“V.” COME VENTO.

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Le pareti della stanza erano chiare e spoglie. La porta-finestra che dava sul balcone era rimasta chiusa a lungo e tratteneva un lezzo di disinfettante e di medicinali. Riuscivo comunque a distinguere l’odore di lui, quell’odore così personale e particolare. Lo avevo sempre associato alla mia infanzia, quando, trovandomi nella camera da letto di mia nonna, veniva aperto un vecchio e gracchiante armadio a due ante, che subito mi travolgeva con una particolare fragranza di lavanda mista a un forte tanfo di naftalina.
Il vetro dei serramenti si era velato di condensa e offuscava, distorcendola, una betulla immobile già spoglia. Sulla sua superficie si originavano alcuni rigagnoli di umidità che dall’alto scivolavano giù, man mano ingrossandosi; poi si gonfiavano formando delle gocce tonde, che, piano, andavano depositandosi sugli stipiti e che, straripando, alimentavano delle piccole pozze d’acqua a terra, sul pavimento scheggiato di marmo.
Lo sorpresi: era pallido, intento a leggere. Lo trovai smagrito rispetto al ricordo che serbavo di lui. Stava seduto sul letto, con la pancia e le gambe nascoste sotto alle coperte, con la schiena adagiata su un cuscino posto in verticale sulla testata che era stata sollevata.
Notandomi, mi anticipò: “Sai, questo romanzo non è un granché.” E aveva ragione. Era risaputo che quel noto autore inglese fosse solito narrare con ricorrente imprecisione gran parte degli eventi storici, e ciò doveva essere successo di nuovo, nonostante si trattasse di uno dei più decantati best-sellers del momento.
“Buon Natale, caro amico mio. Ecco, ti ho portato altri libri freschi di stampa”, dissi.
Lui afferrò con un sorriso la pesante busta marrone di carta che crepitò con fragore tra le sue mani.
“Gli scrittori affermati ormai lavorano a cottimo”, si lamentò, osservando curioso il contenuto della busta. Poi chiuse il libro con la copertina nera, adagiandolo sul bordo del materasso.
“Per favore, chiama l’infermiera, ho voglia di uscire un po’ da qui. Fatti dare quella orrenda carrozzina e prendiamoci insieme un caffè alla macchinetta, giù, nell’atrio.”
Era diventato debole, faticava a reggersi in piedi.

***
Trovai la porta-finestra aperta. Oltre gli stipiti bianchi, come in un quadro di Monet, tutto prendeva vita. Gli alberi esibivano freschi germogli e nell’erba, in lontananza, si agitavano i fiori appena sbocciati: papaveri, margherite, e denti di leone color zafferano. Una brezza tiepida danzava ovunque, fuori dalla stanza e dentro, facendo vibrare persino il candido lenzuolo del letto. Tuttavia lui puntava gli occhi nel vuoto, da dietro una pila di libri abbandonata sul comodino e che giaceva sotto una sottile coltre di polvere. Mi avvicinai piano, cercai di non essere invadente. “Da un po’ non leggo, sai? Non riesco a concentrarmi e non ho più memoria.”, mi sussurrò, senza nemmeno guardarmi.
“Se non te la senti, non leggere. Approfitta per riposare.”
Osservando lo stato delle pagine dei volumi che gli avevo donato, intuii che non solo non erano stati letti, ma, addirittura, non erano stati nemmeno sfogliati. E questo non era da lui, nonostante avesse ancora ragione.
Dall’ultima mia visita, nulla era mutato in quella stanza. Era rimasta come assopita in un inverno che non accennava a lasciarla. E persino il colorito del viso del mio amico mi suggeriva l’immagine della neve. Era dimagrito ancora. Mi fu subito chiaro che non avesse voglia di parlare. Accusava molto dolore. I farmaci che gli erano stati somministrati fino a quel momento gli avevano consentito un po’ di sollievo; quel giorno, invece, mi appariva provato, come regredito al periodo precedente al ricovero. Ogni tanto accusava degli spasmi e si rannicchiava sul fianco. Non si lamentava, almeno, non con me. Anzi, appena poteva, mi dava a intendere di star bene: tra una fitta atroce e l’altra, cercava di sorridere. Tuttavia, grazie alla nostra datata amicizia, non poteva certo permettersi di farmi fessa.
Osservai quella sua barba, trascurata e crespa, che gli copriva il volto e che giudicai essere diventato fin troppo scarnito. Persino gli zigomi si erano come asciugati. Alcune nuove e profonde rughe gli disegnavano la fronte.
Senza volerlo, gli mentii: “Questo nuovo look ti dona!”
Forse, anche lui era in grado di distinguere un complimento sincero da una pietosa bugia.
Attorno a noi regnò il silenzio, e, di tanto in tanto, lui tirava un lungo sospiro. Un paio di volte gli accarezzai la spalla, solo quando ero certa di non arrecargli alcun fastidio.
Mi sentivo in colpa: potevo fargli visita di rado. La clinica distava quasi cento chilometri dalla mia abitazione: svolgevo un lavoro a tempo pieno, possedevo una famiglia, e, inoltre, dovevo badare anche al cane.
Un’infermiera mi invitò a lasciare la stanza per una decina di minuti. Quando fui di ritorno, i dolori erano un po’ diminuiti. Gli avevano fatto una flebo. Appena fu possibile, desiderò uscire sul balcone. Faticammo in due per riuscire ad accomodarlo in qualche maniera sulla carrozzina.
Fuori, il cielo era tanto azzurro da poter sembrare il mare. E lui mi seppe incantare, come spesso accadeva, narrandomi le trame di alcuni romanzi. La sua cultura era enorme. Il suo modo così vivido di raccontare era in grado, ogni volta, di catapultarmi in avventure mirabolanti e in luoghi meravigliosi. Non si limitava a riproporre le storie lette, ma le arricchiva con una infinità di particolari sempre diversi che scaturivano dalla sua illimitata fantasia.
Con delicatezza la betulla lasciava ondeggiare i suoi rami già verdi; su di sé accoglieva una miriade di insetti, una farfalla gialla e anche un paio di piccoli uccelli, forse degli scriccioli, che presero presto a volteggiare nell’aria tiepida, proprio sopra di noi.

***
Giunsi madida di sudore dal corridoio. L’afa eccezionale di quel mese di agosto infastidiva persino me, sebbene adorassi il caldo, persino quando si faceva più torrido. Mi arrestai sulla soglia. La tapparella era abbassata. La finestra era ben serrata e creava un confine tangibile tra un nulla indiscusso, che era rimasto racchiuso nell’oscurità della stanza, e un altro e differente nulla, quello che era riuscito, in un attimo, ad annientare ogni cosa bella che ne era rimasta fuori.
Nonostante la clinica risultasse fresca, non fu in grado di riprendere fiato. Lui era ridotto all’osso, giaceva quasi immobile nel letto, era avvolto in un groviglio di lenzuola. Di suo, riconobbi solo gli occhi. L’odore di naftalina ormai era del tutto svanito. Mi avvicinai. Sollevò a malapena un braccio, per non più di un centimetro. Forse si era accorto della mia visita, forse era un saluto. Qualcuno aveva riposto i libri altrove, può darsi nello sgangherato armadio a muro. Il comodino era vuoto, lucido. Da un macchinario appeso alla spalliera del letto si districavano alcuni tubicini contenti del liquido giallastro, che sparivano sotto il lenzuolo bianco. Un noioso ticchettio metallico scandiva ogni secondo di un’ora così silenziosa da sembrare interminabile. Non poco in ansia mi avvicinai alla porta-finestra. Pigiai un bottone metallico e tondo con l’intento di sollevare almeno un po’ la tapparella. Desideravo più luce, quasi come se questa avesse potuto calmarmi. Era già sopraggiunta la sera, il sole non sarebbe più riuscito a riscaldare la stanza e non avrebbe dato alcun fastidio: si era eclissato oltre l’edificio.
Lui russava, e, di tanto in tanto, in quel sonno, che mi parve artificiale, si lasciava sfuggire qualche lamento.
Abbandonai per qualche minuto la stanza. Incrociai un’infermiera. “Né bene, né male”, mi disse.
Rientrando nella camera, mi rassegnai a quel silenzio. Sprofondai nella poltrona di finta pelle che era sistemata proprio accanto al letto.
Conoscevo i suoi trascorsi. Era un uomo in gamba, lo era sempre stato. In passato era stato un vero leader, aveva avuto modo di conoscere la ricchezza, poi, però, dovette fare i conti con la povertà. Come tutti noi aveva amato, e, più di chiunque altro, era stato ferito in maniera profonda. Adorava pranzare al ristorante, passeggiava volentieri in campagna, nei boschi, ma preferiva il mare, dal quale, purtroppo, aveva abitato sempre lontano (a volte lasciamo che la vita possa scegliere per noi). Era stato sfortunato.
“A presto, caro amico!”, lo salutai. Non rispose, era ancora assopito. E proprio quando, rialzandomi, fui pronta per andare, captai un gemito sommesso. Ci osservammo per un istante che durò un’eternità. Si riaddormentò subito.
Aveva ragione.
Per la prima volta non ero stata sincera con lui. Ero molto preoccupata, inoltre erano finalmente giunte le agognate vacanze estive: non sarei tornata a trovarlo così presto.

***

Mi ostinai a voler ritornare in quella stanza, sperando che, dopo tutto il tempo trascorso lì dentro, questa potesse parlarmi ancora un po’ di lui.
Un uomo, uno sconosciuto, era sdraiato al suo posto, nel suo letto. Anche lui leggeva un libro. Mi immobilizzai per qualche istante sulla soglia. Scorgendo nella penombra la copertina nera che conoscevo bene, d’istinto mi lasciai sfuggire: “Quel romanzo non è un granché.”
“Lo sa signora, lei ha proprio ragione!”, bofonchiò quel signore robusto, con un sorriso malinconico.
La porta-finestra che dava sul balcone lasciava scorgere un cielo color ardesia. Era sopraggiunto l’autunno con la sua tipica pioggerella.
Sul comodino erano stati appoggiati degli altri libri: erano proprio i miei, erano i suoi.
Un alito di vento fresco si mischiò all’aria pesante che si respirava ancora nella stanza. All’improvviso fui raggiunta da una misteriosa folata di vento, che si accompagnò a un forte odore di lavanda e naftalina. E così come giunse, all’improvviso svanì. Rimasi con la sensazione di aver ricevuto una delicata carezza sul viso.
Oltre i vetri, in quel preciso attimo, alcune foglie ormai rinsecchite si staccarono dai rami della grande betulla, e, rapite dal vento, volarono via. Per un tratto, fin dove mi fu possibile, le accompagnai con lo sguardo, ma presto scomparvero oltre l’edificio. Fui certa che non si potessero adagiare subito a terra, e, in ogni caso, non nelle immediate vicinanze. Anche il mio amico, come quelle foglie o come un angelo, si era librato nel vento. Ed era guarito.

