(IL GIOCO DEL DESTINO) – I BISCOTTI DELLA FORTUNA.

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Oggi ti accadrà qualcosa di magico.”
Lara arrotolò il bigliettino rettangolare ricavandone un piccolo cilindro di carta bianca e lo ripose sul tavolo, nascondendolo sotto al vassoio dei biscotti proprio accanto al dolcetto che aveva spezzato senza assaggiare.
Non avrebbe mai creduto a un messaggio del genere. Qualcosa di MAGICO? Certo, come no!
La giornata lavorativa ( e non solo quella) era stata davvero faticosa e pesante, proprio da dimenticare. Le era toccato di gestire, sia al telefono che di persona, un’orda di clienti infuriati a causa dell’improvvisa cancellazione di numerosi voli “Alitalia”, e si trattava ancora una volta di scioperi. Aveva anche dovuto pianificare un assurdo viaggio di nozze. Quei due l’avevano rimbambita. Aveva dovuto organizzare nel dettaglio persino le gite giornaliere, dovendo mettere in campo tutta la sua professionalità, al fine di riuscire a placare ogni insignificante diatriba o ogni possibile disaccordo di quella insopportabile coppia.
“Non dovremmo sprecare una mezza giornata per il rafting, lo sai che a me non piace.”
“Però speravo di visitare anche Giava. Caspita, sono luoghi meravigliosi e così lontani, e vanno visti, perché, magari, non potremo ritornarci mai più.”
“A me va tutto bene tesoro, ma non credi che dovremmo anche riposarci ogni tanto? Dai, un paio di giorni tranquilli, in spiaggia, me li potresti anche concedere, o no? Pensavo che anche tu amassi oziare al sole!”
“ E io dovrei sprecare il mio tempo, ferma su una sdraio, in un luogo del genere?”
Quella coppia petulante e isterica era riuscita a battibeccare per oltre due ore. A tutto c’è un limite, anche alla pazienza. E per un istante, o anche di più, Sandra si era chiesta come diamine possa accadere che due persone così diverse scelgano di rovinarsi, in maniera consapevole, tutta la loro restante vita.

Quella sera, dopo aver calato la serranda, Lara era sfinita. Mai e poi mai sarebbe riuscita a cucinarsi qualcosa nonostante fosse affamata.

Optò per cenare al vicino ristorante cinese. Non che quel genere di cibo la facesse impazzire, tuttavia non le era mai neanche dispiaciuto: avrebbe ordinato una porzione di involtini primavera e qualche sano raviolo di gamberi cotto al vapore, e nulla di più.
Terminato il pasto, la cameriera più estrosa ( e proprio quella che, tra tutte, le era da sempre anche meno simpatica), solo dopo averle rivolto un accenno di inchino e un sorriso forzato di circostanza, le porse un piccolo piattino bianco in ceramica e a fiori sul quale era adagiato lo scontrino del conto. Poi le domandò: “gladisce qualche dolcetto della foltuna? Sono offelti da noi, la plego: non può peldelsi i nostli biscotti.”
Sebbene Lara avesse già allentato di almeno un centimetro la cintura dei jeans (tutta colpa di quella scadente birra cinese), non se la sentì di rifiutare quella proposta. Si recava in quel locale ormai da anni e almeno una volta alla settimana: oltre a un mezzo bicchiere di grappa al bambù, non le era mai stato offerto nient’altro.

Era ancora incantata ad osservare quel tubicino di carta che sporgeva sotto il vassoio che era circondato da alcune briciole di grissini e da residui filiformi di crauti.
“Tutte scemenze! Sono tutte stupidaggini. E io sto pure qui a rimuginarci su! Ho ben altro da fare. Vadano al diavolo queste usanze cretine, e pure, tutti questi biscotti cinesi, che di sicuro non sapranno di niente.”
Lara si rialzò dal tavolo stizzita, si diede una scrollata rapida alla camicia per ripulirla dalle briciole di cibo e, con un fare assai nervoso, indossò la giacca che aveva steso sullo schienale della sedia. Lasciò il ristorante, e da quel locale, una scia di aria viziata fuggì con lei fino in strada. Una grossa lanterna arancione di carta plissettata che era appesa al soffitto oscillò all’aprirsi e richiudersi dell’uscio.
Con l’intenzione di recuperare l’auto e di rincasare, Lara si diresse nel parcheggio riservato ai negozianti. Pregustava una lunga e piacevole doccia tiepida. Si sarebbe poi intrufolata, ben profumata, dentro al suo morbido lettone, decretando così la fine di una giornata storta e tutta da dimenticare.
Ma nemmeno il tempo di attraversare la strada proprio dinanzi al ristorante, che restò inchiodata all’asfalto. Impiegò qualche secondo per realizzare che il tacco destro era rimasto impigliato in una fenditura di un tombino.

