte del solito.
Mentre lo schienale della poltrona dava un secondo contraccolpo al pavimento, guardava già dalla finestra. Aveva tentato di smettere, troppe volte la coscienza l’aveva ammonito. Si era imposto delle regole, si era obbligato a restare alla larga da quella maledetta porta che si affacciava sul mondo. Si era ridotto a dormire seduto, a mangiare poco o niente, e aveva perso persino la voglia di ascoltare i Jethro Tull.
I vetri spalancati riflettevano il viso di un vecchio smagrito e sofferente. Se avesse ritenuto di riuscire a parlare a sé stesso, ammesso che quell’estraneo fosse stato proprio lui, si sarebbe detto che, alla sua età, non avrebbe potuto godere di una simile prelibatezza. Suo malgrado, desiderava averla con ogni parte del corpo, tramite ogni singola cellula. Cedere alla tentazione sarebbe stato ammettere un fallimento, l’ennesima e ridicola dimostrazione di debolezza, soprattutto dopo tanti mesi interminabili e zeppi di sacrifici, di rinunce, di ripetute penitenze. Imprecò a voce alta contro Dio, e non esitò a maledire persino l’estate: quella bambina gli recava tormento ogni giorno, e tutti i suoi guai sentiva di imputarli alla bella stagione: se ci fosse stato un freddo cane, quella carognetta sarebbe rimasta dentro casa sua.
Si rammaricò per non essere nato più forte, con più volontà. Non aveva saputo difendere nemmeno sua madre, quando suo padre si sfilava la cintura dei pantaloni. Una lacrima gli percorse la guancia al solo pensiero che lei, quella dolce bambina, fosse una creatura innocente.
Diverse immagini passavano in rassegna nella sua mente: lei che giocava a saltare la corda; lei che stringeva una bambola; lei che leggeva un fumetto tenendo le gambe divaricate; lei che sorrideva osservando una farfalla; lei che esibiva il suo bel seno acerbo dentro una maglietta fin troppo larga.
Sentì qualcosa indurirsi nei jeans.

“Oggi sei stato proprio cattivo. Da’ qua, forza, dammi il braccio!”. Talvolta la voce del padre gli rimbombava ancora in testa, gli sembrava addirittura di sentire un gran tanfo di sigaretta e di pollo bruciato.
Teneva un braccio ripiegato per poggiarsi alle piastrelle; con l’altro, che agitava in modo frenetico, cercava di liberarsi da un gran peso. Lo sguardo non poteva evitare le numerose imperfezioni sulla sua pelle, segni circolari in cui risultava violacea e rappresa.
Trasportata dal vento, una timida voce bianca risaliva la scalinata della fattoria. Impossibile non riconoscere le note di “Twinkle, Twinkle, Little Star”.
Mollò un pugno al muro, restando insoddisfatto. Richiuse la patta e si mise a vagare per le stanze di casa.
“Resta lontano dalla finestra. Resta-lontano-dalla-finestra”.
Cacciò i tappi nelle orecchie più a fondo che poté. Il canto si era ì ridotto a poco più di una vibrazione, eppure lo giudicava beffardo.

Quando la bambina sembrò sollevare lo sguardo per osservare la finestra, una bomba gli esplose nel petto.
L’edera sui muri oscillava per il vento, protraendosi verso l’angelica creatura. Una crepa era comparsa sulla facciata: vacillarono le sue certezze. La sua casa e il suo mondo stavano andando in frantumi, ed era piuttosto sicuro che non avrebbero più retto nemmeno le fondamenta. Sentiva la terra ribollire, gli sembrò che si ribellasse. L’ossigeno scarseggiava, e una densa nebbia cominciava a esalare dal suolo ammantando ogni cosa.

La bella bambina raccoglieva dei fiori. Sembrava esserne attratta, forse per via della loro fragilità. Li adagiava uno dopo l’altro sul palmo della mano, tenendolo un po’ richiuso per impedirgli di essere travolti dalla furia del vento, e di volare via.

Risollevò la poltrona. Si levò i tappi. Li lanciò. Li osservò rimbalzare sulle piastrelle del pavimento. I sogni si sarebbero ripetuti ancora, e il buio non sarebbe riuscito ad annientare le ombre per sempre.
Ancora nel campo, la bambina non smetteva di cantare: “Mi chiedo chi tu sia… come un diamante nel cielo, al di sopra di un mondo così vasto…”.

Era in cima al traliccio.
Lei portava alla bocca i suoi fiori, uno dopo l’altro. Dando l’impressione di dover vomitare, si cacciò due dita in gola e ne ricavò un filo. Lo tirava senza smettere, lasciando ricadere per terra una ghirlanda zeppa di fiorellini. Ai suoi piedi si andava formando un groviglio, che, crescendo a vista d’occhio, raggiungeva le sue ginocchia, poi il suo ventre, poi il suo petto e, infine, era riuscito ad avvolgerle anche la testa. Da questo si dipanavano numerose radici sottili che le affondavano nella carne, nel tentativo di trarne linfa di nutrimento.

La sua pelle era come la buccia di una pesca vellutata. Era sdraiata in un morbido letto d’erba. Tutt’intorno crescevano piccoli fiori, qua e là persino alcuni papaveri. Aveva pianto.
Accanto a lei assaporava disteso la quiete della campagna.
Non poteva temere i sogni. Si crogiolò nella soddisfazione.
Un cielo così limpido non l’aveva mai visto.
Si assopì pian piano.

Non riusciva a scorgerla. Il campo era deserto. Tirava un gran vento e il traliccio penetrava il cielo nero. Lui poteva anche dominare il mondo, ma era rimasto solo.
Un lampo tagliò l’orizzonte. Cominciava a piovere. Grosse gocce tintinnavano a contatto con la struttura metallica. Rimbombò un tuono fortissimo, il traliccio traballò. Non temo i sogni, si disse. Qualcosa gli si avvolgeva attorno al collo. Si trattava di un filo viscido. Era sottile ma resistente, e su di esso erano sbocciati alcuni fiori. Ebbe anche l’impressione che qualcuno l’avesse potuto fissare alle nuvole.
Si sporse oltre la piantana e si lasciò andare nel vuoto, con la stessa sicurezza di chi l’aveva già fatto almeno un centinaio di volte. Amava sentire l’adrenalina mentre il suo corpo precipitava in rapida accelerazione. Godeva della velocità, svuotandosi di tutto l’ossigeno trattenuto dai polmoni. Era peso senza alcun peso, in caduta libera.
Percepì un crampo al collo e fu catapultato verso l’alto.

Era seduto sulla poltrona. Qualcuno si era preso persino la briga di richiudere la sua finestra. Fuori un forte temporale stava scatenando l’inferno.
Sul collo della vittima apparivano delle congestioni giallastre.
Eppure, pareva dormire beato.

“Mi vedete ancora, perfino qui?” “Do you see mi even here?”
la corda d’argento giace a terra the silver cord lies on the ground
“E così sono morto”, disse il giovane… “And so i’m dead”, the youn man said…
Oltre la collina (non molto lontano). Over the hill (not a wish away).

Jethro Tull, Ian Anderson – A Passion Play (1973)

Dedicato “alla mia più cara amica di lettere.”

https://annehecheblog.wordpress.com/2012/05/09/aqualung-di-quou-e-alessandra/

LA SEDUTA.

Avevamo richiuso le persiane. Nella penombra, sul tavolo a tre gambe e ricoperto da una tovaglia rossa talmente lunga da sfiorare il pavimento, era stata poggiata una candela; questa irrorava di luce fioca un tabellone che esibiva tutte le lettere dell’alfabeto.
Maria, per ultima, adagiò le dita sulla moneta. “Funzionerà?”, ci domandò.
“Ho seguito alla perfezione le istruzioni del libro.”, le rispose Dany, sicura.
Anto e Miriam osservavano col fiato sospeso la fiammella, che, vibrando non poco, regalava l’impressione di potersi spegnere da un momento all’altro.
“Cominciamo?”, chiesi.
Ci scambiammo una rapida e timorosa occhiata d’intesa.
Da lì a poco notammo che la moneta scivolava sul tabellone con un moto proprio, e che, compiendo degli scatti, si soffermava ora sopra una lettera, ora sopra ad un’altra. A quel punto sollevammo incredule le nostre dita, ma fummo costrette a realizzare che la monetina seguitava a muoversi imperterrita. Maria lanciò un urlo agghiacciante, poi, a gambe levate, le cinque ragazze corsero fuori dalla stanza e si precipitarono a perdifiato giù, per le scale.
Il tavolino traballò, un lembo della tovaglia si sollevò come agitato da una improvvisa folata di vento.
Quello scemo di Marco, carponi, fece capolino da sotto il tavolo; ghignava come un matto mentre posava sulla tovaglia un grande magnete. Le mie amiche avevano già raggiunto il cortile. Se l’erano proprio fatta sotto: le udivo strillare ancora, proprio come delle oche. Marco si sarebbe potuto godere in santa pace tutto il resto del pomeriggio.
Io invece, nera di rabbia e ancora con il cuore in gola, ero piuttosto sicura che, prima di sera, quel burlone di mio fratello l’avrebbe pagata davvero cara.

