(V.M.) LA DONNA SPECIALE.

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

Ogni volta mi sorprendo nel desiderarla. E’ un’attrazione fatale quella che mi spinge a telefonarle per supplicarla di trovare un po’ di tempo da trascorrere con me.
A volte mi chiedo se può essere soltanto una questione di sesso.

Nel corso della mia vita sono stato con diverse donne, ma le ho soltanto scopate. Alcune le ho prese in un motel, altre dove capitava: in auto, ai bagni pubblici, in ascensore, sulla riva del mare, su una panchina del parco in inverno. Tuttavia non ho mai sentito il bisogno di rivederle una seconda volta per scoparci di nuovo.

Con Valeria è diverso.
Le ho telefonato ancora, poco fa. La aspetterò proprio come ogni venerdì di fronte all’uscita secondaria del cinema Pax.
Lei uscirà alle 21. Soltanto dopo aver originato dalle nostre bocche delle nuvolette di condensa a causa del troppo freddo, o per qualche parola di troppo, ci rifugeremo nel nostro bar che a quell’ora è sempre poco frequentato. Consumeremo sorseggiando il solito vino discreto e dal gradevole retrogusto speziato.
Sederemo affiancati e vicini a quel tavolo tondo, sghembo, e adornato da due fiori intirizziti e secchi che qualcuno ha infilato in un vasetto di terracotta. Lei, a bassa voce, poi mi supplicherà di condurla a casa mia.
Con il palmo della mano serrerò la sua bocca tiepida e infilerò poi furtivo l’altra ben bene sotto la sua gonna. Carezzerò il bordo in pizzo delle sue autoreggenti giungendo presto alla mutandina ancora pií calda e leggermente inumidita dalle sue voglie e da i suoi più sconci pensieri.
La percepirò ruvida e morbida allo stesso tempo. Le mie dita cercheranno di scostare quel tessuto inutile, solo un po’, quanto basta per poter affondare nella sua tana esattamente come farebbe una lucertola al sole e sorpresa da un bambino.

Lei divaricherà le gambe preparandosi ad accogliere quel poco di me che così, su due piedi,riuscirò ad offrirle.
Si lascerà andare all’indietro appoggiandosi allo schienale scricchiolante della vecchia sedia. Dischiuderà lievemente la bocca mentre gli occhi, tremuli, si serreranno. Sospirerà, ma senza esagerare. I muscoli delle sue cosce si contrarranno rigidi, i tacchi alti delle sue scarpe si ancoreranno alla terra orizzontali, graffiandosi, mentre le punte si solleveranno in alto, supplicanti, quasi in preghiera.
Infilerò un dito, poi l’altro. Poi la stapperò come una bottiglia annusando il profumo del suo vino inebriante, eccitante. Prima di penetrarla ancora compirò dei passaggi marcati e circolari attorno al suo clitoride, poi, soltanto con un polpastrello, lo scuoterò velocemente e con forza su e giù, a sinistra e a destra. Proseguirò massaggiandone ogni sua parte, solo di tanto in tanto, con la mia mano leggermente callosa e assai ruvida.
Lei sarà mia e pretenderà qualcosa di più grosso rispetto alle dita.

Allora mi osserverò intorno con aria distinta e circospetta, fingerò di controllare che nella saletta non sia entrato nessuno.
Slacciandole un bottoncino le forzerò la scollatura e osserverò il suo seno costretto in un sottile reggiseno a balconcino. I suoi capezzoli, che si saranno già induriti e spingeranno oltre il tessuto della sua camicetta leggera, si spingeranno verso di me.
Lei reclinerà la testa da un lato. Io di istinto le bacerò avido il collo annaspando il suo profumo che sa di fiori e di incenso.
Con le labbra cercherà le mie e la trafiggerò di nuovo, col dito. Quel nuovo sussulto lo vorrò percepire da vicino, tramite il suo respiro. Le labbra dovranno aprirsi insieme al suo corpo e dovrà supplicarmi. Basterà un suo sibilo: “scopami adesso, ti prego!”
E so che lo dirà.
A quel punto ci alzeremo. La sua fica palpiterà mentre indosserà il suo cappotto.
Il mio giaccone celerà un pene gonfio e impaziente che bramerà essere accolto in un antro stretto, dolce.
Risaliremo in macchina; pochi chilometri ci separeranno dal piacere, e mentre la guiderò, lei afferrerà il secondo cambio trovandolo ben eretto sotto i pantaloni. Lo stringerà un po’ nella sua mano ferma.
Poi si sfilerà le mutandine, sorridendo. Le sventolerà davanti al suo viso, le appoggerà sul parabrezza.
Io sarò distratto dal suo sesso perfettamente depilato.
Finalmente giungeremo a casa mia, cammineremo veloce fino all’uscio e baciandoci la scaraventerò subito a terra, sul pavimento.
La prenderò come un animale in calore. L’esperienza mi ha reso resistente: capirò quando ritrarmi e quando martellarla, dovrò durare a lungo, lei dovrà sentirla bruciare come carne viva, dovrà supplicarmi di smettere, di venire.
Libererò il mio uccello che fremerà bastonando agitato l’aria, fino a che non verrà imprigionato.
Lei giacerà stesa sul pavimento, la gonna alzata alla vita. Mi sdraierò su di lei, e, senza pietà alcuna, la penetrerò ripetutamente trafiggendola con il mio grosso membro duro. Il sangue pomperà al ritmo del mio bacino.
“Ti piace eh! Ora ti scopo. Dimmi cosa vuoi! Dove lo vuoi?”
“Ti prego dammelo!” Mugugnerà lei mentre si volterà a quattro zampe mostrandomi il suo posteriore dondolante che supplicherà di essere caricato così malamente avvolto da quella gonnellina ballonzolante che sventolerà la resa ad ogni mio colpo.
La cingerò con le mie braccia forti, sollevandola la accompagnerò sul mio letto dove la prenderò da dietro, senza riserve, senza tregua affondandola fino alla fine del muscolo, fino ad aderirle completamente alle natiche.
Lei griderà di piacere, gemerà sotto al mio acciaio. La afferrerò per i seni strappandole la camicetta e svincolandoli dal reggiseno. La volterò e la leccherò ovunque, assaggiandone i sapori ed i profumi, giù per il collo per l’incavo delle sue tette, dalla pancia all’ombelico e, mentre con le mani terrò schiuso il nostro universo e la mia lingua le scivolerà dentro sbattendo contro le sue pareti, le mostrerò le stelle. E quando la lingua sarà di nuovo fuori la sorprenderò salendo fino in cima al monte, e leccherò come un cane assetato la sua scodella, lucidandola.
Poi di nuovo la possiederò da sopra aspettando che sia lei a rivoltarmi con desiderio per afferrare il mio lungo dolcetto, assaporandolo, risucchiandolo dentro la sua bocca, per poi spingerlo avida dentro di sé. Solo allora comincerà a cavalcarmi, libera e furiosa come un’amazzone. Ondeggerà, si inclinerà, darà colpi secchi e duri.
Io farò leva con le addominali e il mio viso si perderà tra le sue tette. Morsicando i suoi bottoni rosei e risucchiandoli la graffierò con la barba rada del mio pizzetto.
Osserverò la sua pelle candida arrossarsi per un momento e le regalerò poi sollievo cospargendola di baci delicati.
E continueremo fino a che il mio vulcano esploderà in un’eruzione incontrollata e ci abbracceremo in uno spasmo reciproco, bollenti e felicemente appagati.
La stringerò a me, sarò padrone per qualche istante ancora del suo corpo esile e sfinito, abbandonato al mio, lucido, sudato e finalmente svuotato.
Lei premerà la sua fica alle mie gambe, mi gusterò quel pulsare degli ultimi suoi spasmi delicati. Li accompagnerò con tenere carezze lungo i suoi  capelli.

Il portone del cinema si apre lasciandone fuoriuscire una luce soffusa soltanto per qualche istante. Finalmente compare la sagoma di una donna abbastanza alta, elegante e minuta. Indossa una gonna corta ed un cappottino grigio sul quale si riversa una cascata di capelli piacevolmente mossi e castani.
La sua ombra, generata da un lampione che si staglia poco più in là, sfiora incurante la sedia a rotelle di Marco. Avanzando di qualche passo questa si avvinghia presto ad un’altra, creando sull’asfalto un disegno simile ad una specie di creatura mitologica e mostruosa a due teste.

Si ode il secco “clack” di un ombrello automatico. La coppia ben presto scompare voltando l’angolo sotto una fitta pioggerellina di novembre.
Marco percepisce le ciglia bagnate, strizza un paio di volte gli occhi. Si passa una mano per asciugare un po’ i capelli e poi pigia un bottoncino su una specie di telecomando.
La sua sedia a rotelle, ronzando un po’, si inoltra nel viale confondendosi ben presto con il buio e il via vai della sua città.