Arrese la sua borsetta a tracolla per terra, pensò di sfilarsi la scarpa. Nel tentativo di liberarla, la tirò a sé con una certa forza, senza demordere, finché udì un delicato tac. “Che iella! Le mie decolleté nuove…”
Così, calzando una scarpa sola, e con l’altra priva di tacco che sventolava nella sua mano a mezz’aria, raggiunse l’auto in qualche modo, zoppicando.
Era calato il buio. Le giornate si erano accorciate da un po’, un’aria fastidiosa e pungente preannunciava una notte con temperature fresche e tipiche dell’autunno.
Lara balzò rapida sulla Fiat. Alcuni piccoli sassolini si erano infilzati nella pianta del piede e le causavano dolore; i collant si erano logorati, originando delle vistose sdruciture che stavano avanzando fino a raggiungere i polpacci. Balbettando di freddo mise in moto l’auto. Ruotò la manopola del riscaldamento e regolò le ventole; scostò la frangetta che, investita dal getto d’aria calda, le frustava gli occhi. Poi inserì la retromarcia. Quando torse il busto, voltandosi, e con l’intento di effettuare la manovra, notò una gigantesca macchia bianca sul lunotto posteriore che le occultava la visuale: “Maledetti piccioni! Beccateli gli avanzi dei biscotti cinesi, bravi, e quanta roba!”, pensò. Azionò quindi il tergicristallo. Quella sostanza secca, a contatto con il detergente, divenne viscida, densa, e imbrattò tutto il vetro di larghe striature biancastre. Il tutto avrebbe potuto dare l’impressione che una zebra si fosse sfracellata sull’auto.
Quando, nel centro del vetro, si ristabilì una vaga trasparenza, Lara attuò la retromarcia. Trasalì quasi subito, accusando un tonfo secco e improvviso. Si dimenticò per qualche minuto persino di respirare. Il piede scalzo rimase incollato e tremolante sul pedale del freno, la testa era ancora voltata all’indietro, lo sguardo si era perso nel buio circostante, nel nulla assoluto. Il battito cardiaco era accelerato, lo sconforto si impadronì di lei. Era isterica. Cosa diamine aveva urtato? La sua auto era l’unico mezzo parcheggiato in quello spiazzo, e l’ostacolo visibile e più vicino, un muro di cinta, distava due metri buoni.
Fu assalita da un brivido di paura. Cos’era successo? Le vie circostanti erano già tutte deserte a quell’ora. Al martedì sera, quel piccolo paese avrebbe potuto fungere da set cinematografico.
Si fece forza: doveva scendere per dare un’occhiata.

“Un dissuasore? Questa è proprio bella! Vorrei capire chi può permettersi di piantare questi aggeggi del diavolo in un parcheggio privato e senza nemmeno avvisare. Incredibile, pazzesco!”
Dopo aver compiuto un paio di ricognizioni intorno alla vettura nel tentativo di rassicurarsi e di verificare gli eventuali danni, desiderò con tutta sé stessa di poter finalmente ritornare a casa. Non ne poteva proprio più. Sferrò pure dei calci al paraurti, nel punto dove questo risultava sganciato, per tentare di attaccarlo un po’meglio alla carrozzeria. E in quella scarsa illuminazione, che proveniva unicamente dall’insegna dell’agenzia viaggi, notò un’ammaccatura circolare, non molto grossa, proprio sopra la targa.
“Possibile che oggi la iella sia tutta con me?”, si lagnò mesta, a voce alta, mentre rimontava in auto.

Si abbandonò per qualche minuto nel freddo sedile della guida tentando di rilassarsi. Osservò dal lunotto il cielo nero e privo di stelle. Le tornò alla mente il contenuto del bigliettino che, poco prima, aveva trovato nel suo dolcetto.
Di giornate magiche non ne aveva mai avute. In tenera età, aveva dovuto imparare a badare a sé stessa. Non era stata mai tanto fortunata nella sua vita. Tuttavia, ciò di cui non poteva proprio lamentarsi era il lavoro. Subito dopo aver conseguito il diploma di operatrice turistica le fu proposto di gestire quell’agenzia viaggi. In quel bugigattolo aveva trascorso buona metà della sua giovinezza, e, per contro, aveva imparato a conoscere i più svariati e lontani luoghi del mondo; inoltre, quel lavoro le era stato d’aiuto per poter sconfiggere un’innata timidezza, e questo grazie al contatto con il pubblico.
Certo, potendo scegliere, per la sua vita avrebbe desiderato ben altro. Una vera famiglia, magari. Una famiglia con la quale si cena tutti insieme, una famiglia di quelle che, se hai un problema, risolverlo diventa una missione di tutti.
Suo padre se ne era andato di casa il giorno seguente al suo settimo compleanno. Se lo ricordava bene, dato che quella fu l’unica volta in cui, salutandola, le diede un bacio sulla nuca. E poi non ritornò più. Lara apprese molto tempo dopo, tramite uno zio lontano, che il padre aveva deciso di emigrare in Brasile.
La madre frequentò subito un altro uomo. Peccato che fosse un poco di buono che andava accumulando fallimenti su fallimenti, debiti su debiti, e in men che non si dica, si riuscì anche a stabilire a casa loro.
Lara non lo sopportava, non reggeva proprio quel suo modo di fare arrogante e autoritario, tanto che, non appena raggiunta la maggior età, avendo già trovato un lavoro, pensò bene di affittarsi un appartamento in totale autonomia.
Quel mezzo balordo troncò la relazione con sua madre, si trovò presto un’altra sistemazione, e, pure, un’altra donna.

