I PROMESSI SPOSI. Il riassunto (Capitolo per capitolo).

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Ho cercato di riassumere in maniera sintetica il contenuto de’ I promessi sposi. Di sicuro non servirà ai giovanissimi, perché non avranno voglia di gustarsi lentamente, pagina dopo pagina, questo meraviglioso romanzo. E non servirà nemmeno ai veri lettori adulti, dato che l’avranno già letto e riletto.
Allora, perché condividerlo?
Ho pensato a chi non lo leggerà mai, mai una volta nella sua vita. In cinque minuti potrà almeno conoscere la trama, ma continuerà a ignorarne il resto, privandosi così della sua grandiosa bellezza.

Capitolo 1.
Il romanzo comincia con una meravigliosa descrizione di Lecco, la terra natale di Renzo e Lucia. È il 7 novembre del 1628.
Conosciamo la storia dei bravi e leggiamo del loro incontro con Don Abbondio, durante il quale compare la fatidica frase: “Questo matrimonio non s’ha da fare, né ora, né mai”.
Sin dall’inizio ci è chiaro il vile carattere del parroco, ma che, per fortuna, può contare sull’assidua presenza della sua Perpetua.

Capitolo 2.
In questo capitolo comprendiamo la preoccupazione di Don Abbondio. Assecondando l’idea di Perpetua, il parroco si finge malato per prender tempo: deve riuscire a trovare una scusa valida per rinviare il matrimonio già stabilito di Renzo e Lucia.

Capitolo 3.
Renzo, Agnese e Lucia sono personaggi buoni d’animo. Lucia confida a Renzo e ad Agnese di un suo recente incontro con Don Rodrigo; ripensando a quel giorno deduce l’interesse dell’uomo nei suoi confronti, forse il movente della sua assurda disposizione.
Renzo si precipita a cercare aiuto dal famoso avvocato Azzeccagarbugli, ma senza trarne alcun vantaggio; Lucia, invece, si rivolge al buon fra’ Cristoforo.

Capitolo 4.
Qui comprendiamo chi è davvero fra Cristoforo da *** e le brutte vicende che lo hanno convinto a diventare messaggero di Dio.

Capitolo 5.
Fra Cristoforo, seppur con una certa preoccupazione, accetta di recarsi da Don Rodrigo. Accolto con una falsa cortesia dai commensali presenti a palazzo, è persino costretto a subirne lo scherno.

Capitolo 6.
Don Rodrigo concede udienza a fra Cristoforo. Sebbene non neghi le sue azioni malvage, non è certo disposto a cambiare idea, e lascia ben intendere al frate l’ossessione da lui provata nei confronti di Lucia.
Agnese suggerisce ai due giovani di ingannare Don Abbondio e gli propone di organizzare un matrimonio clandestino.
Renzo si reca subito da un suo amico, Tonio, avanzandogli la proposta di fargli da testimone. Insieme si recano all’osteria e si imbattono nei bravi.

Capitolo 7.
Lucia è dubbiosa, ha sempre sognato il suo matrimonio, e desidera che questo sia benedetto dal Signore. Tuttavia l’ostinazione di Renzo riuscirà a convincerla di eseguire il piano ideato da Agnese.
Intanto, servendosi del Griso, Don Rodrigo organizza il rapimento della povera Lucia.
Fra Cristoforo si accinge a lasciare il castello di Don Rodrigo, ma si imbatte in un anziano servitore, che, assai deluso dalla condotta del padrone, si vendica, rivelando al frate la sua intenzione di rapire Lucia.

Capitolo 8.
Agnese, con un banale pettegolezzo, distrae Perpetua allontanandola dalla canonica. I testimoni di nozze e gli sposi fanno irruzione nei locali di Don Abbondio.
Assistiamo però al fallimento del matrimonio e alla ritirata del Griso, che, dopo essersi recato a casa di Lucia con l’intento di rapirla, non vi trova nessuno.
Renzo, Lucia e Agnese si rifugiano da fra Cristoforo dopo esser stati avvertiti da un suo messaggero, il piccolo Menico, della presenza dei bravi nella loro abitazione. Il buon frate ha studiato il piano di fuga. Ed è questa l’occasione per mettere nero su bianco un commovente addio ai monti, un trafiletto davvero poetico. Lucia e Agnese si dirigono a Monza; Renzo, come ordinato da fra Cristoforo, cercherà protezione a Milano.

Capitolo 9.
Agnese e Lucia vengono accolte dalla Monaca di Monza. Chi è Gertrude? Apprendiamo alcuni aneddoti relativi alla sua triste infanzia.

Capitolo 10.
Questo è il secondo capitolo dedicato alla Monaca, un piacevole breve romanzo nel grande romanzo.

Capitolo 11.
Don Rodrigo giustifica affettuosamente il fallimento del Griso, dimostrandosi leale e comprensivo con l’amico. Le chiacchiere di paese giungono presto alle sue orecchie: ritrovare Lucia non sarà, per lui, un’impresa poitanto difficile.

Capitolo 12.
In queste pagine Manzoni ci narra di una rivolta del grano, a Milano, e l’originarsi della grande carestia. Una folla di protestanti minaccia di morte il vicario, perché ritenuto responsabile del rincaro del prezzo del pane.

Capitolo 13.
Renzo si schiera a favore del console Ferrer, che dispone l’arresto del vicario salvandolo dal linciaggio durante la rivolta popolare.

Capitolo 14.
Renzo si monta un po’ la testa, e tiene addirittura un comizio in piazza. Poco dopo si convince di aver trovato un nuovo e buon amico; cena con lui in osteria, ma si ubriaca e continua a parlare a sproposito della rivolta di quel pomeriggio.

