CAOS parte 2.

bar seattle

SCENA 2

Annette era persa dentro la sua paura ma Anthony appariva ben più terrorizzato di lei. Poco prima, cercando di apparire calmo quanto più gli fosse possibile, era riuscito persino a rassicurarla un poco: “stai tranquilla, non ti farò del male!” Intendeva assecondarla per evitare di alimentare ulteriormente il suo nervosismo, notando Annette in totale balia di una crisi isterica probabilmente amplificata dall’amnesia. La donna, infatti, batteva ripetutamente il piede a terra e stringeva a più non posso le sue mani in un pugno così tanto serrato da causare alcuni piccoli sfregi sotto le lunghe unghie smaltate e un rigonfiamento delle arterie che risultavano visibili tra l’orlo della manica e il suo polso.

Anche Anthony era pervaso da uno stato piuttosto confusionale. Svariate immagini si avvicendavano nella sua mente in maniera disordinata, come un susseguirsi casuale di diapositive e non in una vera e propria sequenza.
In realtà quella donna lo inquietava, qualcosa in lei non lo convinceva del tutto. Dietro a quello sguardo apparentemente innocente avrebbe potuto nascondersi una specie di demone, un’entità malvagia.
Anthony si sforzò di ricordare anche soltanto un particolare, un qualsiasi indizio o una qualunque immagine che potesse aiutarlo a comprendere il motivo per cui si fosse risvegliato in quella stanza. Cosa poteva ricondurlo ad Annette?

E mentre la donna si stava mordendo piuttosto a fondo il labbro inferiore provocandosi diversi tagli dai quali fuoriuscivano rigagnoli di sangue tiepido e vivo, Anthony si ricordò di qualcosa che lo terrificò, proprio mentre per un attimo, incrociò nella penombra lo sguardo della donna divenuto all’improvviso nero, vuoto e spento.

Piccole reminiscenze di ricordi gli si erano presentati come in un flash di immagini.
Gli sovvenne il volto di Annette china sulla vittima già senza sensi; il suo braccio guidato da una forza sovrumana che sferzava ritmiche, furiose e profonde coltellate al petto di quel pover uomo, giacente a terra e tanto sangue che dilagava ovunque sgorgando a fiotti. La linfa vitale abbandonava l’involucro di quel corpo svuotato, maledettamente rossa e ancora pulsante e tiepida come una specie di sorgente che si riversava piano negli indumenti per poi scivolare, densa e secondo la gravità, verso la terra. Sul pavimento ristagnava una chiazza di orrore che dilagava senza pietà, sempre di più.

Osservando quella donna così debole e impaurita e dall’aria infantile e innocente, Anthony si rimise in discussione interrogandosi sulle vaghe immagini visualizzate poco prima nella sua mente e valutò anche l’ipotesi che potessero essere soltanto una reazione della sua immaginazione all’eccessivo stress causato dalla situazione.

Anthony teneva un gomito ripiegato sul bancone del bar “Capitol Hill” di Seattle reggendo un bicchiere colmo che gli era stato appena servito. Quel locale era il consueto luogo di ritrovo con gli amici Mark e Steve. Anche quella sera discutevano del più e del meno, bevendo qualcosa.

All’improvviso un buon profumo, dolce, si diffuse nell’aria e penetrò con prepotenza nelle narici di Anthony. Voltandosi, non poté fare a meno di notare una donna magnifica dai lunghi capelli mossi e rossi che proprio lì accanto e apparentemente scocciata, frugava nella borsetta in cerca di qualcosa.
“In queste maledette borse, non si trova mai nulla!” Esclamò lei con aria stizzita, sollevando uno sguardo malizioso che incrociò quello di Anthony.

Anthony era considerato da sempre il ragazzo più desiderato e affascinante della compagnia nonostante i suoi capelli si fossero ingrigiti presto, oppure con tutta probabilità, piaceva alle donne proprio per quello. Una chioma riccia e brizzolata incorniciava gli zigomi molto marcati e sovrastati da uno sguardo intenso, ricoperto da sopracciglia sempre arruffate e molto scure che contribuivano a esaltare l’azzurro dei suoi occhi.
Non si meravigliò, dunque, nel ricevere anche da quella bella donna un mezzo sorriso.

