LA LETTRICE DI SOGNI.

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Era fatta di sogni, quasi eterea. In lei dimoravano milioni di paesaggi e di personaggi. Ogni sera si sdraiava nel suo letto accarezzando di volta in volta un libro diverso, il suo dorso e la sua rilegatura. Lo apriva e con un respiro profondo ne annusava l’odore delle sue pagine e la loro consistenza che trovava sempre eccitanti e differenti: ormai era divenuta una vera intenditrice.
A volte le mani proseguivano anche più giù, distratte e libere, mentre leggeva di guerrieri o di pirati, di intrepidi eroi o di innamorati.
In quelle ore della notte, quando tutto era silenzioso e buio, c’erano per lei solo parole illuminate da una flebile luce proveniente dalla lampada sul suo comodino che le irradiava di riflesso anche il volto. E lì, ogni volta, accadeva una magia…

Lo scorrere del tempo mutava le energie, le pareti della sua stanza da letto potevano diventare con le loro ombre dei fari sul mare, nebbie dense, città brulicanti, boschi fitti e impervi e persino montagne. E ancora alberghi lussuosi, grandi negozi o piccole botteghe e infine spiagge tropicali.
I personaggi delle sue letture si liberavano dalle pagine come fantasmi che Romana poteva osservare, sfiorare e anche toccare. Lei poteva esserne posseduta al punto di percepire quei racconti come una realtà e vivendoli da protagonista.
Aveva così fatto l’amore con un cavaliere dai lunghi capelli ricci e dorati, giunto da est in sella al suo cavallo nero. Lo aveva osservato sopraggiungere da lontano e in controluce apparire dal bosco. La sua sagoma si stagliava nitida in quella mattina di sole primaverile, mentre una farfalla, in primo piano e proprio davanti al naso, disegnava spirali di illusioni nell’aria, decorandola con impalpabili nastri bianchi.
L’uomo avanzava al trotto e alla vista di Romana avvolta nella sua candida camicia da notte corta e leggera, zeppa di pizzi, sgranò gli occhi ordinando al suo cavallo di fermarsi.
La sua voce risuonò nella foresta, uno stormo di uccelli si levò in volo con fragore.
Illuminato da un raggio di sole, filtrato per caso tra i rami di un abete e con un balzo leggiadro, l’uomo smontò dall’animale. Lo legò ad un tronco, appoggiò a terra il fodero di pelle che proteggeva una spada dorata e con lo sguardo carico di desiderio si avvicinò lentamente a Romana con passi larghi e sicuri. Lei ne carpì subito le intenzioni, la voglia si impadronì istantaneamente di lei. Fu certa di potersi abbandonare al bellissimo uomo così si lasciò prendere. Non era certo uno sconosciuto! Ne aveva letto per diversi capitoli le numerose peripezie compiute con coraggio al fine di salvare il suo popolo: era un eroe. Romana sapeva che Edgar era rimasto solo e che, soltanto poco prima, cavalcando, desiderava con tutto sé stesso l’incontro con una donna. Aveva la necessità di distrarsi per presentarsi l’indomani a quella battaglia ancora più forte e più sicuro. Avrebbe così ottenuto la vittoria, per sé ma ancor prima per la sua gente che ormai confidava in lui.
Visibilmente preso da lei e ansimando affannosamente, le sollevò rapido la sottana. Carezzò per qualche istante le cosce ben tornite fermandosi un momento ad ammirare quelle gambe così perfette, affusolate e dritte. Romana si lasciò andare a quelle mani, robuste e nel contempo ruvide che salirono presto altrove provocandole gemiti sommessi. Poi l’uomo slacciò la sua armatura lasciandola ricadere al suolo e, baciandola prepotentemente, la possedette con virilità e a lungo, alternando continuamente intensità e ritmi.
Intontita dal piacere si percepì utile e veramente felice pensando che, alla fine del libro lo avrebbe incontrato e sarebbe stato per sempre. Un lieto fine.

Durante un’altra notte si ritrovò su un treno. Ne conosceva bene la destinazione.
Era seduta su un sedile di pelle logora e dal finestrino scivolavano paesaggi colorati del sud America. Strisce di terra rossa, lingue blu e macchie di colore la ipnotizzavano mentre con la sua manica ripuliva dalla condensa dell’alito il vetro torbido e per nulla trasparente.
Un uomo si accomodò sedendosi al suo fianco e facendola sobbalzare. Si voltò ad osservarlo e rimase esterrefatta. L’investigatore Lincoln! Quanto imbarazzo provava! Lo sapeva impegnato in un’indagine difficilissima, era il suo idolo, da sempre.
Impacciatissima gli rivolse un sorriso di ammirazione. L’uomo, che era assorto nel suo portatile, le accennò per tutta risposta soltanto una smorfia anche un poco scocciata, che tanto bastò ad estasiarla.
E a fatica riuscì appena a ronunciare le parole che trovò scritte tra le virgolette: “ scusi se la disturbo, la stavo attendendo. Ho il compito di riferirle una notizia importante!”.

Romana fu, nelle sue letture, anche una tessitrice che attendeva il ritorno del suo amato, un burattino, una bambina abbandonata in orfanotrofio. Divenne una regina, una strega, una principessa, un’eroina, un’esploratrice, un’indigena e una guerriera.
Le capitò di essere spesso corteggiata e molte volte anche di sentirsi sola. Assistitì o partecipò a incontri amorosi o scenate di gelosia. Dovette subire violenze, torture, le capitarono situazioni davvero imbarazzanti.
Si trovò faccia a faccia con la morte e visitò ogni angolo del mondo.
Si avventurò ocunque a bordo di elicotteri, jeep, aerei, mongolfiere e una volta si immerse persino nelle profondità degli abissi marini grazie a O’Brian e a un sottomarino.

Le capitò di trovarsi dentro storie crudeli soffrendo immensamente.
Quanto dolore, quanta paura!
Veglie in ospedale, delitti e malattie, carestie, guerre, terribili persecuzioni.
Romana allora non riusciva a fermare le lacrime e la stanza si impregnava di tristezza. Per quanto possa sembrare strano Romana amava anche soffrire.
Attraverso il dolore viveva la più forte emozione.
Era questo che cercava, in ogni pagina. Desiderava esserne travolta, ne aveva davvero bisogno. Era puro ossigeno.