Capitolo 15.
Renzo trascorre la notte nella locanda, ma, a causa dei discorsi uditi durante la cena, l’oste lo crede responsabile della rivolta cittadina.

Capitolo 16.
La mattina seguente, al risveglio, Renzo viene arrestato. Riesce a fuggire, ma si trova costretto a lasciare Milano. Si dirige quindi a Bergamo, è alla ricerca di un buon cugino: Bortolo.

Capitolo 17.
Renzo raggiuge l’Adda, si riposa nei pressi di una capanna abbandonata e ripensa all’amata Lucia. Il giorno seguente riesce a raggiungere Bortolo e viene accolto con affetto. Il buon uomo gli offre vitto, alloggio, impiego e protezione.

Capitolo 18.
Ricercando Renzo, delle guardie si recano anche nel suo bel paesello. Notandole, fra Cristoforo invia un messaggero a Monza nel tentativo di avvertire Agnese e Lucia del pasticcio in cui par essersi cacciato Renzo.
Lucia promette di dare il voto di castità, a patto che la brutta faccenda nella quale è coinvolta si risolva presto, risparmiando Renzo e la madre.
Uno zio di Don Rodrigo, temendo delle azioni avventate da parte del nipote volte a compromettere il nome della famiglia, avvalendosi di un potente alleato, l’Innominato, organizza l’ennesimo rapimento di Lucia.
Agnese lascia il convento di Monza: sarà ospitata da una famiglia fidata di Pasturo.

Capitolo 19.
Lo zio di Don Rodrigo, comprendendo quanto la presenza di fra Cristoforo ostacoli e innervosisca il nipote, riesce anche ad ottenere che il povero frate sia allontanato dalla sua abbazia con il pretesto di dover sostituire un predicatore a Rimini.

Capitolo 20.
L’Innominato, a sua volta, si serve dello spietato Nibbio per realizzare il rapimento della povera Lucia, promettendo di consegnarla al terribile Don Rodrigo.
Gertrude, tradendo quel po’ di amicizia instaurata con la giovane nel corso della stretta convivenza in convento, convince Lucia a svolgere una commissione presso il paese. Il Nibbio la cattura. Durante il viaggio verso la fortezza dell’Innominato, Lucia piange e si dispera. Un suo forte malore riesce a suscitare una sorta di compassione nel Nibbio.

Capitolo 21.
Giunta al cospetto dell’Innominato, Lucia è affidata a una serva. Il potente signore, dopo il primo colloquio con la sequestrata, essendo venuto a conoscenza dello strano effetto che la stramba giovinetta ha suscitato nell’animo del Nibbio, si sente turbato. Per la prima volta prova un senso di pietà; al di là di ogni aspettativa, la tratta con dolcezza e le promette di fare tutto il possibile per ricongiungerla alla madre.

Capitolo 22.
Un caso divino del tutto fortuito ha condotto Federigo Borromeo, cardinale di Milano, in visita al paese dell’Innominato. La sua fama di uomo nobile d’animo lo precede, e induce l’Innominato a chiedergli udienza.

Capitolo 23.
Dopo aver sostenuto un lungo colloquio con Federigo, accade una sorta di miracolo e l’Innominato si converte al cattolicesimo. Si mostra sincero, mutato nel profondo dello spirito, e rivela al cardinale le vicende della povera Lucia. Nella folla c’è Don Abbondio, è sopraggiunto in occasione del passaggio del Cardinale. Udendo le parole dell’Innominato, si rende disponibile a scortare Lucia a Pasturo, presso la famiglia che ospita Agnese.

Capitolo 24.
La rapida conversione dell’Innominato lascia tutti esterrefatti: si ritiene Lucia una santa in grado di compiere miracoli.
Finalmente madre e figlia si ricongiungono.
Fedele alla promessa stipulata con Dio, l’Innominato rende liberii suoi servitori.

Capitolo 25.
Assai intimorito dalle voci di popolo riguardanti l’Innominato e altrettanto infastidito da un probabile passaggio di Federigo Borromeo nelle zone di Lecco, Don Rodrigo decide di darsela a gambe. Porta con sé il Griso e si reca a Milano.
Federigo giunge davvero nel paesello di Lucia per incontrare Don Abbondio, al quale non fa certo mancare un lungo sermone e nel quale lo rimprovera di aver anteposto le proprie paure alla missione divina.

Capitolo 26.
Il Cardinale difende la bravata di Renzo e Lucia e pretende una penitenza da Don Abbondio.
Renzo è ancora a Bergamo, ma sempre ricercato dalla Giustizia. Bortolo, nel tentativo di proteggere l’amico, trova il modo di affibbiargli un nuovo nome: Antonio Rivolta. Renzo desidera ardentemente di poter ricongiungersi a Lucia e a Agnese, ma è conscio che agire nell’immediato risulterebbe troppo rischioso.

Capitolo 27.
Leggendo questo capitolo abbiamo modo di conoscere il dominio di Gonzalo, ne apprendiamo origini e interessi, nonché, ai soli fini del romanzo, la determinazione che lo spinge a dar la caccia a Renzo.
Agnese riesce a inviare una lettera a Renzo, desidera metterlo al corrente dell’affrettata decisione della figlia riguardo al suo voto.
Lucia riparte per Milano, in totale balia del suo destino, ma, in cuor suo, sente ancora di amare Renzo.

Capitolo 28.
Queste pagine raccontano la carestia che affligge Milano. I rincari del riso seguono a quelli del pane.
Il caritatevole Federigo offre tutto il suo aiuto alla popolazione, ma nulla può fare contro il destino: nessuno può arrestare l’insorgere di una pestilenza!