Se soltanto quell’incidente non fosse accaduto… Stanotte sarebbe stata certamente sua.
Nemmeno domani avrebbe potuto rinunciare a quell’appuntamento. Per nulla al mondo.

(The end).
Black Lady

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(V.M.) LA FESTA IN MASCHERA. (terza ed ultima parte.)

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

Percorriamo le scale e giungiamo al primo piano della villa. La musica ci giunge ancora più attutita in lontananza e odo ancora più chiari cigolii come di letti, respiri, risate soffocate, gemiti e, di tanto in tanto anche qualche parolaccia.
Mi assale una voglia intensa, devo godere anch’io e subito.
Presumo di essere giunta a destinazione quando il mio accompagnatore, appoggiando il gomito su una maniglia di ottone, spalanca uno di quegli usci sgattaiolandoci dentro.
La sento già pulsare, lo seguiamo nella stanza.
Non è una camera da letto bensì uno studio.
Noto una scrivania di legno scuro attorno alla quale sono poste delle solide sedie d’ufficio.
Un divanetto di pelle nera appoggia al muro, una grande stampa di Mirò è affissa alla parete. Sul lato opposto della stanza si apre un finestrone, probabilmente godrà di un’ottima vista sulla campagna ma, come gli atri, è rigorosamente chiuso e parzialmente coperto da due tendoni di pizzo bianchi che ondeggiano leggeri ad ogni nostro movimento, forse anche ad ogni respiro.

“Spogliati!” Mi ordina.
E’ giunto il momento di agire. Chissà se si innamorerà perdutamente di me? Lo distruggerò.
Lo contemplo mentre si fruga nella tasca, impugna un accendino e lo avvicina alla grossa candela che poi appoggia sul tavolone. Finalmente permette ai suoi pantaloni di ricadergli sulle cosce, ha un bel sedere. Lo osservo mentre si china per levarsi una scarpa, poi l’altra accostandole ordinate poco più in là ed infine si sfila anche i pantaloni di velluto. Io fatico un po’ ad abbassare la cerniera del mio vestitino di pelle, forse si è bloccata. La donna che è con noi sorride sotto la sua mascherina di gatta. Mi avvicina, le dà due colpetti secchi e riesce a farla scendere. Mi allarga il vestito lentamente, partendo dalle spalle liberandomi il seno sodo avvolto da un sottile reggiseno a balconcino che lascia scoperti i capezzoli. Con grazia fa scivolare l’indumento accompagnandolo lentamente verso il basso, accucciandosi mentre lo fa scivolare fuori dai miei piedi. Io ferma le permetto di fare anche quando le sue mani tornano sulle mie natiche carezzandomi leggere. Gli uomini osservano a pochi passi da noi con un’espressione compiaciuta. Anzi, il mio compagno di giochi si è seduto ormai nudo su una sedia davanti alla scrivania e mi lancia diverse occhiate di approvazione.
Chiunque sia stato con me ha sempre dimostrato piacere nell’osservare il mio corpo anche se pallido e minuto.
La donna mi aiuta a sfilare anche le mutandine nere e mi massaggia ancora. Ora le sue mani sono sui miei fianchi e poi sul mio sesso che penetra senza esitazione con un dito, mi bacia, ricambio divertita.
Mi sorprende con una spintarella inaspettata. Cado all’indietro sprofondando nel divanetto e, di istinto, mi si siede accanto.
Sebbene mi sia concessa raramente dei rapporti lesbo, in questo momento la percepisco quasi come un’esigenza. Mi basta essere soddisfatta e a qualunque condizione. Provo anche un po’ di curiosità, vorrei decifrare i tratti del suo volto anche se è lampante che sia proprio una bella donna, giovane e soda.
Ora ricambio le sue premure, tocca a me liberarla dal suo abbigliamento stretch. Noto che ha un seno più abbondante del mio, inoltre sembra del tutto naturale. Le sue tette sono già libere e irrequiete si spingono addosso a me con tutta la loro avidità.
Gli uomini ci raggiungono e ci ritroviamo davanti al viso i loro pronti membri. Non ci resta che accontentarli, li lavoriamo un po’ scambiandoci.
Sento penetrarmi, forse altre due dita. Sebbene sia solo una piccola cosa sono già su di giri, cerco di ondeggiare a mio piacimento per godere meglio e nel punto giusto anche se non mi è più chiaro a chi appartengano, la visuale è coperta da un grosso pene ed io sono impegnata a leccarlo e a succhiarlo dando il meglio di me stessa.
Questa situazione mi sta intrigando parecchio. In passato ho già partecipato ad alcune orge, ma davvero raramente. Eppure, stavolta, mi sento davvero a mio agio. Sicuramente tutto il contesto ha giocato a mio favore, inoltre con queste persone percepisco una certa affinità e devo ammettere che questi travestimenti riescono a garantire la giusta privacy.
Mi lascio andare alla lussuria. Ho mani ovunque. Non capisco più niente, penso soltanto a dare e ricevere piacere. Stringo, carezzo, accolgo, invito.

Mi ritrovo accanto senza accorgermene altri due uomini che impugnano delle corde arrotolate e spesse.
Il mio predatore gli ordina secco:” dai, legatele ben strette.”
Io mi sento quasi mancare, adoro subire.
“Ma che belle donne!” esclama il nuovo arrivato mentre provvede a slacciare con delle buone maniere il mio reggiseno. Lo osservo roteare, in volo e ricadere su un piccolo tavolino tondo che prima non avevo nemmeno notato. La mia bocca ora è libera ciononostante ansimo e respiro ancora a fatica. Obbedisce all’ordine impartito costringendomi le braccia dietro alla schiena e sento dolore mentre mi lega i polsi molto stretti tra loro.
Mi afferra anche le gambe, stendendole, e provvede presto a fasciarmi anche i piedi. Lascio che la mia schiena sprofondi nello schienale fresco, scivolo un po’ col sedere mentre il tizio, finito il suo lavoro, comincia a leccarmi di gusto i capezzoli ed il seno, lo stomaco, la pancia e scendendo perpendicolare all’ombelico lo ritrovo goloso sul mio frutto palpitante. La sua lingua è diabolica. Godo da morire.
Anche l’altra donna è stata immobilizzata, ormai formiamo tutti una specie di mucchio ed io, benché sia con gli occhi aperti, non distinguo più né sagome né voci.
Qualcuno improvvisamente mi trascina giù dal divano, mi volta poi con forza e decisione in modo che i cuscini della seduta mi fungano da sostegno per il petto, la mia faccia vi sprofonda totalmente anche se mi pare di essere aiutata da un’altra persona a restare in quella posizione.
Mi penetrano da dietro, con violenza, svariate volte. MI piace. un uomo è inginocchiato dietro di me e si aiuta a dare colpi precisi aggrappandosi a un bracciolo del divano.
Continua giusto qualche minuto, poi smette.
Una benda, con mia enorme gioia, mi viene legata ben stretta sopra la maschera. La mia attenzione ora è rivolta ai rumori. Mi eccito nel sentire mugugnare senza tregua la mia compagna di avventura.
Senza poter vedere mi è più facile concentrarmi sulle sensazioni. Ogni cosa è amplificata.
Delle mani forti mi trainano, mi sollevano, mi girano. Finisco per trovarmi distesa sul tavolo, le braccia sotto la schiena che mi fanno abbastanza male a contatto della sua superficie rigida.
Delle mani frenetiche grattano sul mio sesso. Credo che mi stiano scopando un po’ tutti. Davanti e dietro. Mi afferrano le tette, nel contempo mi impegnano la bocca, girata da un lato sento la pancia piena, piena da stare quasi male. Grido, emetto versi spontanei, forti. Ho un orgasmo potentissimo, il mio piacere è al massimo. Credo che più di così non si possa arrivare. Ho un vuoto nello stomaco, il sangue mi circola veloce, i battiti del cuore sembrano mancare.

Qualcosa ora mi brucia la pelle, stanno colando sul mio corpo la cera mentre gli amplessi proseguono indisturbati, il dolore delle ossa e quello delle bruciature mi restituiscono dei brividi unici, forti. Accolgo dentro di me ogni cosa, i miei muscoli vaginali hanno dei potenti e continui spasmi.
Gli uomini ci intimano:” Volevate scopare eh? Vi stiamo accontentando no?” Io fatico a pronunciare anche solo un “si”. Ormai sono sfinita ma desidero ancora proseguire. Credo di lacrimare sotto la benda. Intorno c’è un sacco di gente, ho già percepito dello sperma sulla pelle, più di una volta ma credo che i porci, qui, siano parecchi.
“L’avete ricevuto l’invito? Lo diamo solo a belle donne!” Pronuncia uno di loro con la voce sincopata mentre sta dando colpi di bacino e poi questo continua:” voi siete così sode e bagnate…”
La voce dell’uomo che mi ha adescato ora risuona nitida e cavernosa:” Vediamo se ti piace questo! Vedrai come è grosso!”
Io mi preparo a qualcosa di veramente sublime tendendo i muscoli delle cosce anche se in quella situazione mi è veramente difficile. Purtroppo non mi accade altro. Attendo.
Ad intermittenza ed in ogni posizione mi infilano diversi membri che percepisco ormai con piacere misto a dolore. Ricevo baci, assaggio sapori. Qualcuno mi morde. Mi abbandono all’estasi senza forze.

