AMNESIA 2.

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“Abbi cura dei tuoi ricordi perché non potrai viverli di nuovo”. Bob Dylan.

AMNESIA: ANCORA IL PASSATO, UN PO’ DI FATTI.

La finestra di ferro e priva di tendaggi dava su uno spiazzo rettangolare delimitato da un cancello automatico con una sbarra. Si sollevava e si abbassava, si abbassava e si sollevava, mille volte al giorno, anche di notte.
Ad alcune vetture veniva concesso il permesso di accedere dentro al cortile mentre fuori dalla recinzione si poteva scorgere un pezzo di super strada sempre trafficata e un grosso parcheggio di cemento zeppo di auto che rilasciavano abbagli sotto i raggi del sole.
Alice gironzolava irrequieta nella sua stanza pensando alle sue coetanee che in quelle giornate stavano frequentando regolarmente la scuola, gli sport e i vari divertimenti mentre lei era segregata e confinata tra quattro muri lucidi e bianchi che ormai mettevano la nausea soltanto a guardarli. Le pareti erano spoglie e desolate, il letto freddo e rigido.
“Alice, è ora dell’elettroencefalogramma!” Un’infermiera bionda e riccia, avvolta in un lungo camice azzurro la chiamò arrestandosi sulla soglia. Reggeva una cartella clinica sulla quale stava apponendo dei segni con una penna a sfera nera. Le rivolse uno sguardo fugace e sorrise con un solo angolo della bocca.
Alice lanciò un’altra occhiata giù dalla finestra e poi si diresse dietro all’infermiera affiancandola nel corridoio.
“Quando potrò andare a casa?”
“Quando scopriremo come curarti, cara.”
“Sono stanca, mi annoio, sono qui da due mesi!.”
“Hai ragione tesoro ma devi resistere ancora un po’. E’ un sacrificio che stai compiendo per migliorare il resto della tua vita. Hai delle amnesie frequenti, lo sai vero? Le vogliamo monitorare o no? E’ nostro dovere trattenerti per capire se esiste un modo per prevenirle o almeno per renderle meno invasive. Ecco, ieri… ieri sera cosa hai fatto?”
“… Non me lo ricordo.”
“Te lo dico io allora! Sei uscita dalla tua stanza e sei scesa con l’ascensore a piano terra. Un ausiliario ti ha sorpresa mentre davi dei pugni alla porta di entrata della rianimazione. Ti ha poi riaccompagnato nella tua stanza ed è stato persino costretto a sedarti con un tranquillante perché urlavi e non ti riuscivi a calmare. Scommetto che non ti sei accorta di nulla!”
“Infatti.” Rispose Alice abbassando il volto e osservandosi le piccole mani pallide.
“Ecco dove sta il problema cara Alice. Ti devi curare. E la settimana scorsa è successa più o meno la stessa cosa. E adesso fai la brava, stai tranquilla e fidati di noi.”
Alice non pronunciò più una sola parola. Venne intimata a distendersi semi-nuda su una branda davvero scomoda e fu ricoperta come sempre da gel e ventose. Chiuse gli occhi riuscendo a trattenere le lacrime grazie a un solo pensiero: tra meno di una mezz’ora sarebbe stato orario di visita e finalmente avrebbe potuto riabbracciare sua nonna.

Nel corso della sua vita era stata ricoverata più volte e per mesi. Fu sottoposta ad ogni genere di esame, fu visitata dai migliori neurologi di tutta Italia e furono interpellati anche numerosi specialisti provenienti da ogni angolo d’Europa. Una volta fu valutata anche da un tizio, un certo genio giapponese, dal nome impronunciabile. Ma Alice intuiva che tutti quei dottori tenevano di più allo studio della malattia che alla sua guarigione. Si percepiva come una cavia da laboratorio. Erano tutti davvero interessati alle sue amnesie ma, da ciò che captava a sensazione o tramite le discussioni alle quali spesso assisteva, avrebbero desiderato localizzare in maniera più precisa quell’area difettosa del suo cervello. La massa cerebrale conservava una miriade di misteri irrisolti e il suo deficit cognitivo e quell’amnesia così strana e attiva, avrebbe potuto aiutare la scienza, avrebbe magari regalato delle risposte e donato l’input per qualche ambita scoperta.
Spesso e volentieri gli specialisti non le rivolgevano nemmeno la parola se non per impartirle soltanto comandi. “Puoi sollevare la gamba e restare in equilibrio? Gira la testa a sinistra, brava. A destra? ..E ora per favore siediti dritta, qui.”

Quello, a tredici anni, fu l’ultimo ricovero di Alice. Da allora, lei e sua nonna Giulia evitarono di effettuare ulteriori esami, ignorarono ogni tipo di visita e vissero quella malattia in totale segreto poiché nessuno, proprio nessuno, durante tutti quegli anni di analisi continue, riuscì a essergli d’aiuto. Mai seppero dare una diagnosi precisa. Alice non ne trasse il benché minimo beneficio.
Anzi, le amnesie proseguivano sempre più intense. Se inizialmente avevano una durata di qualche manciata di minuti, col sopraggiungere dell’età adulta, queste si potevano protrarre per ore o addirittura le infierivano per un giorno intero.
Inoltre i medici avevano sempre espresso pareri contrastanti. Alcuni ritenevano che non ci si trovasse di fronte un comune caso di amnesia poiché avevano a che fare con una perdita di coscienza che causava dei “vuoti attivi”. Un’anomala reazione celebrale durante la quale Alice era in grado di muoversi e agire in maniera passiva e del tutto indipendente dalla ragione e dalla sua volontà. Altri invece lo avevano definito un caso del tutto eccezionale di “stato amnesico post traumatico”, senza tuttavia essere in grado di supportare questa diagnosi con tangibili prove o con i necessari riscontri scientifici.

Dopo aver consultato i tabelloni della linea ferroviaria e gli orari per il ritorno, Alice si percepì meno agitata. Si trovava in provincia di Sondrio e già alle 15,30 avrebbe potuto risalire su un treno per Milano. Sarebbero state sufficienti due ore e mezza per raggiungere la sua città.
La assalì un atroce dubbio. Estrasse nuovamente dalla tasca del giubbetto i biglietti che aveva da poco riscoperto e ne osservò le rispettive timbrature. Il primo era stato vidimato a Milano alle 7.24. Considerando di aver raggiunto Tirano soltanto alle 12, mancavano all’appello due lunghe ore. Allora inclinò il secondo biglietto per evitare il riflettersi dei raggi del sole e tentò di leggerne il timbro che, assai sbiadito, pareva indicare le 11.27.
Alice ritornò subito sui suoi passi per osservare di nuovo il grosso quadro elettronico che sovrastava la biglietteria. Spalancò gli occhi e senza accorgersi restò immobile, con il viso rivolto verso l’alto e la bocca un poco dischiusa. In quegli istanti realizzò che, con tutta probabilità, aveva potuto compiere solo una sosta a Sondrio per poi risalire sul treno successivo delle 11.30 sul quale, poco dopo, si sarebbe “risvegliata” senza ricordare più nulla. Si tormentò domandandosi perché mai, del tutto inconsciamente, avrebbe optato per una fermata in quella cittadina e per quanto si sforzasse di trovare una risposta, le tornava soltanto il vuoto più assoluto. A testa bassa e ancora pensierosa si lasciò alle spalle il caseggiato giallo di quella piccola stazione e si ritrovò presto in una piazzetta rettangolare dominata da una chiesa probabilmente edificata durante il periodo rinascimentale. Rimase incantata nell’osservarne le cupole tonde e il lungo campanile che si stagliava nitido, chiaro, come sovrapposto ad una vicinissima collina verde e piacevolmente incorniciato da uno sfondo irregolare costituito da brulle e spigolose montagne. Un’aria pungente le scivolava addosso, in provenienza dai pendii circostanti e nonostante il suo giaccone nero risultasse molto pesante, Alice tremava di freddo e batteva i denti con veloci spasmi incontrollati. A quel punto sperò di trovare un locale per scaldarsi almeno un po’ e mangiare qualcosa.
Subito le capitò di osservare una minuscola insegna illuminata da alcuni neon intermittenti che segnalava un piccolo bar, proprio dall’altra parte della piazza e, in men che non si dica, gli fu dentro.
“Buongiorno, scusi, la toilette?”
“Segua il corridoio, poi a destra.” Fu la risposta di un uomo sulla cinquantina che, dietro al bancone, le accennò vagamente la direzione con un movimento rapido e quasi impercettibile della testa calva. Tenendo gli occhi bassi continuava a strofinare, con fare ossessivo, un panno colorato su alcune stoviglie già del tutto asciutte.
Alice osservò l’umido e piccolo salone individuando nella penombra e in fondo al locale un angusto corridoietto. Appena lo imboccò poté notare una testa di cervo imbalsamata che decorava la parete. Rabbrividì, ritenendo di cattivo gusto tutto lo stile dell’arredamento. Alice adorava ogni tipo di animale e più volte aveva persino valutato un possibile e radicale cambiamento alimentare. Una parte di lei avrebbe desiderato già da tempo di divenire vegetariana ma la sua golosità innata per ogni varietà di salume, aveva sempre ostacolato quella decisione.
Un pesante portone di legno intarsiato cigolò aprendosi e obbedendo alla sua spinta. L’ultima cosa che avrebbe voluto fare in quel momento sarebbe certo stato slacciarsi la cintura e doversi abbassare i jeans. Il freddo della montagna le era penetrato bene a fondo nelle ossa ma, proprio per questo, il bisogno di urinare l’aveva accolta con impellenza.
Lo stanzino del bagno era privo di riscaldamenti, la piccola finestra era stata lasciata socchiusa dietro a una tendina scozzese e la sua pelle si raggrinzì ricordando una buccia di arancia.
Dopo aver risollevato i jeans ne riaccomodò le tasche accorgendosi della presenza di qualcos’altro dentro una di esse. Infilò bene a fondo la mano gelata e ne ricavò un post-it giallo, ancora colloso e sul quale, a matita e con una calligrafia sconosciuta, vi era stato annotato un indirizzo: “Via Mazzini, 14”. Lo rigirò. Dietro nulla. Lo ripiegò a metà e lo ripose con cura con i biglietti vidimati del treno.
Restò qualche secondo immobile, percepì il freddo avvolgerla e ghiacciarle nel profondo l’anima. Gli enigmi relativi alle sue amnesie la stavano consumando ogni volta di più e i semplici sentori cominciavano a prendere forma tramutandosi in indizi materiali, reali che le causavano paura, tanta paura.

Una volta accomodata ad un tavolino tondo, un po’ barcollante e di un pregiato legno massiccio, estrasse dalla valigetta il suo computer. L’indomani si sarebbe recata dalla nonna e le avrebbe confidato ogni cosa. Era parecchio preoccupata e, a dire il vero, l’ansia pareva divorarla.
Era già brutto sapere di compiere azioni senza consapevolezza, figuriamoci provare anche la brutta sensazione di aver combinato qualcosa di sbagliato. Ecco! Si trattava di questo: solo un presagio ovviamente, ma Alice non riusciva più a restare in pace con se stessa. Viveva costantemente tesa, in una specie di fitta oscurità.

Non trascorse mai un giorno, un solo giorno in tutta la sua esistenza, nel quale non avesse pensato a un’altra ipotetica vita priva di quel dannato incidente. Forse sarebbe stata una persona del tutto normale, avrebbe potuto svolgere un bel lavoro fuori casa. Magari si sarebbe potuta permettere un vero fidanzato, uno di quei rapporti assidui e durevoli e avrebbe potuto circondarsi di bella gente, di veri amici. Sarebbe stata considerata da molti estroversa, simpatica, allegra, e anche lei avrebbe potuto assaporare ogni genere di scialbo divertimento e magari la gioia vera, spensierata. L’esatto opposto di ciò che invece si trovava a vivere costantemente in solitudine, sempre impegnata a dover gestire un perenne e delicato equilibrio mentale contando soltanto sulla sua forza che piano piano veniva meno, esaurendosi.

Le furono portati dei pizzoccheri fumanti che non esitò a divorare a piene forchettate. Sgranocchiò due panini croccanti che afferrò da un cestino di vimini poggiato su di una piccola e inamidata tovaglietta rossa posta al centro del tavolino. Li trovò gustosissimi.
Si domandò da quanto tempo fosse a digiuno, avrebbe potuto tranquillamente divorare un altro intero piatto ma si trattenne, meglio non esagerare.
Una volta colmato lo stomaco, effettuò sul portatile una ricerca relativa alla città di Sondrio. Mentre inseriva la via indicata sul bigliettino nella barra di Google, le comparse automaticamente un relativo suggerimento: “Sondrio Hotel”, forse uno spam pubblicitario. Vi cliccò e poté osservare le immagini di diversi alberghi collocati in quel paesotto. Tra i tanti, uno corrispondeva all’indirizzo del suo bigliettino e pareva trovarsi in periferia. Sebbene Sondrio venisse descritta online come una città, Alice non avrebbe mai potuto definirla tale.
Per quanto quei paesi conservassero senza ombra di dubbio il loro fascino, Alice non avrebbe mai potuto vivere in luoghi simili: amava le vere metropoli.
Era originaria di Pavia e,solo un paio di anni prima, si era trasferita a Milano. Nella sua avventura aveva coinvolto anche l’amata nonna Giulia. Desiderò lasciare quei luoghi che le ricordavano la triste infanzia e, considerando le sue serie problematiche di salute, la città avrebbe certamente offerto più opportunità e le sarebbe risultato più facile passare inosservata.
Alice aveva ormai deciso che avrebbe evitato ogni tipo di struttura ospedaliera e per quanto più tempo le fosse stato possibile, tuttavia qualora avesse avuto una particolare urgenza, Milano si sarebbe rivelata di gran lunga la migliore. Infine avrebbe persino duplicato le possibilità di poter trovare un’occupazione seria e abbastanza remunerativa da poter svolgere tra i muri domestici.
E, complice un po’ di fortuna, ma anche grazie alla sua laurea di ingegneria informatica, trovò quasi subito un’opportunità di collaborazione presso una multinazionale, come manutentrice continuativa dei numerosi siti online. Lo stipendio che le proposero era piuttosto buono e Alice accettò senza remore quel discreto impiego. Fu felice almeno di questo, della sua indipendenza economica. Fino a quel momento era stata mantenuta dalla nonna grazie alla parsimonia con la quale aveva saputo gestire il risarcimento che le fu affidato dopo quel terribile incidente. Dell’attività dei genitori, purtroppo, non era rimasto più niente.

