CAOS (parte 1)

appartamento

Inspirò profondamente emettendo un rumore di vetri rotti. Gli occhi indolenziti le risultavano come incollati e con difficoltà tentò invano di riuscire a tenerne socchiusa almeno una fessura per guardarsi attorno. Aveva un forte senso di nausea, un terribile mal di testa e la bocca secca. Un gusto acre di sangue la saziava risalendo acido dallo stomaco e probabilmente si originava dai diversi tagli sulle sue labbra secche che d’istinto inumidiva con la lingua, deglutendo.
Si ritrovò così: assetata e distesa a terra su un freddo e duro pavimento di marmo. Si agitò con ansia per un forte mal di schiena e tentò di muovere gli arti uno ad uno per assicurarsi di non avere nulla di rotto realizzando il dolore che le pareva infierire da ogni parte del corpo. Accusava anche un fortissimo formicolio alle gambe e un senso di freddo. Le articolazioni delle braccia tutto sommato, non parevano compromesse nonostante le fosse impossibile piegare il polso destro.
Fu presa da un senso di smarrimento. Di come si trovasse lì, nessun ricordo. I suoi pensieri erano in balìa del caos assoluto.
Le sfuggì un lamento e si sforzò di guardarsi attorno per comprendere dove si trovasse e perché.
Dovette combattere il bruciore dei suoi occhi ormai disabituati persino a quella scarsa e flebile luce che filtrava dai piccoli fori di una tapparella di plastica chiara, quasi abbassata e molto sporca.
Sussultò nel percepire il rumore ravvicinato di un altro respiro, tentò di coricarsi su un lato per ispezionare meglio l’ambiente. Sopportando fitte terribili al collo cercò di voltare un poco la testa. Quello che vide fu un uomo, un perfetto sconosciuto, sdraiato al suo fianco. Il terrore la assalì quando comprese che entrambi erano stati ammanettati e notò la presenza ai polsi di una catena più lunga che terminava alla sua estremità ad un gancio affrancato al muro. Ancora peggiore fu, immediatamente dopo, la scoperta di un terzo corpo che giudicando dall’orribile scena, dava l’impressione di essere proprio un cadavere. Giaceva poco più in là, in un angolo di quello che aveva l’aria di essere un salone vuoto e in disuso da tempo.
“Ehi! Chi sei? Dove siamo? Perché siamo qui?” A stento tra le lacrime di pianto e presa dal terrore si rivolse al compagno di sventura.
“Ma è morto quello? C’e’ un morto lì, hai visto? Qualcuno mi aiuti… qualcuno mi aiuti!”. Con tutta la voce che le era rimasta urlò per diversi minuti senza ottenere risposta.

Intanto l’uomo al suo fianco, aiutandosi a colpi di bacino e con l’unico braccio libero fece leva al pavimento, tentò attraverso svariati strattoni di sedersi senza risparmiare ripetute espressioni “colorite” a causa del dolore percepito.
Ad ogni suo movimento la donna fremeva di paura, dopotutto quel tizio era un perfetto sconosciuto e sarebbe risultato stupido fidarsi di lui.
L’uomo, forse comprendendo quella diffidenza dichiarò: “ Stai tranquilla, non sarò certo io a farti del male!”

La stanza disabitata aveva tutta l’aria di essere un appartamento condominiale in un contesto risalente ai primi anni 70 e lasciato andare da tempo. Ragnatele tremavano lievemente agli angoli del soffitto, un odore di muffa e di polvere si insinuava prepotente nelle narici che pizzicavano asciutte risultando fastidiose, su un lato una finestra accostata davanti alla tapparella serrata la cui maniglia, giudicando dallo stato di conservazione degli stipiti scrostati e consunti, pareva rotta. Nessuna tenda, nessun mobilio, solo alcuni cavi elettrici recisi a vista, tutto ciò che era rimasto di un lampadario. Il pavimento marmoreo e crepato ricordava una specie di vecchia lastra tombale sulla quale stagnava immobile e fredda una macchia di sangue attorno a quel corpo in rispettosa attesa di sepoltura e suo malgrado esalante un odore inconfondibile di morte e putrefazione. Chi mai avrebbe potuto ridurre così quella povera anima che giaceva prona, con la testa accasciata su un lato? E perchè? La vittima indossava dei jeans scuri e un maglione blu ormai intrisi di sangue.
Annette fu sconvolta da quella scena così reale e macabra, realizzò di trovarsi in grave pericolo. Era dunque stata rapita? Perchè proprio lei? Perchè?
E per quanto si tormentasse ragionando e interrogandosi non riuscì a trovare nemmeno una risposta. In pochi secondi ripercorse una vita intera alla ricerca di un motivo, di una tangibile spiegazione per cui si potesse trovare in quel luogo lurido e squallido. E la paura montò potente dentro di lei, quasi distruttiva e le risultò impossibile ragionare lucidamente.