LIA E IL MARE.

L’affascinante parola “mamihlapinatapi”
appartiene al lessico “yamana” e non esiste un termine italiano corrispondente che esprima lo stesso concetto. Mamihlapinatapi è lo sguardo pieno di desiderio che si scambiano due persone timide quando provano un’attrazione reciproca.

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Lia aveva scostato la tenda che penzolava davanti alla finestra. Si moriva di caldo in casa, ma la pioggia batteva impetuosa sui vetri, quasi intendesse allagare oltre al giardino anche la sala da pranzo. Dopo aver trascorso l’intero pomeriggio a cucinare, quel tempaccio l’aveva costretta a rientrare di corsa.
E pensare che, tutta presa com’era, nemmeno si era accorta che il cielo terso di quella calda giornata d’agosto aveva pian piano cominciato a intorbidirsi, e che, avvolgendo le cime dei monti vicini, dei gonfi e pesanti nuvoloni neri erano sopraggiunti veloci, da ovest.
Un ventaccio sollevava in un turbine qualsiasi cosa non fosse ben ancorata alla terra: un paio di brutte cartacce, alcune foglie ancora verdi e qualche germoglio strappato con forza dalle fronde del grande nocciolo. Quel povero albero già martoriato si fletteva fino a terra, sfiorando con la cima il fango e provocando un fruscio somigliante a un lamento così forte da esser udito persino in casa.
Quella tormenta aveva anche travolto e disperso chissà dove tutti i piatti e le scodelle che Lia aveva riempito con cura e poi disposto in fila sulla panca in legno, che era addossata al muro di cinta.
Quasi tutti i giorni, a partire dall’inizio delle vacanze estive, la bambina si dava da fare cucinando per lui. Per fortuna, il più delle volte, il tempo era bello e, verso le cinque, sempre sorridente lui faceva capolino dal bosco, poi, quasi saltellando raggiungeva la rete di cinta, poggiandovi una spalla.
Lia si perdeva a osservare i suoi occhi: erano azzurri come il mare. E pensare che le volte che l’aveva visto il mare, le avrebbe potute contare sulla dita di una mano.
Lia abitava in una baita di montagna così graziosa che chiunque non avrebbe esitato a definirla la casa dei sogni. Tuttavia, come è ovvio che sia, quella bambina avrebbe accettato di trasferirsi, da subito e anche per sempre, vicino al mare.
Lia riteneva che il naso ben fatto del suo amico fosse identico a una conchiglia, che teneva nascosta con gelosia nel suo portagioie. Anche i suoi capelli scuri, a dir la verità spesso un po’ troppo sporchi, quando ondeggiavano così appesantiti per via del vento somigliavano alle alghe che suo padre aveva fotografato durante una villeggiatura nei dintorni di un molo; e le sue mani che muoveva con insolita delicatezza, potevano ben esser scambiate, da tutti o quasi, per stelle marine.
Lia quasi si vergognava di quell’amicizia, e proprio non si decideva a volerne parlare a sua mamma: in fin dei conti mancava poco alla fine dell’estate. Il suo giovane amico sarebbe presto tornato in città, e nessuno l’avrebbe più rivisto da quelle parti. Anche per questo motivo Lia riusciva a paragonarlo al mare. Benché fosse solo una bambina, aveva già maturato l’intima convinzione che tutte le cose belle prima o poi si guastano, oppure finiscono.
E se la mamma avesse permesso al suo amico di entrare in giardino? Lia se lo sarebbe ritrovato proprio davanti, senza la rete, e allora avrebbe faticato persino a parlargli, e si sarebbe fatta strada in lei la paura di toccarlo per sbaglio, o anche di essere toccata. Insomma, mica era sicura che quello fosse un bravo bambino: lo conosceva appena!
Tuttavia Lia era felice di avere un amico sul quale poter contare durante l’estate. Fino a quel momento aveva sempre odiato le vacanze: per lei, sperduta tra i monti, la fine della scuola significava perdere di vista per diversi mesi tutti i compagni.

Attraverso un punto ben preciso della rete, dove le maglie di fil di ferro si allentavano e originavano una fessura ben più ampia delle altre, sollevandosi sulle punte dei piedi Lia porgeva all’amico una scodella colorata, poi subito un’altra. Poteva trattarsi di una gustosa zuppa di pomodoro composta da una miriade di petali di rosa, o di una bistecca grigliata accompagnata da un succulento contorno di verdure, ossia un piccolo sasso circondato da foglie di cicoria; alcune margherite simulavano talvolta del riso, dei rametti spezzati diventavano carote… Insomma, la piccola si dava da fare con creatività e fantasia, raccogliendo e combinando tra loro diversi ingredienti, che risultavano sempre sufficienti per poter realizzare dei pasti di almeno venti portate, colorati e interminabili.
Dal canto suo, quel gioioso ragazzino sembrava non avere grandi pretese, né gusti difficili. Portava avidamente alla bocca tutto ciò che Lia gli porgeva simulando gradimento, sassi compresi. Solo quando era certo di non essere più osservato dalla dolce ragazzina, rivoltava la sua posata, lasciando scivolare a terra, un po’alla volta, le golose pietanze, gettando tutto nel prato.
Marco non poteva certo definirsi un gran chiacchierone, tuttavia aveva raccontato a Lia di amare la sua città quanto adorava la montagna. Non poteva vantarsi di avere molti amici. A dirla tutta, non ne aveva nemmeno uno. Probabilmente non era stato fortunato, o non ne aveva ancora incontrati di veri.
Le poche volte in cui Marco si prodigava in un discorso piuttosto lungo, Lia ascoltava incantata, senza batter ciglio, ma si domandava come diavolo potesse accadere che un ragazzo così speciale, pur abitando in una grande città, dovesse faticare tanto per legare con i suoi coetanei. Tuttavia, senza ammetterlo, il motivo lo aveva già dedotto. Più volte aveva notato tremare quelle rosee stelle marine come se fossero state appena ripescate dal maree e subito esposte all’aria. Inoltre aveva osservato in più occasioni le sue belle gote paffutelle accendersi e tingersi di un rosso vivo simile al colore di un corallo. Se soltanto avesse posseduto il coraggio per riuscire a poggiare anche un solo orecchio sul petto del ragazzino, avrebbe udito lo sciabordio continuo delle onde che si infrangono sugli scogli.
Quando terminava la cena, proprio come fa il mare quando si ritira con la bassa marea, Marco si esibiva in un inchino davvero buffo e tornava frettolosamente verso il bosco, lasciando per Lia, dietro di sé, una scia di conchiglie colorate, un mucchietto di piccoli pesci boccheggianti, e molti altri cimeli preziosi e immaginari.

