TEO E ELENA.

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Mentre ritornava dal bosco, Teo pensava: “Meglio soli che male accompagnati!”. Certo, l’appartamento sarebbe risultato più vuoto, silenzioso e forse più disordinato. Quella sera gli sarebbe anche toccato di organizzarsi con il cibo. Eh sì, qualcosa avrebbe dovuto pur mangiare! Per una volta, forse, si sarebbe potuto servire al reparto gastronomia del supermercato, nonostante quelle porzioni fossero davvero piccole, insapori, e, inoltre, gli sarebbero costate un “occhio della testa”.
Appena varcò il cancelletto per raggiungere il suo piccolo appartamento in quella graziosa corte ristrutturata da poco, la sua unica preoccupazione fu di ripulirsi le scarpe dal fango. In campagna bastava un temporale di modesta entità, come quello capitato la sera precedente, perché le stradine acciottolate o di terra divenissero subito melmose, appiccicaticce, viscide e zeppe di pozze. E Teo detestava poggiare i piedi su qualcosa di scivoloso. Si sarebbe percepito traballante, sporco e maledettamente instabile. Nonostante adorasse passeggiare in quella rigogliosa campagna, dopo un acquazzone, preferiva evitare addirittura di uscire. Di solito andava così. Di solito, ma non quella volta.

Ancora ricordava un brutto capitombolo che gli capitò di fare qualche anno prima. Non aveva voluto indossare le solite scarpe da ginnastica, ma pigro com’era, preferì tenere ai piedi i mocassini del lavoro; si aggiunga poi che per tutta la mattinata aveva serbato in testa un solo pensiero: controllare se quei piccoli puntini gialli, che aveva rinvenuto qualche giorno prima sulle radici e sulle cortecce delle robinie, potessero già essersi tramutati in succulenti chiodini. Era così scivolato lungo la strada che conduceva al bosco, ruzzolando all’improvviso a terra e procurandosi così un dolore mica da poco all’osso sacro. Quel dolore fu insopportabile e dovette tenerselo per un bel po’. Insomma, da quella volta detestò il fango, la sua viscidità, il suo colore, la sua consistenza.
Si lisciò il gargarozzo con le mani ancora bagnate a causa dell’acqua che era sgocciolata dalla canna. Le scarpe se le era lavate così, tenendole ai piedi, con un getto piuttosto forte e freddo. Quegli spruzzi gli avevano persino bagnato le calze e, raggiungendogli le ginocchia, anche i pantaloni.
Quelle Adidas, acquistate a inizio millennio, erano ormai consunte e non avrebbero mai potuto rovinarsi di più. Si sforzò di ricordarne il colore originario. Ora apparivano tinte di marrone, o forse erano grigie e del tutto squamate, come la pelle di un serpente alle prese con la muta.
Il suo collo era ancora bagnato dall’acqua, la fronte risultava madida, e sotto le ascelle, sulla maglietta di cotone a maniche lunghe, si erano formati due aloni di sudore, larghi e scuri, nonostante il clima di quel settembre non fosse per nulla caldo.
Tutti gli alberi avevano perso la maggior parte delle loro foglie, e sì, nel sottobosco, avrebbe potuto essere spuntato qualche simpatico funghetto giallo. Ma Teo, quella volta, ai chiodini nemmeno ci aveva pensato.

Elena. Una volta la amava. La novità forse. Era stato un fidanzamento rapido, un colpo di fulmine. Non l’aveva conosciuta bene e, soprattutto, non sapeva a cosa potesse andasse incontro quando accettò di prendersela in casa. L’aveva fregato, e per bene.
Si chiedeva come avesse fatto ad accettare quella convivenza: si riteneva un orso, quasi un vero eremita.
E lei? Lei non aveva mai compreso quel suo bisogno di solitudine, le sue grandi passioni: i funghi e la meccanica. Non che si lamentasse, ma era proprio chiaro che non le potessero andare bene. E Teo era certo che persino la famiglia di Elena fosse stata contraria a quella relazione. Aveva accettato di incontrarli soltanto un paio di volte, come se fosse un favore o un obbligo nei confronti della sua nuova compagna. Fu un disastro.
Poco contava. Si sarebbe comunque annoiato. Era solito stancarsi di tutto, di tutti, e troppo in fretta.
La sua vita era il bosco, far funghi e prendersi cura della sua moto che ormai utilizzava pochissimo. Nonostante ormai fosse vecchia e parte integrante del mobilio del garage, Teo le garantiva un’assidua manutenzione.
Quanto adorava infilarci le mani! Era una scusa come un’altra per soffermarsi a odorarne il profumo di benzina e d’olio che esalava e che alimentava i suoi ricordi di gioventù e libertà. Lo aspirava a pieni polmoni, inspirando forte attraverso le narici in maniera ravvicinata e profonda. Trascorreva poi intere ore a eliminare ogni traccia di polvere, o accarezzandola e lucidandola. Ne pareva ossessionato, come una casalinga frustrata davanti a uno specchio unto e bisunto.
E quando ritornava su, nel piccolo bilocale, ritrovava Elena sempre al telefono che chiacchierava a bassa voce, quasi bisbigliando. Comunque a Teo non importava poi così tanto e, dal canto suo, Elena non intendeva affatto renderlo partecipe di quelle conversazioni.
Quel rapporto stanco si trascinava così ormai da anni. Solo a cena, qualche volta, Teo era costretto a rivolgerle la parola per lamentarsi: “Questa pasta è scotta.”, “E’ insipido! Passami il sale.”, “Fammi il caffè!”.
Lei, come un robot, si limitava ad annuire con la testa e obbediva meccanicamente agli ordini impartiti dal compagno tornando presto e appena possibile a rivolgere lo sguardo al suo telefonino che riponeva sempre alla sua destra, sul tavolo e a una distanza calcolata per cui, anche sbirciando, Teo non avrebbe mai potuto visualizzarne lo schermo.
E se avessero posseduto un vero appartamento, uno più grande, Teo avrebbe senz’altro desiderato dormire in un’altra stanza. Dopo essersi guardato un film, di quelli un po’ sconci, avrebbe potuto masturbarsi in santa pace. Invece era sempre costretto a chiudersi in bagno, per farlo in qualche maniera, mentre lasciava scorrere di proposito interi fiumi d’acqua nel lavandino.
Non si concedeva un vero rapporto sessuale da un’eternità, tuttavia non pareva affranto. Preferiva fare da solo. Da parte sua non era mai esistita nessuna attrazione sessuale nei confronti di Elena e figuriamoci ora che, con i suoi 47 anni suonati, la considerava solo una vecchia alle prese con la premenopausa.
Si scambiavano continue occhiate risentite tra quegli stretti muri di casa: se qualcuno fosse stato presente, avrebbe potuto trovare quel silenzio addirittura imbarazzante.

Nelle stagioni più calde, Elena era solita trascorrere quasi tutta la giornata all’aperto. Al mattino si recava da sola in paese e il pomeriggio soleva aggirarsi nel piccolo giardinetto. Vangava, strappava ogni erbaccia e si prendeva cura dei suoi fiori e soprattutto delle rose e, in particolare, adorava la primavera. In questa stagione riusciva finalmente a gioire delle sue fatiche. E mai che recidesse un fiore, se non per potarlo quando era del tutto appassito. Considerava quel gesto come un infierire sulla natura che, invece, rispettava e amava anche più di se stessa.
Non era invece raro che si perdesse ad osservare quei meravigliosi cespugli: le più profumate Damascene, le sofisticate Abracadabra e le Alba, le più tardive, le sue preferite forse a causa del bianco candore dei loro soffici petali. Il suo giardinetto ne contava più di 20 specie e nonostante fosse il più piccolo di tutto il complesso, appariva senz’altro il più curato.
Le ammirava spesso dondolare al vento, eleganti, quasi a sfidare il cielo con i loro toni pastello. Osservandole riusciva a sognare, a immaginare una vita diversa. In giardino qualche volta sorrideva.
Teo sfilò le scarpe fradice, abbandonandole sul primo gradino d’accesso alla minuscola veranda. Si frugò nella tasca del pantalone della tuta che appariva logoro, bagnato e sporco. Infilò la lunga chiave nella toppa.
Lo accolse l’anticamera, semi-buia e vuota. Elena non si era mai voluta impegnare nel rivedere quell’arredamento che era rimasto tale e quale a quando Teo viveva da solo e, a dir la verità, lei non era mai nemmeno stata dedita alle faccende domestiche. Un velo di fitta polvere rivestiva ogni cosa, conferendo all’ambiente una tangibile parvenza di abbandono.
Teo, dal canto suo, aveva sempre ritenuto che pulire e badare alla casa dovesse competere a Elena, quindi: lungi da lui l’impugnare una scopa o, peggio ancora, uno straccio!
Dopotutto, che si sappia, un po’ di polvere non aveva mai ucciso nessuno, no?
Si rilassò. Elena non sarebbe più tornata e quegli spazi divenuti ristretti gli parvero subito più confortevoli.
Si diresse in bagno. Si sfilò con stizza i vestiti che ricaddero appallottolati sul pavimento insieme a una buona dose di terriccio ormai divenuto secco.
Si infilò nel box doccia. Finalmente avrebbe riavuto quel bagno tutto per sé. Si lasciò massaggiare dal getto tiepido del diffusore. Ebbe un improvviso sussulto: la lavatrice! Avrebbe dovuto lavare tutta quella roba e al più presto. Che diamine di tasto andava premuto? Si rassicurò. Non era certo uno stupido qualunque, in qualche maniera ci sarebbe riuscito. Si abbandonò allo scroscio dell’acqua e lo assalì la voglia di toccarsi un po’. Socchiuse gli occhi e lasciò scorrere la sua mano.

Dopo una buona mezz’ora si strofinò bene nell’accappatoio insistendo ad asciugarsi all’altezza del collo. Ogni tensione era scivolata nello scarico insieme all’acqua sporca.
Ora profumava di muschio, era lucido, fresco, la sua pelle era levigata e morbida.
Con eleganza uguale a quella di un elefante si precipitò all’armadio grande. Si rivestì indossando subito il pigiama. Stava ormai sopraggiungendo la sera, si percepì stanco ma aveva l’ultima faccenda da sbrigare.
Poi, finalmente, si lasciò sprofondare nel suo divanetto in alcantara. Non desiderava cenare, ma solo dormire.

Quella era stata una giornata molto faticosa. Aveva programmato tutto e nei minimi dettagli.
Avrebbe atteso il ritorno di Elena. Tempo permettendo e come sempre, sarebbe uscita di primo mattino, presto, per sbrigare le solite commissioni. E andò proprio così. Teo la osservò dalla finestra mentre salutava Emma, la vicina di casa, con il suo consueto fare tanto grazioso che gli fece accapponare la pelle.
Poi Elena tornò e appoggiò sul tavolo quel grosso e rumoroso sacco del pane.
A quell’ora di mattina la via sarebbe stata deserta, come sempre.
Aveva pensato proprio a tutto e stavolta si era persino superato! Lo doveva a se stesso. Inoltre era davvero arrabbiato. Ma chi si credeva di essere quella donna, così subdola e tanto perfida che aveva osato prenderlo “per i fondelli”?
Avrebbe voluto cercare funghi invece cambiò idea. O meglio: al bosco era arrivato, ma solo all’inizio. Poi, proprio a causa delle pozzanghere, era tornato indietro. Siccome non intendeva rinunciare alla passeggiata, quasi per un miracolo, decise di proseguire sulla strada asfaltata che conduceva in paese. Era davvero da tanto tempo che non si faceva più vedere da quelle parti, in centro. Eppure, una volta, la sua vita sociale era piuttosto normale. Ma in un piccolo borgo tutti conoscevano tutti e questo, con l’avanzare dell’età, lo aveva infastidito al punto di tenersi alla larga dalla civiltà. Comunque, quel giorno, le cose assunsero una piega diversa.

A causa di un qualche misterioso motivo, Teo osò spingersi fino in centro. Max, il barista, era stato fin troppo gentile, aveva esagerato con i convenevoli e aveva insistito per offrirgli una fresca pinta di birra. Persino il sacrestano settantenne lo aveva osservato con troppa curiosità, rimostrando un sorriso sadico e ben nascosto sotto quei ridicoli baffetti.
Teo comprese.
Percorse quindi ogni strada e ogni viuzza, quasi accelerando il passo, come in cerca di qualcuno.
Alla fine, e non gli occorse nemmeno troppo, la sorprese con Ugo. Un suo amico d’infanzia. Già, proprio lui: Ugo il pasticcere. Lo sapeva sposato, con due figli e si era ridotto ad essere grasso come un bue. Era lì, con i suoi occhi grigi e freddi, come il ghiaccio di inverno. Accidenti, e pensare che se lo rammentava persino quasi simpatico!
Elena, quella mattina, notò subito in Teo qualcosa di strano: un’espressione quasi cordiale e che pareva serena stampata sul suo volto. Si insospettì. Perché la stava osservando in quella maniera? Come mai le pareva di buon umore?
“Elena, oggi avrei il piacere di fare una passeggiata con te, nel bosco.”
Elena strabuzzò gli occhi, si toccò più volte nervosamente i capelli. Aveva ben capito? Teo desiderava la sua compagnia? Fu in preda al timore, balbettò: “Ma… ha piovuto… Teo, ci sono le pozzanghere!”
Sapeva di non poterlo contraddire. Si era permessa di farlo una volta, una sola volta, e quella, non si era certo rivelata una bella esperienza.
Quando era arrabbiato gridava e si trasformava in un mostro. Le arterie gli si gonfiavano deformandogli la fronte, gli occhi diventavano sporgenti e parevano scivolare fuori dalle rispettive orbite. Agitava le grosse braccia e dalla bocca perdeva delle lingue di bava, come un cane rabbioso. L’aveva così afferrata per il polso, obbligandola poi ad inginocchiarsi e a chiedere perdono.
Elena era persino arrivata a pensare di essersi meritata quel trattamento. Solo qualche tempo dopo, comprese che avrebbe dovuto parlarne a qualcuno, avrebbe dovuto denunciare quel gesto e senza indugi. Teo avrebbe potuto avere un problema psicologico, un problema davvero serio.
“Va bene, farò ciò che desideri…”, si limitò dunque a rispondergli, con un fil di voce.
Dopo aver percorso il sentiero acciottolato e zeppo di pozzanghere, Teo e Elena scomparirono nel bosco.

