AMNESIA 6.

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Passi echeggiano nella memoria, lungo il corridoio che mai prendemmo, verso la porta che mai aprimmo. (T.S. Eliot)

AMNESIA: LA CONFESSIONE.

Nonna Giulia la attendeva proprio dinanzi all’ascensore del terzo piano, nella penombra, con le mani sui fianchi, i gomiti ripiegati all’esterno e il viso proteso in avanti. Sotto uno chignon del tutto bianco si sgranavano due occhietti vispi e azzurri nascosti dietro a un paio di occhialoni neri, dalla montatura spessa, che sormontavano un viso minuto e ancora grazioso.
“Come mai a quest’ora? Non passi mai a trovarmi di sera e non mi hai telefonato oggi. Ti ho chiamato tutto il pomeriggio ma risultavi irraggiungibile. Mi hai fatto preoccupare! Ma cos’è quella faccia? Cosa ti è successo?” La nonna si avvicinò ad Alice, le scostò i capelli dal viso accennandole un caldo sorriso.
“Nonna, giornataccia. Non ti ho risposto perché non ho con me il telefonino, forse l’ho perso o potrei averlo dimenticato a casa. Ora ti spiego”.
“Un’altra amnesia vero? Dai andiamo dentro!”
Nonna Giulia richiuse la porta d’entrata alle loro spalle mentre Alice, come era solita fare, si lasciò ricadere sulla sedia a dondolo di vimini che era posta accanto al divano.
“Hai cenato? Cara, vuoi qualcosa?”
“Grazie, solo un bicchiere d’acqua.”
“Sicura?”
Alice non rispose. Con lo sguardo fisso alle grosse mattonelle in cotto beige che pavimentavano la stanza, seguitava a dondolarsi piano, cercando di trovare le parole più appropriate per narrare alla nonna tutto l’accaduto evitando di turbarla più del necessario. Le dispiaceva dover recarle un’ulteriore preoccupazione ma sentiva il bisogno di sfogarsi con qualcuno, il suo segreto stava diventando ogni giorno più grave e pesante e da sola non ce l’avrebbe mai fatta.
Giulia intanto aveva lasciato il salone per rintanarsi nel piccolo cucinino dal quale giunse un rumoreggiare di credenze e di vetri. Riapparse con un vassoio sul quale era stato riposto un bicchiere ricolmo di acqua, alcuni cioccolatini e qualche biscotto.
“Grazie nonnina!” Esclamò Alice, afferrando il vassoio e cercando di esibire uno stralcio di sorriso.
La nonna trascinò una sedia ponendola proprio davanti alla ragazza e vi si accomodò.
“Dimmi cosa succede.”
“Succede che… nonna, ho scoperto che frequento un uomo durante le mie amnesie.”
“Cosa? E dovrebbe dispiacermi?” La nonna sogghignò quasi soddisfatta e aggiungendo:” cara, sarei stata più contenta se questo fosse avvenuto coscientemente ma… non è poi una notizia così pessima. No?”
“Non è questo il punto. Sono inquieta, è una sensazione, un presentimento. Ho preso un treno, mi sono ritrovata a Tirano e tramite alcuni biglietti che ho ritrovato in tasca ho scoperto di aver compiuto una sosta di due ore, a Sondrio, dove mi sarei persino incontrata con quell’uomo e sai, secondo il barista di un locale, non è la prima volta che ciò accade . Lui era abbastanza sicuro che ci frequentassimo già da tempo.
“ Respira Alice, calmati! Sei molto stressata e giudicando dal tuo viso anche molto stanca. Quello che mi riferisci è davvero singolare. Mi stai dicendo che durante ogni tua perdita di memoria saresti in grado di decidere dove recarti, chi incontrare e tutto il resto?”
“Or come ora, è ciò di cui son convinta.”
Alice percepì il suo stomaco contrarsi come fosse compresso da una morsa.