Quando nacque Alice, come spesso accade in numerose famiglie, Mirella preferì occuparsi della contabilità dell’azienda soltanto part-time. Subentrò quindi quel nuovo socio. Un giovane ragazzotto appena trentenne al quale affidare una buona parte del lavoro. Decisero di integrarlo nell’azienda di famiglia quasi su due piedi, con una certa urgenza. Si vollero fidare di una importante raccomandazione e del suo aspetto pulito e curato.
Tuttavia, la loro opinione nei suoi confronti dovette mutare presto.
Quella che, di primo acchito sembrava una persona affidabile, si rivelò un vero fallimento e anche un disastro finanziario. Sparirono incassi, tracciati contabili, i dati dei magazzini andarono in parte persi. Bastò meno di un anno di quella nuova gestione a compromettere un’azienda solida, tramandata per tradizione familiare da generazioni e esistente da quasi cento anni.
Furono accesi svariati debiti che nessuno riuscì mai più a risanare. Fu la fine quando restò solo ad occuparsi della direzione. Nonostante Giulia non recuperò nulla da quell’attività, valutando la gravità dei disastri economici causati da quell’uomo, pensò che la faccenda si fosse conclusa sufficientemente bene, già così. Il ricavato dalla vendita all’asta di tutto il patrimonio immobiliare bastò fortunatamente a coprire per intero i debiti e fu così che terminò la storia relativa all’industria tessile Mainoni.
Nonna Giulia scoprì tutto quando ormai l’azienda era a un passo dalla catastrofe. Aveva accettato che quel maldestro personaggio continuasse ad incontrare la bambina soltanto perché non sii sentiva di impedirgli un riscatto. Tuttavia, nella sua intimità, non era riuscita a perdonarlo. Nessuno avrebbe potuto impedirle di conservare una pessima opinione nei suoi confronti poiché si era permesso di giocare con la vita di tre persone, a causa della sua ubriachezza. E quando Giulia venne a conoscenza di tutti i disastri economici che causò all’azienda, riuscì a resistere ancora, a fatica, per quasi un anno finché maturò la decisone di comunicargli che le visite alla sua Alice non erano più gradite. Man mano che furono svelati nuovi particolari della vicenda Giulia non poté evitare di odiarlo e con tutta se stessa.
Alice, quell’uomo, non potè rivederlo mai più e neppure ne ebbe mai notizia. Crescendo il suo ricordo si sbiadì lentamente, col passare dei giorni, come passa più o meno ogni cosa.

AMNESIA: IL RITORNO. 

Dopo aver raccolto qualche informazione relativa alla città di Sondrio che non aveva mai avuto opportunità di conoscere, Alice richiuse il portatile.
Pagò il compenso all’uomo alla cassa che stavolta la degnò almeno di sottecchi, di un misero sguardo. Lasciò il bar raggiungendo presto e nuovamente la stazione. Lanciò un’ultima occhiata per nulla nostalgica a Tirano e al suo maestoso campanile. Ritirò un nuovo biglietto e attese il treno al binario, in totale solitudine. La stazione, così deserta, pareva quasi un set cinematografico e avrebbe potuto tranquillamente appartenere a una città fantasma. L’intonaco si scrostava dai muri, tutti orientati a nord e ricoperti di muffe, forse a causa della troppa umidità e alla totale assenza di raggi solari diretti. L’aria gelida le imperversava ancora sul viso irrigidendole l’espressione, donandole la sembianza di una fredda statua di marmo. E a giudicare dai colori del cielo, il sole stava già cominciando a calare tra le alte montagne, rendendo l’atmosfera cupa e surreale e così tanto suggestiva da riuscire a trasformare un sogno qualunque in un incubo ad occhi aperti.

AMNESIA.

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AMNESIA: IL RISVEGLIO.

Un ricordo è qualcosa che ci lega indissolubilmente ad un “noi” passato e senza quella memoria cresceremmo incompleti, difettosi, come se avessimo vissuto solo a metà.
(Lady Nadia)

Ogni volta era come destarsi improvvisamente da un lungo sonno per poi scoprire una realtà peggiore di un qualsiasi incubo.
Il treno viaggiava lineare e veloce. Dal finestrino scivolavano ignoti paesaggi verdi di campagna, rinchiusi tra vette parzialmente innevate che andavano incastonandosi in un cielo surreale e terso privando chiunque di ogni immaginabile orizzonte.
La invase uno stato di puro panico. Il cuore accelerò il suo battito, il respiro si fece corto come se il vagone fosse privo di ossigeno. Tentò di inspirare profondamente ripetendo nella mente un mantra: ”E’ successo di nuovo ma andrà tutto bene… andrà tutto bene”.

Accanto a lei sedeva una signora sulla cinquantina e molto robusta. Aveva indosso una gonna di lana bordeaux che lasciava scoperte delle grosse ginocchia e risultava zeppa di peli bianchi, quasi irti, probabilmente appartenenti a un animale domestico. Non mostrava alcun segnale di sospetto o di interesse nei suoi confronti, era rimasta tranquilla e assorta nella lettura di un libro inarcando le sopracciglia in segno di totale coinvolgimento.
Alice si sforzò di mantenere una calma apparente, dopotutto era abituata a dover fare i conti con un’amnesia, sebbene, questa volta, fosse stata accompagnata da un brutto presentimento.
Osservò meglio fuori dal finestrino nella speranza di riconoscere qualche particolare del paesaggio. La corsa del treno proseguiva senza indugio attraversando vasti campi deserti, solo erba e piante e, di tanto in tanto, appariva come un miraggio un’isolata casetta di sassi o in legno.
In avvicinamento notò una piccola chiesina con un portone scuro e chiuso che scivolò via veloce, all’indietro, appartenendo presto già al passato.
Si rispecchiò nel vetro che le restituiva un’immagine distorta del volto e si rassicurò almeno un po’. A parte delle occhiaie e la totale assenza di trucco, l’aspetto corrispondeva alle sue aspettative.
La donnona al suo fianco emise un improvviso colpo di tosse secca che la riportò alla ragione. Cercò di ricordare qualcosa, un qualsiasi particolare che potesse aiutarla a ricostruire almeno un pezzetto di quel nulla, di quel terribile vuoto che, con tutta probabilità, sarebbe rimasto un totale mistero, come ogni altra volta. A quando risaliva il suo ultimo ricordo? Ancora stranita, non riuscì a darsi nemmeno questa risposta.
Frugò nervosamente nelle tasche del suo tiepido giaccone nero in cerca del telefonino ma vi trovò soltanto un morbido pacchetto di fazzoletti di carta ormai a metà e alcuni pezzetti di cartoncino che estrasse con un’inaudita e curiosa rapidità. Si tattava banalmente di alcuni biglietti, stropicciati e regolarmente vidimati.
Una parte di lei avrebbe desiderato ritrovare quel cellulare per potersi subito confidare con la nonna, l’unica persona a conoscenza di quel terribile disturbo ma, ripensandoci, meglio così. Si sarebbe parecchio agitata nel saperla dispersa in una remota località montana e reduce dall’ennesima amnesia. A ottantadue anni suonati non avrebbe potuto certo esserle d’aiuto in quella situazione.
Si rammaricò comunque per non aver ritrovato il telefono e si augurò di averlo lasciato nel suo appartamento.
In compenso si accorse di avere al polso il suo orologio preferito, quello in acciaio. Mentre un po’ intontita cercava di mettere a fuoco il quadrante che scoprì segnare le 11.55, notò a terra, accanto ai piedi, una valigetta in pelle che sobbalzava al ritmo delle rotaie, bene incastrata in verticale tra i due sedili. Fu quasi certa di riconoscerla. Piano piano e quasi al rallentatore, allungò una mano tentando di afferrarne la maniglia rigida e cercando di prevenire ogni possibile reazione della sconosciuta accanto a lei qualora la borsa fosse stata sua. Pregò con tutta se stessa di non essersi sbagliata.
Capitava anche questo. Dopo un attacco, poteva facilmente confondere i vari particolari, spesso delle cose insignificanti o piuttosto recenti, come se queste costituissero una specie di margine tra i ricordi e il vuoto.
Le sue amnesie giungevano all’improvviso e sempre gravi ma il più delle volte, interessavano soltanto la memoria a breve termine. Potevano cancellare del tutto cose o eventi accaduti nelle ore o nei giorni riguardanti la crisi e intaccare solo parzialmente i ricordi più vecchi. Spesso si dimenticava di oggetti o di avvenimenti banali e inoltre, ad ogni risveglio seguiva un po’ di confusione, uno strano caos mentale. Qualche ricordo, col tempo, poteva anche tornare ma qualcos’altro era irrimediabilmente perso, per sempre.
Il ripetersi di queste situazioni spiacevoli originava in lei una forte frustrazione e molta, molta rabbia. Davanti al suo destino si percepiva nuda e impotente ma non era sua intenzione arrendersi, voleva lottare per riconquistare quanta più vita possibile. I ricordi le appartenevano e nessuno avrebbe potuto avere il diritto di impadronirsene. Nessuno.
Sollevò indisturbata il borsone rettangolare e lo appoggiò sulle ginocchia. Ne trascinò piano la rigida cerniera accompagnandola lungo i tre lati, mentre con la coda dell’occhio, osservava ogni possibile variazione espressiva della donnona che, per fortuna, proseguiva indisturbata la sua avvincente lettura.
Alice si percepì risollevata ma presto fu nuovamente pervasa dall’ansia di poter ritrovare in quella valigia qualcosa di indesiderato o di compromettente. Evitò quindi di spalancarla del tutto cercando di creare soltanto un varco sufficiente per osservarci dentro. Infilò una mano tremolante in quella fessura e rimase persino graffiata a causa della zigrinatura della cerniera mentre cercava di tastarne il contenuto.
Riconobbe al tatto il suo mini portatile, il porta-documenti e anche il portafoglio. Estrasse quest’ ultimo immediatamente e verificò la presenza dei contanti e delle carte di credito. Si lasciò sfuggire un respiro di sollievo: tutto era ancora al suo posto.
Inoltre anche quel computer le avrebbe potuto dare una grossa mano. Una volta accertata dell’assenza di eventuali oggetti sconosciuti, dischiuse completamente la valigia nella speranza di ritrovare anche il telefono ma non fu così fortunata. A quel punto si rassegnò: probabilmente era andato perso.
Afferrò gli angoli del portatile nel tentativo di consultarlo ma dovette subito rinunciare. Un altoparlante annunciò che il treno stava raggiungendo il suo capolinea, la stazione di Tirano.
La signora al suo fianco ripose il libro in un sacchetto di plastica che rilasciava un odore intenso di formaggio e si sollevò a fatica, facendo leva con le braccia al sedile anteriore. Con le grosse mani si concesse una rapida stirata alla gonna e poi si accinse ad inforcare lo stretto corridoietto della carrozza. Alice la seguì mantenendosi a qualche passo di distanza mentre questa procedeva alla meglio e un po’ stizzita tra le soffocanti fila di sedili vuoti e potè notare che il resto dei vagoni avevano viaggiato del tutto privi di passeggeri.
Tirano? Quel nome le risuonava famigliare sebbene non avesse saputo assegnargli una precisa collocazione geografica.
Fu sorpresa da un forte giramento di testa. Dovette appoggiarsi per qualche istante alla parete prima di poter discendere i gradini per abbandonare la carrozza. Non appena si riprese percepì un fastidioso vuoto allo stomaco e pensò che sarebbe stato meglio fermarsi un momento e magari mangiare qualcosa per poter riflettere più lucidamente e accingersi a intraprendere il viaggio di ritorno verso la sua adorata casa, a Milano.

AMNESIA: IL PASSATO.

“Nonnina, nonnina! Dai, mi racconti ancora di quanto era bella la mia mamma? E il mio papà?”
“Lo sai già. Vieni qui!”
La nonna posò su uno sgabello accanto al camino crepitante il lavoro a maglia che era solita realizzare dopo cena. Allargò le braccia voltandosi ad osservare la piccola Alice, pronta ad accoglierla. Assomigliava tantissimo alla mamma, proprio come lei aveva occhi grandi, verdi e lunghi boccoli castani. A volte, mentre la bambina giocava e le dava le spalle, non poteva evitare le lacrime. Era così identica alla figlia!
Quel terribile incidente li aveva portati via entrambi, mamma e papà, mentre con il nuovo socio, si recavano dal notaio ad apporre la firma per l’acquisto del magazzino che si era reso necessario per ampliare l’attività.
A causa di una visita medica programmata da tempo, quel maledetto giorno, Giulia fu impossibilitata ad accudire la piccola Alice che allora aveva solo due anni. Così, dal notaio, portarono anche lei.
La piccola riportò un violento trauma cranico dal quale si riprese del tutto ma i suoi disturbi di amnesia cominciarono soltanto qualche mese dopo.
I genitori morirono sul colpo mentre il socio, che conduceva l’auto, fu baciato dalla buona sorte. Da quel terribile impatto ne uscì quasi del tutto illeso, non riportò altro che una frattura agli arti inferiori e ad un paio di costole. Se la cavò con qualche mese di ricovero ospedaliero al quale seguì un breve periodo di riabilitazione. Tuttavia le indagini e il relativo verdetto giudiziario portarono a un’accusa e alla conseguente condanna per “guida in stato di ebbrezza”.
Per tre lunghi anni, appena gli fu possibile, e all’incirca una volta alla settimana, l’uomo si recò metodicamente da nonna Giulia desideroso di far visita ad Alice. Nonna Giulia, sennene non fosse praticante, credeva in un Dio. Aveva sempre pensato a migliorare la sua persona in vista di una seconda vita, una seconda opportunità. Non sarebbe mai riuscita a pensare che attraverso la morte della carne sarebbe finito tutto. Per questo motivo, non poté privare quell’uomo di incontrare la nipote, alla quale, a causa di una mera negligenza, aveva sottratto entrambi i genitori.
L’uomo, inoltre, portava sempre con sé qualche nuovo gioco da regalare alla bambina e, di conseguenza, Alice attendeva impaziente il suo passaggio , ogni venerdì sera, anche per i suoi graditi doni. Era ancora troppo piccola per poter provare dell’odio.