Nel corso della nostra bella amicizia, avevamo chiacchierato dei più svariati argomenti: autori, opere, cinema, storia, politica, quotidiani e attualità. Poche volte mi aveva raccontato qualcosa di sé, ma anch’io gli aveva detto poco di me.
Mai avevo osato invitarlo a pranzo, e nemmeno gli avevo presentato la mia famiglia. Non avevamo mai passeggiato insieme all’aperto, e, più di una volta, gli avevo taciuto un sincero “ti voglio bene”.

“Signora, per cortesia, scusi se mi approfitto di lei, potrebbe chiudere la finestra? Penetra troppa aria fredda.”
“Si figuri! Lo faccio volentieri, d’altronde, lei non può immaginare quanto io le voglia bene!”
Gli occhi dell’anziano signore si spalancarono, e il libro, che reggeva tra le mani, scivolò sul lenzuolo richiudendosi. Mi regalò uno sguardo umido e colmo di gratitudine, uno dei più belli che abbia mai ricevuto in tutta la mia vita.
Per l’ultima volta accostai le serrande di quella porta-finestra, e, nel mentre, pensai che tutto ha un senso. Tutto cambia, tutto muta, ma, alla fine, tutto ritorna.
E, stavolta, ho proprio ragione.

 

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UN DESTINO DA FARFALLA.

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UN DESTINO DA FARFALLA

Nella via echeggiano le note della Sinfonia n. 5 di Beethoven: ogni cosa par che danzi in do minore. Alcune mosche eseguono dei tournants volteggiando nell’aria, e gli uccelli, con eleganti voli, improvvisano una coreografia. L’asfalto già bolle bersagliato com’è dai raggi del primo sole mattutino. Una brezza, afosa e pesante, culla le fronde di alcuni alberi. Cercando forse un po’ di refrigerio, una farfalla bianca si posa lieve su una tapparella, giù a metà, di un palazzo ristrutturato che si affaccia sulla via assolata. La musica proviene da lì.
I serramenti di legno interni sono spalancati. Giorgio è sdraiato sul letto, a pancia in giù. Indossa solo un paio di slip neri. Con il braccio piegato al gomito ad angolo retto e la mano chiusa a pugno sulla guancia, tiene il volto sollevato all’altezza del cuscino. È rilassato. Sfoglia una guida turistica dell’Indonesia. È madido di sudore. Questo mese di luglio, in particolare, è davvero tanto afoso. “Preparatevi a un caldo record!”, aveva annunciato il telegiornale del mattino. Le ascelle di Giorgio sono madide di sudore e anche l’addome lo è: il sudore ha già impregnato di bagnato il copriletto sopra il materasso. Tenta di voltarsi un po’ su un fianco. Nella penombra nota dei piccoli filamenti bordeaux di tessuto, che si sono incollati sul suo petto emaciato: è rimasto troppo a lungo nella stessa posizione.
Le note di Beethoven, gravi e ben orchestrate, si diffondono a ritmo costante nell’intorno.
Dopo aver contemplato una fotografia, Giorgio socchiude gli occhi per pochi istanti. Sollecitato dalla melodia beethoveniana, si immagina a Bali. Si immagina immobile, eretto, sul ciglio del dirupo del promontorio di Tanah Lot. Il Tempio si erge nero, enorme, in controluce, occupando quasi tutto l’isolotto. Sullo sfondo, un tramonto colora il cielo e l’oceano con ogni possibile e esistente tonalità di rosa. L’aria lo investe con prepotenza, scompigliandogli il ciuffo di capelli che gli ricade sulla fronte. Le onde del mare, alte, si frangono con violenza sugli scogli, quasi volessero inghiottirli. Ogni spinta genera una specie di vibrazione che Giorgio percepisce al di sotto dei suoi piedi e che si accorda, con una cadenza sincopata, ai bassi della sonata in sequenza Au claire de lune.
Riapre gli occhi. Dalle commessure delle tapparelle filtrano segmenti di luce, che sembrano dipingere i muri e i pavimenti della camera da letto. Tutto è avvolto da un’aurea misteriosa, surreale. Con un po’ di fantasia, con quel caldo e grazie al coinvolgente sottofondo della musica di Beethoven, è facile fingere di trovarsi altrove. Ora è in una stanza di albergo, proprio in Indonesia.
Lo stereo, all’angolo opposto del locale, continua a diffondere melodie tanto armoniche quanto altalenanti nelle tonalità. Giorgio sfoglia le pagine e continua a sognare.
Quella guida turistica avrebbe ormai dovuto essere ridotta a brandelli! Quasi ogni giorno, in estate e in inverno, da una decina d’anni, è il suo passatempo preferito. E invece no, pare ancora nuova.
Sul basso comodino in noce, proprio accanto alla sveglia, sono posati due libri di Edward Morgan Forster, il suo autore prediletto. Si trova in accordo con ogni riga letta, con qualsiasi suo pensiero, con ogni singolo concetto che quell’uomo ha saputo esprimere. Ha letto ogni sua opera, ogni pagina almeno un centinaio di volte. Lo ammira, con sacralità, per quel suo modo di intendere l’arte, la letteratura, l’amore, i viaggi, e la vita anche.
Accanto ai libri di Forster c’è una cornice. È una fotografia scattata anni prima: si trova in compagnia del suo unico e migliore amico, Giovanni.
Giovanni c’è sempre stato. Giovanni non l’ha mai lasciato solo. Giovanni è speciale, è l’unica persona, a parte sua madre, di cui è riuscito a carpirne l’affetto sincero e disinteressato.
Giovanni, insieme a Forster e all’Indonesia, rappresenta tutto, tutto ciò che ora conta.

Giovanni e Giorgio, durante le scuole elementari, erano capitati nello stesso banco; d’allora innanzi non si persero più di vista.
Poi, Giovanni si era sposato, perché questo era il suo desiderio. Giovanni non avrebbe mai potuto comprenderlo, in ogni caso non appieno, perciò, da sempre, aveva tenuto il silenzio su un certo aspetto della sua vita, per non rischiare di incrinare il loro rapporto di amicizia. Celare un segreto, alla lunga, può renderlo meno incisivo, meno pesante, come sminuito.

Le note di Beethoven continuano a scivolare, ora veloci, ora lente, forti o appena percettibili. L’ascolto della musica classica culla gli stati d’animo, permette di esaltarli o di spegnerli, riesce in qualche modo a dominarli.

La famiglia di Giorgio, fino a qualche tempo prima, era benestante: aveva potuto permettersi di visitare numerosi territori, ma non quello dell’Indonesia. In seguito al fallimento e poi alla morte del padre, Giorgio e sua madre dovettero fare i conti con le difficoltà economiche e con la necessità di risparmiare il più possibile. Nonostante sin da ragazzo avesse avuto ogni possibilità e avesse potuto soddisfare ogni suo desiderio, non riuscì mai a ritenersi davvero felice. Questa insoddisfazione era forse sorta perché, con estrema facilità, sempre gli era riuscito di realizzare quasi ogni sua ambizione materiale.
Nel tempo libero era solito restare, per ore e ore, con la testa china su libri, giornali, riviste. Oggi, seppur a malincuore, Giorgio ammetteva che aveva passato troppo tempo a studiare: questa presa di coscienza aveva originato in lui la convinzione che se si vive all’oscuro, nell’ignoranza, si vive sicuramente meglio.
Poi, all’improvviso, il destino gli aveva giocato un gran brutto scherzo.
Nonostante non fosse lui di indole selvaggia, sempre aveva difeso le sue idee, anche a costo di procurare del male. Una volta, per uno screzio, senza volerlo, era arrivato alle mani. Aveva colpito duro un tizio che, con premeditata volgarità, lo aveva offeso; con cieca rabbia gli si era scagliato addosso, facendolo finire all’ospedale. In seguito se ne pentì, ma il pentimento serve sempre a poco, a niente. In altre occasioni, lavorando in proprio, aveva aggirato il pagamento di alcune tasse. A parte questi due inconvenienti, aveva tenuto sempre una condotta esemplare, sempre encomiabile e di più. Eppure, quel nefasto giorno, fu punito: fu travolto da un’auto che gli fece perdere, in maniera rovinosa, il controllo della sua.
Il compact disc di Beethoven ripartì dall’inizio, avendo eseguito tutte le tracce. Sulle note della Sinfonia n. 5 di Beethoven rivide la sua Volkswagen, come impazzita, roteare su se stessa. Quegli attimi si tramutarono in un’eternità. Cercò di governare il volante, ma niente da fare. Alla fine l’auto si impennò a ridosso del basso guardrail, che separava i sensi di marcia, sparandola incontrollata lungo la strada. In quegli attimi Giorgio udì una voce, una voce mai udita prima – almeno così gli parve –, una voce maschile, lenta, dolce, confortante che lo invitò a stare tranquillo. Era quella di Giovanni. Rivide i momenti salienti della sua vita, in successione rapida, l’uno dopo l’altro. Si rese conto di quanti bei gesti aveva ricevuto, e di quanto poco avesse invece lui dato.
L’impatto fu un assordante accartocciarsi di lamiere. L’auto continuò la sua corsa, capovolta con le ruote rivolte al cielo, mentre la cappotta grattava sull’asfalto, lasciando dietro di sé fasci di scintille che parevano fiamme.
Si ritrovò a testa in giù. Dopo aver accusato una forte botta alla tempia, dolorante in un po’ tutte le parti del corpo, perse i sensi. Quando rinvenne, era ancora aggrappato al volante, manco fosse un’ancora di salvezza.

«Giorgio, desideri un caffè? », gli domanda la madre, a bassa voce, affacciandosi discreta all’uscio della stanza. Torna da dove è venuta, subito, senza ottenere una risposta, lasciando la porta quasi del tutto aperta.

L’incidente lo aveva cambiato, aveva messo sottosopra, per intero, la sua vita. Dal giorno dell’incidente si era ripromesso che non avrebbe più viaggiato. Non così, non nelle condizioni in cui si trovava; e tutto sommato non gli era rimasto nulla di così tanto importante, nemmeno dopo tutti gli anni spesi a girare per il mondo. Restare fermo, or come ora, quello era il viaggio più avventuroso, quello più difficile.