Una volta era persino capitato che le dita sottili della piccola sfiorassero per meno di un secondo quelle di Marco, non si può dire che i due si fossero toccati, ma Lia aveva lasciato cadere il piattino e tutto ciò che conteneva le si era rovesciato sui piedi, proprio come fanno a carnevale i coriandoli. In quel preciso momento gli occhi di Marco erano diventati enormi, rivelando a Lia i tesori celati nelle misteriose profondità dell’oceano e tutte le meravigliose creature che lo abitano.
Rimasta sola, non avendo più nulla di importante da fare, Lia rimaneva seduta ancora un po’ sulla panca in giardino. Aveva lo sguardo pensieroso sempre puntato sui piatti vuoti. Un’espressione abbastanza simile veniva riflessa dai vetri, e in alcuni punti si era creata una spessa patina di condensa che Lia si ostinava a cancellare con la sua manina. Era piuttosto infastidita dall’immagine che la finestra le restituiva e che conferiva al suo giardino un sentore di distanza, di passato, quando questo era ancora lì, proprio davanti a lei, a portata di mano. Quel brutto temporale proprio non voleva saperne di finire!
L’orologio appeso alla parete segnava ormai le 18:30. Lia era abbastanza sicura che Marco, quel giorno, non sarebbe più venuto.
Un piattino rosso veniva trascinato dal vento per tutto il giardino. Era stata proprio stupida! Non aveva pensato a ritirare le stoviglie per tempo: di sparecchiare la tavola se n’era dovuto occupare il temporale. Lia si domandava se fosse riuscita a ritrovare tutte le sue stoviglie; e inoltre
non una pietanza sembrava esser sopravvissuta al maltempo: sul tavolo erano rimaste solo due ciotole colme di acqua piovana, che straripava addirittura dal bordo. Anche nel caso in cui Marco si fosse fatto vivo, non avrebbe trovato più nulla.
“Sei ancora alla finestra? Sembra che tu non abbia mai visto piovere!”
Lia arricciò le labbra in una smorfia che sua madre non poté fare a meno di notare dal vetro.

Quando cessò di piovere era ormai buio pesto e Lia si rigirava nel letto senza riuscire a dormire. Avrebbe dato qualsiasi cosa per poter accertarsi subito dei guai causati da quel tremendo temporale, ma i suoi genitori non le avrebbero mai permesso di uscire in giardino a tarda notte. Si alzò di scatto, poi si ributtò giù, con la ferma intenzione che, l’indomani, avrebbe parlato di Marco ai suoi genitori; e così, finalmente, avrebbe potuto giocare con lui come si deve, sulla panca del suo giardino. E qualora le si fosse presentata una buona occasione, non avrebbe certo esitato a prenderlo per mano.

GIULIO IL FESSO.

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Sentito il trillo della sveglia, era balzato ģiù dal letto. Lo attendevano le consuete otto ore di fabbrica. La sera precedente aveva guardato la tivù, davano un film di supereroi, poi era andato a dormire, ma prima di prendere sonno si era rigirato più volte nel letto.
Quella mattina, con maggior intensità del solito, aveva realizzato di non aver combinato mai nulla di buono nel corso dei suoi cinquant’anni di vita. Se solo avesse potuto tornar utile a qualcuno, se solo fosse riuscito a compiere almeno una buona azione, finalmente la sua esistenza avrebbe acquisito un senso.
La vita coniugale altro non era che un ricordo lontano: qualcosa era andato storto. Di comune accordo i due coniugi avevano optato per una separazione, mettendo così fine a una serie interminabile di litigi e al terribile incubo rappresentato dal loro matrimonio.

Prima di buttar giù il solito caffè, rigorosamente amaro a causa di un principio di diabete, ancora assonnato si era trascinato in soggiorno. Dopo aver spalancato la finestra e aver tirato su le persiane, era stato travolto da una folata di aria gelida, che l’aveva fatto rabbrividire. Per qualche istante si era soffermato a guardar fuori, più per abitudine che per altro. Tutte le mattine osservava dal terzo piano la via principale; era ancora silenziosa e deserta, al punto che un qualsiasi rumore improvviso – come lo sgocciolio della pioggia o l’abbaiare di un cane in lontananza – sarebbe risultato fastidioso quanto un rullo di tamburo. Le strette vie del centro erano soffocate dagli edifici che, in quella parziale assenza di luce, davano l’impressione di esser stati ritinteggiati di nero durante la notte. Al risveglio, Giulio non provava nessun senso di eccitazione, né provava alcun sentimento di gratitudine verso quel destino che gli aveva regalato una salute piuttosto buona, mettendogli davanti la reale possibilità di vivere a lungo e bene.
Le campane batterono sei rintocchi e Giulio si scoprì a invidiare le persone di fede, che per il solo fatto d’aver recitato una preghiera o aver partecipato alla Santa messa, si sentivano felici. Lui non aveva più varcato la soglia di una chiesa dal giorno in cui si era unito a Sandra nel sacro vincolo del matrimonio, più o meno convinto di amarla, con in cuore il desiderio sincero di renderla felice. La causa principale della conseguente separazione, o perlomeno una sua buona parte, era imputabile alla sua eccessiva taccagneria. Sandra desiderava viaggiare quanto più possibile, la sua priorità era il divertimento; se ne infischiava delle faccende domestiche e intendeva godersi la vita. Per contro, Giulio viveva in maniera molto semplice, era un abitudinario dedito al lavoro, e anche al risparmio, che soleva smorzare sul nascere l’entusiasmo e ogni desiderio di sua moglie, negandole ogni richiesta e sminuendo ogni suo bisogno.
Non era mai stato un uomo altruista: odiava ricevere regali almeno quanto odiava dispensarli, e mai gli era capitato di offrire qualcosa a qualcuno, men che meno un misero caffè. Inoltre fingeva di non sentire, o peggio di dimenticarsene, qualora fosse stato necessario anticipare una somma di denaro, o nel momento in cui avesse dovuto restituire dei soldi a chichessia.
All’improvviso Giulio si era reso conto di quanto, nel corso della sua scialba esistenza, avesse sempre pensato solo a sé stesso.
Così, dopo aver abbandonato il pigiama ancora tiepido appallottolato malamente sul letto, si precipitò giù, in strada.

In testa gli era balenata un’idea grandiosa. Afferrò il telefonino che teneva in tasca, accingendosi a effettuare una breve telefonata al suo datore di lavoro per darsi malato.
Le vie pian piano cominciavano ad animarsi; quella mattina tutte le persone parevano avere qualcosa di importante da fare.
L’uomo si era appena avviato a piedi in direzione del centro, quando nel vicolo tuonò una voce a lui familiare: “San Siro si è allagato: troppi interisti in lacrime!”
In caso di sconfitta della propria squadra del cuore, Giulio era uno di quelli che mal sopportava che qualcuno ne facesse il nome.
Ebbene, si era ritrovato faccia a faccia con l’amico Giacomo, che, ben avvolto in una sciarpa della Juventus a causa del gran freddo, se la ghignava fissandolo con uno sguardo provocatorio e con un’aria di sfida.
Giulio aveva sentito aumentare la pressione sanguigna, aveva percepito tutta la muscolatura irrigidirsi, e la bocca gli era rimasta spalancata in seguito a uno spasmo involontario. Avrebbe emesso volentieri una bella imprecazione, invece si rammentò dei suoi buoni propositi, per cui si limitò a tirare un sospiro ingoiando il rospo. Deglutì, contò fino a dieci, e poi proseguì fino a venti. Sudando freddo, serrò le labbra contraendole in una smorfia, che sarebbe bastata ad esprimere il più grande disgusto, ma all’ultimo momento, facendosi quasi del male, la ricacciò indietro.
Evitando di incrociare lo sguardo dell’amico cretino, tirò dritto ignorandolo. Accelerò il passo e appena voltò l’angolo lo udì gridare: “Giulio, sei sicuro di star bene?”
Quando sbucò su una via secondaria, finalmente si sentì al sicuro.
Realizzò di esser tornato calmo e ricominciò a guardarsi intorno.
Gli sovvenne che da almeno un mese non aveva sentito sua madre al telefono; i due avevano sostenuto una discussione in merito all’ennesima questione economica famigliare. Giulio prese di nuovo in mano il cellulare e compose il numero della madre; scusandosi per la fretta, questa si congedò subito, dicendo al figlio che una sua cara amica era venuta a trovarla.

