IMAM E MAHDI, parte 2.

Sebha.

QUI LA PRIMA PUNTATA. https://lady74na.wordpress.com/2020/10/21/imam-e-mahdi-parte-1/

Gli uomini viaggiavano stretti l’uno all’altro, costretti a reggersi in piedi come meglio potevano. Le donne e i bambini erano invece stati fatti sedere tutti insieme, sul lato opposto del cassone.

Imam era sfinito. Nessuno era riuscito a chiudere occhio; neppure un cavallo da corsa, dopo una galoppata estenuante, sarebbe riuscito a riposare in quelle condizioni. Per raggiungere la città di Sebha bisognava resistere ancora un giorno. I viveri erano già terminati da un pezzo, restava solo un goccio d’acqua, e persino l’eccitazione che aveva travolto tutti alla partenza era ormai svanita, lasciando il posto a un motivato nervosismo. Un bimbetto non aveva fatto altro che strillare; Imam non era riuscito a scorgerlo, tuttavia una continua lagna isterica non gli aveva concesso un momento di tregua. In compenso era riuscito a captare una conversazione sostenuta da alcuni suoi compagni di sventura: minacciavano di scaraventare il marmocchio giù dal furgone qualora non avesse smesso di strillare. Imam aveva mollato la dura sponda del camion alla quale era rimasto aggrappato durante il viaggio. Nelle sue mani correvano fitte atroci, come se le dita dovessero saltargli via da un momento all’altro. A ogni contraccolpo che la strada dissestata inferiva al cassone, Imam perdeva l’equilibrio. Rischiando di travolgere gli altri passeggeri, si era diretto verso il bambino.
Il piccolo sedeva sulle gambe della madre, che lo stringeva forte a sé. La poveretta aveva un’aria così tanto stravolta che era fin troppo facile leggerle in faccia i tanti sforzi compiuti durante il viaggio per tenere a bada il figlio. Con una mano gli accarezzava la piccola testa ricciuta, mentre con l’altra, che aveva adagiato con estrema delicatezza sulle sue labbra spalancate e che a Imam avevano ricordato il becco di un pulcino affamato, tentava invano di zittirlo. Le donne avevano sollevato le loro vesti per arrotolarle in un logoro fagotto che avevano poggiato sulle gambe, permettendo così a Imam di potersi sistemare accanto al bambino.
“Lui è Kamil”, gli aveva detto sottovoce la donna, dopo averlo scrutato dalla testa ai piedi con occhi pieni di speranza e di lacrime. Con estrema gentilezza Imam aveva tentato di sollevare il mento del piccolo, nel tentativo di catturare la sua attenzione. Tuttavia quel monello gli opponeva resistenza, e lo faceva con tutta la forza che aveva in corpo. Tutto rigido teneva la testa bassa, fissando il fondo del cassone.
“Non devi piangere: stiamo affrontando un lungo viaggio per raggiungere un luogo meraviglioso. Tieni duro, presto faremo un’altra sosta.”
Tenendo il grugno, il bambino continuava a tormentarsi le piccole mani.
“Non ce la faccio più: voglio scendere a giocare!”, gli aveva risposto, urlando come sempre, con il solito timbro di voce stridulo, fastidioso e penetrante.
“Se non la smetti di comportarti in questa maniera, qualcuno si arrabbierà sul serio e allora ti ficcherai in un bel pasticcio!”
“Ho detto che voglio scendere. Mamma, io sono stufo, uffa!”
Kamil aveva serrato forte la mano, formando un pugno e subito lo aveva agitato quasi sotto il naso di Imam; poi l’aveva fatto ricadere, sferrando un colpo forte e ben assestato al fondo del cassone. Infine aveva riattaccato con la sua consueta nenia.
All’improvviso Imam era stato travolto dal vivido ricordo dei suoi fratelli: proprio come quel tremendo discolo l’avevano esasperato un sacco di volte con i loro litigi. In seguito alla terribile malattia del padre, era sempre toccato a lui, il figlio maggiore, l’arduo compito di rabbonirli. Suo malgrado sapeva che quando un bambino perde la pazienza, può risultare più ostinato di un coccodrillo affamato. A testa bassa, e non senza fatica, si era persuaso a far ritorno al suo posto: aveva intuito che quel piccolo testardo non avrebbe mai dato retta a nessuno.
“Non siamo in crociera: di bambini qui non dovrebbero essercene!”, aveva proferito Mahdi, con severità. Non appena Imam si era allontanato, l’aveva seguito con lo sguardo, alzandosi poi in punta di piedi durante la sua assenza.
Pochi minuti di sosta, più o meno ogni otto ore, permettevano ai viaggiatori di sgranchirsi un po’ le gambe e di espletare i propri bisogni. Il furgone aveva rallentato la corsa e procedeva a passo d’uomo, e il piccolo bastardo era già a terra. Saltellava euforico come un grillo, proprio sul ciglio della strada. Mahdi l’aveva osservato mentre si divincolava dalla presa della madre. Quella peste aveva scavalcato la sponda del furgone ancora in movimento ed era balzato giù, esibendo la tipica agilità dei cuccioli d’uomo nigeriani. Il suo esile corpicino sembrava esser fatto di gomma. Con il viso striato di terra aveva sfoggiato un repertorio infinito di boccacce, e poi era scappato di corsa, lasciando dietro di sé nuvolette di sabbia. Sua madre, sportasi in maniera pericolosa dall’orlo del cassone, lo aveva richiamato più volte, a gran voce, agitando con frenesia le braccia, con l’evidente intento di attirare l’attenzione del figlio.

Serrando fra le labbra l’ennesima sigaretta, il conducente aveva lasciato l’abitacolo con l’intenzione di calare la sponda,e quello che avrebbe dovuto essere il miglior momento della giornata si era rivelato un incubo. Troppo a lungo la donna aveva sostenuto sulle ginocchia il peso del bambino: le gambe ormai atrofizzate faticavano a sorreggerla. Del tutto incapace di coordinare i movimenti, con un’andatura piuttosto meccanica che aveva ricordato a Imam quella di un robot danneggiato, ogni due passi finiva per terra.
Dopo esser stato scosso da un fremito, Imam aveva sentito l’impulso di soccorrere il bambino. Qualcuno cercava di farlo desistere dal suo proposito bloccandogli le spalle, qualcun altro lo cingeva alla vita. Alla fine fu sufficiente uno stupido sgambetto per farlo finire a terra. Una presa d’acciaio gli aveva serrato i polsi, che gli sfioravano il volto. Con un balzo felino Mahdi gli si era messo a cavalcioni sulla pancia, intimandogli di farla finita: “Imam, smettila con queste cazzate!”.

La sosta si era prolungata più del dovuto. Dopo aver aspirato a pieni polmoni tabacco e catrame dall’ennesima sigaretta, il conducente aveva lanciato un’occhiata all’orologio da polso. Aveva compiuto alcuni giri attorno al furgone per verificare lo stato dei suoi vecchi pneumatici, e infine si era cacciato due dita in bocca dando vita a un lungo fischio. Si trattava di un segnale noto a tutti: bisognava ripartire subito. Il tizio accanto a Mahdi aveva gridato: “Vai, vai! Che quei due hanno rotto le palle!”
“Non ti vergogni? E’ solo un bambino… Anche loro hanno pagato, proprio come abbiamo fatto noi!”. Imam era scattato d’istinto in direzione dell’omone, e Mahdi era stato costretto a trattenerlo ancora. Che Imam perdesse le staffe era un evento davvero raro, ma quando succedeva, la rabbia non gli passava mai in fretta. Se Mahdi avesse ceduto, se solo si fosse azzardato a lasciarlo andare, Imam non avrebbe esitato un solo secondo a mollargli un bel cazzotto. Aveva tentato di districarsi dalla presa dell’amico: si era agitato come un ossesso, senza riuscire a liberarsi. Esile com’era, non poteva nemmeno pensare di farcela, non avrebbe mai potuto competere con la forza fisica di Mahdi.

Non gli restava che soccombere. Contro la sua volontà, umiliato di brutto, era stato sollevato di peso e poi caricato, come un pacco postale, sul furgone.
Il motore si era riavviato al secondo tentativo. Dei dispersi non restava più traccia.

Procedevano lungo una strada secondaria poco battuta, tuttavia il rischio di imbattersi nelle milizie era piuttosto elevato. Posti di blocco potevano trovarsi ovunque: squadroni di soldati avevano il compito di pattugliare tutta la zona. I migranti colti in flagrante venivano braccati, e una volta catturati venivano destinati ai campi di detenzione. Nel migliore dei casi sarebbero stati torturati, seviziati, e persino violentati, per poi essere assegnati ai lavori forzati. I più sfortunati venivano fatti fuori subito, con un banale pretesto. Solo alcuni, i più fortunati, quelli che avevano ancora qualcosa di valore da dare ai loro aguzzini, avrebbero potuto far ritorno al proprio paese di origine.

Non avendo sufficiente spazio a disposizione per poter sedersi, gli uomini si erano accovacciati in qualche maniera. Un telo di gomma cerata schiaffeggiava le loro teste, continuamente. La puzza stantia di sudore invadeva con prepotenza il cassone. Imam la sentiva penetrare nelle sue narici. Era intontito. Un rigurgito acido gli era risalito dallo stomaco fino alla gola. L’afa, già insopportabile, era diventata a dir poco intollerabile. Non toccava cibo da un giorno, eppure sentiva il bisogno di vomitare. Mentre tentava di tenere a bada l’ennesima ondata di nausea, gli era sovvenuta l’immagine di madre e figlio, due esseri vulnerabili e forse persino ignari delle troppe insidie presenti in quei territori. Dopo aver raggiunto il suo bambino, ammettendo che quella poveretta sia stata capace di orientarsi, avrebbe dovuto fare i conti con l’assenza del furgone. Imam si era augurato che quelle creature non avessero fatto una brutta fine: se i due fossero caduti nelle grinfie dei militari, non avrebbero avuto nessuna via di scampo: chi finisce nel deserto viene da esso ingoiato e mai più restituito al mondo.
L’aria era così tanto viziata che riusciva a confondergli persino i pensieri.
Erano cresciuti insieme, lui, Mahdi, Mohamed, e anche Maiamuna. Non se l’era sentita di darle l’addio, perché avrebbe fatto troppo male sia a lui che a lei. Si era trattato di un bacio innocente, eppure Imam era riuscito solo in quel momento a realizzare la sua importanza. Aveva creduto che potesse trattarsi solo di affetto, e, d’altro canto, era sempre stato piuttosto sicuro di non provare nessun altro sentimento nei suoi confronti. Pochi giorni dopo si erano abbracciati, quando lui le aveva raccontato della malattia del padre. Allora Maiamuna lo aveva sfidato in una corsa veloce: “Chi arriva primo al petrolio è il più forte”, gli aveva detto. Ghignando forte e correndo a perdifiato, si erano inoltrati nella fitta foresta.
La Nigeria era lontana, Imam non avrebbe più potuto tornare indietro. Nonostante Mahdi e la compagnia di molte altre persone, si sentiva solo.
Durante il giorno non si faceva altro che morire di caldo, ma nel corso della notte si veniva travolti da un freddo intenso, capace di penetrare nelle ossa.
Senza rivolgere all’amico né una parola né uno sguardo, Imam gli dedicava indifferenza e basta; Mahdi invece sembrava un cane bastonato. La flebile musica che, sin dalla partenza, era provenuta dalla radio dell’abitacolo, era cessata all’improvviso. Benché il volume fosse stato regolato al minimo, in alcuni momenti particolarmente silenziosi, riusciva ad arrivare all’orecchio dei passeggeri. Nonostante Imam non le avesse prestato una particolare attenzione, ne aveva percepito subito l’assenza. 
Il conducente aveva frenato in maniera brusca, all’improvviso.
Dovevano ormai essere vicini a Sebha.
Allarmato a causa di quella fermata inaspettata, Mahdi aveva sollevato il tendone del camion e si era sporto per guardare. Fuori, in lontananza e nel buio, aveva scorto delle luci. Queste avevano tutta l’aria di essere dei fari, ma avrebbe potuto anche trattarsi di una jeep militare.

Imam aveva serrato i pugni. Dopo aver assunto per qualche secondo un’espressione feroce, era stato travolto dall’ennesima ondata di sconforto. Un silenzio surreale era calato nel furgone: tutti trattenevano il fiato.
Il deserto sa come alimentare illusioni ottiche, e, di notte, soprattutto quando si tratta di luci, risulta pressoché impossibile cercare d’indovinare le distanze. Per fortuna i punti luminosi avevano subito regalato l’impressione di allontanarsi e di dirigersi verso est.
Notando l’espressione stravolta di Imam, Mahdi aveva trovato la forza per sussurrargli: “Devi avere fiducia. Abbiamo scelto il migliore: con lui saremo al sicuro!”.
Al villaggio Imam aveva sentito narrare un’infinità di storie; nessuno avrebbe potuto distinguere le vere dalle false. Eppure, ogni giorno la gente raccontava diversi aneddoti di pivot corrotti. Nonostante questi imponessero ai clienti tariffe davvero esorbitanti, senza alcuno scrupolo trasportavano il carico umano dritto nelle fauci delle milizie, ricavando poi dai sequestratori ulteriori grassi compensi.
Quel ‘viaggio’ era costato quasi il doppio. Mahdi era sicuro di potersi avvalere della massima protezione, Imam si limitava ad augurarsi che le cose stessero davvero così.
Piuttosto esasperato dalla situazione, alla fine aveva donato all’amico un sorriso che pareva una smorfia. La rabbia nei suoi confronti si stava pian piano tramutando in una tacita rassegnazione. Di sicuro non lo giustificava, e non si perdonava per aver abbandonato due creature innocenti nel bel mezzo del deserto; eppure aveva intuito le motivazioni che avevano potuto spingere Mahdi a fermarlo. Se fosse corso dietro a quella piccola peste, forse l’avrebbe acciuffato, ma avrebbe dovuto assumersi il rischio di non riuscire a raggiungere Sebha. Il furgone sarebbe ripartito comunque, dopo fischio del conducente, con o senza di lui.  


Ci fu una rapida inversione di marcia. Dopo aver percorso alcuni chilometri a ritroso, adesso procedevano veloci sullo sterrato. Attraversavano una radura desertica. Se un solo militare si fosse trovato nei paraggi, sarebbero stati di sicuro spacciati.

IMAM E MAHDI, parte 1.