Anthony colse la palla al balzo, trovandola molto intrigante. Fu attratto da quelle labbra carnose ricoperte da un rossetto porpora che ne risaltava i movimenti e che esibiva spavaldo una dentatura perfetta e bianchissima.
Tutto questo era ben incastonato in un corpicino esile dal seno sodo ma discreto, piacevolmente fasciato da un abitino lucido e nero. Ne apprezzò comunque anche l’eleganza accompagnata da una particolare sinuosità nei movimenti nonostante fosse precariamente sostenuto da un altissimo tacco a spillo.

I suoi amici gli lanciavano continue e ironiche occhiate di approvazione scambiandosi commenti piuttosto sconci a bassa voce e ridacchiando.
Anthony si rivolse alla donna brillantemente: ” mi stupirei del contrario. Non ho mai incontrato una donna che abbia saputo trovare subito un oggetto all’interno della sua borsetta!” E sfoggiò il suo sorriso da “Don Giovanni” che rare volte aveva fallito.
La sconosciuta sorrise a sua volta, con parecchio “savoir faire”: “Sto cercando il portafoglio… Oh che sbadata… eccolo qui!”
Estrasse dalla tasca del suo soprabito che teneva ben ripiegato al braccio, un piccolo portamonete nero, in pelle, rigido e con due pomellini in acciaio.
“Credo che non servirà!” Ribatté pronto Anthony, afferrandole la mano che lo reggeva, avvolgendola deciso nella sua, per poi riaccompagnarla con delicatezza all’interno della borsa.
“E’ chiaro che stasera offro io! Cosa desideri?”
Lanciò un simpatico occhiolino alla donna, afferrò i bicchieri colmi e piacevolmente odorosi di alcool che nel frattempo erano stati serviti sul banco e si appartarono insieme su un divanetto all’angolo del locale. Intavolarono una lunga e piacevole chiacchierata di circostanza.
Ordinarono dell’altro liquore mentre tra loro si accendeva il desiderio e si alimentavano grandi illusioni.
Dietro ad un pianoforte verticale posto al centro della sala, un musicista suonava del jazz.

Mark e Steve salutarono da lontano e lasciarono il locale. La notte era appena cominciata e Anthony era impaziente di possedere Annette: doveva farla sua, a tutti i costi.

Annette accavallava le gambee mentre la gonna le scopriva le cosce tornite. Sorrideva simpatica inclinando la testa su di un lato. Lo provocava stuzzicandolo e avvicinandosi sempre di più, flettendo un pochino il busto in avanti e lasciando più che immaginare il suo bel seno ormai reso in buona parte visibile oltre lo scollo morbido del vestito.
Avvicinò la bocca all’orecchio di Anthony e sussurrò: ” possiedo un appartamento poco distante da qui, è solo un locale mezzo vuoto e un po’ vecchio, ma se ti va…”
Fu ovvia la risposta di Anthony che balzò in piedi come se avesse subito una scossa e che venne travolto da un’ondata di caldo e di euforia.

Giunti davanti a quel palazzo, Anthony fu assalito da qualche dubbio mentre ne osservò ripetutamente dall’alto al basso il contesto. Si trattava di un vecchissimo edificio ormai diroccato e per buona parte probabilmente disabitato.
Ma la voglia di possedere Annette ebbe “la meglio”.
Dopo aver trovato la chiave dentro la sua borsetta, Annette spinse con forza il portone arrugginito che cigolò emettendo un’eco graffiante.
Salirono a piedi diversi piani di scale poiché l’ascensore era in disuso, l’lluminazione risutava scarsa.
Giunsero dinanzi a un portone. Il tappetino all’ingresso logoro e parecchio consumato, la serratura un po’ difettosa. Finalmente, schiudendo la porta di ingresso la donna, con un cenno della testa, invitò Anthony ad entrare per primo.
Lui obbedì, fremeva di desiderio, spalancò il portone e fu dentro.
Subito percepì un dolore improvviso al collo accompagnato da forte bruciore, forse un’iniezione?
La mano di Annette fu svelta e decisa.
Quasi immediatamente Anthony cominciò a barcollare fino a perdere l’equilibrio e la vista. Tutto divenne nero e così restò per svariate ore.