Capitolo 29.
La terribile invasione degli Alemanni e l’orribile e devastante avanzata dei Lanzichenecchi mettono in fuga chiunque. Questi stranieri disseminano morte, violenze, terrore. Lucia ritorna al suo amato paesello e riesce a portare in salvo Don Abbondio e Perpetua. I tre fuggono verso la fortezza dell’Innominato, ritendendolo un luogo sicuro. Al loro arrivo scoprono che il castello è un covo di fuggiaschi pronti a combattere per difendere le proprie terre.

Capitolo 30.
L’Innominato li accoglie con affetto genuino. Il suo castello sorge sul confine di Bergamo e Milano, e domina tutta la valle.
Benché delle orde di Alemanni transitino non molto distante devastando i paesi limitrofi, tutti rimangono illesi.

Capitolo 31.
Questo è uno dei capitoli più interessanti del romanzo. Qui viene raccontato il propagarsi della peste, il terrore nei confronti degli untori, il bisogno recondito nell’uomo di dover sempre trovare i colpevoli, le bizzarre teorie sul veloce propagarsi della malattia, la facilità del contagio. Leggiamo di quarantene, di repentini cambi di posizione da parte di medici e luminari, e delle più assurde congetture che vengono vagliate. Sembra davvero incredibile che, pur riferendosi al 1600, questo racconto abbia così tante analogie con il nostro tempo storico preso d’assalto dal Covid-19.

Capitolo 32.
Continua l’interessante racconto della peste: untori, approfittatori, profezie e follia dilagante.

Capitolo 33.
Don Rodrigo e il Griso ritornano a Lecco per sfuggire al contagio. Ma nemmeno il tempo di rientrare al castello e Don Rodrigo intuisce di essersi ammalato. Il Griso lo tradisce, contro il suo volere lo consegna ai monatti, e questi lo conducono al lazzaretto di Milano. Suo malgrado, lo scellerato traditore pensa bene di frugare nelle tasche dell’amico, nel tentativo di sottrargli alcune monete che, di sicuro, non gli serviranno più. Anche il Griso viene contagiato.
Intanto, a Bergamo, Renzo si ammala di peste. Gli è concesso però di guarire. La malattia è, per lui, motivo di riflessione, ma soprattutto si rivela una buona occasione: il giovane approfitta del caos e dello scompiglio provocati ovunque dalla pestilenza per tornare a Lecco. Al suo paesello incontra Don Abbondio che ha avuto la peste , ma come lui è guarito. Perpetua è morta.
Solo dopo aver appreso alcune informazioni necessarie per la ricerca di Lucia, Renzo si reca da Tonio. Parte dunque per Milano, nutrendo in cuor suo la grande speranza di ritrovare la sua amata sana e salva.

Capitolo 34.
A Milano Renzo è costretto a guardare la peste negli occhi. Un prete gli indica l’abitazione della famiglia suggeritagli da Don Abbondio e presso la quale avrebbe dovuto trovarsi Lucia. Apprende invece che la ragazza si trova al lazzaretto, e Renzo vuole credere di trovarla ancora viva.

Capitolo 35.
Dopo svariate peripezie e esser stato scambiato per un untore, Renzo riesce ad accedere al lazzaretto. Manzoni descrive tutto lo squallore e tutto l’orrore che questo racchiude.
Aggirandosi nel lazzaretto in cerca di Lucia, Renzo incontra fra Cristoforo. E’ malandato, invecchiato, il buon frate sembra essersi ammalato. I due hanno un confronto riguardante il tema del perdono. Padre Cristoforo conduce Renzo da Don Rodrigo, che è ormai in agonia.

Capitolo 36.
Raggiunge il quartiere femminile, ritrova Lucia. La gioia di riabbracciarla è immensa. Renzo le propone di sposarlo, e lei non vuole tradire la vecchia promessa fatta a Dio.
Renzo si avvale ancora una volta di fra Cristoforo. Il buon uomo, ormai in fin di vita, convince Lucia a sposare Renzo.
Renzo, felice, farà ritorno a Lecco. Promette a Lucia di occuparsi di Agnese. Lucia non può abbandonare una anziana vedova a lei molto cara, che si trova nella triste condizione di convalescente. Appena sarà possibile lascerà il lazzaretto, conducendola con sé.

Capitolo 37.
La peste è solo un terribile ricordo.
Don Abbondio celebrerà finalmente il matrimonio di Renzo e Lucia, ma soltanto dopo essersi accertato della avvenuta morte di Don Rodrigo.
Gli sposi vivranno felici insieme ai propri cari. Manzoni ha anche voluto informarci che, non essendo “I promessi sposi” una favola, di nuove difficoltà Renzo e Lucia ne hanno avute ancora, eccome! Eppure non son state tante di più di quelle che oggi tormentano anche noi.

CAMPACAVALLO 5 – LA FINE (con il botto).