Per quanto un romanzo potesse risultare struggentemente maledetto, per lei lo era ancora di più ogni singolo risveglio.
Dopo pochissime ore di sonno, quando al sopraggiungere dell’alba riapriva gli occhi e si ritrovava con delusione nel suo letto stringendo ancora un libro nella mano… ecco la verità riaffiorare prepotente.
La sua vita era racchiusa in pochi chilometri quadrati.
Solo Romana: una semplice operaia di una nota fabbrica in città e il ticchettio dell’orologio che riprendeva imperterrito a scandire il solito ritmo troppo reale e sincopato, dannato.
Alzarsi, lavarsi, fare colazione. Salire su un autobus, timbrare, lavorare. Mangiare, parlare, di nuovo lavorare. Riprendere l’autobus. Salire, scendere. Comprare. Rientrare. Lavarsi, ancora cenare.
E poi…

… poi finalmente ritornava la magia. Il richiamo: forte, inevitabile.
La storia ancora tutta da scoprire nel nuovo libro sul comodino.

E quella notte, Romana fece di nuovo l’amore.

AUTUNNO.

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Fabiola Santarelli ” bimba con sciarpa” da gruppo Facebook “AMICI ARTISTI” (grafite e carboncino).

“A volte dei quadri possono ispirare delle storie che scaldano l’anima, come delle tiepide caldarroste consumate in autunno.” ( Lady Nadia)

Chiara si osservava intorno con un’aria curiosa. Era bellissima: il viso paffuto e dorato dal sole e avvolto da una cascata di capelli biondi e mossi. E poi quel piccolo naso così perfetto, e una boccuccia rosa, lucida, a forma di cuore.
“La vorrei mettere sulla testa!”, aveva esclamato la bambina divertita, afferrando dal cassetto della mamma una sciarpa a scacchi di lino. Simona, inginocchiandosi e sorridendo, esaudì il desiderio della sua piccola. La avvolse morbida attorno al collo di Chiara, e, solo in un secondo tempo, cercò di farla contenta ricoprendole un pochino anche la nuca. Gli occhi azzurri e grandi della bambina divennero lucidi di gioia quando si ammirò nella grande specchiera appesa nell”atrio.

“Mamma, cosa facciamo adesso?”
“Ti va di fare una passeggiata?”
“Certo! Poi mi prendi il gelato?”
“Quando torniamo però. Ok?”
Chiara sorrise. Era bella quanto un angelo.
Mano nella mano, le due si incamminarono per la viuzza ciottolata che conduceva al bosco, lasciandosi alle spalle la loro graziosa villetta.
Simona, in quelle abituali passeggiate, era solita portare con sé anche un sacchetto di plastica vuoto, bene appallottolato, infilato nella tasca del suo giubbetto. Chiara adorava raccogliere diverse cose durante le sue passeggiate. Potevano essere dei rametti, dei sassi, o ancora oggetti lanciati da chissà chi sulla via, come ad esempio: tappi di plastica, fili di ferro, bottoni… E poi il periodo era quello delle castagne. A dire il vero non erano ancora arrivate, i ricci non avevano ancora voglia di cadere a terra,  col loro bel verde restavano i protagonisti dei rami ormai quasi spogli ma… chissà! Ogni giorno poteva essere quello buono e forse,  avrebbero potuto portarne a casa solo qualcuna. Allora le avrebbero fatte bollire per il dopo cena, Chiara avrebbe atteso con ansia la loro cottura e, intanto, avrebbe disegnato col suo ditino sulla condensa al vetro della cucina. Lo avrebbe fatto anche se sapeva benissimo che la sua mamma non avrebbe amato ripulire con lo straccio tutte quelle facce rotonde sorridenti con i capelli dritti sul loro testone ma, in un certo senso, era come misurarne la sua pazienza, inoltre, se non l’avesse rimproverata, sarebbe stata una ulteriore e gradita conferma di affetto.

Non ebbero neanche il tempo di imboccare una secondaria verso il boschetto e Chiara già si chinò raccogliendo qualcosa.
“Mamma! Guarda cosa ho trovato!” “Cos’è?” Replicò Simona che, fingendo interesse, prese il piccolo oggetto tra le mani. Era un comunissimo pezzo di plastica, nero, consumato. Lo osservò cercando di dare una risposta alla figlia.
“Mah, potrebbe essere un pezzo di un copri-catena, sai, magari appartiene a qualche bicicletta. Forse un sasso che è stato preso di sbieco dal copertone è poi saltato su, rompendo la bici!”
La piccola sorrise. Le spiegazioni della mamma erano sempre così precise e così confortanti da farle provare un senso di dolce sicurezza.
Infilò la sua manina esile nel grande tascone di mamma ed estrasse il sacchetto. Accennò qualche saltello e dandogli un paio di sbattute lo distese gonfiandolo. Immediatamente vi infilò orgogliosa quel ritrovamento, porgendo poi tutto a Simona.
“Non lo porti tu?” Domandò la mamma, già conoscendo la risposta.
“No mamma, lo sai che poi mi annoio!” Replicò la biondina.
La passeggiata proseguì allegra anche se Simona era stanca. Come ogni mattina si era svegliata molto presto e, una volta lasciata Chiara alla scuola materna, la aspettava il suo consueto turno di lavoro in farmacia. Siccome nei cassettoni delle medicine ultimamente non si trovava più niente, il dottore le aveva chiesto di dare una bella riordinata. Non che le varie scatolette fossero pesanti ma, per sistemare, occorreva restare chinati per diverse ore, estraendone tutto il contenuto, dando una bella pulita al fondo del cassetto e reinserendo poi tutte le medicine, spostandone anche parecchie per rispettare l’ordine alfabetico. Nel frattempo, ogni tanto, il dottore la interrompeva anche per farsi aiutare in cassa. L’autunno, si sa, porta i primi malanni e la piccola farmacia di borgata era stata ovviamente presa d’assalto.
“Mi occorrono le caramelle per il mal di gola!” “ Della Tachipirina, grazie!” “ Ha qualcosa per la tosse?”

Quando Simona trascorreva i pomeriggi con la piccola, cercava comunque di non dar peso al suo mal di schiena e a volte anche al mal di gambe. Desiderava offrirle sempre il massimo di sé. In un certo senso era come se glielo dovesse, inoltre regalarle serenità, la faceva sentire appagata.