Teo si addormentò così, seduto. Ronfava come un cinghiale. La sognò in un incubo. Si risvegliò ancora sudato, di soprassalto. Si versò un bicchierino di whisky che trangugiò d’un sol fiato. Tutto tranquillo, nemmeno l’ombra di un fantasma. Con calma si rimise seduto nella poltroncina rimasta tiepida e che ancora recava la sagoma del suo posteriore.
All’improvviso, da fuori, risuonò il rumore di una sirena. O forse erano due, in rapido avvicinamento.
Teo si rialzò piano, raggiunse la finestra. Scostò la tenda con un gesto lento. Un alone di polvere si liberò allargandosi in controluce, leggero.
Un’auto dei Carabinieri era parcheggiata davanti al suo cancelletto e un’altra si stava arrestando sul lato opposto della strada. Era ormai quasi buio. Il suo viso, riflesso nei vetri, era come tagliato, attraversato da spicchi di luce azzurrognola che proveniva dai lampeggianti accesi delle vetture.
Risistemò la tendina, allargò l’elastico alla vita del pigiama, accomodandolo. Si lisciò per un paio di volte il collo, si diede una sistemata ai capelli.
Quasi strisciando i piedi, si diresse alla porta, piano. Non aveva fretta e nemmeno sobbalzò un po’ quando qualcuno suonò il campanello.
Abbassò la maniglia: non aveva nemmeno richiuso la porta a chiave. Forse sorrise.
Lo afferrarono rapidi e con forza, gli costrinsero braccia e mani dietro alla schiena. Fu presto bloccato e ammanettato. Lo trascinarono in auto tra gli sguardi sgomenti di una buona parte di vicinato.

Nel bosco era stato ritrovato il corpo di una donna. Era stato ben legato e inginocchiato. Il busto era riverso su un grosso tronco mozzato. Il viso era stato lasciato a contatto con la fanghiglia e il sottobosco. Qualcuno riferì che le braccia della donna fossero ripiegate con le mani giunte, come in preghiera.
Le volanti dei carabinieri ripartirono a tutta velocità liberando nell’aria un leggero odore di carburante insieme a un silenzio profondo e surreale.
Emma la vicina, in lacrime, badò a richiudersi bene la porta alle spalle. Fu avvolta da un brivido. “Giulio, ma come abbiamo fatto a non capire che quello era matto? Ti ricordi quella volta, quella volta che… ”.
E le rose nel piccolo giardino non fiorirono mai più. Dopo essersi fatto la doccia, Teo era uscito di nuovo. Aveva cosparso di benzina quegli insulsi rovi e aveva appiccato il fuoco. Più di qualcuno era accorso nella via, forse per controllare da dove potesse provenire il fumo. Aveva fatto lo stesso nel bosco, a lei.

Quell’intenso profumo di benzina… lo avrebbe rimpianto, di sicuro.

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AMNESIA 11: LA FINE.

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“Crediamo che alcuni ricordi possano nuocere al nostro presente ma, in realtà, è il presente a rammentarci che non siamo ancora riusciti a dimenticare.” (Lady Nadia)

AMNESIA: TUTTI.

Mauro lascia l’ufficio. Senza volerlo, mentre richiude la porta principale di vetro, vi nota riflessa la sua sagoma, curva e che pare invecchiata. Gli occhi sono ridotti a due fessure accerchiate da qualche grinza, la sua fronte è più rugosa del solito. Si cura di inserire l’allarme tramite un piccolo telecomando. Una lucina rossa sullo stipite comincia subito a lampeggiare a intermittenza.
Ogni passo è pesante ed è causa di forti fitte alla testa. Raggiunge il suo BMW.
Per tutta la giornata ha tentato invano di racimolare una qualche esigua somma di contante senza ottenere alcun risultato. Non resta altro che confidare in Sandrino. Forse l’indomani, stando alla conversazione che avevano sostenuto in mattinata, sarebbe riuscito ad ottenere dalla banca un ennesimo e agognato prestito.
Risale sull’auto e la mette in moto. Accende i fari, è molto buio. Osserva Il cielo nuvoloso, senza luna e neppure stelle.
Come da accordi deve raggiungere Sandro, quindi inserisce la freccia per svoltare su una via secondaria.

Sara e nonna Giulia sono entrambe sedute sul sedile posteriore del taxi, si scambiano occhiate soddisfatte di intesa mentre percorrono strade incastrate nelle gallerie oppure abbracciate da infinite radure di erba bassa e sorvegliate da alti monti acuti e innevati.
Stanno ormai per raggiungere Sondrio. Sara è travolta da ondate adrenaliniche dovute a un eccessivo entusiasmo, nonna Giulia risulta agitata, impaziente, si sfrega di continuo e tra loro le mani giunte. La sua fronte è tanto umida da riuscire persino a riflettere i fari delle vetture transitanti sulla corsia opposta. Ancora euforica, sogna quel futuro ormai così imminente e si augura di ottenere presto il suo riscatto. Gode al solo pensiero di incontrare Mauro, distrutto, in quella serata memorabile.
Nell’abitacolo regna da più di un’ora il silenzio. Persino il taxista, dopo alcune frasi di circostanza, ha rinunciato a proferire parola. Si ode solo un respiro profondo quando finalmente, a lato della strada, appare un cartello che segnala l’arrivo a Sondrio.

Mauro giunge all’appartamento di Sandro intorno alle 21.
E’ accolto da un sorriso falso, nota la tavola già apparecchiata in maniera scialba, frutto di un’evidente praticità maschile.
Del vino rosso è già stato versato in bicchieri da osteria, dei tovaglioli mal ripiegati, di carta, risultano quasi accartocciati sotto le posate di acciaio.
Consumano la cena, un piatto di spaghetti troppo cotti e conditi a aglio, olio e peperoncino. Mauro non ha fame. Rinuncia al secondo anche a causa di uno sgradito odore che si innalza da un vassoio ove ristagna una poltiglia fumante marrone e dentro la quale si riconoscono a malapena dei piccoli pezzi di carne.
Se il bicchiere si svuota, Sandro, gentile, subito lo riempie di nuovo.
Mauro mangia poco e beve tanto. Avanza anche un po’ di spaghetti coi quali giocherella con la forchetta dopo averli ammucchiati su un lato del piatto.
I due scambiano poche parole ma, al termine della cena, Sandro avanza la proposta di proseguire la serata in un bar che ha appena cambiato gestione e si trova accanto ai giardini “Sassi”.
“Offro io!”, esclama, ironico.
Mauro accetta a malavoglia ma qualcosa dovrà pur fare per svagarsi un po’. E se anche fosse rimasto in quella casa, non avrebbe fatto altro che tormentarsi per la situazione economica.
Inoltre è intontito e ignaro di essersi somministrato anche una discreta dose di calmante. Crede che quella sensazione possa essere dovuta all’interazione tra l’alcol che ha trangugiato e la pastiglia per il mal di testa assunta solo qualche ora prima.

Sara offre al taxista il compenso dovuto. Questi riparte brusco, senza nemmeno aspettare che potessero allontanarsi un poco dalla vettura.
Ai bordi del parcheggio nota diversi cassoni dell’immondizia, la raccolta organica, i contenitori per plastica e vetro.
L’aria spira con una discreta forza, trascinando con sé molto freddo e un odore intenso di terra umida e erba. Giudicando anche dal cielo, da qualche parte e non molto lontano, avrebbe già potuto piovere.
Due grossi fari, forse un SUV, illuminano i loro volti a giorno costringendole a socchiuderli per il fastidio.
Sara sente il suo cuore battere all’impazzata. Giulia cerca di calmare la rabbia che pare impadronirsi di lei. Delle ombre si allungano per poi scomparire mentre l’auto ruota per parcheggiare lì, accanto a loro.
Dall’abitacolo fuoriescono due sagome. Una barcolla e l’altra pare stia fumando una sigaretta. Il vento trasporta nelle loro narici un odore acre di tabacco. Inoltre, in lontananza, si notano alcune scie chiare e sottili di fumo che ondulando si allungano veloci, assottigliandosi per poi svanire.
Poi un tacchettio di suole, forse in cuoio, echeggia nel piazzale. Un ritmo sincopato funge da tamburo in perfetto sottofondo al battito del cuore, alle spinte del sangue nelle arterie.
Sandro si fa coraggio e spezza il silenzio che aleggia solitario nell’aria.
Le due donne restano immobili, non sembrano percepire nemmeno il gelo proveniente dai ripidi pendii circostanti e che, invece, sembra attanagliare ogni altra cosa.
Giulia ha la sensazione surreale di assistere alla proiezione di un filmato al rallentatore e, nonostante le distanze tra loro fossero ormai ridotte, osserva quell’uomo percependolo lontano, distante.
Un vecchio lampione irradia la sua luce debole e offuscata da un velo di sporcizia illuminando appena il volto di Mauro.
Il tempo pare giocare nel restare sospeso su una linea immaginaria in bilico tra i loro sguardi.
In Giulia si ravvivano una miriade di brutti ricordi, mai dimenticati, tutti insieme.
Visualizza delle immagini nitide come resoconti di ogni singolo e terribile momento.
Le neonate vispe, adagiate nell’incubatrice mentre agitano le sottili gambette. I loro corpicini così vellutati e morbidi eppure costretti nel restare uniti, quei bellissimi visini tondi e paffutelli.
L’indimenticabile snervante attesa, gli occhi incollati all’uscio della sala operatoria, gli abbracci bagnati dai pianti, le grida isteriche, le luci a neon sopra quel lenzuolo bianco adagiato sulla barella che correva via. “Sara non ce l’ha fatta!”. La disperazione.
La ditta a Pavia, le prime difficoltà economiche.
Il terribile incidente, l’obitorio. L’odore di sangue rappreso e di morte, le narici piene, come la testa.
La confusione. Il panico. Notti e notti insonni. Il silenzio. Il vuoto.
La nuova casa.
Alice con quello sguardo perso, Alice e le sue stranezze, Alice e le amnesie. La comparsa di Sara.
E poi ancora ospedali. Camici bianchi, verdi, azzurri e di ogni colore. Cibo plastificato consumato su letti asettici posti in locali che parevano delle scatole, chiuse tra muri spogli, lucidi e chiari, troppo, da far male agli occhi. Smarrimento, tristezza, resilienza, angoscia e poi rabbia e infine, forte, l’odio.

Mauro fissa Giulia. Sembra drogato. Ha un mancamento ma riesce a riconoscerla.
Si rialza, a fatica. Si regge a malapena in piedi. Volta lo sguardo, lento. Ora osserva attento anche la donna più giovane. I suoi lineamenti non lasciano dubbi: è senz’altro Alice.
Dopo l’incidente aveva provato un vago ma lieve senso di colpa, mai un vero rimpianto. Era conscio di aver commesso un terribile sbaglio guidando ubriaco e causando la morte di entrambi i genitori di quella bimbetta e di averle sconvolto tutta la vita, in pochi secondi. Eppure non ne aveva mai sofferto davvero benché, negli anni immediatamente successivi, si fosse proprio ostinato nel volerla incontrare e rivedere. Ma non aveva provato nulla. Nessun sentimento. Non riusciva a soffrire, non poteva, era nato così: difettoso.
Sapeva di avere un problema, forse una forma di autismo ma l’aveva tenuto per sé, aveva preferito tacere quella scomoda verità imparando a simulare le reazioni degli altri in base ai vari stati d’animo. Si reputava apatico, vuoto, inutile, incapace tanto di amare quanto di odiare.
Grazie alla sua spiccata intelligenza era riuscito a compensare ogni mancanza. Si era riscattato con gli studi, poi con la professione e mai si era arreso ai suoi ripetuti fallimenti. Le uniche preoccupazioni che riuscivano ad assillarlo riguardavano il mero benessere economico. Detestava essere considerato mediocre e soprattutto restare senza denaro.