Alice raggiunse la nonna che la avvolse in un caldo abbraccio e la accomodò sulle sue ginocchia. Quando la accarezzava, ormai come una specie di rituale, le passava la mano tra i capelli cercando di tastare quella brutta protuberanza al centro della nuca; ne verificava la consistenza e lo spessore, cercando di capire se, col passare dei giorni potesse migliorare o magari scomparire del tutto.
Giulia aveva bisogno di sapere che un giorno, quella brutta cicatrice sarebbe potuta finalmente sparire, per sempre. Eppure la nonna sapeva bene che quello non era l’unico sfregio che deturpava il gracile e meraviglioso corpicino di Alice. E quest’altro era di sicuro ancora più grande e visibile.

… continua.

LO STRANO CASO DELL’UOMO UCCISO NEL SUO GIARDINO.

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LO STRANO CASO DELL’UOMO UCCISO NEL SUO GIARDINO.

Ernesto, brizzolato, sulla cinquantina, è sempre stato un burlone. Da 23 anni è sposato con Ilaria, un’infermiera professionale.
E’ un muratore. La piccola e graziosa villetta in periferia che abitano dal giorno del matrimonio è stata costruita da lui, mattone dopo mattone, sudando in estate e balbettando di freddo in inverno.
E’ stata edificata con amore. Ma, come spesso succede, mese dopo mese, anno dopo anno, quel sentimento si è spento poi tra quegli stessi muri. E’ stato assorbito dalla consuetudine del quotidiano, dalle mancanze, dalle incomprensioni. Si è esaurito come una candela che giunge alla fine, lasciando soltanto un rimasuglio di cera sfatta e bruciacchiata.
Da un po’ di tempo, Ernesto porta dentro di sé la sensazione che Ilaria sia cambiata, che le loro strade si siano allontanate. Conosce i suoi limiti: è un ottimo manovale, ma non possiede molta cultura, non è in grado di filosofeggiare come lei e nemmeno di stare al passo con un qualsiasi suo discorso. Il tempo è trascorso tiranno, creando un bivio sul loro sentiero. Ciascuno di loro ha intrapreso una direzione diversa.
Ormai sono lontani i tempi in cui i loro sguardi innamorati si incontravano, sostenendosi e provocando emozioni così forti da spingerli a sfiorarsi, e poi toccarsi per fondersi nel soddisfacimento del loro desiderio. Da anni non facevano l’amore, da troppo tempo.
Non che Ilaria avesse un altro uomo, di questo, Ernesto ne era certo.
Dopo il suo turno all’ospedale la donna amava isolarsi nello studio e in sé stessa, e scrivere poesie senza parlare, per ore e ore. Era come se la sua vita fosse stata composta da tappe, e ora fosse giunto il momento della crescita spirituale, della meditazione, della rassegnata accettazione della solitudine.
Più volte, in passato, la donna aveva cercato di far comprendere i suoi pensieri e i suoi bisogni al marito, senza risultato. E lentamente i sentimenti nei suoi confronti si erano ridotti ad una linea piatta, al nulla. Ormai, tra loro condividevano soltanto quei pochi minuti limitati ai pasti e a poco altro, avvolti da un imbarazzante silenzio. Ernesto, uomo pratico, spiritoso, ma altrettanto superficiale, non riusciva a comprendere. L’unica cosa che ben realizzava era la mancanza di sesso, o la noia per gli scontri verbali che i due sostenevano durante i pochi scambi di opinioni.

La sera prima, in solitudine sulla sua poltrona, davanti a qualche buon bicchiere di grappa di troppo e alla televisione, Ernesto era incappato in un film giallo degli anni ‘70. Un uomo aveva ucciso la moglie e poi l’aveva seppellita nel giardino di casa. Si era così incantato: con il telecomando a mezz’aria, immobile, con la bocca aperta e senza battere ciglio. Poi, un sorrisetto sadico gli era comparso sul volto.

Non appena Ilaria varca la soglia per recarsi al lavoro, Ernesto balza giù dal letto. Dopo aver bevuto il suo caffè si frega più volte le mani, sorridendo. Già da qualche settimana, il suo lavoro era un po’ calato e così, quella mattina, poteva permettersi di bighellonare magari pure divertendosi. Dopo essersi cambiato frettolosamente il pigiama, si precipita in garage dove recupera una grossa pala. Esce nel giardinetto piano di pochi metri quadri e che è circondato da siepi molto alte che lo isolano dal resto del vicinato. Ilaria trascorreva diverse ore in quel piccolo giardino, strappando le erbacce, curandone i cespugli di rose e, non avendo avuto figli, poteva permettersi di coltivare quel prato rendendolo così perfetto e vellutato tanto da somigliare a un tappeto.
Ernesto comincia a scavare con la sua pala, certo di fare contemporaneamente un bello scherzo e un grosso torto ad Ilaria. L’aria primaverile è ancora fresca. Ben abituato ai lavori pesanti, non impiega poi moltissimo a rimuovere il terriccio scavando un solco non molto profondo, lungo circa due metri.
Quando si ferma ad asciugare la fronte, osservando il risultato, ha un momento di ripensamento. Un rettangolo marrone scuro si staglia spavaldo nel verde chiaro soffice ed erboso. Ilaria non l’avrebbe mai perdonato, si sarebbe di sicuro adirata, e avrebbe reagito molto male. Ma lo spirito giocoso di Ernesto ha il sopravvento, e di nuovo quel ghigno, a metà tra il divertito ed il sadico, appare sul suo volto.
Ripone la pala avendo cura di ripulirla per bene.
Rientra in casa. Aferra una scarpa antinfortunistica, una di quelle che è solito indossare nei cantieri dove lavora. E’ nera, ha la punta di acciaio, è parecchio macchiata di cemento e di polvere. Apre il cassetto della camera da letto che contiene la sua biancheria intima e ne estrae un paio di calze grigie di spugna che arrivano al ginocchio. Poi si precipita in cucina, ne imbottisce una di carta assorbente, comprimendola e modellandola con le mani per renderla un perfetto moncone di gamba. Poi la incastra nella scarpa, et voilà.
Esce in giardino. Con le sue mani scava un solco ancora più profondo, proprio al margine del rettangolo di terra smossa. Infila il moncone di gamba dentro quella fossa curandosi di ricoprirlo quanto basta, con attenzione. Lascia visibile solo la punta della scarpa e un piccolo pezzetto di caviglia.
Indietreggia pochi passi e osserva l’opera.
Perfetto!
Tutto regala l’impressione che lì sotto sia stato seppellito il suo cadavere! Di sicuro Ilaria prenderà un bello spavento, e finalmente, forse, lascerà trasparire qualche emozione.

Ernesto attende eccitato il ritorno di Ilaria. Quando è certo che mancano pochi minuti al suo effettivo rientro, si precipita a indossare un giubbetto verde militare e si nasconde proprio dentro la grande siepe che circonda il piccolo giardino nel tentativo di gustarsi bene la scena, senza curarsi dei rami fitti che gli graffiano un po’ le mani ed il volto.
E’ marzo, le giornate sono ancora abbastanza brevi. Il crepuscolo sta già soggiungendo alimentando le prime ombre serali. E così, in quella poca luce, la messa in scena risulta perfetta.

Si sente sopraggiungere il rombo del motore dell’auto di Ilaria. Dalla stradina privata dinanzi alla villetta, anche dall’appostamento dietro alla siepe, si riesce a notare un bagliore di fari in avvicinamento.
Ilaria parcheggia al solito posto, proprio davanti al cancello.
Impiega qualche minuto per scendere dalla macchina. Ernesto capta lo scricchiolio del sacchetto che, per consuetudine, Ilaria porta sempre con sé e che contiene il camice da infermiera e gli zoccoli bianchi di gomma.
Ora riesce persino a percepirne il respiro.
Ilaria infila la chiave nel cancelletto e a passi lenti è già davanti allo scavo. Solo un secondo e …
Ilaria resta immobilizzata, sgrana gli occhi. Il sacchetto le cade dalla mano e ciò che vi era contenuto si riversa sul vialetto ciottolato adiacente al piccolo giardinetto.
Ernesto la può osservare bene: i lampioni della strada le illuminano il viso. Nota un’espressione di terrore estendersi sul suo volto. E’ come pietrificata, e fissa quella terra smossa, quella specie di tomba improvvisata. Avanza due passi. Ora lo sguardo è inchiodato a quel pezzo di scarpa che sbuca dal terreno. Non c’è dubbio alcuno: si tratta di suo marito. Gli occhi tentano di diventare lucidi, ma solo per un’istante.
Poi, una smorfia distorta e contratta muta piano, distendendosi presto del tutto, dando quasi un’impressione di acquisita serenità.
Ilaria si china, raccoglie il camice e gli zoccoli rimettendoli nel sacchetto. Lo appoggia dinanzi all’uscio di casa.
Corre verso il garage, e, quando ricompare, tra le mani regge un grosso vaso in finto marmo e a forma di anfora. È vuoto e pesantissimo, lo trasporta a fatica, poi lo lascia ricadere di colpo proprio sopra quella scarpa.
Siccome il terreno smosso non è perfettamente piano, lo spinge energica verso la terra, con tutta la forza che possiede, roteandolo un po’ e aiutandosi con i due grossi manici laterali. Non essendo ancora stabile, evidentemente spossata e col fiatone, si appoggia di peso su di esso, ruotandolo prima da una parte, poi dall’altra, nel tentativo di stabilizzarlo bene al terreno.
Poi ritorna in garage. Ricompare con un grosso sacco di terriccio e una busta di semi di erba. Riempie il vaso saturandolo fino all’orlo di terra: l’indomani vi avrebbe piantato sicuramente qualche cosa. Sparge i semini della busta sulla restante terra smossa, muovendoli un po’ con un piccolo rastrellino che soleva lasciare appoggiato sotto i cespugli di rose, delicata, con una maniacale precisione.
Una volta terminato il lavoro, si ripulisce le scarpe grattandole per bene sullo zerbino di saggina posto davanti alla porta e sparisce in casa riafferrando il suo sacchetto.

Ernesto, lentamente, si trascina fuori dalla siepe graffiandosi ancora di più. Il cancelletto è rimasto socchiuso. Si assicura di avere in tasca il portafoglio contenente almeno qualche banconota, e soprattutto, la sua carta di credito.
Osservando la bella villetta nota che la finestra del bagno, sul retro, si è illuminata. Ne approfitta per sgattaiolare in strada, sicuro di non essere visto. A testa bassa, con la faccia scura, mogio, pian piano si incammina, diventando solo un puntino che da lì a poco si sarebbe confuso con l’orizzonte di quella notte buia.

LADY NADIA WORDPRESS.

CAOS 9. (LA FINE)

