UNA DOMENICA (IL CONDOMINIO).

Esco sul balcone per gettare la buccia delle patate nel secchio dei rifiuti organici. Il mio dirimpettaio, il ragionier Melandri, a un occhio inesperto avrebbe potuto dar l’impressione di essere intento a scrutare il cielo limpido e azzurro di questa mattina.

Alla domenica il palazzo si anima di vita. In sottofondo, oltre all’allegro cinguettio degli uccelli, c’è un  brusio confuso e un tintinnio ininterrotto di stoviglie. L’aria tiepida primaverile è pervasa da intense zaffate di pesce fritto; alcuni bambini corrono e strillano in cortile, un cane abbaia, qualcuno canta.

“Torna subito dentro!” Una voce isterica si leva all’improvviso.

Mi accovaccio dietro il parapetto e sbircio dalla fessura, tra i due blocchi di cemento.

Il ragioniere, baffuto e antipatico come sempre, sussulta ma torna subito a volgere lo sguardo verso l’alto.

Un’intera collezione di reggiseni assai provocanti penzola dal balcone del piano di sopra.

Il vento li agita e li fa vibrare dando vita a una danza gioiosa, sinuosa e ipnotica.

Le grandi coppe, a occhio e croce della quinta misura, si riempiono d’aria e sembrano gonfiarsi ancora di più.

Dai fili dello stendibiancheria, tra un reggiseno e l’altro, pendono capi ancor più succinti. Sono così minimali che per poterli chiamare mutande bisognerebbe essere dotati di una fantasia esagerata. Si tratta di un paio di elastici cuciti uno all’altro, e che terminano davanti con un triangolo microscopico di pizzo.

Se un bambino, giocando in giardino, si fosse trovato davanti un brandello di stoffa simile, di sicuro lo avrebbe raccattato per ricavarne una fionda.

“Giancarlo, ti avviso: sto perdendo la pazienza. Vieni dentro, subito!”.

Il ragioniere abbassa lo sguardo ancora sognante sul suo davanzale, su ciò che resta di una pianta di geranio rinsecchita da più di un anno.

La signora Melandri balza sul balcone con la furia di una tigre selvaggia rimasta senza cibo.

È nervosa come una scimmia, è secca come un bastone, è piatta come una pialla, e il suo lungo naso, pallido, baciato dal sole, par quasi luccicare debolmente.

La faccia del ragioniere prende fuoco a all’improvviso. Stento quasi a riconoscerlo: di solito sfacciato e armato di una lingua così tanto feroce che rispetto a lui il diavolo potrebbe esser scambiato per un dilettante, oggi sembra essersi trasformato in un docile agnellino.

Dopo aver  lanciato l’ennesima occhiata maligna allo stenditoio, la Melandri prosegue lo show. Grida: “Devi proprio farmi un favore! Giovedì, all’assemblea, fai presente anche questo problema. Quella robaccia non può starsene esposta in bella vista, in gioco c’è la reputazione di tutti i condomini. E non prenderti la briga di tornare a casa senza aver sistemato la questione dell’ascensore”.

Voltando la testa verso il mio balcone emette un grugnito tanto intenso da incutermi ben più di una punta di timore. Quella donnina è persino riuscita a farmi sentire in colpa, per averli spiati, e anche per aver origliato.

Una terribile folata di vento mi travolge all’improvviso. Mi manca il respiro. Il fusto del mio bel giacinto si spezza, e un grosso fiore profumato vien spazzato via. Il coperchio del secchio si richiude con un botto che mi fa sussultare. Quando rivolgo di nuovo lo sguardo verso casa Melandri, noto che un reggiseno maculato si è appena liberato dalla sua molletta, e sta ora svolazzando in aria. Volteggia e volteggia più volte, come se uno spiritello maligno lo comandasse, poi, all’improvviso, comincia a perdere quota. Il vento cala d’intensità, e il grosso reggipetto va a finire proprio sulla testa del ragioniere.

“Per tutte le sgualdrine dell’inferno!”, impreca la signora Melandri. “Buttalo. Mi hai sentito? Butta subito quella schifezza!”, aggiunge, considerando quell’innocuo indumento alla stregua di una bomba preparata da un pericoloso terrorista.

“Ma, ma io…”, balbetta Melandri, sentendosi sotto accusa per un peccato che non ha commesso.

“O lo fai tu, o lo faccio io. Decidi!”, urla lei, furibonda.

Melandri solleva piano una mano fin sopra la testa, intenzionato a sfiorare appena appena con due dita l’elastico e riuscire così a prenderlo. Sa che non gli conviene toccare le coppe, o la furia di sua moglie, oramai iraconda come una Erinni, si riverserà su di lui. Con le punta delle dita, mettendo su una finta espressione pudica e schifata, si accinge a eseguire la delicata operazione di recupero. La signora Melandri, di gran lunga più veloce di lui, lo afferra e basta, senza cerimonie, poi lo getta in cortile.

Il reggiseno maculato precipita nel vuoto, evocandomi l’immagine di un fagiano colpito da una bella fucilata. Il volto di Melandri assume una nuova espressione. Sembra essere stato travolto da un impeto animale. I suoi occhi si riempiono di desiderio, e, di slancio, tenta di abbracciare sua moglie. Suo malgrado, lei lo scansa con uno spintone. “Devo uscire, o impazzisco. Vado a trovare mia madre.”, dichiara.

“Dany, metti le scarpe. Vieni anche tu!”, ordina al figlioletto, stagliandosi sulla soglia della porta-finestra.

Rientro in casa gattonando e cercando di restare ben nascosta dietro il parapetto. La signora Melandri mi fa paura, eppure non posso smettere di ridere.

Una bella donna brucia da vicino e anche da lontano, penso.

Nel corridoio esterno echeggia la voce lamentosa del piccolo Dani: “Uffa, mamma, devo proprio venire?”, poi il portone d’ingresso sbatte forte.

L’orologio in cucina segna mezzogiorno. Spengo il forno, le patate son pronte. Bevo un goccio d’acqua e mi accingo ad apparecchiare, quando mi pare di udire l’uscio di casa Melandri chiudersi per l’ennesima volta. Ho un’intuizione e nella mia testa si fa strada un pensiero non del tutto illegittimo. Torno sul mio balcone.

Non mi sono sbagliata: Melandri, furtivo come un ladro, attraversa veloce il cortile, poi si china per raccattare il reggiseno. Ho l’impressione che lo stia infilando sotto la maglietta, all’altezza della pancia.

Quando il topo non c’è i gatti ballano, penso. E sono altresì convinta che l’uomo si prenderà il disturbo di raggiungere il settimo piano, mosso dal generoso intento di riconsegnare l’oggetto alla sua bella proprietaria.

Corro all’ingresso e poggio l’orecchio all’uscio. Cerco di captare tutti i rumori che provengono dal corridoio. 

Sento l’ascensore arrestarsi in corrispondenza del nostro piano.

Le porte emettono uno stridio metallico, e l’uscio del ragioniere si apre e si chiude, ancora una volta.

La situazione sembra sfuggirmi di mano. Questa buffa faccenda non può certo finire in questa maniera. Cosa diamine vorrà farsene di quel reggiseno?

Non mi resta altro da fare che tornare a guardare fuori. Mi accovaccio di nuovo, al solito posto, accanto al secchio. Sbircio dalla fessura. Attendo. Accuso una certa delusione: sarei stata pronta a scommettere qualsiasi cosa sulla temerarietà e sulla sfacciataggine del ragionier Melandri.

L’uomo torna ad affacciarsi al balcone. Estrae dalla maglietta l’enorme reggiseno maculato. Sorride. Lo avvicina alla faccia e lascia sprofondare nel morbido tessuto il naso e i baffetti. Ho l’impressione che lo stia annusando.

Afferra il lungo tergivetro riposto come sempre all’angolo del terrazzo. Cerca di usare delicatezza ma in realtà è solo maldestro, comunque, alla fine, riesce ad attaccare l’indumento alla parte gommata. Poi solleva piano l’attrezzo, fino a sfiorare lo stenditoio che sporge dal piano superiore. Infine si dà da fare, per cercare di riappendere il reggiseno al suo posto.

Devo riconoscergli una certa genialità, tuttavia, non penso lo stesso della Brighella: nel palazzo circolano un sacco di storie su di lei, oltre ai brutti pettegolezzi legati al malfunzionamento dell’ascensore. Sono sicura che una parte di essi si possa ricondurre all’invidia o alla cattiveria delle persone, ma quando le voci son tante qualcosa di vero c’è: io l’ho sentita mugugnare di piacere, e, potrei persino giurarlo, la bella signora non si trovava in compagnia del marito.

Un bagliore cattura la mia attenzione. La porta-finestra di casa Brighella si apre. La donna compare dietro a un vaso di narcisi. È fasciata da un’elegante vestaglia rosa di seta, dalla quale si affaccia spudorato e prorompente un grande seno tondo e sodo.

La bella signora sgrana gli occhi grigi, notando un reggipetto che salta e sballotta da un filo all’altro dello stenditoio.

Fa un passo in avanti.

“Melandri!”, esclama allibita, guardando di sotto.

Il ragioniere ha l’aria di un cane bastonato. In preda all’imbarazzo si accinge a ritirare il lungo bastone che tiene fra le mani. Non sa più che pesci pigliare, quando il reggiseno, rimasto fino a quel momento per miracolo sull’attrezzo, piomba di nuovo nel vuoto.

Di sotto, in giardino, i piccoli Torquato stanno giocando a palla asino. Vendendo il grosso reggiseno planare in cortile si mettono a ghignare come matti, esclamando: ”Sono sbarcati gli alieni?”, “È il reggiseno della tettona!”.

“Lei? Ragioniere, si vergogni!”, grida la Brighella inferocita, scaricando l’acqua contenuta nell’innaffiatoio in testa al povero Melandri.

La donna si stringe nelle spalle, finge di richiudere lo scollo della vestaglia e poi ritorna in casa.

Il ragioniere sembra essersi trasformato in una statua rimasta esposta a un terribile temporale. Rimane impalato per qualche minuto mentre i suoi capelli continuano a grondare acqua. Nel giardino echeggiano gli schiamazzi dei bambini, e anche un ticchettio famigliare di tacchi da donna.

Il piccolo Dani sta salutando i suoi amici: la signora Melandri è tornata.

Il ragioniere scuote vivacemente la testa nel tentativo di far scivolare via l’acqua dai capelli, si liscia i baffi, poi si precipita nel suo appartamento.

La mattina è volata.

Stappo una bottiglia di vino, poi, finalmente, posso sedermi a tavola. Assaporo con gusto le patate, nonostante siano ormai diventate fredde. Grida e imprecazioni si levano dall’appartamento vicino, e, nei rari momenti di calma relativa, mi giunge all’orecchio un flebile ronzio, forse il rumore di un phon. Sarò diventata perfida? Non posso farci niente se mi scappa da ridere.

IL FILO.