Nonna Giulia infila piano una mano nella sua borsetta. Sara la osserva mentre muove qualche passo sull’asfalto. Mauro è ancora in preda ai suoi pensieri e fissa ora il vuoto, perso e intontito, senza accorgersi di Giulia, che, nel frattempo, si è avvicinata a Sandro.
Sussurrandogli qualcosa all’orecchio, gli porge di sottecchi qualcosa che trattiene dietro la schiena. Sandro muta espressione, spalanca gli occhi, pare impaurito. Cerca lo sguardo di Sara, forse per ricevere della comprensione ma nota solo un’espressione languida e supplichevole.
Gli eventi delle ultime ore si sono accavallati troppo velocemente. L’amore che prova nei confronti di Sara è immenso. Desidera con tutto il cuore restarle sempre vicino. Approfitta di quel momento di confusione dell’amico e indietreggia pano portandosi alle spalle di Mauro. Si guarda attorno: il parcheggio e la strada sono deserti e il buio avvolge ormai ogni cosa in quella notte fredda e ancora senza stelle. Mauro ora ha quasi la sembianza di una statua di pietra, sullo sfondo l’Adamello, bianco.
L’ara gelida è la protagonista di un gioco ipnotico, Sara e la nonna osservano di sbieco, senza voltare la testa, trattenendo l’entusiasmo. Giulia irrompe rabbiosa con il fragore di un vetro che si frantuma all’improvviso in un milione di pezzi:” tu non sei un uomo, tu sei un mostro! Meriti di morire per ciò che hai fatto a mia figlia, meriti di morire, per Alice e per Sara!”
Sandro, rapido, allarga il braccio che tiene ripiegato dietro la schiena e lo solleva. Impugna con due mani un grosso coltello da cucina. La sua lama, per un secondo, irradiata da quell’unico lampione presente, con uno sfavillio, simula già alta una mezza luna.
Mauro torna in sé quanto basta, pare realizzare ciò che succede. Qualcosa gli trapassa la carne da dietro, con forza, fino a raggiungere il cuore. Percepisce una fitta lancinante, un dolore immenso. Non prova terrore, nemmeno rabbia. Come sempre non prova nulla. Rivive il momento dell’incidente, vede il sangue, poi il volto di Natasha, quelle sue grandi tette e Mirella che sbraita con la bava alla bocca. Il battito del cuore sembra impazzire, poi rallenta. Si accascia al suolo, sul cemento. Si ode un tonfo sordo, dei rantoli a vuoto. Infine è silenzio.
Il vestito scuro che indossa, al buio, lo rende un tutt’uno con l’asfalto.
Sandro è immobile. I palmi delle mani rivolti al cielo. Trema, osserva. Ha un cedimento. Si inginocchia accanto a Mauro e piange come un bambino. “Cosa ho fatto? Cosa ho fatto?”, mugola disperato.
“Zitto e alzati! Carichiamo il corpo in macchina, presto!”, comanda nervosa Giulia.
Sandro si rialza e obbedisce. Apre il baule, afferra Mauro per le spalle. Nota il ciuffo di capelli ricadergli sul viso, è rigido e pesante, ancora tiepido. Nonna Giulia e Sara gli afferrano i piedi. Le scarpe lucide sono macchiate da piccoli schizzi rossastri. Lo infilano nel baule, lottano con i suoi arti per poter richiudere il portellone.
Sull’asfalto poche tracce di sangue. Il cielo regala delle grosse gocce di pioggia. Nonna Giulia non riesce a rinunciare ad un sorriso e si accomoda soddisfatta sul sedile posteriore.

“Sara, fai in fretta, sali in macchina!”
Sara invece si avvicina alla portiera ancora aperta. Giulia si accorge che il suo viso è provato, pare diventato dolce.
“Nonna. Io non ero d’accordo. Non lo sono mai stata. Vi siete macchiate della sua stessa colpa. Non sarete mai felici, le vostre mani sono sporche di sangue, siete delle assassine. Nonna, perché?”
Giulia comprende. Sara ha lasciato emergere Alice, come promesso, per l’ultima volta e pare essere al corrente di tutto.
“Asciugati quelle lacrime e salutami come si deve! Abbiamo solo qualche minuto a disposizione prima che torni Sara. Mi hai voluto bene Alice? E allora fallo per me, dimentica questo ultimo mio gesto disperato e abbracciami!”
“Nonna non posso. Ora ho capito. Tu hai sempre agito nell’interesse di mia sorella, affinché fosse lei ad occupare definitivamente questo corpo.”
“E’ la più forte, Alice cara! Solo Sara era in grado di cavarsela anche senza di me, io non sono certo eterna e, inoltre, non potevo fallire, non potevo morire senza la certezza di avervi reso giustizia e di sapervi capaci di badare a voi stesse. Tu sei dolce e cara Alice, e troppo buona. Tu hai perdonato quella bestia ma hai sacrificato te stessa. La tua vita sarebbe continuata così, passivamente, tra un’amnesia e un’altra. Sara, invece, lei condurrà un’esistenza normale, vivrà per tutte e due.”
“No, hai sbagliato. Ha proprio sbagliato.”, sussurra delusa Alice, ancora in pianto.
Giulia prova una gran pena per lei e, mentre la osserva, nota un ennesimo e repentino cambiamento di espressione.
La nipote ha uno slancio improvviso, con un balzo raggiunge la portiera al lato del conducente e balza in auto. “Metti in moto Sandro! Sali a “Sant’Anna”, al vecchio convento.” E’ Sara.

Sandro, di proposito, non accende nemmeno i fari. Guida con gli occhi lucidi che riflettono vari frammenti di luci artificiali provenienti dall’esterno. Non riesce a realizzare l’accaduto, è confuso, quasi come se tutta quella vicenda fosse accaduta a qualcun altro e lui vi avesse solo assistito.
I tornanti si susseguono nel buio, uno dopo l’altro. Presto avrebbero raggiunto il convento abbandonato collocato su un picco roccioso che ricade a strapiombo sulla città.

“Dai, buttalo giù!” Intima Sara.
I tre, proprio sul ciglio del burrone, lasciano andare simultaneamente quel corpo che precipita nel vuoto, a valle. Il coltello ancora conficcato nella schiena.
Sandro si immobilizza osservando il precipizio nero. Realizza. Si volta verso Sara, desidera del conforto, un abbraccio. Lei gli si avvicina, si prepara come per cingerlo a sé, invece, irrigidendo la muscolatura, gli infligge all’improvviso una spinta. Lo osserva sgranare gli occhi, allargare la bocca in un’espressione ebete di stupore. Anche Sandro cade, all’indietro, seguendo il destino di Mauro.
Nonna Giulia dichiara con una sottile ironia: “ogni delitto richiede un colpevole!”

Le donne si avviano giù per la montagna. Nonna Giulia cammina piano a causa dell’artrite. Sanno che occorrerà più di un’ora di cammino per raggiungere l’appartamento di Sandro.
“Nonna, dobbiamo prima recuperare i soldi che ha rubato a Mauro. Li conservava nella cassaforte di casa sua. E’ stato così stupido… pensa, mi ha rivelato anche il codice! Poi torneremo a Milano. E’ finita! Io vivrò la mia vita. Hai tanto male alle ossa nonnina?”

AMNESIA: ALTRI RICORDI.

Nonna Giulia si allontanò dal camino con l’intenzione di spiare la piccola Alice. La porta della sua cameretta era socchiusa così vi poggiò delicata il palmo della mano per spalancarla un po’ di più.
La bimbetta non si accorse di nulla, era intenta a giocare con quelle due noci che aveva posto sul pavimento e che tentava di far dondolare, simultaneamente, spingendole con il suo piccolo indice affusolato e cicciottello. Canticchiava la prima parte di una filastrocca che la sua mamma era solita ripeterle prima di morire.
La piccola realizzò la presenza di nonna Giulia sulla soglia e scappò dalla stanza, forse con un po’ di vergogna, come se fosse stata sorpresa durante un momento di privata intimità.
La nonna osservò quelle noci a terra. Quando furono del tutto immobili le avvicinò e appoggiò con forza un piede su una di esse. Era quella vuota. La riconobbe tramite una macchia di nero sul guscio, un residuo ormai secco del suo mallo, che l’aveva protetta e ricoperta durante la maturazione.
Premette con forza. La noce si frantumò subito, con un vigoroso e improvviso schiocco. Non si curò di ripulire e lasciò la camera.
Alice era seduta sul divano, la TV trasmetteva un cartone animato. La nonna esclamò fingendosi dispiaciuta: “devi scusarmi Alice, per sbaglio, ho calpestato una delle tue noci e si è rotta.”
Alice raggiunse di corsa la sua stanza, vi si rinchiuse sbattendo la porta. Singhiozzò per quasi un’ora.
Quella notte, Alice e la nonna si abbracciarono e piansero a lungo prima di riuscire a prendere sonno; tuttavia realizzarono, ciascuna a modo suo, che quella sarebbe stata l’unica cosa giusta da fare, a qualunque costo.

AMNESIA 10.

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“Ah, memoria, nemica mortale del mio riposo!” (Miguel De Cervantes)

AMNESIA: MAURO.

Mauro costeggiò il fiume Mallero e inserendo la freccia, svoltò verso destra. L’orizzonte era nascosto dalle sagome ancora nere delle montagne che, da lì a poco, avrebbero accolto nelle loro insenature le prime luci oblique di quell’ennesima alba serena. Gli fu possibile scorgere l’agglomerato di caseggiati della “Contrada” che spiccava fiero e nitido ad est dove risiedeva la piccola zona industriale di Sondrio tratteggiandone il confine e segnandone l’avanzare della campagna ben sorvegliata da alte vette e dall’Adamello.
Il paesaggio di sempre, eppure gli parve diverso. Né più bello, né più brutto: solo diverso.
Mauro pensava, osservava e ripensava. Il suo portafoglio era vuoto, la sua azienda sull’orlo del fallimento, non un tetto sulla testa e una probabile ex moglie da poter vantare durante qualche bevuta di troppo nel bar del centro. Per anni si era ostinato a far ritorno in quella casa, a condividere con Mirella quelli spazi lussuosi ma diventati presto angusti e mai percepiti propri, come un perenne ospite. E poi c’era Daniele, di carattere chiuso, assai serio e pragmatico, in tutto e per tutto identico a Mirella. Nonostante fosse un ragazzotto taciturno e assai riservato, chiunque gli avrebbe potuto leggere in faccia una buona dose di disprezzo e parecchia delusione nei confronti di quel padre snaturato. Mauro era sicuro che il figlio lo ritenesse un classico “poco di buono” e , proprio in questo, trovò la forza necessaria a consolarsi. Ripensò allo stridente silenzio che ormai, in quella casa, aveva colmato gli angoli di ogni stanza e qualunque genere di distanza e a quante volte si fosse reputato imprigionato, in balia dell’apatia e della noia.

Giunse al parcheggio della sua azienda senza rendersene quasi conto e con la testa colma di quei ragionamenti e di strane e oscure congetture.
Notò subito l’auto di Sandrino. Fu sollevato nel trovarlo già in azienda. Aveva davvero bisogno di un amico, di un confidente e anche di ospitalità: solo per un paio di notti, nell’attesa di una ripresa economica, di qualche agognata liquidità che gli potesse permettere una qualunque differente sistemazione.

Appena varcò la porta scorrevole e automatica, Mauro se lo trovò davanti. Troppo preso dai suoi problemi non riuscì nemmeno a notare che l’amico esibiva un volto teso e uno sguardo colpevole e sfuggente.
“Che ti è successo Mauro?”, domandò Sandrino palesando preoccupazione.
Mauro rispose secco:” Nel mio ufficio, subito!”

I due chiacchierarono sommessi per più di mezz’ora suscitando una morbosa curiosità della segretaria e qualche pettegolezzo tra i dipendenti più maligni.
Quando l’uscio si socchiuse, echeggiò nel corridoio un ultimo pezzo di frase: “certo, tranquillo. Siamo amici, no? Poi, con più calma e appena ci sarà possibile, troveremo un’altra soluzione”. Più di qualcuno sorrise ben nascosto dietro al monitor del proprio computer.

Quella giornata fu davvero pesante. Sandrino fu chiamato più volte a rapporto da Mauro che appariva visibilmente agitato e anche un po’ confuso. Sandrino perseverava nella recita mostrandosi disponibile, compassionevole e davvero scosso per l’accaduto.
“E’ incredibile che Mirella non ti abbia nemmeno lasciato parlare!”, aveva persino osato sussurrargli mentre, in tutto segreto e nella sua testa, pensava divertito: “poveretta quella donna, proprio una poveretta…”

AMNESIA:SANDRINO.

