LO STRANO CASO DELL’UOMO UCCISO NEL SUO GIARDINO.

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LO STRANO CASO DELL’UOMO UCCISO NEL SUO GIARDINO.

Ernesto, brizzolato, sulla cinquantina, è sempre stato un burlone. Da 23 anni è sposato con Ilaria, un’infermiera professionale.
E’ un muratore. La piccola e graziosa villetta in periferia che abitano dal giorno del matrimonio è stata costruita da lui, mattone dopo mattone, sudando in estate e balbettando di freddo in inverno.
E’ stata edificata con amore. Ma, come spesso succede, mese dopo mese, anno dopo anno, quel sentimento si è spento poi tra quegli stessi muri. E’ stato assorbito dalla consuetudine del quotidiano, dalle mancanze, dalle incomprensioni. Si è esaurito come una candela che giunge alla fine, lasciando soltanto un rimasuglio di cera sfatta e bruciacchiata.
Da un po’ di tempo, Ernesto porta dentro di sé la sensazione che Ilaria sia cambiata, che le loro strade si siano allontanate. Conosce i suoi limiti: è un ottimo manovale, ma non possiede molta cultura, non è in grado di filosofeggiare come lei e nemmeno di stare al passo con un qualsiasi suo discorso. Il tempo è trascorso tiranno, creando un bivio sul loro sentiero. Ciascuno di loro ha intrapreso una direzione diversa.
Ormai sono lontani i tempi in cui i loro sguardi innamorati si incontravano, sostenendosi e provocando emozioni così forti da spingerli a sfiorarsi, e poi toccarsi per fondersi nel soddisfacimento del loro desiderio. Da anni non facevano l’amore, da troppo tempo.
Non che Ilaria avesse un altro uomo, di questo, Ernesto ne era certo.
Dopo il suo turno all’ospedale la donna amava isolarsi nello studio e in sé stessa, e scrivere poesie senza parlare, per ore e ore. Era come se la sua vita fosse stata composta da tappe, e ora fosse giunto il momento della crescita spirituale, della meditazione, della rassegnata accettazione della solitudine.
Più volte, in passato, la donna aveva cercato di far comprendere i suoi pensieri e i suoi bisogni al marito, senza risultato. E lentamente i sentimenti nei suoi confronti si erano ridotti ad una linea piatta, al nulla. Ormai, tra loro condividevano soltanto quei pochi minuti limitati ai pasti e a poco altro, avvolti da un imbarazzante silenzio. Ernesto, uomo pratico, spiritoso, ma altrettanto superficiale, non riusciva a comprendere. L’unica cosa che ben realizzava era la mancanza di sesso, o la noia per gli scontri verbali che i due sostenevano durante i pochi scambi di opinioni.

La sera prima, in solitudine sulla sua poltrona, davanti a qualche buon bicchiere di grappa di troppo e alla televisione, Ernesto era incappato in un film giallo degli anni ‘70. Un uomo aveva ucciso la moglie e poi l’aveva seppellita nel giardino di casa. Si era così incantato: con il telecomando a mezz’aria, immobile, con la bocca aperta e senza battere ciglio. Poi, un sorrisetto sadico gli era comparso sul volto.