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Annette era ormai nuda e sembrava non provare la benchè minima vergogna. Eichmann era riuscito ad azzerare ogni suo sentimento, ogni suo stato d’animo. Ora le girava intorno con la stessa insistenza di una mosca che ronza su una fetta di torta e a passi lenti. Ellen sapeva di dover temporeggiare. Cercò di farsi forza e di pensare ma in balia di quegli eventi ciò non era assolutamente facile . Fu una fortuna che professionalmente doveva essere abituata a mantenere un certo distacco dalle problematiche dei pazienti, e ora, come in quei momenti, doveva evitare ogni coinvolgimento cercando di estraniarsi e restare lucida. Cercò quindi di concentrarsi, isolandosi mentalmente proprio come durante il lavoro e come per un intervento divino, le balenò presto alla mente una buona idea.
Lentamente, molto lentamente, allungò la sua mano verso Annette, arrestandosi poco prima del suo petto, a qualche centimetro. Sfoggiò uno sguardo seducente ricercando un’occhiata di approvazione da parte di Eichmann. Lui, divertito, acconsentì immediatamente captando il messaggio, annuendo con un cenno del capo e lasciandosi sfuggire un sorriso antipatico e mezzo storto. Ellen proseguì il percorso della sua mano, lentamente, fino a toccare la pelle di Annette, proprio sopra il seno. La accarezzò disegnando cerchi attorno ai capezzoli, con tutto il palmo della mano, simulando un grosso piacere. Eichmann, inizialmente, ne fu colpito e ne rimase incantato. Con un ghigno malvagio inclinò ancora di più la testa che ormai era sostenuta dalla spalla di Annette. Ellen ne poteva udire un eccitato ed accelerato respiro.
Ellen tentò di approfittare di quella dimostrazione di debolezza ed abbandono del dottore. La donna avrebbe potuto tranquillamente vomitare, invece, senza sapere come, si fece forza alternando le sue attenzioni tra i seni di Annette e i capelli grigi di Eichmann. Erano ruvidi al tatto, robusti e aggrovigliati e le parvero nettamente in contrasto con la pelle di Annette così morbida e vellutata. Si sentiva a disagio ma doveva proseguire.
Eichmann era visibilmente agitato, emetteva grugniti e risolini isterici ogni volta che la mano di Ellen gli sfiorava appena la testa, per qualche secondo, probabilmente, si scordò persino della sua missione e dell’odio che l’aveva condotto a tanto.
Poi, improvvisamente, accadde il prevedibile: come una furia si rizzò in piedi dritto e con tutta la sua imponenza gridando: “No, non mi faccio fregare da voi! E non mi interessa questa assassina. E nemmeno tu! Sei una baldracca! Le donne sono tutte una rovina!” E dopo aver sfuriato, senza controllo, infierì uno spintone a Ellen che ricadde sul pavimento battendo la testa e perdendo i sensi.
Lui la raggiunse, impugnò con entrambe le mani il manico nero del coltello, che persino nel buio di quell’appartamento tentava di riflettere una leggera scia di luce proveniente dalle fessure delle persiane. Ma fu per un secondo. Un solo secondo. Poi si oscurò.
Le braccia si abbassarono di colpo, muovendo l’aria fredda. Il coltello fu piantato nel petto della donna. Lei tossì, si sforzò di respirare, per qualche istante, ancora e ancora finché il fiato si trasformò in un alito, poi in un soffio, poi in un volo di insetto e infine in imbarazzante silenzio. Una macchia rossa si allargava a vista d’occhio sulla benda che le copriva la bocca fino a impregnarla completamente. Pareva del vino rosso rovesciato a tavola su un candido tovagliolo. Dopo qualche secondo di infinito nulla, il male si insidiò in quel corpo e fu lui, colpevole, a farle emettere un ultimo, improvviso e forte sospiro che fece sussultare un pochino persino Eichmann. Quel corpo si stava rifiutando di trattenere oltre la sua povera anima che, finalmente libera, lo abbandonò in fretta per poi scappare verso un’altra dimensione attraverso le fessure di quella finestra sgangherata in fondo alla stanza.
Annette si rese improvvisamente conto della situazione, dell’orrore che la circondava. Ellen era morta. E anche lei: o meglio, fu come se già lo fosse. Quel locale la imprigionava nuda, pallida, vulnerabile, trasparente. La vergogna la assalì con prepotenza, il male era dentro di lei, potevi vederlo scorrere in quelle vene blu… Si sentì impazzire osservando il suo corpo infreddolito, insanguinato e dolorante e le parve un involucro sconosciuto, estraneo. Si percepì come già morta dentro, trafitta dalla violenza, consumata dalla colpa e annientata dalla malvagità, la stessa che era riuscita a possederla nell’oscurità di quelle ultime ore della sua vita. La sopravvivenza , l’istinto animale aveva predominato, il demonio portava a casa il suo trofeo: era riuscito a trasformarla in un animale, una bestia, esattamente come Eichmann. Ed ora lui la stava raggiungendo, le fu addosso. Lei si arrese totalmente. Chiuse gli occhi e si lasciò cedere sul pavimento. Non ebbe nemmeno timore di accusare altro dolore fisico. Ciò che le stava per accadere non sarebbe stato peggiore del senso di colpa che ormai l’attanagliava per la gola.
Il professor Eichmann, con due mani, le afferrò la nuca da entrambi i lati in una morsa strettissima. I pollici premevano così forte tra le orecchie e il collo da immobilizzarla anche se avesse voluto lottare. Ma non ne aveva voglia. Nulla aveva più importanza. Annette desiderava solo morire. Era un’assassina, non era migliore di Eichmann. Sentì le labbra del pazzo sulle sue abbandonarsi in un bacio marcato o qualcosa di simile. Improvvisamente accusò un colpo fortissimo alla nuca. Eichmann la stava sbattendo con forza sul pavimento. Ancora e ancora. Tre volte. Quattro. Si udì un rumore simile a quello di un grosso uovo che viene frantumato, poteva sentirsi la bocca colma di sangue, piena, amara e poi la stessa sensazione anche nel naso. Infine quel gusto acre lo poté percepire ovunque, anche salirle o scenderle dai polmoni.
Negli occhi chiusi nuovamente la visione dello sguardo di sua madre, poi di quello di suo padre. Quei sogni vigili rapidamente si colorarono di rosso, in seguito furono avvolti da una luce abbagliante, bianca ma calda. Sopraggiunsero forse delle convulsioni e tanto tanto freddo. Assenza di dolore. Pace. Blu. Grigio. Nero.
Un sonno di eterno la avvolse, e arrivò la sua fine.

Eichmann tolse la catena ad Anthony e lo scansò lottando con la rigidità che cominciava a imbalsamare le sue ossa. Lo sistemò poi in una precisa posizione. Ripulì alcune macchie sul pavimento, raccattò siringa, taglierino e qualche altro materiale, posizionandolo quasi maniacalmente attorno ai cadaveri metodicamente e calcolandone il millimetro.. Andò per diverse volte avanti e indietro, da quel locale alla cucina, portando con sé il coltello e aprendo e richiudendo più volte il rubinetto. Si aiutò con alcuni stracci che estrasse dalla sua valigetta e con uno dei quali strofinò anche la bocca di Annette. Poi uscì dall’appartamento bene attento a non lasciare altre nuove impronte e senza farsi notare. Sparì nelle strade buie della notte per quasi un’ora. Poi ritornò al mattatoio. Teneva tra le mani un’altra siringa che strinse prima nelle mani di Anthony, e poi riprese nelle sue. Si ammanettò di fianco ad Annette, o meglio, di ciò che restava di lei. Stando bene attento agli schizzi di sangue si infierì un paio di coltellate, al braccio e alla gamba e infine si praticò l’iniezione lanciando la siringa in un punto preciso, tra i cadaveri che lo circondavano. Venne colto da un sonno innaturale e sintetico mentre con la fronte umida di sudore cercava di contare per sopportare il dolore.

L’alba era giunta e lo dichiaravano le ombre risorte nel locale. Eichmann si stava risvegliando ma rimase immobile. Era felice. Aveva portato a termine la sua vendetta, annientato le sue vittime. Era riuscito a far visualizzare loro il male, quella sostanza invisibile e impalpabile ma certamente scura, che si cela ovunque e che, in determinate condizioni, può facilmente impadronirsi di ciascuno di noi. Come del nero calcare si insinua nelle pieghe della nostra coscienza per colmare i vuoti delle mancanze, della solitudine, per proteggerci dalla debolezza, per difenderci dai fallimenti, per renderci resistenti all’indifferenza, per permetterci una vendetta.
Il male è invincibile, il male è supremo. Il male, alla fin fine, in determinate condizioni estreme o di sopravvivenza, riesce comunque e sempre a possedere ogni cosa o ognuno di noi, senza distinzione alcuna.

SCENARIO 10.

Nel silenzio totale si udì finalmente scricchiolare la porta di ingresso. Alcune scie di forte luce bianca oscillavano nell’altro locale, in cucina e forse si udivano dei flebili bisbigli. Eichmann era pronto a recitare la sua parte e ancora stordito dalla droga, biascicando strillò: “aiuto! Aiuto! Sono qui!”
“ Metta le mani dietro la testa!” Ordinò qualcuno dall’altra parte.
La Polizia Federale aveva intercettato le telefonate e seguito le tracce giungendo all’appartamento della mattanza nei tempi stabiliti ma tutto era stato previsto dal sadico piano, ogni minimo dettaglio ed addirittura l’orario quasi preciso di quella attesa incursione.
Ora, in quel metro quadro di quello stanzino a disposizione della polizia, era solo un gioco di sguardi e di parole. Eichmann in questo era molto bravo.
Lo psichiatra non mostrò né debolezza né cedimento sebbene l’interrogatorio si protrasse a lungo e per chiunque altro sarebbe risultato estenuante. Per Eichmann no, grazie al suo bagaglio di conoscenze professionali sapeva benissimo cosa fare, cosa dire, come muoversi, come fingere alla perfezione. Chi meglio di lui?
Lancaster lo osservava analizzandolo, tartassandolo di domande, tante, sempre le stesse, cicliche. Ogni tanto una tirata di pipa e uno sbuffo di fumo.
Eichmann raccontò di un sospetto che gli balenò in testa, quando, dopo aver saputo dell’evasione di Anthony, venne a conoscenza che William, la guardia, quello stesso giorno non si era presentata in clinica. Dichiarò di essere stato subito certo della complicità tra i due. Riferì dell’odio ormai risaputo di Anthony nei confronti di Annette a causa di quella ultima e leggera visita che costò la morte dell’unico amico di Anthony: Edward. Raccontò di quanto erano complici Ellen ed Annette, di come la caposala aveva insabbiato questa vicenda riuscendo persino a far scagionare la dottoressa e di come egli stesso, personalmente, si fosse prodigato per mesi , desideroso di far luce su alcuni punti oscuri di questa faccenda.
Narrò di Anthony, della sua ostilità, del suo rifiuto verso le terapie. Descrisse diversi suoi atteggiamenti infantili e maniacali assunti in varie occasioni e dei quali era testimone tutto il personale della clinica.
Riportò anche l’episodio in cui dovette servirsi di un fabbro poiché qualcuno si era indebitamente appropriato di diversi documenti dei suoi pazienti forzando e spaccando la serratura del cassetto della sua scrivania.
Si rese disponibile a mostrare alla Polizia Federale ogni perizia necessaria e garantì loro la massima collaborazione.
Lancaster ascoltava ogni sillaba di ogni parola annuendo lentamente con la testa come trasportato da una noiosa melodia, ogni tanto grattandosi il capo, ogni tanto picchiettando l’indice sul tavolino posto dinanzi ad una piccola finestra che dava sul cortile erboso della centrale di polizia di Washington e dalla cui inferriata penetravano storti i raggi di un sole che tagliava la penombra di quello stanzino.
Ore e ore, domande e risposte. Sempre le stesse domande alle quali seguivano sempre le stesse risposte, precise, come i pixel di una fotografia.
Gli esiti delle analisi, i referti, le foto scattate sul luogo degli efferati delitti, tutto era perfetto, fin troppo perfetto.
Le morti erano avvenute una dopo l’altra, in rapida successione, troppo vicine tra loro per ricostruirne senza margine di errore alcuno la corretta cronologia. Questo era l’unico neo, l’unico dubbio che insidiava la mente di Lancaster che certamente non giocherellava più con la busta di tabacco; piuttosto aggrottava la fronte e si lisciava le sopracciglia e picchiettava ancora ripetutamente l’indice sul tavolo. Quella versione non lo convinceva del tutto ma non esistevano prove tangibili per sostenere una tesi differente o lanciare accuse , inoltre la sua squadra aveva analizzato ogni elemento, ogni particolare, meticolosamente come sempre, come tutte le altre volte.
Per cui il rapporto fu presto steso.
Anthony evase con l’aiuto di William, insieme rapirono Annette e si rifugiarono in quell’appartamento di periferia di proprietà della ex moglie del fuggitivo. Qualcosa andò storto, forse una lite: Anthony uccise William. Servendosi di Annette e del suo cellulare, attirò in quel luogo la caposala. Eichmann, decise tempestivamente di seguirla, non presentandosi al lavoro e fingendosi malato, notando l’inquietudine che dominava Ellen e che l’aveva spinta ad abbandonare repentinamente la clinica in quel primo pomeriggio come dichiarato ripetutamente durante l’interrogatorio. Lo psichiatra, commettendo un errore, permise alla caposala di varcare quella soglia. Suo malgrado comprese troppo tardi che in quell’appartamento stava accadendo qualcosa di orribile. La porta si era ormai richiusa e si udirono delle grida. Di istinto bussò ripetutamente ma Anthony riuscì a sorprenderlo: si ritrovò a terra, immediatamente fu drogato e in seguito venne ammanettato accanto ad Annette. Ellen fu poi obbligata a spogliare Annette che, ancora dolorante, aveva appena ricevuto una coltellata alla spalla dal pazzo Anthony.
Anthony aveva assistito compiaciuto a quel macabro spogliarello. Non appena Ellen slacciò l’ultimo bottone, fu da lui accoltellata al cuore, con una mossa violenta e precisa.
Anthony si iniettò poi il contenuto di una siringa, forse una droga per non percepire dolore, obbligando poi Annette in lacrime ad incidergli il petto. Sicuramente quella mente contorta, sadica e autolesionista desiderava aumentare in lei a dismisura il senso di colpa. E in quel momento, forse, impersonava il Cristo: l’onnipotente, colui che dona la vita e la toglie, a suo piacimento.
Annette eseguì senza fiatare, sempre più assente, sempre più vittima di Satana. Anthony, come se nulla fosse accaduto, accarezzò le sue nudità, con gusto, e poi, improvvisamente la sdraiò con forza a terra, massacrandola, sbattendole più volte la nuca sul pavimento.
Eichmann cercò di intervenire in difesa della donna ma ammanettato e ormai senza forze a causa della droga che si stava impadronendo lentamente di lui, non ottenne altro che una colluttazione con Anthony che, scaltro, ferì anche lui all’avambraccio e alla coscia destra.
Poi Anthony fu preso da un enorme smarrimento. Annette era morta, nuda e indifesa giaceva stesa dinanzi a lui.
Ciò che provava per lei era odio ma insieme anche amore ed ora la sua vita era vuota, nulla aveva più senso. Tutto intorno fu vuoto. Si accoltellò al petto, senza esitazione. Si tolse la vita.

SCENARIO 11

(un mese dopo)
Eichmann percorreva il lucido corridoio chiaro, con i suoi zoccoli di gomma ed il solito camice bianco. Si soffermò ad osservare un nuovo degente: un certo Herman, schizofrenico di secondo livello. Per un attimo, solo un attimo, un sadico mezzo sorriso gli deformò il viso. Ebbe un ricordo, non troppo lontano. Si avvicinò al paziente e appoggiandogli una mano sulla spalla si presentò: “ buongiorno! Io sono Eichmann, il direttore della struttura. Venga con me, la accompagno alla visita medica con la dottoressa Megan!”

Passeggiarono per alcuni minuti fianco a fianco, per poi sparire dietro alle porte scorrevoli di un ascensore grigio.