Sandrino lasciò stressato l’azienda di Mauro intorno alle 17 per far ritorno alla sua dimora. Mauro si trattenne in azienda e, come da accordi, l’avrebbe raggiunto verso sera, dopo aver terminato le ultime fatturazioni.
Parcheggiò nel cortile della sua palazzina. Mentre si accingeva a lasciare l’abitacolo della sua auto, il telefono trillò provocandogli un sussulto.
Un sorriso gli si dipinse sul volto non appena ne visualizzò il display.
“Sara, tesoro. Non immaginavo mi richiamassi così presto.”
“Sandro, spero ti faccia piacere: c’è un cambio di programma. Arriverò stasera. Va bene a casa tua?”
“No, no. Meglio che tu non venga qui. Ah, ah, ah. La moglie di Mauro, a causa della foto, l’ha finalmente sbattuto fuori casa. Pensa: non ha neanche la possibilità di pagarsi un hotel. Ah, ah, ah. E ha chiesto ospitalità a me, solo per qualche giorno! Ho accettato ma presto troverò una scusa. Gli racconterò che dovrò lasciare con urgenza la città, e gli confesserò di aver trovato un altro lavoro. Non potrà permettersi l’affitto del mio appartamento e quindi è fatta. E’ andata, è finita. Mauro è alla frutta!”
“Oh, che bella sensazione sto provando, ne sono felice! Ma… potremmo fare ancora meglio. Cosa ne dici se ci ritrovassimo tutti insieme ai giardini Sassi? Di sera,lì intorno, non dovrebbe passare anima viva. Ci tengo troppo. Lo vorrei proprio guardare dritto negli occhi, e vorrei che fosse presente anche la mia fantastica nonna. Sandro, la potrai conoscere, finalmente. Le ho promesso giustizia. Anche lei ha diritto di guastare il suo fallimento, dobbiamo prenderci una rivincita. Dimmi un orario. Per favore, ti prego, fa’ che Mauro sia presente! Dimmi che sei d’accordo, dimmi che proverai a condurlo da noi. Certo, scoprirà tutto. Ma credo che debba andare così. Anche tu potrai riscattarti, diversamente figureresti un incapace. Poi lo pianterai in asso. Voglio proprio osservare la sua dannata faccia quando scoprirà che il suo braccio destro, il suo fidato consulente, il suo unico e migliore amico gli ha teso un memorabile tranello. Desidero con tutta me stessa che realizzi ben chiaro di cosa è capace la nostra famiglia e che ogni evento nefasto che ha dovuto “subire” fa parte di una vendetta. Dovrà crollare davanti a noi. Gli strapperemo dalle unghie anche quell’ultimo e futile appiglio. Pensaci! Accelereremo la sua caduta negli inferi e, nel contempo, la mia redenzione e inoltre, potremo regalare una enorme soddisfazione anche a mia nonna. Siamo in debito con lei. Ha dedicato a noi la gran parte della sua esistenza e ha permesso a me di continuare a vivere. Quando tutto sarà finito, io potrò possedere il corpo di Alice. Io e te saremo finalmente liberi di amarci, senza più alcun ostacolo, sei il mio unico amore. Mi ha già ucciso e ha ucciso i miei genitori. Ti prego, ti prego… fallo per me, per noi!”
Sandrino era rimasto spiazzato da quella improvvisa richiesta. Quasi non respirava, la portiera era già aperta, una gamba gli si era atrofizzata dentro all’auto e l’altra rigida che penzolava fuori, a qualche centimetro da terra e che rilasciava un’ombra allungata proprio sulla striscia azzurra che delimitava il parcheggio numero sei.
Mille sensazioni si stavano avvicendando dentro di lui: entusiasmo, eccitazione, rabbia e poi paura, vergogna e anche indecisione.
Aveva lavorato sodo e con intelligenza, per tutto quel tempo ed era riuscito a condurre in maniera encomiabile il suo gioco: senza il minimo errore era riuscito a evitare qualsiasi minimo sospetto di Mauro. Aveva agito a regola d’arte, conquistando giorno dopo giorno un’ampia dose di stima e persino la sua amicizia. Insieme avevano preso ogni genere di decisione. Era riuscito a plasmarlo a suo piacimento e a renderlo incapace di intraprendere una qualunque scelta. Ormai necessitava della sua continua approvazione. Ora che tutto era giunto ad una fine, Sandro realizzò che avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo, con fatica. Avrebbe dovuto accettare di vivere in maniera piuttosto banale e di legarsi a Sara in una relazione del tutto normale. Il termine “normale” lo urtava, lo indispettiva, lo aveva da sempre infastidito.

Sin da ragazzo, durante i suoi studi, si era sempre distinto per il suo naturale e raro talento nonché per la sua eccellente logica oltre il comune. Il suo quoziente intellettivo era di gran lunga superiore alla media e gli insegnanti erano soliti premiarlo elargendogli abbondanti note di merito o riconoscimenti di qualsiasi genere. All’università studiò con evidente passione e, con altrettanta facilità riuscì ad accaparrarsi il massimo dei voti laureandosi, come ovvio, con infiniti elogi e la lode.
Tutto ciò che si dava per scontato lo disturbava e lo annoiava.

“Sandro? Sandrino? Amore, ci sei? E’ caduta la linea?”
Sandro si fissava la gamba sospesa fuori, a penzoloni.
“Sì amore mio. Lo farò.”, rispose, con un tono spento e meccanico.
“Quella grossa somma che hai sottratto a Mauro, quella che hai messo da parte per noi… ce l’hai ancora vero?”
“Certo!”, dichiarò, secco.
Sara, dal canto suo, era troppo euforica per realizzare l’enfasi di quella risposta che avrebbe dovuto apparire fuori luogo.
“Bene, ci divertiremo amore! Promesso. Per che ora sarete ai giardini?”
“Direi per le 22. Sono quasi certo  possa andar bene.”
“E’ fantastico amore! Sei stupendo! A più tardi. Partiamo subito. E ricorda: ti amo!”
“Anch’io.”

AMNNESIA: SARA E GIULIA.

Sara si rivolse verso nonna Giulia mostrando un enorme sorriso. Si accertò di aver messo in stand by il telefonino che aveva afferrato dalla mensola del soggiorno poco prima e poi lo ripose nella sua borsetta.
“Nonna, cambiati presto! Dobbiamo andare. Raggiungere Sondrio in treno è un incubo. Per l’occasione e l’urgenza sarà meglio chiamare un taxi. Al diavolo il suo costo! Sai? Maledico ancora quella visita medica in cui mi sono vista negare la patente. Se quel giorno Alice fosse stata più determinata… Ma oggi nessun pensiero cupo. Questa sarà una nottata memorabile e non intendo guastarla con queste remore inutili! Sta per essere fatta giustizia!”
Nonna Giulia, commossa, in uno slancio improvviso abbracciò la nipote percependosi soddisfatta e assaporando quella piacevole sensazione. Lasciò che le lacrime le colmassero gli occhi. Per la prima volta e dopo tanti anni, riuscì a provare uno stralcio di felicità.
Poté constatare di nuovo e con stupore che l’odore della pelle di Sara non corrispondeva a quello di Alice. Certo, era molto simile, ma Giulia era in grado di distinguerne una leggera variazione.

“Nonna, promettimi che starai attenta! Non mi fido di quell’individuo.”
“Non preoccuparti Sara, ho una certa età ma il mio cervello funziona ancora bene e, nella mia vita, non mi sono mai comportata da stupida.”
Le due donne, soddisfatte, furono pronte in un baleno. Si precipitarono fuori casa, poi giù per le scale e sparirono in fretta dentro un taxi bianco.
E le luci di Milano si diradarono piano, fino a scomparire, per poi cedere il posto a intirizzite distese verdi.

AMNESIA 9.

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“Soffriamo di ricordi, ricordi dimenticati, che non ci dimenticano. (Angel de Frutos Salvador.)

AMNESIA: MAURO E SANDRINO.

La pallina girava vorticosamente nella roulette insieme a tutti i pensieri ovattati di Mauro che, annebbiato dal troppo alcol nel sangue, restava immobile accanto al tavolo verde, reggendosi la testa e realizzando a malapena di aver ormai perso tutto. Sandrino, come un corvo, gli poggiava la mano destra sulla spalla, fingendo dispiacere.
Rien ne va plus, les jeux sont faits. … 21, Rouge!
Mauro socchiuse per un istante gli occhi, le sue mani si serrarono nei pugni. Con uno scatto improvviso si voltò e si allontanò lento e traballante per il corridoio tappezzato di moquette rossa e illuminato quasi a giorno da potenti faretti. Si diresse rapido all’uscita.
Sandro gli restò dietro evitando di affiancarlo. Gli rivolse la parola solo quando raggiunsero il parcheggio e furono ormai prossimi a risalire sull’auto.
“Peccato! Avremmo potuto vincere.”
“E invece abbiamo perso Sandro, avrei dovuto aspettarmelo.”
Durante il viaggio di ritorno, Sandro, che era alla guida, con saggezza preferì tacere, mentre Mauro si crogiolava nel più totale sconforto.
Una volta a casa, Mauro lasciò la vettura senza rivolgere nemmeno uno sguardo a Sandrino e biascicò appena, a stento: “Domani dobbiamo recuperare un po’ di grana Sandro!”
Barcollò poi fino alla porta di entrata e, solo al quarto tentativo, riuscì ad infilare la giusta chiave nella serratura. Sandro ripartì con un accelerata brusca che fece scoppiettare la ghiaia e, mentre svoltava per riportarsi sulla strada principale, sul suo volto si disegnò un sorriso maligno.

Mauro tentò maldestro di disattivare la radiosveglia che precisa, alle 6.45, lo destò con la sua consueta musica. Questa rovinò sul pavimento con un tonfo metallico. Lui imprecò, si grattò gli occhi più volte. Ancora alla cieca, estrasse un braccio da sotto le coperte e si sporse un po’ per poter tastare il parquet nelle vicinanze del letto. Raccolse quindi la sveglia, il coperchietto e le tre pile che giacevano ben disseminati a terra.
In quel mentre gli sovvenne di aver perso tutti i suoi ultimi risparmi, al casinò.
Pensò che sarebbe cominciata una giornata difficile e assai impegnativa. Avrebbe dovuto procurarsi qualche liquidità, e in fretta! Nel portafoglio gli erano rimasti soltanto un paio di euro e, inoltre, le sue carte elettroniche erano inutilizzabili già da qualche giorno. Si augurò con tutto se stesso che l’amico Sandrino potesse sistemare ogni faccenda con la banca per ottenere l’ennesimo prestito.
Ci era cascato, di nuovo. E aveva bevuto ancora, e troppo. Aveva sbagliato assecondando Sandro al gioco della roulette. Avrebbe dovuto trovare il coraggio per obiettare: “no, non vengo!”, per essere onesto con gli altri e, per una volta, in primis con se stesso.
Infilò le sue ciabatte di lana marrone e, strisciando i piedi, cercò di ridurre al minimo ogni rumore. Si percepiva di pessimo umore e, soprattutto quella mattina, desiderava evitare ogni tipo di conversazione anche accidentale o qualsiasi confronto con Mirella.
Si defilò in bagno con un unico e urgente desiderio: lavarsi i denti, nel tentativo di rimuovere ogni residuo, ormai stantio, della generosa dose di alcolici consumata la sera precedente. Un sapore troppo amaro gli impiastricciava grumoso bocca e gola.
Da anni non dormivano più insieme. Mirella occupava la stanza accanto alla sua. Fu sollevato nel notarne l’uscio ancora chiuso e, ben attento a non emettere un suono che potesse risultare più forte di un respiro, Mauro si accinse a discendere piano la scala a chiocciola che conduceva al piano inferiore per potersi preparare un anelato doppio caffè.
Si arrestò notando qualcosa di inconsueto. Strabuzzò un po’ gli occhi che risultavano ancora velati a causa di quel pessimo riposo notturno dovuto ai postumi della sbornia e cercò quindi di mettere a fuoco. Giù, in basso, proprio davanti allo sbocco della scalinata, c’era qualcuno. Non fu possibile visualizzarne il volto perché un bagliore diffuso del sole che penetrava dalla porta-finestra a piano terra, già spalancata, irradiava quel corpo dalle spalle avvolgendolo in un luminoso fascio di luce e rendendolo solo una sagoma, nera, ritta e immobile, che tratteneva le mani ben salde e ripiegate ai fianchi come in un’austera attesa.
Mirella.
“Buongiorno!”, fece lui, fingendo di non mostrarsi per nulla sorpreso da quella strana accoglienza.
“Buongiorno? Ma questo è un pessimo giorno, anzi: è una giornata di vera merda!”
Il cervello di Mauro, ancora assopito, lì per lì, non fu in grado di fargli pronunciare alcuna parola. Fu solo colto da una specie di scossa, da un tremore diffuso. Mirella, che non era solita utilizzare un linguaggio tanto scurrile, appariva oltremodo adirata tanto che Mauro quasi si mortificò nel dover subire un successivo sbotto: “il mio caro maritino, bene alzato! Oh poverino, in ufficio sei sommerso dal lavoro, eh? Così tanto che ti tocca sgobbare fino a tardi, eh? Certo, certo. E vallo a raccontare a qualcun’altra!”
Mauro si dovette sforzare per trovare il coraggio di affrontarla e, cercando di apparire il più pacato possibile, le domandò: “Mirella che succede?”
Mirella salì qualche gradino, nervosa, e lo raggiunse, a un palmo di naso. Poggiandogli il suo indice teso sulla bocca esclamò: “Zitto! Tu non devi più pronunciare il mio nome. Mai più. Capito? E ora torna su, fai i bagagli, e sparisci da casa mia. Sbrigati!”
Mauro si interrogò sulla causa che potesse aver scatenato in sua moglie un tale attacco isterico; avrebbe desiderato essere diretto e poter porre quella domanda a Mirella. Considerando quell’atteggiamento furibondo preferì obbedire, senza controbattere.
Si voltò e, lento, a testa bassa e osservandosi le pantofole, tornò su per le scale. I suoi passi risultavano però instabili, dovette reggersi allo scorrimano di legno che scricchiolava ad intermittenza, così pressato dal suo peso.
Una volta ritornato nella sua stanza, recuperò nella cabina armadio la grossa valigia nera e cominciò a riversarvi dentro tutto quello che, così su due piedi, valutò necessario per poter trascorrere qualche giorno fuori casa.
Avrebbe chiesto aiuto a Sandrino, ormai era ridotto al lastrico e non avrebbe potuto permettersi un hotel, nemmeno per una notte sola.
Quando il bagaglio fu richiuso lo trascinò fuori dalla stanza e a fatica, poi giù per le scale. Non riuscì nemmeno a trovare la forza di sollevarlo del tutto.
Sceso in salone percepì un lieve aroma di caffè che proveniva dalla cucina, ma si limitò a deglutire; rinunciò alla colazione, come per una sorta di rispetto nei confronti di Mirella, nonostante fosse certo che la moglie fosse uscita di casa dopo la sfuriata. Quelle urla così stridule gli risuonavano ancora nitide nelle orecchie, come se possedessero un potere magico e riecheggiassero stranamente all’infinito in quello che, fino a poco prima, era anche il suo soggiorno.
Quel litigio non aveva svegliato Daniele e Mauro preferì lasciarlo riposare. Gli avrebbe telefonato nel pomeriggio e raccontato una consueta frottola, una qualunque, che riuscisse a giustificare la sua temporanea assenza; un incontro di lavoro all’estero? Sì, poteva andare bene.
Aggirando il tavolone tondo del salone, notò uno strano rettangolo di cartone bianco appoggiato sulla tovaglia. Si avvicinò piano, con estrema diffidenza. Allungò una mano per poterlo afferrare, ma dovette rendersi conto di essere in preda a un generale tremolio. Aveva tutta l’aria di essere una fotografia. Forse sua, con Natasha?
Tutto il sangue che ancora riusciva a circolare nel suo corpo si raggelò all’improvviso; i sospetti divennero poi certezza nel sorprendersi ritratto proprio con lei, in un’espressione davvero stupida, nudo, al di sotto delle coperte e proprio accanto a quelle grandi e magnifiche tette.
Quella mattina, durante il tragitto che lo separava dall’ufficio, non si specchiò nemmeno una volta nel retrovisore e la città di Sondrio gli apparì ancora più deserta.