Il rombo del motore sollevò uno stormo di piccioni, i fari accesi tranciavano il buio di quella notte. Lara si immise sulla statale. In una scarsa manciata di minuti avrebbe raggiunto finalmente la sua dimora.

La radio trasmetteva Million reasons di Lady Gaga. All’agognata meta mancavano ormai solo un paio di chilometri. Lara si lasciò trascinare dalle note di quella canzone e fischiettò timidamente, anche per resistere al sonno che, a tutti i costi, tentava di impadronirsi di lei. Ma, tutt’a un tratto, la vettura cominciò a dare dei colpi. Lara, arrabbiata e di istinto, diede una manata al cruscotto.
“Non è possibile, questa no, NO. E che cavolo!”
Era impossibile accelerare dato che l’auto proseguiva a strattoni; si trattava di un probabile guasto al motore.
L’appartamento di Lara era in periferia, occorreva dunque attraversare quell’ultimo tratto di campagna.
“Al diavolo l’auto!”, pensò.
E dopo aver imbragato la tracolla della borsa, si avviò a piedi con un passo veloce. Era stata costretta a sfilare anche l’altra scarpa, che poi aveva scagliato con stizza in un prato. L’umidità era davvero insopportabile, così per non patire troppo freddo, cominciò a correre. Delle grosse lacrime le sgorgavano libere dagli occhi e le pcarezzavano gli zigomi per poi perdersi nell’aria. Era trafelata, per nulla abituata a quel genere di movimento; non si sentiva più nemmeno le gambe. Era in lotta con sé stessa. Non poteva fermarsi, doveva vincere contro la sfortuna. E voleva solo tornare a casa.

Quando fu dinanzi alla porta di casa si commosse. La piccola palazzina esibivale tapparelle abbassate. Meno male. Non desiderava certo essere sorpresa da qualcuno in quello stato pietoso.
L’indomani, con calma, avrebbe pensato all’auto. Ora anelava solo una lunga doccia e poi sarebbe andata a dormire.
Pigiò l’interruttore che rischiarò il salone. Provò un lieto senso di accoglienza, si percepì finalmente tranquilla.

Indossò il comodo pigiama di flanella, si pettinò i capelli ancora umidi. Tutt’a un tratto si ricordò di qualcosa.
Ritornò in soggiorno, frugò nella borsetta. Ne estrasse due fogli di carta ripiegati e lo smartphone.
Dopo aver sorseggiato un ottimo tè caldo, effettuò una ricerca nel web.
Dispiegò i foglietti, li distese sul tavolo. Osservò il monitor del telefonino. Afferrò un foglio di carta, lo sollevò. Guardò di nuovo il monitor, si sfregò gli occhi. Osservò ancora il foglio. Il viso si distese in un ampio sorriso, le mani tremavano, quella schedina pure.
Non poteva crederci, non era vero. Non stava capitando proprio a lei, quello doveva essere un sogno.
“Oggi ti accadrà qualcosa di magico.”, era il messaggio contenuto nel suo dolcetto. E vincere all’Enalotto era qualcosa di estremamente magico, di fantascientifico, era una sensazione piena, gigante, meravigliosa.
Per la prima volta in vita sua, si sentì davvero soddisfatta e appagata. Cominciò a ridere, a gridare, a piangere di gioia, a saltare, in un tumulto di sentimenti forti e piacevoli La vincita era uno sproposito, quei soldi sarebbero stati fin troppi. Che cosa ne avrebbe fatto? Era confusa, certo, ma era una sensazione grandiosa. Era felice, felicissima, pazza di gioia. Doveva telefonare a sua madre, aveva bisogno di raccontare tutto a qualcuno.

(“Zic!” Una magia.) 

Quella sera, dopo aver calato la serranda, Sandra era davvero sfinita. Nonostante fosse affamata, mai e poi mai, sarebbe riuscita a cucinarsi qualcosa. Aveva valutato l’ipotesi di cenare al ristorante cinese, ma preferì tornare subito a casa. Aveva voglia di rilassarsi un po’ e magari di godersi una bella doccia tiepida.
Si recò quindi nel parcheggio riservato ai negozianti, recuperando la sua vettura. Ingranò la retromarcia e ruotò la manopola del riscaldamento dato che già cominciava a fare un po’ freddo. Accidenti! Forse, nel pomeriggio, qualcuno aveva piantato a terra alcuni dissuasori. Che fortuna! Per pochi centimetri non ne avrebbe urtato uno. La radio regalava le note di I will survive.
Quella giornata lavorativa era stata davvero impegnativa. A causa dei voli annullati in seguito agli scioperi di Alitalia, diversi clienti si erano lamentati telefonicamente e anche di persona. Inoltre, aveva avuto a che fare con una coppia davvero singolare, che riusciva a litigare persino per il viaggio di nozze. Per poco non gli scoppiò a ridere in faccia.