Passeggiavo, ben imbacuccato a causa del freddo, nel bosco vicino a casa mia. All’improvviso realizzai di aver calpestato qualcosa. Notando che si trattava solo di un filo, lì per lì non vi feci caso. Fu solo dopo aver compiuto qualche altro passo, che la faccenda cominciò a complicarsi, e nel contempo a rendersi interessante. Fui costretto a notare quanto fosse lungo; mi era parso di cotone, uno di quelli che si usano per ricamare. E questo proseguiva a perdita d’occhio lungo il sentiero, districandosi alla meno peggio tra i sassi conficcati nel terreno bagnato e poi zigzagando tra i rami spezzati. Scompariva e ricompariva, a tratti riemergendo dal morbido tappeto di foglie secche imbevute d’acqua piovana, diventate come gommose a causa delle precipitazioni insistenti di quegli ultimi giorni.
Non avendo niente di meglio da fare, assecondando il dubbio che quello strano filo potesse dipanarsi ancora a lungo, presi la bizzarra decisione di seguirlo: chissà, forse mi avrebbe condotto da qualche parte…
Non saprei spiegare perché, ma avevo avuto l’impressione che un filo non potesse trovarsi in mezzo a un sentiero per caso, avevo piuttosto maturato la convinzione che fosse stato messo lì per adempiere a un compito ben preciso.
Lo afferrai e avanzai stringendolo in un pugno chiuso, facendolo scorrere e tirandolo con l’altra mano. Mi trovai a percorrere all’incirca due chilometri. Le mani già infreddolite mi dolevano parecchio, e io mi maledissi per aver dimenticato a casa i miei guanti.
Avanzando mi divertii a stimarne la lunghezza: dapprima pensai che potesse trattarsi di una sola matassa, poi realizzai che avrebbero potuto essere anche due legate insieme; infine dovetti accettare l’idea che fossero persino più di tre. Mi meravigliai nel constatare come quel filo proprio non ne volesse sapere di finire.
Giunto a un certo punto, più o meno nei pressi della grande quercia, notai che il filo vi si avvolgeva più volte, ben stretto, intorno al tronco; poi lo osservai proseguire, ancora. Deviando dal sentiero e perdendosi tra le piante, questo si inoltrava nella rigogliosa vegetazione.
Io non serbavo alcun timore: conoscevo quel bosco proprio come conoscevo le mie tasche.
Fui alquanto soddisfatto di aver indossato gli stivali di gomma, perciò mi apprestai a procedere nel sottobosco, che, a ogni passo, sembrava diventare man mano più insidioso.
Fui presto costretto a rallentare l’andatura. Dovevo trovare il modo di districare i piedi dal suolo: enormi roveti si aggrovigliavano in continuazione alle mie gambe, trattenendomi. Il bosco sembrava opporsi con tutta la sua forza al mio passaggio, come se intendesse impedirmi di procedere. Percepivo tutto il peso del corpo sprofondare sempre più giù, nel terreno, e solo per un istante rabbrividii al pensiero che questo fosse vivo, cosciente, e che intendesse catturarmi, o magari inghiottirmi per farmi suo prigioniero.
Procedere a lungo in un bosco in penombra provoca alla vista uno scherzo tremendo: ben presto il paesaggio circostante si offusca e risulta difficile mettere a fuoco un qualsiasi particolare. Inoltre le giornate di novembre sono brevi, e al tramonto i raggi di sole obliqui e scialbi che riescono a penetrare tra i rami degli alberi sono davvero pochi. Potevo dunque contare sulla medesima intensità di luce provocata da una fiammella di candela.
Una bruma piuttosto compatta cominciava a esalare dal suolo, proprio quando questo aveva deciso di lasciarmi un po’ di tregua. Con ostinazione colsi l’attimo e approfittai, come si suol dire, del momento buono. Proseguii il mio cammino seguendo ancora il filo, che, tirato, aveva tutta l’aria di voler raggiungere lo spazio infinito.
Sollevando lo sguardo ebbi come l’impressione di intravedere qualcosa. Non saprei dire cosa fosse, tuttavia il filo all’atro capo sembrava essere sostenuto da una misteriosa entità di luce, o da qualcosa di molto simile a…
In preda all’estasi fui tentato di mettermi a correre per raggiungere in fretta quella cosa (o quella creatura), che mi sembrava davvero bellissima. Mio malgrado, ben presto inciampai in una grossa radice, finendo lungo e disteso, con il viso nel fango.
Come per opera di un orrendo sortilegio, io persi per sempre quel filo.
Non appena mi ripresi, lo cercai a lungo e invano.
Non vi fu un solo altro giorno, da allora, in cui non desiderai inoltrarmi di nuovo nel bosco, alla penosa ricerca di quel filo. Vi ho appena passeggiato anche oggi, e di quel maledetto non ho più trovato nessuna traccia.

Tuttavia, mi sento costretto a chiedervi perdono, io sono un miserabile e maldestro ciarlatano: può darsi che quel giorno io abbia solo smarrito il filo, fin troppo lungo, del mio discorso.

FIVE HOURS TO LIVE (6).

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Camminavo da almeno un’ora, mantenendomi sul sentiero battuto che attraversava la foresta. Tutt’intorno era buio pesto, perciò avevo utilizzato l’applicazione torcia che era installata nel cellulare d’ordinanza. Avevo recuperato un nuovo telefono nel sacco delle divise che Jonny aveva fatto recapitare al mio appartamento. Tutti i membri della comunità erano in possesso di un apparecchio simile, per il quale erano state abilitate solo le chiamate interne. Sull’isola erano stati collocati numerosi ripetitori, tuttavia solo gli addetti al Grande Progetto avevano ricevuto l’autorizzazione per poter accedere a Internet. In ogni caso non soffrivo di solitudine e, men che meno, sentivo la mancanza di qualcuno. Questa limitazione, che avrebbe anche potuto causare disagio, era invece vissuta da me come una sorta di benedizione. Nessuno sarebbe mai riuscito a contattarmi, e dunque, dimenticare il mio passato sarebbe stato più facile: non intendevo infrangere le regole vigenti a Kupa Point e non avevo motivo di mettere a rischio la mia felice permanenza sull’isola.

Lungo il tragitto avevo mantenuto un passo veloce, perciò, a un tratto, sentii l’esigenza di fermarmi per riprendere fiato.
Numerose abitazioni erano disseminate ovunque, nei luoghi più ovvi e accessibili come in quelli più impervi e nascosti. A quell’ora così tarda, erano circa le tre di notte, tutti gli abitanti di Tetepare dormivano beati. Delle capanne si intravedevano solo i tetti, che si stagliavano appuntiti e più neri del buio.
Puntando di nuovo la torcia in avanti, verso terra, avevo notato il sentiero restringersi e poi proseguire; si era ridotto a poco più di uno stretto passaggio. Mi era parso di trovarmi dinanzi a un bivio, o meglio, avevo avuto solo l’impressione che più persone fossero passate in mezzo all’erba alta, pressandola e tracciando in quel modo un varco, una specie di percorso secondario. Il fascio di luce proveniente dal cellulare aveva illuminato per un attimo le mie gambe, rivelandole velate da una abbronzatura tenue e dorata.
Il suolo trasudava molta umidità, e nel cielo non erano visibili né stelle né luna. Stavo tentando di trovare il coraggio necessario per avventurarmi in quella direzione, data la gran quantità di rettili e di ragni velenosi, nonché di insetti schifosi, che immaginavo proliferassero in gran quantità sull’isola.
Mi ero abituato a convivere con scarafaggi e lucertole di ogni dimensione, eppure, mi sarebbe stata sufficiente la vista di un qualsiasi aracnide, anche a due metri di distanza, per scatenarmi un attacco di panico. Mio malgrado, l’aveva avuta vinta la curiosità. Avevo sentito l’esigenza di dover proseguire: in fin dei conti non avevo più sonno e intendevo approfittare della tranquillità della notte per ispezionare l’isola. Avevo ripreso a camminare in maniera piuttosto titubante e procedevo verso Ovest. Una luna grande e dorata era appena emersa da una coltre stagnante di nubi, e mi aveva concesso di poter ammirare, seppur per un istante, l’austero promontorio di Tetepare in controluce: nero e bordato di palme da cocco si imponeva sul cielo, circondato e quasi incoronato dai tralicci della sua preziosa centrale idroelettrica.
Avevo sentito il bisogno di fermarmi ancora per un po’. Intendevo ammirare quello strano paesaggio; avevo pensato a quanto la natura si stesse impegnando per fondersi in un tutt’uno con l’opera prepotente dell’uomo; e sebbene il risultato fosse piuttosto rispettabile, non avrebbe soddisfatto pienamente nessuno.

Mentre ero intento a riflettere, trasportato dalla fresca brezza oceanica, mi era giunto all’orecchio un lontano risuonare di voci. Dopo un lungo tragitto in solitudine, avevo persino sperato di imbattermi in un’anima viva, per poter scambiare anche soltanto due parole. Serbando quel mio desiderio, ero avanzato ancora di qualche passo. In lontananza, oltre la rada foschia esalata dalla terra fradicia, avevo scorto un gruppo di persone. Mi era subito balzato all’occhio qualcosa di strano: nessuno di loro esibiva la divisa di Kupa Point. Mi era ritornato in mente il lungo discorso fatto da Jonny al nostro arrivo sul rispetto delle regole, tra le quali proprio l’obbligo di una tenuta comunitaria, per cui ero rimasto impietrito. Osservavo quei tizi camminare avanti e indietro in maniera ritmata e meccanica; mi era sembrato che fossero di guardia a un enorme capannone situato alle loro spalle. A causa del continuo inspessirsi della nebbia non riuscivo a vederli bene, eppure ero quasi sicuro che quelle persone indossassero dei giubbotti a manica lunga e che imbracciassero persino delle armi. Ero quindi rimasto accovacciato per qualche minuto nell’erba alta, in silenzio assoluto. Valutavo, tra me e me, se fosse valsa la pena di proseguire, o se fosse stato meglio lasciar perdere. Infine avevo optato per un saggio dietrofront, quasi pregando di non venir scoperto. Fino a quel momento non avevo dato peso alle parole pronunciate da David nel corso del nostro litigio, ma durante tutto il tragitto di ritorno queste si avvicendavano senza tregua nella mia testa, originando pensieri inquietanti. Cominciavo a sospettare che gli obiettivi della T.D.A. potessero spingersi oltre quello che ero arrivato a immaginare. E se a nostra totale insaputa ci fossimo ritrovati coinvolti in qualcosa di grosso, e ben camuffato dalla gran libertà che ci era stata concessa? Qualora i fatti si fossero rivelati tali, avrei dovuto porgere delle scuse sincere a David.
Non avevo pensato di indagare sull’entità del ruolo lavorativo che era stato assegnato al mio miglior amico, ma il dubbio di aver sbagliato nel sottovalutarlo cominciava a farsi largo, in quel momento, come un grande vuoto, dentro di me. La scoperta della presenza di uno squadrone di militari nella foresta era stata in grado di risvegliare il mio buon senso all’improvviso. Mi ero convinto che la loro presenza non potesse essere casuale. La vista delle armi mi aveva spaventato, ma il desiderio di indagare sulla faccenda si era fatto più forte della paura. Sarei tornato in quel luogo magari in pieno giorno, per meglio soddisfare ogni mia legittima curiosità.

THE PROFET SONG
Oh oh, people of the earth
Listen to the warning
The seer he said
Beware the storm that gathers here
Listen to the wise man

(May, Queen).