Con il palmo della mano tenta di asciugarsi un poco la fronte, troppo umida per via del caldo, cercando di raggiungere la vistosa e brutta cicatrice che gli deforma la fronte e che si fa strada attraverso la testa, sin dietro i capelli, fin sulla nuca.
La sera dell’incidente, guarda caso, aveva un appuntamento con Giovanni. Da quel terribile giorno erano trascorsi ben cinque anni. Giorgio si era annoiato persino di provare noia, così come un tempo si era annoiato dei continui cambiamenti, di passare da un posto a un altro. Doveva reagire: avrebbe proposto all’amico di accompagnarlo per un ultimo viaggio. Tre settimane, tre settimane insieme in quel paradiso che mai aveva visto con i suoi propri occhi.
Sua moglie avrebbe di certo capito, era una donna di animo buono, comprensiva, e non lo avrebbe ostacolato. Grazie al risarcimento venutogli in seguito all’incidente, in banca teneva un discreto gruzzoletto che solo attendeva d’esser intaccato.

Giorgio si volta su un lato. Con il palmo della mano cerca di levare i residui di tessuto rimastigli attaccati sulla pelle. Prima di riuscire ad afferrare lo schienale della carrozzella elettrica, arranca un paio di volte a vuoto. La accomoda parallela al letto e, con un abile colpo di reni, a fatica, quasi rotolando, riesce a balzare rigido su di essa. Preme il pulsante che avvia il motorino della carrozzella. Un ronzio meccanico si sovrappone alla musica in sottofondo: adesso può finalmente lasciare la sua stanza e accedere al corridoio.
Le note di Beethoven continuano a colmare l’afoso vuoto della stanza di Giorgio. E la farfalla bianca vola via disegnando spirali leggere, giocando con il vento, attraversando strade su strade per arrivare a volteggiare sopra immensi prati verdeggianti, spingendosi poi fin sopra alle colline, rifugiandosi infine nel fitto di un fresco boschetto attraversato da un breve corso d’acqua.

 

LE FOGLIE.

Foglie-ingiallite

“Mamma, questi alberi stanno morendo?”, domandò la piccola Clara, con una vocina stridula, osservando ondeggiare delle foglie secche e accartocciate sui rami di una betulla.
Simona si arrestò. Fu colta dall’istinto di donarle una carezza. Come resistere a una pelle tanto morbida e vellutata?
Clara reggeva con fatica il suo bottino: un sacchetto di tela ricolmo di piccoli e odorosi funghetti marroni.
Il respiro di entrambe era divenuto un po’ pesante e cominciava a originare umidi e lievi aloni di condensa.
I raggi obliqui di un sole opaco e già basso all’orizzonte impreziosivano di oro ogni tronco raggrinzito e ancora impregnato della pioggia caduta abbondante il giorno prima.
Presto l’autunno avrebbe offerto il suo consueto spettacolo di colori meravigliosi. Simona realizzò che l’estate, in un baleno, si sarebbe così ridotta a un mero ricordo. Fu assalita da un’ondata di malinconia, consapevole, tra sé e sé, di quanto il tempo riesca a trascorrere sempre troppo veloce.
Le rughe segnavano già da tempo la sua pelle, e le era toccato persino cedere alla tentazione di tingersi a causa di alcuni capelli bianchi. In quell’istante paragonò il suo volto a una foglia secca, con le grinze, le venature, e con la stessa sua fragile consistenza.
E Clara non sarebbe rimasta a lungo la bambina innocente che ora era intenta a lanciare un sasso mirando un tronco d’albero poco distante.
Mettendo fine a quel surreale silenzio di tanto in tanto interrotto dal titubante cinguettio di un uccello, Simona trovò le parole: “No, amore mio. Non muoiono. Si spogliano solo dei loro vestiti preparandosi a dormire per tutto l’inverno. Poi, in primavera, si desteranno germogliando e diventando ancora più floridi e belli.”
Clara si voltò curiosa chiedendo: “Perché anche la nonna non ha potuto risvegliarsi più bella di prima?”
“Clara, una persona non è mica una pianta! Tuttavia, quando qualcuno muore, potrebbe essere paragonato a una foglia secca, ecco, proprio come quelle lì. La sua anima deve diventare leggera per staccarsi dal corpo, per lasciare la terra, per riuscire volare via, fin lassù, dove rinascerà, tornerà ad essere viva e bella”.
Clara sgranò gli occhi: da un ramo si staccò una foglia secca, tutta accartocciata. Planò dolcemente a terra, accanto a lei.
Un corvo, per contro, si innalzò rapido da quella stessa pianta, in quel medesimo istante, per poi scomparire oltre gli alberi, dentro agli ultimi raggi del sole.
“Tra poco sarà buio, sbrighiamoci!”, ordinò Simona.
Clara porse alla madre la sacca per poter raccogliere la foglia appena caduta.
La osservò, sorrise. Pensò di tenerla sempre con sé, magari conservandola al sicuro, dentro il suo portagioie, in cameretta.
Saltellò felice lungo tutta la strada del ritorno, ignara che, di quella foglia, molto presto, non ne sarebbe rimasto più nulla.

UNA STORIA QUASI D’AMORE. (2\2 FINE.)

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 “Come le dicevo, sono Ettore, un amico di Ada. Anzi, per la verità, conosco piuttosto bene suo marito. Eravamo compagni di classe alle scuole elementari. Possiedo un negozio di computer in città. Ada mi ha parlato un po’ di lei, mi ha confidato che è una vera solitaria. Anzi, ha proprio detto che lei è una specie di eremita. Ah, ah, sì, ha detto così! Be’, mi lasci dire: la capisco signora, così circondata da questa campagna… be’, questo è un paradiso vero e proprio. Comprendo dunque il perché sia restia all’utilizzo della tecnologia. Però Ada mi ha confessato che la trova un po’ infelice ultimamente, e, quindi, proprio per questo, ha creduto opportuno che passassi a trovarla per proporle l’acquisto di un portatile. Mi dispiace che non sia stata avvisata del mio passaggio, sono un po’ imbarazzato. Ada desidera che lei, signora Tancredi, trovi un nuovo svago. Grazie alla sua amica avrà un ottimo sconto, diciamo che le costerà la metà.”
Mi era apparso sincero, professionale, ma, nello stesso tempo, lessi nel suo tono di voce qualcosa di più, una specie di coinvolgimento misto a una certa incredulità che forse era rivolta al mio modo di pensare. Fui sicura di essergli sembrata alquanto strana e del tutto diversa dalle persone con le quali era abituato a concludere degli affari o delle trattative commerciali. Ada me l’avrebbe certo pagata. Stavolta l’aveva combinata davvero grossa! Non avevo la minima intenzione di installare un pc dentro casa nè, tantomeno, sforzarmi nell’imparare ad usarlo.
Quell’uomo estrasse dalla tasca un foglio ripiegato a metà. Lo distese appoggiandolo sul tavolo. In bella vista c’era la foto di un computer con la scheda relativa alle sue caratteristiche tecniche. Gli lanciai un’occhiata furtiva e poi la mia attenzione fu nuovamente rivolta a quell’interessante personaggio. Mi sovvenne una domanda: “Mi…, mi scusi ma… è arrivato fin qui a piedi?”, Osai, abbozzando un sorriso nervoso.
“No, certo che no. Questa stradina è davvero un disastro. Volevo evitare di impolverare la macchina, deve sapere che sono un po’ fissato!”
“Ah, certo.”, Risposi di istinto, con un finto sorriso, e sforzandomi di comprendere il suo punto di vista che, invece, giudicai un mero eccesso di pignoleria.
Era un gran chiacchierone ma, di sicuro, anche un ottimo venditore. Gli versai un po’ di birra in un bicchiere, può darsi che fosse scaduta. Poco dopo lui mi domandò dell’acqua e, poco più tardi, gradì volentieri pure un caffè.
Senza sapere di preciso il perché, mi sfilai l’ultima molletta che annodava i miei capelli, e, in quell’istante, ebbi la netta sensazione di piacergli. Difatti, si incantò per qualche minuto, senza proferire parola, e si asciugò più volte la fronte sudata utilizzando un tovagliolo di carta che avevo appoggiato sul tavolo solo poco prima. Quando ricominciò a parlare, notai che i suoi occhi brillavano proprio come i raggi dorati del sole appena sorto.
E parlò, parlò ancora. Mi confessò di essere ritornato a vivere in città solo da qualche anno e dopo il suo divorzio. Mi osservò ancora. Uno sguardo così intenso, io non l’avevo mai visto. Mi tremarono le gambe. Mi domandò un altro bicchiere d’acqua. Gli raccontai di me, di come mi fossi trovata a vivere in quella campagna, di quanto amassi il mio giardino e soprattutto le mie rose e del mio bisogno innato di solitudine.
“Sono davvero colpito da questo luogo signora, la sua casa è una meraviglia!”
Mi ero scordata di cuocere le castagne ma, in quel momento, mi resi conto di non averne più voglia. Mi sentii soddisfatta di avere comunque trascorso una giornata piacevole e del tutto differente da ogni altra.
Trascorse ancora mezz’ora buona e poi ci salutammo con un’eccessiva cortesia. Lo riaccompagnai al cancello bene attenta a trattenere per il collare Bentley. Lo avrebbe azzannato volentieri, non era abituato a ricevere quel genere di invasioni nel suo territorio. Mi scusai con Ettore per il comportamento maleducato e selvaggio del mio cane.
“A presto allora!”, Fece lui, accomodante.
Sorrisi.
Sorrise.
Sorrisi.
Sorrise.
Lo osservai allontanarsi lungo la via. Si voltò verso di me un paio di volte. Lo vidi divenire un puntino, poi notai i fari della sua automobile accendersi, ruotare e, infine, sparire.
Sapevo che sarebbe tornato. “A giovedì!”, Aveva detto.
Come promesso, mi avrebbe mostrato dal vivo quel benedetto portatile.

Il giorno seguente mi recai in paese. Canticchiai sull’auto per tutto il viaggio. Il fracasso della cinghia fungeva da accompagnamento considerando la voluta mancanza dell’autoradio. Tuttavia quel giorno mi mancò un po’ di musica. La canzone più famosa di Baglioni mi rimbombava come un mantra nel cervello. Oh, quanto l’avevo amata da ragazza. Ora e qui, su due piedi, non mi va di svelarvi il titolo ma… insomma… Quella lì.

Acquistai il mio solito pane, sorrisi persino a Ada e così, tanto per essere cortese, la ringraziai per essersi prodigata affinché Ettore potesse farmi visita.
Al computer ci stavo pensando, eccome, e, considerando di aver rinunciato già troppe volte alle vacanze, mi credevo autorizzata a concedermi quella “pazzia”. Se poi, l’elettronica non si fosse rivelata adatta a me, pazienza! Me ne sarei fatta una ragione. Inoltre, avrei sempre potuto provare a rivenderlo.
Abbracciai il grosso sacco marrone che profumava di pane e mi congedai da Ada. Stavolta,  la osservai mentre strofinava tra loro le mani, come ad esprimere una certa soddisfazione.