Non appena Ilaria varca la soglia per recarsi al lavoro, Ernesto balza giù dal letto. Dopo aver bevuto il suo caffè si frega più volte le mani, sorridendo. Già da qualche settimana, il suo lavoro era un po’ calato e così, quella mattina, poteva permettersi di bighellonare magari pure divertendosi. Dopo essersi cambiato frettolosamente il pigiama, si precipita in garage dove recupera una grossa pala. Esce nel giardinetto piano di pochi metri quadri e che è circondato da siepi molto alte che lo isolano dal resto del vicinato. Ilaria trascorreva diverse ore in quel piccolo giardino, strappando le erbacce, curandone i cespugli di rose e, non avendo avuto figli, poteva permettersi di coltivare quel prato rendendolo così perfetto e vellutato tanto da somigliare a un tappeto.
Ernesto comincia a scavare con la sua pala, certo di fare contemporaneamente un bello scherzo e un grosso torto ad Ilaria. L’aria primaverile è ancora fresca. Ben abituato ai lavori pesanti, non impiega poi moltissimo a rimuovere il terriccio scavando un solco non molto profondo, lungo circa due metri.
Quando si ferma ad asciugare la fronte, osservando il risultato, ha un momento di ripensamento. Un rettangolo marrone scuro si staglia spavaldo nel verde chiaro soffice ed erboso. Ilaria non l’avrebbe mai perdonato, si sarebbe di sicuro adirata, e avrebbe reagito molto male. Ma lo spirito giocoso di Ernesto ha il sopravvento, e di nuovo quel ghigno, a metà tra il divertito ed il sadico, appare sul suo volto.
Ripone la pala avendo cura di ripulirla per bene.
Rientra in casa. Aferra una scarpa antinfortunistica, una di quelle che è solito indossare nei cantieri dove lavora. E’ nera, ha la punta di acciaio, è parecchio macchiata di cemento e di polvere. Apre il cassetto della camera da letto che contiene la sua biancheria intima e ne estrae un paio di calze grigie di spugna che arrivano al ginocchio. Poi si precipita in cucina, ne imbottisce una di carta assorbente, comprimendola e modellandola con le mani per renderla un perfetto moncone di gamba. Poi la incastra nella scarpa, et voilà.
Esce in giardino. Con le sue mani scava un solco ancora più profondo, proprio al margine del rettangolo di terra smossa. Infila il moncone di gamba dentro quella fossa curandosi di ricoprirlo quanto basta, con attenzione. Lascia visibile solo la punta della scarpa e un piccolo pezzetto di caviglia.
Indietreggia pochi passi e osserva l’opera.
Perfetto!
Tutto regala l’impressione che lì sotto sia stato seppellito il suo cadavere! Di sicuro Ilaria prenderà un bello spavento, e finalmente, forse, lascerà trasparire qualche emozione.

Ernesto attende eccitato il ritorno di Ilaria. Quando è certo che mancano pochi minuti al suo effettivo rientro, si precipita a indossare un giubbetto verde militare e si nasconde proprio dentro la grande siepe che circonda il piccolo giardino nel tentativo di gustarsi bene la scena, senza curarsi dei rami fitti che gli graffiano un po’ le mani ed il volto.
E’ marzo, le giornate sono ancora abbastanza brevi. Il crepuscolo sta già soggiungendo alimentando le prime ombre serali. E così, in quella poca luce, la messa in scena risulta perfetta.