“Tutto si complica!” Denunciò la nonna soltanto dopo aver emesso qualche lento sospiro.
“Già.” Rispose ormai sfinita Alice.
“Hai detto Sondrio? Fammi pensare. Cosa diamine ti avrebbe condotto fin là? Io ho sempre pensato che durante le tue crisi vagassi a casaccio, senza una meta e senza motivazione. Ora dovrò ricredermi.”
Tra le due donne calò un’imbarazzante silenzio dentro al quale ognuna delle due si concesse una propria riflessione.
Poi, per prima, la nonna riaffrontò il discorso: “Forse è meglio che per un po’ mi trasferisca da te, potrei esserti d’aiuto, potrei monitorare le tue uscite e come già accadde in passato, controllare e riferirti i tuoi comportamenti nel corso delle amnesie.
“Nonnina… hai sempre fatto tanto per me, troppo. Non mi va di chiederti anche questo.”
“Non mi hai chiesto proprio nulla. Sono stata io a proporlo. Cosa ne pensi? Non ti infastidirò, sarò solo una presenza vigile, utile e sulla quale potrai fare affidamento. Forse solo per qualche mese, insomma per il tempo che occorre, fino a che non riusciremo a venirne a capo.”
“Nonnina, non pensare neanche per un attimo di recarmi disturbo, anzi, sai cosa ti dico? Ne sarei felicissima. Ho ormai perso tutto il coraggio necessario per affrontare tutti questi problemi e non ho proprio voglia di stare sola. In questo periodo della mia vita ho di nuovo bisogno di te, di qualcuno che mi rincuori, che mi dia forza e supporto e che mi tranquillizzi. Te ne sarei grata. Certo che per te sarà un bell’impegno, dovrai lasciare per un po’ il tuo comodo appartamento. Sei sicura? Non sei più una ragazzina, insomma, potresti stancarti troppo…”
“Piccola cara, non solo ne sono convinta, ne sarei proprio felice. Non ho più nessuno di caro a questo mondo e aiutarti è ormai l’unico scopo della mia vita.
“Nonna ti voglio tanto bene!” Esclamò Alice, balzando in piedi dalla sedia che continuò a dondolare, per inerzia e scricchiolando e cinse in uno stretto abbraccio la sua nonna. Con una mano Giulia le accarezzò più volte la schiena incontrando i suoi morbidi e lunghi capelli, li lisciò più volte con il palmo della mano e infine, d’istinto, risalì sulla nuca, percependo di nuovo quella maledetta cicatrice. Notò che ormai risultava raggrinzita, in alcuni punti si era quasi riassorbita, tuttavia era possibile tastare ancora quel lungo sfregio nella sua interezza. Ogni volta che Giulia lo percepiva così, ergersi rigido sotto ai suoi polpastrelli, rimontava in lei una forte rabbia troppo prepotente. Anziché placarsi, al contrario di ciò che avrebbe sempre sperato, col passare del tempo quel rancore si era addirittura ingigantito a dismisura e, peggio, si era tramutato in vero odio. E come se ciò non bastasse, insieme all’ira tornava sempre l’immagine del corpo nudo di Alice, irrimediabilmente deturpato anche altrove, lungo il fianco, da un’altra testimonianza indelebile, quasi un simbolo. Un orribile marchio comparso alla nascita, un segno perenne di sofferenza e di mancanza che rendeva speciale la sua nipotina ma, nel contempo, la condannava come in una dannata maledizione a dover portare per tutta la vita quel pesante fardello per il quale avrebbe dovuto riscattarsi ogni giorno e che le avrebbe reso quasi inaccessibile ogni sorta di felicità e le avrebbe negato persino la più vaga spensieratezza.
Giulia ritirò rapidamente la mano. “Il mio bagaglio sarà pronto domani, per mezzogiorno”, dichiarò secca. E cercando di addolcire il tono della voce aggiunse: ”Fortunatamente abitiamo caseggiati vicini, se mi scorderò di qualcosa non sarà certo un problema. Ti aspetterò a quell’ora.”