“ Me l’ha preso! Qualcuno ha preso il mio cellulare! Me lo potevo aspettare! Anche il tuo vero?”
Annette si limitò a un inesistente cenno della testa, e poi si incantò di nuovo ad osservare con lo sguardo perso e vuoto quel corpo inanime e insanguinato all’angolo della stanza.
Anthony, osservando Annette in quello stato, pensò che fosse davvero pazza. Gli parve realmente turbata, ignara e forse davvero vulnerabile e impaurita.
Non poteva essere la stessa donna che nelle sue visioni aveva compiuto quell’omicidio. Eppure non era da escludere nemmeno l’ipotesi che, una volta ucciso quell’uomo si fosse potuta ammanettare lì accanto addormentandosi poi in un sonno insano e del tutto differente da un naturale bisogno fisiologico.

Anthony notò poco più in là la presenza di quella gonfia e dannata borsetta, probabilmente zeppa di chissà quali aggeggi e certamente contenente i cellulari di entrambi…
Ora finalmente possedeva un piano!
Doveva liberarsi e assecondare quella sgualdrina per riuscire ad appropriarsi della borsa, avrebbe così ottenuto le prove della sua colpevolezza. Avrebbe potuto così dare l’allarme, avvisare la polizia per poi finalmente lasciare quel tugurio.

Lei ebbe un altro improvviso conato di vomitò, pareva trovarsi realmente in difficoltà. Anthony le tese una mano per aiutarla e lei lo cinse in una specie di abbraccio. Per un secondo, solo un secondo, in Anthony riaffiorò il desiderio di possederla ma fu subito sostituito da un forte ribrezzo. Si rammaricò per essere stato così stupido e sprovveduto e si augurò che il male che Annette celava dentro potesse rinvenire il più tardi possibile.
Soltanto così si sarebbe potuto salvare!
La abbracciò anche lui, cercando di stare al gioco, con uno sforzo sovrumano e fu così che i loro sguardi si incrociarono di nuovo, per un istante, nella penombra.
Provò soltanto terrore, tanto terrore.

Basta! Doveva liberarsi. In qualche maniera riuscì a divincolarsi dalle braccia della donna e con foga inaudita cominciò a strattonare quelle catene che lo legavano al muro e al suo allucinante destino. Il ferro delle maglie batteva con fragore sul pavimento mentre Annette pregava ad alta voce.

CAOS (parte 1)

appartamento

Inspirò profondamente emettendo un rumore di vetri rotti. Gli occhi indolenziti le risultavano come incollati e con difficoltà tentò invano di riuscire a tenerne socchiusa almeno una fessura per guardarsi attorno. Aveva un forte senso di nausea, un terribile mal di testa e la bocca secca. Un gusto acre di sangue la saziava risalendo acido dallo stomaco e probabilmente si originava dai diversi tagli sulle sue labbra secche che d’istinto inumidiva con la lingua, deglutendo.
Si ritrovò così: assetata e distesa a terra su un freddo e duro pavimento di marmo. Si agitò con ansia per un forte mal di schiena e tentò di muovere gli arti uno ad uno per assicurarsi di non avere nulla di rotto realizzando il dolore che le pareva infierire da ogni parte del corpo. Accusava anche un fortissimo formicolio alle gambe e un senso di freddo. Le articolazioni delle braccia tutto sommato, non parevano compromesse nonostante le fosse impossibile piegare il polso destro.
Fu presa da un senso di smarrimento. Di come si trovasse lì, nessun ricordo. I suoi pensieri erano in balìa del caos assoluto.
Le sfuggì un lamento e si sforzò di guardarsi attorno per comprendere dove si trovasse e perché.
Dovette combattere il bruciore dei suoi occhi ormai disabituati persino a quella scarsa e flebile luce che filtrava dai piccoli fori di una tapparella di plastica chiara, quasi abbassata e molto sporca.
Sussultò nel percepire il rumore ravvicinato di un altro respiro, tentò di coricarsi su un lato per ispezionare meglio l’ambiente. Sopportando fitte terribili al collo cercò di voltare un poco la testa. Quello che vide fu un uomo, un perfetto sconosciuto, sdraiato al suo fianco. Il terrore la assalì quando comprese che entrambi erano stati ammanettati e notò la presenza ai polsi di una catena più lunga che terminava alla sua estremità ad un gancio affrancato al muro. Ancora peggiore fu, immediatamente dopo, la scoperta di un terzo corpo che giudicando dall’orribile scena, dava l’impressione di essere proprio un cadavere. Giaceva poco più in là, in un angolo di quello che aveva l’aria di essere un salone vuoto e in disuso da tempo.
“Ehi! Chi sei? Dove siamo? Perché siamo qui?” A stento tra le lacrime di pianto e presa dal terrore si rivolse al compagno di sventura.
“Ma è morto quello? C’e’ un morto lì, hai visto? Qualcuno mi aiuti… qualcuno mi aiuti!”. Con tutta la voce che le era rimasta urlò per diversi minuti senza ottenere risposta.