I gemiti dell’altra donna si sostituiscono ad un urlo. Inizialmente mi eccita, poi mi raggela.
Non la sento più, né ansimare, né mugugnare, né gridare.
Qualcuno ride, altri bisbigliano. Poi uno strano silenzio. Echeggiano soltanto altri colpi e uno schioccare di carne. Nella poca lucidità che conservo sono convinta di non avere più tanta gente attorno, mi pare si siano allontanati tutti, poco più in là.

Ora mi divaricano la bocca, con prepotenza, e mi cacciano in gola qualcosa di rigido, forse una compressa. Non ho altra scelta, la deglutisco.
In sottofondo alcuni flebili rumori si sostituiscono ad un forte ronzio che sembra originarsi nelle mie orecchie. Non percepisco più nulla con precisione, sono stata drogata.
Mi sento sballottare ovunque poi, ad un tratto percepisco un dolore lancinante, fortissimo, proprio là.
E’ come un enorme tubo, freddo, rigido, artificiale… davvero non saprei dire. Sto morendo: è terribile.

Non so quanto ho dormito, tanto, poco… so soltanto che sono qui, intontita, sdraiata e dolorante sul pavimento di casa mia. La vista è annebbiata, cerco di mettere a fuoco. Sono molto agitata!
Provo un dolore terribile ovunque e un gran torcicollo.
Non sarà successo ancora!

Stendo il braccio, cerco a tentoni il telecomando. Dovrò chiedere ad Eleonora il favore di trattenere ancora per qualche giorno la sua chiavetta USB, le dovrò confessare che stavolta non sono riuscita a vedere tutto il suo film porno! Faticherà a credere che mi sia addormentata sul più bello. Cosa mi succede? Non sto bene?
Lavoro troppo in quel bar, sono stanchissima. Mi scappa da ridere, anzi no, piango.
Ma tu guarda che sogno che ho fatto! Ho assolutamente bisogno di ferie.

No, non è un sogno! Perchè indosso il vestito di pelle? Cosa mi succede? Mi fa malissimo tutto. Aiuto, aiuto! Chiamate un ambulanza! MI sentite? Qualcuno mi sente? Non posso muovermi!

Poco più in là  giace a terra una mascherina veneziana stropicciata. Ora si che ricordo! Credo di sentirmi davvero male. Non respiro, mi gira la tes.. … …

(the end.)
Black Lady

(V.M) LA FESTA IN MASCHERA.(parte 2)

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

“Sei tu l’artefice dell’invito? Mi conosci, non è vero?” Gli domando maliziosa accelerando il passo e affiancandolo.
“Quale invito?” Si arresta come stizzito.
“ Dai, l’ho trovato nella mia cassetta della posta! Lo sai anche tu di cosa parlo, senza quel biglietto non si può accedere alla villa, lo chiedono all’entrata quei tizi no?” Sorrido falsamente ingenua indagando la sua sincerità.
“Non so di cosa stai parlando!” Mi risponde secco e alterandosi. Per qualche secondo mi pare di scorgere in lui una lieve contrazione della mascella, di quell’unica parte di viso non coperta dal mascherone nero.
Fortunatamente il mio accompagnatore muta quasi immediatamente quella sua espressione e, parendo più rilassato mi domanda:” comunque sei qui per divertirti no? Vuoi provare qualcosa di diverso giusto?”
Mi limito un po’ confusa ad accennare un si muto, soltanto flettendo la testa, dei dubbi mi assalgono.
“Non perdiamo altro tempo, su andiamo!” Mi intima.
Noto attraverso la mia maschera che anche l’altra coppia si è arrestata dietro di noi, aspettano immobili a circa un metro di distanza.
Ora ripartiti, quasi in una fila all’indiana ci accingiamo ad attraversare il locale. Lui, che ci precede, ogni tanto si volta ad osservarmi con un sorriso avido, colmo di voglie. Cammina in maniera buffa, una mano incollata alla grande patta e una impegnata a sorreggere quella candela.
Io ricambio, questa ambigua situazione mi sta eccitando ancora di più e, sebbene abbia già subito diverse volte quel giochino con la cera, non vedo comunque l’ora di passare all’azione.
Anch’io stanotte vorrei essere una musa del desiderio per tutto il mio pubblico mentre prendo e accolgo tutto il possibile dentro di me. Vorrei che i presenti desiderassero davvero avermi, tutti quanti, uno dopo l’altro preferendomi a tutte le altre donne del locale, anche più giovani e belle di me. Vorrei essere adorata per la mia sensualità, per la mia esperienza, per la mia sapienza e, nel contempo, mi piacerebbe davvero poterli accontentare tutti, chi fisicamente, chi soltanto moralmente. Ma andrei in estasi nel sentirmi tutte quelle mani addosso, scivolare su ogni centimetro della mia pelle, dentro e fuori, davvero tutte, insieme e senza tregua.

Mi incanto nell’osservare due donne baciarsi e toccarsi con una indescrivibile passione, così, semplicemente in piedi, appoggiate al muro in fondo al salone accanto ad un altro portone anch’esso lasciato aperto e dal quale si dipartono altri corridoi ed una scala per i piani alti della villa.
Mi sento girare la testa. Attimi di euforia si sostituiscono ad una lieve ansia mista a smarrimento e d’un tratto mi trovo rapita da ricordi.

IO:
ragazzina timida, introversa. Alla scuola superiore ero la campionessa di scene mute durante le interrogazioni. Vestivo abiti di terza mano ereditati da mia zia o, quando mi andava meglio, dalle mie tre sorelle più grandi.
Mio padre e mia madre si separarono quando compii 14 anni. Mamma cominciò a bere. Papà non lo vidi più.
Mamma mi ha eccessivamente amata e viziata, d’altronde ero la più piccola e a mia volta, mi rimostravo la più affettuosa.
Rappresentavo l’esatto opposto delle mie sorelle, io assomigliavo più a lei.
Anna, Lucia e Ilaria erano delle pure egoiste. Non ricordo una volta, una sola volta, in cui avessero saputo rinunciare a qualche uscita o a qualche ora di divertimento per fare compagnia a nostra madre. Io invece preferivo stare con lei, le sedevo accanto, osservandola con amore, per ore, mentre lei, come al solito reggeva il suo bicchiere di Gin e a volte la osservavo riflessa per uno strano gioco di luci dentro al suo stesso bicchiere sempre rabboccato da quel liquore che, soltanto qualche volta, era sostituito con del Marsala. Con un gesto piuttosto isterico e impreciso della mano sinistra si scostava qualche capello grigio che le era ricaduto spettinato sulla bocca, a volte quel gesto lo ripeteva a vuoto, senza che ne esistesse effettivo bisogno. Con l’altra mano sorreggeva traballante il suo bel bicchierone, e sorseggiava così lentamente ma di continuo, in inverno con lo sguardo perso tra le fiamme del camino e in estate rivolto assente alla grande pianta del piccolo giardino, visibile dalla finestra del soggiorno, che lasciava sempre aperta, anche di notte. “Nessun ladro ruberà qui! Basterà guardarmi in faccia per capire che sono già povera!” Soleva ripetere se qualcuno la rimproverava per questo motivo e con quelle parole intendeva dire che era vuota dentro; questo era esattamente il suo concetto di miseria.
Per questo mi raccomandava di non fidarmi e tantomeno innamorarmi mai degli uomini. “Ti auguro di diventare una vera egoista! Solo così non soffrirai!”
Mi ripeteva continuamente di essere prudente, di non farmi catturare dalla trappola dell’amore perché, inevitabilmente:” qualsiasi sentimento, proprio qualsiasi, un giorno o l’altro è destinato a finire, sempre!”
E quando smetteva di parlare ricominciava a mordicchiarsi le unghie, nervosamente. Erano così consumate e brutte… mangiucchiate così tanto da crearle continue infezioni.
Le sue mani le ricordo sempre zeppe di cerotti che applicava più volte al giorno sulla punta delle dita, per evitare di ricadere in quel brutto vizio ma… ben presto puntualmente li rimuoveva e ricominciava di nuovo, da capo, la sua ghiotta rosicchiata.
Non ricercò mai più la compagnia di nessun altro uomo.
Morì sola, tra le mura domestiche per un ictus, in uno dei pochi pomeriggi in cui mi costrinsi ad uscire, davvero forzandomi, per dimostrare alle mie compagne di liceo di essere una ragazza normale, attiva e socievole.
Detestavo il mio corpo, magro, minuto, quella prima di reggiseno. Mi odiavo. Odiavo la mia pelle troppo bianca, la mia vita troppo tranquilla e solitaria, insignificante.
Ruppi 3 specchi. Una delle mie sorelle la terza volta mi picchiò, era arrabbiatissima sebbene avessi ripulito tutto da sola.
Rimasi sola ad occupare quella grande casa. Una mia sorella si sposò inscenando un moderno matrimonio “di convenienza”. Un’altra emigrò per lavoro in Russia e la maggiore, l’unica laureata, fu prescelta per la direzione di una multinazionale torinese.
Utilizzai una parte della mia eredità per rifarmi il seno, con il resto e grazie ad un cospicuo mutuo la villetta a schiera divenne a tutti gli effetti mia.
Trovai un lavoro come barista, ben remunerato sebbene potessi osservare le lancette dell’orologio compiere un giro completo ogni volta prima di poter smontare dal mio turno.
Cominciai anch’io a consumare alcolici, tuttavia con discreta moderazione.
Mi ritrovai a detestare il mio passato, la persona che ero sempre stata, l’eccessiva timidezza, i miei intoccabili tabù. Era finalmente giunto il momento di dimostrare al mondo quanto potessi cambiare.
In bene o in male? Non mi importava.
Essere diversa da mia madre e dalle mie sorelle era l’unico mio obiettivo, un impegno con me stessa, una vera e propria missione.
Dopo il mio turno di lavoro cominciai a frequentare alcuni clienti del bar, uno per ogni sera, anche uno ogni ora. Qualcuno ci teneva a ripagare i miei servizi, altri no. Io non chiedevo compenso comunque. Nemmeno lo rifiutavo.
Loro apprezzavano il mio corpo, magro e formoso allo stesso tempo e il mio colorito particolarmente pallido. Ero simile ad una bambola di cera.
Grazie ai miei servizi extra, il bar si riempiva di più, sera dopo sera. Mi venne persino riconosciuto un aumento, erano tanti coloro che preferivano essere serviti da me. Tutti passavano da lì per cercare di accaparrarsi una serata “da sballo” con una tipa stramba, sessualmente attiva e fuori di testa. Più di uno credeva di avere a che fare con una ninfomane ed io glielo lasciavo pensare.
A furia di obbligarmi al sesso accadde che cominciai a provare davvero piacere.
Cambiare partner ogni sera era divertentissimo. Eccitare ed essere eccitata diventò un piacevole gioco.
Alcune mattine, all’alba, tornavo al mio appartamento soddisfatta, altre un po’ meno quando mi trovavo accanto un amante inesperto. Preferivo di gran lunga gli uomini più grandi di me, maturi.