Sandrino passeggiava avanti e indietro per il parcheggio dell’azienda accendendosi già la quarta sigaretta. Appariva nervoso, e rilasciava con boccate rumorose delle ampie nuvole di fumo biancastre.
Attendeva impaziente la vettura di Mauro, assai preoccupato. Quella mattinata avrebbe potuto rivelarsi risolutiva ai fini della vicenda, tuttavia, affrontarlo non sarebbe stato facile. Lanciò a terra il mozzicone consumato troppo di fretta, avendo cura di frantumarlo sotto la suola delle sue Clarks beige.
Era quasi certo che Mirella avesse ormai trovato quella fotografia. La sera precedente, prima di recarsi al casinò, aveva ricevuto la conferma telefonica di Natasha: era già stata imbucata, come da piani, nella cassetta portalettere della villa.

AMNESIA: ALICE, NONNA GIULIA E SARA.

Giulia udì dei passi echeggiare sordi nella scala esterna della palazzina. Si rese conto di essere rimasta per molto tempo così, del tutto immobile, immersa nei suoi pensieri e sostenuta in quella posizione dagli stipiti della finestra.
Lanciò quindi un rapido colpo d’occhio all’orologio della cucina: le dieci, era trascorsa circa un’ora.
Azzardò qualche passo soffermandosi in un punto del salone dove le fosse concessa la vista della porta d’entrata. La maniglia si abbassò. Nessuno aveva richiuso a chiave. Alice varcò la soglia a testa bassa.
“Mi hai fatto preoccupare!”, esclamò d’istinto la nonna che, suo malgrado, non ricevette nessuna risposta.
Alice non si sfilò nemmeno le scarpe, si limitò con un calcetto a scostare le pantofole rosa che trovò dinanzi a sé, ribattendole sul lato della stanza e accanto al muro, con un gesto di stizza.
Senza curarsi della nonna si diresse accanto a una mensola che era affrancata alla parete del soggiorno. Nonna Giulia la osservò mentre vi riappoggiava un telefonino mai visto prima e, cercando di mantenere un tono pacato, la rimproverò: ”dove sei stata? Non eravamo d’accordo che non avresti lasciato l’appartamento senza informarmi?”
Ma fu ancora silenzio.
“Alice! Mi rispondi per cortesia?”, continuò severa la nonna, senza nascondere l’irritazione.
Finalmente la ragazza le rivolse l’attenzione. Si voltò lentamente, i loro sguardi si incontrarono e Giulia, già dubbiosa, ricevette dagli occhi di Alice la conferma che stava aspettando.
“Sara! Dovevo immaginarmelo.”, si lasciò sfuggire d’istinto la nonna, per nulla dispiaciuta. Anzi, si commosse e cercò subito un angolo del divano sul quale potersi sedere, come in preda a un evidente mancamento.
“Quanto tempo è trascorso Sara? L’ultima volta che ci parlammo fu circa un anno fa, quando venisti da me in cerca di informazioni su Mauro, ricordi? Ti raccontai del suo trasferimento a Sondrio e tu mi implorasti di essere chiara, di svelarti ogni particolare, ogni dettaglio. Oh cara! Avresti potuto farti viva prima, avrei tanto voluto sapere. Ho vissuto nell’oscurità per tutto questo tempo, nell’incertezza. Sapessi quanto io aneli a distruggere quel verme!”
“Nonna, tranquilla, ci sta pensando la tua adorata nipotina Sara!”, e sul viso della ragazza si disegnò un sorriso del tutto differente da quello di Alice, gli angoli della bocca apparirono più inarcati rendendolo quasi sadico.
“Sai, ogni volta che dal mio videocitofono scorgevo il vostro volto, mi auguravo fossi tu. E invece si trattava sempre e solo diAlice, della dolce Alice. Ma io avrei preferito sapere, avrei voluto te, te mia cara. E tutte le volte che mi trattenevo con lei, speravo invano che tu potessi riemergere, ma ciò non accadeva mai. Credevo che tu fossi scomparsa e cominciavo a preoccuparmi. Temevo che fossi stata assorbita da Alice, di non rivederti mai più.”
“Nonna! Questo non è possibile. Sono io la più forte, lo sai. Quando ho desiderato apparire, ci sono sempre riuscita, sempre! E ho fatto tutto ciò che dovevo. Tranquilla!”
“Avresti dovuto venire a trovarmi Sara, almeno una volta. Aspettavo di poter sentire con le mie orecchie che quello schifo di uomo fosse finalmente ridotto in rovina.”
“Adesso lo è nonna. Stai serena. E’ stato difficile, è servito molto tempo, ma ora finalmente siamo alla fine, ed eccomi! Sono arrivata proprio per metterti al corrente.”
“Alice mi ha confidato che durante le sue “amnesie” frequenta un uomo, di Sondrio. Chi è Sara? Tu lo sai?”
“Sì nonna. Il suo nome è Sandro e ci sta aiutando, anzi, diciamo che si sta occupando lui di ogni cosa. E’ intelligente, scaltro e molto ferrato in economia, è un gran persuasore ed è follemente innamorato di me. E’ disposto davvero a tutto pur di potermi frequentare regolarmente.”
“Bravissima la mia bambina! Oh quanto mi sei mancata. Tua sorella è così fragile… è delicata, debole, anzi, a volte mi sfinisce; e per quanto lei sia adorabile, io preferisco il tuo carattere. Alice lo ha perdonato, si è fatta scivolare addosso tutto. Ma come è possibile? Vive nella perenne accettazione di tutti i suoi problemi, non sa reagire e soccombe. E’ rassegnata. Non sarà mai felice. Mai. Noi invece desideriamo almeno provare ad esserlo, non è vero?”
Sara raggiunse la nonna accomodandosi accanto a lei, sul divano e poggiandole una mano sul suo fragile ginocchio.
“Raccontami ancora del parto, ti prego nonna. Ne ho bisogno.”, e lasciò ricadere all’inditro la schiena, sprofondandola dentro al morbido schienale in alcantara. Socchiuse gli occhi, in attesa.
La nonna, con un filo di voce, cominciò a narrarle quella storia che, suo malgrado, era costretta a ripeterle quasi ogni volta.
“Rilassati, rilassati cara e ascolta: quel giorno, la mia bellissima figlia, fu sottoposta al parto cesareo. Sette mesi di gravidanza, né un giorno più, né un giorno meno. Si conosceva benissimo il grosso problema al quale andava incontro e che andava affrontato tempestivamente.
Eravate uguali, due bellissime gemelle monozigote. Eravate unite, come sai bene, tramite il bacino. Non sai quante volte ho sofferto Sara, osservando in Alice quella grossa cicatrice… ho sempre desiderato stringervi insieme, entrambe, avervi accanto. Siete speciali Sara, tutte e due. Poche settimane dopo tentarono di separarvi. Ci avevano rassicurato dichiarando che gli organi vitali erano tutti al loro posto e che l’intervento avrebbe avuto parecchie probabilità di riuscita. Ma subentrò quella dannata e improvvisa scoperta, mentre eravate già in sala operatoria. Alla neonata di destra fu riscontrata una malformazione congenita al cuore, poté dunque sopravvivere solo Alice. Ma la vostra unione era ormai già scritta, nel grande libro del destino: sareste esistite comunque tutte e due! Così salutammo quel corpicino meraviglioso, pochi giorni dopo. Fu uno strazio pensare di averlo perso per sempre. Ma poter ritrovare Sara, dentro Alice, fu una rivelazione sensazionale, restammo sbalorditi e increduli quando, dopo i primi mesi di vita della piccola Alice, Sara fece la sua prima comparsa, o meglio, ci accorgemmo dell’esistenza di Sara. Della tua esistenza amore mio! Persino vostra madre, che inizialmente faticò ad accettare l’accaduto, alla fine se ne convinse e ne gioì con tutta se stessa: avrebbe potuto riavervi tutte e due e…certo: a una condizione davvero particolare, ma fu all’ennesimo cielo per aver ritrovato anche l’altra figlia Sara! Cerca di immaginare che sollievo enorme possa essere stato per lei! ”
“Nonna… ti voglio bene! E per quanto possa dispiacermi per Alice, questo corpo è mio. Lei ha già sprecato buona parte della sua esistenza, non è in grado di riscattarci, è fragile. Nonostante combatta senza tregua per riuscire a trattenersi in questa carne, questo posto spetta a me! Quando saprò Mauro distrutto troverò la forza per appropriarmene, una volta per tutte. Sarai dispiaciuta nonna? Ti mancherà? Non tornerà più, lo sai vero?”
“… Sì, lo so. Non posso negare che ne soffrirò, ma Sara, io non potrò vivere ancora a lungo e nessuno potrebbe badare ancora a lei. Per questo ho scelto te. Non credere che io non abbia dovuto ragionarci parecchio, il dolore mi ha annientato più volte e, nel corso di questi lunghissimi anni, non c’è stato un solo giorno, una sola ora, nella quale mi sia potuta esonerare dal dover meditare su questo dilemma. E non è stato certo facile scegliere. Alice: così amorevole, sempre presente, sempre bisognosa di aiuto. Dolce e delicata, gentile, buona. Ma non avrebbe mai potuto farcela ad andare avanti senza di me. Ora devi subentrare tu cara Sara, e devi vivere anche per lei. E sappi che ti amo esattamente quanto amo Alice. Vi amo tutte e due!”
Gli occhi della nonna si colmarono di lacrime. Si abbassò tremolante gli spessi occhiali neri e li asciugò con la manica della vestaglia.
Sara, viceversa, non riuscì a commuoversi, tuttavia, a modo suo, cercò di consolare la nonna:” ora mi tratterrò un bel po’ per sistemare la faccenda. Ti prometto che ti darò modo di salutare Alice e poi tornerò, per sempre. Pensavo di portarti con me, domani, a Sondrio. Raggiungeremo insieme Sandro. Gli ho appena telefonato, poco fa, quando ero fuori. Ti mostrerò Mauro del tutto distrutto nonna, finalmente ci siamo!”

AMNESIA 8.

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Cos’è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perso per sempre?   “Woody Allen”.

AMNESIA: SANDRINO.