“Sono qui, ma non fare troppo rumore. Non si sa mai!”
Imam aveva scorto Mahdi. Il giovane si era nascosto dietro un cespuglio di acacia. Imam aveva poggiato per terra il bastone che gli era servito per attraversare la foresta, e ingobbendosi come una guareza, aveva raggiunto l’amico.
“Non abbiamo tanto tempo, la prossima ronda ripasserà tra dieci minuti. Guarda!”
Gli occhi grandi di Mahdi erano diventati simili a due scintille in un pezzo di carbone.
Al contrario, Imam era stato obbligato a socchiudere i suoi. Un vento caldo, che spirava da sud, trascinava con sé una coltre grigiastra e una puzza insopportabile di plastica bruciata.
“Merda! Il male nero avanza, e si sta ingoiando tutto.”
“Già. Se tu fossi passato da qui qualche giorno fa, ti saresti reso conto del grosso casino causato dall’ultima esplosione.”
“Quattordici vittime, almeno così dicono al villaggio…”
“Pure di più, e te lo dico io. Hai visto che roba?”
“Sì, la Nigeria si è ammalata.”
Non molto distante la foresta dava l’impressione di tranciarsi di netto e lasciava il posto a una distesa di fango scuro, che proseguiva a perdita d’occhio.
All’orizzonte, in controluce e in netto contrasto a uno splendido tramonto, delle mostruose creature metalliche cigolavano e stridevano feroci.
Le labbra di Iman tremavano. Gli occhi gli bruciavano. Avrebbe voluto tirare un’imprecazione, ma era rimasto in silenzio.
“Degli altri swamp buggy sono passati da qui”, aveva sussurrato Mahdi, dopo avergli indicato dei profondi solchi che erano rimasti impressi sul sentiero fangoso.
“Stamattina, mentre attraversavo la piazza del mercato, mi sono imbattuto in Mohamed. Lui ha smesso di pensarla come noi. Da alcuni giorni lavora alle trivelle, sostituisce un operaio deceduto durante l’ultimo sversamento. Si è ormai convinto che le industrie petrolifere possano persino rappresentare un’opportunità.”
“Comunque Mohamed non ha tutti i torti, dato che non è rimasta neanche l’ombra di un pesce, né una misera traccia di cacciagione. Noi moriremo di fame, invece.”
“Imam, non dire cazzate! Ben presto anche noi potremo riempirci per bene lo stomaco. Stiamo per fare la cosa giusta: siamo uomini ormai, e ce la faremo!”
“Non sarà per niente facile, e questo dovresti saperlo anche tu: in Europa non ci vedranno di buon occhio.”
“Allora, quei bianchi pallidi morti in piedi dovranno farsene una ragione! Lascia perdere le chiacchiere, e cerca piuttosto di essere puntuale. Ti raccomando: stanotte, alle tre, e non un minuto più tardi”.

Lungo il tragitto del ritorno Iman aveva ripensato a prima delle espropriazioni, a quando il terreno dei suoi genitori si estendeva fino alle coste del Niger; allora le industrie petrolifere operavano ancora con un certo riguardo, nonché con una maggior discrezione. Col passar degli anni, era invece capitato di tutto. Le mangrovie si sradicavano al primo colpo di vento; la terra era contaminata dagli idrocarburi, e persino l’aria era satura di gas tossici. Gli alberi da frutto non erano più in grado di riuscire a sfamare tutti gli abitanti del villaggio, e ciò che di commestibile osava crescere ancora in maniera spontanea, veniva subito saccheggiato. Gli ortaggi assorbivano una gran quantità di sostanze nocive, e, per poter sopravvivere, la gran parte degli animali si era spostata nell’entroterra. Quel luogo che un tempo somigliava a un paradiso, si era tramutato in un vero inferno, con tanto di fuoco e di fiamme.

In compagnia di tali e orrendi pensieri, Imam era giunto alla sua baracca. Nella rossastra penombra del crepuscolo questa gli era sembrata persino più bella, nonostante fosse ormai vecchia e pericolante; tuttavia, quel luogo riusciva ancora a regalargli un sentore di dignità, nonché una sensazione di lieta accoglienza.
Quante volte attendendo il ritorno di suo padre era rimasto seduto a gambe incrociate, al riparo dal sole, sotto la tettoia di amianto. E quando finalmente l’omone faceva capolino da dietro la collina, Imam balzava in piedi per corrergli incontro. L’uomo sorrideva, e scuoteva orgoglioso la sua grossa rete sempre carica di pesci. Per sé poteva trattenere una piccola parte del pescato, che però era sufficiente a sfamare la sua famiglia. Tutto il resto del bottino finiva nelle mani dei militari, che, numerosi, sorvegliavano la costa.
Imam si era arrestato sulla soglia. Aveva percepito una sensazione di straniamento: la consueta familiarità di quel luogo gli era all’improvviso venuta meno; gli si era accapponata persino la pelle.
Per fortuna, le grida litigiose dei suoi fratelli, che provenivano stavolta dal retro della baracca, l’avevano riportato alla realtà.
“Smettetela! Quando vi decidete a crescere?”, li aveva ammoniti, serio.
Nonostante quel caos, il padre dormiva. Ronfava seduto su una sedia sgangherata che era solito piazzare proprio davanti all’uscio. Imam non avrebbe mai immaginato che un uomo così robusto e tanto energico potesse un giorno ridursi in uno stato simile. Non riuscendo più a pescare, l’uomo si era convinto di non avere più niente da fare. Suo malgrado, era poi sopraggiunto anche il cancro: una malattia atroce, terribile, e divenuta fin troppo comune da quelle parti.
In casa la madre stava sminuzzando con cura delle foglie di ugu: era l’unico alimento che non mancava mai sulla loro tavola.
Imam avrebbe desiderato confessarsi con lei, dirle ‘Madre, io sto per lasciarvi!’
Non se l’era sentita. Non ce l’aveva fatta. Non intendeva essere la causa di un ennesimo dispiacere.
Entrambi i genitori non si sarebbero mai opposti alla sua decisione, ma Imam era sicuro che non avrebbe potuto contare sulla loro benedizione. Sua madre si sarebbe limitata a stare zitta, e suo malgrado i suoi gesti avrebbero tradito un certo nervosismo. Apprese le sue intenzioni, il padre avrebbe fatto scivolare il palmo della sua grossa mano callosa sulla sua fronte, sempre madida e ormai rugosa. Dopo essersela asciugata per bene nella stoffa dei pantaloni, sarebbe ritornato al suo consueto sonno.
Imam sentiva un buco nello stomaco. In parte era causato dalla fame, in parte dal rimorso. Da alcuni giorni aveva sottratto alla madre un prezioso e antico monile. Si trattava di un oggetto che la sua famiglia si era tramandato di generazione in generazione, e che, proprio per questo, lei non avrebbe trovato il coraggio di impegnare. Da quella vendita Imam aveva ricavato all’incirca cinquecento Dollari, che sarebbero stati a malapena sufficienti per raggiungere Tripoli. Tuttavia, Imam non riusciva ad accusarsi di egoismo: dopotutto quel cimelio era privo di qualsiasi utilità, e se le cose fossero andate per il verso giusto, presto sarebbe riuscito persino a sdebitarsi, restituendo alla madre dieci volte tanto.
“A Azuzuama oggi c’è stata una nuova rivolta del Mend”, esordì la madre, spezzando un silenzio diventato imbarazzante, ma senza distogliere lo sguardo dalle verdure.
“Non otterranno mai niente, è inutile!”, le aveva risposto Imam.
Non gli importava più nulla del Mend, né tantomeno di quelle maledette industrie petrolifere. Imam pensava solo che avrebbe venduto volentieri l’anima al diavolo per potersi permettere di mettere sotto ai denti qualcosa di davvero squisito. Si sarebbe accontentato di un’abbondante porzione di Yam, e poi, per finire, gli sarebbe bastato persino un mango, purché fosse maturo al punto giusto.
Presto avrebbe presto permesso alla sua famiglia di condurre una vita migliore.
Sua madre sospirò. Si trattava di un pesante e lungo sospiro, che riusciva a racchiudere tutti gli stenti di una vita intera. Per un attimo Imam sospettò che la donna avesse potuto intuire tutto. Era convinto che le madri riuscissero a sviluppare un particolare sesto senso nei confronti dei propri figli.
E quella sera gli era anche sembrato che il buio fosse calato prima del solito.

Hassan dormiva, beato. Kamil, di gran lunga più agitato, e dopo essersi rigirato più volte nel letto, gli aveva finalmente voltato le spalle. Al lume di una candela Imam si era dato da fare racimolando le sue poche cose: nulla di più di alcuni vestiti logori e della sua fionda preferita. Aveva poi riposto tutto, in qualche maniera, dentro a un vecchio zaino.
Anche i soldi erano già al sicuro. Aveva provveduto ad arrotolarli, e aveva spinto lo stretto tubicino di carta bene in fondo, nella tasca interna. Poi, silenzioso come un gatto selvatico, si era precipitato fuori.
Aveva sorriso, realizzando che questo non gli capitava da molto tempo. Si sentiva energico, non aveva sonno.
All’orizzonte, alcuni gas flaring davano il solito – squallido – spettacolo di fuoco. Imam si ricordò una fiaba sui draghi che il padre era solito raccontargli quando era piccolo. Dopo averlo sollevato in alto, permettendogli di toccare quasi il cielo con un dito, lo accomodava sulle sue solide ginocchia. Era una storia che Imam gli aveva sentito raccontare spesso, anche ai fratelli; come se l’uomo avvertisse il bisogno di dover giustificare, a sé stesso più che ai figli, quell’infernale consueta visione.

Imam non conosceva l’Italia, dunque non aveva la minima idea di cosa doversi aspettare dal suo futuro. Eppure, descrivendogli Roma, Mahdi era riuscito a incantarlo. Imam si era estasiato apprendendo come tutte le città italiane fossero antiche e moderne insieme, zeppe di attrattive, e di ogni genere di divertimento. Mahdi gli aveva persino giurato che chiunque vi avesse abitato sarebbe riuscito in poco tempo a trovare un impiego ben retribuito.
L’amico aveva dichiarato: “Gli italiani possiedono case da sogno, e automobili lussuose nuove di pacca. Nelle loro camere da letto hanno armadi enormi, zeppi di abiti alla moda; dai loro grandi televisori a colori riescono a guardare qualsiasi programma; possono permettersi di vedere un film diverso ogni giorno, e non riescono più a separarsi dai loro telefoni cellulari ultramoderni, che gli offrono un’infinità di passatempi davvero stupidi. Hanno una vita lunga e spensierata, sono sani e felici. I bambini possiedono talmente tante cose, che non riescono neanche a decidersi con quali di esse giocare. La cucina italiana è tra le più rinomate al mondo. Io non vedo l’ora. Non mancheremo di farci una bella scorpacciata di pastasciutta, e intendo anche assaggiare una loro specialità: il pane. Di quello ne hanno talmente in abbondanza che nemmeno si fanno scrupoli a buttarlo per strada. Pensa, Imam: nelle piazze lo fanno beccare persino agli uccelli!”
Imam non avrebbe mai preteso di condurre una vita da gran signore, tuttavia si era convinto che, una volta in Italia, sarebbe stato senz’altro meglio.
Si era voltato per osservare un’ultima volta la sua baracca. Alcune lacrime gli erano scivolate sulle guance. Semmai avesse percepito un vero stipendio, l’avrebbe subito condiviso con la sua famiglia. E se solo avesse potuto, li avrebbe portati tutti con sé. Suo malgrado, i suoi fratelli erano ancora troppo piccoli per riuscire a trovare lavoro in Italia, e, viceversa, il padre era ormai vecchio e malato. Alla madre invece, sarebbe spettato il gravoso compito di badare al coniuge.
Con un passo incerto e pesante attraversò il campo, poi imboccò il sentiero che si addentrava nella foresta. Dietro a coltri di fumo spesse e puzzolenti il cielo esibiva così tante stelle da togliere il fiato.

Mahdi gli era corso incontro, stritolandolo in un forte abbraccio.
“Ci siamo, fratellone mio!”, gli aveva gridato all’orecchio.
Imam si era irrigidito. Era stato travolto da un fastidioso disagio. Proprio come l’amico, era convinto di lasciare la sua terra, eppure non aveva provato neanche un briciolo di eccitazione. Aveva preso quella decisione per pura necessità. Al contrario Mahdi sembrava davvero felice di dover intraprendere quella grande avventura.

Il luogo del ritrovo, a Filingue, era un parcheggio sterrato adiacente alla stazione. Imam e Mahdi notarono subito un vecchio furgone col cassone, che era stato parcheggiato in fondo allo spiazzo, e sul quale erano già stipate una trentina di persone. Imam non aveva potuto evitare di osservare un esiguo gruppetto di donne. Un paio di loro avevano con sé i propri figli. Gli era subito sovvenuto il volto di sua madre, e aveva subito sentito un gran peso al cuore: si era accorto di volerle un gran bene.
Un omone dal viso stanco e rugoso stava fumando una sigaretta. Poggiava la schiena allo sportello aperto e sbuffava nugoli di fumo. Dopo aver lanciato il mozzicone, lo aveva calpestato sotto alle suole dei suoi stivali impolverati, e aveva sputato lontano. Sfoggiando un’andatura che si sarebbe potuta paragonare a quella di un cowboy dei vecchi film, li aveva raggiunti senza smettere di squadrarli dalla testa ai piedi, con uno sguardo spavaldo e spocchioso.
Imam si era levato lo zaino, poi si era chinato per appoggiarlo sul terreno arido. L’uomo aveva un coltello, il manico di legno intarsiato sporgeva dalla tasca dei suoi pantaloni. Imam stava per consegnargli un sacco di soldi, e Mahdi gli aveva già dato i suoi. In un’altra occasione, non si sarebbero certo fidati di quel brutto ceffo, ma non avevano nessun’altra scelta.

AQUALUNG, SIDE B.

Ian Anderson.

Una nuvola doveva essersi piazzata davanti al sole: tutto si era oscurato all’improvviso. Il largo frammento di cielo che, allungando un po’ il collo, scorgeva dalla sua poltrona, era limpido e blu. Un profumo d’erba appena tagliata si propagava nella stanza. La larga parte di campo visibile dalla finestra, incorniciata dall’edera che si arrampicava rigogliosa sul muro esterno, gli evocava uno scampolo di velluto. Osservava gli steli, che si incurvavano al passaggio del vento, proprio come se una grossa mano li stesse accarezzando.
Dalla vita desiderava di più, eppure non avrebbe mai barattato la sua fattoria con nessun’altra casa al mondo. Non si sentiva poi così diverso dall’erba, o dagli alberi, o da qualsiasi essere vivente al quale sia concesso il privilegio di poter sviluppare le proprie radici in quel luogo, e a cui sarebbe rimasto legato fino alla fine dei giorni.
Il tempo stava cambiando: camuffato col profumo dell’erba, si spargeva nell’aria anche un acre sentore di muffa.
Sedeva al centro del locale. Non aveva nulla da fare, e, men che meno, gli interessava sapere se lei fosse arrivata.
Seguiva con lo sguardo gli spostamenti delle ombre sul pavimento, che, a causa della temporanea assenza di sole, risultavano appena accennate.
Il vento si faceva sempre più forte. Il crescente fruscio prodotto dagli alberi faceva nascere un truce lamento, che echeggiava persino in casa. Dal piano terra provenivano fischi assordanti, provocati dagli spifferi che riuscivano a penetrare il vecchio portone.
Serrava forte i pugni, sentiva le unghie fin troppo lunghe affondargli nei palmi delle mani. Cercava di domare un forte tremore che gli impediva di infilarsi i tappi nelle orecchie.
Respirò profondamente, socchiuse gli occhi. Immaginò di ricevere una carezza dalla sua povera nonna, l’unico gesto d’amore ricevuto durante la sua infanzia, e che gli era giunto talvolta, prima di potersi abbandonare al lungo e beato sonno, quello di cui privilegiano solo i bambini.
Non ricordava nemmeno l’ultima volta in cui aveva dormito in un letto senza interruzioni e per tutta una notte. Tuttavia sentiva di meritare la punizione che era stato costretto ad auto-infliggersi a causa dei cattivi pensieri, e di quelle sue sporche masturbazioni. Fu travolto da un’ondata d’odio verso suo padre. Se si era ridotto in quel modo, lo doveva a lui. Per fortuna, gli erano rimasti almeno i sogni.
Il respiro era tornato calmo. Le sue palpebre si erano fatte pesanti. Evocò la scena così come l’aveva lasciata al risveglio. Liberando la mente da tutti i pensieri, si abbandonò al sogno, senza opporgli resistenza. Riusciva a ricordare quelle immagini, e le vicende a esse legate, con un realismo anomalo. Godeva nell’essere catapultato in una dimensione speciale, dove il tempo assumeva un valore diverso. Si limitò ad assaporare l’aria a pieni polmoni. Prese un profondo respiro. Il suo fastidioso ticchio alle palpebre gli stava concedendo una tregua, e persino la fronte, nonostante facesse caldo, era ancora asciutta. Realizzò di non esser finito tanto lontano da casa sua.
Perché la ricordava sempre un po’ meno bella di ciò che era?