E… stasera sono soddisfatta perché il mio accompagnatore, giudicando dalle rughe che vagamente sono riuscita ad ammirare sul suo volto, nonostante il travestimento, mostra circa una ventina d’anni più di me.
Adoro l’uomo maturo, poiché resta spesso più fragile e più soggetto ad innamorarsi, inoltre è di gran lunga migliore a letto.
E questo è un altro principale obiettivo della mia vita: scopare per ferire.

“Ora si che sono pronta! Divertiamoci pure tesoro!”
Mi sovviene l’irrefrenabile istinto di allungare un braccio tra le sue cosce, mentre cammina e con il palmo della mano rivolto verso l’alto gli afferro in un tutt’uno la delicata carne che percepisco sotto la stoffa rigida dei suoi pantaloni di velluto grigi.
Lui sussulta ma mantiene comunque il suo passo fingendo indifferenza.
Ci avviamo per un nuovo corridoio mentre da porte chiuse o semi-chiuse si odono gemiti e versi sommessi o acuti, latrati o grugniti, respiri che risuonano come una sofferta canzone sulle note della musica che giunge ormai in lontananza, alle nostre spalle.

(… continua)
Black Lady

(V.M.) LA FESTA IN MASCHERA (parte 1)

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

I miei passi risultano attutiti da un tappeto grigio sul quale, qua e là, è visibile qualche granello di terriccio e di polvere e i tacchi a spillo delle mie scarpe vi sprofondano inclinandosi leggermente. Devo cercare di mantenere un passo fermo per non sembrare ridicola, le mie gambe tremano. Estraggo la maschera veneziana dalla borsetta che mi sfugge dalle mani, ondeggia e cade a terra ma senza fare alcun rumore. La raccolgo chinandomi, sento il vestito corto e aderente di pelle stringere e comprimermi sulle natiche mentre la mia mano insicura effettua un vano tentativo di presa che si conclude a vuoto. Riprovo con successo, la afferro e la indosso.
Sono emozionata. Da tempo aspettavo ansiosa di partecipare a questa festa esclusiva alla quale nessuno, prima d’ora, mi aveva mai invitata.
Ora che sono qui, fremo dalla curiosità.
Continuo con la mia migliore andatura e ancheggiando. Percorro lo stretto corridoio tutto nella penombra che oltre un portone a vetri in mosaico totalmente spalancato, si apre in un ampio salone. Odo dei gemiti sempre più vicini e una strana musica in sottofondo. Le strette fessure agli occhi della mascherina mi permettono di osservarmi attorno soltanto voltando un poco anche la testa quindi mi soffermo qualche istante non appena varcata la soglia.

Il locale è scarsamente illuminato da un enorme lampadario di cristallo che troneggia al centro del salone e dal quale proviene una luce fioca calda e diffusa.
Le mie ciglia si imbrigliano nella mascherina ad ogni battito di palpebre.
Alla mia sinistra sono disposti dei divanetti di alcantara neri in parte già occupati esclusivamente da persone mascherate e con abbigliamenti succinti. Una donna con una parrucca bionda e una gonna rossa in raso rimboccata alla vita siede in grembo a un uomo magro tenendo le gambe aperte e le ginocchia ripiegate e i piedi sul divano. Ha tolto le decolleté che giacciono sul pavimento. Lui ha il pantalone slacciato che così aperto, ricade floscio ripiegato ai lati del suo bacino. Anche la sua biancheria intima è abbassata e una grossa verga appare ad intermittenza tra le gambe di lei mentre questa si impegna nel scivolargli addosso in ogni modo, gemendo continuamente.
Un paio di ragazzi siedono al loro fianco, li osservano, su di giri, divertiti. Uno di loro allunga una mano carezzando il posteriore della donna che, teso e sodo, si agita in movimenti lascivi. L’altra persona che le sorride sotto una maschera arancione, le abbassa la scollatura e le tasta vogliosa il seno. Smette e si solleva in piedi accanto a lei. Si slaccia la patta estraendone il suo pene che, duro, finisce tra le labbra della donna che mugugnante lo accoglie dentro di sé esattamente come quello dell’uomo sotto la sua seduta. Altri due circondano il gruppetto, mi impediscono di vedere cosa succede e mi irrito un po’. La mia salivazione si fa abbondante, desidererei essere io al centro di tutte quelle attenzioni.
Intravedo dalle fessure lasciate libere solo sporadicamente da quelle sagome ravvicinate il volto compiaciuto di quella donna che gode visibilmente e ormai totalmente in balia di tutte quelle mani e di quei lussuriosi aggeggi fuori e dentro di lei.
Più in là noto un’altra bellissima ragazza, forse più giovane. I capelli neri e ricci sembrano naturali. Non riesco a vedere il colore dei suoi occhi sotto la sua maschera, la raggiunge poca luce. Siede con le gambe divaricate e con una mano si tocca delicatamente mostrando a tutti il suo sesso morbido e aperto. Non indossa le mutandine. Un paio di ragazzotti ridono tra loro, le si avvicinano. Uno di essi allunga una mano e le lascia scorrere una sfuggevole carezza proprio là. L’amico lo spinge un po’, senza rabbia, soltanto con ironia e lo allontana dalla preda poi le si inginocchia davanti. Riesco a vederli bene, fortunatamente osservo da un’angolatura perfetta.
Ecco che comincia a leccarla come fosse un gelato. Le grandi labbra non nascondono umide i loro fremiti. Lui agita la lingua avvicinandosi e allontanandosi lentamente. E’ molto esperto e riesce a trovare ogni volta il punto preciso a giudicare dagli spasmi troppo frequenti delle gambe della donna e dal suo modo di lasciarsi andare completamente all’indietro sullo schienale con gli occhi socchiusi e la bocca semiaperta in uno stato di trance. Geme sommessamente. E’ quasi in un lamento continuo, logorante, laconico. Soffro anch’io.