“Mamma! Perché le foglie muoiono?” Domandò improvvisamente la piccola.
Chiara aveva appena compiuto 5 anni e tutti sanno che questa è l’età dei “Perché?”.
Simona le lasciò scivolare una dolce carezza dalla guancia, lenta, giù fino al mento. Si fermarono un attimo: stavano procedendo troppo spedite, occorreva una pausa e, a causa del fiatone, le sarebbe risultato difficoltoso anche dare una risposta alla piccola.
“Perché loro preferiscono il caldo. Ogni autunno seccano e si staccano dai rami lasciandoli spogli per tutto l’inverno ma, quando tornerà la prossima primavera, riappariranno come teneri germogli e poi sbocceranno più belle di prima.”
“Anche noi moriremo per poi tornare più belli di prima mamma?”
Simona cercò di mascherare un tremolio nella voce che avrebbe mostrato una certa insicurezza e, prendendo un respiro profondo le rispose: ” Certo! Noi non moriremo in base a queste stagioni ma quando sarà il nostro momento ci staccheremo da questa terra e voleremo lassù, in paradiso, più belli di adesso. Ci puoi scommettere!”
Chiara pareva non aver nemmeno ascoltato la risposta. A giudicare dal suo sguardo si era incantata ad osservare il volo di un corvo che si era innalzato dal campo ai bordi del bosco. Per Simona fu meglio così. Avrebbero avuto tutto il tempo per affrontare questo argomento quando la bimba fosse un po’ cresciuta.
Si addentrarono nel bosco, raccolsero dei rametti, dei piccoli sassi. Poi lungo il cammino si imbatterono in un castagno che aveva già lasciato cadere a terra i suoi frutti belli e maturi. Chiara fu al settimo cielo. Aiutandosi con un bastoncino li estrasse insieme alla mamma, uno per uno e, continuando a ridere anche quando si pungeva, esclamò: ” Che fortuna! Le uniche mature! Mamma, questo albero ha pensato a noi!”.
Simona sorrise e, nonostante il mal di schiena che ormai era diventato quasi insopportabile, aiutò Chiara a raccogliere tutte quelle castagne, davvero tutte.
Cominciava ad imbrunire. Purtroppo le giornate erano già brevi. Con il loro sacchetto gonfio e pesante si avviarono a passi larghi verso il bar della piazzetta in centro paese, dove la piccola ebbe il suo gelato alla panna, e poi tornarono a casa.
Simona, esausta, svuotò il grosso sacco sul tavolo, incaricò Chiara di controllare quali castagne fossero “abitate” dai vermicelli. Quelle giudicate buone finirono presto nel lavandino. La bimba, salita in piedi sulla sedia le lavò per bene, senza risparmiare di annaffiare a più non posso anche tutto il piano della cucina e persino il pavimento.
Però era bello guardarla sorridere! Per una mamma non c’è nulla di più gratificante di osservare la felicità del proprio figlio anche con tutta la stanchezza del mondo.
Simona cucinò la cena e mise a bollire le castagne. Chiara giocò indisturbata con l’umidità del vetro disegnando alberi pieni di foglie e grosse facce sorridenti con quattro capelli piantati in testa.
Dopo cena ne consumarono con avidità la propria porzione. Chiara le morsicava golosa, schiacciandole aiutandosi con i denti, mentre Simona preferiva tagliarle a metà con il coltello e mangiarle utilizzando un cucchiaino da caffè.
“Posso mangiarne ancora?” Domandò insaziabile la piccola.
“Basta Chiara, troppe fanno venire il mal di pancia. Lasciane qualcuna a papà!”
Il padre, a causa dei suoi turni, sarebbe tornato tardi quella settimana, quando Chiara ormai stava dormendo.
Dopo aver sistemato tutta la cucina e aver lavato Chiara, Simona la accompagnò a letto. Mentre si chinò a baciarla sulla fronte la piccola esclamò: “ mami, domani possiamo tornare nel bosco?”
“Domani vedremo, penso di sì.” Replicò la donna che, esausta, in quel momento, non riusciva nemmeno ad immaginare un’altra passeggiata.
La piccola si perse immediatamente nel sonno cullata da nuvole di gelati alla panna e castagne da raccogliere.

Sul vetro della cucina si era formata della condensa. Simona si avvicinò alla finestra e disegnò una faccia tonda, sorridente con pochi capelli sulla testa.
Un profumo di castagne lesse si propagava nell’aria.
E, con la luce accesa, nel vetro osservò riflessa la sua immagine. Quanto era invecchiata da allora! Tanti segni del tempo le segnavano la pelle, gli occhi solcati dalle tracce di ogni emozione che aveva provato nella sua vita. Il ricordo di suo marito, un uomo alto, forte e benevolo la avvolse e la incupì. Attraverso l’immagine nella finestra, a quel pensiero, notò il suo volto divenire improvvisamente ancora più vecchio e osservò i suoi occhi lucidi.
Poi, passata la malinconia, disegnò un’altra faccetta, vicino a quella che già c’era. Più piccola e senza capelli ma altrettanto sorridente.
Una luce le illuminò il volto asciutto e corrugato e questo si distese: stava per diventare nonna!

Questa? E’ casa mia. “Sorbole!” (pubblicato in antologia “racconti del lago” Historica ed.)

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Si ringrazia il web per la foto di Ennio Poletti.

Mi capita spesso, come ora, di osservare palazzi e case. Cerco di coglierne i riflessi sui vetri, il colore delle tende. Osservo i loro davanzali adornati di fiori, oppure, nella stagione fredda, anche i vasi solo vuoti, il loro colore, la loro forma. Quali panni sono stesi sui balconi o ogni altro oggetto che vi è stato appoggiato per caso. Ogni angolo cela la vita, ogni luogo crea una sua atmosfera e mi pare di percepirne quell’energia nascosta che questi emana inconsapevolmente; tento di carpirne il più possibile e di farmi un’idea sulle persone che abitano dietro a quelle finestre, una per una. Parecchie di loro ormai le conosco anche. Osservo con maniacale attenzione dai serramenti lasciati a volte aperti, tutto ciò che capita di scorgervi all’interno. Riesco a percepirne l’energia, molte volte positiva, altre volte no. Diciamo che questo è il mio passatempo preferito.
Il cielo di questa tarda mattinata invernale, finalmente terso, azzurro e profondo dopo giorni di lunga e ininterrotta pioggia e vari toni di grigi… “sorbole!” Si… oggi favorisce le mie riflessioni.
Mi pare quasi che il mio animo stanco voglia spingersi fuori, lontano da me, senza lasciarmi del tutto però. Posso sentirlo premere e allargarsi, ingigantirsi verso il lontano orizzonte e, in altezza, fino a quelle due nuvole bianche lassù, che passeggiano orgogliose, leggere e vanitose mentre cambiano velocemente forma. Io invece sono sempre qui, sempre vestito uguale e mi posso limitare soltanto ad osservarle.
Ed è questo tutto ciò che ho. Il cielo e il paese sono la mia televisione. Ogni tanto leggo il giornale del giorno prima che trovo in qualche cassonetto, così come, di rado, qualche libro infilato nell’immondizia.
Possiedo anche un po’ di questa terra, che quasi mi spiace calpestare. “Sorbole!” Sempre con queste scarpe marroni, ormai consumate e smunte, le cui stringhe, una volta, erano di un bel giallo limone ed ora invece completamente annerite.
Ricordo quando io e mia moglie Anna le acquistammo giù in città. “Sorbole!” erano care, eppure ci piacquero e le comprammo, così come tante altre cose, utili e inutili. Fine della storia.
Ecco, posso dire oggi, che almeno erano di ottima manifattura poiché indosso unicamente queste ormai da anni, anche se la suola si è completamente usurata.