Greenland DX News

Mario è disteso sul divano del soggiorno, tiene una mano poggiata alla fronte. Ha gli occhi chiusi, eppure non dorme.
Non si capacita di come, quel pomeriggio, si sia potuto limitare a posare quel mazzo di chiavi sulla sedia della bottega senza dire una sola parola. Avrebbe dovuto consegnarle di persona a Giuseppe, fissandolo negli occhi e pretendendo una spiegazione.
Invece, come al solito, aveva preferito tacere. Era rimasto zitto, come soleva fare con Gina.
E forse proprio per questo motivo, sua moglie aveva deciso di tradirlo con quel buono a nulla, con quel gran chiacchierone di Giuseppe. Le cose dovevano esser andate così!
Quella mattina, quando Giuseppe aveva lasciato la bottega con la scusa di sbrigare delle commissioni, doveva aver avuto con sé quel maledetto mazzo di chiavi. Il bugiardo aveva di sicuro approfittato di quell’uscita per far visita a Gina.
Riflettendo sulla cronologia dei fatti, e collegando ad essi il bizzarro comportamento di sua moglie, inoltre ricordando l’ottima pietanza che la donna gli aveva preparato per pranzo, Mario si convince sempre di più della bontà delle sue supposizioni.
Nutre il desiderio di affrontare Gina: con decisione si alza dal divano per dirigersi in camera da letto.
“Non hai nemmeno cenato stasera!”, esordisce, rivolto alla moglie che stava distesa sul letto.
“E’ per via del mal di testa”, risponde lei, secca.
“Per questo motivo sei rimasta chiusa tanto a lungo in bagno?”
“Sì. Anzi, a dire il vero, no. Siediti, ho bisogno di parlarti!”
Mario obbedisce. Dopo essersi accomodato in qualche maniera sull’angolino del materasso, si dà una grattata alla testa, poi, assai nervoso, domanda: “Quindi, cosa desideri dirmi?”
“Mario, io non ti amo più, e già da diversi anni ormai.”
“E dunque ti scopi Giuseppe: brava davvero!”, ribatte senza alcuna sorpresa l’uomo, ghignando sarcastico.
Gina sembra essere scossa da uno spasmo terribile e dando un colpo deciso di bacino si mette a sedere, incollando la schiena alla testata del letto. Ha gli occhi gonfi, alcune lacrime le velano all’improvviso lo sguardo che già risultava piuttosto spento.
Nella stanza cala il solito noioso silenzio, eppure si respira un’aria differente, di tensione e di imbarazzo. Alla fine la donna non ha la forza di chiedere: “Tu, come lo sai? Mi farebbe piacere sapere chi te l’ha spifferato.”
“L’ho capito da solo, mia cara Gina. Forse non sono così stupido come credi.”
“D’accordo, ma questo non cambia la realtà dei fatti: sei un gran fannullone, hai le mani bucate, e di me te ne sei sempre fregato, da mane a sera. Eccoti spiegato perché non provo più nulla nei tuoi confronti!”
“E invece io ti amavo ancora, Gina. Ti ho sempre amata, fino a questo pomeriggio…”
“Non mi interessa. A ogni modo, questa cosa non mi riguarda più. Sono stanca di te e della nostra orrenda relazione da quattro soldi.”
“Zitta, non devi più parlare! Tu hai osato tradirmi. Avresti dovuto comunicarmi per tempo questa intenzione, avresti dovuto essere onesta, e ancor di più con te stessa. E poi, che pena! Hai davvero fatto sesso con Giuseppe! Non posso e non voglio crederlo, anzi, vattene subito da casa mia!”
“Troverò presto un’altra sistemazione, puoi giurarci! E sarò ben felice di andarmene, lasciami solo un po’ di tempo. Tuttavia, devi sapere che non amo neanche Giuseppe, ho il dovere di dirtelo. E se non credi alle mie parole, puoi chiedere al tuo amico Giulio: lui sa tutto di questa storia. Io e Emma abbiamo deciso di confessarvi stasera i nostri rispettivi tradimenti. Giuseppe è stato a letto persino con lei. Quel brutto ceffo se la fa con un sacco di donne qui, a Campacavallo. In paese si mormora che sia stato anche con Laura, con Silvia, e chissà con quante ancora. Quello schifoso si scopa una donna diversa per ogni giorno della settimana.”
Nell’udire quelle parole così sgraziate fuoriuscire rapide come un fiume in piena dalla bocca di Gina, ma ancor di più dopo averla ascoltata pronunciare quel nome che ormai detestava con tutto sé stesso, Mario perde il controllo, e comincia a gridare: “Ciò che riguarda le altre famiglie non è certo affar mio! Tuttavia, domattina, quel figlio di buona donna avrà di sicuro quel che merita!” E poi aggiunge, ancora furibondo: “Hai tre settimane, poi esigo che tu vada via da qui!”. L’uomo lascia la stanza sbattendo la porta talmente forte da riuscire a far vibrare persino i vetri della finestra.
La donna scoppia a piangere quando sente l’uscio di casa richiudersi con un colpo ancora peggiore. Sono ormai le nove di sera, le montagne e la vallata sono avvolte dal buio e, in quella totale silenziosa desolazione, il trillo del telefono è sufficiente per far sobbalzare Gina, che, dopo essersi asciugata le lacrime, e temendo per chissà quale disgrazia, si affretta a rispondere.
“Gina, gliel’ho appena confessato. Ha urlato, poi ha dato di matto. È sceso in garage e non ha ancora smesso di martellare come un forsennato. Volevo controllare cosa combinava, quindi osservando la luce accesa nel box, dalla finestra ho visto sopraggiungere Mario. Adesso si son chiusi lì dentro tutti e due. Gliel’hai detto, vero?”
“Sì, Emma. Vieni subito da me, sbrigati!”
“Mi rivesto e arrivo!”.

Poco più tardi, Gina accoglie Emma cingendola con le braccia, e poi dichiara: “Non ho intenzione di restare qui con le mani in mano, quell’uomo merita una punizione, e questa non tarderà ad arrivare. Stammi a sentire, ho un’idea: allora, faremo così…”
Le amiche fanno alcune telefonate bevendo insieme qualche bicchiere di grappa; poi, sconvolte e sfinite, si appisolano per un po’ sul divano, una accanto all’altra.