“Pronto?”
“Ciao Sandrino, ho tanta voglia di vederti.”
“Sara, buongiorno a te. Mi pare che sia trascorsa già un’eternità dal nostro ultimo incontro.”
“Oggi, purtroppo, non riesco a raggiungerti e mi spiace. E’ già tanto che mi sia concessa questa telefonata. Mi farò però presto viva. Ora ho poco tempo, desideravo solo sentire la tua voce e sapere come va.”
“Amore, stasera mi vedrò con Mauro ma per te avrei comunque rimandato. Ah, ah, ah, l’ho convinto ad accompagnarmi al casinò e ha accettato. E se tutto procede secondo il mio pronostico, si ubriacherà e non poco, di certo non faticherà a perdere persino gli ultimi risparmi.”
“ Il lupo perde il pelo ma non il vizio, eh? Tanto peggio per lui, e se lo merita.”
“Già, e c’è anche dell’altro, senti qua: poco fa mi ha telefonato Natasha, e… tieniti forte: abbiamo la foto, finalmente!”
“Ma tesoro, è fantastico! Quando ci incontreremo saprò ringraziarti come si conviene. Tra poco, quello stronzo andrà in completa rovina, e io finalmente sarò libera, saremo entrambi liberi di frequentarci, di vivere insieme. Avremo una vita tutta nostra e, forse, io riuscirò ad essere davvero me stessa e potrò sentirmi anche un po’ felice. Sarà magnifico Sandro, vedrai.”
“Ti amo tanto Sara. Quando pensi di raggiungermi? Ho tanta voglia di te.”, biascicò Sandro.
“Sandro, tesoro, presto. Sento che sarà presto. Non appena riuscirò a prendermi più tempo, farò il possibile, okay?”
“Le mie giornate senza te, sembrano infinite.”
“Sandro, lo so. Devi avere ancora un po’ di pazienza.”
“Non vedo l’ora. E devi farcela, devi lottare con lei. Tu sei la migliore. E’ sempre stato così, sin dall’inizio. Hai solo avuto sfortuna, il destino, con te, non è stato clemente.”
“ Già, ma non è così facile, comprendo di essere a buon punto, tuttavia lei resiste, si oppone. E’ determinata, cocciuta e più forte di quanto immaginavo. Non vuole cedere, nonostante tutto. Quella non si lascia abbattere tanto facilmente, per farla tacere, e una volta per tutte, mi occorre più sicurezza, ho bisogno di una motivazione più forte. Se soltanto potessi saperlo finalmente distrutto… penso che potrei essere in grado di farcela, e per sempre.”
“La avrai, la avrai quella soddisfazione, manca davvero poco, stai tranquilla.”
“Sei unico, tesoro mio.”
“Grazie. E Sara, ricorda che ti amo.”
“Anch’io, lo sai vero? Dammi solo qualche giorno e presto sarò da te.“
“Va bene e sappi che nel frattempo ti penserò tantissimo.”
“Buona giornata tesoro, ora devo proprio rientrare.”
“Ecco, un bacio, per te.”

AMNESIA: A CASA DI ALICE.

Nonna Giulia indietreggiò il morbido piumone. Si stiracchiò percependo vari e diffusi dolori alle articolazioni. Ormai non le restava che accettare quell’artrite, doveva convivere con lei ogni giorno e trovare la forza per reagire ,soprattutto al risveglio. Le fitte, che seguivano ad ogni movimento così improvvise e lancinanti e che aveva del tutto taciuto ad Alice, le ricordavano puntuali di essere divenuta ormai vecchia. Per quanto avrebbe ancora potuto badare alla sua adorata nipote? Quanto ancora avrebbe potuto resistere alla vita?
Mentre le si insinuarono nella mente quei torbidi pensieri, allungò un braccio afferrando gli occhiali neri che, prima di coricarsi, aveva posato sul comodino. Facendo leva con i gomiti si sollevò lenta a sedere, restando poi qualche minuto così, a osservarsi attorno.
La luce del giorno filtrava dalle fessure delle persiane creando luminosi riflessi e ombre che vibravano lievi e dai quali si lasciò trasportare in quello stato d’animo, non ancora del tutto desta. E quei primi risvegli in una stanza per certi versi estranea, dentro casa di sua nipote, parevano creare una specie di ponte temporale con il passato. Le rinvenivano, uno dopo l’altro, una miriade di ricordi forti, così tanto nitidi, che le donavano l’impressione di venir rivissuti nella loro interezza, come nella realtà e in ogni minimo dettaglio.

Visualizzò il suo confortevole appartamento di Pavia nel quale abitava con Alice, la sua bella bambina. Nonostante provasse anche una buona dose di malinconia relativa ad alcuni momenti gioiosi trascorsi insieme, le sovvennero anche tutte le amnesie alle quali aveva dovuto assistere, una per una. Si ricordò delle tante volte in cui, mentre erano intente a chiacchierare o giocare, Alice si estraniava divenendo del tutto assente, all’improvviso. Immobilizzandosi restava come in “tilt” per qualche secondo dopodiché soleva sgranare gli occhi, fissare il vuoto per mutare nel breve spazio di un attimo la sua espressione. Quella rapida metamorfosi era in grado di trasfigurarle il volto, assottigliandone e distorcendone addirittura ogni singolo lineamento. E osservandola così, in quello stato, Giulia avrebbe potuto tenere il conto delle più piccole vibrazioni di ogni suo muscolo, delle sue minime contrazioni o dei più leggeri suoi spasmi.
Alice, in quei particolari momenti, poteva compiere azioni del tutto inconsuete, come mangiare una banana (che altrimenti avrebbe detestato) o disegnare. La “Alice cosciente”, viceversa, avrebbe certamente odiato quel noioso passatempo e non avrebbe mai abbozzato per diletto una sola e solitaria traccia di matita sopra un foglio bianco.
Quelle amnesie, ancora acerbe rispetto al presente e anche meno invasive, potevano raggiungere al massimo la durata di mezz’ora; tuttavia, quel lasso di tempo, poteva rivelarsi più che sufficiente per permettere ad Alice di strabiliare Giulia.
Spesso e volentieri, come in uno stato di trance, realizzava dei ritratti, dei volti di bambine sempre molto rassomiglianti tra loro, paffute e con gli occhi talmente grandi da dare l’impressione di essere sproporzionati e arricchite da svariati particolari che erano stati tracciati più che minuziosamente, con un tratto a lei estraneo, più marcato, esperto e sicuro.
In altre occasioni Alice pareva invece colpita da una specie di sonnambulismo e non era raro contemplarla in un vagare senza senso tra le stanze di casa, in uno stato di relativa agitazione e, sebbene fosse in grado di rispondere in maniera reattiva ad ogni stimolo, ad ogni comando, la sua reazione non era prevedibile, in quelle occasioni poteva mostrarsi aggressiva, soltanto nervosa o addirittura depressa.
Altre volte ancora, invece, pareva addirittura catapultata in un mondo parallelo, come se, all’improvviso, fosse divenuta un fantasma. E persino la sua carnagione sapeva mutare colorito. Le sue gote, che solitamente erano rosee e lucide, sbiancavano all’improvviso come se fossero state ricoperte da uno strato di gesso o magari tramutate in cera. Durante quel lungo periodo di convivenza, Giulia si impegnò persino nello studiare quella rara malattia, cercò di intraprendere a suo modo ogni sorta di indagini, valutò accuratamente ogni reazione di Alice durante quei momenti di totale oscurità ma, alla fine, non le rimase che accettare. Dovette sforzarsi di metabolizzare. Ogni tratto del carattere della piccola e ogni sua emozione, subivano in quelle occasioni un cambiamento radicale e profondo.

Poi, così come tutto cominciava, tutto giungeva anche ad una fine. Dopo qualche secondo di confusione e di immobilità, Alice ritornava alla consuetudine, alla normalità, sebbene di quei momenti, ogni volta, non ricordasse proprio nulla.

Nonna Giulia si decise ad affrontare il problema. Alice stava per compiere soltanto sei anni.
Un pomeriggio, accomodandosi sullo sgabello accanto al camino, depose due noci sul piano di granito che gli sporgeva dinanzi e la desiderò accanto a sé.
Emise il solito richiamo, un fischio che, per la verità, era più simile ad un sibilo di aria costretta alla fuga da un passaggio forzato e impervio, tra lingua e denti.
Alice accorse subito da lei, sdraiandosi sul quel morbido e adorato tappeto bordeaux, agitando le vispe gambette sottili sotto la sua gonnellina scozzese e giocando con la grossa spilla da balia che vi era stata affrancata e che aveva il compito di tenerne più chiusi i lembi.
La nonna sorrise, le carezzò i capelli perdendosi lungo il solito percorso, su per la nuca in cerca della cicatrice e, trattenendo a stento ogni emozione, esordì presto con il difficile discorso, optando per la totale sincerità.
Quel grave problema non poteva più essere celato, ignorarlo ulteriormente sarebbe riusultato pericoloso, soprattutto per Alice.
“Alice, ma che bella bambolina… ora stai diventando grande e la nonna desidera parlarti. E’ importante. Ti ricordi quando siamo state alla clinica?”
“Si nonna, certo che mi ricordo!”, rispose la piccolina, accennando diverse volte di sì con la testa e assumendo un’espressione seria, ma più per gioco.
Nonna Giulia tirò un bel sospiro e continuò, molto dolcemente: “ecco cara. Bene. Guarda queste noci che qualche minuto fa ho posato qui.”
La piccola sgranò un poco i suoi occhi già grandi e fissò quei frutti che nonna stava un poco spingendo con l’indice affinché riuscissero a dondolare leggermente.
“Tu cosa vedi?”, le domandò la nonna.
“Due noci che vanno sull’altalena.”
“Benissimo Alice, benissimo! Le noci sono vicine tra loro, e si muovono. Prendile in mano!”
“Tutte e due?”, rispose divertita la bimbetta.
Alice allungò le sue piccole e pallide manine afferrando quei frutti legnosi. Sorridendo li soppesò per qualche istante e poi esclamò quasi gridando: “ma nonnina! Una noce è piena, l’altra è vuota!”, poi, osservandola con nuova attenzione, e ridendo, aggiunse: “ma nonna! L’hai incollata tu!” E la sua vocina acuta e allegra risuonò per tutto il salone.
Giulia appoggiò le sue mani sopra quelle di Alice e, attraverso una leggera pressione, la obbligò a serrare quei frutti fin troppo grandi dentro ai suoi pugni, assicurandosi che li potessero avvolgere ben stretti. Poi aggiunse:” tu, piccola, sei come la noce piena. Come tutti, sotto alla tua pelle e dentro la tua testa, sono contenute un sacco di cose. Tuttavia, a volte, tu puoi somigliare anche alla noce vuota. Anche se il tuo guscio è lo stesso, capita che ti dimentichi di ciò che senti dentro. Prova a sbattere la noce piena, lo senti il rumore? Tuttavia continui a muoverti. Poco fa, quelle noci dondolavano tutte e due, ricordi? Ti sembravano identiche tra loro ma, solo reggendole in mano, hai potuto scoprirne la differenza.”
“Nonna, allora io mi svuoto?”, domandò Alice pensierosa e forse un po’ preoccupata, schiudendo la mano che conteneva la noce più leggera e mantenendo lo sguardo su di essa, quasi incredula.
“Sì Alice, ogni tanto ti svuoti. Ti svuoti da ciò che provi ma non da ciò che sei, e compi delle azioni. Quando poi torni ad essere piena, non ti ricordi che sei stata anche vuota.”
“Quindi io dondolo quando sono vuota?”
“Sì Alice, più o meno. Ti muovi, disegni, mangi, cammini. Dobbiamo continuare a frequentare le cliniche e i loro dottori, affinché tu possa diventare un bel frutto pieno. Hai capito cara?”, la nonna distolse lo sguardo che diventò mesto, all’improvviso.
“Ho capito nonna. Mi sono simpatiche le noci. Guarda! Anche loro hanno le cicatrici. Posso tenerle per sempre nella mia stanza?”
“Certo. Vieni qui, abbraccia la tua nonna, su, da brava!”, Giulia strinse forte al suo petto la vispa bambinetta che, cercando di divincolarsi da quella presa un po’ troppo stretta, finì col scivolarle presto fuori dalle braccia, scomparendo poi saltellante, dietro alla porta semichiusa della sua stanzetta.

Nonna Giulia pensò che fosse giunto il momento di abbandonare il letto. Quei ricordi le erano sovvenuti così prepotenti, rattristandola ancora di più e quasi immobilizzandola. Doveva farsi forza. Aveva un’importante missione da svolgere, doveva badare ad Alice e non poteva certo permettersi di oziare così, a lungo.
Cercando di ignorare il male diffuso tra le sue ossa indossò la vestaglia di flanella che attendeva bene appesa sul piccolo attaccapanni adesivo appiccicato alla porta della stanza e si diresse in cucina. L’appartamento pareva troppo silenzioso. Chiamò la nipote, più volte e a voce alta. Non giunse alcuna risposta. Ispezionò la camera da letto e si assicurò che il bagno fosse vuoto, dopodiché la chiamò di nuovo e ancora senza risultato ma, tornando in cucina e voltando lo sguardo, notò le pantofole rosa che Alice era solita calzare in casa, abbandonate in qualche maniera, proprio accanto all’uscio.
Alice era certamente fuori.
Lanciò un’occhiata all’orologio che segnava le nove.
Nonna Giulia fu accolta da un cupo sentore. Si rimproverò per quel risveglio troppo lento, per essersela presa con eccessiva calma. Alice avrebbe potuto essere in balia dell’ennesima crisi e chissà dove. Alice aveva confidato in lei, aveva bisogno di lei. Si sentì mortificata.
Non consumò nemmeno la colazione, restò solo immobile ad osservare dalla finestra quell’ennesima mattinata di bel tempo, ventosa e certamente fredda. Si ipnotizzò nel consueto via vai frenetico della città. Si lasciò trasportare da quel continuo scorrere dei passanti milanesi lungo le vie asfaltate e li osservava soffocare tra palazzi di cemento e tristi muraglie grigie.
E con lo sguardo fisso nel vuoto si sentì montare un senso di totale impotenza che si tramutò presto in forte rabbia. E Mauro era la causa di tutto.
Raggelò per ciò che riuscì a pensare negli attimi che seguirono. Si strinse nelle spalle, fu percorsa da un profondo brivido.

AMNESIA 7.

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Remiamo barche controcorrente risospinti senza sosta nel passato. “F.S.Fitzgerald”

AMNESIA: MAURO.