 

CAOS (parte 8)

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SCENARIO 9.

Ellen trovò il portone socchiuso, forse la serratura si era rotta. L’aspetto di quell’edificio non la rassicurò. Prima di varcarne la soglia diede un’occhiata al foglietto sul quale aveva annotato l’indirizzo e, suo malgrado, ebbe la conferma che il contesto doveva essere proprio quello. L’uscio d’entrata scricchiolò e si trovò nell’atrio male illuminato di un palazzo che pareva abbandonato. Pigiò l’interruttore delle luci senza ottenere alcun risultato. Si avviò quindi per le scale buie : quarto piano come da istruzioni. Ragnatele penzolavano dagli angoli ammuffiti del soffitto, l’umidità si era impadronita di quegli antri, sui gradini polvere e sporcizia accumulati dal tempo a cui nessuno sarebbe più importato pulire. Un silenzio surreale attorno, solo il rumore dei suoi tacchi che rimbombava nel vuoto. Cominciò a sentirsi a disagio, anche un po’ intimorita: cosa mai ci faceva Annette in un posto del genere? Perché non darsi appuntamento in un bar? Magari doveva mostrarle qualcosa, qualcosa di segreto, di molto importante. Ma l’inquietudine cominciava ad impadronirsi di Ellen, e ancora di più quando, cercando di suonare il campanello della porta di ingresso del presunto luogo di appuntamento, questi non emise alcun suono.
Allora bussò. Due colpi secchi, impazienti, con il pugno serrato e gelido.
Quando la porta si socchiuse, Ellen si preparò in un abbraccio per la sua amica, felice che non le fosse capitato nulla di brutto. Ma rimase così, stecchita e inorridita, a mani larghe come nella preparazione per un tuffo nel vuoto, quando, con sgomento, si trovò dinanzi il dottor Eichmann. Il suo viso era oltremodo imbruttito, l’espressione contratta. Impugnava un coltello dalla cui cima grondava del sangue rosso, scuro e denso che gli era colato abbondante anche sulle mani. Prima di rendersi pienamente conto di cosa le stesse accadendo, in meno di un secondo, quell’uomo, trasformato in una bestia adirata, la afferrò con forza trascinandola in casa per il polso con una violenza inaspettata, badando contemporaneamente a richiudere la porta con un calcio così forte da sgretolarne persino il muro dallo stipite.
Ellen perse l’equilibrio e cadde a terra prona. Venne afferrata per i capelli e trainata lungo il corridoio mentre gridava con tutta la voce che aveva in gola in preda al terrore puro e tirando calci nell’aria.
Il professore, sbuffando, la rivoltò assestandole una pedata nel fianco e afferrò uno straccio logoro che si trovava  appoggiato su un vecchio tavolo rettangolare di legno scuro, parecchio ammaccato, quasi al centro del locale. La donna spaurita cercò di guardarsi attorno. Nella penombra notò ciò che restava di una vecchia cucina adornata soltanto da mattonelle anni ’70 color ocra e da alcune tubature a vista nei pressi del lavandino in marmo, crepato, scheggiato e sporco.
Il professore la imbavagliò stretta stretta, sulla bocca, fino al naso. Ellen respirava a fatica, le parve di soffocare. Da quello straccio lercio e logoro penetrava pochissimo ossigeno inoltre sprigionava un forte odore di vecchio e di muffa.
Cominciò a piangere inorridita. Era cascata in una trappola. Come aveva potuto essere così stupida? Avrebbe dovuto avvisare la polizia e non recarsi, sola, in quel luogo. Era stata una sprovveduta.
Eichmann era a conoscenza dei suoi sospetti e delle sue ricerche, era un pazzo e Ellen avrebbe dovuto sospettare di lui dopo tutte le vicende accadute negli ultimi giorni.
Le ossa le dolevano e lui, rabbioso, si chinò su di lei esclamando: “Bene bene, sei arrivata! Cerchi la tua amica? Quella baldracca assassina? Ora ti porto da lei. Non sai quanto ho desiderato questo momento!”
Eichmann, rabbioso come mai, la riprese per i capelli e proseguì trascinandola fino al salone dell’orrore.
Alla vista di tutto quel sangue sparso sul pavimento e dei due cadaveri a terra, Ellen si sentì mancare. Il cuoio cappelluto pareva staccarsi in brandelli, le bruciava come tutto il resto del corpo. Un odore acre e forte di putrefazione riusciva a penetrarle nelle narici nonostante il fetore della bendatura.
Provò così tanta paura da dover improvvisamente urinare. Si percepì calda e bagnata, mortificata, impotente.

Annette era irriconoscibile, sebbene pareva essere ancora in discreta salute fisica, un’espressione assente e così estranea si era impadronita di lei. A parte una manetta al polso non aveva altre costrizioni, non era bendata, eppure non emetteva nemmeno un urlo, non pronunciava nemmeno una parola. Mostrava solo rassegnazione mista a terrore.
Non fu nemmeno preoccupata o meravigliata di trovarsi di fronte la sua collega, la sua “quasi amica” o comunque una sicura confidente.
Ellen in preda al panico emise invece dei vagiti, delle lamentele soffocate che risuonarono da sotto quello straccio come suoni provenienti da sottoterra.
Eichmann riprese brioso rompendo il silenzio:” E voi credevate di farmi fesso? Vi sarebbe piaciuto eh! Rovinare la mia carriera, anni di studio e di duro lavoro … E pensavate di riuscirci! Ma non sapete ancora con chi avete a che fare, chi avete deluso, chi avete disturbato. Ora vi metterò a tacere per sempre!” Si avvicinò ancora di più ad Ellen e afferrandola per i vestiti, sul petto, la obbligò a sollevare il busto mettendola a sedere. Lei barcollando, tentò di restare in quella posizione che mai come in quel momento le sembrò del tutto innaturale.
Eichmann notò gli abiti della donna imbevuti di urina sul bacino e sulle gambe e ridendo affermò: “Te la stai già facendo sotto eh? Eppure con te non ho ancora cominciato! La tua amica, la tua amica è un’assassina. Ha ucciso due persone e ora, vorrà uccidere anche te. Non è vero?” Domandò voltandosi verso Annette che non diede alcun segnale, si limitò a restare immobile, la bocca socchiusa e gli occhi ancora nel vuoto.
Il pazzo, con un balzo le fu davanti, la afferrò per le braccia e mentre la scuoteva adirato come per farla rinsavire esclamò:” Parla, dimmi cosa ne pensi! Ti va di uccidere la tua amica? Altra vita Annette, altra vita!”
Stavolta Annette, di istinto voltò il viso verso il muro e abbassò lo sguardo. Finalmente la sua espressione mutò e, con un ultimo fiato in gola sibilò esausta:” Non posso farlo!”.
“Non lo puoi fare? No? Allora morirai! Ora!”
Il professore si accanì su di lei sferzandole una coltellata veloce e profonda alla spalla sinistra. Annette crollò a terra urlando per il dolore che provava.
Bruciava come un fuoco, le sembrò che il suo braccio si fosse staccato. La vista le si annebbiò e cominciò a sudare freddo.
“Hai ragione tesoro, non vale la pena di vivere, tanto avresti solo prolungato la tua agonia. Ma prima voglio osservarti nuda. Sei una bella donna, e voglio serbare un magnifico ricordo di te”.
“Alzati cagna e spogliala!” Intimò ad Ellen.
Ellen restò impietrita.
“Muoviti!” Le sbraitò addosso Eichmann puntandole quel terribile coltello alla gola.
Con uno sforzo incredibile, aiutandosi con i gomiti, Ellen tentò di rizzarsi in piedi mentre Eichmann la seguiva con la lama senza allontanarla dal suo collo.
“Sbrigati!”Gridò.
Zoppicando e piangendo straziata e con un flebile respiro sincopato, Ellen si avvicinò ad Annette. Da sotto il bendaggio sfuggì uno “Scusa” perso in un sibilo che parve risuonare mille volte in quella stanza.
La spalla di Annette continuava a sanguinare e aveva impregnato la camicetta scozzese che indossava. Cercò di slacciarne i bottoni con delicatezza, lentamente; in parte per il dolore che evidentemente la donna accusava fortissimo e in parte per guadagnare del  tempo. Dentro di sé era convinta che la polizia avesse ormai esaminato quel parcheggio e che, presto, sarebbe arrivata per salvarle. Doveva solo riuscire a temporeggiare il più possibile. Questo fu l’unico piano che le si insinuò nella mente in quegli istanti di puro panico.
Eichmann osservava compiaciuto la scena inclinando la testa, lisciandosi la poca barba incolta con una mano mentre con l’altra giocherellava con la lama del coltello fingendo di passarla sui pantaloni, proprio sulle parti intime ma ovviamente attento a non macchiarsi gli indumenti. Era decisamente ipnotizzato, lo sguardo fisso sul seno di Annette che cominciava ad intravedersi avvolto da un reggiseno di pizzo bianco macchiato di sangue nella parte sinistra.
“ Siete bella dottoressa!” Esclamò il mostro con un mezzo sorriso e uno strano luccichio negli occhi. Era evidentemente eccitato.
Mosse due passi verso le donne e fu presto molto vicino. Vicinissimo.

SCENARIO 10.

La polizia federale arrivò veloce a quel parcheggio. Sebbene la pioggia avesse cancellato quasi ogni traccia, si riuscì comunque a prelevare alcuni campioni che vennero infilati in sterili sacchettini trasparenti, etichettati, che per sicurezza, furono esaminati uno ad uno in controluce e poi inseriti in una scatola di metallo rossa.
Da dietro le transenne poste attorno a casa di Annette una folla di curiosi si accalcò ad osservare.
L’ispettore Lancaster era da sempre di poche parole. Esaminò la scena camminando avanti e indietro aspirando la sua pipa ed emettendo a ritmo sincopato anelli di fumo che si innalzavano quasi trasparenti verso il cielo in parte ancora grigio ma che andava a rasserenarsi tanto che, un sottile e curvo arcobaleno, era comparso all’orizzonte già tinto di un tenue rosa. L’aria era umida e Lancaster giocherellava con la busta di tabacco che aveva estratto dalla tasca. Questo era, senza ombra di dubbio, un segnale positivo, molto positivo, per chi  collaborava con lui da diverso tempo.

CAOS (parte 7)

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Ellen infilò nervosamente una mano nel tascone del grembiule per rispondere al cellulare che aveva cominciato a vibrare.
“Pronto?”
Dall’altra parte una voce familiare la tranquillizzò istantaneamente.
Tirò un evidente sospiro di sollievo.
“Annette? Sei davvero tu? Oh, tu non sai, non sai quanto mi hai fatto preoccupare! Ti ho persino cercata a casa tua, non rispondevi alle telefonate, non hai giustificato la tua assenza qui in clinica… Qui stanno accadendo dei fatti assurdi!”
Poi, dall’altra parte dell’apparecchio, una richiesta, mutò nuovamente l’espressione del viso di Ellen che si caricò improvvisamente di altra evidente tensione.
“Vuoi che venga li? Adesso? Da sola? Ma dove hai detto che ti trovi? A che piano? Si, te lo prometto! Dobbiamo parlare. Ok! Dammi mezz’ora.”
Ellen si voltò di scatto, rientrò, precipitandosi nel suo ufficio. Si tolse il grembiule e, come una forsennata, afferrò le chiavi dell’auto. Incaricò un’infermiera di avvertire tutti che si sarebbe assentata qualche ora per un tedioso imprevisto.
Il cancellone di acciaio scivolò aprendosi e la sua vettura, del tutto bagnata dalla pioggia, sfrecciò via con una brusca accelerata stridendo sulla ghiaia e facendo alzare in volo uno stormo di piccioni in quel cielo grigio e uggioso che copriva tutta Washington.
Intanto i due poliziotti, che fortunatamente posticiparono il pranzo a causa delle condizioni metereologiche, erano  in perlustrazione del parcheggio adiacente alla casa di Annette. Qualche piccola pozzanghera si era già formata sul ciglio della strada ma alcune tracce di colluttazione erano effettivamente nitide e visibili. Queste davano pieno adito alle teorie della caposala. Decisero quindi di interpellare la Polizia Federale e, soltanto in seguito, Mike pensò di porre fine alla terribile fame di Frank.

SCENARIO 8

Il professor Eichmann osservava Annette ammirato; non soltanto per il risultato delle numerose incisioni sulla pelle di Anthony che, continuando a sanguinare, rendevano quel torace somigliante a quello di Cristo sulla croce durante la sua terribile agonia, ma piuttosto, questi pareva estremamente compiaciuto per il tono calmo e rassicurante che Annette, suo malgrado, era riuscita a mantenere durante la conversazione telefonica con Ellen e che l’aveva resa assolutamente credibile. Il dottore sogghignò pensando che presto avrebbe posseduto tutti, in quella stanza. Lui, il re dei giochi, il re del mondo. Finalmente la sua vendetta.
Ellen, ignara di tutto, stava per raggiungere quell’appartamento che apparteneva alla ex moglie di Anthony: Natasha.

Dopo le terribili vicende, quella donna, ridotta ad un bianco stuzzicadenti, in fretta e furia e a gambe levate fece ritorno in Russia, senza nemmeno prepararsi una valigia e senza badare alla sua unica proprietà, quella sua prima dimora da nubile in America: il suo orgoglio, pagato con le sue prime paghe da commessa.
E, proprio lui, Anthony propose ad Eichmann quel luogo, ora ridotto a poco più di un mattatoio. Questo accadde un pomeriggio antecedente alle vicende, ancora in clinica. Ebbe questa illuminazione durante un colloquio “speciale” col professore, nel quale, discutendo anticipatamente ogni minuzioso dettaglio di quello che gli parve un piano perfetto e diabolico, offrì al dottore questa soluzione, senza esitazione, respirando un’aria quasi felice di libertà e riscatto.
La vendita di quei locali sarebbe risultata comunque impossibile senza la firma della sua ex moglie, l’intestataria, che aveva largamente preferito infischiarsene di qualche soldo allontanandosi di corsa da tutto ciò che continuava a ricordarle quel calvario altrimenti insuperabile.
Anthony avrebbe soltanto dovuto recarsi in casa propria, prima del rapimento di Annette, bene attento a non lasciare tracce, per riappropriarsi di quelle chiavi, ormai da anni appese all’odiosa cassetta di legno marrone, che, impolverata e nell’ombra osava esibirle ancora, tali e quali, avvolte soltanto da qualche ragnatela appiccicosa, ancora in silente attesa di divenire dono per  un figlio che fosse  nato dalla sua relazione con Natasha.