Spesso, a Campacavallo, ogni alba grigia è del tutto identica a quella precedente. Eppure, sebbene sia davvero presto, è possibile osservare un cielo diverso, di un color blu cobalto. Già a quell’ora il paesello brulica di vita in una maniera davvero insolita. Davanti al piccolo supermercato che esibisce le serrande ancora chiuse, si è radunata parecchia gente. Alcuni uomini brandiscono pale e rastrelli e lo spalaneve comunale, che è sempre condotto da Giulio, par restare in attesa di qualcosa, o di qualcuno; con il motore acceso è fermo in mezzo alla strada. Paco, alla guida del suo trattore, sta percorrendo a passo d’uomo la via principale a causa del ghiaccio che si è formato durante la notte, e fa strada a un corteo di donne armate di scope, mattarelli, battipanni, e chi più ne ha più ne metta.
Quando anche il trattore raggiunge la piccola piazza nei pressi del supermercato, lo spazzaneve si avvia lentamente e quella bizzarra carovana procede una marcia lenta in direzione della bottega di Giuseppe.
Il protagonista di questa storia (Avrei desiderato esordire la frase con “Quel pover’uomo”, ma proprio non mi riesce di scriverlo) dorme beato. Tuttavia, quando la sua casa trema (e non poco), l’uomo si sveglia di soprassalto temendo un forte terremoto, o qualcosa del genere. Trattenendo il respiro si leva dal letto e si precipita alla finestra che dà sul cortile. A quel punto, non gli occorre più di un secondo per realizzare che una folla agguerrita che gli ricorda un’orda di barbari riunita in un battaglione d’assalto, sta infierendo senza tregua contro la sua proprietà. Giuseppe, in cuor suo, si augura di essere nel bel mezzo di un incubo, tuttavia realizza che l’uscio della bottega è stato sfondato davvero. Sente provenire dal piano di sotto un continuo e assordante fracasso di vetri, probabilmente mandati in frantumi. Proprio in quel momento, la benna dello spazzaneve urta per la seconda volta le mura del suo grazioso chalet, staccando da esse una trave di legno, e, insieme, dei blocchi di cemento.
Giuseppe osserva sconvolto ciò che resta dell’uscio della sua bottega. Geremia sbuca dal locale e attraversa di corsa il cortile, defilandosi a gambe levate in direzione del bosco; nelle mani stringe qualcosa, che Giuseppe identifica immediatamente. Impreca e lo maledice: il suo migliore amico, proprio colui nel quale aveva riposto fiducia, ha osato rubare la cassetta d’acciaio contenente l’incasso della settimana, che quel pomeriggio Giuseppe avrebbe dovuto depositare presso la sua banca situata a una ventina di chilometri più giù, a valle.
Giuseppe, ferito nell’orgoglio e con l’istinto di rincorrerlo, calza un paio di scarpe da ginnastica che non usa quasi mai; indossa il giaccone senza nemmeno allacciarlo e, dimenticandosi persino di mettere il cappello, cerca di racimolare tutto il coraggio necessario per affrontare quella folla infuriata. Appena varca l’uscio di casa nota Gina, Emma, Laura e Silvia che lo attendono nel cortile, proprio in fondo alla stretta scalinata esterna. Le donne sembrano indemoniate, lo offendono con parole pesanti e agitano a più non posso alcune improvvisate armi casalinghe.
Solo a quel punto Giuseppe comincia a temere di non avere scampo: tutti gli abitanti di Campacavallo si sono rivoltati contro di lui.
Crollano altri calcinacci, poi delle travi di legno e intere porzioni di muro. Tutta la struttura portante traballa sotto i colpi di benna inflitti da un macchinario infernale; e persino Paco, infischiandosene della carrozzeria del suo trattore, infierisce di cofano sulle mura della bottega, provocando un crollo e il relativo generarsi di un varco enorme.
Delle patate vengono lanciate dal basso proprio come se fossero palle di cannone, e colpiscono Giuseppe sulla pancia, sulle spalle e, più di una, gli finisce anche in testa. Allora l’uomo tira un bel respiro e, in apnea e a testa bassa, percorre di corsa tutta la scalinata: dopotutto la casa non resisterà in piedi a lungo, bisogna tentare la fuga. Ma quando raggiunge gli ultimi gradini, qualcuno lo afferra per il giaccone ribattendolo a terra. Giuseppe è disteso supino, sulla neve ghiacciata.
A quel punto ha inizio un vero e proprio linciaggio: le donne, da amanti dolci e delicate che erano, si sono tramutate in guerriere impietose; gli danno addosso ripetuti colpi di scopa e diverse manganellate; gli uomini lo percuotono a palate e, per finire, un pugno ben assestato lo colpisce in piena faccia, tra gli occhi e il naso.
Giuseppe sanguina e aspetta la sua fine. Nessuno si prenderà la briga di avvertire la Polizia; inoltre, anche se questo avvenisse, i soccorsi non giungerebbero mai per tempo. Quella mattina i clienti della bottega son tutti arrivati in anticipo e decisi a farlo fuori.
Mai avrebbe pensato che la sua vita potesse finire in quella maniera, men che meno in un paese così piccolo e tranquillo come Campacavallo. Giuseppe, che non riesce nemmeno a riaprire gli occhi, sente una voce feroce che ordina: “Spaccategli la testa e ammazzatelo, una volta per tutte!”
Quell’attimo che pare infinito è bastato per convincerlo di dover morire, però una seconda voce reclama: “Adesso basta, siete pazzi? Lasciatelo andare, a meno che non siate capaci di camminare sulla neve senza lasciare impronte.”
A quelle sagge parole (e Dio le benedica), le palpebre chiuse di Giuseppe lasciano filtrare un bagliore dorato, un miracoloso raggio di sole. Piano il suo corpo si libera da strette e costringimenti. Stremato ma ben motivato a voler sopravvivere, con un ultimo sforzo disperato, combattendo contro una infinità di dolori lancinanti lungo tutto il corpo, l’uomo si tira in piedi e si allontana zoppicando, alla cieca, badando solo di lasciarsi alle spalle quell’eco distorta di insulti.
Il suo giaccone è rimasto steso per terra, sulla neve; qualcuno ci sputa sopra, e qualcuno fa anche di peggio.
Le donne vengono poi allontanate dallo chalet, gli uomini proseguono determinati la demolizione.