Sussultò.
Spinse forte il sedere nella calda poltrona di pelle. Lo stomaco era di nuovo vuoto, la vescica era di nuovo piena. La testa gli ripeteva come un mantra: Mike, bagno e cucina; Mike, bagno e cucina… e non un passo in più!
Non avrebbe potuto trasgredire le regole, doveva comportarsi da bravo bambino. Aveva attraversato il locale evitando di calpestare le ombre, che, oblique e allungate, avevano raggiunto la loro massima estensione. Residui di nuvole grigie si accalcavano all’orizzonte, ma il cielo si stava tingendo di rosso.
Tolse i tappi dalle orecchie. A parte un lontano cicaleccio, non lo infastidiva nessun altro rumore. Si alzò per soddisfare un bisogno fisiologico. Sapeva di doversi mantenere lontano dalla finestra. Aveva piovuto parecchio, e per giunta di sbieco: sul pavimento del soggiorno si era formata una pozza d’acqua. Prima o poi, e sarebbe stata solo una questione di tempo, ce l’avrebbe fatta anche a richiuderla.
Seduto in poltrona, con la lampada accesa, pensava che persino le ombre stavano cercando un modo per potersi arrampicare sui muri.
Avrebbe fatto bene a scacciarla dalla testa: non avrebbe più dovuto pensare a lei.

Dopo aver contemplato a lungo un enorme traliccio dell’alta tensione, desiderò risalirlo fino in cima. La pesante corporatura e la sua innata goffaggine non l’avrebbero certo ostacolato in quell’impresa. Con grande energia, derivata da un’improvvisa percezione di agilità, si ritrovò a compiere ogni gesto in maniera naturale. Lo spingeva il bisogno più che un’intenzione vera e propria: la punta delle scarpe da ginnastica si infilava negli stretti interstizi presenti tra i blocchi di ferro, e, sicuro di farcela, senza alcuna esitazione, artigliava le grosse mani alla struttura. Risaliva il traliccio con facilità. In quattro e quattr’otto, si ritrovò sulla sua sommità. Lì provò una grande beatitudine. Riuscì a percepirsi più vicino a Dio.
La visuale era stupenda. E lei giocava nel campo.
Era bellissima, esile, lei era sempre allegra. La sua andatura era sciolta. Osservare quei lunghi capelli biondi ondeggiarle sulle spalle mentre compiva dei saltelli era un’esperienza ipnotica. La sua gonnellina, sollevandosi, si riempiva d’aria. Gli ricordava una gattina un po’ selvaggia: indossava delle graziose mutandine bianche.
Non si sarebbe dovuto spingere fin lassù con l’intento di spiarla. Ma, in fin dei conti, la colpa non era sua. Da quelle parti non passava mai nessuno, e lei era davvero irresistibile, soprattutto quando, vestita in quel modo, non la smetteva più di correre nel prato …
Percepì le guance diventare bollenti: la fronte era madida di sudore. Sudava persino nel sogno. Mosse un passo oltre la stretta piantana collocata alla sommità del traliccio. La terra gli mancò da sotto i piedi, e avvertì un terribile vuoto allo stomaco.

Teneva la testa tra le mani. L’aria era di nuovo calda e si sentiva soffocare. Le ombre sul pavimento apparivano strane, distorte, spaventose. Le ginocchia continuavano a battere una con l’altra, sempre più veloce. Non avrebbe potuto concederselo? Tutto sommato si trattava solo di un sogno. Quante volte si era già trattenuto, Dio solo lo sapeva!
Era deluso. Nel sogno la morte coincide con il risveglio. Era pronto a giurare che un tale calvario si sarebbe ripetuto, e chissà per quante volte ancora.

Si era alzato un vento improvviso che tormentava le fronde degli alberi, provocando un fruscio assordante; persino gli uccelli cinguettavano più forte del solito.
Mentre lo schienale della poltrona dava un secondo contraccolpo al pavimento, guardava già dalla finestra. Aveva tentato di smettere, troppe volte la coscienza l’aveva ammonito. Si era imposto delle regole, si era obbligato a restare alla larga da quella maledetta porta che si affacciava sul mondo. Si era ridotto a dormire seduto, a mangiare poco o niente, e aveva perso persino la voglia di ascoltare i Jethro Tull.
I vetri spalancati riflettevano il viso di un vecchio smagrito e sofferente. Se avesse ritenuto di riuscire a parlare a sé stesso, ammesso che quell’estraneo fosse stato proprio lui, si sarebbe detto che, alla sua età, non avrebbe potuto godere di una simile prelibatezza. Suo malgrado, desiderava averla con ogni parte del corpo, tramite ogni singola cellula. Cedere alla tentazione sarebbe stato ammettere un fallimento, l’ennesima e ridicola dimostrazione di debolezza, soprattutto dopo tanti mesi interminabili e zeppi di sacrifici, di rinunce, di ripetute penitenze. Imprecò a voce alta contro Dio, e non esitò a maledire persino l’estate: quella bambina gli recava tormento ogni giorno, e tutti i suoi guai sentiva di imputarli alla bella stagione: se ci fosse stato un freddo cane, quella carognetta sarebbe rimasta dentro casa sua.
Si rammaricò per non essere nato più forte, con più volontà. Non aveva saputo difendere nemmeno sua madre, quando suo padre si sfilava la cintura dei pantaloni. Una lacrima gli percorse la guancia al solo pensiero che lei, quella dolce bambina, fosse una creatura innocente.
Diverse immagini passavano in rassegna nella sua mente: lei che giocava a saltare la corda; lei che stringeva una bambola; lei che leggeva un fumetto tenendo le gambe divaricate; lei che sorrideva osservando una farfalla; lei che esibiva il suo bel seno acerbo dentro una maglietta fin troppo larga.
Sentì qualcosa indurirsi nei jeans.

“Oggi sei stato proprio cattivo. Da’ qua, forza, dammi il braccio!”. Talvolta la voce del padre gli rimbombava ancora in testa, gli sembrava addirittura di sentire un gran tanfo di sigaretta e di pollo bruciato.
Teneva un braccio ripiegato per poggiarsi alle piastrelle; con l’altro, che agitava in modo frenetico, cercava di liberarsi da un gran peso. Lo sguardo non poteva evitare le numerose imperfezioni sulla sua pelle, segni circolari in cui risultava violacea e rappresa.
Trasportata dal vento, una timida voce bianca risaliva la scalinata della fattoria. Impossibile non riconoscere le note di “Twinkle, Twinkle, Little Star”.
Mollò un pugno al muro, restando insoddisfatto. Richiuse la patta e si mise a vagare per le stanze di casa.
“Resta lontano dalla finestra. Resta-lontano-dalla-finestra”.
Cacciò i tappi nelle orecchie più a fondo che poté. Il canto si era ì ridotto a poco più di una vibrazione, eppure lo giudicava beffardo.

Quando la bambina sembrò sollevare lo sguardo per osservare la finestra, una bomba gli esplose nel petto.
L’edera sui muri oscillava per il vento, protraendosi verso l’angelica creatura. Una crepa era comparsa sulla facciata: vacillarono le sue certezze. La sua casa e il suo mondo stavano andando in frantumi, ed era piuttosto sicuro che non avrebbero più retto nemmeno le fondamenta. Sentiva la terra ribollire, gli sembrò che si ribellasse. L’ossigeno scarseggiava, e una densa nebbia cominciava a esalare dal suolo ammantando ogni cosa.

La bella bambina raccoglieva dei fiori. Sembrava esserne attratta, forse per via della loro fragilità. Li adagiava uno dopo l’altro sul palmo della mano, tenendolo un po’ richiuso per impedirgli di essere travolti dalla furia del vento, e di volare via.

Risollevò la poltrona. Si levò i tappi. Li lanciò. Li osservò rimbalzare sulle piastrelle del pavimento. I sogni si sarebbero ripetuti ancora, e il buio non sarebbe riuscito ad annientare le ombre per sempre.
Ancora nel campo, la bambina non smetteva di cantare: “Mi chiedo chi tu sia… come un diamante nel cielo, al di sopra di un mondo così vasto…”.

Era in cima al traliccio.
Lei portava alla bocca i suoi fiori, uno dopo l’altro. Dando l’impressione di dover vomitare, si cacciò due dita in gola e ne ricavò un filo. Lo tirava senza smettere, lasciando ricadere per terra una ghirlanda zeppa di fiorellini. Ai suoi piedi si andava formando un groviglio, che, crescendo a vista d’occhio, raggiungeva le sue ginocchia, poi il suo ventre, poi il suo petto e, infine, era riuscito ad avvolgerle anche la testa. Da questo si dipanavano numerose radici sottili che le affondavano nella carne, nel tentativo di trarne linfa di nutrimento.

La sua pelle era come la buccia di una pesca vellutata. Era sdraiata in un morbido letto d’erba. Tutt’intorno crescevano piccoli fiori, qua e là persino alcuni papaveri. Aveva pianto.
Accanto a lei assaporava disteso la quiete della campagna.
Non poteva temere i sogni. Si crogiolò nella soddisfazione.
Un cielo così limpido non l’aveva mai visto.
Si assopì pian piano.

Non riusciva a scorgerla. Il campo era deserto. Tirava un gran vento e il traliccio penetrava il cielo nero. Lui poteva anche dominare il mondo, ma era rimasto solo.
Un lampo tagliò l’orizzonte. Cominciava a piovere. Grosse gocce tintinnavano a contatto con la struttura metallica. Rimbombò un tuono fortissimo, il traliccio traballò. Non temo i sogni, si disse. Qualcosa gli si avvolgeva attorno al collo. Si trattava di un filo viscido. Era sottile ma resistente, e su di esso erano sbocciati alcuni fiori. Ebbe anche l’impressione che qualcuno l’avesse potuto fissare alle nuvole.
Si sporse oltre la piantana e si lasciò andare nel vuoto, con la stessa sicurezza di chi l’aveva già fatto almeno un centinaio di volte. Amava sentire l’adrenalina mentre il suo corpo precipitava in rapida accelerazione. Godeva della velocità, svuotandosi di tutto l’ossigeno trattenuto dai polmoni. Era peso senza alcun peso, in caduta libera.
Percepì un crampo al collo e fu catapultato verso l’alto.

Era seduto sulla poltrona. Qualcuno si era preso persino la briga di richiudere la sua finestra. Fuori un forte temporale stava scatenando l’inferno.
Sul collo della vittima apparivano delle congestioni giallastre.
Eppure, pareva dormire beato.

“Mi vedete ancora, perfino qui?” “Do you see mi even here?”
la corda d’argento giace a terra the silver cord lies on the ground
“E così sono morto”, disse il giovane… “And so i’m dead”, the youn man said…
Oltre la collina (non molto lontano). Over the hill (not a wish away).

Jethro Tull, Ian Anderson – A Passion Play (1973)

Dedicato “alla mia più cara amica di lettere.”

https://annehecheblog.wordpress.com/2012/05/09/aqualung-di-quou-e-alessandra/

LA SEDUTA.

Avevamo richiuso le persiane. Nella penombra, sul tavolo a tre gambe e ricoperto da una tovaglia rossa talmente lunga da sfiorare il pavimento, era stata poggiata una candela; questa irrorava di luce fioca un tabellone che esibiva tutte le lettere dell’alfabeto.
Maria, per ultima, adagiò le dita sulla moneta. “Funzionerà?”, ci domandò.
“Ho seguito alla perfezione le istruzioni del libro.”, le rispose Dany, sicura.
Anto e Miriam osservavano col fiato sospeso la fiammella, che, vibrando non poco, regalava l’impressione di potersi spegnere da un momento all’altro.
“Cominciamo?”, chiesi.
Ci scambiammo una rapida e timorosa occhiata d’intesa.
Da lì a poco notammo che la moneta scivolava sul tabellone con un moto proprio, e che, compiendo degli scatti, si soffermava ora sopra una lettera, ora sopra ad un’altra. A quel punto sollevammo incredule le nostre dita, ma fummo costrette a realizzare che la monetina seguitava a muoversi imperterrita. Maria lanciò un urlo agghiacciante, poi, a gambe levate, le cinque ragazze corsero fuori dalla stanza e si precipitarono a perdifiato giù, per le scale.
Il tavolino traballò, un lembo della tovaglia si sollevò come agitato da una improvvisa folata di vento.
Quello scemo di Marco, carponi, fece capolino da sotto il tavolo; ghignava come un matto mentre posava sulla tovaglia un grande magnete. Le mie amiche avevano già raggiunto il cortile. Se l’erano proprio fatta sotto: le udivo strillare ancora, proprio come delle oche. Marco si sarebbe potuto godere in santa pace tutto il resto del pomeriggio.
Io invece, nera di rabbia e ancora con il cuore in gola, ero piuttosto sicura che, prima di sera, quel burlone di mio fratello l’avrebbe pagata davvero cara.

LIA E IL MARE.

L’affascinante parola “mamihlapinatapi”
appartiene al lessico “yamana” e non esiste un termine italiano corrispondente che esprima lo stesso concetto. Mamihlapinatapi è lo sguardo pieno di desiderio che si scambiano due persone timide quando provano un’attrazione reciproca.