Ero tornato a casa con il sorgere del sole. Il cielo sopra Tetepare cominciava a tingersi di un fiabesco rosa corallo, e se non avessi già camminato tanto a lungo, nessuno avrebbe potuto impedirmi di dirigermi alla spiaggia per assistere, in prima fila, all’ennesimo spettacolo messo in scena da Madre Natura. Invece le gambe mi dolevano parecchio, e un vortice di pensieri insensati, forse dovuti in parte alla stanchezza, non mi dava tregua. Pur non dovendo rispettare un vero e proprio orario di lavoro, avevo intenzione di sbrigare in fretta il mio dovere, per potermi poi dedicare, in santa pace e in tutta tranquillità, all’agognato piacere.
Mio malgrado, ciò che avevo scoperto quella notte mi aveva profondamente turbato. Sentivo dentro di me l’esigenza di doverne parlarne al più presto con qualcuno. Avrei anche potuto far visita a Marie; mi sarebbe toccato svegliarla, ma ero piuttosto sicuro di venir accolto con entusiasmo, anzi, mi sentivo persino di poter riuscire a spuntare un suo ennesimo invito a colazione. Ma nonostante tutto, di questi argomenti avrei di gran lunga preferito parlarne con David. Nel corso della mia escursione notturna avevo avuto modo di pensare all’accaduto, e soprattutto avevo riflettuto davvero a lungo in merito al diverbio che io e David avevamo sostenuto solo il giorno prima. La rabbia che avevo provato nei suoi confronti si era già attenuata, e speravo con tutto me stesso di essere ancora in tempo per tentare una rappacificazione.

Mentre mi accingevo a risalire gli scalini che conducevano alla mia veranda, avevo sentito gridare da qualcuno il mio nome. Mi era sembrato strano, dato che era molto presto. Avevo appena riposto il mio telefonino nella tasca dei bermuda notando che il display segnava le sei meno cinque minuti. Sull’isola ero solito scattare un’infinità di fotografie rivolte al paesaggio, e avevo desiderato immortalare anche quella magnifica alba. Si trattava di un hobby che adoravo praticare sin da ragazzo, e che, come gli altri, in seguito avevo abbandonato. Tuttavia mi ero sorpreso ancor di più quando, voltandomi, avevo realizzato che quella voce apparteneva a Jonny. A passo svelto l’uomo si dirigeva verso la mia abitazione, sorridendo e sventolando una mano in segno di saluto.
“Ehi, Mike, come sei mattiniero!”
“E tu, cosa ci fai così presto da queste parti?”
Reputavo un fatto straordinario dover imbattersi in Jonny in un luogo diverso dall’ambito dell’accettazione o dai suoi dintorni. Dovevo aver lasciato trapelare un bel po’ di tensione che avevo accumulato durante la notte, perché Jonny aveva subito ribattuto: “E’ tutto a posto. Amico, rilassati! Ritengo solo che l’alba sia l’ora ideale per fare un po’ di sano movimento. Passavo da qui per caso, e ti ho visto arrivare. Dunque, pratichi del trekking anche tu?”
“Trekking? Sì, certo! Però solo di tanto in tanto. La costanza non è la mia miglior qualità.”
“Ottimo. Sei solito percorrere il sentiero che conduce alla centrale, o mi sbaglio?”
“Vado dove mi vogliono condurre le gambe, e qui a Tetepare i sentieri sono talmente tanti che posso permettermi di percorrerne uno diverso ogni volta.”
“Allora è per questo motivo che non ci siamo mai incontrati in precedenza.”
“Credo di sì, ma sono certo che da oggi ci incontreremo tutte le volte. Accade sempre così: quando ci si lamenta di qualche cosa con qualcuno, poi, questa, non capita più”.

Poi era calato una specie di silenzio. Anche l’isola sembrava essere ancora addormentata. Gli unici rumori che giungevano all’orecchio erano i cinguettii degli uccelli e il lontano sciabordio delle onde che si infrangevano sulla battigia. Eravamo rimasti immobili, per un lasso di tempo che mi era sembrato interminabile, dato che avevo persino provato una specie di imbarazzo.
Per un attimo avevo anche pensato di riferire a Jonny ciò che avevo osservato nel corso della notte nella foresta. Dopotutto, grazie a un aspetto ordinato e pulito e a un carattere schietto e sempre gioioso, sin da subito quell’ometto mi aveva fatto un’ottima impressione. Avrei desiderato ricevere da lui una risposta plausibile che fosse anche stata in grado di tranquillizzarmi, almeno un po’. Tuttavia avevo preferito tacere, sebbene mi fossi dovuto trattenere a stento. Ero rimasto zitto proprio grazie alle parole che il mio amico David aveva pronunciato nel corso del nostro litigio, e che, come un mantra, avevano continuato a risuonare nel mio cervello per tutto il tempo: “Ho giurato, è un segreto”. Se Kupa Point celava un grande mistero, che David aveva preferito tenere per sé anche a costo di rovinare la nostra profonda amicizia, come avrei mai potuto concedere tanta fiducia alla prima persona che era passata, per caso, proprio davanti a casa mia? Tutt’al più avrei dovuto pretendere delle spiegazioni proprio da lui, dal mio più caro amico, e nel caso in cui fossimo riusciti a riconciliarci.
Osservando Jonny avevo notato che faticava a respirare: era affannato e aveva il fiatone. Se davvero fosse stato così allenato a camminare, come aveva dichiarato solo un attimo prima, non si sarebbe mai affaticato in quella maniera per un modesto tratto di strada percorso a piedi. Inoltre, durante la conversazione, aveva ribattuto ripetutamente, con un certo nervosismo, un piede a terra.
Jonny si era poi congedato con i consueti modi garbati, dichiarando di dover sbrigare delle pratiche urgenti all’accettazione. 

Ero finalmente riuscito a rimettere piede in casa mia. La stanchezza dovuta alla notte in bianco cominciava a farsi sentire. Mi era inoltre sopraggiunto un terribile mal di testa; sentivo il bisogno impellente di fare una rilassante doccia tiepida.
Prima del lavoro avrei dovuto farmi prescrivere alcuni antidolorifici dal dottore di turno, presso l’ambulatorio, ma chiarire la brutta faccenda con David era rimasta la mia priorità.
Avevo poi bussato alla sua porta, ma senza ottenere una risposta.
Quel giorno, come tutti quelli seguenti, mi ero recato da David più volte, in orari diversi, e sempre sperando che, prima o poi, quel maledetto uscio si aprisse. Mi era sembrato strano che il mio amico trascorresse volentieri tutto quel tempo fuori casa, dato che, fino alla settimana prima, aveva preferito restare segregato nella sua capanna, rifiutando ogni genere di svago e di divertimento. Avevo cominciato a preoccuparmi per lui, e se il tempo lo permetteva, stavo il più possibile sotto la veranda. Osservavo i passanti, ne studiavo ogni loro movimento. .
Erano trascorse in quel modo almeno due settimane, ma di David non avevo visto neanche l’ombra. Non l’avevo mai scorto per strada, né avevo avuto modo di incontrarlo presso la dispensa. In compenso avevo scopato almeno una dozzina di volte con Marie. Non ero geloso di lei, e non mi faceva né caldo né freddo che andasse a letto con altri. Non avrei potuto definire il nostro rapporto un’unione di convenienza, dato che, in un certo qual modo, l’affetto provato per lei era sincero. Girava voce che sull’isola vi fossero altre donne che si davano da fare almeno quanto Marie; tuttavia quella notizia non mi aveva interessato per niente. Con la stessa ostinazione con cui avevo cercato di dimenticare la persona insoddisfatta che ero prima dell’esperienza a Tetepare, mi ero imposto di non rinunciare al divertimento, ragion per cui non mi sarei certo preso la briga di coltivare una relazione seria.

Quando non pensavo a David, mi sentivo bene. La libertà concessa dalla T.D.A era riuscita ad alleggerirmi l’anima. Mi percepivo in forma perfetta, e osservandomi allo specchio mi vedevo addirittura ringiovanito. Mentre credevo di recuperare ciò che non avevo mai fatto, e mentre mi concedevo una vita che non avrei mai potuto permettermi prima, stavo rischiando di perdere un bene prezioso, che, senza saperlo, avevo proprio sotto agli occhi.
Marie aveva cercato di rassicurarmi riguardo all’assenza di David. “E’ adulto e vaccinato, inoltre, qui a Tetepare, tutti sono sereni e beati. Non devi essere preoccupato per lui. Sono pronta a scommettere che, come te, a quest’ora si trova in ottima compagnia”. La donna aveva pronunciato quelle parole mentre cercava di riallacciarsi il reggiseno. Le sue tette erano ovali e abbondanti, e proprio perché pesanti le ricadevano fin sopra l’ombelico: riuscirle a contenerle in un misero drappo di stoffa sembrava davvero un’impresa impossibile. Marie aveva già superato la quarantina. Mi incantavo a osservarla mentre si aggirava nuda nella sua capanna. Di tanto in tanto, senza alcuna malizia, si chinava per raccogliere piccoli grumi di fango, che dopo essersi incastrati nelle suole delle scarpe d’ordinanza finivano sul pavimento; la ammiravo camminare con un passo leggero e elegante che era in grado di far vibrare le sue natiche dorate e tonde. La sua schiena era perfetta, mi piaceva osservarla nella penombra, quando Marie accedeva al piccolo vano che ospitava la toilette.

Da lì a poco avevo dovuto fare i conti con un nuovo attacco di panico, il primo da quando mi trovavo a Tetepare. Il respiro si era fatto corto all’improvviso, e avevo percepito un nodo in gola. La vista si era annebbiata, sapevo di avere pochi secondi a disposizione per cercare di accovacciarmi a terra, evitando così una possibile brutta caduta. Avevo imparato a convivere con quella sintomatologia, che avevo avuto la sfortuna di conoscere sin da bambino.
Avevo sperato che quella brutta bestia si fosse finalmente scordata di me; io l’avrei lasciata volentieri a Londra, insieme a tutto il resto. Mio malgrado, le cose non erano andate così.
Negli ultimi giorni alcune vicende mi avevano turbato. In seguito a quel malessere mi ero convinto a entrare nella casa di David, con o senza di lui. Inoltre avrei dovuto affrontare la realtà e trovare il coraggio necessario per ritornare in quel luogo nascosto nella foresta.

 
(Continua.)

 

FIVE HOURS TO LIVE (5).

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SLEEPING ON THE SIDEWALK.

I was nothin’ but a city boy
My trumpet was my only toy
I’ve been blowin’ my horn
Since I knew I was born
But there ain’t no nobody wants to know
I’ve been

(May, Queen.)

Era trascorso solo un mese, e già mi sentivo parte integrante della comunità, nello stesso modo in cui un singolo tassello viene incollato dentro a un enorme mosaico; vantando ciascuno una propria forma e un proprio colore, noi tutti ci saremmo dovuti incastrare alla perfezione in un’opera grandiosa e nella quale non si sarebbe dovuto intravedere il più piccolo spazio vuoto, neanche per sbaglio. 
Ci era stato assegnato un ruolo più o meno importante che avremmo dovuto perseguire con impegno e costanza, in totale libertà, purché nel totale rispetto del regolamento di Kupa Point.