Quando giaceva così, con la pelle nuda che strisciava sopra dell’altra pelle nuda, si percepiva vivo, desiderato, coccolato. Il suo non era amore, ma bisogno. Bisogno di ritrovare un “se stesso”, da troppo tempo dimenticato e trattenuto, era bisogno di sfuggire dalla solita noia che sempre, tra i muri di casa, lo attanagliava senza tregua e ben stretto alla gola. Mauro era conscio di non sapere amare davvero. Prese la decisione di sposare Mirella solo perché, in quel momento difficile della sua vita, si era dimostrata un valido appoggio; aveva saputo infondergli il necessario conforto, e Mauro, in quello stato d’animo, si era illuso di provare del vero amore nei suoi confronti. In realtà si era dovuto sforzare per ignorare il suo innato egoismo, il suo noto narcisismo e quella sua spiccata necessità di emozioni forti, di novità. Aveva sbagliato e sbagliato di grosso, ma la sicurezza economica che Mirella avrebbe potuto garantirgli, quel tetto lussuoso e confortevole e la possibilità di accontentare ogni suo capriccio, lo trattenevano tutt’ora saldamente ancorato a quella situazione. Non aveva scelta, non gli pareva potesse esistere nessun’altra soluzione altrettanto conveniente o nessun’altra mossa astuta da fare. Non gli rimaneva proprio nulla, nessuna alternativa.

Natasha ondeggiava sopra di lui mordendosi il labbro inferiore, gemendo e ansimando nella camera di un lussuoso agriturismo in un borgo collocato a pochi chilometri da Sondrio e abilmente incastonato nel verde della campagna, adiacente alle montagne ancora innevate.
Mauro, già brillo e un po’ intontito ma su di giri, tratteneva le sue mani sopra i suoi fianchi sottili e con gli occhi ben aperti era come ipnotizzato dal seno di Natasha che sussultava pieno, in un moto quasi circolare. Si lasciava cavalcare con il suo tipico, ritmato entusiasmo. Si crogiolava là sotto, desiderato, preteso, anelato.
Natasha adorava l’esibizione. Sapeva di essere bella, di possedere un corpo perfetto e questo suo aspetto caratteriale, questa sua sicurezza, estasiava Mauro.
Mirella, al contrario, si era sempre dimostrata pudica, silenziosa, arrendevole. I loro incontri amorosi si erano presto diradati fino a divenire un obbligo settimanale, poi addirittura mensile. Mauro doveva fingere, non si percepiva minimamente coinvolto e, con tutta probabilità, la stessa sensazione era avvertita anche da Mirella, che al sesso, ormai, pareva non dare più alcuna importanza. Mauro doveva svolgere quel faticoso compito, il suo dovere sessuale e coniugale “da copione”, soltanto per assicurarsi una sorta di credibilità e poter così evitare il sorgere di ogni possibile sospetto da parte di Mirella, che, peraltro, non dava l’impressione di poterlo tradire, e pareva essere divenuta piuttosto frigida.

“Ti piace?”, sussurrò giocosa Natasha, arrestandosi per qualche secondo e cingendo il mento di Mauro nel palmo della mano per tentare di sollevargli il viso, in cerca di uno sguardo.
Mauro, obbligato, la osservò in silenzio. Certo, gli piaceva. Chiunque avrebbe goduto nell’essere posseduto in maniera così esperta da una tale bella donna, ancora piuttosto giovane e dotata di tanta esperienza.
I capelli lunghi e biondi di Natasha le ricadevano sciolti sui capezzoli grandi e rosei, gli zigomi marcati incorniciavano un viso sottile, fine e ben fatto e sulle labbra carnose erano rimaste rare scie ormai consumate di un rossetto rosso abilmente abbinato allo smalto lucido che le ricopriva le unghie.
Natasha, discendendo piano dal mento, trascinò l’indice lungo tutto il busto nudo di Mauro, prima soffermandosi attorno all’ombelico e poi, giocando tra i suoi peli, scendendo più giù e appoggiando la sua bocca proprio lì.
Lo sentiva contrarsi sotto di lei e tendere le gambe mentre i suoi gesti venivano accompagnati dal suo respiro sincopato.
Appena si risollevò, domandò di nuovo e con un tono di voce roco e più forte: ” Mauro, ti è piaciuto?”
Mauro le afferrò per le spalle, avvicinandola a sé e baciandola con fervore e passione.
Natasha riprese poi a cavalcarlo con foga, molto veloce e a fondo, finché Mauro non fu invaso da un’ondata di calore: percepì tutta la beatitudine del suo membro, che pareva dover scoppiare e che gli pulsava feroce.
Quando l’amplesso fu esaurito, Natasha gli si distese accanto e, allungando una mano sul vicino comodino, afferrò il suo telefono.
“Tesoro, lo sai che non ho nemmeno una nostra foto?”, si lamentò, mugugnando, capricciosa, con il caratteristico e marcato accento russo che le conferiva un fascino del tutto particolare.
“No, niente foto per favore.”, rispose un po’ seccato Mauro.
“Dai, soltanto una, sai… per quando mi manchi.”, supplicò Natasha morsicandogli il lobo dell’orecchio.
Mauro sospirò e si accomodò i capelli con il solito gesto ossessivo e, osservando il piccolo schermo dello Smartphone che Natasha aveva prontamente sollevato a mezz’aria, abbozzò uno dei suoi migliori sorrisi. Natasha si avvicinò al suo volto, in un “guancia a guancia”, e catturò rapida quell’attimo memorabile attraverso un paio di scatti.
Scivolò quindi fuori dalle coperte dove fu assalita dall’aria particolarmente fresca della camera, percependo addosso a sé lo sguardo di Mauro, che non si scollava dal suo corpo tonico che serpeggiava per tutta la stanza. Si diresse ad un vicino tavolino sul quale, accanto ai rispettivi bicchieri, giacevano un’ottima bottiglia di Ferrari e una di whisky. Natasha versò sorridente gli alcolici, con stile ed eleganza e impartì un brindisi a Mauro, che, nel frattempo, si era seduto sul letto con la schiena poggiata alla gelida testata in ferro battuto.
“Brindiamo!”, esclamò lei, con allegria, visibilmente soddisfatta.
“A noi.”, rispose un po’ titubante e sotto tono Mauro, trangugiando tutto d’un sorso quel liquido denso, dorato e reso scintillante dalla plafoniera appesa al centro della stanza.
Continuando a chiacchierare simpaticamente, facendo la spola tra il letto e il tavolino, Natasha riuscì a vuotare presto ambedue le bottiglie mentre Mauro rideva sguaiato e ostentava battute ormai senza senso.

AMNESIA: A CASA DI ALICE.

Nonna Giulia era alle prese con il suo bagaglio. Aveva occupato la stanza degli ospiti ed era impegnata a sistemare la sua biancheria, che, sempre profumava di buono, in un cassettone semivuoto della credenza.
Alice la osservava in piedi, sulla porta. Pensò a tutto il bene che provava per quella donnina, così esile e grintosa ma, nel contempo, decisa e forte.
“Alice cara, cosa c’è da guardare?”
“No, niente nonna. Pensavo di prepararti un thè.”
“Volentieri cara! Ti ringrazio.”
Alice si diresse in cucina e nel cercare ovunque la seconda tazza da thè, si rese conto che la sua casa parlasse ormai di solitudine, d’altronde come tutta la sua vita.
Un isolamento voluto e di certo consolidato, dato che quella benedetta tazzina non volle apparire da nessuna parte. Così Alice ripensò al servizio per gli ospiti che mai aveva usato e che, con tutta probabilità, ancora giaceva nel grande armadio del salone più o meno dal giorno del trasloco, anni prima. Una volta aperta l’anta del mobile, notò che ogni cosa era stata ricoperta da un alto e spaventoso strato di polvere. Vi ritrovò alcune ceramiche e altri oggetti totalmente inutili o dei quali ne aveva dimenticato addirittura l’esistenza. Ecco finalmente le tazze! Erano sei, messe tutte in fila ad esibire la stampa ancora lucida di una rosa rossa. Mentre Alice tentò di afferrare uno di quei manici sottili e ricurvi, restò di stucco, con il braccio sospeso a mezz’aria e gli occhi sgranati, senza respiro.
Uno Smartphone, mai visto prima, era stato riposto dentro una di esse e, a ben guardare, sul ripiano assai impolverato, si potevano notare delle impronte digitali che erano rimaste impresse lievi su quella superficie.
Alice si pietrificò. Per tutta la mattinata aveva cercato il suo telefono ovunque, per tutta la casa e senza alcun risultato, e ora, dal nulla, ecco apparirne un altro nuovo, anzi, addirittura dava l’impressione di essere l’ultimo modello disponibile sul mercato.
Alice restò immobile per qualche minuto cercando di esaminare quelle impronte. Purtroppo non erano per nulla marcate ed erano già state ricoperte e offuscate da uno strato appena velato di nuova polvere.
Prima di trovare tutto il coraggio necessario nell’appropriarsi di quell’aggeggio, la assalirono mille domande alle quali, suo malgrado, non riuscì a dare nessuna risposta. Tuttavia una brutta sensazione, nulla di più, le fece realizzare che quel telefono avrebbe anche potuto in qualche modo appartenerle.
Le sue mani furono colte da un forte tremito mentre lo afferrò insicura e, ancora titubante, tentò di pigiarne il tasto di accensione.
Un Samsung. Non era scarico, tuttavia il cavo USB necessario avrebbe potuto essere compatibile con il suo.
L’ansia la assalì insieme all’agitazione. Forse in rubrica avrebbe trovato quel nome, il nome di quell’uomo. O magari dei messaggi, oppure chissà cos’altro.
Lo schermo, illuminandosi, smise di riflettere il suo volto impaurito.
Alice, con un lungo sospiro, racimolò tutto il coraggio necessario per proseguire in quell’ardua impresa, ma, con suo grande disappunto, fu bloccata da una richiesta del codice d’accesso. Effettuò tutti i possibili tentativi.
La password di quel telefono non le apparteneva e le risultava impossibile trovarla, così, su due piedi.
Si sarebbe potuta rivolgere a un centro specializzato che avrebbe potuto risolvere l’inconveniente, ma a suo rischio e pericolo. Meglio rifletterci su, con calma.
Alice voltò e rigirò quel telefono, lo osservò minuziosamente e in controluce, lo annusò persino.
Nulla, nessun indizio, nessuna traccia, nessun odore.
Ogni più strano pensiero si avvicendò nella sua mente, occupandola e causandole una forte agitazione.

“Alice, Alice! E’ pronto il thè? Vengo di là?”
“Un minuto nonna, scusa. Finisci pure! Ti avviso io.”
Alice riappoggiò il misterioso telefonino su una mensola affrancata abbastanza in alto sulla parete del soggiorno, afferrò dunque la grossa tazza dal mobile e tornò in cucina con gli occhi pieni di lacrime.
“Chi sono io? Chi sono?”, si domandò affranta con lo sguardo offuscato, vuoto e perso nell’acqua fumante che andava progressivamente agitandosi nel bollitore.

AMNESIA 6.

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Passi echeggiano nella memoria, lungo il corridoio che mai prendemmo, verso la porta che mai aprimmo. (T.S. Eliot)

AMNESIA: LA CONFESSIONE.