Intanto l’uomo al suo fianco, aiutandosi a colpi di bacino e con l’unico braccio libero fece leva al pavimento, tentò attraverso svariati strattoni di sedersi senza risparmiare ripetute espressioni “colorite” a causa del dolore percepito.
Ad ogni suo movimento la donna fremeva di paura, dopotutto quel tizio era un perfetto sconosciuto e sarebbe risultato stupido fidarsi di lui.
L’uomo, forse comprendendo quella diffidenza dichiarò: “ Stai tranquilla, non sarò certo io a farti del male!”

La stanza disabitata aveva tutta l’aria di essere un appartamento condominiale in un contesto risalente ai primi anni 70 e lasciato andare da tempo. Ragnatele tremavano lievemente agli angoli del soffitto, un odore di muffa e di polvere si insinuava prepotente nelle narici che pizzicavano asciutte risultando fastidiose, su un lato una finestra accostata davanti alla tapparella serrata la cui maniglia, giudicando dallo stato di conservazione degli stipiti scrostati e consunti, pareva rotta. Nessuna tenda, nessun mobilio, solo alcuni cavi elettrici recisi a vista, tutto ciò che era rimasto di un lampadario. Il pavimento marmoreo e crepato ricordava una specie di vecchia lastra tombale sulla quale stagnava immobile e fredda una macchia di sangue attorno a quel corpo in rispettosa attesa di sepoltura e suo malgrado esalante un odore inconfondibile di morte e putrefazione. Chi mai avrebbe potuto ridurre così quella povera anima che giaceva prona, con la testa accasciata su un lato? E perchè? La vittima indossava dei jeans scuri e un maglione blu ormai intrisi di sangue.
Annette fu sconvolta da quella scena così reale e macabra, realizzò di trovarsi in grave pericolo. Era dunque stata rapita? Perchè proprio lei? Perchè?
E per quanto si tormentasse ragionando e interrogandosi non riuscì a trovare nemmeno una risposta. In pochi secondi ripercorse una vita intera alla ricerca di un motivo, di una tangibile spiegazione per cui si potesse trovare in quel luogo lurido e squallido. E la paura montò potente dentro di lei, quasi distruttiva e le risultò impossibile ragionare lucidamente.

SCENARIO 1:

“Mi chiamo Anthony!” Enunciò l’uomo con un leggero fiatone. Finalmente era riuscito a sedersi anche se manteneva curva la schiena e si premeva le costole lamentandosi ancora a causa del dolore. Risultava pallido e a sua volta impaurito. Tossì per schiarirsi la voce e continuò faticosamente: “ Dobbiamo andarcene da qui, al più presto!” E di istinto si frugò con l’unica mano libera e tremante nelle tasche, forse in cerca del suo cellulare che, ovviamente, era svanito.
“ Me l’ha preso! Qualcuno ha preso il mio telefono! Me lo potevo aspettare. E scommetto anche il tuo vero?”
Annette si limitò a un quasi inesistente cenno affermativo con la testa, poi si perse di nuovo ad osservare quel corpo inanime lasciato lì per qualche oscuro motivo: per spaventarli? Come avvertimento? O forse qualcuno avrebbe desiderato anche la sua morte.
Fu invasa da una nuova ondata di raggelante emozione che potè percepire sdoppiarsi e trasformarsi nel contempo in terrore e rabbia.
Come mai non ricordava proprio nulla? Da quanto tempo si trovava li? Notò di non indossare più l’orologio. Si percepiva assai intontita; forse qualcuno l’aveva drogata, chissà… sì, i ragionamenti parevano attutiti, la testa girava, e la pesante sensazione di dover vomitare…
Allungò il più possibile il collo cercando di allontanare la testa dal resto del corpo e si arrese al sopraggiungere di ripetuti conati.
Si fece forza nonostante la debolezza e il dolore ovunque, cercò di rotolare, e questo le ricordò come da bambina era solita divertirsi in quel modo rotolando giù dalle collinette fino al prato piano, proprio dietro casa sua. Ripeteva spesso quel gioco con alcune sue amiche. Chi arrivava per prima in basso avrebbe potuto scegliere una penitenza per le altre. Quanta spensieratezza nel provare quella sensazione di libertà. Si rese conto di non aver più rotolato, da quel giorno e si rammaricò per averlo dovuto rifare in quella nefasta circostanza ma era necessario allontanarsi da quello schifo di vomito. Poi quel pavimento così freddo… e gli odori di quell’appartamento …

Tornò immediatamente alla realtà di quel disgustoso momento.

In uno slancio solidale improvviso Anthony realizzò le difficoltà di Annette e le tese la mano, tirandola a sé con la poca forza rimasta.
Fu solo per un secondo che in quella penombra i loro sguardi smarriti e stanchi si incontrarono. Si trovarono abbracciati, per sbaglio, sfiniti. Annette si lasciò cingere senza pensare e cingendo quel corpo Anthony ebbe la sensazione di stringere una bambola di gomma. Quando la donna tornò un poco in sè, cercò di approfittare di quella vicinanza per osservare quello sconosciuto dall’aspetto così banale e che poteva essere un suo coetaneo. Quel terribile evento aveva coinvolto entrambi, occorreva capirne il motivo.
“ Ti farò uscire da qui se riporrai fiducia in me!” le sussurrò dolcemente Anthony.
Immediatamente dopo cominciò a strattonare con violenza la sua catena nel tentativo di scardinarla dal muro impiegando una foga disumana, inaudita.

“Ho troppa sete, non ce la faccio!” Fu il massimo dell’incoraggiamento che gli potè offrire Annette; poi chiuse gli occhi e cominciò a pregare, ad alta voce.

Risveglio.