Il semaforo pedonale era ritornato rosso. Giulio notò una signora molto anziana, magra, così tanto magra che, nel vederla, chiunque si sarebbe chiesto come facesse a stare in piedi. La donna reggeva una borsa pesante con una mano, e con l’altra un massiccio bastone da passeggio.
Con tre balzi veloci Giulio le fu accanto, e proprio mentre si apprestava a distendere il braccio nel tentativo maldestro di afferrare il pesante sacco, un colpo forte e ben assestato sulla sua testa lo tramortì.
“Non si vergogna?”, sbraitò la donna; e, adirata, subito aggiunse: “Scippare la borsa della spesa di una povera vecchietta… lei brucerà per sempre all’inferno!”.
Per fortuna non un’anima viva sembrava aver assistito al ridicolo accaduto. E, inoltre, quell’arzilla signora non voleva sentir ragione. I suoi piccoli occhietti, tanto vispi quanto raggrinziti, carichi di austerità e disprezzo, senza palesare alcuna paura, fissavano il poveretto. Giulio trovò a malapena la forza di balbettare: “Ma io intendevo soltanto aiutarla, lei… Lei deve credermi!”. Per tutta risposta, con un vocione che pareva provenire dagli abissi, la donna gridò: “Non ti denuncerò se è questo che temi. Ti consiglio però di sparire in fretta, prima che mi parta l’embolo e cambi idea!”.
Ancora intontito da quel colpo molto ben assestato, Giulio cominciò a correre, rischiando persino di inciampare nell’ennesimo tombino sconquassato lungo la strada.

Solo quando fu abbastanza lontano dal luogo del malinteso, osò rallentare il passo. Ancora trafelato e dopo essersi asciugato col fazzoletto la fronte madida di sudore, si rimise alla ricerca della sua buona azione.
Una piccola folla si accalcava all’ingresso del supermercato attendendone l’apertura. Giulio notò l’immagine del suo volto riflesso in una vetrina. All’improvviso si rese conto di quanto il suo aspetto riuscisse a regalare un’impressione poco raccomandabile: la barba incolta di una settimana, la fronte rugosa, le sopracciglia lunghe e spettinate, i ciuffi di peli che gli facevano capolino dal naso; era ben chiaro che il suo viso era sciupato da un’insonnia cronica.

Un cane randagio di piccola taglia, con il pelo zozzo e arruffato, perlustrava affamato il grande parcheggio; fiutava ovunque alla ricerca di una possibile presenza di cibo. Notandolo, Giulio mosse alcuni passi, intendendo avvicinarsi a quella creatura indifesa, che senz’altro avrebbe potuto elargirgli una gran dose di amore incondizionato; ma questa si irrigidì, si inarcò, e prese pure a ringhiare digrignando i denti, trasformandosi in un essere alquanto mostruoso.
Una voce metallica, diffusa da alcuni altoparlanti, venne in suo soccorso. La terribile bestia scappò e si allontanò rapida all’echeggiare improvviso dell’annuncio: “Sono le nove, l’ipermercato apre e augura a tutti i clienti una buona giornata.”
Per come stavano andando le cose, al povero Giulio si sarebbe potuto dire davvero tutto, ma non che quella fosse una buona giornata. Tuttavia l’uomo si rese conto che era ancora mattina presto, quindi ritrovò un briciolo di speranza di poter compiere almeno una buona azione. Si aggirò piuttosto nervoso per le corsie del negozio e osservò i presenti uno per uno, finché s’imbatté in un bambino di circa quattro anni che disteso per terra, in prossimità della corsia dei giocattoli, urlava e piangeva a dirotto. Si lamentava con la sua mamma: “Non mi compri mai niente. Cattiva, sei davvero cattiva! Uffa, io lo voglio…”.
Con un fare fin troppo paziente, la giovane donna tentava di spiegare le sue motivazioni: “Oggi non posso spendere altri soldi, te l’ho già detto! Se ti comporterai bene e avrai pazienza, può darsi che Babbo Natale te lo regalerà.”
“Babbo Natale non esiste!”, gridò disperato il bimbetto, mentre il muco nasale già gli fuoriusciva dalle narici allungandosi in maniera elastica, fino a sfiorargli il labbro superiore.
Giulio si accovacciò accanto al bambino e gli sussurrò: “Oh sì, Babbo Natale esiste eccome!”.
Per tutta risposta, il discolo gli fece una pernacchia a un palmo di naso, riuscendo a sputacchiare il più recondito angolo del viso di Giulio.
A quel punto intervenne la madre, sollevando il piccolo di peso e mollandogli due forti meritate sculacciate, poi lo trascinò all’uscita, mentre il piccolo strillava come indemoniato.
Giulio fu colto dallo sconforto. Qualsiasi azione avesse intrapreso fino a quel momento e con la migliore delle intenzioni, si era rivelata del tutto sbagliata. Avrebbe senz’altro fatto meglio a rinunciare: la bontà non gli si addiceva per niente. Anzi, a ben pensarci, gli strilli del marmocchio petulante l’avevano proprio infastidito!

Sospirò ancora, e ancora, e ancora. Non sarebbe riuscito a realizzare il suo obiettivo, perciò si limitò ad acquistare una ventina di scatolette contenenti cibo per animali, lasciandole poi ricadere nel contenitore adibito alla raccolta volontaria per il canile.
Aveva appena deciso di arrendersi, quando scorse in fondo al parcheggio, in controluce davanti a un sole smorto, una sagoma piuttosto strana. In seguito realizzò la presenza di una donna, che indossava una gonna talmente lunga da sfiorare l’asfalto. Questa, chinandosi con il busto, tendeva ripetutamente la sua mano verso i passanti. Giulio le corse incontro.
“Buongiorno. Piacere, io sono Giulio. Qual è il suo nome?”
La donna lo osservò stranita, e dopo aver dichiarato di chiamarsi Jolanda, aggiunse: “Oggi no mangio. Per favore dai moneta me!”
“Non ti darò solo qualche moneta, io farò molto di più: ho piacere di regalarti tutta la spesa!”, le rispose Giulio, con estrema convinzione.
Gli occhi della donna si accesero di uno strano bagliore, e, senza pensarci su, dichiarò, abbozzando un sorriso: “Grazie, però, molto meglio soldi. Spesa dopo. Servire me anche surgelati e sono qui fino a tardi.” La donna non dimostrava più di quarant’anni, era parecchio sudicia, però non nascondeva di avere addosso parecchi gioielli.
Notando tutto quell’oro, Giulio fece un balzo indietro, tuttavia, ma solo in un secondo momento, si convinse dell’illegittimità del suo pensiero: se la donna avesse comunque posseduto quei gioielli senza mostrarli? Perché mai avrebbe dovuto liberarsene prima di chiedere l’elemosina? Talvolta oggetti simili detengono un valore affettivo oltre che economico, dunque avrebbero potuto appartenere alla madre, alla nonna, o magari esserle stati donati da un affetto davvero importante.
Quando Giulio si convinse – e non gli occorse poi così tanto – , mise mano al portafoglio per estrarre tutte le banconote che vi erano rimaste. Sudando freddo le porse alla signora: “Prendi, è tutto quello che ho.”, le disse balbettando.
Fu allora che Giulio si percepì finalmente soddisfatto, e sentì addirittura le farfalle dentro allo stomaco, o qualcosa del genere. Se solo avesse potuto comprendere prima cosa si prova nel compiere una buona azione, di sicuro non avrebbe atteso tanto a lungo per realizzarla.
Jolanda era impassibile, il suo volto era privo di espressione; viceversa Giulio era in estasi e sprizzava gioia da tutti i pori: quei soldi sarebbero bastati a sfamare per una intera settimana la famiglia di Jolanda; o magari una parte di essi sarebbe stata impegnata nell’acquisto di un biglietto, che avrebbe permesso alla donna di ricongiungersi ai suoi genitori lontani, o addirittura ai suoi nonni ormai ammalati. Perché qualcuno di davvero importante doveva esistere anche per lei, qualcuno di così speciale che aveva desiderato donarle quell’oro. Perché Giulio le credeva, o forse preferiva non credere alle dicerie della gente, che spesso addita i nomadi accusandoli di furto; in ogni caso, ciò che premeva alla sua coscienza, era il sentirsi finalmente felice e appagato.
Era diventato buono, era solo questo a contare, nient’altro.
All’improvviso si sentì travolto da una gran leggerezza d’animo e si rese conto che il grande pino, proprio al centro del parcheggio, era stato già addobbato, e che le vetrine del supermercato, come pure quella del giornalaio, erano state decorate in occasione del Natale.
Mentre si era incantato col naso all’insù, continuando a sorridere come un ebete nonostante il dolore alla testa, sull’altro lato del parcheggio transitava un’auto. Giulio non si accorse che Jolanda gettava dal finestrino un mozzicone di sigaretta, poi accelerava e sfrecciava via, a bordo di un BMW rosso fiammante, nuovo di pacca.
Senza smettere di fischiettare,
Giulio si avviò saltellando verso casa sua. Era presto, era solo la metà di novembre, eppure gli sembrava già di percepire una magica atmosfera natalizia.
Pensò che si era sempre comportato come uno stupido: tutto sommato gli era bastato così poco…

LA SIGNORA PIA.