Un cameriere mi sfila accanto, indossa soltanto un perizoma nero, mi porge un vassoio lucido e argentato, probabilmente antico, dal quale prelevo un calice di champagne. Lo sorseggio avida per placare la sete.
Delle donne danzano maliziose e seminude in centro alla stanza attorno all’enorme tavolo scuro in legno massiccio posto esattamente sotto il grande lampadario. La loro sembra una danza tribale.
Tutti toccano tutti, tutti baciano tutti, tutti scopano tutti.
Appoggiate o sdraiate sul tavolo conto almeno 8 coppie. Copulano in tutte le posizioni, proni, supini, in piedi e in ginocchio.
Noto con piacere una donna che seduta proprio all’orlo di esso sta godendo incredibilmente mentre viene posseduta ripetutamente dal suo casuale compagno, a me di spalle. Mentre lui la prende lentamente ma fino in fondo, lei sorregge i grossi seni che vibrano troppo e vistosamente. Ogni tanto lui si china su di lei per darle un bacio, poi la sua testa sparisce quasi completamente tra quelle tette. E’ evidente che lei non sappia più cosa fare per sentirlo meglio e tutto. Finisce per sdraiarsi su quel tavolo duro, le sue gambe sono così tese ed aperte da sembrare un ramo di quercia.
Lui ora accelera il ritmo dei suoi colpi che diventa quasi frenetico e leggermente violento.
Nella sala risuona una musica lenta, ora quasi stridente, ora più ritmata ma sempre modulare, ripetitiva. Credo che sia una musica New Age che risulta l’ideale sottofondo per questo genere di attività.
Un profumo particolare simile all’incenso circola nell’aria, pare inebriare, probabilmente si tratta di una sostanza eccitante.
Io fremo impaziente. Dovrei lasciarmi andare, raggiungere il centro del locale, gli altri ospiti e divertirmi un po’.
Noto anche degli spessi tendoni blu che oscillano davanti a dei probabili finestroni rigorosamente chiusi. Questa villa conserva un fascino particolare, sebbene sia stata costruita nei primi anni del 1600 è stata continuamente e completamente ristrutturata, sempre con sapienza e con rispetto mantenendone così preservata ed intatta ogni sua architettura.
I muri offrono quasi integralmente dipinti tenui, non ne riconosco l’opera particolare di alcun pittore noto, piuttosto soltanto uno stile simile e paragonabile a quello di Michelangelo.

Mentre mi sto osservando ancora intorno, sobbalzo percependo due mani forti cingermi prepotenti la vita, da dietro. Il piacere mi assale.
Aspetto a voltarmi qualche istante, tanto comunque non avrebbe importanza, ora come ora vorrei soltanto essere presa, non importa come e da chi.
Esse scendono scivolandomi pesanti sulle anche fino a cercare l’orlo del mio vestitino. Lo trovano e lo sollevano con decisione e con una certa fatica dato che questo risulta così aderente da poter sembrare una seconda pelle. Ora il mio sedere è libero. Vengo avvolta da un brivido fresco percependo addirittura un movimento dell’aria sulle mie natiche che fino ad ora erano rimaste tiepide e coperte. Quelle mani altrettanto fresche afferrano le mie chiappe, massaggiandole e carezzandole, avvicinandole e allontanandole, e infine allargandole. Le sento con gioia scivolare anche sotto e più in avanti, scorrere colte sul fine perizoma nero che ho indossato per l’occasione. Cercano anche altro, di più. Una volta allargato quell’elastico sottile che, fino a poco fa, mi premeva sul sesso voglioso e pulsante, accolgo gioiosa un paio di dita che si fanno largo dentro di me, robuste, golose, piacevoli, agitate.
Sono così eccitata che mi bastano già.

Ora è giunto il momento di osservare il mio agognato benefattore. Mi sento curiosa.
Mi auguro di poter trovare un bel viso ed un fisico di mio gradimento.
Sotto una maschera nera simile a quella di Pulcinella che gli ricopre addirittura il naso, noto delle ciglia folte e castane. Un mezzo sorriso distorto dal piacere è stampato sul suo volto e anche l’aspetto generale è fortunatamente di mio gradimento.
“Ho scelto te come mia schiava!” Mi bisbiglia all’orecchio con una voce grave e seria, poi prosegue:” voglio farti dappertutto fino allo stremo delle mie forze, dovrai consacrarti a me fino a perdere la tua coscienza se fosse necessario!”
Io sento un mancamento. Sono già sua ma non credo di farcela a giungere fino in fondo con queste premesse! In me si accende un desiderio devastante e turbolento.
Ora ho voglia di baciarlo. Mi volto e mi stringo a lui, un ulteriore profumo leggero di essenza di muschio pervade le mie narici ed il mio seno desidera premergli addosso. Le nostre lingue istintivamente si incontrano voraci, anche sospese.
Anche lui ha probabilmente bevuto dello champagne perché non percepisco alcun sapore particolare, tutt’al più un delicato e piacevole retrogusto dolce.
Lui mi lascia comandare e fare per qualche minuto. Sento le sue mani correre su e giù per il mio corpo asciutto ma delirante.
Poi cambia idea. Mi afferra deciso la testa, tra le sue mani. Un po’ forte tanto da non far caso all’elastico della mia maschera. La devo aggiustare per evitare che mi scivoli giù per il viso, sul collo. E’ molto importante per tutti noi mantenere la giusta riservatezza e, nel contempo, questo rende il tutto ancora più eccitante.
Comunque offrire tutto il proprio sesso a perfetti sconosciuti è qualcosa che gratifica, che fa comprendere appieno il valore della generosità in ogni sua forma o, almeno, io la penso così.
Mi spinge impaziente la testa verso il basso. Capisco immediatamente cosa desidera e cerco con tutta la mia voglia di renderlo felice.
Mi inginocchio davanti a lui percependomi addosso diversi sguardi di altri ospiti. Mi mangiano con gli occhi. Sebbene sia abbastanza gracile e sottile conservo delle buone forme e il mio sedere è tondo e pieno e rimasto scoperto mentre stringo forte quel gelato tra le mani. Socchiudo gli occhi e ondeggio con il busto mentre la mia testa e la mia lingua si agitano su e giù.

Credo di essere uno spettacolo perfetto. Cerco di offrire il meglio che posso e tutti i giochini che conosco.
Lui sta immobile per un po’, mi pare di intravedere degli occhi nocciola socchiudersi dietro la mascherina. Si accorge del mio curioso interesse e mi afferra affettuosamente per i capelli, rialzandomi e pretendendo che lo segua.
Mi diverto ad assecondarlo anche se non mi sono chiare le sue intenzioni.
Sono ormai bagnata ed eccitata, lo voglio e, a questo punto mi sta bene qualunque cosa. Mi sento disposta a giocare ilvtutto per tutto e ad accettare un qualsiasi trattamento ai fini del godimento puro. E’ tanto che aspettavo questa occasione, questa serata di svago dove ogni limite etico e personale viene messo alla prova, timidezza, coraggio, senso del pudore.
Rialzandomi sussurro: “Fammi tutto ciò che vuoi, accetto di essere la tua schiava!”
Noto dipingersi istantaneamente sul suo volto una smorfia di puro compiacimento, forse anche di gratitudine.
Si aggiusta i pantaloni e con una mano li stringe sul pene, li tiene sollevati quel tanto che gli occorre per camminare liberamente; con l’altra mano afferra una grossa candela cilindrica, spenta, strappandola con un gesto secco dalla base di un candelabro in ottone ove era poggiata, nell’angolo di un tavolino tondo accanto ai divanetti.
Si volta poi verso una coppia che si è appena avvicinata a noi, stavolta a voce alta enuncia:” desiderate divertirvi? Allora seguiteci!”

(… continua)
Black Lady.

(V.M.) IL BALCONE.