Due giorni dopo, e come promesso, Ettore ritornò. Per evitare di impolverare la sua auto aveva preferito trasportare a piedi, e per tutta la via, quel pesante cartone rettangolare. Quando pigiò il tasto del citofono, io ero già alla finestra, ben nascosta dalla tenda. La sua fronte grondava di sudore nonostante quel pomeriggio regalasse un’aria che pareva anticipare un inverno davvero rigido.
Le lezioni di informatica proseguirono fino alla fine dell’autunno: ricevetti due visite a settimana. Poi, durante l’inverno, diventarono addirittura tre. Ero ormai autonoma, potevo ascoltare la musica, ricercare notizie, ricette, leggere blog di giardinaggio, osservare ogni tipo di video, e persino, avevo imparato ad usare ogni genere programma di Windows, compreso quello di posta elettronica. E mi piaceva. Questo nuovo mondo mi piaceva. Anche Ettore mi piaceva, mi divertiva.
Ettore mi scriveva più volte durante il giorno, io gli rispondevo con naturale cortesia. Cominciai poi ad attendere ogni sua email, controllando la casella postale ogni quindici minuti, con un’ossessiva e puntuale regolarità.

Ettore volle mostrarmi il suo appartamento e il suo negozio in città. Devo dire che, quel giorno, non mi parve nemmeno così squallida. A Natale mi regalò un cellulare nuovo. Ovviamente, si prodigò nell’insegnarmi ad usarlo.
Lo tenevo sempre con me, mi assicuravo restasse acceso e, ogni sera, ne aspettavo avida un suo trillo che, peraltro, giungeva sempre puntuale: era la telefonata della buonanotte.

Sul finire dell’inverno, Bentley non gli ringhiava nemmeno più. Ebbene sì, abbaiava ancora, ma con vivacità, scodinzolando. Sapeva riconoscere il rombo del suo Mercedes nonostante questo fosse ancora distante. Diciamo che lo stava proprio aspettando, come, del resto, facevo io.
Che ruffiano!

Quando le rose sbocciarono di nuovo, e anche più belle, Ettore si era già trasferito da me.
Parcheggiava la sua auto ancora un po’ distante ma più su, all’incirca a metà della via e sopra una sottile striscia di erba che si spingeva oltre un recinto rustico, di legno, che delimitava un campo coltivato. Così, quella vettura, fu sempre ricoperta da una leggera patina di polvere. Ettore non se ne lamentò, non con me, almeno. Cominciò a vestirsi anche in maniera più sportiva: qualche volta indossava dei jeans che abbinava con gusto a camicie molto colorate ed era capitato persino che la sua immancabile cravatta fosse stata sostituita da un foulard, sempre in tinta e avvolto con un’eccessiva perfezione attorno al suo bel collo.
Io vagavo per casa piuttosto svestita: a volte indossavo solo una maglietta. Parevo ringiovanita e avevo persino ricominciato a osservarmi allo specchio. MI recavo anche più spesso dal parrucchiere. I miei capelli, mi ricadevano volentieri e liberi sulle spalle. Ettore mi sussurrava: “Sei davvero bella!”. Ero proprio tentata di credergli.

Una sera mi sorprese quando, rientrando dal lavoro, parcheggiò l’auto proprio dinanzi al cancelletto.
“E la macchina? Non si impolvera?”, Domandai, con un tono ironico.
“Ormai non è più così nuova, pazienza!”, Mi rispose allegro, tuttavia cambiò discorso, repentino.
La lussuosa Mercedes, da quel giorno, fu perennemente ricoperta da una terribile  coltre grigia. Inoltre, sul suo cofano, le orme di Fox spiccavano ben nitide, creando quasi un disegno, come uno stencil. Fox riteneva quel luogo di gran lunga più confortevole.
Spesso, Ettore mi accompagnava giù in paese a prendere il pane, non proprio tutti i giorni, ma mai meno di tre volte per settimana. Chiacchieravamo entrambi e a lungo con Ada. Lei e suo marito Giovanni accettarono un nostro invito a cena. Ci recammo tutti insieme presso un ristorantino davvero romantico, in città. Ricordo che su ogni tavolo era poggiato un candelabro circondato da una vera corolla di fiori. Ci divertimmo tanto. Poi restarono da noi fino a notte fonda. Io e Ada navigammo in Internet. Lei volle farmi visitare un sito di mobili etnici, io le mostrai un bel po’ di foto che avevo scattato in campagna e che avevo salvato in una cartella, sul desktop.

Quando Ettore lasciava la nostra villetta per recarsi a lavoro e svoltava sulla via principale, Bentley riattaccava ad abbaiare, ma in maniera differente, strana, quasi rassomigliante a un verso, a un lagnoso piagnucolio. Fox, invece, correva subito ai piedi del grande ciliegio ma restava qualche minuto fermo, a terra, irrigidito, con la coda alta e potevo osservare la sua schiena contrarsi in spasmi veloci e continui. Infine, stizzito, risaliva l’albero scomparendo in alto, mimetizzandosi tra i rami.

Io e Ettore facevamo spesso l’amore, e non solo in maniera classica. Lui sapeva sorprendermi in cucina, appoggiandomi all’improvviso al tavolo; oppure poteva infliggermi uno spintone leggero e affettuoso mentre mi trovava intenta a rifare il letto.
Leggevo meno riviste, tuttavia non trascuravo i miei due animaletti e il giardino che era diventato ancora più bello. Ettore potava le rose, tosava il prato.

Da allora, sono trascorsi trentacinque anni dal giorno in cui lo conobbi. Abito ancora qui: nella piccola casa delle rose e al centro alla radura. Tra poco giungerà un altro maggio. Il portatile è ridotto a un pezzo di antiquariato. Da tantissimo tempo è rimasto appoggiato come un soprammobile sulla credenza, in camera mia. Le mie dita mi dolgono troppo a causa dell’artrite, e credo di aver dimenticato come funziona. E’ probabile che non si accenda nemmeno più.
Alcuni operai stanno lavorando da circa un anno alla costruzione di un’altra casa, proprio qui, confinante con la mia. Sono venuta a sapere che la abiterà presto una giovane coppia di sposi.
Sono seduta in veranda, sto osservando i miei boccioli di rose. I cespugli sono ancora più fitti, forse un po’ troppo. Avvolgono ormai tutti i muri della casa e hanno invaso ogni spazio del cortile, i loro rami spinosi ricoprono quasi tutto il cancelletto lasciando libero solo uno stretto passaggio.
I muratori percorrono di continuo la via creando un grande scompiglio. Ogni tanto transita da qui un enorme trattore che è diretto ai campi e fa troppo baccano, e, ogni mattina, passa un nuovo postino che pare sempre scocciato: forse perché è costretto ad inoltrarsi nella campagna per consegnare solo alcune bollette e, di tanto in tanto, qualche opuscolo pubblicitario.
Ada ha chiuso il negozio. Mi hanno detto che è stato poi acquistato dei cinesi. Mi spiace, non la rivedo da un paio d’anni. E’ stata ricoverata alla casa di riposo, quella che hanno aperto giù in città e proprio accanto al grande centro commerciale.
La mia auto era guasta e arrugginita, qualcuno me l’ha portata via, ma non importa, tanto non avrei potuto più guidarla. Verso le dieci ricevo la visita dei volontari, di solito sono gentili, mi consegnano la spesa valicando di sbieco il cancelletto arrugginito. Stanno bene attenti a non rimanere graffiati dagli spini dei miei troppi cespugli di rose. Mi lasciano alcuni sacchetti sul tavolo, anche il pane. E’ fresco ma non è mai buono come quello di Ada. Mi sorridono e se ne vanno.
Un paio di volte alla settimana ricevo persino la visita di una certa Katarina; è in Italia da poco, è una giovane rumena. Mi aiuta a lavarmi, mi cambia. Se ne ho voglia possiamo anche chiacchierare un po’ bevendo qualcosa. Le parlo di Ettore e dei animaletti. Qualche volta usciamo a fare due passi, io mi aiuto col bastone, le mostro il giardino, solo fino a dove riesco ancora ad arrivare.

Poi, alla sera, Ettore parcheggia l’auto davanti al cancelletto, coccola Bentley che scodinzola felice, si toglie le scarpe e le lascia sulla veranda, accarezza anche Fox. Poi entra in casa. Gli sorrido, mi bacia. Mi tolgo la molletta che è rimasta per tutto il giorno aggrovigliata nei miei capelli bianchi, mi ricadono liberi sulle spalle. Lui mi osserva con la stessa meraviglia di sempre e mi sussurra: “Sei davvero bella!”
Ceniamo, chiacchieriamo, ci diamo un bel bacetto; be’, non facciamo più l’amore perché non siamo più giovani. Ettore si è un po’ incurvato, ha sempre mal di schiena. Lo so e basta; non è certo un tipo che si lamenta. Però entrambi dopo aver assunto tutte le nostre pastiglie, ci corichiamo per dormire, sempre piuttosto presto.

Una volta mi sono davvero arrabbiata! Un ragazzo che era stato incaricato di consegnarmi la spesa insisteva proprio nel prendermi in giro. Mi voleva convincere che mi fossi immaginata tutto. Sosteneva che non ci fosse un cane in cortile e nemmeno un gatto. Mi ha detto così: “Ho visto solo un sacco di roseti, signora. Non si offenda, non vorrei apparirle scortese. Mi piacerebbe tanto che ciò che sostiene possa essere proprio vero, ma, mentendo, potrei illuderla. Sì, insomma, potrebbe anche essere peggio. Ecco perché mi sento in obbligo di ribadirle che fuori, in giardino, non c’è neanche l’ombra di un animale e qui, in casa, non vedo nemmeno suo marito. Mi creda: qui non c’è proprio nessuno, a parte noi due, ovvio!”

E un dottore, una volta, se non erro, mi ha diagnosticato la demenza senile. Non mi interessa, davvero. Io non sento male da nessuna parte. Io sto bene!
Le mie rose sbocceranno, si schiuderanno. Anche quest’anno saranno meravigliose. E poisul finire dell’estate appassiranno. E sopraggiungerà di nuovo l’inverno.
Scusate, ora devo proprio andare.
“Ettore, prendi le tue pastiglie, è tardi, ti aspetto a letto!”