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Questa casa, un tempo, doveva esser stata piuttosto accogliente”.
“Qui, sul citofono, si riesce ancora a leggere un nome: Pia, Pia Pozzoli. Ti dice qualcosa?”

Pia era una bambina curiosa, ma era anche un po’ strana. Strana perché a tutti regalava l’impressione di essere sempre intenta a pensare, e soleva farlo più spesso di quanto capita a un adulto.
Mentre qualcuno le parlava, lei aggrottava la fronte, tenendo a lungo lo sguardo fisso nel vuoto. Si distraeva facilmente, osservando le nuvole o l’orizzonte, oppure reggeva e rigirava di continuo tra le mani qualunque cosa che le fosse capitata a tiro: poteva trattarsi di una penna, di un fuscello di legno, di un soprammobile. Anche osservando gli oggetti comuni, lei riusciva a scovare sempre una sfumatura di colore, piuttosto che una leggera variazione della materia, una ruvidità inaspettata, un disordine nella trama, o il più minuscolo difetto. Insomma, si perdeva ad osservare cose che la maggior parte della gente non si sarebbe nemmeno presa la briga di considerare. E, infine, cercava la spiegazione logica di tutto.
Pia era in grado di fantasticare in una maniera tutta sua. E, per quanto le sue idee, che senza tregua le affollavano la testa, potessero risultare a dir poco geniali, apparivano talvolta fin troppo grandi per una bimbetta della sua età. Non risultava simpatica, né si poteva definire una chiacchierona. Quando era obbligata ad esprimersi, utilizzava un linguaggio così tanto forbito che, spesso, poteva dare sui nervi.
Tuttavia, dentro di sé, Pia coltivava un’infinità di sogni pazzeschi: desiderava colorare di rosa la Tour Eiffel, magari nebulizzando la pittura da un aereo in volo; oppure, osservando la fotografia del Colosseo, ragionava su come poterlo riparare, e, talvolta, si incantava persino a osservare dalla sua finestra la montagna che dominava la campagna circostante: stava valutando un modo per riuscire a incidere il suo nome su quelle pendici, in modo che si sarebbe potuto leggere anche a svariati chilometri di distanza. Per contro, non le importava nulla di tutte le cose che dicono o che fanno i bambini e non era interessata ai loro giochi, e nemmeno ai loro stupidi passatempi.

“No, io non mi ricordo di lei. Hai detto che è mancata tre anni fa, giusto?”
“Sì, ha campato per ben novant’anni.”

Quando Pia frequentava la scuola elementare e si ritrovava a dover studiare storia, provava una grande invidia per tutti quei grandi personaggi, che, per un motivo o per l’altro, erano riusciti a farsi ricordare nel corso degli anni, o addirittura lungo il corso dei secoli: Giulio Cesare, Leonardo Da Vinci, Galileo Galilei, Darwin.
E proprio grazie al suo sussidiario, si fece strada in lei l’ossessione che in seguito tormentò la sua lunga vita.
Pia era incuriosita da tutto. Un giorno, appena rincasata dopo aver partecipato a una Santa Messa domenicale, espresse alla madre il desiderio di imparare a suonare il pianoforte. In chiesa le era capitato di far caso al suono dell’organo, la cui viva e vibrante melodia aveva risvegliato in lei il desiderio autentico di diventare una musicista. Sua madre accolse con entusiasmo la richiesta. Trascorsero due settimane, e Pia prese la prima lezione privata. Apprendeva con facilità, grazie alla sua intelligenza; era una ragazzina caparbia, metodica, diligente nello studio. Imparava con naturalezza ogni genere di scala, gli accordi più difficili, e persino i solfeggi. Eseguiva in maniera sciolta gli esercizi che le avrebbero permesso di mantenere la corretta posizione delle dita sui tasti. Lezione dopo lezione, e anche piuttosto in fretta, diventava sempre più capace.
“Riuscirò a comporre una musica che risuonerà in tutte le radio e nelle orchestre di tutto il mondo!”, aveva esclamato allegra, una sera, abbracciando la madre, prima di andare a dormire.
Pia non si era limitata a suonare il pianoforte: grazie a un innato orecchio musicale e a uno spiccato senso del ritmo, maneggiava con scioltezza le nacchere, batteva grintosa sul tamburello, strimpellava la chitarra scordata che apparteneva a suo zio, e se la cavava persino con la vecchia fisarmonica del nonno, che nessuno sapeva di avere ancora e che era stata rinvenuta per caso, dentro un sacco di plastica, in cantina.
In egual misura, Pia amava anche la poesia. All’età di undici anni vinse un concorso scolastico per il quale era stato richiesto un componimento in rima. Fu fotografata con un largo sorriso e le venne dedicato un articolo che fu pubblicato su un giornale locale.
Dopo quell’evento, Pia si mise in testa di poter comporre, oltre alla musica, anche i testi delle canzoni, che presto si tramutarono in poesie, e che poi diventarono racconti di vario genere. Alla sera si ritagliava il tempo necessario per tenere un diario personale. Era costretta ad incollare sulle pagine, come appendici, dei fogli a righe, dato che lo spazio a disposizione non risultava sufficiente per raccontare le sue giornate. Tutte le sue agende erano stracolme, gonfie come un enorme ventaglio, e richiuderle era un’impresa impossibile.

“Ma, come può essere che io non l’abbia proprio presente? Sono nata qui, mi sarà pur capitato di incontrarla, che so!, per strada, oppure da qualche parte!”
“Sulla tomba, al cimitero, non c’è nemmeno una fotografia, e a malapena si riesce a leggere la sua data di nascita!”.

Pia non aveva mai trascurato l’arte e il disegno. Aveva eseguito alcuni ritratti. Con una matita riusciva a copiare qualsiasi cosa in maniera quasi perfetta, mancava però di talento nello stendere il colore. Tutte le volte che aveva provato a dipingere qualcosa, era stata sempre costretta a buttare via tutto.
Sin da ragazza adorava leggere libri di ogni genere: biografie, saggi, romanzi, ma aveva sempre privilegiato quelli indirizzati ad un pubblico adulto. Sugli scaffali della modesta biblioteca comunale del suo paesello non c’era volume che non avesse sfogliato, o almeno tentato di leggere. Vi trascorreva intere ore, dopo la scuola, soprattutto durante i pomeriggi più freddi, d’autunno e d’inverno. Leggeva, sognava, e volava via, lontano. Di tanto in tanto, soleva perdersi ad osservare oltre la grande vetrata, sognando di essere protagonista di una meravigliosa storia di cui era appena venuta a conoscenza. La vecchia bibliotecaria le sorrideva sempre. Una volta le confidò: “i giovani dovrebbero somigliare tutti a te, invece, questa piccola biblioteca è spesso deserta. Sai, i libri ci chiamano, eppure sono pochi coloro che riescono a sentirli, che desiderano ascoltarli davvero.”
Pia immaginava che ciascuno di quei volumi potesse celare un proprio e misterioso alito di vita e riuscisse a vantare una propria voce. Anzi, doveva essere proprio così: per scrivere, si dice che uno scrittore debba dannarsi con anima e corpo. Così, riga dopo riga, pagina dopo pagina e capitolo dopo capitolo, l’essenza dell’autore doveva esser stata assorbita dalla carta, doveva esserci caduta, scivolata dentro insieme alle parole, insieme alle idee.
Pia, quella sera, lasciò la biblioteca canticchiando e saltellando: era felice. D’accordo con sua madre, sarebbe rientrata a casa prima che fosse calato il buio.
Pia pensava spesso alla morte, ma non ne aveva timore. A tormentarla, piuttosto, era un solo chiodo fisso: quando non fosse più esistita, e qualora fossero mancati anche i suoi cari, nessuno avrebbe serbato memoria di lei.
Doveva fare qualcosa. Intendeva lasciare al mondo un segno del suo passaggio. Prima o poi ce l’avrebbe fatta, sarebbe riuscita a compiere un gesto che sarebbe stato ricordato per sempre. Per sempre, quelle parole conservavano un fascino assoluto, avevano suono straordinario, tanto che Pia decise di utilizzarle come titolo per il suo romanzo. Dopo aver cenato, con la testa sempre persa tra le nuvole, si mise all’opera. Avrebbe cominciato a scrivere un libro, il suo. Vi avrebbe riversato dentro anima e corpo, tutti i pensieri. Sarebbe stato un successo, così, tramite il suo lavoro, Pia avrebbe acquisito un po’ di immortalità, contaminando la vita degli altri, e spingendosi oltre la sua limitata esistenza.