Eppure, manca ancora qualcuno!
Alla solita ora, gli ignari Stanlio e Ollio raggiungono il paesello. Restano increduli notando che nessuno, quella mattina, ha badato a cospargere di sale il parcheggio della bottega che è ancora ricoperto da uno spesso strato di ghiaccio, e quindi si scambiano un’occhiata preoccupata.
“Forse è ammalato”, ipotizza serafico Stanlio.
“Può darsi. Speriamo almeno di non aver fatto tutta la strada per niente”, evidenzia Ollio, piuttosto seccato al pensiero di restare con la gola secca.
La buffa coppia si accinge ad attraversare il campo innevato, ma si arresta di colpo.
“E’ sparita la bottega!”, esclama allibito Stanlio.
“Lo sapevo, me lo sentivo che oggi era un giorno iellato!”
“Ollio, guarda! C’è un sacco di gente e ci sono delle macerie. Andiamo a vedere, forse la casa è crollata durante la notte.”
Stanlio e Ollio si avvicinano con prudenza a quello che potrebbe essere scambiato per un cantiere. Non serve molta intelligenza per comprendere che ci si sta dando da fare per demolire la baita di Giuseppe, e nemmeno per riuscire a intuire che, prima che giunga sera, di quella costruzione rimarranno solo le fondamenta.
Stanlio e Ollio si voltano piano, e sperando di non dar troppo nell’occhio ritornano alla loro vettura.
“Troveremo un altro bar, Ollio.”
“Che gente strana questi Campacavallesi! Accidenti, avevo voglia di una bella sambuca.”

Mio caro e temerario lettore, davvero sei convinto che questa lunga storia possa finire così?
L’arguto Giuseppe ha sempre amato burlarsi dei Campacavallesi, e io narratore, contrario da sempre a ogni forma di violenza, non ho ceduto alla tentazione di divertirmi un po’ burlandomi di te.
Hai potuto davvero credere che un uomo tanto affascinante e tanto scaltro, come peraltro ha sempre dimostrato di essere il nostro amico Giuseppe, non avesse preso in considerazione l’ipotesi di una banale cospirazione?

La notte della resa dei conti, Giuseppe ha riposato solo qualche ora. Per tutto il pomeriggio si è sentito addosso un senso di inquietudine accompagnato da uno strano presentimento. In bottega, il comportamento troppo schivo e pensieroso di Mario lo aveva insospettito non poco. Poi era avvenuto quel miracoloso ritrovamento: dopo averle cercate in lungo e in largo, le chiavi erano ricomparse per magia, e, guarda caso, proprio sulla sedia che aveva occupato Mario fino a poco prima.
Giuseppe ha preparato un bagaglio piuttosto improvvisato, convincendosi che fosse saggio stare alla larga da Campacavallo almeno per qualche giorno. Montato a bordo della sua auto, aveva lasciato il paesello percorrendo al buio, con destrezza, la stretta strada ricca di tornanti che l’avrebbe condotto a valle.
Nel paese di Cascinella c’è sempre stato un locale piuttosto carino. Giuseppe lo conosceva bene, dato che si trovava accanto a quella che era la sua banca.
L’uomo si era meravigliato nel trovarlo ancora aperto, nonostante fosse ormai notte fonda, e, dopo averne approfittato per bere qualcosa, aveva atteso in auto l’arrivo di un nuovo giorno.

Quando all’alba quella stramba carovana raggiunge lo chalet, tutti realizzano che dentro sembra non esserci anima viva. La Jeep di Giuseppe non è parcheggiata al solito posto, così qualcuno decide di sfondare l’uscio della bottega, poi anche il portone dell’appartamento, e infine si decide a dare l’annuncio: quello stronzo se l’è filata appena in tempo!

Ciò che vi ho narrato riguardo alla demolizione è invece tutto vero.
Sono crollati i balconi e i vasi con i gerani, sono crollate tutte le travi di legno, poi anche i muri e, infine, è venuto giù persino il tetto. Un cappello di velluto marrone e una testa imbalsamata di cervo dalle corna lunghissime erano finiti nel cortile, adagiati allo spesso manto di neve.