Dopo una doccia tiepida, si concesse una bella tazza di tè caldo. Un’amica le aveva regalato una originale confezione di biscotti della fortuna. Ne volle assaggiare uno. Lo spezzò all’incirca a metà estraendone il messaggio che recitava: “ Fortunato è solo chi sa esser saggio”. Sorrise.
Si intrufolò nel letto. Si stava proprio bene, era morbido, profumato. Lara era felice.
Certo, la sua vita non era stata facile, ma cosa avrebbe dovuto fare? Piangersi addosso tutto il giorno?
La vacanza premio che avrebbe effettuato a gennaio era una discreta consolazione. Avrebbe visitato il Perù, una delle poche località turistiche in cui non era ancora stata.
Mentre si accingeva a spegnere la luce, ricordò che quella mattina, si era proposta di acquistare un paio di schedine dell’Enalotto; così, per sfizio. Nel dirigersi a piedi verso il tabaccaio, un tacco le si era impigliato nella fenditura di un tombino. Aveva dovuto acquistare delle scarpe nuove e così si era fatto tardi. Meglio! Tutti soldi risparmiati.
Assunse la sua posizione preferita, si voltò sul fianco. E si addormentò subito, con un accenno di sorriso sulle labbra e sognando il Perù.

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TRISHA E IL TEMPORALE (seconda e ultima parte).

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Come al solito, in quelle poche ore di sonno, Trisha sognò. Si trovava seduta in un prato e a gambe incrociate accanto ad un grosso falò insieme ad altre donne, tutte appoggiavano i palmi delle mani alle ginocchia e li tenevano rivolti al cielo.

Più in là, ai piedi dell’unico salice che dominava la distesa erbosa, due giovani ragazze dai capelli rossi raccolti in grosse trecce, a loro volta legate dietro la nuca, suonavano dei tamburelli. A causa del buio non era possibile scorgerne i volti tuttavia risultavano ben visibili le loro sagome snelle avvolte da una tunica nera e aderente, una veste semplice e lunga fino ai piedi. Si dondolavano sincronizzate mentre battevano sugli strumenti un ritmo altalenante tra il lento e il veloce.

Le fiamme ardevano alte all’incirca un metro e tra le sfumature purpuree era possibile scorgervi, come disegnate, delle ombre che ricordavano atti sessuali. Tutto il gruppo si trovava in uno stato di eccitazione profonda, delle smorfie di appagamento si dipingevano sui loro volti, qualcuna gemeva sommessamente.
Il fuoco si allungava, vibrava. Le fiamme talvolta sospinte dalla brezza si spingevano a sfiorare ora l’una ora l’altra donna donandogli brividi di calore e sussulti di piacere.
Da quel fuoco traevano tutte forza e godimento.

Trisha si risvegliò un poco sudata prima del suono della sveglia, si percepì molto riposata e pronta ad affrontare la giornata.
Dopo aver indossato una tuta da ginnastica scura si diresse in cucina per un caffè.
Schiuse le persiane e per qualche istante si soffermò ad osservare il cielo che all’orizzonte si illuminava in un’alba rosea.
L’erba del giardino era quasi interamente ricoperta di foglie variopinte cadute prematuramente a causa del temporale della notte precedente.
La grondaia sgocciolava ancora, gli uccelli si abbeveravano nelle pozzanghere sparse qua e là o beccavano nel fango in cerca di qualche probabile lombrico.
Serenamente accese il computer e senza pensare attaccò a scrivere:
“sua figlia è in ottima salute, non deve preoccuparsi per lei. E’ con suo padre, mi deve credere perché…”
Trisha smise improvvisamente di battere le lettere sulla tastiera mantenendo per qualche istante lo sguardo fisso a sinistra, vuoto.
“… perché sono una strega. Ho dei poteri extrasensoriali attraverso i quali posso captare i momenti presenti e futuri grazie alle energie della natura”.
Le sovvenne un mezzo sorriso.
Riguardò il monitor.
Premette ripetutamente il tasto “canc.”
“…Mi deve credere perché quel pomeriggio mi trovavo immediatamente dietro a loro, casualmente, all’uscita della scuola. Sua figlia trascinava una grossa cartella rosa, un trolley dal quale penzolava un pupazzetto di pelouche, penso un coniglietto bianco. Stava accingendosi a salire sull’autobus ma poco più in là, a due passi, la attendeva suo padre. Un uomo molto alto con capelli e barba brizzolati. Ricordo che indossava un giubbetto di jeans sbiadito.
L’ha chiamata sorridendole. Eleonora si è voltata subito. Era felice di vederlo.
“Partiremo per una vacanza, mamma mi ha autorizzato a portarti con me, non ti ha detto nulla perché l’ho pregata di permettermi questa sorpresa. non ti devi preoccupare tesoro, in auto ho già la tua valigia pronta. Trascorreremo qualche settimana insieme, ho affittato una baita in montagna. Vieni dai! Ci divertiremo.”
Si sono scambiati precisamente queste parole, lo assicuro! La prego di fidarsi di me.
Sono anch’io una mamma e desidero rimanere anonima, non sopporterei di dovermi confrontare con i carabinieri o la polizia. Le sarei grata se non indagassero in merito. Stia tranquilla e creda a questa lettera e comunichi subito alle forze dell’ordine di cercare la bambina da qualche parte sui monti svizzeri, presumo nel Canton Ticino, mi sembra di aver udito anche questo mentre si richiudeva l’abitacolo della vettura che, a giudicare dall’adesivo sui vetri era senz’altro presa a noleggio.
Sono certa che il suo ex marito non serbi cattive intenzioni. Leggendo i fatti sul giornale e avendolo potuto osservare di persona mi sono fatta una mia idea. Per quanto possa essere un fallito, un poco di buono e un alcolizzato come anche lei ha confessato in quell’intervista… bè, credo che voglia molto bene a sua figlia. Posso contare su un forte sesto senso che fino ad ora non mi ha mai tradita.
Le porgo i miei migliori auguri di ritrovarla presto.
Con affettto un’amica”.