SCENARIO 1:

“Mi chiamo Anthony!” Enunciò l’uomo con un leggero fiatone. Finalmente era riuscito a sedersi anche se manteneva curva la schiena e si premeva le costole lamentandosi ancora a causa del dolore. Risultava pallido e a sua volta impaurito. Tossì per schiarirsi la voce e continuò faticosamente: “ Dobbiamo andarcene da qui, al più presto!” E di istinto si frugò con l’unica mano libera e tremante nelle tasche, forse in cerca del suo cellulare che, ovviamente, era svanito.
“ Me l’ha preso! Qualcuno ha preso il mio telefono! Me lo potevo aspettare. E scommetto anche il tuo vero?”
Annette si limitò a un quasi inesistente cenno affermativo con la testa, poi si perse di nuovo ad osservare quel corpo inanime lasciato lì per qualche oscuro motivo: per spaventarli? Come avvertimento? O forse qualcuno avrebbe desiderato anche la sua morte.
Fu invasa da una nuova ondata di raggelante emozione che potè percepire sdoppiarsi e trasformarsi nel contempo in terrore e rabbia.
Come mai non ricordava proprio nulla? Da quanto tempo si trovava li? Notò di non indossare più l’orologio. Si percepiva assai intontita; forse qualcuno l’aveva drogata, chissà… sì, i ragionamenti parevano attutiti, la testa girava, e la pesante sensazione di dover vomitare…
Allungò il più possibile il collo cercando di allontanare la testa dal resto del corpo e si arrese al sopraggiungere di ripetuti conati.
Si fece forza nonostante la debolezza e il dolore ovunque, cercò di rotolare, e questo le ricordò come da bambina era solita divertirsi in quel modo rotolando giù dalle collinette fino al prato piano, proprio dietro casa sua. Ripeteva spesso quel gioco con alcune sue amiche. Chi arrivava per prima in basso avrebbe potuto scegliere una penitenza per le altre. Quanta spensieratezza nel provare quella sensazione di libertà. Si rese conto di non aver più rotolato, da quel giorno e si rammaricò per averlo dovuto rifare in quella nefasta circostanza ma era necessario allontanarsi da quello schifo di vomito. Poi quel pavimento così freddo… e gli odori di quell’appartamento …

Tornò immediatamente alla realtà di quel disgustoso momento.

In uno slancio solidale improvviso Anthony realizzò le difficoltà di Annette e le tese la mano, tirandola a sé con la poca forza rimasta.
Fu solo per un secondo che in quella penombra i loro sguardi smarriti e stanchi si incontrarono. Si trovarono abbracciati, per sbaglio, sfiniti. Annette si lasciò cingere senza pensare e cingendo quel corpo Anthony ebbe la sensazione di stringere una bambola di gomma. Quando la donna tornò un poco in sè, cercò di approfittare di quella vicinanza per osservare quello sconosciuto dall’aspetto così banale e che poteva essere un suo coetaneo. Quel terribile evento aveva coinvolto entrambi, occorreva capirne il motivo.
“ Ti farò uscire da qui se riporrai fiducia in me!” le sussurrò dolcemente Anthony.
Immediatamente dopo cominciò a strattonare con violenza la sua catena nel tentativo di scardinarla dal muro impiegando una foga disumana, inaudita.

“Ho troppa sete, non ce la faccio!” Fu il massimo dell’incoraggiamento che gli potè offrire Annette; poi chiuse gli occhi e cominciò a pregare, ad alta voce.

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Compleanno.