Alice socchiuse gli occhi cercando di trattenere delle lacrime che rappresentavano insieme commozione e tristezza. Nonna Giulia non sarebbe certo vissuta per sempre. E poi? Come se la sarebbe cavata senza di lei?

AMNESIA: IL PRANZO DI LAVORO.

Mauro si sollevò dalla sedia girevole della sua scrivania. Servendosi del palmo della mano si spolverò il suo completo grigio scuro nonostante non vi apparisse la benché minima traccia di polvere. L’ufficio era lucido come una pista di bowling e nell’aria aleggiava impregnato ovunque e persino nei cassetti, un profumo ormai stantio di detergente alla lavanda. Si accostò alla finestra incorniciata da stipiti chiari e affacciata alla zona periferica e industriale della cittadina. I campi verdi erano di continuo violentati da modulari edifici squadrati e spigolosi di cemento, per lo più solo grigi e del tutto grezzi. Si rimirò nel riflesso dei vetri che irradiati dal sole già perpendicolare di quel mezzogiorno, gli regalavano una doppia e distorta immagine di sé.
Si risistemò nervosamente il lungo ciuffo di capelli senza omettere di abbozzare qualche smorfia del tutto patetica. L’incontro con l’organizzatore della fiera si era risolto nel migliore dei modi e al di sopra di ogni aspettativa. Con orgoglio poteva dunque ritenersi archiviato. Un vero peccato che il rendiconto economico dell’attività non attraversasse il suo periodo migliore ma senz’altro aveva ragione Sandrino, avrebbe dovuto soltanto pazientare ed entro un breve periodo tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi. Dopotutto Il lavoro che giorno dopo giorno gli era commissionato non era per nulla calato, anzi, al contrario, pareva in continuo incremento.
Con la mano sinistra Mauro diede una rapida sistemata ai tanti carteggi di cui si era occupato durante la mattinata e con l’altra pigiò il tastino del telefono interno, dichiarando con un tono austero: “Emma, esco per pranzo e non voglio essere disturbato. Sarò di ritorno alle 15.”
“D’accordo, non si preoccupi, sarà fatto. Buon appetito.” Rispose la segretaria, dall’altra parte mentre in un eco la sua voce risuonava in perfetta stereofonia appena fuori dalla porta chiusa.
Senza infilarne le maniche adagiò soltanto il montgomery sulle spalle, come fosse un mantello, dirigendosi presto fuori dal caseggiato e senza degnare di uno sguardo nessuno, persino senza salutare, con passo deciso, lo sguardo alle scarpe nuove e parecchia fame.

Mauro varcò l’uscio del locale individuando subito Sandrino che lo attendeva al solito tavolo proprio dinanzi al bancone del self-service. Quell’esercizio era collocato al centro della piazza principale di Sondrio, un posticino discreto e in quella stagione poco frequentato. I turisti, dopo l’assalto invernale, avrebbero invaso la cittadina solo per qualche giorno prima di Pasqua e in seguito più a lungo con l’arrivo dell’estate. Gli ultimi mesi dell’inverno, ancora freddi, rendevano Sondrio silenziosa, quasi abbandonata a sé stessa, più intima, sebbene un po’ di traffico nelle ore di punta non si facesse certo desiderare nemmeno in quel banale lunedì. E proprio a causa di questo Mauro aveva faticato come sempre nel trovare un parcheggio vicino e se ne lamentò con Sandrino.
“Mai una volta che lo trovo qui davanti! Neanche fossimo a Milano.”
“Ah, ah, ah, guarda dove è la mia!” Sandrino indicò con l’indice teso la sua auto, un Suv rosso, ben visibile oltre la larga vetrata del locale, ovviamente e come sempre parcheggiato a pochi passi di distanza, appena al di là delle strisce pedonali.
“Il solito fortunato!”