Si sente sopraggiungere il rombo del motore dell’auto di Ilaria. Dalla stradina privata dinanzi alla villetta, anche dall’appostamento dietro alla siepe, si riesce a notare un bagliore di fari in avvicinamento.
Ilaria parcheggia al solito posto, proprio davanti al cancello.
Impiega qualche minuto per scendere dalla macchina. Ernesto capta lo scricchiolio del sacchetto che, per consuetudine, Ilaria porta sempre con sé e che contiene il camice da infermiera e gli zoccoli bianchi di gomma.
Ora riesce persino a percepirne il respiro.
Ilaria infila la chiave nel cancelletto e a passi lenti è già davanti allo scavo. Solo un secondo e …
Ilaria resta immobilizzata, sgrana gli occhi. Il sacchetto le cade dalla mano e ciò che vi era contenuto si riversa sul vialetto ciottolato adiacente al piccolo giardinetto.
Ernesto la può osservare bene: i lampioni della strada le illuminano il viso. Nota un’espressione di terrore estendersi sul suo volto. E’ come pietrificata, e fissa quella terra smossa, quella specie di tomba improvvisata. Avanza due passi. Ora lo sguardo è inchiodato a quel pezzo di scarpa che sbuca dal terreno. Non c’è dubbio alcuno: si tratta di suo marito. Gli occhi tentano di diventare lucidi, ma solo per un’istante.
Poi, una smorfia distorta e contratta muta piano, distendendosi presto del tutto, dando quasi un’impressione di acquisita serenità.
Ilaria si china, raccoglie il camice e gli zoccoli rimettendoli nel sacchetto. Lo appoggia dinanzi all’uscio di casa.
Corre verso il garage, e, quando ricompare, tra le mani regge un grosso vaso in finto marmo e a forma di anfora. È vuoto e pesantissimo, lo trasporta a fatica, poi lo lascia ricadere di colpo proprio sopra quella scarpa.
Siccome il terreno smosso non è perfettamente piano, lo spinge energica verso la terra, con tutta la forza che possiede, roteandolo un po’ e aiutandosi con i due grossi manici laterali. Non essendo ancora stabile, evidentemente spossata e col fiatone, si appoggia di peso su di esso, ruotandolo prima da una parte, poi dall’altra, nel tentativo di stabilizzarlo bene al terreno.
Poi ritorna in garage. Ricompare con un grosso sacco di terriccio e una busta di semi di erba. Riempie il vaso saturandolo fino all’orlo di terra: l’indomani vi avrebbe piantato sicuramente qualche cosa. Sparge i semini della busta sulla restante terra smossa, muovendoli un po’ con un piccolo rastrellino che soleva lasciare appoggiato sotto i cespugli di rose, delicata, con una maniacale precisione.
Una volta terminato il lavoro, si ripulisce le scarpe grattandole per bene sullo zerbino di saggina posto davanti alla porta e sparisce in casa riafferrando il suo sacchetto.

Ernesto, lentamente, si trascina fuori dalla siepe graffiandosi ancora di più. Il cancelletto è rimasto socchiuso. Si assicura di avere in tasca il portafoglio contenente almeno qualche banconota, e soprattutto, la sua carta di credito.
Osservando la bella villetta nota che la finestra del bagno, sul retro, si è illuminata. Ne approfitta per sgattaiolare in strada, sicuro di non essere visto. A testa bassa, con la faccia scura, mogio, pian piano si incammina, diventando solo un puntino che da lì a poco si sarebbe confuso con l’orizzonte di quella notte buia.

LADY NADIA WORDPRESS.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

63 thoughts on “LO STRANO CASO DELL’UOMO UCCISO NEL SUO GIARDINO.”

  1. Un racconto, in pieno stile (anzi ci sembrò proprio …) a Ai confini della realtà (The Twilight Zone) (The Outer Limits), anni ’90.
    Se vi ricordate erano tutte storie legate al paradosso umano, grazie a degli incipit bizzarri.
    Avete reso omaggio alla storiografia del racconto.
    Bello, efficace e compiuto.
    Non ultimo, anche, scritto bene.

    (Non siete parente dell’autore, vero?)

    Cordialità vivissime e soddisfatte

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  2. Un’idea interessante, un consiglio per uno scherzo da NON fare! Mi è dispiaciuto per lui, d’accordo lo scherzo era pesante ma insomma… chissà se la sua mente potrà sopportare ciò che ha visto, me l’immagino a vagare nel buio, senza mèta…

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      1. Ci dispiacque profondissimamente per il vostro stato. E’ da dire che, probabilmente, grazie all’influenza assumeste un’aspetto decisamente affascinante.
        Vi suggerimmo, comunque, di riferire al vostro cerusico ehm … medico, di visitare quelle inquietanti macchiette.

        In bocca allo squal … lupo, mia signora.
        Cordialità beneauguranto

        🙂

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  3. Cara Nadia, arrivo tardissimo a rtingraziarti e nuppure leggo…
    E’ un momento di grande lavoro per l’uscita (vedi?) di un libro per me molto importante e dunque una serie di presentazioni la prima il 3 maggio.
    Perdonami e davvero grazie.

    sheràbientot

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