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Lia aveva scostato la tenda che penzolava davanti alla finestra. Si moriva di caldo in casa, ma la pioggia batteva impetuosa sui vetri, quasi intendesse allagare oltre al giardino anche la sala da pranzo. Dopo aver trascorso l’intero pomeriggio a cucinare, quel tempaccio l’aveva costretta a rientrare di corsa.
E pensare che, tutta presa com’era, nemmeno si era accorta che il cielo terso di quella calda giornata d’agosto aveva pian piano cominciato a intorbidirsi, e che, avvolgendo le cime dei monti vicini, dei gonfi e pesanti nuvoloni neri erano sopraggiunti veloci, da ovest.
Un ventaccio sollevava in un turbine qualsiasi cosa non fosse ben ancorata alla terra: un paio di brutte cartacce, alcune foglie ancora verdi e qualche germoglio strappato con forza dalle fronde del grande nocciolo. Quel povero albero già martoriato si fletteva fino a terra, sfiorando con la cima il fango e provocando un fruscio somigliante a un lamento così forte da esser udito persino in casa.
Quella tormenta aveva anche travolto e disperso chissà dove tutti i piatti e le scodelle che Lia aveva riempito con cura e poi disposto in fila sulla panca in legno, che era addossata al muro di cinta.
Quasi tutti i giorni, a partire dall’inizio delle vacanze estive, la bambina si dava da fare cucinando per lui. Per fortuna, il più delle volte, il tempo era bello e, verso le cinque, sempre sorridente lui faceva capolino dal bosco, poi, quasi saltellando raggiungeva la rete di cinta, poggiandovi una spalla.
Lia si perdeva a osservare i suoi occhi: erano azzurri come il mare. E pensare che le volte che l’aveva visto il mare, le avrebbe potute contare sulla dita di una mano.
Lia abitava in una baita di montagna così graziosa che chiunque non avrebbe esitato a definirla la casa dei sogni. Tuttavia, come è ovvio che sia, quella bambina avrebbe accettato di trasferirsi, da subito e anche per sempre, vicino al mare.
Lia riteneva che il naso ben fatto del suo amico fosse identico a una conchiglia, che teneva nascosta con gelosia nel suo portagioie. Anche i suoi capelli scuri, a dir la verità spesso un po’ troppo sporchi, quando ondeggiavano così appesantiti per via del vento somigliavano alle alghe che suo padre aveva fotografato durante una villeggiatura nei dintorni di un molo; e le sue mani che muoveva con insolita delicatezza, potevano ben esser scambiate, da tutti o quasi, per stelle marine.
Lia quasi si vergognava di quell’amicizia, e proprio non si decideva a volerne parlare a sua mamma: in fin dei conti mancava poco alla fine dell’estate. Il suo giovane amico sarebbe presto tornato in città, e nessuno l’avrebbe più rivisto da quelle parti. Anche per questo motivo Lia riusciva a paragonarlo al mare. Benché fosse solo una bambina, aveva già maturato l’intima convinzione che tutte le cose belle prima o poi si guastano, oppure finiscono.
E se la mamma avesse permesso al suo amico di entrare in giardino? Lia se lo sarebbe ritrovato proprio davanti, senza la rete, e allora avrebbe faticato persino a parlargli, e si sarebbe fatta strada in lei la paura di toccarlo per sbaglio, o anche di essere toccata. Insomma, mica era sicura che quello fosse un bravo bambino: lo conosceva appena!
Tuttavia Lia era felice di avere un amico sul quale poter contare durante l’estate. Fino a quel momento aveva sempre odiato le vacanze: per lei, sperduta tra i monti, la fine della scuola significava perdere di vista per diversi mesi tutti i compagni.

Attraverso un punto ben preciso della rete, dove le maglie di fil di ferro si allentavano e originavano una fessura ben più ampia delle altre, sollevandosi sulle punte dei piedi Lia porgeva all’amico una scodella colorata, poi subito un’altra. Poteva trattarsi di una gustosa zuppa di pomodoro composta da una miriade di petali di rosa, o di una bistecca grigliata accompagnata da un succulento contorno di verdure, ossia un piccolo sasso circondato da foglie di cicoria; alcune margherite simulavano talvolta del riso, dei rametti spezzati diventavano carote… Insomma, la piccola si dava da fare con creatività e fantasia, raccogliendo e combinando tra loro diversi ingredienti, che risultavano sempre sufficienti per poter realizzare dei pasti di almeno venti portate, colorati e interminabili.
Dal canto suo, quel gioioso ragazzino sembrava non avere grandi pretese, né gusti difficili. Portava avidamente alla bocca tutto ciò che Lia gli porgeva simulando gradimento, sassi compresi. Solo quando era certo di non essere più osservato dalla dolce ragazzina, rivoltava la sua posata, lasciando scivolare a terra, un po’alla volta, le golose pietanze, gettando tutto nel prato.
Marco non poteva certo definirsi un gran chiacchierone, tuttavia aveva raccontato a Lia di amare la sua città quanto adorava la montagna. Non poteva vantarsi di avere molti amici. A dirla tutta, non ne aveva nemmeno uno. Probabilmente non era stato fortunato, o non ne aveva ancora incontrati di veri.
Le poche volte in cui Marco si prodigava in un discorso piuttosto lungo, Lia ascoltava incantata, senza batter ciglio, ma si domandava come diavolo potesse accadere che un ragazzo così speciale, pur abitando in una grande città, dovesse faticare tanto per legare con i suoi coetanei. Tuttavia, senza ammetterlo, il motivo lo aveva già dedotto. Più volte aveva notato tremare quelle rosee stelle marine come se fossero state appena ripescate dal maree e subito esposte all’aria. Inoltre aveva osservato in più occasioni le sue belle gote paffutelle accendersi e tingersi di un rosso vivo simile al colore di un corallo. Se soltanto avesse posseduto il coraggio per riuscire a poggiare anche un solo orecchio sul petto del ragazzino, avrebbe udito lo sciabordio continuo delle onde che si infrangono sugli scogli.
Quando terminava la cena, proprio come fa il mare quando si ritira con la bassa marea, Marco si esibiva in un inchino davvero buffo e tornava frettolosamente verso il bosco, lasciando per Lia, dietro di sé, una scia di conchiglie colorate, un mucchietto di piccoli pesci boccheggianti, e molti altri cimeli preziosi e immaginari.

Una volta era persino capitato che le dita sottili della piccola sfiorassero per meno di un secondo quelle di Marco, non si può dire che i due si fossero toccati, ma Lia aveva lasciato cadere il piattino e tutto ciò che conteneva le si era rovesciato sui piedi, proprio come fanno a carnevale i coriandoli. In quel preciso momento gli occhi di Marco erano diventati enormi, rivelando a Lia i tesori celati nelle misteriose profondità dell’oceano e tutte le meravigliose creature che lo abitano.
Rimasta sola, non avendo più nulla di importante da fare, Lia rimaneva seduta ancora un po’ sulla panca in giardino. Aveva lo sguardo pensieroso sempre puntato sui piatti vuoti. Un’espressione abbastanza simile veniva riflessa dai vetri, e in alcuni punti si era creata una spessa patina di condensa che Lia si ostinava a cancellare con la sua manina. Era piuttosto infastidita dall’immagine che la finestra le restituiva e che conferiva al suo giardino un sentore di distanza, di passato, quando questo era ancora lì, proprio davanti a lei, a portata di mano. Quel brutto temporale proprio non voleva saperne di finire!
L’orologio appeso alla parete segnava ormai le 18:30. Lia era abbastanza sicura che Marco, quel giorno, non sarebbe più venuto.
Un piattino rosso veniva trascinato dal vento per tutto il giardino. Era stata proprio stupida! Non aveva pensato a ritirare le stoviglie per tempo: di sparecchiare la tavola se n’era dovuto occupare il temporale. Lia si domandava se fosse riuscita a ritrovare tutte le sue stoviglie; e inoltre
non una pietanza sembrava esser sopravvissuta al maltempo: sul tavolo erano rimaste solo due ciotole colme di acqua piovana, che straripava addirittura dal bordo. Anche nel caso in cui Marco si fosse fatto vivo, non avrebbe trovato più nulla.
“Sei ancora alla finestra? Sembra che tu non abbia mai visto piovere!”
Lia arricciò le labbra in una smorfia che sua madre non poté fare a meno di notare dal vetro.

Quando cessò di piovere era ormai buio pesto e Lia si rigirava nel letto senza riuscire a dormire. Avrebbe dato qualsiasi cosa per poter accertarsi subito dei guai causati da quel tremendo temporale, ma i suoi genitori non le avrebbero mai permesso di uscire in giardino a tarda notte. Si alzò di scatto, poi si ributtò giù, con la ferma intenzione che, l’indomani, avrebbe parlato di Marco ai suoi genitori; e così, finalmente, avrebbe potuto giocare con lui come si deve, sulla panca del suo giardino. E qualora le si fosse presentata una buona occasione, non avrebbe certo esitato a prenderlo per mano.

GIULIO IL FESSO.

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Sentito il trillo della sveglia, era balzato ģiù dal letto. Lo attendevano le consuete otto ore di fabbrica. La sera precedente aveva guardato la tivù, davano un film di supereroi, poi era andato a dormire, ma prima di prendere sonno si era rigirato più volte nel letto.
Quella mattina, con maggior intensità del solito, aveva realizzato di non aver combinato mai nulla di buono nel corso dei suoi cinquant’anni di vita. Se solo avesse potuto tornar utile a qualcuno, se solo fosse riuscito a compiere almeno una buona azione, finalmente la sua esistenza avrebbe acquisito un senso.
La vita coniugale altro non era che un ricordo lontano: qualcosa era andato storto. Di comune accordo i due coniugi avevano optato per una separazione, mettendo così fine a una serie interminabile di litigi e al terribile incubo rappresentato dal loro matrimonio.

Prima di buttar giù il solito caffè, rigorosamente amaro a causa di un principio di diabete, ancora assonnato si era trascinato in soggiorno. Dopo aver spalancato la finestra e aver tirato su le persiane, era stato travolto da una folata di aria gelida, che l’aveva fatto rabbrividire. Per qualche istante si era soffermato a guardar fuori, più per abitudine che per altro. Tutte le mattine osservava dal terzo piano la via principale; era ancora silenziosa e deserta, al punto che un qualsiasi rumore improvviso – come lo sgocciolio della pioggia o l’abbaiare di un cane in lontananza – sarebbe risultato fastidioso quanto un rullo di tamburo. Le strette vie del centro erano soffocate dagli edifici che, in quella parziale assenza di luce, davano l’impressione di esser stati ritinteggiati di nero durante la notte. Al risveglio, Giulio non provava nessun senso di eccitazione, né provava alcun sentimento di gratitudine verso quel destino che gli aveva regalato una salute piuttosto buona, mettendogli davanti la reale possibilità di vivere a lungo e bene.
Le campane batterono sei rintocchi e Giulio si scoprì a invidiare le persone di fede, che per il solo fatto d’aver recitato una preghiera o aver partecipato alla Santa messa, si sentivano felici. Lui non aveva più varcato la soglia di una chiesa dal giorno in cui si era unito a Sandra nel sacro vincolo del matrimonio, più o meno convinto di amarla, con in cuore il desiderio sincero di renderla felice. La causa principale della conseguente separazione, o perlomeno una sua buona parte, era imputabile alla sua eccessiva taccagneria. Sandra desiderava viaggiare quanto più possibile, la sua priorità era il divertimento; se ne infischiava delle faccende domestiche e intendeva godersi la vita. Per contro, Giulio viveva in maniera molto semplice, era un abitudinario dedito al lavoro, e anche al risparmio, che soleva smorzare sul nascere l’entusiasmo e ogni desiderio di sua moglie, negandole ogni richiesta e sminuendo ogni suo bisogno.
Non era mai stato un uomo altruista: odiava ricevere regali almeno quanto odiava dispensarli, e mai gli era capitato di offrire qualcosa a qualcuno, men che meno un misero caffè. Inoltre fingeva di non sentire, o peggio di dimenticarsene, qualora fosse stato necessario anticipare una somma di denaro, o nel momento in cui avesse dovuto restituire dei soldi a chichessia.
All’improvviso Giulio si era reso conto di quanto, nel corso della sua scialba esistenza, avesse sempre pensato solo a sé stesso.
Così, dopo aver abbandonato il pigiama ancora tiepido appallottolato malamente sul letto, si precipitò giù, in strada.

In testa gli era balenata un’idea grandiosa. Afferrò il telefonino che teneva in tasca, accingendosi a effettuare una breve telefonata al suo datore di lavoro per darsi malato.
Le vie pian piano cominciavano ad animarsi; quella mattina tutte le persone parevano avere qualcosa di importante da fare.
L’uomo si era appena avviato a piedi in direzione del centro, quando nel vicolo tuonò una voce a lui familiare: “San Siro si è allagato: troppi interisti in lacrime!”
In caso di sconfitta della propria squadra del cuore, Giulio era uno di quelli che mal sopportava che qualcuno ne facesse il nome.
Ebbene, si era ritrovato faccia a faccia con l’amico Giacomo, che, ben avvolto in una sciarpa della Juventus a causa del gran freddo, se la ghignava fissandolo con uno sguardo provocatorio e con un’aria di sfida.
Giulio aveva sentito aumentare la pressione sanguigna, aveva percepito tutta la muscolatura irrigidirsi, e la bocca gli era rimasta spalancata in seguito a uno spasmo involontario. Avrebbe emesso volentieri una bella imprecazione, invece si rammentò dei suoi buoni propositi, per cui si limitò a tirare un sospiro ingoiando il rospo. Deglutì, contò fino a dieci, e poi proseguì fino a venti. Sudando freddo, serrò le labbra contraendole in una smorfia, che sarebbe bastata ad esprimere il più grande disgusto, ma all’ultimo momento, facendosi quasi del male, la ricacciò indietro.
Evitando di incrociare lo sguardo dell’amico cretino, tirò dritto ignorandolo. Accelerò il passo e appena voltò l’angolo lo udì gridare: “Giulio, sei sicuro di star bene?”
Quando sbucò su una via secondaria, finalmente si sentì al sicuro.
Realizzò di esser tornato calmo e ricominciò a guardarsi intorno.
Gli sovvenne che da almeno un mese non aveva sentito sua madre al telefono; i due avevano sostenuto una discussione in merito all’ennesima questione economica famigliare. Giulio prese di nuovo in mano il cellulare e compose il numero della madre; scusandosi per la fretta, questa si congedò subito, dicendo al figlio che una sua cara amica era venuta a trovarla.

Il semaforo pedonale era ritornato rosso. Giulio notò una signora molto anziana, magra, così tanto magra che, nel vederla, chiunque si sarebbe chiesto come facesse a stare in piedi. La donna reggeva una borsa pesante con una mano, e con l’altra un massiccio bastone da passeggio.
Con tre balzi veloci Giulio le fu accanto, e proprio mentre si apprestava a distendere il braccio nel tentativo maldestro di afferrare il pesante sacco, un colpo forte e ben assestato sulla sua testa lo tramortì.
“Non si vergogna?”, sbraitò la donna; e, adirata, subito aggiunse: “Scippare la borsa della spesa di una povera vecchietta… lei brucerà per sempre all’inferno!”.
Per fortuna non un’anima viva sembrava aver assistito al ridicolo accaduto. E, inoltre, quell’arzilla signora non voleva sentir ragione. I suoi piccoli occhietti, tanto vispi quanto raggrinziti, carichi di austerità e disprezzo, senza palesare alcuna paura, fissavano il poveretto. Giulio trovò a malapena la forza di balbettare: “Ma io intendevo soltanto aiutarla, lei… Lei deve credermi!”. Per tutta risposta, con un vocione che pareva provenire dagli abissi, la donna gridò: “Non ti denuncerò se è questo che temi. Ti consiglio però di sparire in fretta, prima che mi parta l’embolo e cambi idea!”.
Ancora intontito da quel colpo molto ben assestato, Giulio cominciò a correre, rischiando persino di inciampare nell’ennesimo tombino sconquassato lungo la strada.

Solo quando fu abbastanza lontano dal luogo del malinteso, osò rallentare il passo. Ancora trafelato e dopo essersi asciugato col fazzoletto la fronte madida di sudore, si rimise alla ricerca della sua buona azione.
Una piccola folla si accalcava all’ingresso del supermercato attendendone l’apertura. Giulio notò l’immagine del suo volto riflesso in una vetrina. All’improvviso si rese conto di quanto il suo aspetto riuscisse a regalare un’impressione poco raccomandabile: la barba incolta di una settimana, la fronte rugosa, le sopracciglia lunghe e spettinate, i ciuffi di peli che gli facevano capolino dal naso; era ben chiaro che il suo viso era sciupato da un’insonnia cronica.