“Sorbole!” Conosco il momento preciso, e dico: proprio il momento preciso, in cui, ogni mattina, esce di casa Giovanni, il benzinaio. A passi stretti, mentre fischietta, percorre a piedi la piccola salita che separa la sua bella villetta dal suo distributore di benzina a due pompe, l’unico del paesino.
Lui si che ha una bella vita! Ma non sono geloso, ci tengo a specificarlo. Beh, forse un pochino, solo un pochino.
Ancora prima, all’alba, il pane viene consegnato regolarmente al piccolo alimentari accanto al lavatoio abbandonato. Un Fiorino bianco, che lascia una scia di profumo di farina e di buono, parcheggia proprio lì sulla sinistra quasi davanti a me. Si arresta sul ciglio ciottolato della strada, e questo ogni santo giorno esclusa la domenica. Dopo pochi istanti la portiera si apre e, insieme alla musica della radio, compare un uomo brizzolato. “Sorbole!” Costui ha l’altezza di un nano e senza alzare lo sguardo, sbuffando e imprecando, scarica sempre la stessa cassetta che un tempo fu bianca e ora ha perso il suo candore. La spinge al di sotto della serranda che la signora Maria, al suo arrivo, lascia rialzata per meno di un metro, proprio per permettere lo svolgimento di questa faccenda. Due braccia bianche e sottili e delle manine rugose compaiono da sotto la saracinesca, esattamente come due lumache che si avventurano fuori dal loro guscio, afferrano la cassetta trascinandola all’interno e facendola scomparire. “Sorbole”, ricordo quanto era buono il pane appena sfornato! Croccante e insieme morbido, fragrante e salato al punto giusto… Ogni volta, a questo pensiero, mi si socchiudono gli occhi e sento un vuoto allo stomaco.
Il lavatoio è popolato dagli spiriti delle signore, le nonne delle nonne, che un tempo vi si recavano a lavare i panni. Ora l’acqua non arriva più, ma se mi siedo sul bordo del vascone di sasso grigio, quando ancora il paese è assopito nel sonno, ad ogni piccolo movimento si crea un’eco e a volte mi pare di sentire qualche bisbiglio di donna, qualche pettegolezzo, qualche risatina sommessa e, a volte, il grattare della biancheria sui sassi.
Qui in paese esiste questa leggenda, nessuno ci crede. Io, “sorbole” sì. Credo che la gente, al giorno d’oggi, sia incapace di ascoltare, troppo presa dalla sua vita frenetica , scontata e banale. Credo che sebbene viva in questo mondo non gli appartenga pienamente.
Infatti sono pochi quelli che incontro e che mi degnano di uno sguardo, di un saluto. Forse fanno finta di non vedermi, “sorbole”, sono un poco di buono no? O magari sono diventato un fantasma dei tempi che furono. Mah!
Non ho un lavoro, non ho famiglia. Un tempo però li ho avuti, ho avuto tutto, esattamente come voi altri!
Quando rimasi disoccupato per colpa della crisi, anni fa, mia moglie fuggì via, portandosi con sé l’unico mio figlio che aveva soltanto 4 anni. Il sangue del mio sangue. E da quel giorno, “sorbole”, spariti… chissà dove!
Fummo costretti a vendere il nostro appartamento e lei che era più furba di me, sistemò i debiti e se la diede a gambe levate con quel poco che le avanzò ficcato in tasca.
Un uomo senza lavoro è una nullità, non può permettersi nulla, nemmeno una famiglia. E dire che mi iscrissi a tutti gli uffici di collocamento, passai in rassegna ogni impresa nella zona, parlai cinque volte con l’assistente sociale che, per qualche mese, mi impiegò persino come netturbino comunale. Presto però a causa del numero elevato di richieste, dovetti cedere il mio lavoro ad un certo Alì, lui ha una moglie e 3 figli da sfamare. Certo. Giusto. Almeno credo.
E così che un uomo senza lavoro perde anche il sorriso e, insieme, la voglia di vivere.
Nessuno ti rispetta più, e non importa se per trent’anni sei stato una persona normale con un impiego normale (beh, certo da operaio!). E non conta che io timbrassi proprio ogni giorno, anche in anticipo, nonostante i vari malesseri, che cercassi di eseguire i miei compiti egregiamente, che mi sforzassi di farmi piacere anche lo stesso monotono gesto che compivo milioni di volte per turno di nove ore sotto quella squallida macchina grigia\verdastra di gelido acciaio.
Niente ha più importanza ormai, e a dire il vero, quello che sono stato non esiste più. I ricordi del passato sono ormai attutiti, confusi, anzi: quasi completamente cancellati.
Di che colore era il pavimento in salotto? Come si chiamava il collega che ogni tanto mi offriva il caffè e con il quale fumavo una sigaretta? Di che colore, precisamente, erano i meravigliosi occhi di mio figlio?

Nulla.