“La persiana è sganciata e il vetro della finestra è rotto. Fammi dare almeno una sbirciata, sono curiosa!”
“Qui c’è scritto che la casa è pericolante, non sarà pericoloso?”

La signora Pia, in vita sua, non aveva mai traslocato. Furono i suoi genitori a trasferirsi in un nuovo appartamento più piccolo, quando lei annunciò di voler sposare un ragazzo, che, subito, dovette arruolarsi per la guerra, e che, quando ritornò, era già diventato un uomo.
Pia non credeva nella fortuna, era convinta non fosse destinata a restare troppo a lungo nello stesso posto, e, difatti, accadde che quell’amore si dissolse in fretta, troppo in fretta, proprio come era arrivato.
La signora Pia aveva pianto per giorni interi quando il marito l’aveva lasciata. Era rimasta sola, sola in quella casa parecchio umida, diventata troppo piccola per contenere tutti i ricordi e fin troppo grande per riuscire a gestirne gli spazi.
In un angolo del soggiorno crepitava il camino, sul lato opposto attendeva silente il pianoforte. Ovunque erano stati sparpagliati dei fogli che mostravano disegni insensati o parole inutili. Il piccolo divano a due posti era invaso da pile storte di libri già letti, e qua e là, poggiati sul mobilio, c’erano oggetti di ogni genere che non sarebbero serviti a un bel niente.
Pia, travolta da un’ondata di isterismo, gettò nei sacchi dell’immondizia tutto ciò che le capitava tra le mani. Quando ebbe finito, quella stanza non le parve più la sua.
Talvolta la assaliva una specie di nostalgia, che le faceva desiderare di poter vivere al mare. Non che la stretta vicinanza alle montagne le dispiacesse più di tanto, tuttavia la portava a provare più o meno la stessa sensazione regalata dai suoi capelli: erano morbidi, lisci, ma le sarebbero piaciuti di più se fossero stati ricci.
Cominciò a scrivere un secondo romanzo dato che il primo era rimasto in fondo a un cassetto. Con il senno di poi, non era nient’altro che una storiella adolescenziale, scialba e immatura.

“Là, guarda, vedo un camino!”
“Per la miseria, hai notato quanti fogli sono stati disseminati in giro? E quello parrebbe un giradischi. Sì, è proprio un giradischi. Magari funziona ancora, che peccato! Verrà di sicuro coperto dalle macerie.”

Pia ascoltava spesso i Queen, lei li adorava. Trovava originale la loro musica, la giudicava intramontabile. Aveva anche un debole per le sue pentole di acciaio inossidabile, per gli elettrodomestici della Zoppas, e per i calendari perpetui realizzati con i dadi di legno: ne possedeva addirittura tre. Amava i bambini, ovviamente quelli degli altri, ma anche quelli che non avrebbe mai avuto.
Odiava le rughe che, giorno dopo giorno, facevano la loro comparsa sul volto. Odiava quando cominciava a consumarsi la suola delle scarpe, e detestava anche quella sensazione di impotenza e di solitudine così tanto forte da toglierle il fiato. Tuttavia non aveva ceduto alla tentazione di prendere con sé un animale da compagnia, cosciente che, in ogni caso, avrebbe avuto un’esistenza troppo breve.
La signora Pia proprio non riusciva a star ferma, così ricominciò a scrivere, riprese a suonare e a disegnare. Non aveva mai smesso di pensare, perché aveva ancora troppi sogni da realizzare.
Quanto avrebbe desiderato possedere il cervello di Einstein, le mani di Monet, il talento di Paul Newman, Il carisma di Che Guevara, la creatività di Bach.
Doveva pur esistere almeno una cosa che avrebbe potuto realizzare in maniera magistrale. Ci pensò su per diversi giorni, poi si imbatté in un cartello pubblicitario affisso alla fermata dell’autobus e scritto alla bell’e meglio con un pennarello. Decise di iscriversi a quel corso di teatro.

“Ciao, cosa state combinando?”
“Stiamo curiosando dentro questa casa. Per favore, dicci che conoscevi la vecchietta che abitava qui!”
“No, mi spiace, non ne so niente. Quando avevo visto i paramenti, ricordo di aver chiesto a mia nonna. E neppure lei l’aveva vista in faccia, però era certa che si fosse ammalata, e, pace all’anima sua, nemmeno sapeva di cosa. Mi aveva raccontato che quella donna trascorreva ormai intere stagioni senza uscire di casa. Tutte le mattine mia nonna notava sopraggiungere il furgone del negozio di alimentari. Il conducente scendeva, suonava il citofono, poi eseguiva la consegna poggiando un sacchetto dietro l’uscio aperto dell’appartamento.”

La signora Pia si rimise al lavoro: il terzo romanzo. Il secondo era stato spedito qualche anno prima a un paio di case editrici, ma nessuno si era preso la briga di inviarle almeno una risposta. Si percepiva acciaccata, ormai non era più giovane, tuttavia era più o meno certa di aver raggiunto l’età ideale per scrivere. Era convinta che, per riuscire a raccontare bene qualcosa, bisognava aver maturato la giusta esperienza.
Ogni tanto suonava il pianoforte. La fisarmonica, invece, si era irrimediabilmente rotta. E aveva smesso con il teatro: aveva sognato di imparare a recitare, con la vaga speranza di approdare al cinema. Il successo non l’allettava: della fama in sé ne avrebbe ricavato poco, oppure niente. Le sarebbe però piaciuto essere immortalata, almeno una volta, in una pellicola; la considerava come una specie di assicurazione, per evitare di scomparire dalla faccia della Terra il giorno che fosse morta. Ma quello stupido regista, venendo a conoscenza delle sue capacità musicali, senza alcuna esitazione la mise dietro all’organo, rassicurandola: “il tuo ruolo è uno dei più importanti. Sai, in uno spettacolo, la musica è fondamentale”.
Pia mantenne fede all’impegno preso, ma a spettacolo concluso si dileguò, e abbandonò le scene per sempre.
In primavera, nella sala d’attesa del dottore, le capitò di notare un uomo interessante. Non portava la fede, e Pia dedusse che non fosse sposato. Accortosi di essere osservato, lui le sorrise. Beh, fece come meglio poté, tra un colpo di tosse e l’altro. Lei arrossì, si emozionò, ma poi provò tanta paura. Ormai, a cinquant’anni suonati, si sentiva troppo vecchia per certe cose. Lungo la strada del ritorno il vento tirava forte. E Pia l’aveva sempre odiato il vento.
Più l’età avanzava, più diminuivano le chances di realizzare il suo obiettivo.
Strappò con ira il pendolo dalla parete. Osservando alcuni passanti dalla finestra si rese conto di invidiare tutti, e perse di colpo ogni voglia di uscire.
Ormai teneva tutto il giorno le persiane chiuse. Nella casa le luci restavano sempre accese. Non guardava la Tv perché, a suo dire, non veniva trasmesso nulla di interessante. Si era data all’intaglio del legno, al ricamo, e per non annoiarsi risolveva cruciverba e parole crociate, di cui aveva fatto una gran scorta dal giornalaio, nel corso di una delle sue ultime uscite.
Il terzo romanzo era stato ultimato piuttosto in fretta, e, come il secondo, era stato spedito.
Tuttavia Pia non demordeva: pur di esser ricordata in eterno, era sempre stata disposta a tutto.
Una mattina si svegliò molto presto, forse a causa di un sogno, con in testa l’idea di compiere un gesto estremo. Sarebbe senz’altro riuscita a ottenere un articolo su tutti i giornali, e non giornali qualunque: avrebbe avuto la prima pagina delle testate più importanti, quelle nazionali.
Si sciacquò velocemente il viso con l’acqua fredda, indossò degli abiti comodi, poi afferrò un grosso coltello da cucina e lo infilò decisa nella lunga tasca interna del soprabito. Ma, giunta sulla soglia, ebbe un fortunato ripensamento, così richiuse l’uscio e ritornò in casa. Si rese conto che quella non sarebbe stata la maniera giusta per esser ricordata a lungo. Si accasciò al suolo stremata, piangendo, e si assopì ancora un po’, lunga e distesa, sul pavimento gelato.