“Già. A proposito… ti volevo chiedere se ti va di accompagnarmi al casinò.
“Quando? Dove?”
“Campione. Domani sera.”
“Non sarebbe meglio evitare di sprecare danaro Sandrino? Proprio in questo periodo… e poi, e poi lo sai che mi faccio prendere. Il gioco mi prende, l’alcol mi prende, le donne mi prendono… ormai dovresti sapere come sono io. No?”
“Certo. E tu sai come sono io. Se dovessimo perdere oltre lo stabilito sarei il primo a convincerti di lasciare il tavolo. Ti fidi di me, o no? Suvvia, ci divertiremo, e chissà mai… per una volta potremmo anche vincere una bella sommetta che magari ci possa permettere di saldare qualche noioso debituccio. Ascolta il tuo saggio amico! Dai, andiamoci! Così, tanto per svagarci un po’.”
E Sandrino sorrise rilasciando un buffetto sulla spalla di Mauro.
Mauro si riservò di rifletterci su. Aveva ripreso a bere, a pieno ritmo. Per fortuna limitandosi più che altro alla sera ma sapeva bene quanta fatica era servita per smettere, anni prima. E aveva già dovuto rimangiarsi quella promessa che fece a se stesso prima che a Mirella.
Rimase quindi in silenzio per qualche istante e poi, mutando espressione e con un tono di voce risoluto e nell’intento di cambiare argomento si rivolse all’amico: ” Riferiscimi dei tuoi incontri di stamattina. Come sono andati?”
“Direi bene, anzi, per la verità benissimo. Ho preso un altro appuntamento con la banca, dovremo poi andarci insieme, settimana prossima”. Rispose essenziale Sandrino, sollevandosi dalla sedia con l’ovvia intenzione di dirigersi al buffet.
Mauro lo seguì, cambiando registro: “Non vedo l’ora di stasera. Ho proprio bisogno di un po’ di sano sesso. Sono parecchio stressato. Non sopporto più Mirella e in quella casa mi manca l’aria. Se riuscissi a fare un po’ di soldi scapperei subito a vivere in Brasile, altro che…”
Mentre i due scivolavano lungo il bancone che conteneva le più svariate pietanze, reggendo tra le mani i piatti ancora vuoti e tiepidi e appena prelevati da una pila assai pericolante poggiata ad una specie di credenza con le rotelle, Sandrino domandò: “E come va con quel portento di Natasha?”
“Sandro, che domande mi fai? Ovviamente bene. Mi svago con lei, mi diverto. A letto è una bomba, la adoro. E’ fantastica. Trascorriamo le migliori serate, sesso alcol e rock and roll. A volte usciamo e gironzoliamo per locali tutta la notte, adoro quando la gente ci osserva, è così disinibita… per la verità attira su di noi fin troppi sguardi. Spero che prima o poi questa storia non possa giungere alle orecchie di Mirella. Non ora. Sarebbe la fine. Kaputt. The end. La fine di tutti i giochi e non solo di quelli.”
“Ah, ah, ah, ma figurati. Mirella? Riservata e solitaria com’è… non da confidenza a nessuno, neanche a te a momenti, e da chi mai potrebbe venirlo a sapere?
“Ogni tanto ci penso Sandro, nella vita non si sa mai.”
“Hai decisamente bisogno di svago. Allora si fa domani sera, a Campione!”
“A che ora?”
“Alle 21?”
“Va bene. Ti aspetterò in ufficio, meglio fingere di lavorare. Non passerò neanche da casa con la scusa di aver perso già del tempo. Domani pomeriggio ho promesso di accompagnare Daniele all’esame della patente. ”
“Ok, ci troveremo lì. Ha già compiuto 18 anni? Gliene davo meno, in questo assomiglia al padre.”
Mauro gongolò a quell’affermazione. Si sistemò di nuovo il suo bel ciuffo e si osservò intorno.