Le giornate a Tetepare trascorrevano veloci, una dopo l’altra, e mi ero già ambientato senza troppa fatica. Non percepivo la mancanza di Londra, del lusso e del caos della città, né dei ritmi frenetici dei suoi laboriosi e schivi abitanti.
La mia abitazione non sembrava più tanto piccola, e osservando il cielo sapevo già prevedere i repentini e continui cambiamenti climatici. Avevo imparato a leggere le nuvole: a seconda della loro struttura, valutandone la loro posizione, sapevo dire, con un  minimo margine di errore, quando avrebbe piovuto.
Il più delle volte cercavo di assolvere i miei compiti lavorativi già nel corso della mattinata. Il magazzino dei medicinali era ubicato alla periferia della zona industriale, proprio sul retro dell’ambulatorio medico della mia circoscrizione. Alternandosi con turni regolari di sole cinque ore, più dottori garantivano le visite mediche sia di giorno che di notte. Qualora il medesimo laboratorio si fosse trovato nel cuore di Londra, un paio di medici sarebbero stati più che sufficienti a offrire le identiche prestazioni; tuttavia T.D.A. poteva permettersi di gestire il servizio alla perfezione, assicurandosi efficienza, entusiasmo e massimo rendimento del personale. Tutto, a Tetepare, senza alcun vincolo contributivo o obbligo di compenso, funzionava in maniera analoga e eccellente.
Durante il tempo libero era possibile svolgere svariate attività: tirare con l’arco, recarsi in palestra, giocare una partita a calcio, nuotare in piscina oppure galoppare a cavallo. Avevo anche assistito alla proiezione di un film presso un capannone ai margini della foresta e che era stato adibito a cinema. Eppure, preferivo trascorrere il tempo libero con Marie. L’avevo notata subito, la sera del mio arrivo a Tetepare, dopo aver danzato sulla spiaggia. Era davvero carina e si era rivelata essere molto intelligente; un po’ in carne forse, ma soda e piacente. Si faceva prendere volentieri, da me e da altri, gratuitamente, ma perlopiù su appuntamento. Tuttavia, nei miei confronti, lei aveva dimostrato sin da subito una specie di riguardo, nonché una gran disponibilità. Avevamo scopato più volte, e il nostro rapporto era sincero e profondo. Agli altri Marie dedicava giusto il tempo necessario all’atto sessuale, con me, invece, amava intrattenersi a chiacchierare anche per intere ore. Eravamo in sintonia, io riuscivo sempre a farla divertire, e più volte aveva desiderato che mi fermassi da lei per tutta la notte.
Anche tutto il resto della mia vita sociale stava procedendo a gonfie vele. Avevo già instaurato ottimi rapporti con tante persone di qualunque nazionalità.

David, viceversa, aveva perso gran parte del suo entusiasmo: non sembrava allettato da nessuna attività ludica che l’isola ci offriva. Dopo il proprio turno di lavoro, preferiva chiudersi in casa, da solo. A malapena accettava di uscire per cenare alla dispensa, ma subito dopo essersi infilato qualcosa di solido nello stomaco, trovava scuse sempre diverse: poteva trattarsi di un forte mal di testa, piuttosto che un improvviso attacco di stanchezza; ma in ogni caso si defilava, ritornando nella sua abitazione.

Io non ero ancora in grado di comprendere quel suo modo di comportarsi. Non arrivavo a capire l’entità della mansione a lui affidata, l’incarico gravoso che avrebbe dovuto portare avanti, mentre io pensavo solo a divertirmi.
Un pomeriggio avevo deciso di bussare alla sua porta.

“In questi giorni sei strano. Cosa succede, David?”, gli avevo domandato. Faticavo a riconoscerlo: lo sguardo spento, il volto asciugato, e una ruga mai notata prima, che disegnava un solco profondo proprio al centro della sua fronte.
“Non c’è niente che non va, Mike. Ho solo bisogno di stare da solo, devo riflettere.”
“Dicevi che ce la saremmo spassata, ma, per te, non è affatto così. Non sei più di compagnia, anzi, sei diventato un asociale!”
“Il progetto  della T.D.A. si è rivelato assai complicato, molto più di ciò che credevo.”
“Abbiamo accettato di rifugiarci qui per riappropriarci della nostra esistenza, per divertirci, per essere più spensierati, ricordi? E adesso vuoi farmi credere che qui, a Tetepare, per te non è cambiato niente? Sei il mio più grande amico, abbiamo condiviso gioie e dolori, dunque, se hai un problema faresti bene a parlarmene.”
“Vorrei, tu non immagini neanche quanto; ma affinché il piano della T.D.A possa funzionare, è necessario rimanga segreto.”
“Certo, tu credi che io mi possa divertire a spifferare il vostro bel progetto mentre gioco a pallone, o mentre mi faccio un bel bagno in piscina?  Oppure, ed è forse probabile, tu credi che io non possa arrivare a capirlo, dato che mi hai sempre trattato come un ignorante. Anzi, sai cosa ti dico? Sei il più grande stronzo che abbia mai conosciuto. Avrai trovato qualcuno ben più colto di me, al quale poter riferire, una per una, tutte le seghe mentali galattiche che affollano il tuo grande cervellone. Va bene, fai pure come desideri, ma da oggi noi due non saremo più amici. Dopotutto ho già conosciuto un sacco di gente di gran lunga più piacevole di te”
“Mike, per favore, ti chiedo uno sforzo, cerca di comprendere…”
“Bando alle ciance, mio caro. Ho capito bene, anche ben oltre quello che non vuoi raccontarmi. Ti auguro buon proseguimento!”
  
A quel punto, gli avrei volentieri mollato un cazzotto: avevo provato una gran rabbia. Avevo appena rimesso piede sulla mia veranda, e in testa mi era balenata un’idea che lì per lì mi era parsa persino geniale: mi sarei procurato un pannello di cartongesso, che poi avrei ben fissato alla staccionata del balcone. In quel modo non avrei più visto, nemmeno per sbaglio, la fottuta casa di quel grande ipocrita.
Mi ero ritrovato a dover fare i conti con l’ennesima delusione. Dopo aver incassato, nel corso della mia vita, una interminabile serie di insuccessi, tutto aveva finalmente preso la piega giusta. L’isola era fantastica, Marie era dolce e anche di compagnia, e il mio modesto lavoro – che consisteva nel riordinare e catalogare scatole di medicinali – rispetto al mio vecchio impiego di metalmeccanico, era davvero uno spasso. Tuttavia avevo appena perso l’amicizia di David, e tutti i suoi maledetti segreti costituivano una seria minaccia al mio costante buon umore.

Nuove reclute sbarcavano più volte al giorno da un motoscafo, lo stesso sul quale avevamo navigato anche noi. Avevo evocato il disagio e la disperazione che avevo provato quel pomeriggio mentre la piccola imbarcazione si allontanava per la prima volta dall’isola, e, senza volerlo, mi ero sorpreso a sorridere. Non avrei mai immaginato di poter assistere al suo continuo andare e venire, e meno ancora avrei creduto che avesse potuto, così presto, lasciarmi indifferente. Quella barca era l’unica alternativa possibile per lasciare un luogo creduto disabitato, patrimonio naturale, area protetta dedicata alla ricerca scientifica. Nella stessa maniera in cui un turista non avrebbe mai potuto ottenere il permesso per visitarla o per soggiornarvi, nessuno avrebbe mai potuto lasciarla, senza un benestare della T.D.A.
Alla dispensa, quella stessa sera, avevo udito conversare due tizi. Stavano affermando che la comunità fondata da T.D.A. stesse crescendo in maniera veloce, tanto da aver avuto l’esigenza di dover espandersi occupando altre isole vicine. Con un territorio di oltre cento chilometri quadrati, Tetepare, da sola, contava trentamila abitanti. Chiunque si sarebbe sorpreso osservando, per la prima volta, quelle piccole abitazioni sorgere proprio ovunque: ammassate su aree all’apparenza inaccessibili, in uno spiazzo fangoso, arroccate anche una sull’altra, quasi incastrate tra grosse radici di mangrovia oppure tra gli alberi, ancorate alla battigia piuttosto che seminate nella foresta.
Occorrevano tre giorni e una ventina di persone per tirar su dal niente una capanna resistente e sicura. Gli artigiani avrebbero poi fabbricato il mobilio necessario in un capannone della zona industriale.
Escludendo i medicinali e poco altro che un’imbarcazione più grande soleva approvvigionare attraccando a un chilometro dalla costa, di solito sempre all’inizio del mese, la comunità di Kupa Point avrebbe potuto sopravvivere in autonomia. Il fiume Jambo alimentava una centrale elettrica ottenendo in cambio tanta energia; la vegetazione rigogliosa assicurava numerose varietà di bacche, molti frutti squisiti e una gran scorta di radici commestibili; l’allevamento del pollame era praticato soprattutto a Nord, mentre la pesca, con ottimi risultati, sia al largo che sulla costa.

Durante la notte mi ero svegliato di soprassalto. Il cuore mi batteva all’impazzata, ero madido di sudore. Avevo fatto un brutto sogno. Un vulcano sull’isola rigurgitava un’enorme quantità di lava, corrodendo e sradicando qualsiasi cosa lungo il suo inarrestabile tragitto.
Avevo sentito l’esigenza di uscire, per appurare che tutto fosse a posto. Così, dopo essermi rivestito, mi avviai lungo un sentiero che non avevo mai percorso fino in fondo e che mi avrebbe potuto condurre all’altro versante dell’isola.

(continua…)

 

FIVE HOURS TO LIVE (4).

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BOHEMIAN RHAPSODY.

It this the real life
Is this just fantasy
Caught in a landside
No escape from reality
Open your eyes

(Freddie Mercury)

Ricordando la persona dall’aria mesta, che approdò quel giorno sull’isola portando sulle spalle uno zaino quasi vuoto unitamente a un invisibile enorme carico di speranza, non posso far a meno di pensare che, senza alcun dubbio, si doveva trattare di un perdente. Aveva frequentato l’università senza concludere gli studi, aveva poi dovuto cambiare lavoro diverse volte, ma sempre peggiorando la qualità della sua vita. Si era anche impegnato in una sola e unica relazione importante, venendo subito tradito dalla donna alla quale aveva dato la sua fiducia. Ebbene, lui lo sapeva, l’aveva sempre saputo, ma aveva finto di non vedere. In famiglia tutti lo ritenevano un incapace, un fallito e un poco di buono. In effetti quell’uomo aveva sempre cominciato con entusiasmo un sacco di cose, ma senza portarne a termine mai una. Poi, un giorno, gli venne offerta un’ultima opportunità. Si sarebbe giocato l’ultimo asso che aveva nella manica. Aveva ricevuto la possibilità di ricominciare tutto da capo, da zero. E se ci penso bene, oggi, di quel tizio, non rimane più niente.
Mi verso qualcosa da bere prima di accingermi ad accendere la televisione. A breve saranno senz’altro trasmesse, a raffica, edizioni straordinarie di tutti i telegiornali. E oggi desidero brindare al mio nuovo futuro e a quello dell’umanità intera, ma, soprattutto, al grande strepitoso successo della T.D.A.
Mi sovvengono di continuo i ricordi del mio primo giorno a Kupa Point, li visualizzo nitidi e ben definiti, proprio come se tutto fosse accaduto ieri.