Spengo la sveglia che suona già da qualche minuto allungando un braccio e urtando il mio orologio che d’abitudine lascio sul comodino tutta la notte, così, inevitabilmente, questo cade per terra. Ancora non del tutto cosciente mi sporgo dal letto e a tentoni lo cerco con la mano.
Una volta i risvegli erano felici, mi sentivo leggera, allegra, spensierata e soprattutto amata. Da qualche anno non riesco più a gioire della vita, la mia relazione con Dany è completamente andata a rotoli.
Dopo una breve frequentazione sentimmo subito l’esigenza di convivere. Volevamo godere insieme di ogni istante. Una forte attrazione fisica fu alla base di questa scelta. Quella sensazione di conoscerlo da sempre, di sentirti completata da lui.
Già dopo il primo anno di stretta convivenza svanirono le “farfalle nello stomaco”, i rapporti sessuali cominciavano a diradare, erano una specie di dovere e non più un desiderio.
Lui, che tanto mi aveva affascinato tempo prima, cominciò a rivelare uno ad uno i suoi difetti e capii presto che non poteva essere l’uomo della mia vita.
E oggi, dopo altri tre anni, le cose tra noi vanno anche peggio.
Dany si è dimostrato un uomo violento, in un paio di occasioni, durante le nostre grosse litigate, mi ha colpita sul viso. Ero arrabbiata perché quasi ogni sera restavo sola, ho alzato un po’ la voce e lui, senza nessun preavviso… “pum” uno schiaffo sordo.
Da sempre dopo cena si reca al bar con gli amici e torna ubriaco e io mi devo ritenere fortunata se prima di andare a dormire non sporca anche il bagno di vomito o di pipì e ovviamente senza pulire.
Le poche volte, in passato, in cui ho tentato di sollevare il discorso, mi sono sempre sentita rispondere che non ha firmato nulla e che, la sera, dopo una giornata di duro lavoro, può rilassarsi con chi gli pare e come crede e poi via a ruota libera di insulti, pesanti, veramente volgari.
Io dovrò lasciarlo ma per il momento sto tenendo duro, non so ancora dove potrei andare a stare, lavoro part-time e lo stipendio che percepisco non me lo consente. Ho pensato anche diverse volte di tornare per un periodo a casa dei miei genitori ma mi e’ mancato il coraggio.
A trent’anni ho le mie abitudini, ho bisogno dei miei spazi, e non potrei più sopravvivere agli interrogatori di mia madre e ai “ a che ora rientri?” Di mio padre. E sarebbe come dimostrare il mio ennesimo fallimento. Quella che non ha finito gli studi universitari, quella che ha risposto “si, certo!” alla loro domanda: “ sei davvero sicura di voler andare a convivere? Vi conoscete da troppo poco tempo, stai attenta, a noi non piace!”
Avrei dovuto ascoltarli, quella volta almeno.
Mi sto guardando in giro, se mi si presentasse un impiego più redditizio, sicuramente prenderei un appartamento in affitto. Mi piacerebbe in quel contesto di nuove palazzine che hanno costruito accanto al cimitero, si, sono monolocali ma per me soltanto andrebbero più che bene. Hanno un bel giardinetto condominiale e una bella vista sul boschetto del parco, e dei magnifici balconcini in ferro battuto quasi tutti al sole. Ci metterei dei fiori e una piccola sdraio per abbronzarmi un po’ in estate.
Di una cosa sono contenta: di non aver ceduto alle richieste di Dany di concepire un figlio. Ho sempre cercato di sviare, di temporeggiare e soprattutto non ho mai smesso di assumere la pillola. C’era un qualcosa di lui, già nei primissimi mesi, che fortunatamente non mi convinceva del tutto. E ultimamente si comporta ancora peggio, è anche strano, gli sono venuti dei ticchi, è molto irritabile e si gratta la testa in continuazione. Spero che non si sia cacciato in qualche guaio. Forse ha un’altra donna. Quasi meglio, almeno magari un giorno deciderà di lasciarmi in pace.
Ieri sera quella ennesima litigata furibonda. Lui gridava come un forsennato perchè la sua camicia preferita non era ancora stata stirata. Ha proprio detto così: “ Sei davvero una nullità come compagna! Ah se l’avessi saputo! Sai che questa camicia va lavata e stirata immediatamente!!! Lo sai… lo sai bene ormai… eppure sei così stronza che me lo fai per dispetto! Si, me lo fai proprio per dispetto. Allora sai cosa ti dico? Non potrai più uscire con le tue amiche se questa casa non sarà perfetta, uno specchio. Ci sei andata ieri pomeriggio al centro commerciale con quella zoccola della tua amica Flavia! Ci sei andata no? E hai pure speso dei soldi! Te l’ho detto che non devi spendere i miei soldi! Allora vuoi essere punita? Così la prossima volta te lo ricordi eccome di stirarmi questa cacchio di camicia!” E così sbraitando ha afferrato la bottiglia di coca cola quasi piena che era appoggiata sul tavolo della cucina e l’ha rovesciata tutta, fino all’ultima goccia, sul pavimento aggiungendo: “ E se sibili soltanto… ti dò un ceffone di quelli…”