Trisha rilesse quanto scritto di getto. Lanciò la stampa. Estrasse il foglio ripiegandolo in tre per la lunghezza e poi ancora a metà, riducendolo infine ad un quadrato di carta.
Indossò un giaccone di pile infilando la lettera in tasca.
Aprì un armadio scorrevole estraendone una parrucca bionda che giaceva con delle altre e qualche vario travestimento sopra un ripiano, se la appoggiò bene sulla testa osservandosi allo specchio e allontanando dal viso qualche finto capello sintetico che le solleticava il naso. Calzò le scarpe ancora infangate che si trovavano in mezzo al salone rimaste accanto ad un mucchio di vestiti ricoperti di terriccio.
Uscì di casa fischiettando avviandosi lungo la strada ciottolata e ricoperta di fogliame stando bene attenta a non finire con i piedi in qualche pozzanghera. Pensò che ben presto la via si sarebbe asciugata grazie a quel sole che stava sorgendo per nulla timido dietro alla collina irradiando di nuovo ogni cosa con raggi biechi e dorati e, nel contempo, donando tepore all’aria frizzante e ancora umida.
Svoltò a destra un paio di volte, incontrò un uomo che faceva Jogging e un cane randagio dal pelo arruffato e sporco che si fermò nei pressi di un albero a fare pipì.
Era decisamente presto, nemmeno le sette. Il paese risultava ancora silente e assopito.
Trisha estrasse dall’altra tasca i suoi occhiali da sole indossandoli.
Presto si trovò in una via periferica sulla quale si affacciavano alcune villette ed una piccola palazzina a tre piani bordeaux. La casa della donna doveva essere senz’altro quella, l’aveva riconosciuta dalle riprese dell’emittente locale andate in onda durante il tg della sera prima. Si osservò bene intorno assicurandosi dell’assenza di giornalisti o di curiosi che non sarebbero viceversa certamente mancati più tardi. Non notò nemmeno l’ombra dei carabinieri , probabilmente dormivano ancora oppure, nella migliore delle ipotesi, li avrebbe potuti trovare al calduccio, nel bar del centro, intenti a consumare un’abbondante colazione assai ricca di carboidrati.
Si avvicinò all’edificio a passi lenti, furtiva.
Appena dietro alla trama delle smunte inferriate di cinta era presente un’unica cassetta portalettere dove probabilmente il postino imbucava la posta a tutte le famiglie residenti nella palazzina.
Con un movimento veloce vi lasciò scivolare il suo foglietto ripiegato che sparì con un sibilo in quella fessura stretta impregnandosi di alcune gocce d’acqua piovana, luccicanti sotto al sole, che altrimenti sarebbero state libere di cadere al suolo, nel vuoto, con un flebile “click” che nessuno avrebbe udito.

Trisha tornò soddisfatta sui suoi passi, ancora più convinta della stupidità del genere maschile.
Era certa che, pur in tempi più lunghi ma anche senza il suo intervento, quel poco di buono l’avrebbero ugualmente rintracciato ed arrestato. Come avrebbe potuto crescere quella bambina da solo? Senza lavoro? Senza denaro? In cima ad una montagna? Con quale diritto si appropriava della figlia facendo preoccupare a morte la sua ex moglie? Era così certo di farla franca?
“I tempi di Heidi sono finiti da un pezzo!” Pensò.

Fu felice di essere libera, libera come il vento, almeno per quanto riguardava la sua vita sentimentale.
Entro un’ora avrebbe dovuto però presentarsi sul posto di lavoro. Giusto il tempo di rinfrescarsi e cambiarsi d’abito.
Si augurò che quella giornata potesse proseguire tranquilla e priva di scocciature.
Sorrise di nuovo pensando a quanto, dal suo punto di vista, fosse da ritenere probabile un evento paranormale e a quanto invece potesse essere del tutto impossibile trascorrere più di un’ora di lavoro in sufficiente decenza.