Avevamo percorso più di quattro chilometri nella foresta, in sella alle nostre biciclette, avventurandoci per un sentiero assai sconquassato. Avevamo oltrepassato una quantità inaspettata di abitazioni fino a imbatterci in uno spiazzo vasto e fangoso che sulla mappa fornitaci da Jonny veniva definito come zona industriale. Vi sorgevano edifici differenti, erano grandi e rettangolari, paralleli tra loro. A prima vista anch’essi parevano esser fatti di legno e paglia, ma osservandoli meglio e da vicino, davano l’impressione di essere più solidi, grazie all’aggiunta di un materiale da costruzione che poteva essere cemento.
Nemmeno il tempo di raggiungere le nostre abitazioni, che uno scroscio improvviso di pioggia cominciò ad abbattersi sull’isola. Né io né David ci saremmo potuti stupire se le capanne fossero crollate di colpo, tutte insieme, flagellate dal vento fortissimo.
Cercando di sopperire a quella sensazione di pericolo e di precarietà, d’istinto ci rifugiammo dentro a quella che avrebbe dovuto essere casa mia, comprendendo appieno, ma solo in seguito, di aver optato per la scelta migliore.
L’abitazione assegnata a David si trovava proprio in fondo allo stesso vicolo: saremmo stati ottimi vicini; e se tutto fosse andato per il meglio, avremmo anche potuto divertirci da matti.
Ci ritrovammo all’asciutto, nel bel mezzo di un locale piuttosto circoscritto. Udivamo la pioggia martellare sulle pareti esterne della costruzione provocando sibili e fruscii così forti che riuscivano a zittire ogni altro rumore e ammutolivano ogni nostra parola. Non solo quella minuscola casa si era rivelata efficace nel respingere l’acqua che la colpiva senza tregua come se le fosse stata gettata addosso a secchiate dal cielo, ma, all’interno, si percepiva addirittura l’impressione che questa avesse acquisito la proprietà di diventare quasi elastica, per flettersi e inclinarsi un po’, ingaggiando così una vera e propria lotta contro i feroci attacchi che le venivano inflitti da quella tremenda tempesta.
L’abitazione era piccola, eppure risultava accogliente: un tavolo, delle sedie, un divano letto color bordeaux e una scaffalatura essenziale, che era stata utilizzata come sostegno per la televisione, ne costituivano tutto l’arredo. Solo pochi minuti prima avevo intravisto un barbecue sul terrazzo, ma dovetti realizzare che la capanna era priva di cucina. Una parete sottile di cartongesso separava il bagno dal locale principale. Con mio enorme disappunto dovetti constatare anche l’assenza di un bidet, e se nel corso della permanenza sull’isola fossi aumentato anche solo di un chilo, non sarei riuscito nemmeno ad accedere allo striminzito box doccia.
Con un’aria pensierosa, David osservava ogni particolare dell’abitazione. Per la prima volta dal nostro arrivo sull’isola il mio amico pareva essere un po’ deluso. “Accidenti, dovrò stare attento a non perdermi qui dentro!”, esclamò, con evidente sarcasmo. A mio avviso le dimensioni della capanna non costituivano un problema. Non mi mancava lo spirito di adattamento, ero piuttosto sicuro di riuscire a abituarmi presto alle misure ristrette del mio domicilio. Tutto sommato, l’umile dimora non avrebbe richiesto molto tempo né tanto impegno per esser tenuta pulita e in ordine. Nel frattempo, fuori, la pioggia aveva calato d’intensità, e David ne approfittò per sgattaiolare quatto quatto a casa sua, che suo malgrado si rivelò essere del tutto identica alla mia.

Il motto della T.D.A. Tutto è di tutti e tutto è di nessuno, che avevo già avuto modo di ascoltare più di una volta dalla voce di Jonny nel corso delle pratiche di accettazione e che sapevo già a memoria, era stato riportato a caratteri cubitali sulla prima facciata di un flyer. Ben ripiegato a fisarmonica questo era stato lasciato sul divano proprio sopra un grosso involucro trasparente che avvolgeva alcuni capi di vestiario: le divise di Kupa Point. Il depliant riportava l’elenco completo di tutti i servizi disponibili sull’isola: dispense alimentari, spacci, lavanderie, farmacie, varie strutture di svago, uffici informativi e molto altro ancora, di cui avremmo potuto usufruire a titolo gratuito e per qualunque nostra esigenza. Nel rispetto delle regole della comunità, mi affrettai a indossare gli indumenti ufficiali. Jonny ci aveva precisato quanto le divise potessero rivestire un ruolo fondamentale al fine di una rapida integrazione sociale, e ci specificò che nessuno, per nessun motivo, avrebbe mai potuto circolare sull’isola vestito in maniera diversa.

Peraltro, quando rimontammo sulle biciclette elettriche, il nostro abbigliamento risultò adeguato. Io, tuttavia, indossando quei bermuda fin troppo larghi mi sentivo assai ridicolo: le mie gambe, che erano più bianche di un foglio di carta, mettevano in risalto una folta e scomposta peluria scura. In quel momento quasi mi maledissi, per essermi sempre ostinato a non prendere un po’ di sole. La pelle di David, per contro, esibiva una leggera e omogenea abbronzatura dorata.
Le nuvole scure avevano lasciato l’isola con la stessa rapidità con cui erano arrivate, regalandoci, appena in tempo, il primo e sublime tramonto di Tetepare. Il sole all’orizzonte sembrava esser stato imprigionato dietro ai tronchi rugosi e barbuti delle palme da cocco, ciononostante era riuscito a lasciarci di stucco. A mostrare un incantevole spettacolo non era stato solo il cielo, bensì tutta l’isola, che era stata avvolta dalla luce riflessa da un riverbero oceanico punteggiato da una miriade di luccichii. Delle aure di luce si erano create attorno a ogni cosa artificiale o vivente a causa di uno strano effetto ottico e restituendoci un’impressione di pura magia.
Avvicinandoci man mano alla costa, percepivamo nell’aria pura di per sé, odorante di fiori e salsedine, un intenso e stuzzicante profumo di cibo. Presto ci trovammo davanti a un tendone bianco, la dispensa alimentare, sotto il quale scoprimmo esser disposte lunghe file di tavoli con numerosi posti a sedere. Rimasi sbigottito di fronte a così tanta gente: mai avrei pensato che la comunità di Kupa Point potesse ospitare tutte quelle persone, anche dovendo considerare la presenza di quattro altre dispense alimentari dislocate in diversi punti strategici dell’isola. Presto ci furono servite delle porzioni generose di kokoda e kaukau, un pesce grigliato e poi condito con scaglie di lime e cocco. Il piatto era stato arricchito di verdure a tocchetti che ricordavano l’aspetto di una rapa o di un qualsiasi altro tubero.
Avremmo anche potuto cenare comodamente a casa nostra, rifornendoci di tutto il necessario presso un qualsiasi spaccio alimentare, tuttavia, un po’ per colpa della stanchezza, un po’ per curiosità, avevamo deciso di fare il nostro debutto in comunità.
Avevo maturato la sensazione che Kupa Point potesse celare dei misteri, e proprio per questo motivo ero certo di non poter considerare la mia permanenza sull’isola alla stregua di una vacanza presso un qualunque villaggio turistico; eppure desideravo trascorrere la prima serata a Tetepare in maniera spensierata e arrivai al punto di far finta che tutto stava andando per il meglio, scacciando dalla mente ogni dubbio e ogni incertezza, fondata o infondata che fosse.

Tutti gli abitanti dell’isola erano persone semplici, simpatiche e cordiali. Sin da subito si erano mostrati interessati alla nostra amicizia e il loro atteggiamento ci era sembrato genuino. Ancor prima di toccare cibo ci ritrovammo obbligati a sostenere gli infiniti rituali di presentazione. Due sedie furono subito aggiunte all’estremità di un tavolo, e a furia di rispondere alle domande e alle curiosità espresse dai presenti in merito al mio paese natale, venni improvvisamente folgorato dall’impressione che tutti i ricordi legati al mio passato potessero aver assunto uno stato materiale e gassoso e che, come evaporando, poi avessero imboccato l’uscita della dispensa per dissolversi nel cielo che era già diventato scuro. Mi prodigai nel descrivere attraverso le parole l’ottimo sapore di alcune pietanze tipiche della mia terra d’origine, e nonostante una pessima pronuncia della lingua inglese, presi volentieri parte alla maggior parte delle conversazioni. Mi sentivo a mio agio, in ottima compagnia. Il liquore forte e dolciastro che era stato servito a tavola, un estratto di bacche e di radici macerate, fu in grado di placare la mia innata timidezza, risultando un complice più che valido per l’ottima riuscita della serata.
Dopo cena canticchiammo in coro. Tutti insieme, persone di ogni nazionalità, improvvisammo alla meglio delle strane canzoni popolari. Tutto questo risultò davvero divertente e, sin da subito, mi sentii ben disposto a prender parte a quei bizzarri passatempi della comunità.

La dispensa alimentare era vicina alla spiaggia, dove la nottata proseguì in maniera alquanto inaspettata. Pur avendo sempre odiato ogni genere di ballo, presto mi ritrovai cinto alle spalle e poi trascinato in una specie di festoso trenino che, una volta raggiunta l’aria aperta, si trasformò in una sorta di girotondo. Mi scoprii a saltellare al ritmo di una musica diffusa da due woofer collocati proprio accanto al tendone. Un tizio che mi era sembrato un bel po’ su di giri mi aveva accennato la presenza di una centrale idroelettrica ubicata sull’unica altura presente a Tetepare, e che riusciva a fornire un quantitativo di energia di gran lunga superiore al fabbisogno dell’isola.
Grazie ai numerosi falò che crepitavano allegri sulla spiaggia, non faticai a delineare un volto femminile davvero incantevole che subito catturò la mia attenzione. Il mio BMW di seconda mano mi mancava terribilmente, ma se avessi trovato la compagnia di una bella donna, forse avrei potuto farne a meno.
Nel bel mezzo della mia riflessione, con la coda dell’occhio scorsi il mio amico David. Si era seduto sulla sabbia, proprio accanto a un grande falò, tenendo le gambe incrociate. Non riuscivo a osservare il suo viso, era voltato di spalle e sembrava stesse conversando con un gruppo di uomini. Ero piuttosto sicuro che se la stesse spassando, proprio come me.

La mattina seguente ci recammo di buon’ora, ancora piuttosto assonnati, presso l’ufficio informazioni della nostra circoscrizione. Avremmo potuto andarci in qualsiasi momento, ma entrambi morivamo dalla curiosità di conoscere il compito che ci sarebbe stato assegnato.
Prima David, poi io, sostenemmo un colloquio con un tizio barbuto che pareva serbare delle idee già piuttosto chiare in merito alla nostra sorte.
“T.D.A. richiede che il servizio pubblico venga svolto nella misura di cinque ore al giorno. Sarete tenuti a riversare nelle attività lavorative un impegno costante. Le vostre attitudini e le vostre capacità sono state valutate con attenzione: pretendiamo che il vostro contributo e le vostre qualità siano offerte alla comunità proprio come se si trattasse di una qualsiasi moneta di scambio. In cambio beneficerete del diritto di potervi gratuitamente avvalere di tutti i servizi presenti sull’isola”.
Al termine del discorso, l’uomo procedette consegnandoci i badge, sui quali erano state registrate le nostre mansioni. David, grazie alle sue ottime conoscenze informatiche, avrebbe svolto un impiego presso lo stabile coordinamento progetto; io ero stato delegato al magazzino medicinali.