Soltanto qualche altro lavoratore in pausa e intento a consumare il suo pranzo, la consueta cameriera robusta, due anziane che masticavano faticosamente con le loro dentiere. Nulla degno di nota.
Tornarono al tavolo e consumarono il loro pranzo continuando a chiacchierare spensierati del più e del meno.
Seguì un altro comune pomeriggio di lavoro, più lento del solito e finalmente giunse anche la sera.

MALEDETTO ACUFENE. (RIEDITATO)

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Nonostante assumesse quei tranquillanti, le voci nella sua testa non tacevano mai. Quella calda notte di agosto Katia non riusciva a prendere sonno. Si girava e rigirava nel suo letto cercando un po’ di refrigerio e rotolandosi, occupando ora un estremo del materasso, ora l’altro, ma niente da fare. L’afa non contribuiva certo a recarle sollievo, la sua pelle era madida di sudore.
Decise dunque di alzarsi e si diresse disperata davanti alla finestra che aveva lasciato volutamente spalancata. Quello che udiva era una specie di richiamo: “Katy, Katy … sono qui!”. Questo le capitava più o meno sempre, sia di giorno che di notte e soprattutto quando si coricava sfinita, molto tardi e dopo una piena giornata lavorativa. Assumeva ormai regolarmente quelle pastigliette tonde, rosse e amare ma la sua situazione non era migliorata per niente.
Qualche anno prima, la comparsa di questa patologia la impressionò al punto di causarle un’infinita ansia e molta paura e arrivò persino a credere che potesse esser stata presa di mira da un fantasma o che, nella migliore delle ipotesi, quella voce potesse appartenere a qualcuno di sua conoscenza con doti paranormali o magari telepatiche.
La diagnosi dello specialista? Uno strano acufene. Uno dei più rari. Di solito, un tale disturbo uditivo causa la percezione continua di fischi a diverse frequenze ma Katia, forse grazie a una innata e spiccata immaginazione, era in grado di trasformare quegli striduli rumori in vere e proprie parole di senso compiuto.
Nel tempo fu visitata da vari dottori che le proposero le cure più svariate. Le seguì senza indugio e carica di speranza, una dopo l’altra ma alla fine, tutte risultarono inefficaci.
La tenda bianca davanti alla finestra si scostò travolta da una folata di aria calda che spostò insieme anche i capelli lunghi e neri di Katy.
E in quell’istante, quella voce parve giungere ancora più chiara e come sospinta da quella brezza bollente, risultò più reale del solito. La povera Katia trasalì: “Katy … Katy … sono qui!”
Katia si serrò di istinto le orecchie con le mani, in un gesto che le apparteneva e che ormai era diventato un vero e proprio ticchio. Restando così, in quella posizione, quella misteriosa e dannata voce le dava almeno l’impressione di affievolirsi, esattamente come sarebbe potuto accadere con un qualsiasi altro rumore proveniente dall’ambiente esterno.
Questo particolare alquanto strano aveva da sempre suscitato in Katy un forte dubbio rispetto alle diagnosi ricevute dai medici.
Sebbene fosse certa di non essere pazza, provò a convincersi in tutte le maniere che quel “calo di volume” percepito attraverso le orecchie turate, potesse essere soltanto frutto della sua immaginazione o tutt’al più una bizzarra conseguenza dovuta allo stress. Sarebbe stato dunque più saggio arrendersi ad ogni possibile teoria e riporre solo fiducia nelle diagnosi mediche; d’altronde, tutti quei dottori le avevano diagnosticato un comune acufene e, a rigore di logica, non esisteva una spiegazione più plausibile.
Ma la convivenza con quella voce stava diventando ormai impossibile, la ripetitività di quei suoni si intensificava sempre più e Katia non riusciva a condurre una vita serena e normale. Odiava quel mantra noioso e infinito che le rimbombava di continuo nel cervello, come un tamburo, come un martello, come una campana che non dava tregua a quella ripetitiva tortura:” Katy, Katy… sono qui!” “Katy, Katy… sono qui!”