Se qualcuno, dopo qualche tempo, si fosse trovato a passare da quelle parti alla periferia di Campacavallo, e proprio nel punto in cui il bosco si origina e si infittisce, proseguendo in salita fino a raggiungere la vetta che domina con austerità il grazioso paese, non potrebbe osservare altro che una monotona sequenza di saliscendi quasi sempre bianchi e innevati.
Lo spiazzo che una volta era adibito a parcheggio è diventato irriconoscibile per via di una coltre di ghiaccio che, restando sempre all’ombra, resiste anche nei mesi più caldi. Dello chalet di Giuseppe non resta che un cumulo di macerie dal quale qualcuno non si è fatto problema a portare via anche l’ultimo pezzo di legno probabilmente con l’intento di servirsene per il fuoco del proprio camino.
Nessuno, né uomini né animali, ha un motivo valido per trattenersi da quelle parti. I gatti hanno trovato un altro rifugio per difendersi dal gelo e per rifocillarsi; gli uccelli non hanno riparo, così preferiscono restare tra i rami fitti degli alberi, nel vicino bosco.
Tuttavia, col trascorrere del tempo e delle stagioni, nessun Campacavallese prova ancora un vero e proprio risentimento nei confronti di Giuseppe. Chi non aveva frequentato la bottega si interroga sul mistero dell’accaduto; Geremia, dopo aver rubato quel gruzzoletto, è stato in parte ripagato per il duro lavoro svolto in assenza di Giuseppe; ogni giorno che passa, le belle donne che sono rimaste al paesello si sentono sempre più sole, e gli uomini, gli stessi che avevano portato a termine la demolizione, pur avendo interrotto con sofferenza le proprie relazioni sentimentali, si disperavano assai di più per la mancanza di un luogo in cui trascorrere le giornate in allegria e spensieratezza, e in amicizia – per quanto quest’ultima possa esser stata autentica oppure di convenienza.
E persino Mario, dopo aver sfogato tutta la rabbia scaturita dall’orgoglio, aveva ben compreso che il matrimonio con Gina sarebbe finito comunque, con Giuseppe o senza di lui; perché se una donna tradisce, l’amore è già morto da un pezzo. Questa verità l’aveva capita presto: quella sera stessa, dopo aver messo in atto la sua vendetta e tornando a casa lercio dalla testa ai piedi (e anche nella coscienza), si era rivolto, come sempre, al suo amato affresco di San Leonardo da Limoges. Al solito sentimento di gratitudine si era sostituito un gran senso di colpa. Il volto del Santo pareva osservarlo con severità, come a volerlo rimproverare.

Alla luce dei fatti, caro lettore, avrai maturato il desiderio di conoscere il destino di Giuseppe.
Grazie ai risparmi che da saggio e buon Campacavallese l’uomo ha saputo accantonare nel corso degli anni, questi ha potuto rimettersi in gioco avviando una nuova attività. Se non avesse avuto modo di combinare tutti quei guai, non avrebbe mai trovato la forza interiore necessaria per lasciare Campacavallo, riuscendo così a superare il suo morboso attaccamento per quel luogo unico al mondo.
Tuttavia, anche l’evento più nefasto spesso nasconde un proprio lato positivo.
Nel corso di tutta la sua esistenza, Giuseppe è sempre riuscito a cogliere l’ opportunità migliore, dunque non è da escludere che, in questo momento, l’uomo stia proseguendo la sua vita proprio vicino a casa tua.
Comunque, fossi in te non mi preoccuperei: questa storia ci insegna che non tutti i mali vengono per nuocere, e men che meno se provengono da un luogo come Campacavallo dove l’erba non cresce.

Rudere collage e neve

Saluti da Campacavallo.

FINE.

W I NUDISTI!

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Beh, vi scrivo nelle vicinanze di un campeggio nudista. Non ci crederete😉, ma sono tutte mie!

Non chiedete MAI a un nudista: “E tu, dove abiti?”
☆☆☆
Perché un nudista dà il meglio di sé quando mangia una fetta di prosciutto?

Perché è nudo E CRUDO.
☆☆☆
Un nudista va in pizzeria e chiede una napoletana. Il cameriere prende l’ordinazione e poi gli domanda: ” Posso portarle anche un paio di CALZONI?”
☆☆☆
Un nudista entra in una lavanderia a gettoni. Una donna lo squadra da capo a piedi, poi gli domanda: “Scusi l’indiscrezione: ma lei cosa diavolo è venuto a fare qui?”
Serio, l’uomo risponde: “Sto solo tentando di mettermi nei panni degli altri”.
☆☆☆
Un nudista entra in libreria.
– Avete “L’uomo nudo” di Simenon?
Senza guardarlo troppo, la commessa gli risponde: – Certo, ma deve scusarmi se rido: era proprio scontato!
L’uomo replica: – Per la miseria, non c’è volta che io riesca a trovare un buon libro a poco prezzo!
☆☆☆
Un nudista vestito, seggio elettorale e giorno delle elezioni.
Dopo aver votato: “Scusate, ma adesso potrei fare lo SPOGLIO?”
☆☆☆
In spiaggia, sotto l’ombrellone, un nudista timido si è procurato un ago e il filo e una camicia. Perché mai?

Sta provando a attaccare bottone.
😂
☆☆☆
Quale auto preferiscono i nudisti durante l’inverno?

Il Golf.
☆☆☆
Ma, scusate:
i veri nudisti usano l’accappatoio o si asciugano con il fon?
☆☆☆
Un nudista come festeggia il carnevale?



( Questa è terribile, lo so.😉)
Beh, solo con una BAT – TUTA.
☆☆☆
E… dove tiene i suoi soldi un nudista?
Facile, li ha risparmiati, tutti IN VESTITI.😉
☆☆☆
Come lo riconoscete un nudista vestito in coda allo sportello della posta?
(…Tic tac, tic tac.. )
Si rifiuta di ritirare il suo pacco.
☆☆☆
Come riconoscete un nudista vestito al ristorante?
… …
(mumble mumble…)
(suspance…)
Non vuole pagare il COPERTO!😂😂😂
☆☆☆

Qual è il colmo per un nudista che è stato ingaggiato nel cast di un film?

Ritrovarsi a dover recitare vestito accanto a Walter Nudo.

😁😂😂😂

A PRESTO, CIAO!

Buona domenica a tutti quelli che si sono vestiti (o dovuti vestire).
Ciaooo.😘

16 settembre 1835.