Quel primo giorno di lavoro trascorse più veloce del previsto. Gestendo in autonomia l’organizzazione dei turni, e grazie a un rapporto sereno e instaurato tramite una efficace comunicazione tra colleghi soddisfatti e sereni, la nostra resa si era rivelata perfino superiore alle aspettative. Inoltre, solo l’idea di poter dedicare a me stesso una buona parte della giornata fungeva da stimolo, mi spingeva a lavorare meglio, senza fatica e senza alcun senso di oppressione.
Cominciavo a intuire la grandezza della filosofia che regolava Kupa Point. Mi ero convinto che qualora la T.D.A. si fosse prefissata anche il più ardito degli obiettivi, di sicuro l’avrebbe raggiunto.

FIVE HOURS TO LIVE (3).

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IN THE LAP OF THE GODS.

It’s so easy, but I cant’t do it
So risky – But I gotta chance it
It’s so funny, there’s nothing to laugh about
My money, that’s all you wanna talk about
I can see what you want me to be
But I’m no fool

(Freddie Mercury)

Ci trovavamo ancora a largo e già percepivamo la bellezza dell’isola che si imponeva con una gran forza su di noi. A prima vista, nonostante la stanchezza accumulata durante il lungo viaggio, Tetepare ci era apparsa come un vero paradiso terrestre. Era una terra certamente capace di tutto, di rendere succubi come di donare estasi. Eravamo sgomenti e al contempo appagati, ma anche impotenti, disarmati, vulnerabili. Osservando la natura selvaggia del territorio restammo senza parole e fummo costretti a realizzare che quell’isola avrebbe concretizzato il più ardito dei sogni. Un senso di pace ci stava avvolgendo, un venticello profumato di mare sferzava su di noi, con tutto il suo vigore. Ancora sul motoscafo, io e David ci levammo in piedi insieme, nello stesso istante. Tetepare aveva rapito ogni nostra attenzione ancor prima che ci fosse permesso di poggiare i nostri piedi a terra.
Il pilota rallentò. Eravamo ormai prossimi allo sbarco. Le onde ci travolgevano di continuo causando improvvisi sobbalzi per i quali rischiavamo di perdere l’equilibrio, poi si infrangevano spumose e violente sulla battigia dorata.
Mi ero sempre ritenuto realista, un pragmatico per eccellenza, eppure mi sentivo eccitato al solo pensiero di vivere fino in fondo la nuova esperienza, che non solo avrebbe cambiato per sempre me stesso ma che aveva promesso di rivoluzionare il mondo intero. E io, come David, adesso le credevo.
Ci sfilammo le scarpe, provando un senso di sollievo nell’immergere i piedi nell’acqua limpida e fresca fino alle caviglie. Le nostre calzature risultavano del tutto fuori luogo e contrastavano in maniera netta con l’ambiente selvaggio nel quale eravamo ormai immersi. Nel cielo si gonfiavano sempre più delle grosse nubi grigie che minacciavano un imminente acquazzone, tuttavia Tetepare restava bella da togliere il fiato.

Prima di intraprendere il viaggio avevamo vagliato con attenzione il materiale disponibile on line, dato che nessun editore si era mai preso la briga di pubblicare una guida turistica delle Solomon Island. In Internet le immagini reperibili relative all’atollo di Tetepare si potevano contare sulle dita di due mani, e persino Wikipedia le aveva dedicato un misero trafiletto. In compenso, David aveva scovato alcuni articoli pubblicati in un blog che narravano in modo esauriente la storia e ne descrivevano la flora, la fauna e il clima. Così avevamo appreso che, un tempo, vi erano vissute piuttosto a lungo alcune tribù indigene, e che, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, queste, per cause ignote, abbandonarono l’isola in un vero e proprio esodo. Nonostante l’indiscussa bellezza del suo territorio, Tetepare rimase poi disabitata, ispirando con i suoi misteri alcune leggende. Dalla stessa fonte venimmo a conoscenza che  T.D.A., l’associazione citata nell’email esplicativa del progetto, si era da poco stabilita sull’isola con l’intento di proteggere e studiare la natura del suo territorio. A nostro avviso, questa avrebbe potuto rappresentare una sorta di motivazione ufficiale, una specie di copertura, per tentare di celare la presenza della comunità di Kupa Point.

Trovandomi a dover ammirare tutto l’incanto offerto da quel panorama straordinario, mi era sorto spontaneo mettere in discussione perfino il mio credo. L’idea che una grande intelligenza, un essere divino, avesse saputo pianificare e generare nella perfezione ogni cosa e ogni essere vivente mi era sembrata, in quel momento, un’idea un po’ meno assurda.

Nessuno può pretendere di imparare a conoscere un territorio che non ha mai potuto visitare osservando delle fotografie o consultando alcuni siti Internet: né la più potente telecamera, né tantomeno uno scrittore eccellente, sarebbero mai bastati per raccontarlo. E se, a prima vista, l’isola si era imposta con il suo aspetto austero e selvaggio, fui costretto a ricredermi per una seconda volta. Nel punto in cui la spiaggia giungeva a ridosso delle zolle erbose, alle quali erano aggrappati enormi grovigli di radici di mangrovie, oppure, dove questa scompariva tra i tronchi di palme da cocco e poi sfumava zigzagando tra fusti spessi di bambù, notai la presenza di numerose capanne di paglia attorno alle quali erano riunite delle persone. Chiunque avrebbe valutato una simile presenza umana del tutto fuori luogo almeno quanto le nostre scarpe da ginnastica in acqua. Tuttavia, di primo acchito, quella gente sembrava essere simpatica, allegra, e perfino cordiale. Qualcuno notandoci, si era addirittura prodigato a salutarci da lontano, sventolando la sua mano in maniera confidenziale, come se ci conoscesse da sempre; qualcun altro, invece, sembrava non badare alla nostra comparsa: eppure sarebbe stato quasi impossibile passare inosservati! Dovevamo avere un aspetto assai buffo, con i nostri pantaloni lunghi risvoltati fin sopra al ginocchio, fradici dalla testa ai piedi, e ancora un po’ intontiti a causa delle onde che eravamo stati costretti a sfidare per ben due ore, durante la nostra traversata oceanica.

“Se ne va!”, mi sorpresi a esclamare quando il comandante si accinse a riaccendere il motore. Io e David ci voltammo a osservare la piccola imbarcazione tagliare in due l’oceano per poi allontanarsi veloce, diventare un puntino intermittente all’orizzonte, e poi scomparire. A qual punto avvertii un nodo alla gola: se il progetto tanto decantato dalla T.D.A. si fosse rivelato un buco nell’acqua, come diavolo saremmo tornati a casa nostra?

In linea d’aria Munda distava 60 km da Tetepare, per raggiungere l’aeroporto di Honiara avremmo dovuto prenotare un aereo privato, e l’unica nostra sicurezza economica risiedeva in una carta di credito che sapevamo di dover distruggere, nel mero rispetto del regolamento. Così mi sorpresi a rivolgere il mio pensiero a un Dio, di cui, fino allora, ne avevo sempre negato l’esistenza.

Un uomo ci veniva incontro. Lasciai che a occuparsene fosse David, poiché la sua pronuncia inglese era migliore della mia.

L’ometto sorridente e con la pelle ambrata si presentò: “Benvenuti a Kupa Point, io sono Jonny e mi occupo dell’accoglienza”, disse senza celare il suo entusiasmo. Dopo averci augurato una serena permanenza, ci pregò di seguirlo per poter sbrigare le pratiche per l’accettazione. Traversammo la spiaggia. Sul margine della foresta visualizzai una capanna più grande delle altre. Una bandiera bianca era stata piantata lì vicino e esibiva il disegno di un pappagallo: era lo stemma di Kupa Point. La casupola, una specie di palafitta, era rialzata quasi un metro da terra, e circondata da grosse radici di mangrovia che fungevano da sostegno per i cavi elettrici; sul tetto era stato  posizionato anche un ripetitore. Se avessi notato un solo accenno di lusso, avrei creduto di esser finito in un villaggio turistico. Tuttavia, al suo interno, la capanna era stata arredata in maniera povera e funzionale. Dopo aver risalito alcuni gradini di una piccola scaletta traballante, ci trovammo dinanzi alcuni sgabelli, senz’altro assemblati a mano, e un piccolo tavolo in legno sul quale erano stati sistemati un portatile e un voluminoso registro cartaceo. Alcuni bauli serrati da grossi lucchetti costituivano il resto del mobilio. Ogni parete esibiva un’apertura rettangolare alla quale era stato affisso un drappo leggero. Il pavimento era ricoperto da una mouquette marrone scuro e era cosparsa di sabbia e di fango.

Jonny richiese i nostri passaporti e la stampa recante i codici personali, e subito si diede da fare al computer. Dopo aver controllato la veridicità delle informazioni e, soprattutto, che i nostri bonifici fossero andati a buon fine, procedette con la compilazione di alcuni moduli che ebbi modo di osservare di striscio sul video.

In un lasso di tempo che mi parve interminabile prendemmo visione della versione integrale del regolamento di Kupa point.

“Bene, qui abbiamo finito. Avete firmato  i documenti, vero?”, ci domandò Jonny, sempre sorridendo.

Io e David ci limitammo ad annuire. Sentii che l’eccitazione iniziale, che era dovuta alla scoperta dell’isola, stava svanendo pian piano per lasciare posto a una discreta dose di ansia.

“Come avrete ormai compreso, il nostro progetto consiste nel fondare una comunità in continua espansione basata sullo scambio e sul sostegno reciproco. Qui potrete riappropriarvi della vostra esistenza. T.D.A vuole dimostrare che il danaro può diventare superfluo. I soldi sono il male; il male, a sua volta, genera sempre altro male. Ogni guerra è originata dal desiderio di potere. E potere è possedere. La nostra comunità ha il compito di dimostrare che è possibile vivere in pace e in serenità senza bisogno di avere. Qui, a Tetepare, tutto è proprietà di tutti. Voi avrete tutto senza possedere niente. Possedere è solo un surrogato di avere.

Pensate a quanto un neonato può essere angelico: senza ombra di dubbio è scevro dal peccato poiché non riesce ancora a pensare. Crescendo e diventando un bambino, la cattiveria insita dentro di lui emerge. Tutti noi siamo stati corretti, sin dalla nostra infanzia. La stessa educazione è  correzione, al di là che il fine o il movente sia riconducibile all’etica o alla religione. Per questo motivo esistono persone buone, giuste, leali, pacifiche. Nostro malgrado, la natura umana è sempre guidata dall’istinto animale. Chi è giusto di indole può essere capace di accontentarsi, chi è cattivo è disposto a tutto pur di arrivare. E’ sempre una questione di ambizione, e l’ambizione conduce al potere.

In una società fondata sull’economia, essere equivale ad avere. Proprio per questo, l’invidia è un sentimento dannoso, un grosso pericolo. Si comincia a invidiare in piccolo, poi si giunge a invidiare in grande, sempre più in grande. Credete che i soldi facciano davvero la felicità, oppure pensate che siano in grado di distruggerla? L’uomo è animale, ma, evolvendosi, ha sviluppato in maniera originale alcuni sentimenti: autostima, amor proprio, desiderio, vanto. Chi non è stato educato non si accontenta mai, e tra migliorare e migliorarsi sceglie sempre la prima possibilità. Credetemi: l’essere umano è sempre disposto a tutto. Tetepare ci ricorda che nulla è per sempre, e che la vera felicità non risiede nel materiale, bensì nello spirituale. La nostra vita è già troppo breve, perciò conviene viverla con amore e nella gioia”.