La porta di ingresso del suo appartamento si richiuse davanti a lei mentre agitate famigliole cominciarono a popolare il vicinato.
I notiziari da lì a poco avrebbero comunicato che le indagini relative alla scomparsa della piccola bambina erano giunte ad un’importante svolta.

TRISHA E IL TEMPORALE (parte 1).

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A parlarle, a volte, potevano essere anche le cose: uno spiffero che riusciva a spingersi fin sotto alla finestra, uno scricchiolio di un mobile nella sua stanza da letto, il fondo di una tazzina del caffè o il vibrare della fiammella di una candela che si consumava lentamente sul tavolo.
Accadeva piuttosto spesso, quando la sua casa posta al limite del grande bosco restava esposta ad un temporale che, negli scherzi di luce provocati dai lampi e nel fragore dei tuoni e tramite le misteriose e potenti energie della natura, Trisha materializzasse delle visioni chiare. Talvolta potevano essere persino dei visi o flash di immagini del tutto realistiche che le apparivano perfette, per qualche istante, come delle diapositive irradiate da un proiettore.
Più raramente le poteva anche capitare di cadere in uno stato di trance che trasportandola in un’altra dimensione parallela, le permetteva di vivere brevi avventure o incubi in maniera così nitida da riuscire a coinvolgerla completamente impedendole di distinguere l’onirico dalla realtà.

Trisha afferrò la maniglia fredda della porta-finestra socchiudendola facendo forza contro il vento che soffiava senza tregua obbligando anche la grande betulla al centro del giardino a genuflettersi fino a baciare la terra.
Alcune foglie, in parte secche, che decretavano l’arrivo ormai imminente dell’autunno, scivolarono via lontano.
Tutt’intorno anche le altre piante con un fruscio continuo agitavano i loro rami arrese e sottomesse alla tormenta che stava sopraggiungendo rapidamente da nord ove era possibile osservare il cielo che, di un nero catrame, veniva continuamente squarciato da bagliori intermittenti e ravvicinati che apparivano come strappi in un drappo steso sopra una fulgida luce . I tuoni che susseguivano erano così immediati e potenti da smuovere le viscere.
La pioggia scendeva sempre più grossa, a dirotto. Le pozzanghere malamente illuminate dai lampioni intermittenti posti sulla via ciottolata ribollivano ingigantendosi sempre più fino a straripare per divenire un fiume che prepotente si faceva strada nel terriccio, trascinandolo dentro di sé e trasformandolo in fango e inghiottendo con ingordigia foglie, rametti e qualsiasi piccola cosa si trovasse lungo il suo passaggio.
Il giardino erboso appariva come una palude, il canto della tempesta era diventato assordante.
Si percepì leggera, quello scroscio ciclico le rimbombava nella testa. Percepì i suoi sensi attutirsi come se si stesse allontanando dalla fonte del rumore, in un altrove.

Camminava in un bosco ignoto, i suoi passi spezzavano secchi rametti, calpestavano scricchiolanti foglie umide e morbide erbe bagnate che disegnavano sulla punta delle sue scarpe un alone man mano più scuro. Aspirò insistentemente il profumo acre di terra e muffe.
Sollevò il cappuccio del giaccone mentre procedeva spedita verso un’ignara destinazione. Un richiamo, un forte magnetismo la attraeva in quella sconosciuta direzione. Era ormai inzuppata a causa della pioggia che la raggiungeva soltanto dopo essersi infranta sulle foglie di castani e di robinie che si dimenavano infastidite in direzione del forte vento, riversandola sopra la sua testa. Non ne era infastidita. Attonita rimaneva intenta ad osservare tra le fessure delle loro chiome ancora folte ma arrugginite a causa della stagione autunnale, quei fulmini che come spade, trafiggevano il cielo desiderando sopra ogni cosa avvicinarli. Eccitata e impavida anelava depredarli quanto più possibile della loro energia.
Giunse in un punto del bosco abbastanza aperto, ora la pioggia poteva percepirla con le sue grosse gocce direttamente sul viso. I lampi erano vicinissimi, saettavano accanto a lei, a pochi secondi uno dall’altro. Comprese di averne trovato il centro. Si sentì potente, invincibile.
Sette fulmini caddero contemporaneamente intorno a lei formando un cerchio di luce. I suoi occhi si voltarono all’indietro e perdendo coscienza ricadde prona e fu avvolta dal terriccio fangoso.
Si ridestò quasi completamente sprofondata nella terra percependo un ruvido ed insistente contatto tiepido sulle gote.
Aprì faticosamente gli occhi e, soltanto dopo aver messo bene a fuoco, si scoprì giacere sotto un notevole esemplare di lupo selvaggio. I suoi occhi tondi e glaciali la osservavano mentre la sua lingua grinzosa le ripuliva il viso dal terriccio.
Si sollevò faticosamente, cercando di sedersi. Realizzò l’accaduto, notò lo scintillio di alcune stelle nel cielo e le fronde degli alberi pressoché immobili. Quando fu del tutto conscia assecondò il desiderio di accarezzare il pelo del lupo. Era bagnato tuttavia morbido, caldo.
Quel contatto le causò un dolore intenso, per qualche secondo, alla nuca. Poi il male sparì del tutto ed improvvisamente, come era sopraggiunto, regalandole un’immagine nitida che la rassicurò.