Un cane randagio di piccola taglia, con il pelo zozzo e arruffato, perlustrava affamato il grande parcheggio; fiutava ovunque alla ricerca di una possibile presenza di cibo. Notandolo, Giulio mosse alcuni passi, intendendo avvicinarsi a quella creatura indifesa, che senz’altro avrebbe potuto elargirgli una gran dose di amore incondizionato; ma questa si irrigidì, si inarcò, e prese pure a ringhiare digrignando i denti, trasformandosi in un essere alquanto mostruoso.
Una voce metallica, diffusa da alcuni altoparlanti, venne in suo soccorso. La terribile bestia scappò e si allontanò rapida all’echeggiare improvviso dell’annuncio: “Sono le nove, l’ipermercato apre e augura a tutti i clienti una buona giornata.”
Per come stavano andando le cose, al povero Giulio si sarebbe potuto dire davvero tutto, ma non che quella fosse una buona giornata. Tuttavia l’uomo si rese conto che era ancora mattina presto, quindi ritrovò un briciolo di speranza di poter compiere almeno una buona azione. Si aggirò piuttosto nervoso per le corsie del negozio e osservò i presenti uno per uno, finché s’imbatté in un bambino di circa quattro anni che disteso per terra, in prossimità della corsia dei giocattoli, urlava e piangeva a dirotto. Si lamentava con la sua mamma: “Non mi compri mai niente. Cattiva, sei davvero cattiva! Uffa, io lo voglio…”.
Con un fare fin troppo paziente, la giovane donna tentava di spiegare le sue motivazioni: “Oggi non posso spendere altri soldi, te l’ho già detto! Se ti comporterai bene e avrai pazienza, può darsi che Babbo Natale te lo regalerà.”
“Babbo Natale non esiste!”, gridò disperato il bimbetto, mentre il muco nasale già gli fuoriusciva dalle narici allungandosi in maniera elastica, fino a sfiorargli il labbro superiore.
Giulio si accovacciò accanto al bambino e gli sussurrò: “Oh sì, Babbo Natale esiste eccome!”.
Per tutta risposta, il discolo gli fece una pernacchia a un palmo di naso, riuscendo a sputacchiare il più recondito angolo del viso di Giulio.
A quel punto intervenne la madre, sollevando il piccolo di peso e mollandogli due forti meritate sculacciate, poi lo trascinò all’uscita, mentre il piccolo strillava come indemoniato.
Giulio fu colto dallo sconforto. Qualsiasi azione avesse intrapreso fino a quel momento e con la migliore delle intenzioni, si era rivelata del tutto sbagliata. Avrebbe senz’altro fatto meglio a rinunciare: la bontà non gli si addiceva per niente. Anzi, a ben pensarci, gli strilli del marmocchio petulante l’avevano proprio infastidito!

Sospirò ancora, e ancora, e ancora. Non sarebbe riuscito a realizzare il suo obiettivo, perciò si limitò ad acquistare una ventina di scatolette contenenti cibo per animali, lasciandole poi ricadere nel contenitore adibito alla raccolta volontaria per il canile.
Aveva appena deciso di arrendersi, quando scorse in fondo al parcheggio, in controluce davanti a un sole smorto, una sagoma piuttosto strana. In seguito realizzò la presenza di una donna, che indossava una gonna talmente lunga da sfiorare l’asfalto. Questa, chinandosi con il busto, tendeva ripetutamente la sua mano verso i passanti. Giulio le corse incontro.
“Buongiorno. Piacere, io sono Giulio. Qual è il suo nome?”
La donna lo osservò stranita, e dopo aver dichiarato di chiamarsi Jolanda, aggiunse: “Oggi no mangio. Per favore dai moneta me!”
“Non ti darò solo qualche moneta, io farò molto di più: ho piacere di regalarti tutta la spesa!”, le rispose Giulio, con estrema convinzione.
Gli occhi della donna si accesero di uno strano bagliore, e, senza pensarci su, dichiarò, abbozzando un sorriso: “Grazie, però, molto meglio soldi. Spesa dopo. Servire me anche surgelati e sono qui fino a tardi.” La donna non dimostrava più di quarant’anni, era parecchio sudicia, però non nascondeva di avere addosso parecchi gioielli.
Notando tutto quell’oro, Giulio fece un balzo indietro, tuttavia, ma solo in un secondo momento, si convinse dell’illegittimità del suo pensiero: se la donna avesse comunque posseduto quei gioielli senza mostrarli? Perché mai avrebbe dovuto liberarsene prima di chiedere l’elemosina? Talvolta oggetti simili detengono un valore affettivo oltre che economico, dunque avrebbero potuto appartenere alla madre, alla nonna, o magari esserle stati donati da un affetto davvero importante.
Quando Giulio si convinse – e non gli occorse poi così tanto – , mise mano al portafoglio per estrarre tutte le banconote che vi erano rimaste. Sudando freddo le porse alla signora: “Prendi, è tutto quello che ho.”, le disse balbettando.
Fu allora che Giulio si percepì finalmente soddisfatto, e sentì addirittura le farfalle dentro allo stomaco, o qualcosa del genere. Se solo avesse potuto comprendere prima cosa si prova nel compiere una buona azione, di sicuro non avrebbe atteso tanto a lungo per realizzarla.
Jolanda era impassibile, il suo volto era privo di espressione; viceversa Giulio era in estasi e sprizzava gioia da tutti i pori: quei soldi sarebbero bastati a sfamare per una intera settimana la famiglia di Jolanda; o magari una parte di essi sarebbe stata impegnata nell’acquisto di un biglietto, che avrebbe permesso alla donna di ricongiungersi ai suoi genitori lontani, o addirittura ai suoi nonni ormai ammalati. Perché qualcuno di davvero importante doveva esistere anche per lei, qualcuno di così speciale che aveva desiderato donarle quell’oro. Perché Giulio le credeva, o forse preferiva non credere alle dicerie della gente, che spesso addita i nomadi accusandoli di furto; in ogni caso, ciò che premeva alla sua coscienza, era il sentirsi finalmente felice e appagato.
Era diventato buono, era solo questo a contare, nient’altro.
All’improvviso si sentì travolto da una gran leggerezza d’animo e si rese conto che il grande pino, proprio al centro del parcheggio, era stato già addobbato, e che le vetrine del supermercato, come pure quella del giornalaio, erano state decorate in occasione del Natale.
Mentre si era incantato col naso all’insù, continuando a sorridere come un ebete nonostante il dolore alla testa, sull’altro lato del parcheggio transitava un’auto. Giulio non si accorse che Jolanda gettava dal finestrino un mozzicone di sigaretta, poi accelerava e sfrecciava via, a bordo di un BMW rosso fiammante, nuovo di pacca.
Senza smettere di fischiettare,
Giulio si avviò saltellando verso casa sua. Era presto, era solo la metà di novembre, eppure gli sembrava già di percepire una magica atmosfera natalizia.
Pensò che si era sempre comportato come uno stupido: tutto sommato gli era bastato così poco…

LA SIGNORA PIA.

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Questa casa, un tempo, doveva esser stata piuttosto accogliente”.
“Qui, sul citofono, si riesce ancora a leggere un nome: Pia, Pia Pozzoli. Ti dice qualcosa?”

Pia era una bambina curiosa, ma era anche un po’ strana. Strana perché a tutti regalava l’impressione di essere sempre intenta a pensare, e soleva farlo più spesso di quanto capita a un adulto.
Mentre qualcuno le parlava, lei aggrottava la fronte, tenendo a lungo lo sguardo fisso nel vuoto. Si distraeva facilmente, osservando le nuvole o l’orizzonte, oppure reggeva e rigirava di continuo tra le mani qualunque cosa che le fosse capitata a tiro: poteva trattarsi di una penna, di un fuscello di legno, di un soprammobile. Anche osservando gli oggetti comuni, lei riusciva a scovare sempre una sfumatura di colore, piuttosto che una leggera variazione della materia, una ruvidità inaspettata, un disordine nella trama, o il più minuscolo difetto. Insomma, si perdeva ad osservare cose che la maggior parte della gente non si sarebbe nemmeno presa la briga di considerare. E, infine, cercava la spiegazione logica di tutto.
Pia era in grado di fantasticare in una maniera tutta sua. E, per quanto le sue idee, che senza tregua le affollavano la testa, potessero risultare a dir poco geniali, apparivano talvolta fin troppo grandi per una bimbetta della sua età. Non risultava simpatica, né si poteva definire una chiacchierona. Quando era obbligata ad esprimersi, utilizzava un linguaggio così tanto forbito che, spesso, poteva dare sui nervi.
Tuttavia, dentro di sé, Pia coltivava un’infinità di sogni pazzeschi: desiderava colorare di rosa la Tour Eiffel, magari nebulizzando la pittura da un aereo in volo; oppure, osservando la fotografia del Colosseo, ragionava su come poterlo riparare, e, talvolta, si incantava persino a osservare dalla sua finestra la montagna che dominava la campagna circostante: stava valutando un modo per riuscire a incidere il suo nome su quelle pendici, in modo che si sarebbe potuto leggere anche a svariati chilometri di distanza. Per contro, non le importava nulla di tutte le cose che dicono o che fanno i bambini e non era interessata ai loro giochi, e nemmeno ai loro stupidi passatempi.

“No, io non mi ricordo di lei. Hai detto che è mancata tre anni fa, giusto?”
“Sì, ha campato per ben novant’anni.”

Quando Pia frequentava la scuola elementare e si ritrovava a dover studiare storia, provava una grande invidia per tutti quei grandi personaggi, che, per un motivo o per l’altro, erano riusciti a farsi ricordare nel corso degli anni, o addirittura lungo il corso dei secoli: Giulio Cesare, Leonardo Da Vinci, Galileo Galilei, Darwin.
E proprio grazie al suo sussidiario, si fece strada in lei l’ossessione che in seguito tormentò la sua lunga vita.
Pia era incuriosita da tutto. Un giorno, appena rincasata dopo aver partecipato a una Santa Messa domenicale, espresse alla madre il desiderio di imparare a suonare il pianoforte. In chiesa le era capitato di far caso al suono dell’organo, la cui viva e vibrante melodia aveva risvegliato in lei il desiderio autentico di diventare una musicista. Sua madre accolse con entusiasmo la richiesta. Trascorsero due settimane, e Pia prese la prima lezione privata. Apprendeva con facilità, grazie alla sua intelligenza; era una ragazzina caparbia, metodica, diligente nello studio. Imparava con naturalezza ogni genere di scala, gli accordi più difficili, e persino i solfeggi. Eseguiva in maniera sciolta gli esercizi che le avrebbero permesso di mantenere la corretta posizione delle dita sui tasti. Lezione dopo lezione, e anche piuttosto in fretta, diventava sempre più capace.
“Riuscirò a comporre una musica che risuonerà in tutte le radio e nelle orchestre di tutto il mondo!”, aveva esclamato allegra, una sera, abbracciando la madre, prima di andare a dormire.
Pia non si era limitata a suonare il pianoforte: grazie a un innato orecchio musicale e a uno spiccato senso del ritmo, maneggiava con scioltezza le nacchere, batteva grintosa sul tamburello, strimpellava la chitarra scordata che apparteneva a suo zio, e se la cavava persino con la vecchia fisarmonica del nonno, che nessuno sapeva di avere ancora e che era stata rinvenuta per caso, dentro un sacco di plastica, in cantina.
In egual misura, Pia amava anche la poesia. All’età di undici anni vinse un concorso scolastico per il quale era stato richiesto un componimento in rima. Fu fotografata con un largo sorriso e le venne dedicato un articolo che fu pubblicato su un giornale locale.
Dopo quell’evento, Pia si mise in testa di poter comporre, oltre alla musica, anche i testi delle canzoni, che presto si tramutarono in poesie, e che poi diventarono racconti di vario genere. Alla sera si ritagliava il tempo necessario per tenere un diario personale. Era costretta ad incollare sulle pagine, come appendici, dei fogli a righe, dato che lo spazio a disposizione non risultava sufficiente per raccontare le sue giornate. Tutte le sue agende erano stracolme, gonfie come un enorme ventaglio, e richiuderle era un’impresa impossibile.

“Ma, come può essere che io non l’abbia proprio presente? Sono nata qui, mi sarà pur capitato di incontrarla, che so!, per strada, oppure da qualche parte!”
“Sulla tomba, al cimitero, non c’è nemmeno una fotografia, e a malapena si riesce a leggere la sua data di nascita!”.

Pia non aveva mai trascurato l’arte e il disegno. Aveva eseguito alcuni ritratti. Con una matita riusciva a copiare qualsiasi cosa in maniera quasi perfetta, mancava però di talento nello stendere il colore. Tutte le volte che aveva provato a dipingere qualcosa, era stata sempre costretta a buttare via tutto.
Sin da ragazza adorava leggere libri di ogni genere: biografie, saggi, romanzi, ma aveva sempre privilegiato quelli indirizzati ad un pubblico adulto. Sugli scaffali della modesta biblioteca comunale del suo paesello non c’era volume che non avesse sfogliato, o almeno tentato di leggere. Vi trascorreva intere ore, dopo la scuola, soprattutto durante i pomeriggi più freddi, d’autunno e d’inverno. Leggeva, sognava, e volava via, lontano. Di tanto in tanto, soleva perdersi ad osservare oltre la grande vetrata, sognando di essere protagonista di una meravigliosa storia di cui era appena venuta a conoscenza. La vecchia bibliotecaria le sorrideva sempre. Una volta le confidò: “i giovani dovrebbero somigliare tutti a te, invece, questa piccola biblioteca è spesso deserta. Sai, i libri ci chiamano, eppure sono pochi coloro che riescono a sentirli, che desiderano ascoltarli davvero.”
Pia immaginava che ciascuno di quei volumi potesse celare un proprio e misterioso alito di vita e riuscisse a vantare una propria voce. Anzi, doveva essere proprio così: per scrivere, si dice che uno scrittore debba dannarsi con anima e corpo. Così, riga dopo riga, pagina dopo pagina e capitolo dopo capitolo, l’essenza dell’autore doveva esser stata assorbita dalla carta, doveva esserci caduta, scivolata dentro insieme alle parole, insieme alle idee.
Pia, quella sera, lasciò la biblioteca canticchiando e saltellando: era felice. D’accordo con sua madre, sarebbe rientrata a casa prima che fosse calato il buio.
Pia pensava spesso alla morte, ma non ne aveva timore. A tormentarla, piuttosto, era un solo chiodo fisso: quando non fosse più esistita, e qualora fossero mancati anche i suoi cari, nessuno avrebbe serbato memoria di lei.
Doveva fare qualcosa. Intendeva lasciare al mondo un segno del suo passaggio. Prima o poi ce l’avrebbe fatta, sarebbe riuscita a compiere un gesto che sarebbe stato ricordato per sempre. Per sempre, quelle parole conservavano un fascino assoluto, avevano suono straordinario, tanto che Pia decise di utilizzarle come titolo per il suo romanzo. Dopo aver cenato, con la testa sempre persa tra le nuvole, si mise all’opera. Avrebbe cominciato a scrivere un libro, il suo. Vi avrebbe riversato dentro anima e corpo, tutti i pensieri. Sarebbe stato un successo, così, tramite il suo lavoro, Pia avrebbe acquisito un po’ di immortalità, contaminando la vita degli altri, e spingendosi oltre la sua limitata esistenza.

“La persiana è sganciata e il vetro della finestra è rotto. Fammi dare almeno una sbirciata, sono curiosa!”
“Qui c’è scritto che la casa è pericolante, non sarà pericoloso?”