UNA STORIA QUASI D’AMORE. (1\2)

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La mia casa era solo un puntino al centro di una radura dimenticata persino dal bosco. Un piccolo puntino scuro nell’erba che, visto da lontano o osservato dall’alto, sarebbe apparso come la pupilla di un occhio, così circondato da betulle, ontani, faggi e altrettanti alberi da frutto. Delle lunghe lesioni chiare ne segnavano la cornea verde; solo due strette viuzze ondeggianti di ghiaia fine e sassi.
Il giardino era piano, l’erba pareva un soffice tappeto di velluto. Un glicine creava una specie di cappello, decorandolo a festa, sul grazioso cancelletto di ferro battuto e si lasciava cullare dal vento offrendo una generosa accoglienza e un’ombra ristoratrice con i suoi teneri e fitti grovigli verdi decorati da grandi grappoli di fiori lilla. Il vialetto interno, pavimentato a chiare e larghe mattonelle quadrate, si lasciava abbracciare ai lati da grandi cespugli ricolmi di rose, che proseguivano ovunque, e che invadevano tutti gli angoli di quella proprietà. Si arrampicavano fieri sui muri della piccola e graziosa abitazione incorniciandone ogni finestra, e poi salivano ancora, raggiungendo il tetto.
Peccato, un peccato davvero, che in quell’angolo di mondo non transitasse mai nessuno a parte un paio di contadini che imbracciavano stretto il proprio rastrello e, ogni due giorni e sempre prima di pranzo, il solito postino che appariva sempre scocciato; forse era stanco di dover attraversare tutta la campagna solo per consegnarmi un paio di bollette e qualche annuncio pubblicitario proveniente dal supermercato del paese.
E mai, proprio mai, che tra quelle buste vi si potesse scovare qualcosa di diverso.

Le giornate trascorrevano lente. Osservavo il cielo e i tanti piccoli insetti che ronzavano volteggiando bizzarri sull’erba e nell’aria e, nei mesi più caldi, trascorrevo buona parte del tempo a contemplare le mie rose, che si risvegliavano eleganti e che risultavano ancora più colorate nel loro lieve schiudersi, avvolte dall’aurea creata dall’alba con i suoi raggi obliqui e dorati. Le ammiravo volentieri anche verso mezzogiorno, ritrovandole ormai distese e impegnate a godere del sole più caldo. Quando poi giungeva la sera, si richiudevano un po’, ripiegando i soffici petali preparandosi per la notte, nel tentativo di proteggersi dal fresco troppo umido e tipico della primavera in campagna. Oppure sapevano trattenere un po’ di pioggia per trasformarla in piccole perle preziose che, incastonate in quei soffici petali, le tramutavano in gioielli abbelliti dai più lucenti e autentici diamanti.

Odiavo la città e odiavo anche i paesi. Detestavo la vita frenetica e tutto quel cemento. Le vie rigide e asfaltate, gli autobus gremiti e scoppiettanti e le strade affollate di gente sempre troppo indaffarata, sempre troppo ben vestita. Non provavo fascino per il lusso e, va da sé, nemmeno per le vetrine asettiche dei troppi negozi. Mi infastidivano i cartelloni pubblicitari affissi in ogni dove, l’acciaio delle ciminiere e i gas nocivi presenti nell’aria e che la rendevano più grigia e irrespirabile.

Dentro quella casetta abitavamo in tre: io, il gatto, e il mio cane. Bentley era un rompiscatole, abbaiava spesso, tuttavia nessuno a parte me, avrebbe mai potuto lamentarsene. Fox invece, era pigro e tranquillo. Amava tanto dormire e non era raro scorgerlo raggomitolato tra i rami, con il suo pelo rosso, sempre sulla cima degli alberi più grossi. A dir la verità, prediligeva il vecchio ciliegio e, d’altronde, quella pianta piaceva tanto anche a me.
Scelsi di abitare in quella casa non appena la vidi. Capii subito che mi apparteneva, la sentii mia; sapevo che l’avrei rispettata e che lei avrebbe rispettato me.
Dunque vi abitavamo io, Bentley, e Fox. Per entrambi avevo pensato un nome inglese. Sin da piccina provavo un fascino particolare per le rigogliose terre del Galles. Avrei desiderato anche visitarlo, ma, complice la pigrizia e quel mio innato bisogno di isolamento e solitudine, il momento giusto per organizzare quel viaggio non arrivò mai. A dire il vero, mi pareva trascorsa un’eternità dall’ultima vacanza, di cui, ormai, conservavo solo vaghe e confuse memorie.
Inoltre non avrei mai potuto affidare a degli estranei Fox e Bentley, rappresentavano la mia famiglia, e nemmeno avrei potuto delegare a qualcuno la cura del mio giardino.

Dell’utilità di internet, me ne parlò Ada la panettiera; un giorno, giù in paese mentre afferravo il rumoroso sacchetto del pane che ne lasciava sfuggire un tiepido e intenso profumo.
Ne andavo matta, soprattutto quando era appena sfornato. Sarei stata capace di divorarne subito più di mezzo chilo. Tuttavia, per comodità, ero solita acquistarlo secondo il fabbisogno settimanale; l’avrei poi congelato, per evitare di dover tornare giù in paese e magari ogni santo giorno.
“Da un mese abbiamo messo Internet, sai? E’ davvero utile ed è anche un bel passatempo. Posso trovarci qualsiasi cosa: curiosità, musica, notizie e ho già provato persino ad acquistare delle pentole. Dovresti convertirti alla tecnologia. Sei troppo sola, così sapresti sempre cosa fare.”
“Mah, sembra interessante ma non fa per me Ada. Io sto bene così!”
“Ascolta il mio consiglio, credimi, ne vale la pena!”, suggerì Ada.
“Ma va, mica mi serve. Che Internét, che Internét. Se desidero imparare qualcosa basta che vada in edicola a comperare un po’ di riviste. Vedi? Ecco qua.” Allargai i lembi del borsone beige in tela, che portavo a tracolla. Era spesso, robusto e pesante. Lo inclinai in modo che Ada potesse sbirciarci dentro. Era ricolmo di settimanali, mensili, riviste, e di qualche libro che avevo acquistato dalla giornalaia, sua dirimpettaia, proprio qualche minuto prima.
Ada era la mia unica amica, la sola con la quale e ogni tanto, io riuscissi volentieri a scambiare due parole.
Quando lasciai il negozio e l’uscio si richiuse cigolante alle mie spalle, notai con la coda dell’occhio, oltre al vetro, un sorriso strano apparire sul suo volto. La conoscevo ormai abbastanza per intuire che le fosse appena balenata in mente una delle sue tante idee bizzarre, e mi augurai non fosse rivolta a me. Avrei forse dovuto preoccuparmene, invece desiderai soltanto tornare in campagna. Era quasi mezzogiorno, si era fatto tardi e cominciavo già a sentirmi insofferente.

Mentre ritornavo a casa con il mio vecchio Pick-up nero, un po’ arrugginito e che aveva imparato a stridere come un treno sulle rotaie a causa di un probabile guasto alla cinghia, ripensavo alle parole di Ada in merito ad Internet. Il telefono che utilizzavo era oramai vecchio quanto l’auto, tuttavia rendeva ancora il suo bel servizio. Se un giorno non avesse più funzionato, allora e solo allora, l’avrei sostituito con un altro. Da sempre ero convinta che, a dispetto delle diavolerie moderne, potesse risultare più gratificante osservare la natura: il mio giardino, il bosco e le rose. Che senso avrebbe avuto osservare delle immagini sterili e piatte attraverso un vetro?
Mi sembravano tutti pazzi quelli che giù in paese e, ancor peggio, in città non sapevano fare altro che martellare uno schermo con il dito, ovunque, per tutto il santo giorno.

Però possedevo un bel televisore. Non era certo l’ultimo modello ma era lì, in bella mostra, adagiato su un tavolino sghembo, proprio dinanzi al divano e, come un bel soprammobile conferiva alla casa una necessaria parvenza di modernità, ma soltanto qualora mi fossi ricordata di spolverarlo.
Ogni stanza della casa era invasa soprattutto da libri, giornali e riviste, tante riviste che, per lo più, trattavano di giardinaggio. Ecco il vero e unico segreto che fosse in grado di rendere accogliente quella dimora. In un certo qual modo, accogliente lo era, almeno per me, dato che nessuno, proprio nessuno e fino a quel giorno, non ci posò mai piede.

“Quel giorno”, non era altro che un pomeriggio qualunque, di una giornata cominciata come una qualunque. Era la fine di settembre. Nell’aria i sentori di una malinconia che suggeriva un inverno ormai vicino. Un vento piuttosto fresco bussava già alla mia porta, giungendo prepotente e trascinando con sé un profumo di foglie secche, di funghi e di muschio. A volte, in giornate come quella, mi capitava di sentirmi un po’ triste. Per risollevarmi optai per una bella scorpacciata di castagne. Le preferivo arrostite e magari accompagnate da una discreta dose di crema al cioccolato. Amavo quei frutti così particolari e farinosi. Ero convinta che a ciascuno appartenesse un proprio e unico sapore, dolciastro o piuttosto salato. A volte, addirittura, credevo di percepirne persino un aroma particolare. Ero certa che gli fosse conferito dalla terra che le aveva accolte e custodite fino al mio ritrovamento. Quella mattina ne avevo raccolte un sacchetto pieno, senza alcuna fatica. Ero stata fortunata. Erano tutte belle grosse, appoggiate sulla terra del sottobosco e già del tutto libere dai propri ricci. Le avrei cotte nel camino ma, siccome era rimasto spento per tutta la stagione estiva, in casa non avevo conservato del pellet. Era ammucchiato fuori, sul retro, ben riparato dalla tettoia del box e persino nascosto da tutti. Scherzo! Da nessuno.
Ero dunque uscita in veranda con l’intento di procurarmi il pellet necessario per accendere il fuoco. Bentley e Fox giocavano allegri, rincorrendosi per il giardino e, zigzagando tra le ultime rose, si godevano quell’aria frizzante e fresca che presagiva un probabile acquazzone. Udii all’improvviso un baccano di passi che scricchiolava forte sul selciato. Questi parevano avvicinarsi sempre di più in prossimità del cancello della mia villetta. Osservai l’orologio d’acciaio che portavo al polso. Non era il giorno del postino, inoltre era anche troppo presto perché si potesse trattare del passaggio dei due contadini. Quel tacchettio risuonava con un ritmo e un’intensità particolare, come generato da suole di cuoio. Questo mi incuriosì parecchio e mi immobilizzò incredula per più di qualche secondo. Inclinai persino la testa ponendomi in attento ascolto e sfilai il guanto di silicone che avevo preferito indossare per afferrare la legna in tutta sicurezza, affinché mi potesse proteggere da eventuali scaglie. Non so perché, ma ricordo di essermi persino sistemata i capelli. Li avevo lisciati con la mano che era rimasta sudata e avvolta dal guanto. Realizzai che, forse per troppo tempo, avevo evitato di recarmi dal parrucchiere. Ero piuttosto certa di poter ancora vantare una folta capigliatura castana, eppure mi sentivo in testa una specie di grosso nido d’uccello: i miei capelli erano stati raccolti come sempre di fretta e in malo modo, in una pettinatura casuale e scomposta. Da anni non sentivo la necessità di osservarmi allo specchio. Non mi occorreva. Sapevo di essere invecchiata, e questo mi bastava. I miei 45 anni mi segnavano la pelle e potevo carpirli al tatto della mano, quando mi capitava di sfiorarmi la fronte anche a causa del sudore o, come quel pomeriggio, per scansare quei quattro capelli, crespi e ribelli che, scompigliati dal venticello, mi erano ricaduti sugli occhi, infastidendomi e causandomi un ripetuto e stuzzicante solletico. Sapevo di dimostrare un aspetto vissuto e un’aria distaccata e seria che mi faceva apparire sempre imbronciata. O forse imbronciata lo ero davvero, ma solo un po’.
Corsi in casa, veloce. Se qualche forestiero fosse transitato per quella via, non avrei desiderato farmi certo notare con addosso quell’orrendo grembiule fiorato che mi ero infilata sopra una tuta blu comoda e forse troppo leggera. Mi sbottonai rapida quella palandrana, lanciandola su uno sgabello rustico e massiccio al quale era affidato l’arduo compito di arredare tutto il disimpegno.
Ero eccitata e fui travolta da una specie di sesto senso.
Mi precipitai di nuovo fuori. Non appena inquadrai il cancelletto rimasi ferma e rigida, come una statua di marmo. Notai un uomo piacente, molto piacente. Indossava un abito elegante, assai elegante.