Seduto su di una panchina, non importa dove, in questo freddo giorno del mio compleanno, rivolgo all’universo i miei pensieri affinchè possano raggiungere te che conosco, te che non ho mai visto e chi mi leggerà forse oggi, domani o forse mai.
Un tempo, con gli occhi innocenti di un bambino, come te sapevo stupirmi del mondo, delle prime scoperte. Quello sguardo, quello dell’innocenza è incredibilmente prezioso, occorre non scordarsene mai. E a mia volta, ora che sono padre, vivo nei riflessi degli occhi magnifici e nuovi di mio figlio. “Non dimenticarti mai, piccolo mio di quanto sia essenziale questa prospettiva, di quanto il gioco mantenga giovane lo spirito e la mente, di quanto possa aiutare la semplicità e soprattutto la capacità di stupirsi”.
Ho 42 anni, non sono importante, non sono famoso e per quanto possa anelare a far emergere delle mie qualità o passioni, per quanto possa cercare una sorta di “popolarità”, so che non è questa la via della felicità. Un attimo resta un attimo, una vita resta una vita.
L’eternità non ci appartiene, la fama è una condizione passeggera che a volte può nuocere tanto quanto renderci soddisfatti.
A te voglio confidare che nella mia vita sono stato fortunato, anche se ho dovuto lottare con qualche fine mese, anche se non ho avuto genitori perfetti, anche se non mi ritengo un padre modello.
Anche se ogni giorno subisco fallimenti, quando mi accorgo che mio figlio mi è un po’ distante, quando sul lavoro non vengo apprezzato, quando le mie doti mi paiono superflue e banali, quando vorrei essere al mare e invece mi ritrovo su una panchina a sforzarmi di accontentarmi di un gelido e consueto paesaggio.
Ma la vita è un mistero, un grande mistero.
Il mistero di una nascita, il mistero di una fugace sensazione di gioia, il mistero di un amore, di un legame e di un’amicizia. Ma anche un mistero per una malattia, per una morte, per una guerra. Un’otite che non vuole guarire, un cancro che si sta mangiando qualcuno a te molto vicino. Certo non è facile mio caro amico. Non è facile trovare questa benedetta felicità. Ho conosciuto gente che non è riuscita a conoscere l’amore, che non ha mai avuto una relazione stabile. Ho conosciuto gente che desiderava dei figli e che non ha mai potuto averne. Ho conosciuto gente che per quanto fosse ben messa economicamente aveva comunque un’anima insoddisfatta e mesta. Ho conosciuto gente quasi eremita per scelta.
Sono fortunato, ho da mangiare, ogni giorno, ogni volta che lo desidero. E penso spesso a chi invece non lo è: ai barboni, ai popoli in guerra, ai bimbi africani. Penso spesso ai “diversamente abili”, ai malati inguaribili, ai depressi. Io ho tutto. Oggi posso permettermi di stare qui beatamente seduto, con la pancia piena su questa bella panchina di legno, all’aria aperta, forse un po’ inquinata ma pur sempre piacevole. E dire che nella vita ho faticato sempre, ma ho pagato una casa. E dire che da bambino ho sofferto parecchio e non voglio andare oltre. E dire che sono spesso sorridente, per scelta e per convinzione. Che ho sbagliato più volte, che spesso chiedo scusa. Che l’insoddisfazione mi giunge prepotente e cerco di sconfiggerla ogni santa volta, che la malinconia a volte mi possiede ma cerco di incanalarla verso la creatività. Che dire d’altro? Tutto o niente. Non fa differenza.
Ecco il punto. Caro amico, come ben saprai non esiste nessuna certezza nell’oggi e ancor meno nel domani. Credo che la filosofia del “cogliere l’attimo” del “Carpe Diem” sia quella giusta, o almeno per me. Cercherò di impegnarmi verso i bisognosi, purtroppo non ho le competenze per migliorare il mondo ma sicuramente posso migliorare il quotidiano. E in questo compleanno vorrei prometterti che non mi lamenterò del banale, che porterò rispetto, sempre, a chiunque. Che avrò cura del mendicante, che ascolterò la saggezza di chi saprà offrirmene, che continuerò ad impegnarmi come padre, come marito e nel mio lavoro. Che saprò apprezzare ogni singolo incontro che mi capiterà lungo il mio tragitto della vita. Che gioirò per ogni alba ed ogni tramonto, che mi perderò in un abbraccio. Che bacerò, accarezzerò e utilizzerò le mie mani nel migliore dei modi. Che gioirò fin quando ne avrò motivo e forza, che non mi lascero’ andare, che non mi abbandonero’, che terrò presente la mia condizione di passeggero in questa dimensione cercando di non sprecare le opportunità così come prometto di non arrendermi alle difficoltà, mai.
E cercherò di essere d’aiuto dove mi sarà possibile.
E cercherò di infondere serenità e forza dove occorre.
Sono nato in un paese dove, tutto sommato, posso ritenermi fortunato, non ci sono guerre, si sta ancora abbastanza tranquilli, ogni tanto penso a chi invece ogni giorno deve fare i conti con le bombe, gli spari, le torture e la morte. Ecco un focolaio di tristezza che rimarrà sempre e non potrà mai spegnersi. C’e’ molta gente che anche in questa breve vita non può permettersi questi pensieri, questo stato, un briciolo di tranquillità.
E mi chiedo perché, io si, loro no. Dove diamine troverà questa gente la propria felicità e la forza necessaria per andare avanti? Questo è un altro grande mistero. Forse ciascuno di noi ha una missione, forse per tutti questa qui è una grande prova. Ma un pizzico di felicità ogni tanto non si dovrebbe negare a nessuno. Come fanno costoro a preservare la voglia di vivere? Se solo potessi avere una risposta… se solo potessi scoprire che anche loro là, riescono a trovare una buona motivazione per essere felici mi toglierei un grosso peso e sarei veramente pieno di gioia, doppiamente e triplamente, anzi infinitamente. Ma rimango convinto che molto possa fare un amore o un’amicizia. Siamo fatti per i sentimenti, siamo fatti per reagire, siamo fatti per farcela. Molti libri ci hanno insegnato questo. E’ la nostra incredibile natura. Per non venire abbattuti bisogna aggrapparsi con forza a qualcosa. Il difficile arriva proprio quando questo “qualcosa” non si trova. Bisogna rincorrerlo e trovarlo. Bisogna!
Caro amico, grazie per avermi letto e per avermi motivato. Questa è una tappa, una riflessione, una sosta della mia vita. Una nuova partenza. E ti ringrazio già per i giorni che verranno, senza condizioni, perché so che posso contare su di te, ti sento vicino. Questo è un viaggio, un’esplorazione dei sensi, una ricerca continua: è la mia vita, la nostra e unica vita.
Mi rialzo dalla panchina e mi incammino leggero. Chissà cosa mi riserverà questa giornata.
Non so quanto durerà questa sensazione di beatitudine, ma so che quando mi occorrerà potrò sempre tornare qui dove so di trovare una salda ancora nelle acque agitate e gelide che tentano di portarci via o farci affondare.

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.500 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Tu.

 

Eri nelle sagome delle nuvole di un bel cielo blu di agosto,

nelle musiche alla radio, in ogni viaggio.

Nel profumo di primavera e nelle nebbie autunnali.

Nelle ombre della sera.

Con i ricordi in riva a un lago.

Nei riflessi delle feste di Natale.

In tutti i miei pensieri e nei sogni piu’ malinconici di infinite notti di stelle.

E ora, ora che sei tornato da me…

Non ti riconosco.