Ma che colore ha il nulla? Forse bianco, come un foglio di carta senza neanche una scritta e nemmeno un segno… oppure come l’attimo dello spavento che talvolta ci colora il volto. No, forse grigio come la cappa di smog che copre spesso d’abitudine il nostro cielo. O magari nero, come il buio che mi circonda ogni notte, mentre io, rannicchiato sotto il portico del rudere della vecchia fattoria abbandonata, nel campo adiacente al bosco, cerco di riposare senza pensare al freddo che, in inverno, mi penetra nelle ossa e le irrigidisce. A volte, quel gelo, mi fa sentire già morto.
Non è facile procurarsi ogni giorno qualcosa da bruciare che mi consenta di accendere un piccolo falò, e, anche quando ci riesco, questo si esaurisce puntuale appena mi addormento. E il freddo rimonta, duro e impietoso, mi paralizza i muscoli, mi dolgono le orecchie.
Ma quando mi addormento, sogno, solo per un po’. Solitamente cose belle, isole tropicali, donne prosperose. A volte persino una partita a carte con mio figlio o di essere su una nave e di fare il pescatore. E, “sorbole”, non potete immaginare la mia delusione nel risvegliarmi trovandomi atrofizzato e impotente sotto quel casolare pericolante. Figurarsi che non ha nemmeno più il tetto! L’unica cosa bella è che sul mio soffitto risplendono le stelle, e quelle vere! Alla stella Polare o alla costellazione dell’Orsa rivolgo ogni sera la mia solita preghiera: “sorbole!” E fammi cadere questo rudere, tutto e di colpo, sulla testa, stella stellina!

I Carabinieri, durante il mio primo anno di vagabondaggio, sapevano bene dove trovarmi. Venivano qui e mi accompagnavano in caserma almeno due volte alla settimana. Non mi dispiaceva mica passare una notte al caldo e bere un po’ di brodo offerto dal maresciallo. La mattina dopo ero già fuori, e la sera seguente di nuovo qui in “casa mia”. Peccato si siano presto rassegnati, forse hanno avuto cose più importanti da fare, e da qualche anno a questa parte non mi hanno più né cercato, né arrestato.

A dir la verità non ho più neanche molti pensieri da fare e tantomeno parole da dire. Un tempo avevo la battuta pronta, ero sempre allegro, allora si che sapevo dialogare! In tanti ricercavano la mia compagnia, Non come oggi. Ora non ho più voglia di buttare via il fiato. Nessuno vuole essere amico di uno straccione.
Quelle rare volte in cui qualcuno, per essere gentile, mi rivolge la parola, voltato l’angolo, stai pur tranquillo che si è già scordato di me e di quello che ci siamo detti.
Normalmente la gente mi evita, i bambini ridono e si scostano. Sarà perché puzzo. Lo so, “sorbole!” Non odoro certo di rosa.
Già patisco tanto di quel freddo che, un qualche giorno, mi ritroveranno rinsecchito come un pezzo di merluzzo salato… figuriamoci se di inverno mi vien voglia di lavarmi!
Solo con l’aria tiepida scendo al fiume, a ben due chilometri da qui. Comincio infilandoci i piedi, li vedo diventare viola. Poi piano piano, immergo le ginocchia e infine, solo dopo qualche minuto, riesco a sedermi dentro, senza nemmeno respirare. Non potete immaginare quanto sia fredda quell’acqua.
Rimango un pochino così, a mollo, con tutti i vestiti, almeno si danno una rinfrescata anche quelli. Mi do una bella grattatina alla testa,” sorbole”, ai pochi capelli che mi sono rimasti. E quando esco dall’acqua e rimango impalato al sole ad asciugare, mi sento man mano più leggero e addosso, finalmente, una parvenza di fresco e pulito (si fa per dire).
E poi c’è Adriana. Ha 55 anni. Quasi tutti i pomeriggi esce di casa per recarsi al cimitero dove è seppellito il suo defunto marito. Posso scorgere già in lontananza la sua sagoma tozza e robusta, zoppicante, in lento avvicinamento per la salita.
La aspetto davanti al bar, soggiorno spesso lì perché qualcuno, ogni tanto, mi allunga più volentieri qualche monetina e, ogni tanto, posso chiedere un bicchiere d’acqua dal rubinetto.
Adriana parla poco, mi piace proprio per questo. Una volta, solo una volta, si è lamentata con me del suo dolore. Un problema alle anche che, a suo dire, non avrebbe mai operato, almeno fino a quando sarebbe riuscita a camminare.
Arriva con la sua borsa nera a tracolla e un sacchetto di tela azzurra nell’altra mano, contenente del cibo per me. Credo che, se non fosse stato per lei, sarei già morto. Non so se questo sia un bene od un male, comunque penso che togliersi la vita sia da vigliacchi e che l’istinto ci doni ancora quello stimolo di sopravvivenza o forse la nuda verità è che amo il sapore del cibo che Adriana mi offre. Ecco, forse desidero ancora vivere soltanto per le sue generose porzioni di lasagne. Non ha mai osato avvicinarsi più di tanto. Timorosa mi passa il sacchetto, tenendo una certa distanza. Io prendo avido ciò che contiene e glielo rendo sforzandomi di ricambiarla con un mezzo sorriso.” Sorbole”, è davvero una brava persona.
Ah, una volta mi ha detto:” Lo faccio volentieri, di portarti il cibo! Così mi sembra di cucinare ancora per Rolando”.
Se, per qualche motivo, Adriana non viene… allora mi tocca frugare nei contenitori dell’umido. Ho provato a ingurgitare qualsiasi cosa, anche avanzi amalgamati a fondi di caffè oppure dovermi succhiare le ossa del pollo già spolpate.” Sorbole”, la fame è una brutta bestia!

E’ giunta sera, nella consuetudine di sempre.
Mi rannicchio nell’angolino della mia fattoria, oggi non ho nemmeno voglia di pregare le stelle e non ho di che accendere il fuoco.
Oggi sono più stanco del solito. Gli occhi mi si chiudono quasi subito. Sento la morsa del freddo pigiarmi addosso con la sua forza, opprimermi e schiacciarmi alla parete che sembra sgretolarsi al mio contatto.
Chissà se domani vedrò Adriana.
Mi appare in un miraggio una vera camera da letto, calda e accogliente. Ho appena dato la buonanotte a mio figlio anche se, la luce era già spenta e non ho potuto osservare il suo viso. Mi infilo sotto un piumone che non ha niente a che vedere con la mia coperta straccia. Sento ancora la pancia piena della squisita pietanza mangiata già da qualche ora. Una donna mora e formosa mi raggiunge nel letto, mi sorride.
Ci abbracciamo, mi carezza.
Poco tempo mi è concesso qui, in questo sogno, ma “sorbole!” E’ meraviglioso lo stesso!
Buonanotte.

 

LUCREZIA, una storia di cronaca triste e quasi vera.