Era così un bell’uomo da farmi strabuzzare gli occhi. Assomigliava a quelli fotografati sulle riviste e che, talvolta mi sorprendevo a contemplare senza intenzione.
Era davvero ben messo. Gli apparteneva un fisico perfetto e scolpito che avrei potuto definire “da boscaiolo”. Parevano proprio morbidi come i petali delle rose quei suoi capelli scuri, lucidi, e laccati perfetti all’indietro. Aveva degli occhi grandi e chiari che assomigliavano proprio a quelli delle rane e, più o meno, doveva avere la mia stessa età. Ma subito pensai di essermi sbagliata: io dovevo essere senz’altro più vecchia.
Forse si trattava di un sogno, di un miraggio o anche di una visione. Provai a chiudere gli occhi, poi li riaprii. Nonostante fosse trascorso qualche minuto e avessi avuto modo di fare tutti quei pensieri che, a dire il vero, erano anche un po’ sconci, lui era ancora lì: ben fermo e piantato a terra, con quelle sue scarpe così lucide da sembrare delle radici scoperte e che avrebbero potuto appartenere a una grossa quercia secolare.
Voltava curioso la testa a sinistra, e poi a destra. Osservava il mio giardino, i miei alberi, le mie rose.
Lo sapevo! Ero certa che, se qualcuno fosse davvero passato da lì, ne sarebbe rimasto incantato!
Intanto Bentley l’aveva già raggiunto da un pezzo. Era arrivato di corsa, dal garage, abbaiando come un forsennato. Saltava e si impennava. Aveva appoggiato le zampe anteriori al muro di recinzione, proprio accanto al cancelletto. Digrignava i denti, cattivo, e la sua coda si ergeva immobile come un bastone; tuttavia quel forestiero non ne pareva intimorito, anzi, peggio: non scappò nemmeno via.
Mi parve di udire anche il flebile il rumore degli artigli di Fox che si aggrappavano alla corteccia del vecchio ciliegio.
Ero ancora lì ferma come a sostenere la colonna della mia bella veranda fiorita, e osservavo quel personaggio strano ma senza alcun dubbio molto interessante.

“Signora, signora! Mi può tenere il cane?”
“Oh, per tutte le stelle del firmamento!”, Mi aveva notata. E credo di aver pronunciato persino una seconda esclamazione anche più colorita di questa, per fortuna con un flebile filo di voce che probabilmente lui non udì per via del baccano infernale causato da Bentley.
Mi voltai a sinistra, poi a destra, poi dietro. Mi sollevai anche in punta di piedi. Quando fui certa che ce l’avesse proprio con me, assunsi lo stesso colorito che può appartenere a un giglio caduto nella neve. Non impiegai più di tanto a rendermi conto che parlava proprio con me, dato che, in due chilometri quadrati di campagna e di bosco, a parte qualche animale, non si sarebbe potuta scovare una sola anima viva.
Tutte le parti del mio corpo furono travolte da un fremito, come da brividi freddi.
“Scusi, lei è la signora Tancredi? Sono Ettore. Abito giù, in paese. Stamane la signora Ada avrebbe dovuto avvisarla del mio passaggio. Ha ricevuto la sua telefonata, vero signora?”
Come al solito il mio telefonino era rimasto spento. Giaceva ben riposto nel primo cassetto del comodino della mia stanza. Dannata Ada! Ero sicura che non avesse neanche tentato di avvertirmi, sapeva che vivevo isolata dal mondo e che non le avrei mai risposto.
Balbettai: “Ssssì, sono io. E ve… veramente no. Non ho ricevuto nessuna chiamata… ma… spesso tolgo anche la suoneria, anzi, stamattina mi sono recata nel bosco per far castagne. Un attimo, le… le apro il cancello.” E quelle frasi le pronunciai tutte con un tono di voce così stupido da essere in grado di causarmi un’immensa vergogna.
Fui assalita da una specie di panico. Dovevo fidarmi? E se non fosse stato mandato da Ada? E cosa mai era stato incaricato di dirmi?
Pigiai il tasto che avrebbe aperto il cancelletto e mi occupai del cane. Dovevo essere proprio demente se, davanti a un uomo così affascinante , mi limitavo a conservare tutti quei dubbi. Avrei dovuto tranquillizzarmi e rilassarmi, respirare, restare serena e mostrargli il mio più bel sorriso.
Non so come, tutto andò proprio così. Sorrisi e lo invitai a entrare in casa. Fu la mia prima volta, la prima volta in cui permisi a qualcuno di valicare quel cancelletto.
Lui parve sollevato ma, nel contempo, mi osservò assai stranito. Mentre si manteneva a una esagerata distanza di sicurezza da Bentley, nonostante io lo trattenessi per il collare, lanciò una nuova e più ampia occhiata al giardino e intuii che doveva piacergli parecchio.
Quando l’uscio di casa si richiuse alle nostre spalle, lo invitai ad accomodarsi. Accettò occupando una sedia di legno in quella che, al tavolo, reputavo la mia abituale posizione. Ne fui un po’ infastidita. Lui riattaccò sereno il suo discorso dopo essersi dato una rapida scrollata alla giacca.

***
FINE. PARTE 1\2.

LA SCRITTRICE DI VITA.

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Aveva inventato migliaia di storie, o persino di più, per un suo bisogno e senza alcuna brama di successo. E no, nemmeno si trattava di soldi. Sapeva bene che una notorietà qualunque non le sarebbe bastata, che la gloria non è mai duratura, che alla fama, tanto, ci si abitua presto e che quell’euforia, che era solita accompagnarla, sarebbe stata destinata a tramutarsi in ansia, oppure, in molti altri casi, in delusione.
Solo arte. Ecco cosa la obbligava a impugnare una penna o a trascorrere intere giornate davanti al computer. E a quel richiamo accorreva veloce, come se dovesse, in quelle poche ore, concedersi tutto il piacere di un amante clandestino.
Si era convinta che ogni esistenza, anche la più effimera, non potesse trovare una miglior maniera per evidenziare il suo anonimo trascorrere, lento o veloce, sopra questa terra. Aveva trovato il modo di adattarsi e di trasformarsi entro ogni limitazione che il destino le aveva imposto; trovava necessario dover lasciare un segno indelebile, per sé e per gli altri, desiderava tracciare ben nitido quel suo passaggio lungo le sconfinate vie del tempo, che, da sempre, trascorrevano imperterrite e che avrebbero continuato a farlo, anche dopo di lei.
Questo era il suo segreto che riteneva il movente universale, primario e necessario, anche complice dell’origine di ogni espressione di bellezza, di ogni sua forma. Conservava questa convinzione con un temibile rispetto: era un credo, l’elisir indispensabile della mente, quello che avrebbe potuto generare qualcosa di spettacolare, di materiale, che esulasse dalla vita stessa e che, sopravvivendo a quella scissione, potesse vantare un’esistenza autonoma, eterna e immortale.
Aveva assaporato il privilegio di poter consegnare al mondo una creatura perfetta attraverso l’atto di generare un figlio, nel più potente e tangibile miracolo mai davvero concesso all’uomo. E sebbene fosse conscia della grandezza e dell’incanto della creazione, sempre rispettosa e ben lontana dallo sminuirne ogni sua meraviglia, lo considerava un evento del tutto naturale, ben convinta che quasi ogni donna riuscisse a partorire e a crescere un figlio senza mancare di dedicargli infinito amore, per tutta la vita.
Credeva quindi che un racconto potesse, in qualche modo, somigliare a una nascita.

Lo paragonava a un goloso frutto che bisognava piantare, coltivare e persino concimare. E che poi, soltanto alla fine, qualcuno avrebbe raccolto. Certo non lei. Lei non avrebbe mai potuto giudicarne in modo obiettivo né la forma, né il sapore, né tantomeno la consistenza e vi avrebbe scorto soltanto molta fatica, sentimento, cura, grammatica, e tanta, forse troppa, pignoleria.
E quel frutto lo pensava proprio così. Ne immaginava l’interno ricco di semi, oppure il suo grande nocciolo, che avrebbe avuto il compito di racchiudere l’idea iniziale, magari generata da una scintilla o piuttosto da una fecondazione, oppure dovuta a una qualsiasi e più naturale impollinazione. Nel centro di quel frutto dimorava tutta la questione e, intorno a essa, ruotavano, come sospese, tutte quelle idee che ne avrebbero dovuto formare la polpa, dolce o amara, costituita da ogni esperienza di vita, dai sentimenti, dalle proprie abilità e da una certa dose di talento.
In ogni storia era certa di ritrovare gran parte della fantasia e delle esperienze del suo creatore. Questo le conferiva un sapore sempre differente da tutti gli altri. Perciò lei era in grado di estasiarsi al solo pensiero di poter produrre ogni volta qualcosa di intimo e unico.
Ogni personaggio nato dalla sua mente acquisiva alcune particolarità, delle caratteristiche o un aspetto proprio e lei avrebbe potuto scegliere se descriverlo in modo minuzioso oppure se derogarlo all’immaginazione di un possibile lettore, finendo così per affibbiargli una propria individualità e una sua personalità, donandogli, in un certo senso, il divino soffio della vita.
Ogni brano necessitava di essere modellato, plasmato. Occorreva scegliere con cura ogni possibile abbinamento di parole per disporle con sapienza una accanto all’altra, al fine di fare una frase; come se, in quel momento, quell’insieme di lettere erano destinate a convivere, vicine e abbracciate, oppure soltanto a tenersi la mano per non perdere nel significato e nel cammino di quella riga, tra i misteri di un foglio ancora in bianco.