Vibrazioni sconosciute disturbano ciò che sento,

nei tuoi occhi c’è una luce che non mi appartiene.

Tutto quello che è stato diventa buio.

E ora che sei qui non ti vedo!

 

Pinocchio ai giorni nostri.

Pinocchio ai giorni nostri.

C’era una volta un burattino che una magia aveva trasformato in bambino.
Inizialmente tutto andò bene, ma quando quel bimbo crebbe, presto dovette fare i conti con una realtà ben diversa da quella narrata nelle fiabe.
Oltre alle guerre e all’incubo del terrorismo (che imperversava nel mondo), anche nella vita di tutti i giorni, e proprio accanto a lui, regnavano l’odio e l’indifferenza, le furbizie e l’egoismo.
Quotidianamente incontrava delle persone che si arrabbiavano per nulla e tanta gente che parlava per niente (o di niente) seminando discordie e zizzania.
Qualcuno offendeva, altri venivano offesi.
C’era anche chi tentava di farsi notare sminuendo di continuo il prossimo.
Quante gelosie o invidie, e quanta (troppa) strafottenza!
Incontrò delle persone disoneste e anche chi, invece, cercava di badare solo a sé stesso.
Si circondò di tanti falsi amici. Incontrò dei Mangiafuoco e un’infinità di personaggi più meschini del Gatto e della Volpe.
Ebbe a che fare con i gruppetti, quelli delle esclusioni e quelli delle discriminazioni, dai quali proprio non si poteva stare alla larga.

Pinocchio non amava restare solo, ma, nemmeno, desiderava osservare il mondo e la sua gente rintanato in un angolo, oppure da troppo lontano: voleva divertirsi, e, di tanto in tanto, gli sarebbe piaciuto essere in buona compagnia. Certo non avrebbe mai potuto ignorare l’educazione e i valori inculcatigli da quel pover’uomo di Geppetto, in special modo dopo tutte le peripezie che quel piccolo ometto aveva compiuto: dopo un intero romanzo e tanta tanta fatica.
L’integrità d’animo e la moralità che Pinocchio aveva acquisito lo portarono, per assurdo, a isolarsi da tutta la gente in carne e ossa, com’era d’altronde ormai diventato anche lui.
Era un ragazzo troppo onesto e troppo sincero per riuscire a spuntarla!
Tutti lo sfruttavano, oppure lo prendevano in giro: “Sei troppo buono!”, “Ogni tanto torna utile saper dire qualche bugia: non è possibile essere sempre sinceri!”, gli veniva spesso rimproverato.
Molte volte si ritrovava a rimpiangere la sua infanzia e a ricordare con nostalgia quando ancora era di legno; forse perché quelle orecchie tanto dure non erano in grado di udire bene, oppure perché, talmente preso dai suoi piccoli problemi da burattino, non aveva modo di soffermarsi a pensare quanto, davvero, potessero essere brutte alcune persone di carne.
Provava talvolta persino nostalgia del grillo parlante, dei suoi preziosi consigli, come pure gli mancava tanto la buona ma severa fata Turchina: loro si erano sempre dimostrati dei veri amici!
Comprese che c’è più gioia nel serbare un desiderio che nella sua realizzazione. Aveva ben compreso che essere “di carne” significava avere inevitabilmente a che fare con la delusione e la sofferenza.
Si rese conto che la vera beatitudine risiede soprattutto nell’attesa e che solo nel sogno ogni cosa riesce ad essere perfetta.
Si percepiva deluso e triste.
Aveva compreso troppo tardi la verità. Se solo fosse riuscito a prevedere il futuro, a osservare lontano, al di là del suo lungo naso, quel giorno non avrebbe mai supplicato di essere trasformato in un bambino vero.

Nel mentre di questi pensieri, senza neanche volerlo e né sapendo come, si ritrovò nel bel mezzo di una guerra e dietro una trincea.
Gettate di proiettili sfioravano la sua pelle tenera e rosea. Lo scoppio di alcune bombe a mano sollevavano una coltre di sabbia che offuscava ogni visuale. Botti continui e dei boati assordanti facevano tremare la terra e rimbombavano fastidiosi dentro alle sue piccole orecchie.
Quella gente si odiava: a nulla erano serviti gli errori compiuti nella storia, che, da piccolo, si era rifiutato di conoscere e di studiare bene persino a scuola.
Avrebbe dovuto scegliere, e in fretta, da che parte stare; doveva reagire, altrimenti, presto, qualcuno l’avrebbe spinto a calci nel sedere fuori da quel nascondiglio precario. Allo sbaraglio sarebbe diventato un bersaglio facile, vulnerabile, indifeso. E sarebbe morto, di sicuro!
Aveva paura, tremava.
Qualcuno glì imprecò dietro e lo costrinse ad impugnare un fucile nero grosso e terribile.
O sparare, o morire. O salvare le capre, o salvare i cavoli ( ops, scusate, questa è tutta un’altra storia!).
A un cenno tutti avanzarono. C’era chi veniva colpito e stramazzava al suolo.
Pinocchio era rimasto immobile e ben nascosto dietro il tronco di una pianta. Si ritrovò presto solo. Si credette un codardo.
Si fece coraggio, doveva reagire, doveva fare qualcosa: se fosse rimasto fermo a lungo, i nemici l’avrebbero trovato e ucciso.
Corse dunque a più non posso, con la testa nelle mani, e trattenne il fiato. Qualcuno gridò: “Sparategli, è un disertore!”
Si buttò a terra sfinito e pianse disperato. Il suo viso sprofondava nel fango. Tentò allora di scavare una buca nel tentativo di nascondersi, di sparire. Rivoli di sangue sgorgavano da sotto le unghie percorrendogli le dita.
Basta, non c’era più tempo! Un soldato gli puntava un’arma addosso. Pinocchio, che aveva perso il suo fucile durante la fuga, non valutò l’ipotesi di ritornare indietro a raccoglierlo, ma pregò, affinché gli fosse concesso di ricevere un ultimo magico intervento della fata Turchina. Sperò davvero, con tutto se stesso, che l’amica potesse comparire subito per aiutarlo e per ritrasformarlo in un ottimo legno sodo davvero duro.
A cosa poteva servire essere di carne? Questo, di certo, non gli aveva permesso di condurre una vita migliore.
E siccome, negli ultimi tempi si era comportato bene, venne presto accontentato. Ricevette l’ennesima e agognata magia e ritornò, da quell’istante, a essere un vero burattino di legno.
Così, rigido e apatico, riuscì a scappare inosservato. Correndo a gambe ben levate, presto si confuse con i tronchi delle piante che circondavano quella radura.