“Chissà che polverone solleverà questa demolizione.”
“Già, domattina sarà meglio tenere ben chiuse tutte le finestre per evitare che ci penetri in casa.”

L’indomani, Pia, ritrovata la calma, cercò un numero di telefono sulle Pagine Gialle e fece una chiamata.
Un paio di settimane dopo, la sua casetta grigio cenere fu impalcata su ogni lato. Alcuni operai cominciarono a verniciare le mura e il cemento cinereo fu ricoperto con un vivace azzurro chiaro. In seguito, sulla facciata, sarebbero dovute comparire alcune nuvole bianche, ma, purtroppo, i vigili urbani, che già si trovavano nei paraggi, insospettiti da quello strano colore bussarono alla porta di Pia. Quando riapparirono nel cortile, ordinarono con tono severo l’immediata sospensione di quel lavoro perché mancavano i permessi necessari. Nel giro di qualche ora, la piccola casetta ritornò suo malgrado ad essere grigia. Pia non ebbe mai il piacere di veder realizzate quelle nuvole sulla propria casa, inoltre, in aggiunta all’inutile compenso che dovette elargire agli sprovveduti operai, si ritrovò a dover pagare una multa esagerata.
Quando Pia venne a conoscenza dell’esistenza di Internet, rispolverò il grosso computer che, per curiosità, aveva acquistato qualche anno prima. Alcuni tecnici le installarono un modem e trovò fantastico avere la possibilità di raggiungere una miriade di utenti in tutto il mondo. Così, nonostante la sua età avanzata, con molta fatica, fu presto in grado di aprire un blog. Poi si diede un gran da fare, postandovi numerosi scritti, alcune fotografie, e persino qualche suo disegno. Escludendo una scarsa decina di followers, capitati per caso e chissà come, nemmeno questa ennesima trovata riscosse il successo agognato.
Dopo una intera vita di ragionamenti, di studi, di teorie e di pratica, una lunga esistenza inseguendo obiettivi, sogni e speranze, Pia decretò che non avrebbe fatto più nulla: nulla di nulla. Le mani le dolevano, le gambe erano stanche. Il dottore, più o meno ogni due giorni, era costretto a passare da lei.
In casa ormai i libri sibilavano, gridavano tutte le sue invenzioni, si agitavano tutte le sculture sconquassate, e avevano tante cose da raccontare tutti i fogli di carta abbandonati ovunque. Ma Pia non sentiva, ma Pia non faceva più caso a niente.
I Queen, invece, tacevano. Tra le mura di quella casa avrebbero taciuto per sempre. Freddie Mercury era morto, la Zoppas aveva dichiarato il suo fallimento, il telefono poggiato alla mensola rimaneva impolverato e muto, e anche il campanello trillava soltanto per la consegna della spesa o per la consueta visita del dottore.
Lo specchio, appeso in soggiorno, lo stesso che, difficilmente, accettava di esser guardato, rifletteva le luci del giorno, poi, di notte, i tenui luccichii dei lampioni o dei fari delle auto di passaggio: erano solo delle sottili scie luminose che riuscivano a penetrare in casa dalle commessure delle tapparelle. Talvolta, nello specchio appariva di sbieco anche un volto vecchio, malato e stanco, un volto che era diventato quello di una sconosciuta.

“Però, è davvero strano che nessuno riesca a ricordarsi di questa signora.”
“Probabilmente sarà stata una di quelle persone solitarie, pigre, o anche fannullone, che non hanno combinato niente di buono nella loro vita.”
“Già, sarà andata così, come dici tu. Forza amiche, non perdiamo altro tempo. Sentite che razza di vento si sta alzando! Sarà meglio raggiungere il bar, vorrei una bella cioccolata calda. Brrr, qua fuori si gela!

CAMPACAVALLO 4.

Emma ha insistito a lungo affinché Gina accettasse un buon tè caldo. “Non si discute mai di cose importanti seduti a un tavolo vuoto!”, aveva esclamato con austera convinzione la donna, e poi, subito, si era defilata in cucina.
Un tendone rosso che incornicia la portafinestra del soggiorno ondeggia per via di ripetuti spifferi gelidi. Oltre i vetri alcuni robusti fiocchi di neve turbinano nell’aria; si intravede solo un susseguirsi di saliscendi innevati talvolta interrotto da qualche albero o da un isolato e circoscritto spiazzo piano. Un tintinnio di stoviglie scandisce il ritmo dei pensieri di Gina. La donna accavalla le gambe e distoglie lo sguardo dalla finestra e, ancora una volta, si ritrova a constatare come una minuziosa pulizia e un ordine meticoloso sempre regnino indiscussi nella bella casa dell’amica. Vuole molto bene a Emma sin dall’infanzia, ma più di una volta si è dovuta sorprendere, per poi subito pentirsene, di riuscire a provare nei suoi confronti anche un po’ di invidia. Nonostante Emma le sia coetanea, ha un aspetto fresco e giovanile. Il merito non è da attribuire solo al fisico asciutto e slanciato, perché anche il volto conserva una rara freschezza che le toglie almeno dieci anni. Inoltre bisogna ammettere che Emma si è sempre dimostrata una donna assai intelligente; così, osservandola, si è costretti ad apprezzarla in tutto e per tutto.
Gina si sforza di scacciare dalla testa le ricorrenti considerazioni sulla sua amica che sempre si originano spontanee nella sua testa, cercando di concentrarsi a imbastire al meglio il discorso che sta per farle. È stanca di tenere per sé il peso di quel terribile segreto; in fin dei conti un’amica deve essere d’aiuto nei momenti difficili e, d’altronde, se non ne avesse parlato subito con qualcuno, quella brutta storia l’avrebbe fatta di certo impazzire.
Emma riappare in soggiorno. Regge in mano un vassoio d’argento più lucido di uno specchio.
Le tazze di fine porcellana bianca rilasciano spire di vapore che sembrano conservare un potere ipnotico e spandono nell’aria un profumo acre e intenso.
“Adesso ci siamo, puoi sputare il rospo!”, dichiara Emma, mentre con un sorriso lascia scivolare un ben misero cucchiaino di zucchero dentro al suo tè. Quando è serena riesce ad apparire ancor più bella di quanto non lo sia già, soprattutto agli occhi stanchi e disillusi di Gina.
“Ebbene, si tratta di mio marito. Le ho provate davvero tutte, ma io non lo amo più!”
Le labbra carnose di Emma rimangono tese e immobili per qualche istante, poi si raggrinziscono e si contraggono in una smorfia di rammarico.
Emma resta per un po’ in silenzio, poi afferra il braccio di Gina appena sotto la spalla, e dopo essersi sporta verso di lei reclinando un poco il busto, le sussurra piano: “Resti fra noi: siamo nella stessa barca, mia cara!”
A questo punto, a rigor di logica, entrambe le amiche avrebbero dovuto piangere, o quantomeno rattristarsi un po’; invece, ignorando un accenno di lucidità che invano aveva tentato di velar loro gli occhi, scoppiano in una risata sguaiata.
La conversazione poi prosegue in maniera abbastanza serena, tra confessioni reciproche e sfoghi piuttosto allegri – ma mai privi di un certo isterismo –, aneddoti ingigantiti fino al limite dell’assurdo, e quanto d’altro sia in grado di produrre la mente di due donne ferite e turbate nel profondo. E credetemi: dei particolari di questo discorso è meglio che il narratore mantenga un certo riserbo e insieme a esso la propria e legittima dignità.
Ma quando, nel locale, risuona improvviso e inaspettato il nome del nostro caro amico Giuseppe, Emma scatta in piedi come una molla. Un lembo della tovaglia le rimane imbrogliato tra le gambe; questa scivola lungo tutto il tavolo, poi finisce per terra trascinando con sé il vassoio vuoto nonché il prezioso servizio da tè che finisce in frantumi sul parquet, provocando un boato terribile.
“E da quanto tempo te la faresti con Giuseppe? Rispondi!”
Gina, incredula e scioccata per l’assurda reazione dell’amica, riesce solo a balbettare: “Da… più o meno… sei… anni.”
“Sei anni? Sei lunghi anni hai detto? Logico. Bene. Perfetto! Sei anni. Ma certo, avrei dovuto sospettarlo! Io sarò stata una deficiente, ma quell’uomo è proprio uno stronzo!”
Dopo aver sfuriato e essersi resa conto di aver quasi spaventato a morte Gina, Emma tenta di ricomporsi, ma il suo viso, ancora sfigurato dalla rabbia, rimane paonazzo come quello di un ubriacone al quale venga strappata di mano la bottiglia.
A quel punto la conversazione prende una piega del tutto inaspettata: Emma scoppia a piangere, e Gina, più affranta di quando ha messo piede in quella casa, cerca invano di consolarla nonostante il suo amante sia stato anche quello di Emma. Sebbene l’amica sia in uno stato davvero penoso, Gina non può evitare di immaginarsela nuda, attraente e sinuosa, che serpeggia sopra Giuseppe.
“Da un po’ in paese circolano delle voci, delle brutte voci, alle quali io non ho mai voluto credere. Dunque è tutto vero! Si mormora che Giuseppe regali le sue attenzioni a diverse donne di Campacavallo. No, quello schifoso sporcaccione non la passerà di certo liscia! Io e te non glielo permetteremo, non è forse così, mia cara amica? Ti supplico, dimmi che sei con me!” Dopo aver pronunciato queste parole tutte d’un fiato, Emma estrae un fazzoletto dalla tasca dell’abito e si dà una bella soffiata di naso.