Improvvisamente, proprio mentre era assorta in quella sorta di commiserazione, ecco ancora quella voce assumere un tono prepotente. Si cinse la testa tra le mani percependo una fitta atroce alla nuca e gli occhi inumidirsi di lacrime. Fu in balia della disperazione pura.
Stanca di quella stanza che notte dopo notte diventava sempre più stretta, più calda e più opprimente del solito e senza conservare la minima speranza di riuscire ad addormentarsi, pensò che le potesse tornare utile uscire a fare due passi. Prima d’ora non aveva mai osato vagare da sola nel buio, tuttavia, la situazione attuale si era resa insostenibile.
Si sfilò con un gesto deciso la leggerissima camicia da notte in cotone lanciandola alla buona sul letto. Indossò un vestitino rigato, una specie di canottiera, che giaceva ben ripiegata sulla sua ordinata scrivania accanto al monitor del pc. Infilò le prime scarpe da ginnastica che trovò nell’atrio e si precipitò fuori casa con la stessa foga e la stessa velocità che potrebbe utilizzare un ladro durante una fuga a gambe levate.
Quella voce la raggiungeva sempre più nitida e forte e le diede l’impressione di sopraggiungere proprio dal vicino bosco.
Katia non ne poteva davvero più. Quanto avrebbe desiderato guarire e finalmente poter assaporare tutto il piacere di un normale, sano e silenzioso riposo. Era quindi disposta a tutto, a tutto davvero, pur di far tacere quel maledetto tormento.
Aumentò la sua andatura, era davvero arrabbiata. Avrebbe raggiunto quella voce e stavolta sarebbe andata fino in fondo, una volta per tutte.
“Katy, Katy… sono qui!”
“Qui dove? Parla!” Gridò ormai esasperata e pensò: “ Devo essere diventata davvero pazza se sto a discutere con un acufene!”
Fino ad ora Katia si era dimostrata fin troppo paziente nel sopportare quel disagio ma l’eccessivo caldo di quell’estate e l’agognato bisogno di riposo, le avevano ormai sottratto ogni sorta di calma e di ragione. Si immobilizzò come pietrificata udendo un’inaspettata e del tutto reale risposta provenire chiara dal vicino bosco: “ Al lago, al lago!”
Si preoccupò seriamente per se stessa, poi scuotendo la testa rimostrando ogni sua possibile incredulità in merito, si impose di proseguire il suo cammino ma, soltanto pochi passi dopo, udì ancora echeggiare forti quelle parole: “ al lago, al lago, al lago…” Ora la voce non smetteva più, si ripeteva ciclica, con lo stesso ritmo, lo stesso tono e l’identica cadenza ma con un’intensità sempre crescente.
Katia fu in preda alla pura paura, ciononostante non aveva alcuna intenzione di tornare indietro. Non avrebbe certo rinunciato a tutto proprio ora! Sapeva che il problema si sarebbe comunque ripresentato l’indomani, poi il giorno dopo, e ancora, e ancora, fino a sfinirla in una tortura senza fine. Trovò quindi la forza di proseguire nonostante le sue gambe sottili tremassero incerte affondando insicure nel terriccio umido e morbido del sottobosco.
In quell’oscurità che risultava illuminata solo da qualche piccola stella, si percepiva attratta da una forza misteriosa come se fosse diventata un pezzo di ferro preteso da una enorme calamita posta nelle vicinanze.
Da ragazzina era invece solita recarsi su quel lago, per pescare. Suo padre, che coltivava da sempre quella passione, riuscì a insegnarle davvero ogni tecnica. Il poco tempo che trascorrevano insieme era dedicato a quello sport. Katy ne risultò davvero attratta e diventò presto molto capace, si divertiva tantissimo a catturare pesci di ogni specie e senza alcuna minima difficoltà. Sapeva bene come adattare il galleggiante ad ogni fondale, quale amo e quale esca utilizzare e mai capitò che potesse rientrare a casa con il secchio vuoto.