La scrittura avrebbe anche potuto assomigliare alla pittura, tuttavia senza necessità del colore; oppure, avrebbe potuto essere paragonata alla musica, ma sapendo di poter contare su un intero alfabeto, le cui combinazioni sarebbero risultate assai maggiori rispetto all’umile e possibile sviluppo di una qualunque melodia composta dall’alternanza delle sette note. Eppure, quale magia è in grado di suscitare una musica? Ricordi, speranze, amore, gioia, dolore, commozione. E lo stesso, e anche di più, avrebbe potuto donare una storia, se soltanto qualcuno avesse accettato di leggerla con il cuore. Ascoltare della musica non costa fatica, il dover leggere, invece, sì.
La sua sfida era dunque grande, difficile. Il suo non era un piatto pronto da servire e da far consumare a occhi chiusi ma una portata misteriosa, il cui sapore avrebbe potuto essere percepito solo con impegno; non attraverso la bocca ma attraverso gli occhi della mente e impiegando una dose di immaginazione e un po’ di tempo.

Lei quindi partoriva, coltivava, e cucinava storie. Una dopo l’altra. A volte si bruciavano, altre volte le mancavano persino degli ingredienti. Allora ricominciava tutto da capo, con pazienza. Non era un obbligo e nemmeno un allenamento da seguire con disciplina.
I suoi racconti nascevano dalla mera ispirazione: spontanei fluivano come fiumi in piena sulle pagine bianche. Poteva osservarne già nell’abbozzo la loro prima forma. Qualche volta appariva un po’ storpia, o come maltrattata, altre volte si presentava come una grande macchia causata da un getto grigio che pareva generata da uno scoppio o derivante dall’esplosione di un sovraccarico di materia che, altrimenti, le sarebbe potuta accadere dentro scatenando un disastro, un’occlusione, un ingorgo che le avrebbe causato un enorme disagio e tanta, tanta confusione. Ne sarebbe uscita amputata, incapace di avere altri sentimenti o qualsiasi nuova sensazione, come travolta da una specie di black-out emotivo in grado di lederle l’anima. Si sarebbe percepita apatica e vuota, spenta, forse inutile.
E aveva compreso quanto fosse anche necessario l’equilibrio, per non smarrirsi nei meandri della follia ma senza dovervi per forza rinunciare del tutto. Le occorreva eccome quel sano briciolo di pazzia che le permetteva di compiere un qualcosa di insolito, a volte anche plateale, ma attraverso il quale le fosse permesso di scovare uno strano particolare o di riuscire a visualizzare in maniera perfetta quel sensazionale microcosmo, in cui l’ordinario può trasformarsi in straordinario, perché solo grazie a quell’isolamento è in grado di sprigionare tutto il suo più semplice incanto.

Le era necessario produrre ogni giorno, ricercando quella angolatura speciale che le permettesse di godere al meglio di un paesaggio, così come un fotografo studia un’immagine per renderla sempre migliore, particolare, addirittura un po’ soprannaturale affinché, magari, possa essere adattata a una importante copertina. O come un pittore che dipinge la sua opera migliore, quella per cui aneli ad essere ricordato in eterno.
Sapeva inoltre tener a bada quell’irrequietezza che, altrimenti, sarebbe potuta esser travisata in una ammalata insicurezza con il rischio di perdersi, senza speranza di ritornare, nella costante ricerca della perfezione assoluta.
E capitava che riproducesse ad alta voce i vari suoni delle parole, in un mantra. Poteva trovarsi nel più ampio spazio aperto, piuttosto che nel suo piccolo appartamento: bilanciava il tono degli acuti e ogni loro grave, nel disperato tentativo di equalizzarne il giusto significato. Si arrovellava alla continua ricerca di quel sinonimo perfetto che potesse risuonare più incisivo, meno scontato, più d’effetto. Se un sorriso appariva sul suo volto, se i suoi occhi si socchiudevano in una lieve smorfia di piacere, significava che l’aveva scovato o, forse, che quella parola la raggiungeva, accorsa all’intenso richiamo.
Infine rileggeva tutta la frase, con un tono pacato, sereno, e con voce melodiosa, quasi cantilenante. In quel preciso istante si materializzavano tutti i luoghi, ogni paesaggio. Attorno a lei tutto prendeva vita. Appariva così, come in un miraggio, una perfetta scenografia nella quale i personaggi si impadronivano della scena parlando, muovendosi e vivendo la propria avventura nell’assoluto rispetto della storia.
In una specie di trance, con gli occhi chiusi, osservava quel suo film.

Altre volte, solo se posseduta dal vuoto, soleva anche osservare dalla finestra. In cerca dell’ispirazione manteneva lo sguardo fisso e immobile, nel nulla. Era in grado di assentarsi per ore e vagare in mondi paralleli, reali o immaginari. Il suo corpo era lì, ma la sua mente viaggiava, in grado di raggiungere addirittura l’altro capo del mondo.
Altre volte le sue idee si originavano solo da un’alba o da un tramonto, dentro a quei rossori pallidi che poi perdono troppo presto di colore e consistenza. O potevano esalarsi dalla terra e innalzarsi come nebbie, umide e leggere, suscitandole una sensazione di spazio infinito o anche di soffocamento a seconda del suo stato d’animo. Oppure, prendevano vita dall’energia sprigionata da un torrente, incanalato nel suo letto, obbligato a esprimere così la sua forza, costretto nel suo perpetuo scivolare. E infine soleva osservare spesso il cielo, considerandolo oltre alla sola vista; ne carpiva il cambiamento, il suo tramutarsi in spazio e, più lontano, in universo. Sapeva vagare tra le nuvole, grandi o piccole, bianche o grigie, disturbate dalle scie di condensa lasciate da un qualunque aereo, lassù, e che parevano trasformarsi in grandi lettere. Quello poteva essere l’inizio o il termine di un qualsiasi viaggio, come il principio e la fine di una sua storia.
Poteva percepirsi in balia del temporale, rapita dal vento che sospinge o sforma ogni cosa.
Si perdeva a fissare ogni orizzonte, piano o aguzzo, ogni vetta, con la sua rigorosa imponenza millenaria: osservando quelle montagne, realizzava di essere soltanto un puntino che nulla avrebbe potuto contro la maestosità e le forze della natura.
Adorava cercare piccoli insetti rimasti incastrati nell’erba bassa e si soffermava ad ammirare i fiori, anche piccoli, anche i meno variopinti. Immaginava il percorso segreto delle radici, che svanivano nelle viscere della terra cercando la linfa necessaria per il loro nutrimento e quasi si ipnotizzava nel volo a zig zag delle api e delle libellule, che poi planavano sulla superficie dell’acqua ferma di un lago. Dopo averla sfiorata, tornavano spesso su, nel cielo. Qualche altra volta invece, sbagliando qualcosa, capitava che ne venissero sommerse per sparire dentro un’onda che, improvvisa, le trascinava nei meandri neri degli abissi.

E ancora… La forza del mare grosso, mosso, il suo turbamento. Il moto e il rumore delle onde che infrangevano gli scogli, a poco a poco, senza che nessuno se ne potesse davvero rendere conto.
I fondali bui, insidiosi, con i loro abitanti anche fantastici, leggendari o immaginari.
A volte perdeva la cognizione del tempo, per lei rappresentata soltanto dalla stesura intercorsa tra la prima e l’ultima parola di un foglio, qualcosa di tangibile al contrario del ritmo ingannevole della vita.
I suoi occhi avevano assorbito i riflessi di tutto. La sua penna aveva annotato quasi ogni cosa.
Lei non chiedeva altro che di essere amata, e, forse, andò proprio così.

“Ricordo il ticchettio infinito della tastiera, ogni sera e poi ogni notte, prima di addormentarmi. Oggi conservo ancora tutto una miriade di quaderni, fogli e il suo portatile. Centinaia e migliaia di scritti, frasi, parole sparse e persino qualche immagine. Oggi lei non è più qui. Ma posso ancora vederla, posso percepirla, posso rivivere ogni sua emozione.
E io vedo tutto con i suoi occhi, davvero. Leggo e mi ritrovo nelle sue storie. Dentro o fuori, dove mi pare. Mi viene chiaro il suo ricordo, ascolto il battito del suo cuore, ne respiro l’anima.
Mia madre, oggi, riposa serena, abbracciata dal cielo e dalla terra, sorvegliata dai monti e dal flusso dell’acqua limpida che scivola giù, fin sotto il suolo. Mia madre non scrive più, ma io so che è felice e sono certo che le sue storie si tramanderanno di generazione in generazione.
Io e mia moglie aspettiamo una figlia. Porterà il suo nome e spero possa ricevere anche il dono dei suoi occhi profondi. Ma, indipendentemente da ogni possibile suo destino o percorso, sono certo che imparerà ad amare e non avrà dubbi nel credere a quel “per sempre” che sa davvero volare, oltre ogni confine, al di là della vita.
E lo devo a te, mamma. Grazie.”

COME UNA MOSCA.

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“Venite, correte! Venite a vedere.”

La sua ombra disegnava quasi un falco sull’asfalto caldo e che, poco più in là, donava il miraggio di un lago fermo sotto una qualsiasi alba di sole.
I raggi, troppo luminosi, la obbligavano a socchiudere gli occhi dietro un alone biancastro che la abbagliava.
Teneva le sue braccia distese a formare due angoli retti perfetti. La brezza afosa e umida carezzava la sua pelle che appariva dorata. Ne godeva immobile con le gambe un po’ divaricate, i piedi ben adagiati a terra in un contatto che rilasciava stabilità e una forte energia positiva.
Non pensava più a nulla, aveva svuotato la sua mente in una specie di meditazione, sapeva di esistere, di esserci, ma si era innalzata, oltre la materia, oltre la carne. Il suo involucro non conservava più alcuna importanza. Era divenuta solo uno spirito, puro e libero.