Da quel giorno nessuno lo vide più, ma, ancora oggi, tutti rileggono le sue avventure, felici nel saperlo immortale, e, magari, in compagnia di un gatto maldestro e di una volpe assai furba.
Ciao, Pinocchio. E diveriti anche per noi!

Risveglio.

Spengo la sveglia che suona già da qualche minuto allungando un braccio e urtando il mio orologio che d’abitudine lascio sul comodino tutta la notte, così, inevitabilmente, questo cade per terra. Ancora non del tutto cosciente mi sporgo dal letto e a tentoni lo cerco con la mano.
Una volta i risvegli erano felici, mi sentivo leggera, allegra, spensierata e soprattutto amata. Da qualche anno non riesco più a gioire della vita, la mia relazione con Dany è completamente andata a rotoli.
Dopo una breve frequentazione sentimmo subito l’esigenza di convivere. Volevamo godere insieme di ogni istante. Una forte attrazione fisica fu alla base di questa scelta. Quella sensazione di conoscerlo da sempre, di sentirti completata da lui.
Già dopo il primo anno di stretta convivenza svanirono le “farfalle nello stomaco”, i rapporti sessuali cominciavano a diradare, erano una specie di dovere e non più un desiderio.
Lui, che tanto mi aveva affascinato tempo prima, cominciò a rivelare uno ad uno i suoi difetti e capii presto che non poteva essere l’uomo della mia vita.
E oggi, dopo altri tre anni, le cose tra noi vanno anche peggio.
Dany si è dimostrato un uomo violento, in un paio di occasioni, durante le nostre grosse litigate, mi ha colpita sul viso. Ero arrabbiata perché quasi ogni sera restavo sola, ho alzato un po’ la voce e lui, senza nessun preavviso… “pum” uno schiaffo sordo.
Da sempre dopo cena si reca al bar con gli amici e torna ubriaco e io mi devo ritenere fortunata se prima di andare a dormire non sporca anche il bagno di vomito o di pipì e ovviamente senza pulire.
Le poche volte, in passato, in cui ho tentato di sollevare il discorso, mi sono sempre sentita rispondere che non ha firmato nulla e che, la sera, dopo una giornata di duro lavoro, può rilassarsi con chi gli pare e come crede e poi via a ruota libera di insulti, pesanti, veramente volgari.
Io dovrò lasciarlo ma per il momento sto tenendo duro, non so ancora dove potrei andare a stare, lavoro part-time e lo stipendio che percepisco non me lo consente. Ho pensato anche diverse volte di tornare per un periodo a casa dei miei genitori ma mi e’ mancato il coraggio.
A trent’anni ho le mie abitudini, ho bisogno dei miei spazi, e non potrei più sopravvivere agli interrogatori di mia madre e ai “ a che ora rientri?” Di mio padre. E sarebbe come dimostrare il mio ennesimo fallimento. Quella che non ha finito gli studi universitari, quella che ha risposto “si, certo!” alla loro domanda: “ sei davvero sicura di voler andare a convivere? Vi conoscete da troppo poco tempo, stai attenta, a noi non piace!”
Avrei dovuto ascoltarli, quella volta almeno.
Mi sto guardando in giro, se mi si presentasse un impiego più redditizio, sicuramente prenderei un appartamento in affitto. Mi piacerebbe in quel contesto di nuove palazzine che hanno costruito accanto al cimitero, si, sono monolocali ma per me soltanto andrebbero più che bene. Hanno un bel giardinetto condominiale e una bella vista sul boschetto del parco, e dei magnifici balconcini in ferro battuto quasi tutti al sole. Ci metterei dei fiori e una piccola sdraio per abbronzarmi un po’ in estate.
Di una cosa sono contenta: di non aver ceduto alle richieste di Dany di concepire un figlio. Ho sempre cercato di sviare, di temporeggiare e soprattutto non ho mai smesso di assumere la pillola. C’era un qualcosa di lui, già nei primissimi mesi, che fortunatamente non mi convinceva del tutto. E ultimamente si comporta ancora peggio, è anche strano, gli sono venuti dei ticchi, è molto irritabile e si gratta la testa in continuazione. Spero che non si sia cacciato in qualche guaio. Forse ha un’altra donna. Quasi meglio, almeno magari un giorno deciderà di lasciarmi in pace.
Ieri sera quella ennesima litigata furibonda. Lui gridava come un forsennato perchè la sua camicia preferita non era ancora stata stirata. Ha proprio detto così: “ Sei davvero una nullità come compagna! Ah se l’avessi saputo! Sai che questa camicia va lavata e stirata immediatamente!!! Lo sai… lo sai bene ormai… eppure sei così stronza che me lo fai per dispetto! Si, me lo fai proprio per dispetto. Allora sai cosa ti dico? Non potrai più uscire con le tue amiche se questa casa non sarà perfetta, uno specchio. Ci sei andata ieri pomeriggio al centro commerciale con quella zoccola della tua amica Flavia! Ci sei andata no? E hai pure speso dei soldi! Te l’ho detto che non devi spendere i miei soldi! Allora vuoi essere punita? Così la prossima volta te lo ricordi eccome di stirarmi questa cacchio di camicia!” E così sbraitando ha afferrato la bottiglia di coca cola quasi piena che era appoggiata sul tavolo della cucina e l’ha rovesciata tutta, fino all’ultima goccia, sul pavimento aggiungendo: “ E se sibili soltanto… ti dò un ceffone di quelli…”