Un brutto giorno, mentre era sola e si stava accingendo come sempre a lanciare la lenza, udì qualcuno beffeggiarsi ad alta voce di lei. Un gruppo di uomini, che riconobbe subito come gli assidui frequentatori del piccolo bar di paese, si trovavano causalmente nei paraggi ed erano impegnati a schernirla. “Avete visto come pesca? Ah, ah, ah … ma guarda te…chi ci tocca trovare qui. Siamo sicuri che è una donna? Controlliamo?” L’uomo calvo, che aveva già incrociato più volte per le vie del centro , le si avvicinò con fare losco e prepotente. “Voglio vedere da vicino. Sei una bambina o un bambino? Ah, ah, ah.” La afferrò per un braccio mentre la lenza venne strattonata e l’amo si incagliò alla riva. Katia provò terrore al solo pensiero di ciò che sarebbe potuto accadere. Forse recarsi a pescare da sola, nel bosco, avrebbe potuto essere pericoloso.
” E’ davvero una femmina. Ah, ah, ah! Che bel seno acerbo hai! Va’ a casa a fare la maglia Sampei, o una bella torta, forse è meglio!”. Tutta la compagnia di uomini scoppiò in una fragorosa risata e si allontanarono scomparendo tra gli alberi.
Ma fu solo l’inizio per Katia. Da quella volta, per tutti gli abitanti del piccolo borgo, il suo nome fu Sampei, solo Sampei.
Non ritrovò mai il coraggio di tornare da sola al lago e si vergognò per diverso tempo anche nel recarsi in paese ma, nonostante tutto, si reputava ancora fortunata ad abitare in una zona periferica così bella. Tuttavia, a quell’episodio si susseguirono moltissimi giorni in cui avrebbe solo desiderato scappare via, lontano da tutti, per finire magari su un’isola del tutto deserta dove avrebbe potuto pescare in qualsiasi momento, indisturbata e soprattutto senza essere scoperta, in segreto.

La noiosa voce proseguiva determinata e fungeva da sottofondo ai suoi ricordi, anzi, pareva sempre più reale e sempre più vicina.
Le si ghiacciò letteralmente il sangue udendone poi un’ulteriore variazione con altre nuove parole: “ Brava! Sono qui, sono qui!”
Con un grande coraggio, trovato chissà dove, avanzò ancora finché le fu possibile osservare il lago.
Si commosse a quella vista. Ben nascosta tra alcuni canneti c’era la piccola e tanto familiare spiaggetta di sassi. Era rimasta proprio uguale ad allora. Una sottile striscia di terra, raggiungibile tramite due gradini di granito e posta accanto a uno spiazzo erboso. Lì accanto troneggiava ancora la sagoma nera di una betulla che, viceversa, Katia ricordava più piccola. Vi si diresse senza più alcuna esitazione, assecondando la probabile fonte della misteriosa voce.
Si trovò presto al centro della spiaggia e osservò il lago che si increspava lieve alla brezza notturna. Un odore acre e dolce, forte, si impadronì delle sue narici. I ricordi della sua infanzia su quelle sponde la travolsero uno dopo l’altro. Gli stivali di gomma, la cassetta rossa degli accessori di pesca, il retino malandato con il manico di legno e il secchio grigio. Gli occhi di suo padre, le sue mani grandi.
“Devi staccare l’amo, così!” E lo rivide nitido, accanto a lei, in ginocchio sulla riva, mentre tratteneva abilmente una carpa che si dimenava con improvvisi e potenti colpi di coda. Le sue branchie si sollevavano e si richiudevano con spasmi veloci e rendendo possibile osservarne al di sotto la carne viva, pulsante, con il suo bel colore amaranto.