Poi è uscito sbattendo la porta, era già ubriaco a causa di un lungo aperitivo e, ovviamente, tornava al bar a bere.
Le sue botte sono forti, secche, dure e fanno molto male. Ricordo quando mi arrivarono davvero quelle sberle, la faccia mi rimase livida e gonfia per una settimana. A tutti dovetti mentire, raccontando di una scivolata dalle scale, avevo vergogna a parlare e anche paura, paura di quello che mi avrebbe fatto una volta di nuovo soli, in casa.
E pensare a quanto sembrava perfetto, preciso, educato, sorridente. Mai fidarsi degli uomini!
Magari oggi è il giorno propizio. Ora mi alzo da questo schifoso letto, raduno la mia roba e me ne vado da qui.
Forse trovo anche il coraggio di denunciarlo ai Carabinieri, e puo’ darsi che piuttosto, per qualche mese, resisto umiliandomi a casa dei miei genitori ma nel frattempo mi trovo un altro lavoro, con calma, ma almeno torno ad essere me stessa.
Lo faccio! Oggi vuoi vedere che è la volta buona? Basta, quella bestia mi fa solo piangere e stare male, devo pensare alla mia salute, le pignolerie economiche vengono dopo.
Dai bella! Tirati su da questo letto, che questo è veramente il grande giorno! E così pensando mi scappa un sorriso, sto per tirare all’indietro le coperte, sto per alzarmi, quando vedo una sagoma sull’uscio della camera da letto.
Devo sfregare più volte gli occhi per mettere a fuoco la situazione.
Si, purtroppo è proprio Dany, ma regge qualcosa nelle mani, forse un vassoio. Si avvicina. Si, è proprio un vassoio con una tazzina di caffè fumante sopra. Sono anni che non mi offre più la colazione a letto e questo gesto mi lascia perplessa, ma nulla mi farà cambiare idea oggi. Conosco i miei polli. Farò assolutamente finta di niente, berrò quel caffè amaro anche con tutto lo zucchero del mondo, gli rivolgerò un grazie vomitevole e poi appena lui uscirà per andare al lavoro io radunerò tutte le mie cose e me ne andrò per sempre. Tornerò ad essere libera e felice.
Lui ormai è accanto a me. Mi carezza la fronte scostandomi i capelli dicendo: “questo è per chiederti scusa per ieri sera, lo sai che quando bevo non ragiono…”
Io trattengo lo schifo e mi limito a fare di si con la testa, non riesco nemmeno a guardarlo negli occhi, meno male la tapparella e’ ancora abbassata e non lo vedo chiaramente, restiamo nella penombra.
Mi siedo accomodando il cuscino dietro la schiena, lui mi appoggia il vassoio sulle gambe e torna verso la cucina, tra poco sarà fuori di qui e quando tornerà troverà la casa vuota!
Assaggio il caffè, è già zuccherato e così lo bevo tutto d’un fiato. Non mangio nessun biscotto di quelli che mi ha portato. Ho lo stomaco chiuso dal nervoso.
Lui mi urla un “ciao” e sento la porta di entrata sbattere richiudendosi.
E io sono ufficialmente una donna nuova!
Appoggio il vassoio accanto a me e balzo fuori dal letto! Nell’euforia scostando le coperte, questo mi si rigira sotto sopra sporcando le lenzuola… ma non mi importa ormai, non mi interessa più nulla di questa casa orrenda, una prigione, un calvario, una ladra di felicità.
Corro in bagno e mi sciacquo il viso, mi vesto cambiando il pesante pigiama di flanella e mettendo un paio di jeans e un maglione, più veloce che posso.
Apro il grande armadio scorrevole sul cui fondo giace la grossa valigia dei viaggi di un tempo, vi riverso dentro ogni cosa che mi appartiene e che mi capita in mano.
Presto la valigia è piena. Mi rendo conto che mi gira un po’ la testa, forse sono debole, ieri sera ho cenato di corsa e stamane ho quasi saltato la colazione. Appena esco da qui troverò la voglia di mangiare qualcosa, questo è certo.
Mi infilo la giacca a vento, sollevo la valigia un po’ a fatica e scappo come farebbe un ricercato lasciando persino la porta aperta. Nello scendere i due piani di scale di nuovo un giramento di testa, fortissimo. Mi devo appoggiare alla ringhiera per non cadere a terra. Mi si annebbia quasi del tutto la vista.
Finalmente in strada raggiungo la macchina, via, verso la libertà.
Ma qualcosa non va, non riesco a pigiare il bottoncino dell’apertura delle portiere sul telecomando, non vedo quasi nulla, dov’è? Dov’è?
Mi assale un fortissimo senso di nausea, cado a terra, penso quasi in mezzo alla strada . Sento il cuore pompare fortissimo e mi manca il respiro. Cosa mi succede? E l’ultimo pensiero che riesco a sostenere mi raggela e mi infligge ancora più rapidamente la morte. “ Il caffè era avvelenato, brutto bastardo!”.