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

Nei pomeriggi estivi, liberi da impegni e non particolarmente afosi, Melania ama stendersi in balcone al sole per qualche ora. Oggi il cielo è terso dopo il temporale di ieri e persiste una leggera brezza piacevole e frizzante che pare accarezzarle tutto il corpo.
Si è da poco trasferita in quell’appartamento di una palazzina in periferia, preferendolo ad altri proprio grazie a quella terrazza assolata e grande che sovrasta i garage, attorniata da sottili ringhiere lavorate in ferro battuto e con una splendida vista sul verde di campi coltivati e colline.
Sebbene Melania non si sia mai impegnata in una relazione tradizionale definendosi con convinzione una single, a volte come ora, la assale una voglia di sesso improvvisa, impertinente.
Probabilmente complici quell’aria tiepida od il pensiero dell’avvicinarsi delle meritate vacanze, chissà…
Così sposta con grazia il suo slip e si porta una mano là , delicatamente. La trova ancora assopita e la risveglia con dolcezza poi, aumentandone gradualmente la velocità , la massaggia con più vigore, con due dita soltanto, con movimenti circolari ricercando e stuzzicandone il punto vitale che percepisce istantaneamente divenire più umido e pulsante.
Il cinguettio degli uccellini nelle vicinanze è presto zittito dal rombo di una moto che segna l’arrivo del vicino di casa, Mario: un bel ragazzotto dai lunghi capelli biondi e dalle maniere gentili che Melania aveva già incrociato ed osservato altre volte, forse troppo distrattamente.
La donna quindi non accenna alcun timore, continua a masturbarsi mentre quel giovane smonta dalla sua Harley. Indossa una canotta nera con frange e dei jeans chiari che risaltano le sue forme non perfette ma decisamente sexy.
Lui fruga nel portaoggetti in pelle appeso al manubrio in cerca delle chiavi del box. Le afferra e sollevando la serranda esibisce due bicipiti ben fatti.
Mentre sta per risalire sul suo mezzo riaccendendolo, solleva lo sguardo, per caso, forse captando un inconsueto movimento: Melania.
L’intimità di quel momento è stata scoperta e ormai infranta. La donna viene travolta da un’ondata di timidezza che si trasforma presto in bruciante passione. Dopotutto un uomo è ciò che stava desiderando, per di più il suo vicino non pare poi male, così Melania abbozza mezzo sorriso sgranando i suoi occhi grandi e azzurri simulando un’espressione innocente ma senza sospendere il suo passatempo.
Per timore o educazione Mario si volta verso il garage e, cercando di mantenere l’autocontrollo, si appresta a parcheggiare la moto fingendo di non essersi accorto di lei.
Melania lo stuzzica con un “Ehi!” malizioso e salutandolo sfacciata con un breve cenno della mano.
Il suo volto arrossato ricompare presto sotto il balcone. E’ serio, acceso, forse impaziente.
Melania si lascia completamente andare sulla sdraio, socchiude gli occhi, continua come indisturbata e si eccita al pensiero di essere desiderata ed osservata.
Inarca la schiena, trattiene e rilascia i muscoli vaginali per amplificare le sue sensazioni. Emette dei gemiti istintivi, lunghi, mugugnando sofferente.
Lui è impalato, con la testa alzata e il collo tirato a sbirciare tra quelle sbarre di ferro battuto.
Melania con grazia si sfila lo slip e con l’altra mano sposta il sottile triangolo del costumino lasciandone fuoriuscire un seno ma soltanto per qualche istante. Lo carezza, lo impugna. Poi, scendendo dalla sdraio si accovaccia a quattro zampe sul pavimento del balcone rimostrando a tutto tondo la prospettiva posteriore.
Con grande sgomento, tornando supina e ricercando una conferma, nota che Mario non è più accanto alla moto che invece è rimasta lì sola, incustodita, luccicante e quasi incandescente sotto quel sole di luglio.
Mai prima d’ora aveva ricevuto un rifiuto, mai aveva dovuto interrompere un giochino dei suoi sul più bello! “Che ragazzone maleducato, che insolente!” Pensa risentita.
Cerca di consolarsi realizzando che c’è sempre una prima volta, per ogni cosa, e con un po’ di amaro in bocca ricomincia a toccarsi avida tornando a sdraiarsi un po’ stizzita sulla sdraio.
Nulla le potrà impedire di raggiungere quell’agognato orgasmo.
Ma il suono del campanello la fa trasalire sebbene in balcone giunga attutito. “ Che sia Mario?” Pensa eccitata.
In una frazione di secondo molte emozioni contrastanti le si avvicendano nel cervello. Da una parte la voglia che ormai la possiede, dall’altra una specie di “etica” che pare volerle evitare un rapporto intimo con il suo vicino di casa. Melania si rende improvvisamente conto che sarebbe meglio praticare del sesso con dei perfetti sconosciuti, non esisterebbe così la seccatura di ritrovarsi qualcuno sul pianerottolo il giorno dopo in contemplazione con un sorriso dei più scemi stampato sul suo bel faccione.
Ma il bisogno di essere posseduta e subito ha la meglio e rientrando in casa si precipita alla porta di entrata sperando proprio sia lui.
“Chi è?” Domanda veramente curiosa.
“E me lo chiedi?” Risponde una voce grave rimbombando dal di là della porta.
Melania gira nuda e tremolante la chiave nella toppa domandandosi ancora se sia la cosa giusta da fare.
Mario la investe in un rigido e forte abbraccio e Melania smette subito di pensare percependo il bel membro già gonfio appoggiare duro alla sua vulva. Questo le basta per decidersi.
Con ingordigia slaccia i bottoni della patta e gli toglie rapidamente i jeans mentre la porta si richiude alle loro spalle.
Il pene di quell’uomo sembra indicare naturalmente la direzione che freme imboccare.
Il ragazzotto pare imbizzarrito e la spinge con prepotenza al muro di casa sua: un quadro alla parete quasi trema.
Sollevandole una gamba e tenendola ripiegata addosso a sé la penetra in quella posizione. Ogni colpo giunge a fondo grazie alla durezza del muro alle sue spalle che Melania percepisce freddo e ruvido.
Mario sussurra senza sentimento:” Ti avevo già notata! Volevo scopare con te!”
“Fai pure, oggi sono tua!” Risponde sincopata Melania.
Con ardore, afferrandola per un braccio, il ragazzotto le fa capire che la desidera sdraiare sul pavimento.
Melania obbedisce, lui la sovrasta con il suo fisico mediocre, un bel fondoschiena ma i fianchi un po’ appuntiti.
E’ giovane, non sa aspettare né donare con parsimonia, è un po’ meccanico col suo dentro e fuori, abbastanza egoista. Lei si ritrae.
“Cosa c’è? Non vuoi più adesso?” Le domanda sull’indispettito.
“A modo mio o niente!” Intima lei.
“Va bene, va bene… fa come vuoi tu, basta che continuiamo!” mendica.
“Seguimi!” Gli ordina divertita.
Lo conduce in cucina e, allargandogli una sedia, lo accomoda con una spintarella. Sparisce qualche secondo e torna con due lunghe sciarpe di cotone con le quali gli lega braccia e piedi immobilizzandolo con nodi decisi. Lui lascia fare in visibile estasi .
Ora, seduta su di lui, lo cavalca esattamente come se fosse una motocicletta, afferrandolo per le spalle. Lui giace impotente e appagato.
Melania si volta ora dalla parte opposta, gli massaggia il membro tra le natiche, poi, rigirandosi e inginocchiandosi davanti a lui, a terra, succhia il suo bel dolcetto percependone anche un buon odore delicato.
Questo la incita a proseguire. Divarica le gambe, resta in piedi davanti a lui. Come un cane affamato lui scuote e alza la testa la testa per leccarle i seni, lei ne afferra uno tra le mani e glielo porge in bocca, come fosse un ciuccio.
Lui fa quello che può, ma comunque abbastanza.
Ora lei lo monta a cavalcioni e lo infila di nuovo, bello e sodo su per le cosce dentro al paradiso.
Ogni due o tre balzi si solleva sfilandolo per gioco e sfregandosi un po’, con calma, poi lo pretende di nuovo.
Il piacere è al massimo, entrambi si godono l’improvvisata festicciola.
Melania continua qualche minuto poi lo slega delicatamente.
Lui le si scaglia addosso spingendola al tavolo della cucina.
Lei lo fa felice sedendosi proprio all’orlo e divaricando il più possibile le gambe.
Mario ha capito, sta andando più lento, infila piano ma davvero infondo quel suo meraviglioso strumento che sembra farla stridere come un violino durante la sua migliore esecuzione.
I due si fondono, incrociano lo sguardo e si baciano a bocche aperte, con le lingue turgide e sospese nel vuoto, leccandosi con piacere reciproco ed estremo.
Quella sua verga è grossa e spessa, la trafigge. Melania ulula e geme ad ogni spinta che è divenuta precisa e ferma.

E’ finita.
Lui si riveste, Melania ancora nuda e calda lo accompagna alla porta salutandolo con la cortesia che si riserva ad un normale vicino di casa.
Si dirige alla macchinetta del caffè e si gusta il suo espresso e una sigaretta a larghe boccate.

(the end)
Black Lady.

(V.M.) LA COPPIA.

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

Eloise e Michael attesero il sollevamento della sbarra e  svoltarono a destra percorrendo una salita lungo una via alberata. I fari illuminavano saltellanti l’asfalto leggermente danneggiato. Poi, i due, seguirono le dovute segnalazioni costeggiando così, fino quasi alla fine, una lunga costruzione di alcuni piani in cemento grezzo con le finestre chiuse e dalla quale spiccavano in contrasto alcuni portoni rossi.
Parcheggiarono e, scendendo dall’auto, si abbracciarono sorridendosi maliziosi.
“Ecco, la 351!” Annunciò fiero Michael, appoggiando davanti al lettore il suo tesserino magnetico e, nel mentre, l’uscio si aprì con un secco “clack”.