Entrando in quella casa dal finestrone debitamente forzato, Anthony venne assalito da una specie di nostalgia e da un odore forte, di chiuso e di muffa, che lo fece quasi trasalire. Ogni cosa era esattamente come la ricordava e dove l’aveva lasciata ma, in quel buio, tutto dormiva sotto uno strato di polvere, che surreale, pareva provenire da un sogno o da un ricordo.

E ora era in un incubo, mentre sdraiato e sanguinante, su quel freddo pavimento di marmo attendeva la sua fine.
Non riusciva ad emettere neanche un minimo gemito. Era totalmente paralizzato, eppure poteva udire, anche se distortamente, quel maledetto traditore del professor Eichmann gongolare euforico ad Annette:” E ora, mia cara, devi di nuovo scegliere! Altra tua vita in cambio di Anthony. Sei stata davvero eccezionale, mi stai dando tanta soddisfazione!” E poi scoppiò in una risata tra il sadico e l’isterico.
Annette, in balia del caos mentale, aveva perso ogni etica della ragione ed ogni lucidità mentale. Tremava e, anche il suo sguardo, ora, come quello di Anthony era fisso e perso nel vuoto. Persino le lacrime ormai si rifiutavano di cadere, sarebbero state l’ultima speranza per ridare una parvenza umana al suo volto.
Un mostro ormai si era impadronito di lei. Fino a che punto poteva essere disposta a spingersi per guadagnare qualche minuto di vita?
Non le fu concessa alcuna riflessione poiché il professor Eichmann proseguì insancabile: “Dai, voglio osservarti mentre lo uccidi. Non esitare, Infliggi la morte a questa nullità. Chi è lui? Chi sei tu? Chi merita più vita tra voi due?”

Mentre sulle scale esterne del palazzo riecheggiavano dei passi a suon lento di tacchi in evidente avvicinamento a quella dimora di sicura morte, Annette, che di istinto avrebbe gridato, dato l’allarme, chiesto aiuto, soltanto come una muta, riuscì ad impugnare il coltello che il dottore le stava offrendo e, in un orripilante sacrificio, rapidamente, sferrò un colpo mortale al cuore di Anthony. Senza farsi supplicare. Senza pensarci, abbandonata agli eventi, con rabbia, conscia di avere ucciso qualcuno per la seconda volta.
La familiare suoneria del suo cellulare che, sequestrato, si trovava nelle tasche del professore, la riportò solo un po’ alla realtà.
Il dottor Eichmann, veloce, estrasse il coltello da quel corpo martoriato e, impugnandolo con ira, si precipitò come un orco alla porta di ingresso mentre il sangue di Anthony sgorgava insieme a tutto il suo male e ritornava alla terra, ormai completamente tinta di rosso.

CAOS (parte 6)

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In quel momento il dottor Eichmann frugò nuovamente nel suo borsone e dalla tasca esterna laterale estrasse un contenitore rigido di metallo, un portasigarette o qualcosa del genere. Conteneva una piccola siringa che, prontamente, iniettò ad Anthony nell’avambraccio sollevandogli con decisione la manica della camicia. Egli tentò invano di opporre resistenza.
Annette tremava, incapace di controllarsi, i secondi trascorrevano innaturali, e Anthony ora non gridava più. Dava l’impressione di essere ancora cosciente e di percepire comunque il dolore ma, dopo una breve serie di movimenti involontari molto simili alle convulsioni, si bloccò rigido, come paralizzato, con la bocca spalancata.
Annette, giudicando da quella sintomatologia, pensò che il professore avesse utilizzato una sorta di psicofarmaco ipnotico.
Il dottor Eichmann si voltò verso Annette con un sorriso sadico e una voce contraffatta dall’eccitazione proferendo: “ Oggi soccorrerò nuovamente un malato, lo aiuterò a lasciare questo mondo. Uno stupido in meno popolerà la terra. Ah,ah! E tu, dottoressa, sarai la mia mano: ti piace uccidere non è vero? Scommetto che ti sei sentita sollevata nel contemplare Edward morto. Ne sono certo! Sarà stato un sollievo per te non doverlo più visitare. Forza, a me puoi dirlo! Con me puoi parlare, confidarti… sono lo psichiatra più bravo al mondo! Lo volevi vero? Ti è piaciuto toccarlo… così freddo… così rigido…”
“Basta! Basta!!!” Gridò Annette ormai senza lacrime e senza voce. “Perché mi fa questo?”
Il professore ora reggeva in mano un taglierino. Lo porse ad Annette esortandola: ” dottoressa, prego. Può incidere il paziente?”
Annette non si mosse di un millimetro e smise anche di respirare.
In un baleno, quel taglierino fu puntato sul suo collo, poco sotto l’orecchio. Poteva sentirne l’estremità appuntita e fredda pungerle avida la pelle. In quell’istante fu come ricevere un morso alle viscere e, di riflesso, provò male ovunque, in ogni angolo del suo esile corpo, così, immobile, irrigidita, pensò che fosse ormai giunta la sua ora. Rivide in un flash gli occhi di sua madre stringersi dolci in un sorriso irradiati da una luce bianca. Tentò di prendere coraggio, di rendersi pronta alla sua fine nella maniera più dignitosa possibile. Ma fu ancora una struggente attesa, ancora parole uscirono senza pietà da quella bocca del male e in tono canzonatorio:” Dottoressa, mia cara, deve proprio sbrigarsi… deve prendere una decisione… Subito! Ora! Ha paura? Senta come è forte la paura. Prenda questa lama! La disegni la sua paura! Come è fatta? Che forma ha? Si sfoghi! La voglio vedere dipinta su questo insulso uomo, gli doneremo un po’ di decoro almeno.” E sogghignando Eichmann afferrò Anthony per i capelli brizzolati trascinandolo esattamente con la testa tra le gambe divaricate di lei.

Singhiozzando Annette cedette, osservando lo sguardo artificiale di Anthony. La stanza cominciava a odorare acre di putrefazione.
Tutt’a un tratto si accasciò, desolata, sfinita. In preda alla disperazione distese con una tremenda fatica la sua mano tremante col palmo rivolto verso l’alto dove il direttore vi appoggiò l’utensile assumendo un’aria boriosa e soddisfatta. Addolcendo il tono della voce la incitò: “ Bene, molto bene… vediamo fin dove ci riusciamo a spingere pur di avere ancora un po’ di vita! Lei mendica la vita Annette!”
Annette strinse rabbiosa quel taglierino tra le mani. Con impazienza e con forza Eichmann strappò la camicia di Anthony, il quale, sdraiato, supino e a petto nudo pareva rendersi perfettamente conto di cosa altro gli stesse per accadere. Poi il professore la aiutò senza commiserazione a tornare seduta e accompagnò con la sua orrenda mano quella di Annette sopra quel torace che esalava gorgoglii e gemiti e le ordinò di procedere.
Annette cercò di trattenere la nausea che le stava rimontando prepotente dallo stomaco, e cercò di pensare a cosa poter disegnare, ma in quella confusione mentale non le sovvenne alla mente proprio nulla. Così cominciò solo a sfregiare quel corpo, con tagli brevi. Sudando. Si sforzò fortemente di visualizzare una stoffa oppure un pezzo di gomma. Ricordò quella volta che, da adolescente per Carnevale, si rese disponibile a confezionare abiti da scimpanzè a tutti i bambini del suo rione e cercò di convincersi che quello fosse proprio un travestimento da scimmia.
“Di più, di più! La paura che provi è più profonda!” Sentì gridare alle sue spalle. Il professore la cingeva dal dietro e continuava a tenere la sua lurida mano sopra quella di Annette. Con le catene al polso e stremata com’era era difficile per lei avere più forze ma cercò di obbedire all’ordine impartito. E la sua mano ora proseguiva da sola, tremante ma più decisa. Dai tagli ogni tanto si liberavano gocce di sangue, si gonfiavano lentamente, come piccoli palloncini e poi fluivano libere tentando di lasciare quel corpo martoriato. In sottofondo l’orco emetteva sospiri di soddisfazione.

SCENARIO 7

Intanto era ormai mezzogiorno. Dentro all’ospedale psichiatrico regnava il caos. Il cancellone di acciaio si aprì per permettere nuovamente l’accesso ad una pattuglia della polizia che spense le sirene soltanto dopo aver parcheggiato.
Due poliziotti scesero contemporaneamente e si precipitarono all’entrata dove vennero accolti dalla dottoressa Ellen. Era visibilmente agitata, serrava i pugni contratti e il viso era testimone di un’espressione seria e tesa.
“Buongiorno dottoressa. Purtroppo non abbiamo notizie del vostro paziente. Confidiamo nella giornata di oggi per qualche novità relativa al suo ritrovamento.” Enunciò il poliziotto più alto, tendendo una mano alla caposala in segno di rispettoso saluto.
Ellen gli porse la sua mano gelida, poi ritraendola e infilandola nervosamente nei capelli biondi, come un fiume in piena si sfogò: “ Vi ho richiamati perché qui sono sorte delle coincidenze molto strane. Il direttore ieri si è dato malato, prima di sapere che Anthony Queen fosse fuggito, ma da due giorni non è rintracciabile, non risponde al telefono e questo è davvero singolare. Ed oggi non si è nemmeno presentata la dottoressa Annette Blanchard, che visita da sempre tutti i nostri pazienti del primo piano ogni lunedì e ogni giovedì. Io sono in confidenza con lei, lo posso assicurare, lei non si assenta mai, e ancora meno lo farebbe senza avvertire. Io temevo fosse successo qualcosa, così, poco fa, prima di telefonarvi, mi sono recata a casa della dottoressa e dal suo appartamento non mi ha risposto nessuno. Mentre stavo risalendo sulla mia macchina, parcheggiata nell’unico spiazzo presente in quella via, ho trovato questo.”
E la caposala infilò una mano nella tasca del suo grembiule azzurro, estraendone una specie di amuleto, un “Tao” in legno.
“Annette non si sarebbe mai separata da questo ciondolo, era il suo portafortuna, apparteneva a suo padre, me lo narrò più volte e lo teneva sempre con sé, nella sua borsetta. Inoltre ho notato, proprio accanto a questo ritrovamento, delle impronte di scarpe da uomo, molto grandi e dei segni sul terriccio, come se qualcosa o qualcuno, lì, fosse stato trascinato o vi fosse avvenuta una specie di colluttazione. Vi prego, dovete perlustrare quella via! Io credo che la dottoressa possa essere in pericolo. Ecco prendete!” Ed Ellen porse loro decisa un foglietto sul quale aveva annotato l’indirizzo di Annette.
“C’è altro che dobbiamo sapere?” Domandò il poliziotto più alto mentre il suo collega, tendente all’obeso, dava un’occhiata distratta all’orologio d’acciaio che portava al polso.
“Beh… nel caso mi ricordassi qualcos’altro non mancherò di passare oggi pomeriggio dalla centrale.” Rispose Ellen sfregandosi il naso con l’indice.
Mentre i poliziotti lasciavano l’atrio Ellen udì quello più robusto proferire:” James, però ci andiamo dopo pranzo ok?”
E l’auto lasciò il cortile immettendosi nel traffico cittadino.
Ellen sentì il bisogno di piangere. Più tardi avrebbe dovuto confessare ogni cosa alla polizia: i suoi sospetti, le sue ricerche segrete. E se si fosse sbagliata? E se qualcuno ne fosse venuto a conoscenza? Sicuramente avrebbe perso il posto di lavoro ma doveva rischiare. Non poteva permettersi che capitasse qualcosa di brutto ad Annette. Ora necessitava di qualche ora di tempo per calmarsi e per riordinare le idee. Ma si sentì travolta dall’ansia, le sembrò di soffocare. Dentro di sé era convinta che il direttore fosse pericoloso, ne aveva ormai raccolto molte prove.Uscì in cortile per prendere una boccata d’aria e notò due piccioni appollaiarsi su di un finestrone: erano bianchi con gli occhi contornati di nero e segnavano l’arrivo della pioggia.