Il lungo discorso di Jonny ci era sembrato toccante e piuttosto convincente, tuttavia, confrontandoci, sia io che David non eravamo ancora arrivati a comprendere fino in fondo la filosofia della T.D.A. Ci saremmo riusciti in seguito, forse col tempo, e sull’isola il tempo non sarebbe certo mancato.

Dopo aver ridotto a brandelli le nostre carte di credito e, a suo dire, aver sequestrato anche i nostri telefoni, Jonny ci consigliò di raggiungere gli alloggi. Un bel temporale stava ormai per abbattersi sull’isola: avremmo dovuto abituarci ai cambi repentini e bizzarri del clima tropicale. Consultammo la mappa di Tetepare che ci venne consegnata in seguito alla registrazione. L’uomo aveva contrassegnato con la penna il luogo ove si trovavano le nostre capanne dove avremmo trovato tutto il necessario per la nostra permanenza sull’isola: attrezzi, biancheria, vestiario, prodotti essenziali per l’igiene, stoviglie. Ci saremmo dovuti addentrare nella foresta per circa un chilometro, fino a sbucare in un’area disboscata dove avremmo notato delle biciclette elettriche riparate da una tettoia e delle quali avremmo potuto servirci per raggiungere le nostre nuove dimore. Osservando meglio la mappa notai che contrassegnava ogni struttura ad esclusione delle capanne a uso abitativo; avevo già visualizzato entrambe le postazioni di Help Center dove avremmo dovuto recarci la mattina successiva, per conoscere l’incarico lavorativo a noi assegnato dalla direzione organizzativa della comunità.

Calzammo le scarpe prima di addentrarci lungo il sentiero, nella foresta. Era fitta, rigogliosa, pulsava di vita. Al nostro passaggio, con un fremito di ali, si levarono in volo alcuni uccelli che avevano l’aria di essere dei pappagalli. Il suolo era fangoso ma battuto. Aveva cominciato a spirare un vento fresco e fortissimo che proveniva dall’oceano e che riusciva a far tremare perfino i tronchi delle palme da cocco. Incontrammo altre persone che procedevano a passo spedito, forse in direzione delle proprie dimore. L’uso delle biciclette elettriche era vietato a meno di un chilometro dalla costa. Tutti avevano un’aria felice, fossero essi soli o in compagnia, e sia uomini che donne vestivano alla stessa maniera. Tutti indossavano un paio di bermuda blu e una maglietta bianca, di cotone.

D’istinto pensai di afferrare il telefonino, ma, realizzando di non averlo più, mi sentii nudo all’improvviso.

Non vantavo molti amici, escludendo David, tuttavia, prima della partenza, mi ero preso il disturbo di organizzare una cena con i miei colleghi  in modo di dar loro la notizia della mia dipartita. Gli raccontai che mi sarei concesso un anno sabbatico, per poter tentare la fortuna all’estero. Avevo finto di essere diretto in Brasile, pensavo che tutti avrebbero capito il mio intento senza fare troppe domande.

Avevo perso la cognizione del tempo. Ben sapevo di dover spostare in avanti di otto ore le lancette dell’orologio, ma non l’avevo fatto. Il tempo, sull’isola, deteneva un proprio peso e una propria misura. Forse aveva perso tutto il suo valore, esattamente come era appena capitato con quello del danaro. A contare eravamo solo noi, ma io stavo morendo di fame.

(continua…)

FIVE HOURS TO LIVE (2).

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LET ME ENTERTAIN YOU.

Let me welcome you ladies and gentlemen
i would like to say hello
Are you ready for some entertainment?
Are you ready for a show?

(Freddie Mercury)

Più volte mi ero obbligato a volgere lo sguardo altrove, osservando gli altri passeggeri oppure lo schermo sul quale scorreva Godzilla II, che avevo già visto due volte al cinema. L’aria sognante di David catturata  in un largo sorriso, che a causa di un bizzarro gioco di luci veniva riflesso ingigantito dal finestrino, mi dava il tormento e esigeva tutta la mia attenzione. E’ difficile spiegare le sensazioni altalenanti che ho provato durante il volo: quella sua insolita espressione inebetita mi causava una specie d’angoscia, non lo nego. Nonostante lo avessi sempre considerato alla stregua di un fratello, in quell’occasione stentavo a riconoscerlo. Tuttavia, in alcuni momenti, la sua eccessiva tranquillità era stata anche in grado di regalarmi un po’ di conforto, ma non nascondo di essere arrivato perfino a odiarlo a causa del suo esagerato e innato ottimismo che, non so come, era riuscito a trascinarmi in un’impresa a dir poco folle. Per contro, David, persona assai incosciente quanto intelligente, tenendo la testa leggermente reclinata e poggiando la tempia sul vetro, pareva essere avvolto da un’aurea luminosa di beatitudine; forse stava ammirando il panorama, le città che da quell’altitudine sapevo essersi ridotte a insignificanti macchioline scure; oppure stava fissando le nuvole che, di tanto in tanto, andavano creando sotto di noi un suggestivo oceano, animato e spugnoso. Ripensandoci adesso, lui aveva osato mettersi in gioco molto più di me.

Dopo aver sostenuto un pesante litigio con il capo reparto, io avevo ottenuto di usufruire delle mie ferie residue; e se tutto fosse andato per il verso giusto, quello stronzo avrebbe presto realizzato che non mi avrebbe rivisto mai più.

David, in seguito alla medesima richiesta, era stato invece convocato con urgenza ai piani alti. Per la prima volta gli era stato annunciato chiaro e tondo che il suo ruolo in azienda ricopriva una certa importanza, e che nessun collega aveva acquisito le competenze necessarie per poterlo sostituire per un così lungo periodo. Il direttore generale si alterò, dato che l’azienda aveva appena ripreso le sue attività dopo la consueta chiusura estiva del mese di agosto. Dunque, David si era visto costretto a dare le dimissioni immediate. A ogni modo, e per nessuna ragione al mondo David avrebbe rinunciato a vivere la sua nuova avventura.

David si era offerto di versare anche la mia quota di partecipazione. Sebbene si trattasse di una cifra di gran lunga superiore a quella da me mai destinata allo svago oppure a una vacanza, insistetti per arrangiarmi: avrei utilizzato tutti i risparmi accumulati, con fatica, nel corso degli anni. In fin dei conti, se il progetto si fosse realizzato, non sarebbero più serviti.

Una sera, mancava quasi una settimana alla partenza, io e David avevamo discusso a lungo, trascorrendo la notte senza chiudere occhio. Avevamo preso in rassegna ogni dettaglio che a quell’epoca ci era stato reso noto. Ripensandoci, credo di poter affermare che ignoravamo ancora la maggior parte dei meccanismi e delle filosofie che regolavano la comunità. David mi aveva raccontato di esser stato costretto a lasciare il suo lavoro. Notando la preoccupazione che si era dipinta sul mio volto, con molta determinazione si affrettò a rassicurarmi. Mi informò di aver letto e riletto l’email che entrambi avevamo ricevuto in risposta dalla T.D.A., e anch’io, nei limiti delle mie possibilità, ne vagliai il contenuto, più e più volte. Si era poi documentato e aveva svolto numerose ricerche e aveva analizzato tutte le potenzialità del Grande Progetto ritenendolo possibile, o perlomeno realizzabile. A questo punto, se anche fosse esistita una sola possibilità di farcela, grazie al suo carattere cocciuto non si sarebbe certo tirato indietro.

“David, lo sai anche tu. Lavoriamo tutti, per almeno otto ore al giorno. Considerando il tempo impiegato durante un normale tragitto di andata e ritorno, e sommandovi anche la pausa necessaria per il pranzo, siamo impegnati per almeno dieci ore! Io non dormo a lungo, spesso mi possono bastare poche ore di sonno, poi ci sono da assolvere certe faccende di casa… beh, quelle che fanno tutti del resto! Anche senza alcuna maniacale fissazione, per le pulizie mi occorre almeno un’ora. Poi restano da sbrigare le solite commissioni, e ogni due giorni almeno c’è da procurarsi un po’ di spesa. Sai quanto fa, Mike? Siamo quasi arrivati a venti ore di impegni. Venti. Sai, è quasi incredibile a dirsi, ma da quando ho lasciato Sandy la mia libertà, per certi versi, è perfino calata rispetto a prima. Mi rimangono solo un paio d’ore di relax, la sera, ma anche nel caso mi decida a uscire un po’ con l’intento di svagarmi, ecco, io non riesco più a godermela. E ho solo quarant’anni, eppure mi sento stanco. E non ho nemmeno fatto accenno ai soldi che se ne vanno per varie comodità o per le nuove tecnologie, che ormai sembrano essere necessarie, ma che non c’è tempo di sfruttare. Giorno dopo giorno, ecco che si ripete la medesima routine: la sveglia trilla alle sette, poi tutto ricomincia, proprio come se fosse una brutta copia del giorno precedente. E’ una specie di incubo che si ripete all’infinito, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Quando saremo vecchi, oppure ammalati, solo allora ci renderemo conto di ciò che non siamo riusciti a fare o a realizzare. Beh, io credo che tutto questo sia una vera ingiustizia. La nostra esistenza è unica, e anche nel migliore dei casi è troppo breve. Hai saputo del povero Jonny? Te lo ricordi quanto ci faceva ghignare a scuola? Pace all’anima sua! No, io non intendo più sprecare un solo minuto della mia vita. Loro hanno ragione. Eccome se ne hanno! Dobbiamo assolutamente fare qualcosa, noi dobbiamo ribellarci, dobbiamo reagire. Nel giro di qualche anno saremo tanti, una specie di esercito della salvezza. Tutti saremo uniti e la penseremo alla stessa maniera. Sono convinto che noi potremmo essere d’esempio al mondo intero. Io vorrei averti al mio fianco, Mike. Sempre. Tu sei tutto ciò che al momento mi resta, sei un grande amico. Mi hai confortato nei momenti difficili, mi sei stato d’aiuto tutte le volte in cui ne ho avuto il bisogno, e dunque ti meriti questa straordinaria opportunità. Considerala una specie di ringraziamento da parte mia. Il primo compito che ci è stato assegnato è quello di reclutare quanta più gente affidabile possibile. Anche questo è vero, ma sappi che ti avrei trascinato con me in questa avventura in ogni caso. Diventeremo degli eroi: in un prossimo futuro i libri di storia parleranno anche di noi. Io ne sono sicuro, ce la faremo!”

David era su di giri, mi sembrava davvero entusiasta. Uno strano bagliore gli illuminava lo sguardo mentre continuava a parlare senza smettere, dimenticandosi perfino di riprendere fiato.

Dopo un primo scalo a Bangkok, un secondo cambio ci aspettava a Honiara. Dalla capitale delle isole Salomone un volo interno ci avrebbe fatto conoscere la più circoscritta località di Munda, dove ci attendeva una barca privata, che ci era costata un occhio della testa e che ci avrebbe condotti sul selvaggio atollo di Tetepare.