Le luci si accesero soffuse, calde. Il locale abbastanza ampio accoglieva un letto con lenzuola rosse e sul cui comodino si consumava lentamente un incenso.
Il soffitto della stanza ed ogni parete erano interamente ricoperte da specchi. Al lato opposto rispetto all’entrata uno spesso e lungo tendone purpureo nascondeva una porta-finestra che dava probabilmente sul retro . Una porta scorrevole in acciaio, incorniciata da led brillanti, è stata lasciata semi-aperta lasciando intravedere la vasca idromassaggio.
Michael vi si infilò richiudendola davanti a sé.
Dopo essersi guardata in giro Eloise si lasciò ricadere soddisfatta quasi al centro del letto. Estrasse una spalla dopo l’altra dallo stretto vestito fuxia per poi lasciarlo scivolare oltre i suoi glutei chiari e sodi fino a liberarsene dai piedi.
Indossava ancora scarpe nere tacco 12, un perizoma essenziale in pizzo nero ed era cosparsa da abbondante profumo francese di prima scelta.
Ammirando il suo corpo seminudo attraverso gli specchi, da ogni angolazione possibile, si percepì pienamente soddisfatta di sé. Si carezzò quindi i seni, sollevandoli e spingendoli con le mani all’insù, verso la bocca. Assecondò il desiderio di leccarsi i capezzoli, lentamente, alternandoli ed emettendo gemiti timidi e pacati, ben attenta nel non farsi udire da Michael.
Cominciò presto a accarezzarsi anche più in basso, scostandosi di tanto in tanto l’elastico del perizoma che risultava tirato come una fionda che sta per scagliare un sasso.
Eloise quasi sobbalzò udendo un rumorino provenire da un angolo del locale ed intravide la sagoma di Michael.
Si preparò ad accoglierlo a gambe divaricate. Il cordino nero tagliava il suo sesso a metà rendendolo simile ad un’albicocca che, parzialmente aperta, ne mostrava un po’ il nocciolo scuro e la polpa succosa.
Michael seguì ovviamente d’istinto quel richiamo. La raggiunse prontamente, già nudo, a spada sguainata e vibrante, osservandola dal basso all’alto senza distogliere mai lo sguardo. Si inginocchiò sul letto accanto a lei e allargandole le braccia, si impadronì dei ogni angolo del suo corpo e delle sue grandi tette, cercando di domarle e costringerle tra le sue mani che risultavano troppo piccole per tanta abbondanza. Ci affondò poi dentro la faccia, scomparendo tra esse cominciando a leccarne il solco per poi salire a disegnare dei cerchi attorno ai capezzoli. Infine non esitò a morsicarli con delicatezza, succhiandoli e di tanto in tanto pizzicandoli con due dita.
Imbrogliò la mutandina nera tra i denti sfilandola lentamente e poi, sdraiandosi sopra di lei sussurrò: “ Non mi fermerò fino a quando non sarà gonfia tanto da farti male!”

Eloise si lasciò andare a braccia aperte sotto peso del suo uomo che infilò il suo bel serpente in quella tana calda, umida e discretamente stretta, lentamente, quasi scivolandoci dentro. Fu subito castigata da alcuni colpi secchi che la fecero grugnire. Michael alternava le spinte con un ritmo sincopato e lento, trattenendo il suo istinto animale che l’avrebbe voluta prendere come una bestia, a colpi profondi e veloci. Desiderava darle piacere, possederla, pilotarla il più a lungo possibile in modo che quell’unione di corpi potesse risultare una piacevole sofferenza tra continue tormentate attese e agognati compensi.
Di tanto in tanto estraeva l’aggeggio, ritraendolo e offrendolo a Eloise che, in stato semi-confusionale avida lo stringeva tra le mani, scuotendolo e tentando continuamente di riportarlo dentro di sé, senza fortuna. Fremeva per averlo, si sedeva e si chinava per leccarlo mentre Michael sorrideva in ginocchio davanti a lei: lui dettava le regole del gioco.
Quando riteneva fosse giunto il momento opportuno, Michael si sdraiava di nuovo per donarle un contentino ma non lo spingeva più a fondo ma ne infilava soltanto la cima, una piccola parte.
Eloise così si agitava sotto di lui, ancheggiando, dibattendosi per quanto le fosse possibile.
“Dammelo, dammelo tutto!” Lo implorò.
“Davvero lo vuoi tutto? Allora supplicami!”
Eloise rantolò ansimando: “ti prego!”
“Non è abbastanza, non mi hai convinto!”
“Michael dammelo!”
“Non così Eloise, da brava!”
“Ti prego, ti scongiuro, per favore dammelo tutto, tutto quanto!”
“Padrone! Eloise, devo sentire che mi chiami mio padrone!”
“Mio padrone, per favore, dammelo tutto!” Lo accontentò con la voce spezzata.
Solo allora Michael lo infilò fin dove poté, rendendo felice la sua donna che gemeva come una forsennata sotto i colpi potenti di quell’atto tanto appagante e al limite del violento.
Continuarono tra gemiti continui. Il grande seno di Eloise sobbalzava pieno.
Poi rotolarono sul letto, sul fianco. Eloise desiderava cavalcarlo ma Michael non la accontentò. La rivoltò con forza a pancia in giù e la penetrò da dietro senza dimenticare di tenere due dita sul punto dell’incontro mentre lei trasaliva sentendolo giungere duro fin nello stomaco.
Ogni luce si spense improvvisamente ma i due proseguirono a copulare ormai all’apice del piacere.

“Non so perché lo faccio. Non è la prima volta.Non devo far altro che pigiare l’interruttore che è proprio accanto a quel grande tendone color porpora, per spegnere la luce simulando una mancanza di corrente. Non se ne accorge mai nessuno.
E così è successo ancora, mi sono solo nascosta e poi sono sgattaiolata via, silenziosa nel buio, stando bene attenta a non far rumore nell’aprire la porta. Non c’è poi tanto di male no? Adoro solo guardare. Poi, a quell’ora, le luci del corridoio esterno che conduce alle camere sono sempre spente, è facile!
E per tutto il tragitto a piedi verso casa mia, per le vie semideserte, in quella notte, non ho fatto altro che masturbarmi ripensando a quei due, a quel grosso pene e a quelle grandi tette.
Mi sono coricata bagnata e soddisfatta.
Ogni tanto sa essere piacevole anche il mio turno serale di pulizia delle stanze del Motel Piccadilly!”

The end.
(Black Lady)

(V.M) LA BAITA ( seconda e ultima parte)