Nel paese di residenza di Trisha, da alcuni giorni era avvenuta la scomparsa di una bambina di dieci anni, Eleonora.
Per ritrovarla si erano mobilitati davvero tutti: polizia, carabinieri, protezione civile, volontari… Si era già cercato ormai dovunque ma senza ottenere alcun risultato.
Le indagini svolte dalle forze dell’ordine, non solo non si erano nemmeno avvicinate ad una ipotetica soluzione ma non avevano nemmeno ricondotto a nessuna traccia.
Trisha, viceversa, ora era abbastanza certa su come poter affrontare quelle ricerche.

La bestia ululò, rapidamente roteò le zampe nella terra bagnata e con uno scatto sparì addentrandosi nella selva, lasciando sul suolo quattro solchi a testimonianza della sua presenza.
Trisha la osservò scomparire nella notte e, improvvisamente si ritrovò nel suo appartamento davanti alla porta-finestra con indosso il suo giaccone nero, completamente sporco di fango. La veranda era segnata da orme di terriccio, delle impronte palesemente provenienti dalle sue scarpe e alle quali ne erano accostate altre simili a quelle lasciate dalle zampe di un cane, o di un lupo.

Confusa si tolse le scarpe bagnate e ogni vestito lasciandoli a giacere ammucchiati in mezzo al salone, sul pavimento.
Percependosi incredibilmente forte e rigenerata si diresse così nuda, in bagno, sparendo dentro al box doccia, senza lasciarsi mancare nessuna attenzione nè tantomeno una qualche carezza dietro ai vetri opachi ormai ricoperti di calda condensa.

WELCOME TRISHA!

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 Trisha si rivestì, attenta a non far rumore. Si defilò quatta quatta dalla camera da letto lanciando un’ultima occhiata a quell’uomo di bell’aspetto la cui capigliatura, folta e castana, spuntava dalla trapunta amaranto come una testa di tartaruga. Ah, se solo fosse stato più silenzioso… In quella posizione le avrebbe assomigliato certamente! Invece, mentre dormiva profondamente, anche troppo profondamente, emetteva grugniti suini e risucchi, continui, incessanti, talmente tanto ripetuti da causare a Trisha un forte rimpianto, un’enorme irritazione ed un inizio serio di mal di testa.

In punta di piedi scese le scale che conducevano giù in cucina. Aprì lo sportello del frigorifero e ci osservò dentro in cerca di qualcosa da bere. L’orologio appeso al muro e di indubbio cattivo gusto, segnava le 05.50 del mattino. Addosso sentiva ancora l’odore non del tutto sgradevole della sua preda.
Un goccio di the, forse, tra tutta quella birra l’avrebbe anche trovato e poi sarebbe rientrata a casa sua per una lunga doccia al profumo di Patchouli delle Indie. Meglio lavarsi a casa propria per non rischiare di far risvegliare il rinoceronte dormiente.
In sostituzione del the dovette ripiegare su un Crodino, l’unica bevanda analcolica a disposizione: “Chi si contenta, gode!” Pensò.
Riapplicò il tappo di alluminio sulla bottiglietta vuota e la conservò insieme ad un altro centinaio di oggetti e accessori utili e inutili dentro la sua borsetta sgattaiolando fuori dall’appartamento e girando piano piano la chiave per evitare qualsiasi sconveniente ed inutile rimbombo.
Risalì sulla sua auto e mise in moto certa che l’uomo, al suo risveglio, non avrebbe ricordato più nulla.

Ci era ricaduta, di nuovo.
In quel locale, la notte antecedente, la voglia di sesso aveva avuto ancora il sopravvento. Ancora quella futile speranza di divertirsi e, nel contempo, magari di poter incontrare un uomo discreto, simpatico, allegro, pulito, ordinato, capace, e soprattutto intelligente…
Aveva così optato per lasciare una possibilità a quello sconosciuto con un bel faccino e un fisico piacente, borioso e sicuro di sé che abbracciava teneramente una ragazza indubbiamente sexy, bionda, con la classica espressione angelica che annoierebbe persino un prete nel lasso temporale di una confessione.