CAOS (parte 5)

 

Da Ninni per Nadia.jpg

 

Dopo aver atteso qualche secondo sulla soglia, l’omone cominciò l’avanzata. In controluce la sua sagoma si stagliava alta fin quasi allo stipite della porta. Con una mano reggeva una specie di valigetta rigida e scura.
Annette terrorizzata, istintivamente chiuse gli occhi prima che le fu vicino, ma lo smarrimento si impadronì di lei non appena udì parlare Anthony che, in quel preciso istante, si risvegliò dallo stato di trance.
“ Professor Eichmann! La aspettavo. Ecco! Ha visto? Ho fatto tutto ciò che mi ha indicato. Qui, guardi! L’ho presa! Poi mi sono ammanettato come lei desiderava. Sono stato bravo?”
Anthony aveva un tono di voce cantilenato simile a quello di un bambino di cinque anni. Era una persona totalmente differente da quella che aveva conosciuto Annette al suo risveglio.
Per tutta risposta quel terrificante omone emise una specie di ringhio.
“Professor Eichmann?” Annette pensando e ripensando si interrogò, sobbalzando nell’udire quel nome e cercò di farsi coraggio e ne occorreva davvero tanto. In quel contesto comprese che certo non poteva trattarsi di una semplice coincidenza. Si sentì mancare quando, facendosi forza e riaprendo gli occhi, lo riconobbe: il dottor Eichmann, direttore dell’ospedale psichiatrico, ormai accanto a loro, in ginocchio, chinato a rovistare con furia nella sua valigia.
“Mi libera adesso ?La voglio aiutare. Io ho fatto esattamente quello che mi ha detto!” Aggiunse Anthony visibilmente eccitato.
Lo psichiatra ritirò la mano dalla sua valigetta. Impugnava un tronchese. Anthony fremeva per essere liberato, lanciò un’occhiata ad Annette colma di risentimento ma, nello stesso tempo anche di oscura malizia.
Il professore strattonò con forza la catena trainando a sé le mani di Anthony e afferrando la giuntura delle manette.
“Ha perso la chiave professore?” Gli domandò Anthony sorridente, burlandosi di lui.
Con un gesto secco gli mutilò l’indice destro che cadde sul pavimento con un piccolo tonfo sordo.
Anthony emetteva gemiti e latrati di dolore, gridava, piangeva, tutto insieme. Contorcendosi dal male diventò bianco e accartocciato come un foglio di carta. Rapido con l’altra mano serrò stretto il suo moncherino. Il sangue gli sgorgava tra le fessure delle dita, percorrendo il polso e sgocciolando sul marmo chiaro del pavimento. Ora non scherzava più, stava conoscendo l’oblio del terrore poiché conscio del tradimento di quell’uomo comprese il suo triste destino.
Annette quel dolore riusciva quasi a percepirlo come suo, si sentì mancare e sibilò con un filo di voce, senza nemmeno rendersene conto: “ No.. aiuto! No…”
Eichmann si voltò stizzito di scatto, con un rapido balzo fu addosso a lei, faccia a faccia. Impugnava ancora quella cesoia sporca di sangue e la agitava a mezz’aria.
Annette si pietrificò e notò tutto il rancore che il professore mostrava tra le rughe della sua fronte corrugata e la rabbia che gli sferzava dagli occhi,l’odio; in quell’istante si maledisse per aver parlato.
“Cosa credevate, tu e quella baldracca della caposala, di farla franca? Di farmi le scarpe? Le vostre indagini, le domande ai pazienti, i rapporti spariti dalla mia scrivania… i vostri complici! Ma io sono uno psichiatra di fama mondiale e non certo uno stupido qualunque! Pensavate di prendermi in giro? Ecco che casino avete combinato! E tu, tu sei un’assassina! Ora, per fortuna, il bravo direttore rimetterà tutto a posto. Ho già cominciato a sistemare le cose, vedrai di cosa sono capace! Una vita, una vita intera dedicata allo studio della mente umana… e tu credi che possa lasciarmi abbattere da due donnacce che aspirano alla carriera?” E dopo una risata sadica aggiunse: ”Voi due siete pazze e più dei nostri pazienti!” Mentre quel folle sbraitava, Annette tentò di allontanarsi ritraendo all’indietro la testa ma lui, con una mano forte, la afferrò da dietro la nuca spingendola fronte a fronte con la sua. Lei era esausta, assetata e senza molte forze mentre lui infuriava adirato: “Ora vedrai cosa accade ai pettegoli, ai reietti, agli ambiziosi, ai buoni a nulla. Voi siete lo scarto, lo scarto di questa società! Siete tutti uguali, inutili!” E intanto, in segno di minaccia, agitava l’attrezzo sotto il mento della donna.
Il professore, fortunatamente, lasciò la presa trasformandola in una spinta mentre Annette riprese a respirare faticosamente, col collo indolenzito e pensò di essere prossima alla sua fine.

SCENARIO 6

Il professor Eichmann era direttore dell’ospedale psichiatrico di Washington dal lontano 2001. Giunse dalla Germania. Dopo aver condotto i suoi studi e aver meritato diversi riconoscimenti nel campo della ricerca, fu direttore di una clinica a Berlino. Ebbe poi un periodo di stasi, gli parve che le sue innovazioni non fossero più riconosciute e cercò quindi un po’ di fama e di notorietà lasciando la Germania ed emigrando in America dove non tardò certo a trovare impiego.
Inizialmente i suoi metodi vennero molto apprezzati, ripresero i riconoscimenti. In quell’ospedale avrebbe potuto contare sui peggiori pazienti dello stato e avrebbe così potuto sperimentare in pieno i suoi metodi innovativi, delle originali intuizioni che prendevano spunto dal pensiero di Kraepelin, continuando così a revisionare i suoi studi sull’ebefrenia, sulla catatonia e sulla demenza paranoide, considerando tali quadri clinici, come differenti declinazioni dell’unica forma mentale da lui riconosciuta, la “demenza precoce”, poi ridefinita schizofrenia. Le sue sedute si ispiravano ad un moderno “redirect”, un “authority control” che consisteva nel creare una mappa precisa di relazioni nei pensieri dei malati per tentare di riabilitarne in parte alcune funzioni cerebrali.
Ma negli ultimi anni si scoraggiò, non ottenendo i risultati desiderati e, quando nuovamente il mondo smise di parlare di lui, tentò il tutto per tutto lavorando sulle reazioni opposte a quelle desiderate. I suoi pazienti pur reagendo a questa terapia spesso risultavano plasmati e inclini all’ulteriore deterioramento della loro personalità.
L’unica a comprendere l’ambiguità del professore e in particolare, per gravità, la situazione del piano “A”, fu Ellen, la psicologa e caposala. I malati, da tempo, mostravano un’eccessiva aggressività, un peggioramento della loro patologia e una evidente dipendenza nei confronti del professor Eichmann. Negli ultimi due anni i suicidi all’interno della clinica aumentarono a dismisura. Ellen così indagò a lungo. Trascorreva numerose notti insonni nel suo ufficio consolidando prove di accusa sull’operato del direttore. Annette le aveva da sempre ispirato fiducia, era corretta, semplice e soprattutto onesta. Un giorno le confidò i suoi sospetti e cominciò a servirsi di lei per recuperare documenti e lesinare informazioni , quadri clinici e diagnosi.
Annette a sua volta, sfruttando l’attrazione che, palesemente, il dottor Johnson le dimostrava in ogni occasione, si serviva di lui per reperire le cartelle e le notizie relative ai pazienti del piano “A”, riuscendo sempre ad ottenere ciò che desiderava senza alimentare sospetti e così preservando il terribile segreto di cui era a conoscenza.

Annette Ora era totalmente consapevole del movente di quel pazzo e di ciò che sarebbe accaduto e presa da una sgradevole intuizione e da una inattesa lucidità mentale, osservò nuovamente il corpo senza vita nell’angolo del locale, cercando di carpirne l’identità.
Il viso della vittima era voltato verso il muro, ma potè analizzarne la corporatura, i capelli, anche se tutto quel sangue le causava nuovamente il voltastomaco. Quei capelli, radi e castani, e le spalle così larghe…
Ebbe una rivelazione. Ma certo! La guardia del piano “A”, avrebbe benissimo potuto essere lui, quel… come si chiamava… ecco, William!
E lo sconforto si impadronì di lei, rammentò che nei corridoi della clinica si vociferava fosse un omosessuale. Tutto cominciava ad avere un senso. Probabilmente Anthony si era servito di lui per fuggire dall’ospedale. Dopo averla drogata, rapita e trascinata in quell’appartamento qualcosa tra i due era andato storto, o forse, più semplicemente, Anthony potrebbe aver ricevuto istruzioni di ucciderlo.
In tanti, quel William, lo ritenevano un pettegolo, prima o poi avrebbe potuto spifferare qualcosa a qualcuno.
Annette percepì un vuoto allo stomaco. Tutto questo piano era stato diabolicamente architettato per eliminare lei e la dottoressa Ellen.
Quante morti atroci aveva potuto osservare in quegli ultimi mesi? E cosa le sarebbe accaduto adesso? Anche Ellen era in pericolo. Tutta la clinica doveva temere quel pazzo.
Anthony non aveva ancora smesso di gridare.
Il professor Eichmann lo afferrò per una gamba trascinandolo a sé. Anthony era abbandonato al suo destino e in totale delirio ma, come rassegnato, non tentava neppure di ribellarsi.

CAOS (PARTE 4)

index (2)

Annette sobbalzò. Si udì provenire dalla presumibile entrata dell’appartamento il rumore di una chiave dare diversi giri alla serratura, lenti e ne contò almeno quattro. Il rimbombo che causarono, dovuto in parte all’eco per il fatto che le stanze fossero vuote e in parte alla paura, resero quei secondi interminabili e una infinita tortura. Di istinto avrebbe voluto gridare, agitarsi, piangere o tutt’al più dare una testata al pavimento, forte, così forte, da potersi fracassare il cranio in due pezzi e farla così finita; invece restò immobile. Riuscì solo a voltare lentamente lo sguardo verso Anthony, forse cercava un appoggio, un po’ di comprensione, ma egli era immobile e completamente assente, non aveva ancora smesso di fissarla, perso nel vuoto, in un’espressione che poteva solo che aumentare in lei la tensione causata da quella situazione.
La paura la violentò, il tempo perse la sua dimensione. In quegli attimi Annette comprese quanto lungo potesse risultare un secondo e quanto forse breve, per contro, la sua esistenza. Contò anche i passi, uno a uno, li udì dopo che fu richiuso il portone che rilasciò lento un sinistro cigolio. Diversi episodi della sua vita la soffocarono, così tanti in un infinitesimale lasso di tempo e indipendentemente dal suo volere.

RICORDI:
Si ritrovò nella sua cameretta, da bambina, quando ancora sognava una vita perfetta e felice, sedeva a giocare sul pavimento fresco, per abitudine sempre sulla stessa piastrella, accanto alla grande specchiera e con le spalle al grande armadio a muro bianco. Quando era triste o sua madre la puniva e piangeva era invece solita rannicchiarsi dal lato opposto. Non amava riflettersi così, il viso le si imbruttiva ed era come se, in un certo senso, il dolore lo potesse vedere, forte e nero afferrarle le guance per distorcerle, deformarle la fronte e otturarle il naso per impedirle di respirare.
Poi, chiara, si materializzò nella mente l’immagine di suo papà mentre le strizzava l’occhio. Un gesto che era consueto fare; significava che tutto stava andando per il verso giusto o spesso le era elargito in segno di approvazione. Suo padre con la sua pipa di radica scura, lavorata a mano, consumata e sempre fumante. “Perché mai dovrei comprarne un’altra? L’ho pagata un occhio della testa, è di manifattura inglese e ho una bocca sola!” Ripeteva a tutti da sotto i suoi baffetti arrotolati con cura verso l’alto, quando qualcuno gli faceva notare che ormai era giunta l’ora di sostituirla. L’aroma del fumo che ne fuoriusciva, acre e secco, impregnò ogni cosa: vestiti, tappeti e persino suppellettili e armadi, tanto che ad occhi chiusi, ancora oggi, Annette avrebbe potuto riconoscerne l’odore tra mille.
Poi Annette rammentò sua mamma mentre ogni domenica le preparava la solita torta di mele e ricordò come ogni sera amava abbandonarsi ai suoi meravigliosi abbracci, le erano riservati prima di coricarsi, nel momento dei saluti e avevano il potere di infonderle calma, di rincuorarla e sollevarla da un qualsiasi dubbio o problema. Quanto ne avrebbe desiderato uno adesso, anche se le braccia di sua madre ormai erano ridotte a due ossicini fragili e incapaci di forza a causa della sua malattia. E ancora la buonanotte di suo papà, che arrivava sempre per ultima. Un’ombra in controluce che si fermava sulla soglia ma che, a guardar bene, era possibile scorgerne sul volto un sorriso,anche quando i telegiornali, dalla tv accesa in soggiorno parlavano di guerra. Sempre quel suo solito saluto: “ a domani!”
Quel domani che per tante volte giunse scontato nella consuetudine, e poi, un brutto giorno si rese improvvisamente cattivo, consegnando insieme al quotidiano una mattina solo tristezze, preghiere e fiori.
E fu il suo funerale.
Poi ecco soggiungere le aule del college, quanto impegno, quanto! E le prime vere sofferenze. Quel bel ragazzo che la tradì con la cheerleader più popolare della scuola e, non contento, poi la umiliò pubblicamente davanti a tutta la classe.
Le sovvenne alla mente una posa simpatica, mentre mostrava un sorriso orgoglioso, con il Tocco in testa in occasione della sua ambita laurea e poi ancora i ricordi spensierati della sua prima vacanza con le amiche in Canada. E un altro amore, altri ancora finché smise di contarli.
Puntuali si susseguirono tutti gli insuccessi sul lavoro. I primi impieghi, i primi ridicoli stipendi, le gavette, la presa di coscienza dell’ambiente lavorativo: le furbizie e qualche malvagità dei colleghi, ma anche ottime amicizie col tempo sfumate piano piano. Ora le era rimasta solo Catherine conosciuta circa vent’anni prima e considerata da sempre come una sorella. Chissà se l’avrebbe cercata, se avesse provato a telefonarle e trovando il cellulare irraggiungibile si fosse allarmata. Annette lo sperò con tutta se stessa.
E questa spirale di pensieri la riportò all’attuale impiego: dottoressa per l’ospedale psichiatrico di Washington. All’inizio temeva quell’incarico. Per una giovane donna come lei non fu facile, ma il suo carattere abbastanza deciso le permise di superare quasi tutte le difficoltà. Ma quel paziente, Edward, lui si che le diede del filo da torcere. Era un singolare personaggio che non la rassicurava per niente. Soggiornava al piano “B” stanza 314. Era crudele, malizioso. Le fu presentato come uno schizofrenico di secondo grado verso il quale era necessario riporre attenzione. I pazienti peggiori, tutto sommato, non sarebbero capitati a lei, almeno all’inizio, ma al dottor Johnson. Ma quell’Edward la inquietava. Ogni volta che le si avvicinava poteva captare in lui un interesse sessuale, quando lo toccava lui ondeggiava il corpo e alzava il viso con un sorriso ipocrita e fastidioso. Ogni volta. E quando la incrociava nei corridoi emetteva dei versi atroci, dei gesti sconci, e non era raro udirlo fare apprezzamenti osceni riguardo alla sua persona con gli altri ospiti. “Dottoressa, ho male ad una spalla!” E poi, subito quel riso maligno, sarcastico. Era un vero tormento. E quell’unica volta che per rabbia e sfinimento lo sottovalutò, lui morì d’infarto. Una brutta esperienza che quasi le costò il posto di lavoro, non fosse stato per l’aiuto della caposala che confermò che anche in quell’occasione lui non si smentì, durante l’ultima visita rise, come sempre.
Ma il senso di colpa la stava logorando, da dentro. Era suo compito prendersi cura dei pazienti dell’ospedale ed avrebbe dovuto ordinare un trasferimento. Sarebbe stato ancora in vita, una misera vita, ma almeno non l’avrebbe avuto sulla coscienza, non sarebbe tornato da lei, quasi ogni notte, nei suoi incubi, più bianco di un foglio di carta, con una mano sul petto, per svegliarla di soprassalto.