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

Il cameriere ci serve dei piatti enormi colmi di polenta fumante e carne. Il mio stomaco non reclama appetito, lo percepisco già pieno per l’antipasto e in subbuglio per l’eccitazione che non accenna a placarsi. Ne assaggio soltanto un po’, per curiosità, quasi automaticamente, soffiandoci sopra poiché ancora troppo bollente. Il profumo che lievita dalla pietanza è piacevole, sa di spezie e di funghi e a ben pensarci noto che tutto il locale ne risulta ormai impregnato.
Anche Teo non mangia più. Mi strizza l’occhio e con una smorfia compiaciuta mi domanda: “andiamo in camera?”
Io mi limito a sorridere mentre lui si è già alzato e si sta dirigendo verso la cassa del ristorante dove gli verrà preparato il conto e si accorderà per la stanza.
Dopo una manciata di minuti che mi è parsa interminabile lo osservo ritornare al tavolo con la sua tipica andatura sexy e sicura. Stringe in mano una ricevuta e una lunga chiave color bronzo alla quale è appesa una catenella alla cui estremità oscilla una pallina di legno scuro e consumato.
“Signora, mi segua!” Mi tende la mano galante invitandomi ad alzarmi dalla sedia. Afferro la borsetta che avevo appeso allo schienale, una piccola pochette nera, in tinta perfetta con il mio abbigliamento. Sono soddisfatta del mio aspetto, l’abitino aderente veste alla perfezione e, mentre svoltiamo nel corridoio che conduce alle camere, ho l’impressione che tutti i presenti ci stiano osservando. Bisogna ammettere che formiamo davvero una bella coppia e che la nostra intesa è così forte da rendersi quasi concreta, visibile.
“Ti sei fatto dare la mia preferita? Quella a piano terra?”
“Certo!” Risponde soddisfatto lui.
Proseguiamo nella penombra sfilando sulla mouqette rossa che attutisce il rumore dei miei tacchi a spillo. Sulle pareti sono appese fotografie di cime innevate e svariate stampe delle opere di Picasso e mentre penso a quanto sia pessimo quell’accostamento artistico, Teo mi cinge con forza per obbligarmi ad arrendermi alla porta della nostra stanza ancora chiusa. Mi bacia appassionatamente, sento le sue mani avide correre sul mio corpo, sopra e sotto il vestito. Mi solleva la gonna, mi massaggia le natiche poi i seni. Preme chino addosso a me con tutto il suo peso, mi desidera e con vigore comincia a carezzarmi bene tra le cosce. Mi sembra di impazzire dalla voglia: esistiamo soltanto io e lui adesso, qui. Il mondo si è fermato e null’altro mi riuscirebbe a distogliere dal desiderio di averlo pienamente dentro di me.
Impugna la chiave infilata nella tasca dei suoi jeans e, mentre ancora mi è completamente addosso, la infila nella toppa. Lo spesso portone si apre cigolante. Ci sopravviene un odore forte, un misto tra legname e canfora.
Con il palmo della mano dà un colpetto sull’interruttore a fianco della porta accendendo alcune plafoniere che donano al locale una luce giallognola e soffusa.
Il parquet geme con qualche scricchiolio mentre lui, con forza, mi solleva quasi da terra per poi costringermi distesa sul fresco copriletto di raso bordeaux. Con uno strattone mi libero delle scarpe mentre lui, in piedi davanti a me, si allenta la cintura e resta nudo dalla vita in giù sfilandosi i pantaloni e la sua biancheria che restano così ancorati ai suoi piedi mentre si lascia andare su di me.
Gli sfilo la maglietta. Il suo petto non è mai stato eccessivamente muscoloso, io lo adoro proprio per questo e per il fatto che,senza ricorrere ad alcuna depilazione, Teo sia da sempre quasi del tutto privo di peluria.
Avvolta dal suo calore mi sento protetta, la voglia che è dentro di me mi spinge a leccarlo, partendo dalle spalle, giù per i piccoli capezzoli rosei e poi, rotolando e sormontandolo ancora più giù. Sento chiaro e forte il suo cuore battere emozionato.
Mentre gusto il mio gelato lo osservo con gli occhi semichiusi, lui nel frattempo mi carezza i seni che ha sapientemente liberato dal reggiseno e che fuoriescono dalla ampia scollatura del vestito ballonzonando vigorosamente sopra di esso.
Mi carezza anche la testa mentre lo lavoro con tocchi morbidi e lenti. Poi la afferra con fermezza spostandola lateralmente, cercando di farmi comprendere che ora mi desidererebbe sdraiata accanto a lui. Obbedisco. Gemo.
Mi allarga le gambe quasi a strappare la gonnella del vestito che è rimasta arrotolata e raggrinzita, ridotta ad una fascia tra il sotto-seno e la vita. Gratificato ricambia il favore, mi assaggia lentamente, in quel punto, alternando giri e colpi di lingua che vanno a segno, uno dopo l’altro.
La sento pulsare viva e calda e ho un secondo orgasmo più forte del primo.
Teo non si arrende, prosegue lento ed esperto la mia tortura. Ora davvero vorrei sentirlo grosso subito dentro ma lui non è impaziente, mi lascia così: arrendevole e in attesa. Sono sua proprietà, sono il suo oggetto, sono totalmente in balia di ogni suo minimo gesto. Se si allontana di qualche millimetro riesco persino a percepire e trarre ulteriore piacere anche da uno spiffero di aria fresca che penetra dalla finestra accanto al letto. Le persiane sono aperte, le finestre socchiuse forse per favorire un ricambio d’aria. Immagino che da agosto nessuno abbia più soggiornato in questo locale.
“ Prendimi, sono tua!” Gli gracchio con sofferenza, dimenticando la bocca semi-aperta e in uno stato di estasi profonda.
Ora Teo si sdraia su di me, mi bacia il collo, le spalle, sento pungere piacevolmente la sua barba sulla mia pelle delicata. Mi bacia anche le tette, succhiandone goloso i capezzoli diventati oramai turgidi come due noccioli di ciliegie. Senza che me ne accorga mi sfila il vestito lanciandolo da qualche parte, a terra, oltre il letto.

Finalmente mi sento penetrare, ero pronta ad accogliere quel palo ritto, duro e grossolano che lui sa muovere con precisione e sapienza. Comincia a dare colpi potenti alternando il rapido e il lento che contrastano con la gentilezza dei preliminari.
Divarico ulteriormente le gambe, lo accolgo tutto con gran fervore e piacere, ancheggiando assecondanolo e sollevando il bacino aiutata dalle sue capaci mani per possederlo tutto, fino in fondo.
“Fammi godere di più, ti prego” Mi sfugge una voce roca, quasi una cantilena, un mugolato.
“Ti piace eh? Sei la mia bambola preferita!” Mi risponde orgoglioso mentre, senza tregua, continua martellante il suo “fuori e dentro” in me.
Non mi interrogo sulla sua sincerità. Voglio solo godere il più possibile. Credo ciecamente al fatto che lui mi riservi ogni volta un trattamento “speciale”, e questo basta per rendere idilliaco ogni nostro incontro.
E’ dentro di me, fiero e pieno, dolce e prepotente.
Ora pretende che mi giri, a quattro zampe. Mi vuole prendere da dietro, come un animale aggrappato alle mie tette.
Lo specchio del vecchio armadio ad ante posto proprio davanti a noi riflette il nostro atto, le nostre facce tese e appagate, le mie smorfie variabili ad ogni sussulto del mio corpo abbandonato a questo lussurioso piacere.

Si interrompe, scivola giù dal letto e pretende che lo segua ad una vecchia credenza adiacente al muro.
Mi trascino al bordo del materasso con l’organo in fiamme e con le gambe tremolanti, persino lo sfregare del copriletto sulla vagina mi regala altro piacere. Acconsento al resto del trattamento.
Mi aiuta ad arrampicarmi e mi siede sulla credenza. I nostri sessi sono paralleli. Dopo averla massaggiata donandomi una pausa di sollievo vi infila di nuovo il suo membro che, sulla durezza del mobile, si fa sentire in tutto il suo vigore persino su nello stomaco.
Dopo pochi colpi lo estrae, io lo catturo tra le mani ma presto scivola di nuovo via e torno a mangiarmelo, dentro. Teo continua con questo giochetto che mi fa decisamente impazzire.
Solo per caso noto un’ombra furtiva muoversi tra il tendone e il grande mobile della stanza o forse le ombre sono due.

Degli spifferi d’aria penetrano freddi dalle persiane che mi sembrano più scostate rispetto a poco prima.
Ho un sussulto che Teo ignora scambiando per un fremito di piacere.
Devo staccarmi dalla sua bocca, da quel bacio. Devo gridare, devo avvertirlo! Forse qui c’è qualcun’altro!
Non ne ho il tempo.
Una figura alta e robusta ha già afferrato Teo. Lo cinge con i bicipiti stretti mentre lui è ancora dentro di me.
Una seconda terribile sagoma si avvicina velocemente a noi. Ride e con un accento strano pronuncia eccitato qualche parola che si perde nell’aria.
Sono in preda al terrore. Percepisco i muscoli vaginali contrarsi tanto da farmi quasi male.
Il secondo omone ora infila uno straccio nella bocca di Teo poi lo benda stretto e lo lega con più giri di un cordone spesso e beige. Lo spingono in due a terra, sembra un lungo salame. Poi ferocemente riservano lo stesso trattamento di bendaggio anche a me. Sono riuscita a emettere solo un mezzo urlo prima di essere imbavagliata, spero qualcuno abbia potuto udirlo. Qui è tutto sempre così silenzioso… Tremo.
Un gusto di muffa mi riempie la bocca, lo straccio mi affonda fino nella gola provocandomi conati di vomito.

Teo si dimena, tenta di lamentarsi ma in cambio riceve soltanto numerosi calci ovunque e anche in faccia. Rivoli di sangue gli sgorgano purpurei dal viso.
Io sono in lacrime, immobile, pietrificata. Adesso si dedicano a me legandomi i polsi e le mani dietro la schiena. Sono ancora seduta sulla credenza, stringo le gambe per vergogna e difesa ma l’omone più grosso è in piedi davanti a me. Con forza me le divarica afferrandomi le ginocchia.
Ride, si mette proprio in mezzo slacciandosi i pantaloni. I nostri visi sono molto vicini, tento di ritrarmi all’indietro, schifata dal suo volto cattivo, dal suo alito maleodorante e da quel suo ghigno sadico incastonato in un orrendo doppio mento. Dimostra una cinquantina d’anni, è molto energico. Noto un’ascia da taglialegna che è posata per terra e a pochi metri da noi.
“Sei una baldracca eh?” “Adesso tocca a me, ti scopo io!” Dichiara l’animale mentre spinge il suo membro a fatica dentro di me.
Lo schifo mi assale, il vomito anche, sento un dolore lancinante come se mi stessero asportando l’utero a mente sana.
Poi tutto attorno a me si annebbia e si oscura.

La luna andò a nascondersi in cielo lasciando il suo posto ad una nuova alba mentre due ambulanze in emergenza raggiunsero la baita spaccando il silenzio con le loro terribili voci echeggianti in tutta la valle. Dalla lontananza si udirono in avvicinamento altre stridule sirene, probabilmente i carabinieri.
La civetta e le cicale si zittirono ammutolite.

Il proprietario dell’hotel, sbracciando terribilmente agitato, appena fuori dall’ingresso eretto teso e in piedi tra due panche di sasso e sotto ad un pergolato di Clematis, gridò: “ per di qua, per di qua!!! Gli hanno amputato le gambe! Fate presto!”

… The end.
(Black Lady)