Mi era piombata addosso una grande paura, nonostante anch’io, come David, avessi ormai maturato il desiderio di cambiare dalla A alla Z tutta la mia vita. Da quindici anni lavoravo come semplice operaio in una piccola industria metalmeccanica. Non avevo la cultura e le competenze di David, eppure sentivo di poter rendermi in qualche modo utile. Molte persone comprendono che la propria esistenza ha bisogno di una svolta, però solo alcuni hanno il coraggio di adoperarsi per un cambiamento. Io avevo lasciato il mio umile ma grazioso appartamento; lasciavo alcune amicizie a cui tenevo molto, lasciavo pochi oggetti ma per me importanti e di grande valore, e, soprattutto, avevo dovuto dire addio alla sicurezza di un lavoro a lungo termine. Tutto ciò a causa di un’impresa che aveva dell’assurdo. Sembrava surreale, ma oramai era diventata la mia unica e più grande speranza. Proprio come il mio amico, anch’io non potevo più permettermi di sprecare un solo giorno della mia amata ma odiata esistenza.

Dando uno sguardo furtivo agli altri passeggeri, notai che avevano uno sguardo mesto e spento, tranne chi, con tutta probabilità, aveva tutta l’aria di essere in vacanza. Pensai che ben presto anche quelle persone sarebbero tornate alle solite tristi vite di schiavitù.

Prima di quel giorno, non avrei mai notato un simile dettaglio; una nuova consapevolezza si stava facendo strada dentro di me. Mi sentivo già meglio e, tutt’a un tratto, David non mi sembrò più una persona eccessivamente ottimista e incosciente. Forse cominciavo a cambiare anch’io. Stavo assaporando la libertà, e il mondo era tutto ai miei piedi.

Avevo sentito anch’io l’esigenza di guardar fuori. La mia visuale risultava però parziale, dato che non osai chiedere a David di scostare un po’ il suo grosso testone, biondo e ricciuto, dal finestrino. Il panorama mi incantò al punto di commuovermi, nonostante nella mia vita avessi già volato diverse volte. All’improvviso mi sentii eccitato, come un adolescente che realizza di avere tutto il futuro davanti a sé.

Come David, ero ormai impaziente di raggiungere Tetepare. Mi chiesi che genere di esperienza ci avrebbe aspettato in quel luogo, e realizzai di non aver più provato una tale curiosità dai tempi della mia infanzia. Fu in quel momento che compresi di non aver buttato via nemmeno un soldo. E poi, di colpo, mi sentii quasi felice.

(continua…)

 

 

RIASSUNTO DI FIVE HOURS TO LIVE.

Salomone (1)

Vi posto un breve riassunto di FIVE HOURS TO LIVE, dato che sta per arrivare una nuova puntata.

Mike riceve un messaggio privato tramite WhatsApp. Questo è stato inviato dal suo miglior amico. A prima vista lo aveva giudicato uno scherzo, ma aveva anche pensato a una banale catena di Sant’Antonio. Solo dopo aver intrattenuto con David una lunga conversazione telefonica e aver chiarito buona parte dei dubbi sorti, l’uomo decide di cliccare sul link contenuto nel testo, accedendo così a ulteriori informazioni.

In risposta riceverà un invito che conterrà una password personale necessaria per entrare a far parte del Grande Progetto. È accompagnata da un regolamento dall’aria assai stramba, ma che tutto sommato pare allettante. L’uomo sta trascorrendo un periodo difficile e delicato della sua esistenza e…

…e infine cede alle pressioni di David, dato che non ha nulla da perdere.
David e Mike partono insieme per raggiungere Tetepare, un atollo appartenente all’arcipelago delle Solomon Island.
Dopo aver valutato con attenzione la proposta ricevuta, e dopo aver ragionato a lungo sulla veridicità delle informazioni, i due amici investono quindicimila Dollari nel progetto. Lasciano quindi le proprie dimore, i rispettivi lavori, tutte le loro amicizie.
Intraprendono un lungo viaggio che li vedrà sbarcare in un vero paradiso terrestre.
Dopo aver effettuato le pratiche relative all’accettazione, i due diventano membri della comunità di Kupa Point.
L’isola è densamente abitata e servizi di ogni genere vengono erogati in maniera gratuita, in cambio di cinque ore giornaliere di lavoro. Il tempo restante è dedicato allo svago e al relax.
Mike dovrà occuparsi del magazzino medicinali, David lavorerà allo sviluppo del progetto.
Tutti gli abitanti risultano essere allegri, simpatici e cordiali, e Tetepare par essere un luogo da sogno, in cui vivere in pace, in armonia. e all’insegna del puro divertimento.

Poche settimane dopo il loro arrivo sull’isola, Mike e David hanno un diverbio.
Mentre Mike pensa al divertimento come si era proposto alla partenza, fa nuove conoscenze, e instaura addirittura una relazione particolare con Marie, l’amico è diventato schivo e asociale. David ha una mansione impegnativa, inoltre è venuto a conoscenza di segreti che non può certo raccontare a Mike.
Dopo aver litigato in maniera pesante, quella stessa notte Mike ha un incubo. Per calmarsi decide di uscire a prendere un po’ d’aria, e così si inoltra nella foresta, lungo un sentiero che non ha mai percorso prima e fino in fondo.

… continua.

FIVE HOURS TO LIVE (1).

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Proprio come David mi aveva anticipato al telefono, l’email di risposta non tardò ad arrivare. Ero appena rincasato, avevo trascorso una pessima giornata di lavoro, e dopo aver acceso il computer notai una nuova notifica nel programma di posta.

Credete di essere persone libere, invece siete schiavi della società. Noi vi chiediamo di pensare alla qualità della vostra vita e vi chiediamo di riflettere: vi piacerebbe riappropriarvi della vostra esistenza?
Se avete ricevuto il nostro invito, significa che qualcuno ha creduto nel vostro modo di essere, nelle vostre capacità.
Con il regolare permesso del Governatore Frank Kabui abbiamo istituito una prima comunità sull’isola di Tetepare, un paradiso naturale fino a ora disabitato perché destinato a scomparire sommerso dall’oceano.
Proprio per questo motivo, T.D.A. ha ricevuto la suddetta autorizzazione per operare sul territorio.
Il nostro obiettivo è fondare una comunità di prova basata sullo scambio reciproco che riuscirà a cambiare il mondo.
Siamo in continua espansione, pertanto, presentando il vostro codice personale che è allegato in calce alla lettera, siete liberi di affiliarvi alla comunità in qualsiasi momento.
La comunità di Kupa Point si impegnerà ad attenersi al Nuovo Manifesto.

NUOVO MANIFESTO:

E’ richiesto un unico contributo iniziale quantificato in 15.000 $ da destinare a un fondo cassa per eventuali e temporanee emergenze. Non sono ammesse altre somme di danaro, non sono ammessi oggetti di valore. Non verranno richieste altre quote di partecipazione.
I membri della comunità dovranno svolgere le mansioni a loro assegnate che, per nessun motivo, potranno essere superiori a cinque ore giornaliere. Nessun compenso è previsto dal Governo e nessun compenso è richiesto dal Governo. Tutti i frutti e i prodotti del lavoro sono proprietà della comunità,previo migliore utilizzo.
Ogni bisogno primario è garantito dal Governo stesso.
La comunità di Kupa Point è fondata sulla libertà. I trasgressori verranno immediatamente espulsi.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociali e saranno uguali davanti alla legge, senza distinzione alcuna.
Tutti contribuiranno al Grande Progetto di cui verranno a conoscenza in loco. Tutti hanno il dovere di contribuire allo sviluppo e al progresso della società, rispettando il Nuovo Regolamento e l’altrui libertà.
Il Governo promuove qualsiasi attività che possa alimentare la libertà e la serenità.
Il Governo promuove la cultura. Le tecnologie, ridotte all’essenziale, permetteranno di essere aggiornati, istruiti, formati e informati.
Il Governo promuove e favorisce la pace e la giustizia.
Il Governo veglia sull’eguaglianza.
La bandiera di Kupa Point è un rettangolo bianco nel cui centro è disegnato un pappagallo multicolore.

Il vostro codice personale: XDE76KP

E’ inutile rispondere a questa email. Il messaggio che avete ricevuto proviene da un server nascosto e non raggiungibile.

You fool yourself that you are free people, instead you are slaves of society. We ask you to think about the quality of your life and we ask you to reflect: would you like to regain your existence?
If you have received our invitation, it means that someone has believed in your way of being, in your capacities.
With the regular permission of the Governor Frank Kabui we have built the first community on the island of Tetepare, a natural paradise until now uninhabited because it is destined to disappear submerged by the ocean.
By virtue of this reason, T.D.A. received the aforementioned authorization to operate in the territory.
Our goal is to establish a test community based on mutual exchange that will make us change the world.
We are constantly expanding, so by submitting your personal code that is attached at the bottom of the letter, you are free to join the community at anytime.
The Kupa Point community will undertake to abide by the New Manifesto.

THE NEW MANIFESTO

A single initial contribution is required, set at $ 15,000 to be allocated to a cash fund for any temporary emergencies. Other sums of money are not required; objects of values are not required. Other participation fees will not be required. No compensation is provided by the Government and no compensation is required by the Government. All work revenues are owned by the community, subject to better use.
Every primary need is guaranteed by the Government.
The Kupa Point community is based on freedom. Transgressors will be immediately expelled.
All citizens have equal social dignity and will be equal before the law, without any distinction.
Everyone will contribute to the Great Project that they will learn about on the spot.
Everyone has the duty to contribute to the development and progress of society, respecting the New Regulation and the freedom of others.
The Government promotes any activity that satisfies freedom and serenity.
The Government promotes culture. The technologies, reduced to the essential, will allow them to be updated, educated, trained and informed.
The Government promotes peace and justice.
The Government monitors equality.
The Kupa Point flag is a white rectangle with a multicolored parrot in the middle.

Your personal code: XDE76KP

It is useless to reply to this email. The message you received comes from a hidden and unreachable server.

(…continua)

FIVE HOURS TO LIVE (intro).

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DON’T STOP ME NOW.

Oh, I’m burnin’ through the sky, yeah
Two hundred degrees
That’s why they call me Mister Fahrenheit
I’m traveling at the speed of light
I wanna make a supersonic man out of you

Don’t stop me now, I’m having such a good time
I’m having a ball

Freddie Mercury – dall’album “Jazz” (1978) dei Queen

Se avessi ricevuto quel comunicato tramite una email a opera di un qualsiasi sconosciuto, di sicuro l’avrei cestinata pensando subito a una catena di Sant’Antonio, a una frode, a uno scherzo di pessimo gusto, insomma, a qualcosa del genere.
Ma a quell’epoca, non molti anni fa, la mia esistenza faceva schifo, per cui mi sentii di dar credito allo strambo messaggio privato che David, il mio più grande amico, mi aveva inoltrato quella sera tramite WhatsApp.
Così, in maniera spontanea e del tutto naturale ho cominciato a fantasticare, pensando che sarebbe stato davvero sensazionale ricevere l’opportunità di rivoltare in un attimo tutta la mia vita; dunque, dopo aver intrattenuto una lunga telefonata con David, mi decisi a premere con il dito il link azzurro cielo inviando quella fatidica email priva di testo e nel cui oggetto, in un urlante e supplicante maiuscolo, spiccava solo una parola: BECAUSE.

(…continua).