“E voi lo sapete cosa si prova nell’odiare il proprio corpo? E’ un dolore amplificato rispetto alla semplice convinzione di non piacere agli altri. Perché dal resto del mondo si può sfuggire, ci si può isolare, da se stessi no. Si può decidere di trascorrere ogni giornata ben nascosti, rinchiusi e serrati tra i muri di casa. Magari si può ascoltare della buona musica, o leggere, oppure fare qualsiasi altra cosa, senza essere visti. Nessuno, così, può venire a sapere che ci stiamo facendo del male, mentre ingurgitiamo intere tavolette di cioccolato e poi lo vomitiamo, mentre piangiamo e mentre disperiamo.
Possedere la cognizione di essere davvero brutti, invece, comporta una reale e totale presa di coscienza di quel rifiuto perenne verso di sé, il rigetto del proprio e intero corpo. Significa farsi schifo da soli.
Sì, io mi facevo schifo, ero uno schifo.”

Era nuda. Si era obbligata ad osservarsi allo specchio affisso al grande mobile dalle ante scorrevoli, nella sua stanza, e che tante volte, forse troppe, avrebbe voluto strappare via. Si era sfilata quell’imbarazzante e leggera camicia da notte che, dopo una esagerata sudata dovuta a quel caldo eccessivo di agosto, aveva appeso ad asciugare alla maniglia della finestra e che, ora, pareva fungere da tendone con i suoi bei quadri scozzesi.
Degli orrendi cuscinetti sui fianchi, della stessa consistenza del burro quasi sciolto, le mettevano un forte ribrezzo.
Poi, lo sguardo le era scivolato giù, sulle cosce enormi e flaccide, mollicce. Si confondevano chiare, una con l’altra, disegnando la sagoma di un grande imbuto. La sua pelle appariva ovunque spessa e ruvida e le ricordava la buccia di un’arancia piuttosto marcia. E si sentiva anche peggio nel muovere qualche piccolo passo dentro quella camera. Il grasso in eccesso posto al di sotto dell’inguine, si strofinava su dell’altro grasso, creando una costante irritazione dolorante e causando delle fiacche biancastre e perenni che rilasciavano un liquido piuttosto trasparente, come in una vasta scottatura. E bruciavano, bruciavano anche dentro.
La pancia si ripiegava per tre volte, in una squallida progressione, a gradini. Rialzandola un po’, con le mani, mentre quella materia tentava di strariparle tra le dita, scivolosa, gommosa, come un budino alla vaniglia o forse anche una crema pasticcera, era possibile scorgervi lì sotto, ben soffocato, come un piccolo biscotto inzuppato, un ombelico del tutto sformato.
Il suo petto di tacchino, pareva un piatto piano sul quale giacevano due grossi noccioli di ciliegie, abbandonati come uno scarto, un qualcosa in attesa di essere gettato via e che qualcuno, forse, avrebbe preferito sputare piuttosto che ingoiare.
Le braccia, così sproporzionate, le ricordavano dei tronchi legnosi, magari di pino, e interamente ricoperti da una ruvida corteccia ove apparivano evidenti e profonde incisioni e, sui quali, erano stati affissi degli stendardi di ciccia, oscillanti e gommosi, quasi artificiali.
Le caviglie sembravano mattoni, di quelli che si usano per far affondare qualcosa, per sempre, negli abissi del mare. Una folta peluria ricopriva proprio ogni cosa, come un fitto strato di muschio del più recondito sottobosco.
Due palpebre caduche serravano degli occhi piccoli, forse marroni, cerchiati da rughe, in tutto e per tutto simili a delle impronte lasciate da una gallina ed erano sovrastati da lunghi ciuffi spettinati di sopracciglia che si incrociavano senza alcuna direzione, sull’attaccatura di un naso esagerato e troppo largo.
Dei baffetti neri deturpavano il resto del viso, rendendo la bocca, così sottile e informe, quasi uno sfregio.
Delle orecchie a sventola sbucavano dai capelli crespi, ricordando un tappeto di alghe giallognole che avvolge e nasconde tesori e conchiglie nel suo perpetuo ondulare.

Si sforzò di resistere, cominciava a percepire il peso delle braccia che desideravano accasciarsi, stanche, lungo i suoi larghi fianchi.
Il sole ribolliva ogni cosa, ormai alto in quel mezzogiorno.
La giovane donna era rimasta ferma e nuda, in quella posizione, per intere ore.
Una mosca, piano, irruppe con il suo ronzio quel silenzio surreale e si poggiò sulla sua spalla madida di sudore. Aveva solo sete.
Con le sue zampette le solleticava la pelle e quasi le lasciò sfuggire un sorriso.
La donna, in quell’istante stava benissimo. Si percepiva finalmente libera e, proprio come quell’insetto, priva di ogni grave pensiero o anche banale emozione.
Così, leggera, avrebbe persino potuto seguirlo. Al termine di quel breve ristoro avrebbero dischiuso insieme le loro fragili ali, per volare via, lontano, finendo chissà dove.

Dell’altro tempo trascorse senza che se ne rendesse conto.
Comprese che il sole stava eclissando all’orizzonte poiché, sotto le sue palpebre ancora chiuse, filtrava una luce diversa, opaca, rosea.
Era ignara di essere divenuta la protagonista di un imperdibile spettacolo. Sapeva che qualcuno avrebbe potuto notare quella montagna di carne, brulla, nuda e piantata sul parcheggio del cortile. Certo, l’aveva messo in conto. Ma non avrebbe potuto immaginare che a casa sua fosse accorso proprio tutto il paese. Una gran folla la osservava attraverso le sbarre del cancello. Alcune persone si erano persino arrampicate sulla recinzione. Tutti avevano osservato immobili, senza muoversi, senza fiatare, per tutto il giorno.
La notizia aveva rapidamente percorso ogni via, ogni piazza, era stata annunciata ai telefoni, ai citofoni oppure semplicemente fu trasmessa di porta in porta o sussurrata persino da qualche finestra.
Non si era nemmeno accorta dei numerosi occhi incollati alla sua pelle che, in quel crepuscolo, rifletteva rare sfumature di luce che nessuno avrebbe mai più dimenticato.
Forse qualcuno avrebbe desiderato parlare, dire o dirsi qualcosa. E invece regnò il silenzio. Persino ogni respiro era stato trattenuto e misurato, per non disturbare e non fare troppo rumore.
Diverse persone non si recarono nemmeno al lavoro, tutti i bambini persero la loro consueta voglia di giocare chiassosi, per le strade o nei giardini, e tra la folla c’erano anche il postino, il panettiere e persino il parroco del paese e pure gli stessi ragazzetti che, incontrandola più volte per strada, ridendo cattivi, erano soliti esclamare: “ fate largo, sta arrivando la cicciona!”.
Tutti giacevano lì, come statue, con gli occhi sgranati e la bocca aperta, vuota, come se qualcuno gli avesse tagliato la lingua.

La donna tremava, ormai era sfinita. Ogni singolo osso del suo corpo si lamentava, atrofizzato e causandole delle fitte dolorose, lancinanti.
Una lacrima le scivolò piano sulla guancia, trovando un modo di fuoriuscire dai suoi occhi di proposito tenuti ancora chiusi. Fu irradiata da quell’ultimo raggio di sole e parve diventare un tutt’uno con esso, rilasciando un bagliore davvero accecante. La sua bruttezza svanì dentro a quell’istante, come per magia, per tutti.
Si decise. Era giunto il momento di rientrare in casa. Come un epico gigante tentò di disarcionare il suo piede dal terreno, ma ogni arto era ormai paralizzato, travolto da una severa fredda rigidità dovuta a quella prolungata immobilità. Percepì il suo corpo rinsecchito, quasi morto.
Crollò a terra con un tonfo plastico.
Tutti ebbero un sussulto e subito, di istinto, uno scatto.
E siccome il cancello era rimasto chiuso, qualcuno tentò di scuoterlo, altri cercarono di scavalcarlo nell’intento di raggiungerla e soccorrerla. Dovevano rialzarla. Dovevano.

Era un piccolo paese, uno di quelli dove tutti conoscono tutti, perlomeno di vista. E solo in pochi pensarono che quella grassona fosse impazzita. La maggior parte di loro ben comprese, invece, il motivo di quel gesto disperato.
I primi temerari riuscirono ad accedere alla proprietà. Poi ne seguirono altri, e altri ancora. Quel piccolo cortile brulicava di gente che si era riversata attorno a lei.
Quando si riprese, ancora intontita anche a causa di un probabile calo di pressione, dischiuse gli occhi vergognandosi profondamente nel riscoprirsi così: nuda, circondata da tutte quelle persone.
In seguito, le inquadrò meglio, una per una, e notò ogni sguardo. Quelle persone erano diverse, così diverse da ogni altra volta. Erano affettuose, compassionevoli, commosse. Forse sapevano. Avevano capito tutto.

Un gruppo di uomini la riaccompagnò dentro casa, e in molti trascorsero una buona parte della notte seduti sull’erba del suo giardino. Si accamparono ancora un po’, alla bella e meglio, in perfetto e rispettoso silenzio, fino a che, nella piccola villetta, si attenuò ogni più flebile luce.
E anche se quella notte il giardino tornò deserto e alla sua normalità, quasi tutti, nei mesi a seguire, fecero ritorno dalla grassa signora, cercando, ognuno a modo suo, di esserle d’aiuto.

Da quel giorno, qualcosa cambiò e per sempre.
Il destino, come un nastro, scivolò in fretta, in avanti.

“Ora mi osservo allo specchio e noto una signora relativamente piacente. Ricordo troppo bene quel terribile periodo della mia vita e il dolore immenso che provavo. Vi confesso che, più di una volta, avrei desiderato persino morire. Vorrei solo dire a tutti voi, che dai problemi non si può scappare e nemmeno ci si può nascondere. A volte occorre essere forti, obiettivi. Bisogna saper gridare e soprattutto essere tanto coraggiosi per sapere chiedere aiuto. Disperarsi non serve a niente. Se quel giorno non avessi compiuto quel gesto plateale, così bizzarro, davvero estremo… oggi sarei ancora qui, a provare schifo nell’osservarmi allo specchio. Avrei buttato la mia vita. E dovete proprio sapere, che quel giorno, volai davvero, con tutti i miei “vecchi” 156 chili. Eppure mi sentii leggera, finalmente leggera, come una mosca.”

Si ringrazia De Gregori per la sua stupenda e malinconica canzone che ho adorato, sin da piccola. Per l’immagine di copertina, grazie alla simpatica signora “Maria Carla Renzi” che mi ha fatto scoprire un luogo nuovo e immensamente bello che spero di visitare presto e, infine, cito la grandissima e intramontabile Enya, mio sottofondo in questa scrittura.
Ciao a tutti.
Lady Nadia.