Nel cortile.
“Ah, ah, ah, ma guardala! Che razza di giacca ha indossato oggi?”
“Sì, con quel cappotto rosa, sembra proprio una scrofa!”
“Ehi Marco, vieni qui!”
“Che cosa c’è?”
“Lucrezia.”
“Uh, mamma! In questi giorni è diventata ancora più grassa. Ah, ah, ah.”
“Ciao, bella cicciona, cosa hai divorato di così buono?”
Lucrezia avanza appesantita dalla sua ciccia, ma, ancora di più, da un mesto stato d’animo. Si dirige verso l’entrata della scuola senza sollevare lo sguardo da terra. E se non fosse stato per la sua stazza, così, pallida, in quel momento avrebbe potuto assomigliare a un fantasma.
Marco le si avvicina, sorride tra sé e sé, maligno. Quatto quatto, da dietro, le tira una forte manata che la colpisce in mezzo alla schiena, Voltandosi poi verso i compagni, grida:”Voi non sentite una puzza schifosa? Si, qui c’è un gran fetore di maiale!”
Tutti ridono. Tutti, tranne lei.
Ogni giorno, da due anni, per Lucrezia è la stessa storia: quegli antipatici riescono sempre a trovare un qualsiasi prestesto per deriderla.

Anche quella mattina le lezioni cominciano. Nemmeno il tempo di estrarre l’astuccio subito dopo l’appello, ed è già impegnata a scrollarsi di dosso delle palline di carta sparate a raffica, a mo’ di cerbottana, dall’involucro vuoto di una biro.
Quelle maledette umide bisciette la colpiscono ovunque: si intrufolano fin dentro ai suoi vestiti e si incastrano nei suoi capelli lunghi e ricci.
Gli insegnanti, come al solito, paiono non accorgersi di nulla, forse perché la sagoma un po’abbondante della ragazzina riesce a occultare la visuale dei banchi posteriori. Quasi tutti i compagni ridacchiano divertiti, la prendono in giro, ma a bassa voce. Continuano imperterriti a scagliarle addosso gettate di pallottole di carta che sembrano diventare sempre più grosse e pesanti.
“ … Espulso dalla città l’ultimo re etrusco e instaurata una repubblica oligarchica nel 509 a.C., per Roma ebbe inizio un periodo contraddistinto dalle lotte interne tra patrizi e plebei e da continue guerre contro le popolazioni italiche: Etruschi, Latini, Volsci, Equi… Lucrezia! Ti vedo distratta come al solito! Li vogliamo lasciar stare quei capelli?“
Per Lucrezia la vita scolastica è difficile. Non ha mai trovato il coraggio di esternare i suoi problemi e il suo disagio, e questo anche in famiglia. Anzi: a dir la verità, ha preferito tacerli del tutto. D’altro canto gli insegnanti tolleravano anche quelle poche battute infelici che, per sbaglio, riuscivano a cogliere ogni tanto e che erano sempre rivolte a lei. Lucrezia si era fatta ormai l’idea che si preferisse far finta di niente. Forse era giusto così: evitando di dar peso alle offese, può darsi che i suoi compagni, non ricevendo alcuna attenzione, un giorno o l’altro si sarebbero stancati di prendersi gioco di lei.
Lucrezia è molto brava a fingersi forte. Mai che avesse dimostrato un disagio, mai che sul suo volto fosse trasparita una qualsiasi esternazione di sconforto, mai che avesse dato a vedere un piccolo segnale di fragilità.
Nulla avrebbe potuto far presagire ciò che, da un po’, le passava per la mente.
Lucrezia è sempre introversa e silenziosa: questo, sì. A scuola è considerata fin troppo diligente.
È anche la più alta della classe, e la più robusta. A ben guardare, non è nemmeno così brutta: i suoi occhi chiari sono grossi come noci.
Durante l’intervallo Lucrezia consuma uno spuntino da sola, seduta composta al banco. Tutti i compagni si sono alzati e si sono riuniti in vari gruppetti a seconda degli interessi in comune.
Alcune ragazze osservano alcuni disegni fatti sui diari, altre discutono della partita di pallavolo che si è svolta domenica. Gli appassionati di calcio si scambiano le figurine, e, per passatempo, il solito quartetto di bulli poco lontano schernisce ancora Lucrezia.
E lei, fingendo di non udirli, continua imperterrita a sgranocchiare una mela tagliata a pezzetti che è riposta in un contenitore per alimenti in plastica. Seguita a tenere gli occhi incollati al fondo di quella vaschetta pensando a quanto avrebbe desiderato esser più magra, magari più bella, e anche più brillante. Odia quel suo modo di essere goffa, impacciata, insicura. Avrebbe voluto essere come Veronica, la sua vicina di banco, sempre sicura di sé, circondata da tante amicizie e ormai troppo abituata a ricevere sorrisi da tutti. E, per finire, avrebbe desiderato essere corteggiata dalla maggior parte dei maschietti della sua scuola.
Intanto, qualche pallina di carta fradicia e molliccia le cade con un piccolo tonfo dai capelli finendo nel contenitore con la mela. Lucrezia, timorosa che qualcuno possa schernirla anche per questo, non si prende nemmeno la briga di toglierla. Con lo sguardo fisso nel contenitore prosegue meccanica ad imboccarsi.
“Sono nata brutta, sono antipatica, sono stata sfortunata. Questa scuola la odio, la odio!!!”, pensa, mentre suona la campanella che segna il termine dell’intervallo.
Seguono altre due ore di supplizio. Ogni nuova giornata è per lei un calvario .
È chiamata a sostenere l’interrogazione di geografia. Suo malgrado, mentre si solleva dal banco per raggiungere l’insegnante alla cattedra, fa cadere all’indietro la sedia. Tutti ridono di gusto. Lucrezia se ne vergogna molto. Se solo fosse stata più magra, e magari meno goffa, tutto questo non sarebbe mai accaduto.
Mentre raggiunge la professoressa viene incoraggiata con un: “Vai, brutta cicciona!”, che viene sussurrato da Marco, ben attento a non farsi riprendere. Mentre Lucrezia muove i suoi passi incerti verso l’insegnante, puo’sentire come le sue cosce sfreghino tra loro a causa dell’ingombrante tessuto adiposo in eccesso.
Dopo aver esposto alla meglio ogni concetto e dopo aver meritato un ottimo voto, per fortuna, giunge il termine delle lezioni.

La casa di Lucrezia non è molto distante dalla scuola, tuttavia, alla mattina, viene accompagnata dal padre in auto. Nel pomeriggio invece, vi fa ritorno a piedi. Per percorrere quel tratto di strada le sarebbero necessari cinque minuti, ma, per paura di dover incontrare i bulli della scuola, cerca di lasciare l’aula sempre per ultima. Temporeggia il più possibile sistemando il suo materiale con un eccesso di calma e deponendolo con una calcolata lentezza nello zaino. Poi, a passi corti, raggiunge l’atrio, e, solo quando è certa che tutti i suoi compagni siano già lontani, imbocca d’abitudine una strada secondaria, poco trafficata, allungando il percorso.
Mezz’ora dopo riesce a varcare finalmente la soglia del suo appartamento. E così ogni giorno, anche quando piove, al caldo come al freddo.