La signora Pia, in vita sua, non aveva mai traslocato. Furono i suoi genitori a trasferirsi in un nuovo appartamento più piccolo, quando lei annunciò di voler sposare un ragazzo, che, subito, dovette arruolarsi per la guerra, e che, quando ritornò, era già diventato un uomo.
Pia non credeva nella fortuna, era convinta non fosse destinata a restare troppo a lungo nello stesso posto, e, difatti, accadde che quell’amore si dissolse in fretta, troppo in fretta, proprio come era arrivato.
La signora Pia aveva pianto per giorni interi quando il marito l’aveva lasciata. Era rimasta sola, sola in quella casa parecchio umida, diventata troppo piccola per contenere tutti i ricordi e fin troppo grande per riuscire a gestirne gli spazi.
In un angolo del soggiorno crepitava il camino, sul lato opposto attendeva silente il pianoforte. Ovunque erano stati sparpagliati dei fogli che mostravano disegni insensati o parole inutili. Il piccolo divano a due posti era invaso da pile storte di libri già letti, e qua e là, poggiati sul mobilio, c’erano oggetti di ogni genere che non sarebbero serviti a un bel niente.
Pia, travolta da un’ondata di isterismo, gettò nei sacchi dell’immondizia tutto ciò che le capitava tra le mani. Quando ebbe finito, quella stanza non le parve più la sua.
Talvolta la assaliva una specie di nostalgia, che le faceva desiderare di poter vivere al mare. Non che la stretta vicinanza alle montagne le dispiacesse più di tanto, tuttavia la portava a provare più o meno la stessa sensazione regalata dai suoi capelli: erano morbidi, lisci, ma le sarebbero piaciuti di più se fossero stati ricci.
Cominciò a scrivere un secondo romanzo dato che il primo era rimasto in fondo a un cassetto. Con il senno di poi, non era nient’altro che una storiella adolescenziale, scialba e immatura.

“Là, guarda, vedo un camino!”
“Per la miseria, hai notato quanti fogli sono stati disseminati in giro? E quello parrebbe un giradischi. Sì, è proprio un giradischi. Magari funziona ancora, che peccato! Verrà di sicuro coperto dalle macerie.”

Pia ascoltava spesso i Queen, lei li adorava. Trovava originale la loro musica, la giudicava intramontabile. Aveva anche un debole per le sue pentole di acciaio inossidabile, per gli elettrodomestici della Zoppas, e per i calendari perpetui realizzati con i dadi di legno: ne possedeva addirittura tre. Amava i bambini, ovviamente quelli degli altri, ma anche quelli che non avrebbe mai avuto.
Odiava le rughe che, giorno dopo giorno, facevano la loro comparsa sul volto. Odiava quando cominciava a consumarsi la suola delle scarpe, e detestava anche quella sensazione di impotenza e di solitudine così tanto forte da toglierle il fiato. Tuttavia non aveva ceduto alla tentazione di prendere con sé un animale da compagnia, cosciente che, in ogni caso, avrebbe avuto un’esistenza troppo breve.
La signora Pia proprio non riusciva a star ferma, così ricominciò a scrivere, riprese a suonare e a disegnare. Non aveva mai smesso di pensare, perché aveva ancora troppi sogni da realizzare.
Quanto avrebbe desiderato possedere il cervello di Einstein, le mani di Monet, il talento di Paul Newman, Il carisma di Che Guevara, la creatività di Bach.
Doveva pur esistere almeno una cosa che avrebbe potuto realizzare in maniera magistrale. Ci pensò su per diversi giorni, poi si imbatté in un cartello pubblicitario affisso alla fermata dell’autobus e scritto alla bell’e meglio con un pennarello. Decise di iscriversi a quel corso di teatro.

“Ciao, cosa state combinando?”
“Stiamo curiosando dentro questa casa. Per favore, dicci che conoscevi la vecchietta che abitava qui!”
“No, mi spiace, non ne so niente. Quando avevo visto i paramenti, ricordo di aver chiesto a mia nonna. E neppure lei l’aveva vista in faccia, però era certa che si fosse ammalata, e, pace all’anima sua, nemmeno sapeva di cosa. Mi aveva raccontato che quella donna trascorreva ormai intere stagioni senza uscire di casa. Tutte le mattine mia nonna notava sopraggiungere il furgone del negozio di alimentari. Il conducente scendeva, suonava il citofono, poi eseguiva la consegna poggiando un sacchetto dietro l’uscio aperto dell’appartamento.”

La signora Pia si rimise al lavoro: il terzo romanzo. Il secondo era stato spedito qualche anno prima a un paio di case editrici, ma nessuno si era preso la briga di inviarle almeno una risposta. Si percepiva acciaccata, ormai non era più giovane, tuttavia era più o meno certa di aver raggiunto l’età ideale per scrivere. Era convinta che, per riuscire a raccontare bene qualcosa, bisognava aver maturato la giusta esperienza.
Ogni tanto suonava il pianoforte. La fisarmonica, invece, si era irrimediabilmente rotta. E aveva smesso con il teatro: aveva sognato di imparare a recitare, con la vaga speranza di approdare al cinema. Il successo non l’allettava: della fama in sé ne avrebbe ricavato poco, oppure niente. Le sarebbe però piaciuto essere immortalata, almeno una volta, in una pellicola; la considerava come una specie di assicurazione, per evitare di scomparire dalla faccia della Terra il giorno che fosse morta. Ma quello stupido regista, venendo a conoscenza delle sue capacità musicali, senza alcuna esitazione la mise dietro all’organo, rassicurandola: “il tuo ruolo è uno dei più importanti. Sai, in uno spettacolo, la musica è fondamentale”.
Pia mantenne fede all’impegno preso, ma a spettacolo concluso si dileguò, e abbandonò le scene per sempre.
In primavera, nella sala d’attesa del dottore, le capitò di notare un uomo interessante. Non portava la fede, e Pia dedusse che non fosse sposato. Accortosi di essere osservato, lui le sorrise. Beh, fece come meglio poté, tra un colpo di tosse e l’altro. Lei arrossì, si emozionò, ma poi provò tanta paura. Ormai, a cinquant’anni suonati, si sentiva troppo vecchia per certe cose. Lungo la strada del ritorno il vento tirava forte. E Pia l’aveva sempre odiato il vento.
Più l’età avanzava, più diminuivano le chances di realizzare il suo obiettivo.
Strappò con ira il pendolo dalla parete. Osservando alcuni passanti dalla finestra si rese conto di invidiare tutti, e perse di colpo ogni voglia di uscire.
Ormai teneva tutto il giorno le persiane chiuse. Nella casa le luci restavano sempre accese. Non guardava la Tv perché, a suo dire, non veniva trasmesso nulla di interessante. Si era data all’intaglio del legno, al ricamo, e per non annoiarsi risolveva cruciverba e parole crociate, di cui aveva fatto una gran scorta dal giornalaio, nel corso di una delle sue ultime uscite.
Il terzo romanzo era stato ultimato piuttosto in fretta, e, come il secondo, era stato spedito.
Tuttavia Pia non demordeva: pur di esser ricordata in eterno, era sempre stata disposta a tutto.
Una mattina si svegliò molto presto, forse a causa di un sogno, con in testa l’idea di compiere un gesto estremo. Sarebbe senz’altro riuscita a ottenere un articolo su tutti i giornali, e non giornali qualunque: avrebbe avuto la prima pagina delle testate più importanti, quelle nazionali.
Si sciacquò velocemente il viso con l’acqua fredda, indossò degli abiti comodi, poi afferrò un grosso coltello da cucina e lo infilò decisa nella lunga tasca interna del soprabito. Ma, giunta sulla soglia, ebbe un fortunato ripensamento, così richiuse l’uscio e ritornò in casa. Si rese conto che quella non sarebbe stata la maniera giusta per esser ricordata a lungo. Si accasciò al suolo stremata, piangendo, e si assopì ancora un po’, lunga e distesa, sul pavimento gelato.

“Chissà che polverone solleverà questa demolizione.”
“Già, domattina sarà meglio tenere ben chiuse tutte le finestre per evitare che ci penetri in casa.”

L’indomani, Pia, ritrovata la calma, cercò un numero di telefono sulle Pagine Gialle e fece una chiamata.
Un paio di settimane dopo, la sua casetta grigio cenere fu impalcata su ogni lato. Alcuni operai cominciarono a verniciare le mura e il cemento cinereo fu ricoperto con un vivace azzurro chiaro. In seguito, sulla facciata, sarebbero dovute comparire alcune nuvole bianche, ma, purtroppo, i vigili urbani, che già si trovavano nei paraggi, insospettiti da quello strano colore bussarono alla porta di Pia. Quando riapparirono nel cortile, ordinarono con tono severo l’immediata sospensione di quel lavoro perché mancavano i permessi necessari. Nel giro di qualche ora, la piccola casetta ritornò suo malgrado ad essere grigia. Pia non ebbe mai il piacere di veder realizzate quelle nuvole sulla propria casa, inoltre, in aggiunta all’inutile compenso che dovette elargire agli sprovveduti operai, si ritrovò a dover pagare una multa esagerata.
Quando Pia venne a conoscenza dell’esistenza di Internet, rispolverò il grosso computer che, per curiosità, aveva acquistato qualche anno prima. Alcuni tecnici le installarono un modem e trovò fantastico avere la possibilità di raggiungere una miriade di utenti in tutto il mondo. Così, nonostante la sua età avanzata, con molta fatica, fu presto in grado di aprire un blog. Poi si diede un gran da fare, postandovi numerosi scritti, alcune fotografie, e persino qualche suo disegno. Escludendo una scarsa decina di followers, capitati per caso e chissà come, nemmeno questa ennesima trovata riscosse il successo agognato.
Dopo una intera vita di ragionamenti, di studi, di teorie e di pratica, una lunga esistenza inseguendo obiettivi, sogni e speranze, Pia decretò che non avrebbe fatto più nulla: nulla di nulla. Le mani le dolevano, le gambe erano stanche. Il dottore, più o meno ogni due giorni, era costretto a passare da lei.
In casa ormai i libri sibilavano, gridavano tutte le sue invenzioni, si agitavano tutte le sculture sconquassate, e avevano tante cose da raccontare tutti i fogli di carta abbandonati ovunque. Ma Pia non sentiva, ma Pia non faceva più caso a niente.
I Queen, invece, tacevano. Tra le mura di quella casa avrebbero taciuto per sempre. Freddie Mercury era morto, la Zoppas aveva dichiarato il suo fallimento, il telefono poggiato alla mensola rimaneva impolverato e muto, e anche il campanello trillava soltanto per la consegna della spesa o per la consueta visita del dottore.
Lo specchio, appeso in soggiorno, lo stesso che, difficilmente, accettava di esser guardato, rifletteva le luci del giorno, poi, di notte, i tenui luccichii dei lampioni o dei fari delle auto di passaggio: erano solo delle sottili scie luminose che riuscivano a penetrare in casa dalle commessure delle tapparelle. Talvolta, nello specchio appariva di sbieco anche un volto vecchio, malato e stanco, un volto che era diventato quello di una sconosciuta.

“Però, è davvero strano che nessuno riesca a ricordarsi di questa signora.”
“Probabilmente sarà stata una di quelle persone solitarie, pigre, o anche fannullone, che non hanno combinato niente di buono nella loro vita.”
“Già, sarà andata così, come dici tu. Forza amiche, non perdiamo altro tempo. Sentite che razza di vento si sta alzando! Sarà meglio raggiungere il bar, vorrei una bella cioccolata calda. Brrr, qua fuori si gela!

CAMPACAVALLO 4.

Emma ha insistito a lungo affinché Gina accettasse un buon tè caldo. “Non si discute mai di cose importanti seduti a un tavolo vuoto!”, aveva esclamato con austera convinzione la donna, e poi, subito, si era defilata in cucina.
Un tendone rosso che incornicia la portafinestra del soggiorno ondeggia per via di ripetuti spifferi gelidi. Oltre i vetri alcuni robusti fiocchi di neve turbinano nell’aria; si intravede solo un susseguirsi di saliscendi innevati talvolta interrotto da qualche albero o da un isolato e circoscritto spiazzo piano. Un tintinnio di stoviglie scandisce il ritmo dei pensieri di Gina. La donna accavalla le gambe e distoglie lo sguardo dalla finestra e, ancora una volta, si ritrova a constatare come una minuziosa pulizia e un ordine meticoloso sempre regnino indiscussi nella bella casa dell’amica. Vuole molto bene a Emma sin dall’infanzia, ma più di una volta si è dovuta sorprendere, per poi subito pentirsene, di riuscire a provare nei suoi confronti anche un po’ di invidia. Nonostante Emma le sia coetanea, ha un aspetto fresco e giovanile. Il merito non è da attribuire solo al fisico asciutto e slanciato, perché anche il volto conserva una rara freschezza che le toglie almeno dieci anni. Inoltre bisogna ammettere che Emma si è sempre dimostrata una donna assai intelligente; così, osservandola, si è costretti ad apprezzarla in tutto e per tutto.
Gina si sforza di scacciare dalla testa le ricorrenti considerazioni sulla sua amica che sempre si originano spontanee nella sua testa, cercando di concentrarsi a imbastire al meglio il discorso che sta per farle. È stanca di tenere per sé il peso di quel terribile segreto; in fin dei conti un’amica deve essere d’aiuto nei momenti difficili e, d’altronde, se non ne avesse parlato subito con qualcuno, quella brutta storia l’avrebbe fatta di certo impazzire.
Emma riappare in soggiorno. Regge in mano un vassoio d’argento più lucido di uno specchio.
Le tazze di fine porcellana bianca rilasciano spire di vapore che sembrano conservare un potere ipnotico e spandono nell’aria un profumo acre e intenso.
“Adesso ci siamo, puoi sputare il rospo!”, dichiara Emma, mentre con un sorriso lascia scivolare un ben misero cucchiaino di zucchero dentro al suo tè. Quando è serena riesce ad apparire ancor più bella di quanto non lo sia già, soprattutto agli occhi stanchi e disillusi di Gina.
“Ebbene, si tratta di mio marito. Le ho provate davvero tutte, ma io non lo amo più!”
Le labbra carnose di Emma rimangono tese e immobili per qualche istante, poi si raggrinziscono e si contraggono in una smorfia di rammarico.
Emma resta per un po’ in silenzio, poi afferra il braccio di Gina appena sotto la spalla, e dopo essersi sporta verso di lei reclinando un poco il busto, le sussurra piano: “Resti fra noi: siamo nella stessa barca, mia cara!”
A questo punto, a rigor di logica, entrambe le amiche avrebbero dovuto piangere, o quantomeno rattristarsi un po’; invece, ignorando un accenno di lucidità che invano aveva tentato di velar loro gli occhi, scoppiano in una risata sguaiata.
La conversazione poi prosegue in maniera abbastanza serena, tra confessioni reciproche e sfoghi piuttosto allegri – ma mai privi di un certo isterismo –, aneddoti ingigantiti fino al limite dell’assurdo, e quanto d’altro sia in grado di produrre la mente di due donne ferite e turbate nel profondo. E credetemi: dei particolari di questo discorso è meglio che il narratore mantenga un certo riserbo e insieme a esso la propria e legittima dignità.
Ma quando, nel locale, risuona improvviso e inaspettato il nome del nostro caro amico Giuseppe, Emma scatta in piedi come una molla. Un lembo della tovaglia le rimane imbrogliato tra le gambe; questa scivola lungo tutto il tavolo, poi finisce per terra trascinando con sé il vassoio vuoto nonché il prezioso servizio da tè che finisce in frantumi sul parquet, provocando un boato terribile.
“E da quanto tempo te la faresti con Giuseppe? Rispondi!”
Gina, incredula e scioccata per l’assurda reazione dell’amica, riesce solo a balbettare: “Da… più o meno… sei… anni.”
“Sei anni? Sei lunghi anni hai detto? Logico. Bene. Perfetto! Sei anni. Ma certo, avrei dovuto sospettarlo! Io sarò stata una deficiente, ma quell’uomo è proprio uno stronzo!”
Dopo aver sfuriato e essersi resa conto di aver quasi spaventato a morte Gina, Emma tenta di ricomporsi, ma il suo viso, ancora sfigurato dalla rabbia, rimane paonazzo come quello di un ubriacone al quale venga strappata di mano la bottiglia.
A quel punto la conversazione prende una piega del tutto inaspettata: Emma scoppia a piangere, e Gina, più affranta di quando ha messo piede in quella casa, cerca invano di consolarla nonostante il suo amante sia stato anche quello di Emma. Sebbene l’amica sia in uno stato davvero penoso, Gina non può evitare di immaginarsela nuda, attraente e sinuosa, che serpeggia sopra Giuseppe.
“Da un po’ in paese circolano delle voci, delle brutte voci, alle quali io non ho mai voluto credere. Dunque è tutto vero! Si mormora che Giuseppe regali le sue attenzioni a diverse donne di Campacavallo. No, quello schifoso sporcaccione non la passerà di certo liscia! Io e te non glielo permetteremo, non è forse così, mia cara amica? Ti supplico, dimmi che sei con me!” Dopo aver pronunciato queste parole tutte d’un fiato, Emma estrae un fazzoletto dalla tasca dell’abito e si dà una bella soffiata di naso.