SCENARIO 5.

Si udì un colpo di tosse, dal quale risultò che la persona che era entrata in casa fosse un uomo, subito dopo seguì un rumore di ferraglia rovistata e lo scroscio dell’acqua da un rubinetto. Annette si immaginò sospesa nel vuoto ad un’altezza vertiginosa, su una piccola piattaforma, nel cielo nero e buio, obbligata a percorrere un filo di nylon, come una funambola per salvarsi dalla morte che la inseguiva. Sarebbe caduta certamente di sotto, si augurava una fine rapida e poco dolorosa.
Non aveva alcun dubbio: quello sconosciuto doveva senz’altro essere il colpevole di quell’omicidio e anche del suo rapimento.

Il flusso del sangue le si bloccò raggelandole le vene, fece appena in tempo a dare un’occhiata ad Anthony la cui bocca, seppur lievemente, sembrò accennare un sorriso sadico e velato mentre una figura in controluce alta e forte si stagliò alla soglia del locale.
Annette restò in un’apnea innaturale immersa nell’orrore più profondo.

CAOS (parte 3)

grata

SCENA 3

E fu silenzio. Il locale risuonò ancora più spaventoso e tetro. Anthony, comprendendo che i suoi sforzi per scardinare quelle catene erano risultati del tutto vani, si immobilizzò sfinito e rassegnato. Annette lo osservò di sbieco, nella penombra. La sua sagoma risultava rannicchiata con le ginocchia ripiegate al petto e il viso pareva voltato verso di lei.
Nonostante la scarsa illuminazione presente in quella stanza, Annette realizzò che lo sguardo di Anthony era proprio diretto verso di lei. Si percepì quindi a disagio notando gli occhi dell’uomo così fissi,sgranati e vuoti somigliare a due due fessure ancora più nere dell’ombra.
Improvvisamente la mente di Annette fu assalita da un inaspettato e vago ricordo.

… Dopo una giornata di lavoro stava per rincasare e aveva ormai raggiunto la sua abitazione. Parcheggiò come sempre l’auto poco distante e al solito posto, ben accostata al marciapiede. Pigiò il telecomando richiudendola con un “beep”. Spirava un fastidioso vento freddo e a passi veloci raggiunse l’uscio del suo palazzo.
Fu avvolta all’improvviso da una grande mano che le cinse in contemporanea bocca e naso. Qualcuno l’aveva sorpresa alle spalle e ora premeva sul suo viso con una forza tale da impedirle di respirare immobilizzandole testa e collo.
Si agitò tentando di divincolarsi ma un altro braccio la avvolse alla pancia e con uno strattone deciso la trascinò a sé.
La sua schiena premeva contro il petto di quello sconosciuto. A malapena riuscì a intravedere la manica di un giubbino in pelle e nero.
La sua borsetta cadde a terra, nel fango causando un tonfo morbido e poco dopo la stessa fine toccò anche a lei.
Si risvegliò poi ammanettata e incatenata in quella stanza dell’orrore con la testa confusa e dolorante.
Poco dopo notò la sua borsetta visibilmente macchiata di fango, ormai rinsecchito, che poggiava a terra all’angolo del locale, così vicina ma nel contempo irraggiungibile a causa del poco agio concesso da quella ferraglia che la cingeva stritolandole i polsi.
Quel ricordo sbiadì presto e subentrò in lei la stessa e surreale sensazione spesso lasciata da un brutto sogno. Non era in grado di valutare se quei ricordi potessero essere reali. Avrebbe desiderato conoscere almeno il movente di quel probabile sequestro e cosa la potesse accumunare a quell’uomo dall’atteggiamento così bizzarro, che seguitava a fissarla, immobile.
E cosa dire della vittima insanguinata a pochi metri da lei? Perchè?
Si torturò cercando di trovare delle risposte.
Sebbene non provasse la minima fiducia verso quello sconosciuto, si fece forza e osò domandargli: “Cosa c’è? Perché ti sei fermato? E come mai mi fissi così?”
Nulla. Anthony era divenuto impassibile e assente, a fatica se ne poteva percepire il respiro, lento, lieve.
A insaputa di Annette i suoi occhi,voltati all’indietro, stavano osservando dentro di sé.
Come un film nel suo cervello scivolavano diversi momenti della sua vita.

RICORDI:
Le inferriate di acciaio tagliavano a striscie i palazzi grigi che circondavano e oscuravano il piazzale con i pochi sprazzi d’erba e tanto cemento. Con tutta la loro altezza si infiltravano nel cielo trafiggendolo come degli enormi chiodi. Anthony di quella vista aveva la nausea.
Capitava che uno dei tanti passeri scuri, dagli occhi cerchiati di bianco, planasse fino al cortile. Quelle bestiacce volanti sembravano portare gli occhiali, quasi a voler curiosare meglio e lo infastidivano al punto di indurlo a grattarsi ripetutamente il collo. Si torturava con nervosismo e in maniera frenetica, giorno dopo giorno, ostacolandone la possibile guarigione e la formazione delle croste. La pelle appariva sfregiata da numerose cicatrici sulle quali si aprivano altrettanti tagli sanguinanti.
Eppure le unghie gli venivano tagliate spessissimo e da un’operatrice molto grassa. Anthony soleva osservarle i tre peli che le penzolavano sotto il mento e le ascelle che sudavano assai e fin sopra il camice verde.
“Vieni qua! Forza, da bravo! Manicure tesoro!” E quella frase,ogni santa volta, senza cambiarla mai, nemmeno di una virgola.
Anthony avrebbe voluto strapparle di mano quell’aggeggio, che per motivi di sicurezza non era certo una forbice, e pizzicarle la pelle, spappolarla, staccarne piccoli brandelli per poi buttarli fuori dalla grata e darli da mangiare a quei passeri o agli avvoltoi, se mai ci fossero stati. Chissà se qualcuno di essi affamato si sarebbe spinto fino a Washinghton per questa golosa occasione!
Si trovava ormai in quella cella da qualche anno. Da quando era stato giudicato pazzo e pericoloso.
Ma lui sapeva la verità. Quell’uomo, il suo capo, aveva meritato tutto. Tutto quanto. Dopo anni di continue provocazioni, di insulti, di vigliaccherie, ecco cosa aveva vinto! Un viaggio per l’inferno. Solo una piccola spinta, nel forno aziendale che si utilizzava per sciogliere i metalli. Era perfetto, in questo modo sarebbe diventato acciaio, magari una bella statua in onore a tutti gli imprenditori degli Stati Uniti. Nessuno l’aveva condannato per questo, nessuno lo vide spingervi dentro quel poco di buono e, soprattutto, nessuno ne ritrovò mai il cadavere. Era riuscito a farla franca. Ma altrettanto non accadde con quella donnaccia.
E la rivide nitida, la sua ex moglie, ormai imbruttita. La teneva chiusa da mesi in cantina, alimentandola con acqua e pane solo ogni tanto. Era un’immigrata Russa per cui nessuno si accorse della sua assenza. E pensare che quella donna avrebbe desiderato da lui anche un figlio! Anthony detestava i bambini. Natasha aveva raggiunto 45 chili di peso quando fu scoperta per caso da un postino. Quella rompiscatole screanzata era riuscita a colpi di denti a rosicchiare la benda che le copriva la bocca e, in seguito, persino a gridare. Una disattenzione. Una disattenzione che gli impedì di eliminarla definitivamente dalla sua vita e, anzi, gli costò la reclusione in quella struttura.
Anthony sapeva di essere solo, di non avere amici. Li immaginavaa volte nella sua testa, ma nella realtà ne era privo e non gli dispiaceva affatto. Non ne aveva mai avuto bisogno. Sin da bambino aveva sempre dimostrato un brutto caratteraccio che peggiorò terribilmente con la morte dei genitori, quando, entrambi persero la vita sul colpo a causa di un incidente d’auto sulla 16ma. Nessuno osava avvicinarsi a lui, e di questo ne andava fiero. Il suo atteggiamento scontroso, rude e maligno sapeva scoraggiare anche i più temerari e altruisti.
In tanti, troppi, avevano assaggiato i suoi puntuali cazzotti.
Ma quel cortile dell’ospedale psichiatrico ove era detenuto, al lunedì e al giovedì rifioriva. Fioriva di un bel rosso sangue. Quando quel cancelletto piccolo di acciaio si apriva, per un attimo si intravedeva la frenesia della città. Macchine o autobus che lasciavano scie colorate, quasi impercettibili in quel misero istante in cui quel varco sul mondo restava aperto. Tracce di festa si intravedevano in quei pochi secondi necessari per permettere alla dottoressa di accedere nei reparti dell’ospedale psichiatrico.
Quanto l’aveva amata. Settimana dopo settimana, mese dopo mese. Una vera apparizione, elegante e sublime con i suoi capelli rosso fuoco vibranti sulle sue spalle e solo qualche volta legati in una severa coda di cavallo. La sognava, la attendeva. Era l’unico momento in cui si sentiva vivo e pulsante.
Si immaginava di avvolgerla in una morsa e di sentirne accelerare il suo respiro e i gemiti. Doveva essere straordinaria a letto a giudicare da come portava elegantemente quel tacco a spillo alto almeno 10 centimetri.
Ne aveva realizzato persino il profumo che inebriante avrebbe saziato le sue narici e la sua bocca.
Provò svariate volte a farsi male, non era facile, la camera era priva di qualsiasi oggetto contundente ma infine c’era riuscito.
E tanta fu la delusione nell’accogliere la visita del dottor Johnson. La dottoressa era assegnata al piano “B”, avrebbe curato Edward, l’unico a cui Anthony avesse rivolto alcune confidenze in occasione di lavori di gruppo e di terapia. Non era un amico ma soltanto un compagno di sventura.
Lui si che avrebbe potuto sentire sulla sua pelle le mani gentili della dottoressa Annette durante una delle sue visite. Lo invidiava. E immaginava.
… Ma un brutto giorno, la sua guardia preferita: William, un gay che prestava servizio davanti alla sua cella, un idiota che avrebbe voluto soltanto averlo, che credeva di comprarsi qualche ora di sesso in cambio di un paio di sigarette, doppi pasti e qualche parolina dolce, gli comunicò che Edward era morto. La dottoressa Annette aveva sottovalutato un forte dolore al petto, negando il consenso per trasportarlo in una struttura tradizionale forse non credendolo . Aveva avuto un infarto, fulminante.
Quella donna era un’assassina, un demone. Era pericolosissima. Eppure suo padre l’aveva avvisato,prima di morire, che” mai avrebbe dovuto fidarsi di una donna dai capelli rossi!”.

SCENA 4

Anthony aveva voluto credere ad un’altra storia, sperava fosse vera. Sperava che qualcuno l’avesse fermato, Nel suo profondo avrebbe desiderato che Annette fosse stata in grado di mettere la parola fine alla sua esistenza, perchè ora che non aveva più un motivo per evadere dalla noia, ora che non l’amava più, forse sarebbe stato meglio morire e pentirsi per il male che era solito causare. Invece si era immaginato tutto. Si era immaginato di essere lui, per una volta, l’indifeso, l’impotente, quello bisognoso di aiuto. E sarebbe stato bello.

Dopo questa riflessione che durò una manciata di secondi, si convinse che quello lì era proprio il suo destino. Avrebbe giustiziato quella donna. Continuò a fissare Annette che ammanettata accanto a lui gli era così incredibilmente vicino… Se soltanto questo fosse accaduto qualche settimana prima, l’avrebbe corteggiata, l’avrebbe posseduta a qualsiasi costo, anche con la forza. Ma ora no. Ora era soltanto vendetta.
William era ancora lì, testimone del suo odio, in una pozza di sangue. Un uomo inutile e stupido che si era fidato di lui, che aveva progettato per lui la sua evasione nella speranza di momenti felici e magari un bell’appartamento sull’oceano e dei fiori sul tavolo.
L’aveva ucciso con ferocia, due coltellate. Una alla giugulare e una al cuore mentre fissava Annette che, in stato confusionale e sotto l’effetto della droga, sonnecchiava vunerabile e legata.
L’avrebbe visto bene quel cadavere, al suo risveglio. E avrebbe dovuto sentirsi colpevole. Colpevole di essere un’assassina. E avrebbe dovuto provare la stessa paura che, prima di lei, provarono i genitori di Anthony, Edward e anche William.
Si era ammanettato poi accanto a lei, desiderava ingannarla, tradirla, beffarla. Ne voleva assaporare reazioni, paure e sconforto, lungamente, da vicino, addirittura viverli in simbiosi, unito a lei da quelle meravigliose catene.
E poi, e poi sarebbe giunta lenta la vendetta, come un tronco di legno che arde nel camino il cui destino trasformerà in cenere.