Aveva atteso con furbizia e pazienza che la tipetta lo lasciasse solo per qualche istante. Quando prevedibilmente questa si recò alla toilette, Trisha poté lanciare il suo incantesimo d’amore.
L’uomo fu fedele al richiamo. Le si avvicinò con uno sguardo perso e desideroso. Da vicino il suo viso era anche migliore di ciò che sperava.
“Ciao, sono Adriano e sono innamorato di te! Non mi chiedere come, al momento sono un po’ confuso ma tu devi essere mia questa notte!”
“Ciao Adriano, io sono Fiammetta! Ci sto!”
Uscirono immediatamente dal locale trattenendo entrambi una voglia impertinente di fare all’amore. Lui la invitò maliziosamente: ” a casa mia? Abito a pochi chilometri da qui. Vedrai, non te ne pentirai!”
Trisha sorrise inclinando la testa sul lato: “Preferisco però seguirti con la mia macchina!” E si prodigò in un occhiolino.
“Certamente, come vuoi! Guiderò piano.” Esclamò lui, evidentemente su di giri.
Le due vetture lasciarono il parcheggio sterrato scomparendo dentro una coltre di terriccio.

La biondina uscì dal bagno, cercò il suo compagno a destra e a manca. Pigiò allo smartphone il pulsante della chiamata, dopo tre squilli l’utente diventò irraggiungibile.
Il sangue le ribollì nelle vene. Paonazza in volto, assai stizzita e nonostante l’aria della notte fosse divenuta fredda, decise di attenderlo fuori nelle vicinanze dell’auto ma, raggiunto il parcheggio, vi trovò al suo posto soltanto delle tracce fresche di copertoni nella sabbia incisa e pigiata.
Si pentì di aver sprecato cinque lunghi mesi dietro ad un personaggio così demente.
Chiamò un taxi dal suo telefonino e attese il suo arrivo immobile con le lacrime agli occhi rossi e gonfi di rabbia.

Le due vetture giunsero davanti ad un grazioso contesto di villette a schiera che pareva nuovo ed ordinato.
Adriano aprì la portiera smontando dall’auto con sicurezza. Attese Trisha che le parcheggiò accanto accogliendola con uno sguardo trangugiante di voglie represse.
“Scommetto che quella biondina conosceva soltanto la posizione della missionaria.” Pensò tra sé e sé Trisha trattenendo un sorriso maligno e sadico che avrebbe tanto voluto impadronirsi del suo volto. Riuscì a fingere un’aria svenevole e lo seguì senza proferire parola verso l’uscio di casa.

I preliminari trascorsero nei limiti dell’accettabile, lui le offrì del whisky di ottima annata, secco ed asciutto, lo sorseggiarono insieme davanti ad un camino purtroppo spento. Lui si avvicinò delicato, la avvolse nel suo abbraccio e lei finse di cedergli fatale.
La palpeggiò, dapprima timido, poi più deciso.
Trisha gli permise di continuare.
Si ritrovarono presto nudi, in camera da letto al piano superiore.
La casa pareva pulita tuttavia era arredata senza il benché minimo gusto. L’assenza di suppellettili ed altri oggetti particolarmente femminili, la tovaglia per nulla stirata ed il copridivano ormai scolorito lasciarono intuire a Trisha che l’uomo, indubbiamente, vi abitasse da solo.
Un grande tendone bordeaux ondeggiò appena, sfiorato dal movimento d’aria causato dai loro corpi ardenti indaffarati sopra il letto.
Trisha provò piacere, ma meno delle aspettative. Lo lasciò fare esclusivamente per soddisfare le sue voglie che ormai necessitavano di essere placate.
Neanche un libro era appoggiato sul comodino, piuttosto una semplice rivista di automobili. Il BMW dell’uomo effettivamente, pareva un po’ datato, Trisha intuì che in lui dimorava senz’altro l’intenzione di acquistarne presto uno nuovo.
A letto non dimostrò di valere quanto Trisha avrebbe desiderato, anzi, proprio nulla di speciale. Dunque, prima che lui espletasse il suo bisogno, soltanto dopo il suo primo orgasmo, la strega lo fece cadere in un sonno profondo.
Era ormai stanca e nel corpo le vagava di certo più di un bicchiere di Whisky, quindi optò per riposarsi lì, almeno per un po’. Avrebbe potuto tranquillamente prendersela comoda, in quanto la biondina, ferita nel profondo dell’orgoglio, certo non avrebbe cercato subito il suo compagno; non quella notte.
Trisha si lasciò assopire dal sonno. Si risvegliò dopo qualche oretta a causa di uno strano e insopportabile rumore e se la defilò presto, sbuffando e scostando la pesante trapunta che le premeva eccessivamente addosso. Che squallore gli uomini!

Trisha.
Un nomignolo di quelli che si inventano le bambine mentre giocano a “mamma” o con i pentolini.
Patrizia se lo affibbiava in occasione di un qualsiasi gioco con le sue piccole amiche e, nonostante le sue origini fossero liguri ed italianissime, gli rimase cucito addosso come un miglior vestito.
Per tutti rimase Trisha, e basta. Suonava meglio così, conoscendola o non conoscendola, a causa di quello strano carattere e dei suoi atteggiamenti stravaganti. Non era una solitaria, tuttavia nessuno avrebbe potuto giurare di esserle veramente intimo od amico.
Ma dovunque si nominasse Trisha, accadevano misteriosi eventi, sempre.

(Next: Trisha ed il temporale.)