Gina rientra a casa sua trafelata, appena in tempo per anticipare solo di qualche minuto il ritorno del marito. Frettolosa si dirige in bagno, chiudendo a chiave la porta, nel tentativo di concedersi qualche minuto di solitudine: ha bisogno di riflettere molto bene sul da farsi.

Amici e clienti non si sono astenuti dal commentare quel nuovo film, che, diciamo pure così, aveva deluso le aspettative di tutti a causa dello scarso talento dell’attrice protagonista – e vi chiedo il favore di farla finita qui, e di accontentarvi della motivazione che vi ho detto –, poi hanno lasciato la bottega.
Come è logico che sia, Giuseppe si trattiene sempre ancora per un po’ nel suo locale per ultimare le pulizie e il riordino necessari a garantirne, l’indomani all’ora di apertura, il consueto aspetto pulito e decoroso.
Tuttavia, l’uomo par essere ancor più nervoso e irrequieto: non ha ancora ritrovato le chiavi della sua bottega. Comincia a credere di averle perse chissà dove, e si interroga mentalmente, senza tregua, per riuscire a indovinare che fine potrebbero aver fatto. Passa in rassegna ogni vano e ogni angolo, anche il più nascosto e dimenticato. E proprio quando, sfinito da tutto quel cercare, decide di fermarsi per qualche minuto a riposare poggiando il sedere su una sedia accostata al grande tavolo, percepisce proprio laggiù un dolore improvviso. Imprecando si inclina su un fianco, alzando un po’ una natica. La sua sorpresa è grande quando, tastando la seduta di spago con il palmo della mano, ne caccia fuori un mazzo di chiavi. Le osserva gioioso e rincuorato: sono proprio le sue! La grande “G” d’argento scintilla come un diamante colpito di sbieco dalla luce del lampadario che è appeso sopra il tavolo.
A preoccuparlo non era stato il pensiero che chiunque, grazie alle chiavi, potesse intrufolarsi, magari di notte, nella sua casa o nella sua bottega in cerca di chissà che; a Campacavallo, da che mondo è mondo, non c’era mai stata nessuna effrazione, né alcun atto realmente criminoso; era solo turbato dall’eventualità, seppur remota, di aver smarrito l’oggetto nel corso della mattinata, durante il suo incontro con Gina. Le chiavi avrebbero potuto scivolargli dalla tasca mentre era intento a spogliarsi nella camera matrimoniale dri coniugi, oppure, perché no, sarebbero anche potute cadere tra le lenzuola, proprio dritte in quel loro umido e gelido letto.
L’uomo tira un sospiro di sollievo. Ghigna: il suo consueto buon umore non ha stentato a ritornare, nonostante il suo fisico accusi una gran spossatezza a causa di quella giornata a dir poco difficile.
Dopo aver sciacquato anche l’ultimo bicchiere e averlo riposto sull’apposito ripiano del mobile bar, Giuseppe lancia un’occhiata di approvazione al suo locale. Si rimette i doposci e spegne le luci, poi per precauzione abbassa tutti gli interruttori del quadro elettrico; infine, finalmente soddisfatto, richiude l’uscio della bottega con due belle mandate, accingendosi a risalire la scalinata che conduce al piano superiore dove c’è la sua abitazione. Quando accede al suo appartamento tira un altro respiro di sollievo. Si toglie il cappello e lo poggia sul divano; dopo essersi concesso una lunga doccia calda, indossa il pigiama di flanella e si butta a corpo morto sul letto: finalmente si può permettere il gran lusso di riposare.

Anche dopo buttato giù mezzo bicchiere d’acqua nel quale aveva lasciato macerare almeno una quarantina di gocce di valeriana, Gina non riesce a chiudere occhio. Non fa altro che pensare e ripensare a Giuseppe, a Emma, e a chissà quante altre donne di Campacavallo che, a loro insaputa, si trovavano nella medesima orrenda situazione. È nervosa, non riesce proprio a smaltire la rabbia e la delusione che le mordono l’anima.
Fino a quel pomeriggio era certa di odiare suo marito. La annoiava e la infastidiva quel costante e caparbio disinteresse che pareva rivolgerle con una certa costanza; eppure, adesso, sentiva di detestarlo un po’ di meno: anzi, a dire il vero, quasi non percepiva più alcuna rabbia nei suoi confronti. Viceversa, era impegnata a lanciare ogni genere di maledizione a Giuseppe. Quel farabutto l’aveva sedotta, le aveva regalato un’illusione di gioia, ma, soprattutto, aveva osato rincuorarla, per anni interi, dandole a intendere delle false speranze; poi, tutto era andato a scatafascio in un istante, e a lei era rimasto in mano un pugno di mosche. Giuseppe aveva preso entrambe per i fondelli.
“Tesoro mio, le attività della bottega mi impegnano parecchio, dunque possiamo permetterci di incontrarci solo il lunedì mattina; e poi, sforzati di capirmi, tu sei sposata, e io tengo molto anche a tuo marito, quindi non possiamo osare troppo. Non è importante quanto tempo trascorriamo insieme, ma la qualità del nostro rapporto.”
Se solo quelle parole fossero state sincere, due ore settimanali sarebbero potute bastare e addirittura avanzare, nonostante Gina soffrisse tutto il resto della settimana quella mancanza, lasciando praticamente scivolare la sua esistenza in una attesa perenne dominata dalla tristezza. La relazione con Mario si era ridotta all’osso, a mera sopportazione.
D’altronde aveva desiderato credere a quel poco di buono, e ora ne pagava le conseguenze.
Non restava altro da fare che rischiare il tutto per tutto. Doveva trovare il coraggio necessario per affrontare Mario e confessargli almeno in parte l’accaduto, proprio come aveva promesso di fare Emma con il marito quella notte stessa.
Rimaste a secco di ogni genere di palliativo, dello svago sessuale e mentale che, malgrado tutto, veniva elargito loro da Giuseppe, le due amiche erano giunte a una conclusione: avrebbero troncato, una volta per tutte, quelle squallide relazioni da discount che da troppo tempo intrattenevano con i propri uomini ricevendo in cambio solo tanta frustrazione. Dovevano farlo, subito, e a ogni costo.

Mario, in soggiorno, è disteso sul divano e tiene una mano sulla fronte. Ha gli occhi chiusi, eppure non dorme.

(… continua).

CAMPACAVALLO 3.

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Echeggiano in tutta la valle i rintocchi delle campane: da poco ha smesso di nevicare. Il cielo è un po’ meno grigio. Le vibrazioni causate dagli ultimi colpi battuti a mezzogiorno distaccano dal tetto di un cascinale un grosso blocco di ghiaccio che, facendo un gran tonfo, ricade proprio accanto a Giuseppe mentre cammina sul margine della strada.
L’uomo sospira e si aggiusta il cappello: l’ha scampata per poco, davvero per un pelo! Se avesse lasciato la casa di Gina soltanto un secondo prima, quel macigno ghiacciato sarebbe piombato proprio sulla sua testa.
Escludendo le donne anziane, come pure quelle troppo giovani, Campacavallo conta una scarsa decina di belle signore che Giuseppe, nel corso degli anni, ha fatto tutte sue. Giuseppe ama tutte le donne! E queste rappresentano per lui una valvola di sfogo, un antidoto contro la noia; costretto a vivere le sue giornate al freddo e al gelo, le considera una fonte di sano tepore. Nel tentativo di soddisfare il suo bisogno, ogni mattina si concede una scappatella diversa e, salvo imprevisti, a ciascuna di loro ha assegnato un giorno della settimana: Gina di lunedì; la bella e statuaria Emma al martedì; al mercoledì tocca a Laura; giovedì è il turno dell’ammaliante Lisa e, infine, il venerdì è sempre dedicato a Silvia.
Per fortuna, a Campacavallo è sempre facile passare inosservati mentre si fa visita alle signore, soprattutto quando i loro mariti sono impegnati nelle attività offerte dalla bottega.
Nonostante Giuseppe si sia persino concesso una doccia rapida, riesce ancora a percepire un lieve sentore del sesso di Gina. Mantenendosi sul ciglio della strada, fischiettando e aggirando grossi mucchi di neve che i proprietari delle poche abitazioni affacciate alla provinciale hanno accatastato accanto ai propri cancelli, ritorna trionfante alla sua bottega.
Quando ricompare sulla soglia del negozio con il naso più rosso di una ciliegia matura a causa del troppo gelo, per tutti significa che è giunta l’ora di pranzo; occorre dunque terminare alla svelta l’ultima mano di poker e affrettarsi a rincasare, prima che le mogli diano in escandescenze. Mario sorride come un ebete: ha ricevuto un bel bacio dalla fortuna e afferra il malloppo che gli spetta: due belle e fruscianti banconote da cento Euro che sono rimaste al centro del tavolo e che, carico di aspettative com’era, per tutta la mattina aveva rimirato senza mai perderle di vista. Le scuote nell’aria più volte, poi le avvicina al suo naso aquilino; a questo punto inspira forte, e godendo da matti nel percepire quel profumo acre e intenso penetrargli le larghe narici, l’uomo emette dei gemiti gutturali che sottolineano il suo piacere. I compagni di gioco lo ignorano di proposito, ma così facendo gli lasciano intendere quanto siano invece invidiosi di quella vincita.
Senza degnarlo di uno sguardo, o, peggio, sforzandosi di mantenerlo basso e fisso sulla tovaglia, Geremia pulisce il tavolo.
“Com’è andata stamattina?”, gli domanda Giuseppe, senza alcun interesse.
“Bene, come sempre d’altronde”, risponde in maniera pacata Geremia. E poi, subito, aggiunge: ”Te l’ho detto mille volte: se qui ti sostituisco io, non hai nulla di cui preoccuparti. Ho già riposto l’incasso al solito posto, e adesso vado anch’io, ci rivedremo più tardi!”
Giuseppe accenna un sorriso talmente falso da sembrare quasi sincero. Dall’uscio, che è rimasto aperto, penetrano delle folate di vento così forti da riuscire ad agitare i lembi della tovaglia proprio come se fossero delle bandiere.
Fuori, Stanlio, che è esile come un grissino, si prodiga a sostenere Ollio, il quale, anche quella mattina, ha alzato un po’ il gomito. L’omone barcolla e rischia di cadere per terra dopo ogni passo, nonostante i suoi stivali, gravati da quel peso dell’accidenti, sprofondino nella neve alta, e ciò, a rigor di logica, sarebbe potuto bastare a sostenerlo.

Se qualcuno di voi riuscisse a osservare con i propri occhi questo viavai di uomini nei pressi della bottega, sbagliando penserebbe di aver a che fare con una banda di lazzaroni. In effetti la gente di questo posto ha un ritmo di vita molto lento se confrontato con quello tenuto dagli abitanti di un qualsiasi altro borgo di alta montagna. Chi si trova a Campacavallo può permettersi di lavorare solo per pochi mesi all’anno, quando le condizioni climatiche migliorano e l’esagerato manto di neve, che ricopre proprio ogni cosa, finalmente incomincia a sciogliersi piano piano. Sulla radura dapprima compaiono alcuni acquitrini paludosi, poi spuntano qua e là rari steli malmessi e giallognoli d’erba. Quando il tepore dell’aria diviene costante, si può assistere alla ricrescita di una timida vegetazione, che poi si inspessisce man mano che le pozze d’acqua dovute al disgelo vengono assorbite dal suolo.
Allora c’è finalmente qualcosa da fare: è possibile tagliare la legna, come pure condurre al pascolo il bestiame che, fino a quel momento, è stato recluso nelle stalle. Vien munto molto più latte, ben oltre il quantitativo necessario al fabbisogno del borgo, e, di conseguenza, è possibile ricavare tanto burro e tanto formaggio, che ben si vendono giù a valle; si raccolgono funghi, ortaggi, erbe selvatiche e medicinali.
Nei mesi più caldi alcuni abitanti lasciano Campacavallo per svolgere un lavoro temporaneo presso qualche località turistica non troppo lontana.
Insomma, nonostante la maggior parte dei Campacavallesi siano proprietari di edifici e di terreni talvolta sconfinati, restano dei poveretti che hanno imparato a vivere alla giornata centellinando i pochi ricavi ottenuti durante l’estate.