Poi è uscito sbattendo la porta, era già ubriaco a causa di un lungo aperitivo e, ovviamente, tornava al bar a bere.
Le sue botte sono forti, secche, dure e fanno molto male. Ricordo quando mi arrivarono davvero quelle sberle, la faccia mi rimase livida e gonfia per una settimana. A tutti dovetti mentire, raccontando di una scivolata dalle scale, avevo vergogna a parlare e anche paura, paura di quello che mi avrebbe fatto una volta di nuovo soli, in casa.
E pensare a quanto sembrava perfetto, preciso, educato, sorridente. Mai fidarsi degli uomini!
Magari oggi è il giorno propizio. Ora mi alzo da questo schifoso letto, raduno la mia roba e me ne vado da qui.
Forse trovo anche il coraggio di denunciarlo ai Carabinieri, e puo’ darsi che piuttosto, per qualche mese, resisto umiliandomi a casa dei miei genitori ma nel frattempo mi trovo un altro lavoro, con calma, ma almeno torno ad essere me stessa.
Lo faccio! Oggi vuoi vedere che è la volta buona? Basta, quella bestia mi fa solo piangere e stare male, devo pensare alla mia salute, le pignolerie economiche vengono dopo.
Dai bella! Tirati su da questo letto, che questo è veramente il grande giorno! E così pensando mi scappa un sorriso, sto per tirare all’indietro le coperte, sto per alzarmi, quando vedo una sagoma sull’uscio della camera da letto.
Devo sfregare più volte gli occhi per mettere a fuoco la situazione.
Si, purtroppo è proprio Dany, ma regge qualcosa nelle mani, forse un vassoio. Si avvicina. Si, è proprio un vassoio con una tazzina di caffè fumante sopra. Sono anni che non mi offre più la colazione a letto e questo gesto mi lascia perplessa, ma nulla mi farà cambiare idea oggi. Conosco i miei polli. Farò assolutamente finta di niente, berrò quel caffè amaro anche con tutto lo zucchero del mondo, gli rivolgerò un grazie vomitevole e poi appena lui uscirà per andare al lavoro io radunerò tutte le mie cose e me ne andrò per sempre. Tornerò ad essere libera e felice.
Lui ormai è accanto a me. Mi carezza la fronte scostandomi i capelli dicendo: “questo è per chiederti scusa per ieri sera, lo sai che quando bevo non ragiono…”
Io trattengo lo schifo e mi limito a fare di si con la testa, non riesco nemmeno a guardarlo negli occhi, meno male la tapparella e’ ancora abbassata e non lo vedo chiaramente, restiamo nella penombra.
Mi siedo accomodando il cuscino dietro la schiena, lui mi appoggia il vassoio sulle gambe e torna verso la cucina, tra poco sarà fuori di qui e quando tornerà troverà la casa vuota!
Assaggio il caffè, è già zuccherato e così lo bevo tutto d’un fiato. Non mangio nessun biscotto di quelli che mi ha portato. Ho lo stomaco chiuso dal nervoso.
Lui mi urla un “ciao” e sento la porta di entrata sbattere richiudendosi.
E io sono ufficialmente una donna nuova!
Appoggio il vassoio accanto a me e balzo fuori dal letto! Nell’euforia scostando le coperte, questo mi si rigira sotto sopra sporcando le lenzuola… ma non mi importa ormai, non mi interessa più nulla di questa casa orrenda, una prigione, un calvario, una ladra di felicità.
Corro in bagno e mi sciacquo il viso, mi vesto cambiando il pesante pigiama di flanella e mettendo un paio di jeans e un maglione, più veloce che posso.
Apro il grande armadio scorrevole sul cui fondo giace la grossa valigia dei viaggi di un tempo, vi riverso dentro ogni cosa che mi appartiene e che mi capita in mano.
Presto la valigia è piena. Mi rendo conto che mi gira un po’ la testa, forse sono debole, ieri sera ho cenato di corsa e stamane ho quasi saltato la colazione. Appena esco da qui troverò la voglia di mangiare qualcosa, questo è certo.
Mi infilo la giacca a vento, sollevo la valigia un po’ a fatica e scappo come farebbe un ricercato lasciando persino la porta aperta. Nello scendere i due piani di scale di nuovo un giramento di testa, fortissimo. Mi devo appoggiare alla ringhiera per non cadere a terra. Mi si annebbia quasi del tutto la vista.
Finalmente in strada raggiungo la macchina, via, verso la libertà.
Ma qualcosa non va, non riesco a pigiare il bottoncino dell’apertura delle portiere sul telecomando, non vedo quasi nulla, dov’è? Dov’è?
Mi assale un fortissimo senso di nausea, cado a terra, penso quasi in mezzo alla strada . Sento il cuore pompare fortissimo e mi manca il respiro. Cosa mi succede? E l’ultimo pensiero che riesco a sostenere mi raggela e mi infligge ancora più rapidamente la morte. “ Il caffè era avvelenato, brutto bastardo!”.