Nonna Giulia la attendeva proprio dinanzi all’ascensore del terzo piano, nella penombra, con le mani sui fianchi, i gomiti ripiegati all’esterno e il viso proteso in avanti. Sotto uno chignon del tutto bianco si sgranavano due occhietti vispi e azzurri nascosti dietro a un paio di occhialoni neri, dalla montatura spessa, che sormontavano un viso minuto e ancora grazioso.
“Come mai a quest’ora? Non passi mai a trovarmi di sera e non mi hai telefonato oggi. Ti ho chiamato tutto il pomeriggio ma risultavi irraggiungibile. Mi hai fatto preoccupare! Ma cos’è quella faccia? Cosa ti è successo?” La nonna si avvicinò ad Alice, le scostò i capelli dal viso accennandole un caldo sorriso.
“Nonna, giornataccia. Non ti ho risposto perché non ho con me il telefonino, forse l’ho perso o potrei averlo dimenticato a casa. Ora ti spiego”.
“Un’altra amnesia vero? Dai, andiamo dentro!”
Nonna Giulia richiuse la porta d’entrata alle loro spalle mentre Alice, come era solita fare, si lasciò ricadere sulla sedia a dondolo di vimini che era posta accanto al divano.
“Hai cenato? Cara, vuoi qualcosa?”
“Grazie, solo un bicchiere d’acqua.”
“Sicura?”
Alice non rispose. Con lo sguardo fisso alle grosse mattonelle in cotto beige, che pavimentavano la stanza, seguitava a dondolarsi piano, cercando di trovare le parole più appropriate per narrare alla nonna tutto l’accaduto evitando di turbarla più del necessario. Le dispiaceva dover recarle un’ulteriore preoccupazione ma sentiva il bisogno di sfogarsi con qualcuno, il suo segreto stava diventando ogni giorno più grave e pesante e da sola non ce l’avrebbe mai fatta.
Giulia intanto aveva lasciato il salone per rintanarsi nel piccolo cucinino dal quale giunse un rumoreggiare di credenze e di vetri. Riapparse con un vassoio sul quale era stato riposto un bicchiere ricolmo di acqua, alcuni cioccolatini e qualche biscotto.
“Grazie nonnina!”, esclamò Alice, afferrando il vassoio e cercando di esibire uno stralcio di sorriso.
La nonna trascinò una sedia ponendola proprio davanti alla ragazza e vi si accomodò.
“Dimmi cosa succede.”
“Succede che… nonna, ho scoperto che frequento un uomo durante le mie amnesie.”
“Cosa? E dovrebbe dispiacermi?”, la nonna sogghignò quasi soddisfatta e aggiungendo:” cara, sarei stata più contenta se questo fosse avvenuto coscientemente ma… non è poi una notizia così pessima, no?”
“Non è questo il punto. Sono inquieta, è una sensazione, un presentimento. Ho preso un treno, mi sono ritrovata a Tirano e tramite alcuni biglietti che ho ritrovato in tasca ho scoperto di aver compiuto una sosta di due ore, a Sondrio, dove mi sarei persino incontrata con quell’uomo e sai, secondo il barista di un locale, non è la prima volta che accade . Lui era abbastanza sicuro che ci frequentassimo già da tempo.
“ Respira Alice, calmati! Sei molto stressata e giudicando dal tuo viso anche molto stanca. Quello che mi riferisci è davvero singolare. Mi stai dicendo che durante ogni tua perdita di memoria saresti in grado di decidere dove recarti, chi incontrare e tutto il resto?”
“Or come ora, è ciò di cui son convinta.”
Alice percepì il suo stomaco contrarsi come fosse compresso da una morsa.
“Tutto si complica!”, denunciò la nonna soltanto dopo aver emesso qualche lento sospiro.
“Già!”, rispose ormai sfinita Alice.
“Hai detto Sondrio? Fammi pensare. Cosa diamine ti avrebbe condotto fin là? Io ho sempre pensato che durante le tue crisi vagassi a casaccio, senza una meta e senza motivazione. Ora dovrò ricredermi.”
Tra le due donne calò un’imbarazzante silenzio dentro al quale ognuna delle due si concesse una propria riflessione.
Poi, per prima, la nonna riaffrontò il discorso: “Forse è meglio che per un po’ mi trasferisca da te, potrei esserti d’aiuto, potrei monitorare le tue uscite e, come già accadde in passato, potrei controllare e poi riferire i tuoi comportamenti nel corso delle amnesie.
“Nonnina… hai sempre fatto tanto per me, troppo. Non mi va di chiederti anche questo.”
“Non mi hai chiesto proprio nulla. Sono stata io a proporlo. Cosa ne pensi? Non ti infastidirò, sarò solo una presenza vigile, utile e sulla quale potrai fare affidamento. Forse solo per qualche mese, insomma per il tempo che occorre, fino a che non riusciremo a venirne a capo.”
“Nonnina, non pensare neanche per un attimo di recarmi disturbo, anzi, sai cosa ti dico? Ne sarei felicissima. Ho ormai perso tutto il coraggio necessario per affrontare tutti questi problemi e non ho proprio voglia di stare sola. In questo periodo della mia vita ho di nuovo bisogno di te, di qualcuno che mi rincuori, che mi dia forza e supporto e che mi tranquillizzi. Te ne sarei grata. Certo che per te sarà un bell’impegno, dovrai lasciare per un po’ il tuo comodo appartamento. Sei sicura? Non sei più una ragazzina, insomma, potresti stancarti troppo…”.
“Piccola cara, non solo ne sono convinta, ne sarei proprio felice. Non ho più nessuno di caro a questo mondo e aiutarti è ormai l’unico scopo della mia vita.”
“Nonna ti voglio tanto bene!”, esclamò Alice, balzando in piedi dalla sedia che continuò a dondolare, per inerzia e scricchiolando e cinse in uno stretto abbraccio la sua nonna. Con una mano Giulia le accarezzò più volte la schiena incontrando i suoi morbidi e lunghi capelli, li lisciò più volte con il palmo della mano e infine, d’istinto, risalì sulla nuca, percependo di nuovo quella maledetta cicatrice. Notò che ormai risultava raggrinzita, in alcuni punti si era quasi riassorbita, tuttavia era possibile tastare ancora quel lungo sfregio nella sua interezza. Ogni volta che Giulia lo percepiva così, ergersi rigido sotto ai suoi polpastrelli, rimontava in lei una forte rabbia troppo prepotente. Anziché placarsi, al contrario di ciò che avrebbe sempre sperato, col passare del tempo quel rancore si era addirittura ingigantito a dismisura e, peggio, si era tramutato in vero odio. E come se ciò non bastasse, insieme all’ira tornava sempre l’immagine del corpo nudo di Alice, irrimediabilmente deturpato anche altrove, lungo il fianco, da un’altra testimonianza indelebile, quasi un simbolo. Un orribile marchio comparso alla nascita, un segno perenne di sofferenza e di mancanza che rendeva speciale la sua nipotina ma che, nel contempo, la condannava come in una dannata maledizione a dover portare per tutta la vita quel pesante fardello per il quale avrebbe dovuto riscattarsi ogni giorno e che le avrebbe reso quasi inaccessibile ogni sorta di felicità e le avrebbe negato persino la più vaga spensieratezza.
Giulia ritirò rapidamente la mano. “Il mio bagaglio sarà pronto domani, per mezzogiorno”, dichiarò secca. E cercando di addolcire il tono della voce aggiunse: ”Fortunatamente abitiamo caseggiati vicini, se mi scorderò di qualcosa non sarà certo un problema. Ti aspetterò a quell’ora.”
Alice socchiuse gli occhi cercando di trattenere delle lacrime che rappresentavano insieme commozione e tristezza. Nonna Giulia non sarebbe certo vissuta per sempre. E poi? Come se la sarebbe cavata senza di lei?

AMNESIA: IL PRANZO DI LAVORO.

Mauro si sollevò dalla sedia girevole della sua scrivania. Servendosi del palmo della mano si spolverò il suo completo grigio scuro nonostante non vi apparisse la benché minima traccia di polvere. L’ufficio era lucido come una pista di bowling e nell’aria aleggiava, impregnato ovunque e persino nei cassetti, un profumo ormai stantio di detergente alla lavanda. Si accostò alla finestra incorniciata da stipiti chiari e affacciata alla zona periferica e industriale della cittadina. I campi verdi erano di continuo violentati da modulari edifici squadrati e spigolosi di cemento, per lo più solo grigi e del tutto grezzi. Si rimirò nel riflesso dei vetri, che irradiati dal sole già perpendicolare di quel mezzogiorno, gli regalavano una doppia e distorta immagine di sé.
Si risistemò nervosamente il lungo ciuffo di capelli senza omettere di abbozzare qualche smorfia del tutto patetica. L’incontro con l’organizzatore della fiera si era risolto nel migliore dei modi e al di sopra di ogni aspettativa. Con orgoglio poteva dunque ritenersi archiviato. Un vero peccato che il rendiconto economico dell’attività non attraversasse il suo periodo migliore ma senz’altro aveva ragione Sandrino, avrebbe dovuto soltanto pazientare ed entro un breve periodo tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi. Dopotutto Il lavoro che, giorno dopo giorno, gli era commissionato, non era per nulla calato, anzi, al contrario, pareva in continuo incremento.
Con la mano sinistra Mauro diede una rapida sistemata ai tanti carteggi di cui si era occupato durante la mattinata e con l’altra pigiò il tastino del telefono interno, dichiarando con un tono austero: “Emma, esco per pranzo e non voglio essere disturbato. Sarò di ritorno alle 15.”
“D’accordo, non si preoccupi, sarà fatto. Buon appetito!”, Rispose la segretaria, dall’altra parte mentre in un eco la sua voce risuonava in perfetta stereofonia appena fuori dalla porta chiusa.
Senza infilarne le maniche adagiò soltanto il montgomery sulle spalle, come fosse un mantello, dirigendosi presto fuori dal caseggiato e senza degnare di uno sguardo nessuno, persino senza salutare, con passo deciso, lo sguardo alle scarpe nuove e parecchia fame.

Mauro varcò l’uscio del locale individuando subito Sandrino che lo attendeva al solito tavolo proprio dinanzi al bancone del self-service. Quell’esercizio era collocato al centro della piazza principale di Sondrio, un posticino discreto e in quella stagione poco frequentato. I turisti, dopo l’assalto invernale, avrebbero invaso la cittadina solo per qualche giorno prima di Pasqua e in seguito più a lungo con l’arrivo dell’estate. Gli ultimi mesi dell’inverno, ancora freddi, rendevano Sondrio silenziosa, quasi abbandonata a sé stessa, più intima, sebbene un po’ di traffico nelle ore di punta non si facesse certo desiderare nemmeno in quel banale lunedì. E proprio a causa di questo Mauro aveva faticato come sempre nel trovare un parcheggio vicino e se ne lamentò con Sandrino.
“Mai una volta che lo trovo qui davanti! Neanche fossimo a Milano.”
“Ah, ah, ah, guarda dove è la mia!” Sandrino indicò con l’indice teso la sua auto, un Suv rosso, ben visibile oltre la larga vetrata del locale, ovviamente e come sempre parcheggiato a pochi passi di distanza, appena al di là delle strisce pedonali.
“Il solito fortunato!”
“Già. A proposito, ti volevo chiedere se ti va di accompagnarmi al casinò.
“Quando? Dove?”
“Campione! Domani sera.”
“Non sarebbe meglio evitare di sprecare danaro Sandrino? Proprio in questo periodo… e poi, e poi lo sai che mi faccio prendere. Il gioco mi prende, l’alcol mi prende, le donne mi prendono… ormai dovresti sapere come sono io. No?”
“Certo. E tu sai come sono io. Se dovessimo perdere oltre lo stabilito sarei il primo a convincerti di lasciare il tavolo. Ti fidi di me, o no? Suvvia, ci divertiremo, e chissà mai… per una volta potremmo anche vincere una bella sommetta che magari ci possa permettere di saldare qualche noioso debituccio. Ascolta il tuo saggio amico! Dai, andiamoci! Così, tanto per svagarci un po’.”
E Sandrino sorrise rilasciando un buffetto sulla spalla di Mauro.
Mauro si riservò di rifletterci su. Aveva ripreso a bere, a pieno ritmo. Per fortuna limitandosi più che altro alla sera, ma sapeva bene quanta fatica era servita per smettere, anni prima. E aveva già dovuto rimangiarsi quella promessa che fece a se stesso prima che a Mirella.
Rimase quindi in silenzio per qualche istante e poi, mutando espressione e con un tono di voce risoluto e nell’intento di cambiare argomento si rivolse all’amico: ” Riferiscimi dei tuoi incontri di stamattina. Come sono andati?”
“Direi bene, anzi, per la verità benissimo. Ho preso un altro appuntamento con la banca, dovremo poi andarci insieme, settimana prossima”, rispose essenziale Sandrino, sollevandosi dalla sedia con l’ovvia intenzione di dirigersi al buffet.
Mauro lo seguì, cambiando registro: “Non vedo l’ora di stasera. Ho proprio bisogno di un po’ di sano sesso. Sono parecchio stressato. Non sopporto più Mirella e in quella casa mi manca l’aria. Se riuscissi a fare un po’ di soldi scapperei subito a vivere in Brasile, altro che…”
Mentre i due scivolavano lungo il bancone che conteneva le più svariate pietanze, reggendo tra le mani i piatti ancora vuoti e tiepidi e appena prelevati da una pila assai pericolante poggiata ad una specie di credenza con le rotelle, Sandrino domandò: “E come va con quel portento di Natasha?”
“Sandro, che domande mi fai? Ovviamente bene. Mi svago con lei, mi diverto. A letto è una bomba, la adoro. E’ fantastica. Trascorriamo le migliori serate, sesso alcol e rock and roll. A volte usciamo e gironzoliamo per locali tutta la notte, adoro quando la gente ci osserva, è così disinibita… per la verità attira su di noi fin troppi sguardi. Spero che prima o poi questa storia non possa giungere alle orecchie di Mirella. Non ora. Sarebbe la fine. Kaputt. The end. La fine di tutti i giochi e non solo di quelli.”
“Ah, ah, ah, ma figurati. Mirella? Riservata e solitaria com’è… non da confidenza a nessuno, neanche a te a momenti, e da chi mai potrebbe venirlo a sapere?
“Ogni tanto ci penso Sandro, nella vita non si sa mai.”
“Hai decisamente bisogno di svago. Allora si fa domani sera, a Campione!”
“A che ora?”
“Alle 21?”
“Va bene. Ti aspetterò in ufficio, meglio fingere di lavorare. Non passerò neanche da casa con la scusa di aver perso già del tempo. Domani pomeriggio ho promesso di accompagnare Daniele all’esame della patente. ”
“Ok, ci troveremo lì. Ha già compiuto 18 anni? Gliene davo meno, in questo assomiglia al padre.”
Mauro gongolò per via di quella affermazione. Si sistemò di nuovo il suo bel ciuffo e si osservò intorno.
Soltanto qualche altro lavoratore in pausa e intento a consumare il suo pranzo, la consueta cameriera robusta, due anziane che masticavano faticosamente con le loro dentiere. Nulla degno di nota.
Tornarono al tavolo e consumarono il loro pranzo continuando a chiacchierare spensierati del più e del meno.
Seguì un altro comune pomeriggio di lavoro, più lento del solito e finalmente giunse anche la sera.