Mario lascia per ultimo la bottega. Tiene le mani in tasca, è di ottimo umore: ha appena realizzato che i duecento Euro che stringe nel pugno hanno un potere sicuramente speciale: riusciranno a tener calma e buona sua moglie Gina. Una volta impossessatasi di quel denaro, la donna non si sarebbe lagnata per almeno un paio di giorni.
Raggiunta la sua abitazione, Mario rivolge uno sguardo colmo di gratitudine all’affresco di San Leonardo e si fa il segno di croce.
Resi i dovuti omaggi all’effige, allentando la stretta della mano sinistra, permettendo al prezioso bottino di ricadere sul fondo della tasca, sfila gli stivali e li accosta accanto alla porta. Dopo essersi scrollato la giacca come al solito, onde evitare ogni possibile sgocciolio che Gina, di certo, non gli avrebbe mai perdonato, pigia la maniglia, spalanca la porta, e adagia il suo piedone umido sul pavimento. Vien subito travolto da una piacevole ondata di calore e realizza che nell’appartamento aleggia un invitante odore di cibo.
Gina non ama cucinare. Per pranzo e per cena, il più delle volte si limita a cuocere degli spaghetti sui quali rovescia un vasetto di sugo già pronto, che conserva nella credenza, e che è solita acquistare nel piccolo supermercato di Campacavallo.
Mario, ancora incredulo, tira su più volte col naso, domandandosi il motivo per cui Gina, ancor prima di esser stata messa al corrente della vincita, abbia deciso di darsi tutto quel disturbo.
Le si avvicina cauto, un po’ sospettoso, e si mantiene a dovuta distanza. Gina non si cura di lui, non si volta e nemmeno lo degna di uno sguardo. La donna si limita ad appoggiare ai lati opposti del tavolo due grandi fondine. Sono colme fino all’orlo di un cremoso risotto giallo zeppo di porcini. Mario ha già l’acquolina.
Senza neanche prendersi la briga di lavarsi le mani, si accomoda al tavolo intenzionato a divorare quella squisita pietanza. E’ piuttosto attonito, a causa dello strano comportamento di sua moglie. Infila un angolo del tovagliolo sotto il collo del maglione e, dopo aver trattenuto un attimo il respiro, più o meno come un tuono che all’improvviso rimbomba a notte fonda, trova la forza di esclamare: “Gina, tesoro! Apri bene le orecchie, stammi a sentire: stamattina, alla bottega, ho vinto duecento Euro!”. Gongolando e sorridendo proprio come farebbe un ebete, l’uomo batte una manata secca sul tavolo, poi vi lascia scivolare sopra le due banconote. Subito porta alla bocca una bella porzione di riso, senza curarsi di raffreddarlo. Presa un gran scottatura al palato, subito sgrana gli occhi che diventano sporgenti e gonfi, ossia piuttosto simili a quelli di un rospo. Un gran nugolo di vapore, dopo aver risalito il cavo orale, fuoriesce dalle sue labbra spandendosi nella cucina, e infine si dissolve piano insieme all’eco delle sue parole.
Gina rimane in silenzio, non osserva le banconote, guarda solo nel piatto. Con la forchetta gioca a rivoltare il riso che non ha ancora assaggiato. A quella notizia il suo volto non si corruga, ma nemmeno si distende; non c’è traccia della minima soddisfazione, non l’accenno di un sorriso, non lascia intuire nessuna emozione. La sua faccia rimane quella di sempre: resta proprio com’è.

Dopo aver digerito, e anche sonnecchiato per oltre un’ora con il sedere sprofondato nel divano mezzo sfondato, Mario decide di far ritorno alla bottega. Infila nuovamente gli stivali che ha lasciato sulla soglia, e nel preciso istante in cui il portone si richiude con un click metallico alle sue spalle, nota un oggetto piccolo e scuro che sprofonda nella neve. Si avvicina, si china per osservare meglio, poi decide di raccoglierlo. Lo osserva con una grande curiosità. Si tratta di una lettera in acciaio, una “G” di Giuseppe, a cui sono attaccate un paio di lunghe chiavi. Nonostante non gli appartenga, quel gingillo ha un aspetto così famigliare…
Mentre si incammina in direzione della bottega, Mario non può fare a meno di domandarsi come diavolo abbia fatto quel portachiavi a finire per terra proprio davanti a casa sua. E se quella mattina, per sbaglio, preso da un eccesso di euforia, lo avesse raccattato dal tavolo con le banconote senza accorgersene?
Tuttavia, avendo tenuto le mani in tasca durante tutto il tragitto del ritorno, l’uomo è certo che se ci fosse stato dentro qualcosa di estraneo, se ne sarebbe accorto ancor prima di perderlo.

Gina attende qualche minuto, poi sbircia dalla finestra che dà sulla strada. Vuole assicurarsi che il marito abbia imboccato la via principale. A quel punto ritorna in salone, afferra il cordless sul tavolino e compone un numero che conosce a memoria. Terminata la telefonata, si affetta a calzare i suoi Moon Boot e si precipita fuori, incamminandosi di buona lena.

Non è difficile indovinare in cosa possa consistere il passatempo che a Campacavallo, nel corso dei suoi tanti gelidi pomeriggi, tiene impiegati gli uomini.
Escludendo Stanlio, Ollio, e pochissimi altri, dopo aver pranzato, tutti ritornano in bottega. Siedono allegri consumando discrete quantità di liquore, nel tentativo di riscaldarsi un po’. Guardano e commentano dei film (per soli uomini, ovviamente) che Giuseppe si prende la briga di ordinare con regolarità nei negozi online. E sempre c’è anche chi, un po’ sopra le righe, o un po’ troppo su di giri, tira fuori un aneddoto comico assai, o qualche gradito pettegolezzo; e spesse volte capita che vengano svelati persino alcuni scabrosi particolari, intimi e personali. Ecco allora che, all’improvviso, Giuseppe drizza bene le orecchie: tutto ciò che accade a Campacavallo è di sua competenza, e lo è ancor di più se si tratta di sesso.

Mario è taciturno. Piuttosto passivo osserva lo scorrere del film sullo schermo; nonostante una continua visione di corpi sinuosi e nudi, mantiene un’aria assente grattandosi la testa di continuo.
Anche Giuseppe si perde tutto quello spettacolo. Non si è ancora fermato un attimo: rovista frenetico in ogni cassetto, poi nel vano della cassa; sposta una per una, per poi ridisporle, tutte le bottiglie poggiate nel mobile bar; e riorganizza ogni spazio secondo un proprio – e inarrivabile – criterio logico (o illogico). Infine coglie al balzo l’occasione per fare un po’ d’ordine anche in bagno, e già che c’è, sistema in lungo e in largo tutta la scaffalatura che è piazzata nel piccolo corridoio.

(…continua)

CAMPACAVALLO (Parte 2).


Nel corso degli anni la bottega di Giuseppe è diventata una specie di ritrovo per soli uomini. Tuttavia nessuno, mai neanche una volta, ha dovuto prendersi il disturbo di vietare l’accesso alle donne: diciamo che è andata sempre così in maniera naturale, e da che se ne serba memoria. A Campacavallo non c’è molto da fare, men che meno in pieno inverno. Chi, non più giovane, non ha ceduto alla tentazione di lasciare il proprio paesello alla ricerca di un lavoro stabile e remunerativo (o non ne ha mai sentito l’esigenza), ha sempre tirato a campare, badando ad alcuni capi di bestiame oppure coltivando un appezzamento di terra. Tuttavia, in questo lungo periodo di freddo glaciale tutti gli animali vengono lasciati nelle loro stalle, e le piante rattrappiscono, sopra o sotto la neve. Senza lamentarsi troppo, tutti attendono l’agognato tempo del disgelo. Comunque, a Campacavallo, non succede mai niente di nuovo. E cosa dovrebbe mai capitare? In questo paese di soli quattro gatti par quasi non accada mai nulla, nulla di così grosso che valga la pena di esser raccontato. Tutto è all’apparenza uguale a ieri, come anche a ieri l’altro, tranne la neve che è sempre di più.

Quando l’uscio si apre, un campanello trilla nel retrobottega. Allora Giuseppe raggiunge il centro del locale e si prepara ad accogliere i clienti. Saluta, sorride, afferra i giacconi e subito si dà un gran daffare per riporli in maniera impeccabile sull’attaccapanni a muro. Gli uomini si accomodano al tavolo e Giuseppe si defila dietro al bancone del bar, porgendo con cortesia a ciascuno la propria colazione: c’è chi si accontenta di un caffè liscio o macchiato (o tutt’al più corretto), e chi invece esige un bicchiere di grappa o anche del punch bollente, nel tentativo di togliersi di dosso almeno un pochino di freddo.

Paco, Pippo e Geremia sono sempre i primi ad arrivare; Giuseppe li considera degli amici, più che dei clienti. Poi, come sempre, fanno la loro comparsa anche Mario e Giulio. Di lì a poco, di solito, arriva anche Michele. Invece Stanlio e Ollio, due forestieri che provengono da lontano, dalla valle, e soprannominati così per via delle loro stazze, si presentano abitualmente dopo le nove.

Quando sono arrivati proprio tutti, solo dopo aver esaudito i bisogni di ciascuno, anche Giuseppe si accomoda al tavolo e comincia a tenere comizio. Sorride, è brillante, recita ogni giorno nuove barzellette, ha sempre la battuta pronta. Giulio, invece, è solito leggere il giornale, riportando a voce alta le notizie di prima pagina e dando il via a una serie di considerazioni per nulla costruttive (per non parlare delle imprecazioni che tira commentando gli articoli sul calcio). Inoltre, se qualcuno lascia a intendere che ha la necessità di reperire un qualche articolo, magari un attrezzo da giardinaggio, un capo di abbigliamento o qualsiasi altra cosa, Giuseppe, pratico nell’uso di Internet, si dà da fare, picchiettando i tasti del suo portatile ed eseguendo una rapida ricerca online. In breve tempo, dopo una conferma da parte dell’interessato, procede alla relativa ordinazione, intascandosi l’importo dovuto maggiorato della parcella per il servizio.

Campacavallo è talmente nascosto, che nemmeno le consegne di Amazon giungono puntuali, eppure lo shopping online è ritenuto da tutti una comodità innovativa.

I clienti della bottega amano dialogare con Giuseppe: è capace di ascoltare (che di per sé è una rara virtù), e riesce a essere addirittura d’aiuto. I clienti provano conforto nel confidargli i loro problemi, di ogni sorta, persino quelli familiari; oltre a un valido sostegno morale, ricevono sempre una possibile soluzione ai propri noiosi grattacapi. E grazie alle svariate chiacchierate intrattenute con i clienti nel corso degli anni, si può affermare con assoluta certezza che Giuseppe conosce vita, morte, miracoli, e persino il più recondito segreto di Campacavallo; è al corrente della più piccola bega sorta tra i suoi abitanti, e di ognuna delle loro peggiori (o forse migliori!) rogne. Giuseppe sa tutto di tutti!

Una volta presi in rassegna tutti i guai freschi di giornata, ecco che la piccola e rumorosa bottega subisce l’ennesima metamorfosi, trasformandosi in una sala da gioco. Tra un bicchiere e l’altro, sul tavolo, fanno la loro comparsa delle carte da poker. Allora, tutti i presenti sospendono ogni attività, concentrandosi nel gioco ed eseguendo le dovute puntate (mai troppo alte, ma nemmeno troppo basse). Ai propri tormenti esistenziali, per un po’, non pensano più. Tutt’al più litigano tra loro, anche insultandosi, ma sempre nei limiti e divertendosi in maniera piuttosto spensierata.

Dopo aver riposto la prima tranche dell’incasso giornaliero dentro la cassaforte a combinazione, che è stata ben nascosta sullo scaffale nel retrobottega, Giuseppe si accinge a calzare di nuovo i suoi doposci già asciutti. “Chi consuma paga!”, raccomanda a Geremia quando riappare sorridente nel salone, e lo incarica di sostituirlo per un po’. Quasi tutti i giorni, Geremia fa le veci del proprietario e in cambio riceve bevute illimitate e gratuite (mi raccomando, che resti tra noi!). Verso le dieci e mezza, dopo aver giocato almeno un paio di mani, Giuseppe annuncia di dover uscire un’oretta per sbrigare delle commissioni. Si calca ben bene il cappello sulla testa, poi lascia la bottega e fischiettando attraversa la sua proprietà. Il suo passo è veloce, i doposci affondano nella neve alta mentre si dirige verso il centro.

Le donne di Campacavallo, al contrario dei propri mariti, difficilmente si allontanano a lungo dalle loro abitazioni. Tutt’al più si recano al piccolo supermercato, ma tornano subito, dopo aver comperato il necessario e fatto due chiacchiere (nel più fortunato dei casi).  Nonostante la neve ricopra a perdita d’occhio proprio tutto, in casa ci sono da sbrigare un’infinità di lavori più o meno ripetitivi. In inverno i mariti battono la fiacca dalla mattina alla sera: si svegliano presto, eseguono male e solo in parte i propri compiti, poi escono e nessuno li vede più, fino all’ora di pranzo. A Campacavallo non c’è moglie che possa dirsi davvero contenta, e in special modo quando, dopo una mattinata trascorsa fuori all’insegna dell’ozio, il proprio marito osa rincasare affamato, e, per giunta, con il portafogli vuoto. Al tavolo da gioco, ogni tanto capita anche di vincere, ma nella maggior parte dei casi più di uno rimane spennato. Basti pensare che, poco prima di Natale, Mario riuscì a giocarsi addirittura la nuda proprietà di un lotto di terra situato ai piedi della cascata. Non appena confessò l’accaduto alla moglie, l’eco delle grida isteriche di Gina rimbombò fino a sera tarda, e per tutta la valle.

Giuseppe sbuca sulla strada principale. L’uomo oltrepassa l’edicola, poi passa davanti al Comune e prosegue oltre la chiesa. Si ferma poco dopo, dinanzi a una casa antica di sassi. Osserva bene a destra, poi a sinistra, e infine anche davanti a sé. In ogni caso evita di guardare quell’orrendo affresco dipinto sulla facciata e raffigurante San Leonardo di Limoges (dicono possa proteggere gli agricoltori e il bestiame, ma a Campacavallo non c’è Santo che tenga) con tanto d’aureola sopra la testa. Bene, come sempre la strada è deserta. Giuseppe batte sull’uscio tre colpi secchi. Odia il fracasso del catenaccio quando ricade sul portone: non c’è volta che non lo faccia sussultare. Il chiavistello scatta un paio di volte e l’uscio cigola, schiudendosi quanto basta per permettergli di passare. Neanche il tempo di sgattaiolare dentro che viene cinto da un abbraccio bello forte. Il suo cappello si schioda dalla testa e ricade sul pavimento; Giuseppe si deve sforzare parecchio per nascondere una smorfia. “Mi sei mancato!”, gli confessa la donna, sussurrando nel suo orecchio. La voce di lei è soave, riesce a calmarlo. Giuseppe, palpandole voglioso il seno, la bacia con fervore. Sulle note de Le quattro stagioni di Vivaldi i due scompaiono in camera da letto, sotto le lenzuola (e vi assicuro che ulteriori particolari è meglio non raccontarli).

Gina è una donna vivace e intraprendente, in carne quanto basta per farsi piacere; Giuseppe preferisce la sua piena corporatura alla secchezza di Emma, nonostante sia costretto a ammettere che il fisico di quest’ultima è talmente perfetto da sembrare un legno scolpito.

Intanto, nella bottega…

A Campacavallo l’erba non cresce affatto bene, ma, non appena l’aria si fa meno gelida, la gramigna sì. Geremia si alza dal tavolo con la scusa di doversi servire del bagno situato sul retro, in fondo al magazzino. Apre il rubinetto e lascia scorrere forte l’acqua dello sciacquone. Con un balzo raggiunge lo scaffale. Dopo aver frugato per qualche istante, afferra la piccola cassaforte d’acciaio. Nessun problema: conosce benissimo la combinazione. Davvero un peccato che quella mattina vi siano stati deposti pochi soldi; se soltanto quel poco di buono di Giulio avesse saldato la spesa della scorsa settimana, avrebbe osato di più, come l’ultima volta. Invece gli tocca accontentarsi di una banconota da venti Euro che arrotola e ficca in fondo alla tasca. Poi ritorna in bagno e mentre si lava le mani si guarda allo specchio soddisfatto, sorride sarcastico e pensa di meritarsi di più.

Approfittando dell’assenza temporanea di Geremia, Ollio si alza di scatto e afferra una bottiglia di Sambuca sulla credenza del bar. Tutti, ghignando come matti e ben attenti a non fare rumore, fanno il giro buttando giù tutto d’un fiato, e poi ripongono la bottiglia vuota al suo posto.

(… continua.)