Vi giunge affaticata a causa di tre piani di scale. La palazzina è priva di ascensore. La cartella è pesante, ma ancora di più, lo è tutta la sua esistenza. A parte i suoi genitori, ai quali peraltro vuole un mondo di bene, proprio nessuno si interessa a lei.
Si toglie le scarpe, si defila in bagno. Torna nel salone. Slaccia lo zaino e estrae il diario. Ha l’abitudine di verificare i compiti da svolgere dopo pranzo. Mentre sorseggia un bicchiere d’acqua il diario si apre per caso, e, proprio sulla pagina del giorno, nota una scritta in penna nera e tantocalcata da bucare il foglio: “SCROFA SECCHIONA!”.
Vuota d’un fiato il bicchiere, ripone il diario nella cartella. Imbocca lo stretto corridoio. Carezza il gatto, entra nella sua stanza: è buia, è proprio come l’ha lasciata quella mattina, il letto è ancora sfatto. Spalanca le persiane.
Osserva la fotografia che è appoggiata sulla mensola con i libri. Lei, da piccola, in una posa buffa e per mano alla mamma. Erano al mare, in vacanza: uno scatto ben riuscito di papà,
Le sembrava strano, eppure, a sette anni, non era per niente obesa. E non era neanche brutta. Tuttavia possedeva già quella chioma esagerata di capelli mossi; ma era felice.
Viene travolta da una remota spensieratezza mista alla malinconia. Ricorda il castello di sabbia costruito quella stessa mattina insieme ad altri bambini. Crollò ben presto, non appena finito, per colpa di un’onda che giunse a riva inaspettata, forte. Nessuno, tuttavia, ne fu dispiaciuto, anzi: avevano tutti riso, e anche di gusto.
Lucrezia si sorprende nel percepire insieme a quei ricordi, tra le mura della sua camera, un misterioso e acre profumo di salsedine. Ah, quelle vacanze furono meravigliose!

Sua madre, come sempre, sarebbe rincasata più tardi e le avrebbe chiesto anche quel giorno: ”Tesoro, come è andata oggi?” E senza nessuna esitazione, Lucrezia le avrebbe risposto: “bene, sai, ho preso un bel voto in geografia!”
L’avrebbe detto nel miglior modo, sfoggiando un sorriso forzato e con il viso un po’ contratto.
Sua madre non si sarebbe accorta di nulla.
I suoi genitori avrebbero sofferto tanto nel saperla così infelice. Voleva solo evitare loro l’ennesima delusione.
Con questi brutti pensieri in testa, Lucrezia sale in piedi sulla scrivania. Apre la finestra, si butta giù.
Ora e’ libera, ora e’ bella, ora e’ leggera.
No. No! Niente affatto. Si rende conto subito di aver sbagliato.
Ma quell’azione non appartiene a un film, non è una scena che si può rifare. Sta per impattare al suolo e riesce solo a gridare: “Aiutooo!”
È tardi.

Avrebbe potuto dimagrire, un giorno avrebbe imparato ad amarsi e ad amare. E l’avrebbero rispettata, sarebbe risultata simpatica. Avrebbe avuto tanti amici. Forse avrebbe abitato al mare, o, almeno, l’avrebbe rivisto ancora.
Ha proprio sbagliato.

Addio, Lucrezia.

NONNA AMELIA.