NONNA AMELIA.

Nonna Amelia.
Pubblicato da Lady Nadia in Il mondo di Nadia
18 novembre 2015

Da 11 anni nonna Amelia viveva sola nella sua casetta, diventata troppo grande per una ottantenne e il suo cane. I suoi locali spesso risuonavano vuoti e un suo semplice starnuto poteva provocare una eco tale da farla sussultare.
In certi momenti, scostando la tendina fiorata della sua cucina e osservando il piccolo giardino, notava le piante non più potate, l’erba alta, le aiuole disordinate. Allora le capitava di ricordarlo come appariva qualche anno prima: perfetto e curato da togliere il respiro e si rendeva così conto di quanto Egidio mancasse persino al giardino. Le mancava da morire. Quando nella vita si è così fortunati nell’incontrare una persona speciale, affine (e in rari casi ciò può capitare), e si rimane uniti per oltre 40 anni… è più difficile accettare la solitudine e i terrificanti silenzi.
Ogni cosa parlava ancora di lui. Le ombre di quel giardino, quando fuori splendeva il sole, ma non solo: ogni soprammobile, ogni cassetto, ogni spiffero freddo che riusciva a penetrare dai serramenti.
A volte se lo immaginava proprio lì, al suo fianco, che sorrideva; oppure indaffarato nel riordinare le vecchie riviste, intento a spolverare i mobili, o persino mentre ripuliva il pavimento con lo spazzolone, insistendo nei punti più nascosti e nei quali Amelia faticava a raggiungere.
A volte Amelia era infastidita dalla sua esagerata pignoleria, allora una semplice battuta ironica era sufficiente a farlo tornare alla ragione. Egidio, subito, si accigliava, ma il suo viso arcigno e contratto mutava presto espressione, rilassandosi in un sorriso ancora affascinante, nonostante l’età. Con lui era impossibile rimanere arrabbiati.
L’amore, tra i due, nacque con un colpo di fulmine e, dopo tanti anni, non era mutato: certo non era più alimentato dalle emozioni, ma era basato sui fatti e sulle parole. E Amelia era perfettamente consapevole del fatto che fosse addirittura aumentato con il tempo, proprio come i cerchi concentrici di un tronco, ai quali, ogni anno, se ne aggiunge un nuovo, e si irrobustisce e ingigantisce sempre di più, tanto da risultare invincibile alle intemperie.
E di intemperie ne erano passate innumerevoli: qualcuna più debole, anche facile e molte disastrose, ma quell’albero resisteva sempre lì, fermo , troneggiante e stabile, in mezzo alla foresta dell’esistenza.
Quando Egidio mancò, Amelia faticò a rendersene conto. Tuttavia, più le settimane trascorrevano silenziose, più percepiva quella pesante assenza avanzare. Come un esercito in marcia si impadroniva di lei, del suo quotidiano. Quando si risvegliava la mattina e allungando un braccio scopriva il letto per metà vuoto e freddo, quando pranzava senza quei lunghi discorsi che giorno dopo giorno la intrattenevano come una quieta e calmante melodia, quando osservava il disordine infierire spavaldo nella sua cucina ( e non solo), quando notava il fornello alonato e unto (lei non era mai riuscita a lucidarlo perfettamente nonostante l’impegno che vi riversasse), la mancanza di Egidio diventò così forte da toglierle il fiato: si rese conto di averlo amato profondamente e di quanto si fosse abituata a lui, e di quanto fosse diventata dipendente da quella lunga relazione.
E poi, la sera, quando sul divano non sapeva bene dove poggiare la testa, le mancava una spalla dolce e forte, sulla quale poter anche contare. Alla televisione avrebbero potuto trasmettere tutto, ma, insieme, qualunque cosa avrebbe potuto fungere da spunto per una conversazione, o una battuta, persino il programma più stupido.
Amelia, da sempre, soleva leggere molto e soprattutto quando Egidio era fuori per lavoro, in giardino, oppure mentre era impegnato a martellare sul legno, in garage, nelvtentativo di realizzare l’ennesima trovata che avrebbe reso più bella o più comoda la loro già accogliente dimora.
Non c’era una mattina in cui, a colazione, mancasse un giornale sul tavolo.
Da quel giorno, dalla scomparsa di Egidio, quell’abitudine, come pure quella della lettura svanì.
Rivedeva la figlia solo ogni fine settimana, a causa della lontananza, si accorse quasi immediatamente che la madre non si interessava più a nulla e così pensò di regalarle un computer portatile.
Quando lo vide Amelia strabuzzò gli occhi, gli si avvicinò scettica, ma grazie alla sua mente ancora eccezionale e alla sua curiosità che l’aveva sempre caratterizzata, nonché alla buona salute che ancora la accompagnava, riuscì in breve tempo a gestirsi icone, finestre e presto ogni tipologia di programma. Cominciò ad utilizzare internet e da lì a poco capitò in qualche blog di racconti.
Ora, da ormai 10 anni, era una fan accanita di alcuni autori che agli esordi pubblicarono in una piattaforma di nome “Splinder” e, successivamente alla sua chiusura, si trasferirono in un’altra:”Wordpress”.
Amava leggere in particolare una certa “Cassandra Tanchi”. Non trascorreva giorno senza che Amelia potesse leggere uno o addirittura due racconti che Cassandra pubblicava e tutti scritti col cuore, parola per parola. Adorava la sua maniera di raccontare la gente, spesso i protagonisti erano degli emarginati, a volte anche dei folli ma, ad uno ad uno, si prendevano carico della sua tristezza e della sua solitudine. Mentre leggeva e rileggeva queste storie i minuti trascorrevano di nuovo veloci. Comprendeva di non essere la sola a soffrire di un grande disagio e per questo si sentiva immediatamente alleggerita del suo pesante fardello. La sua tristezza si spartiva tra reale e surreale o il plausibilmente veritiero tanto da ridursi e riportarla al sorriso, per qualche storia più allegra che giungeva sempre al momento opportuno.
E così la sua vita diveniva piu’ sopportabile, il suo dolore più condiviso dai tristi messaggeri di quelle storie che Cassandra in qualche modo le donava ogni giorno da dieci anni.
Amelia verso di lei provava un affetto enorme anche se virtuale, le voleva davvero un gran bene. Nonostante questo non aveva mai avuto il coraggio o l’esigenza di inviarle un commento, di cliccare un “like”, preferiva seguirla in anonimato, in silenzio.