Gina rientra a casa sua trafelata, appena in tempo per anticipare solo di qualche minuto il ritorno del marito. Frettolosa si dirige in bagno, chiudendo a chiave la porta, nel tentativo di concedersi qualche minuto di solitudine: ha bisogno di riflettere molto bene sul da farsi.

Amici e clienti non si sono astenuti dal commentare quel nuovo film, che, diciamo pure così, aveva deluso le aspettative di tutti a causa dello scarso talento dell’attrice protagonista – e vi chiedo il favore di farla finita qui, e di accontentarvi della motivazione che vi ho detto –, poi hanno lasciato la bottega.
Come è logico che sia, Giuseppe si trattiene sempre ancora per un po’ nel suo locale per ultimare le pulizie e il riordino necessari a garantirne, l’indomani all’ora di apertura, il consueto aspetto pulito e decoroso.
Tuttavia, l’uomo par essere ancor più nervoso e irrequieto: non ha ancora ritrovato le chiavi della sua bottega. Comincia a credere di averle perse chissà dove, e si interroga mentalmente, senza tregua, per riuscire a indovinare che fine potrebbero aver fatto. Passa in rassegna ogni vano e ogni angolo, anche il più nascosto e dimenticato. E proprio quando, sfinito da tutto quel cercare, decide di fermarsi per qualche minuto a riposare poggiando il sedere su una sedia accostata al grande tavolo, percepisce proprio laggiù un dolore improvviso. Imprecando si inclina su un fianco, alzando un po’ una natica. La sua sorpresa è grande quando, tastando la seduta di spago con il palmo della mano, ne caccia fuori un mazzo di chiavi. Le osserva gioioso e rincuorato: sono proprio le sue! La grande “G” d’argento scintilla come un diamante colpito di sbieco dalla luce del lampadario che è appeso sopra il tavolo.
A preoccuparlo non era stato il pensiero che chiunque, grazie alle chiavi, potesse intrufolarsi, magari di notte, nella sua casa o nella sua bottega in cerca di chissà che; a Campacavallo, da che mondo è mondo, non c’era mai stata nessuna effrazione, né alcun atto realmente criminoso; era solo turbato dall’eventualità, seppur remota, di aver smarrito l’oggetto nel corso della mattinata, durante il suo incontro con Gina. Le chiavi avrebbero potuto scivolargli dalla tasca mentre era intento a spogliarsi nella camera matrimoniale dri coniugi, oppure, perché no, sarebbero anche potute cadere tra le lenzuola, proprio dritte in quel loro umido e gelido letto.
L’uomo tira un sospiro di sollievo. Ghigna: il suo consueto buon umore non ha stentato a ritornare, nonostante il suo fisico accusi una gran spossatezza a causa di quella giornata a dir poco difficile.
Dopo aver sciacquato anche l’ultimo bicchiere e averlo riposto sull’apposito ripiano del mobile bar, Giuseppe lancia un’occhiata di approvazione al suo locale. Si rimette i doposci e spegne le luci, poi per precauzione abbassa tutti gli interruttori del quadro elettrico; infine, finalmente soddisfatto, richiude l’uscio della bottega con due belle mandate, accingendosi a risalire la scalinata che conduce al piano superiore dove c’è la sua abitazione. Quando accede al suo appartamento tira un altro respiro di sollievo. Si toglie il cappello e lo poggia sul divano; dopo essersi concesso una lunga doccia calda, indossa il pigiama di flanella e si butta a corpo morto sul letto: finalmente si può permettere il gran lusso di riposare.

Anche dopo buttato giù mezzo bicchiere d’acqua nel quale aveva lasciato macerare almeno una quarantina di gocce di valeriana, Gina non riesce a chiudere occhio. Non fa altro che pensare e ripensare a Giuseppe, a Emma, e a chissà quante altre donne di Campacavallo che, a loro insaputa, si trovavano nella medesima orrenda situazione. È nervosa, non riesce proprio a smaltire la rabbia e la delusione che le mordono l’anima.
Fino a quel pomeriggio era certa di odiare suo marito. La annoiava e la infastidiva quel costante e caparbio disinteresse che pareva rivolgerle con una certa costanza; eppure, adesso, sentiva di detestarlo un po’ di meno: anzi, a dire il vero, quasi non percepiva più alcuna rabbia nei suoi confronti. Viceversa, era impegnata a lanciare ogni genere di maledizione a Giuseppe. Quel farabutto l’aveva sedotta, le aveva regalato un’illusione di gioia, ma, soprattutto, aveva osato rincuorarla, per anni interi, dandole a intendere delle false speranze; poi, tutto era andato a scatafascio in un istante, e a lei era rimasto in mano un pugno di mosche. Giuseppe aveva preso entrambe per i fondelli.
“Tesoro mio, le attività della bottega mi impegnano parecchio, dunque possiamo permetterci di incontrarci solo il lunedì mattina; e poi, sforzati di capirmi, tu sei sposata, e io tengo molto anche a tuo marito, quindi non possiamo osare troppo. Non è importante quanto tempo trascorriamo insieme, ma la qualità del nostro rapporto.”
Se solo quelle parole fossero state sincere, due ore settimanali sarebbero potute bastare e addirittura avanzare, nonostante Gina soffrisse tutto il resto della settimana quella mancanza, lasciando praticamente scivolare la sua esistenza in una attesa perenne dominata dalla tristezza. La relazione con Mario si era ridotta all’osso, a mera sopportazione.
D’altronde aveva desiderato credere a quel poco di buono, e ora ne pagava le conseguenze.
Non restava altro da fare che rischiare il tutto per tutto. Doveva trovare il coraggio necessario per affrontare Mario e confessargli almeno in parte l’accaduto, proprio come aveva promesso di fare Emma con il marito quella notte stessa.
Rimaste a secco di ogni genere di palliativo, dello svago sessuale e mentale che, malgrado tutto, veniva elargito loro da Giuseppe, le due amiche erano giunte a una conclusione: avrebbero troncato, una volta per tutte, quelle squallide relazioni da discount che da troppo tempo intrattenevano con i propri uomini ricevendo in cambio solo tanta frustrazione. Dovevano farlo, subito, e a ogni costo.

Mario, in soggiorno, è disteso sul divano e tiene una mano sulla fronte. Ha gli occhi chiusi, eppure non dorme.

(… continua).