Nonna Amelia.
Pubblicato da Lady Nadia in Il mondo di Nadia
18 novembre 2015

Da 11 anni nonna Amelia viveva sola nella sua casetta, diventata troppo grande per una ottantenne e il suo cane. I suoi locali spesso risuonavano vuoti e un suo semplice starnuto poteva provocare una eco tale da farla sussultare.
In certi momenti, scostando la tendina fiorata della sua cucina e osservando il piccolo giardino, notava le piante non più potate, l’erba alta, le aiuole disordinate. Allora le capitava di ricordarlo come appariva qualche anno prima: perfetto e curato da togliere il respiro e si rendeva così conto di quanto Egidio mancasse persino al giardino. Le mancava da morire. Quando nella vita si è così fortunati nell’incontrare una persona speciale, affine (e in rari casi ciò può capitare), e si rimane uniti per oltre 40 anni… è più difficile accettare la solitudine e i terrificanti silenzi.
Ogni cosa parlava ancora di lui. Le ombre di quel giardino, quando fuori splendeva il sole, ma non solo: ogni soprammobile, ogni cassetto, ogni spiffero freddo che riusciva a penetrare dai serramenti.
A volte se lo immaginava proprio lì, al suo fianco, che sorrideva; oppure indaffarato nel riordinare le vecchie riviste, intento a spolverare i mobili, o persino mentre ripuliva il pavimento con lo spazzolone, insistendo nei punti più nascosti e nei quali Amelia faticava a raggiungere.
A volte Amelia era infastidita dalla sua esagerata pignoleria, allora una semplice battuta ironica era sufficiente a farlo tornare alla ragione. Egidio, subito, si accigliava, ma il suo viso arcigno e contratto mutava presto espressione, rilassandosi in un sorriso ancora affascinante, nonostante l’età. Con lui era impossibile rimanere arrabbiati.
L’amore, tra i due, nacque con un colpo di fulmine e, dopo tanti anni, non era mutato: certo non era più alimentato dalle emozioni, ma era basato sui fatti e sulle parole. E Amelia era perfettamente consapevole del fatto che fosse addirittura aumentato con il tempo, proprio come i cerchi concentrici di un tronco, ai quali, ogni anno, se ne aggiunge un nuovo, e si irrobustisce e ingigantisce sempre di più, tanto da risultare invincibile alle intemperie.
E di intemperie ne erano passate innumerevoli: qualcuna più debole, anche facile e molte disastrose, ma quell’albero resisteva sempre lì, fermo , troneggiante e stabile, in mezzo alla foresta dell’esistenza.
Quando Egidio mancò, Amelia faticò a rendersene conto. Tuttavia, più le settimane trascorrevano silenziose, più percepiva quella pesante assenza avanzare. Come un esercito in marcia si impadroniva di lei, del suo quotidiano. Quando si risvegliava la mattina e allungando un braccio scopriva il letto per metà vuoto e freddo, quando pranzava senza quei lunghi discorsi che giorno dopo giorno la intrattenevano come una quieta e calmante melodia, quando osservava il disordine infierire spavaldo nella sua cucina ( e non solo), quando notava il fornello alonato e unto (lei non era mai riuscita a lucidarlo perfettamente nonostante l’impegno che vi riversasse), la mancanza di Egidio diventò così forte da toglierle il fiato: si rese conto di averlo amato profondamente e di quanto si fosse abituata a lui, e di quanto fosse diventata dipendente da quella lunga relazione.
E poi, la sera, quando sul divano non sapeva bene dove poggiare la testa, le mancava una spalla dolce e forte, sulla quale poter anche contare. Alla televisione avrebbero potuto trasmettere tutto, ma, insieme, qualunque cosa avrebbe potuto fungere da spunto per una conversazione, o una battuta, persino il programma più stupido.
Amelia, da sempre, soleva leggere molto e soprattutto quando Egidio era fuori per lavoro, in giardino, oppure mentre era impegnato a martellare sul legno, in garage, nelvtentativo di realizzare l’ennesima trovata che avrebbe reso più bella o più comoda la loro già accogliente dimora.
Non c’era una mattina in cui, a colazione, mancasse un giornale sul tavolo.
Da quel giorno, dalla scomparsa di Egidio, quell’abitudine, come pure quella della lettura svanì.
Rivedeva la figlia solo ogni fine settimana, a causa della lontananza, si accorse quasi immediatamente che la madre non si interessava più a nulla e così pensò di regalarle un computer portatile.
Quando lo vide Amelia strabuzzò gli occhi, gli si avvicinò scettica, ma grazie alla sua mente ancora eccezionale e alla sua curiosità che l’aveva sempre caratterizzata, nonché alla buona salute che ancora la accompagnava, riuscì in breve tempo a gestirsi icone, finestre e presto ogni tipologia di programma. Cominciò ad utilizzare internet e da lì a poco capitò in qualche blog di racconti.
Ora, da ormai 10 anni, era una fan accanita di alcuni autori che agli esordi pubblicarono in una piattaforma di nome “Splinder” e, successivamente alla sua chiusura, si trasferirono in un’altra:”Wordpress”.
Amava leggere in particolare una certa “Cassandra Tanchi”. Non trascorreva giorno senza che Amelia potesse leggere uno o addirittura due racconti che Cassandra pubblicava e tutti scritti col cuore, parola per parola. Adorava la sua maniera di raccontare la gente, spesso i protagonisti erano degli emarginati, a volte anche dei folli ma, ad uno ad uno, si prendevano carico della sua tristezza e della sua solitudine. Mentre leggeva e rileggeva queste storie i minuti trascorrevano di nuovo veloci. Comprendeva di non essere la sola a soffrire di un grande disagio e per questo si sentiva immediatamente alleggerita del suo pesante fardello. La sua tristezza si spartiva tra reale e surreale o il plausibilmente veritiero tanto da ridursi e riportarla al sorriso, per qualche storia più allegra che giungeva sempre al momento opportuno.
E così la sua vita diveniva piu’ sopportabile, il suo dolore più condiviso dai tristi messaggeri di quelle storie che Cassandra in qualche modo le donava ogni giorno da dieci anni.
Amelia verso di lei provava un affetto enorme anche se virtuale, le voleva davvero un gran bene. Nonostante questo non aveva mai avuto il coraggio o l’esigenza di inviarle un commento, di cliccare un “like”, preferiva seguirla in anonimato, in silenzio.

Ma un giorno…
… per Amelia fu come un secondo reale lutto.
Come era solita fare nel tardo pomeriggio, aprì il suo portatile e internet ed effettuò l’accesso a WordPress per leggere una nuova storia di Cassandra. Si ritrovò sola, inorridita, senza parole da leggere e da ascoltare per alleggerire la sua anima, senza sentimenti da poter condividere con nessuno.
Cassandra aveva gettato la spugna. Se ne era andata chissà dove, cancellando tutte le storie del suo blog e chiudendolo del tutto. L’unica motivazione che compariva come titolo nell’ultimo post e anche malamente fu :” FINE DELLE TRASMISSIONI”, nel quale, in maniera anche ironica, l’autrice dichiarava che i pochi “mi piace” e gli scarsi commenti, le avevano fatto comprendere l’inutilità della sua presenza online su quella nuova piattaforma con delle mancanze per gli scrittori rispetto alla precedente dove invece era tutto diverso. Per avere popolarita’specialmente in ambiti letterari non bastavano esclusivamente la bravura ed il talento ma occorreva vagare ovunque per mendicare seguaci barattando attenzioni continue perchè i frequentatori di quella piattaforma erano per la maggior parte tutti blogger e di genere differente tra loro.

Amelia tentò l’accesso più volte quello stesso giorno e anche in quelli a seguire, prima incredula, poi speranzosa che Cassandra potesse pentirsi e cambiare idea, potesse tornare. Dopo qualche settimana Amelia si sentì tradita e quasi arrabbiata con Cassandra. Il blog era diventato bianco come un fantasma di Cassandra e di Egidio e aleggiava inquieto in ogni pensiero di Amelia. Così cadde in una pesante depressione, che grazie ai racconti di quell’autrice evitò anni prima, le mancava Egidio esattamente come l’umanità e la sensibilità dei personaggi di quelle storie.

Se solo Cassandra l’avesse saputo, l’avesse conosciuta, forse avrebbe continuato a pubblicare i suoi intensi e magnifici racconti anche solo per lei, Cassandra aveva davvero un cuore grande e non cercava solo notorietà ma anche amore, e niente più di questo.
E ora, tanta gente come Amelia, cercando di seguirla in WordPress, trova soltanto due righe di presentazione autore e un blog di sana letteratura, abbandonato come ormai ce ne sono tanti, forse troppi.

E Cassandra, seduta al suo portatile, come sempre scrive, scrive tutt’ora con avidità e necessità, per un bisogno. Colta improvvisamente da ispirazioni che lacerano la sua anima, durante le notti di insonnia e anche alla mattina presto prima di recarsi al lavoro, ma fermamente convinta che le sue storie non siano state mai più comprese e il suo talento sia un po’ scaduto.
Le archivia tutte nel suo cuore e in una cartella banale, gialla del suo computer rinominata “RACCONTI DA PUBBLICARE”, ma si sbaglia: quei racconti sono davvero meravigliosi, unici, ma ora non potrà leggerli più nessuno, proprio nessuno.

(dedicato a una mia cara amica!)