Ma un giorno…
… per Amelia fu come un secondo reale lutto.
Come era solita fare nel tardo pomeriggio, aprì il suo portatile e internet ed effettuò l’accesso a WordPress per leggere una nuova storia di Cassandra. Si ritrovò sola, inorridita, senza parole da leggere e da ascoltare per alleggerire la sua anima, senza sentimenti da poter condividere con nessuno.
Cassandra aveva gettato la spugna. Se ne era andata chissà dove, cancellando tutte le storie del suo blog e chiudendolo del tutto. L’unica motivazione che compariva come titolo nell’ultimo post e anche malamente fu :” FINE DELLE TRASMISSIONI”, nel quale, in maniera anche ironica, l’autrice dichiarava che i pochi “mi piace” e gli scarsi commenti, le avevano fatto comprendere l’inutilità della sua presenza online su quella nuova piattaforma con delle mancanze per gli scrittori rispetto alla precedente dove invece era tutto diverso. Per avere popolarita’specialmente in ambiti letterari non bastavano esclusivamente la bravura ed il talento ma occorreva vagare ovunque per mendicare seguaci barattando attenzioni continue perchè i frequentatori di quella piattaforma erano per la maggior parte tutti blogger e di genere differente tra loro.

Amelia tentò l’accesso più volte quello stesso giorno e anche in quelli a seguire, prima incredula, poi speranzosa che Cassandra potesse pentirsi e cambiare idea, potesse tornare. Dopo qualche settimana Amelia si sentì tradita e quasi arrabbiata con Cassandra. Il blog era diventato bianco come un fantasma di Cassandra e di Egidio e aleggiava inquieto in ogni pensiero di Amelia. Così cadde in una pesante depressione, che grazie ai racconti di quell’autrice evitò anni prima, le mancava Egidio esattamente come l’umanità e la sensibilità dei personaggi di quelle storie.

Se solo Cassandra l’avesse saputo, l’avesse conosciuta, forse avrebbe continuato a pubblicare i suoi intensi e magnifici racconti anche solo per lei, Cassandra aveva davvero un cuore grande e non cercava solo notorietà ma anche amore, e niente più di questo.
E ora, tanta gente come Amelia, cercando di seguirla in WordPress, trova soltanto due righe di presentazione autore e un blog di sana letteratura, abbandonato come ormai ce ne sono tanti, forse troppi.

E Cassandra, seduta al suo portatile, come sempre scrive, scrive tutt’ora con avidità e necessità, per un bisogno. Colta improvvisamente da ispirazioni che lacerano la sua anima, durante le notti di insonnia e anche alla mattina presto prima di recarsi al lavoro, ma fermamente convinta che le sue storie non siano state mai più comprese e il suo talento sia un po’ scaduto.
Le archivia tutte nel suo cuore e in una cartella banale, gialla del suo computer rinominata “RACCONTI DA PUBBLICARE”, ma si sbaglia: quei racconti sono davvero meravigliosi, unici, ma ora non potrà leggerli più nessuno, proprio nessuno.

(dedicato a una mia cara amica!)