Recatosi sul ponte del brigantino, richiamato dalle grida che il Capitano Fitzgerald stava rivolgendo all’equipaggio, Charles fu folgorato dall’incredibile spettacolo offerto dalla natura. Sebbene fosse dotato di una fervida immaginazione, mai prima d’allora avrebbe potuto credere nell’esistenza di un luogo simile.
Poco dopo lasciò che i suoi passi sprofondassero nella sabbia dorata. Risalì e attraversò la battigia finché raggiunse le prime zolle verdi che anticipavano il graduale infoltirsi della foresta.
Intento a contemplare ogni specie vivente di quel paradiso selvaggio e variopinto, all’improvviso si imbatté in qualcosa di insolito. Si chinò a terra, in contemplazione.
Alcune foglie carnose si avviluppavano a un fusto resistente che si ergeva ritto, per poi assumere, all’apice, una curvatura tutt’altro che flaccida. Quella sinuosa flessione mostrava tutti i dettagli di una esotica e rara bellezza.
Petali violacei e sepali vellutati esibivano macchie scure che sembravano opera di un pittore e che evocavano i tratti di un volto. Come per magia, elargivano a quello splendido vegetale, che ondeggiava alla brezza oceanica come cullato da un soffio vitale, le mere sembianze di un essere vivente che desiderava protendersi in direzione di Charles.
L’uomo osservò vibrare il lapello centrale, lungo e teso sopra un’antera gonfia e traboccante di polline. Così, incapace di resistere, si apprestò con l’indice a sfiorare lo stigma, che, umido e pulsante, pareva volesse sgusciar via da sotto al suo dito, e proprio sotto al suo naso.
Ancora estasiato da quel concentrato di perfezione selvaggia e incontaminata, che era in grado di incarnare ogni meravigliosa peculiarità dell’isola ove si era originato, decise di catalogarlo sul suo taccuino affibbiandogli il nome di orchidea cometa. Pensò che, come una stella brillando rivela i misteri di un angolo del cielo, la scoperta di quel raro fiore viola avrebbe potuto illuminare le sue ricerche sull’evoluzione della specie.



PARIGI, 1783.

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Nell’accomodarsi seduto e bene al caldo vide dentro al camino, che quasi andandovi troppo vicino potea prender fuoco, due scintille salir su come fossero delle stelle. Gli era presto soggiunto un pensiero, ma meglio domandar aiuto a un tale le cui mani sapevano arrivar dove non arrivava la vista degli altri.
Il desio di una tale impresa gli turbò a lungo il sonno, e lo stesso capitò al fratello, fino a che, un dì, dopo un gran baleno, scoppiò d’improvviso il tuono. Fu allora che tutto divenne chiaro, e, infatti, con uno strano disegno in mano, i due decisero di presentarsi umili a quel cospetto.
Trovato che fu monsieur De Bois e mostrata l’idea, si convinsero ch’egli li pensò dei pazzi, ma Joseph lo rassicurò: “Volerà, lo prometto, e Voi verrete ripagato per l’impegno!”.
Andò così: che la macchina volante riuscì a funzionare davvero, e Parigi, per intero, rimase col fiato sospeso e col naso in aria nel veder pascolar sopra le nuvole un’ oca, un gallo, e pure una pecora, proprio sotto un enorme pallone.
Indi, da quel dì, tutto parve esser diventato possibile, come ogni lor più strambo e più ardito sogno.

Un sasso.

Caffè Letterario

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Un sasso, tra tanti sassi,stava sulla riva del fiume. Tutti brillavano al sole di quel pomeriggio afoso di agosto, ma quel sasso no. Non molto grosso, levigato dall’acqua, aveva una perfetta forma ovale ma non scintillava, no.
Un bel gruppetto di bambini vivaci passò da lì. Cercavano pietre preziose per le loro collezioni e passeggiavano sulla riva del fiume.
“Guarda come brilla questo! E’ quarzo rosa!” Fece uno di questi.
“ Io ho trovato delle vere piriti!” Rispose l’altro, in tono canzonatorio.
Tutti avevano dei sacchetti ormai quasi pieni, vi riponevano man mano i loro tesori.
Ovviamente nessuno si curò di quel sasso tondo. La sua opacità non lo rendeva per nulla attraente ai loro occhi.
Presto, quell’allegro gruppetto, tornò da dove era venuto portandosi dietro caos, schiamazzi, e borse così pesanti da farne quasi cedere i manici.

Qualche ora dopo, passò di lì un vecchietto con un bel cagnolone…

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QUANDO PIOVE AD AGOSTO.

DA CAFFE’ LETTERARIO 07/02/16

Caffè Letterario

“Tic, tic” fa la pioggia. Cade su me ed io non ho portato l’ombrello. Che bella sensazione, finalmente un po’ di fresco in queste afose giornate di agosto. L’asfalto bolle insieme alla mie guance e all’uva quasi matura, esalando respiri di vapore e desideri. Odore di terra e prato.
“Tic, tic, tic”, sempre più veloce, il cielo sempre più nero. In pochi minuti è giunto da nord un temporale e i miei capelli seguono liberi la forma del vento.
Briciole di sassi e di terra si insinuano per scherzo tra le mie dita, nei sandali, e mi solleticano, le suole di cuoio diventano pattini sui quali il mio camminare un’elegante esibizione. Sono leggera.
Vado piano. Tutto il paese corre a ripararsi e gli uccelli raggiungono le grondaie della chiesa mentre io mi purifico dalle noie, dalle tristezze, dai pensieri vecchi.
A quest’ora tu sarai rientrato a casa ed io mi…

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