Tutt’a un tratto la voce si zittì. Fu improvvisa pace, beatitudine dei sensi. Dapprima percepì un surreale silenzio interrotto soltanto dall’infrangersi delle piccole onde sulla riva, poi si commosse incantandosi ad ascoltare altri delicati e puri rumori della natura; una serie di suoni, una vera musica, che ormai credeva di aver dimenticato per sempre.
Il canto del cuculo giungeva in lontananza e, da più vicino, quello delle cicale. Il vento spirava lieve agitando in un fruscio le fronde degli alberi, qualche pesce guizzava di tanto in tanto fuori dall’acqua, una rana era ben nascosta nel canneto e dei legnetti scricchiolavano con fragore sotto le suole delle sue scarpe. Pensò che tutto ciò che il lago inghiotte, poi restituisce alla sua spiaggia levigato, invecchiato, tramutato in una specie di tesoro.
La notte era finalmente tornata ad essere magica e meravigliosa.

Ad un tratto Il canneto si inclinò agitandosi con un borboglio e una grossa ombra la raggiunse in un baleno, afferrandola per un braccio e trascinandola a sé e verso il lago. Katia, urlando, cercò di divincolarsi da quella presa ma quella cosa era troppo forte, rabbiosa, invincibile. Uno strattone più deciso le provocò la perdita dell’equilibrio. Cadde prona, con il pieno viso nella melma e percepì l’acqua fresca del lago sommergerle prima le braccia e i capelli, poi le spalle. Lottò con tutta sé stessa cercando di ancorarsi con le unghie al terreno viscido, a qualche ciuffo d’erba cresciuto tra i sassi per sbaglio. Resistere fu impossibile e prima di percepire tutto il peso dell’acqua sommergerla per affogarla nei suoi invalicabili abissi, riuscì per un istante a scorgere le sembianze del suo terribile aggressore. Era una specie di Cecaelia, un mostro mitologico, un orrido incrocio tra un essere umano e un pesce. La sua pelle azzurrognola era ricoperta da alghe e esalava un forte odore simile allo zolfo misto al pesce marcio. Sulle mani esibiva squame e peli e al posto delle gambe, a filo dell’acqua, si agitavano irrequieti dei tentacoli del tutto identici a quelli di una piovra gigante.
Katia socchiuse gli occhi, certa che fosse giunta la sua fine e arrendendosi al suo tragico destino.
Sulla superficie del lago affiorarono alcune piccole bollicine trasparenti che svanirono al contatto con l’aria calda di quella notte senza luna e con poche stelle.
Katia reagì, agitò le mani in totale apnea e cercò di tentare una disperata risalita. Si ritrovò in un bagno di sudore e fortunatamente distesa sul suo comodo materasso. Il cuore pareva balzarle fuori dal petto, aveva gli occhi sgranati, era terrorizzata e incapace di calmarsi, delirante.
Solo dopo qualche minuto, dalla finestra aperta, osservando i colori dell’orizzonte poté realizzare il sopraggiungere di una nuova alba e si calmò. Un brutto sogno.
Si sedette sul letto con un rapido colpo di reni, adagiando la schiena alla testata di alcantara e asciugandosi la fronte con il bordo della camicia da notte. Sospirò più volte, con estremo sollievo.
Le sovvenne il ricordo di suo padre, che rivide in piedi, come accanto a lei. Percepì tutta la presenza di quell’uomo sempre severo, ne odorò il profumo. Ricordò tuttavia quanto nell’anima tenesse alla pesca e le sovvennero tutte le sue consuete filosofie. La pesca era paragonabile alla vita e avrebbe potuto insegnare il valore del tempo, l’attesa. E poi lo rivide in quell’espressione soddisfatta, quasi un sorriso, che sapeva illuminargli il volto soprattutto quando un pesce, abboccando improvvisamente, gli strattonava la canna.

Suo padre se ne andò da casa abbandonando Katia e sua madre. Si innamorò di un’altra donna molto più giovane di lui.
Katia per rabbia e anche per orgoglio non rispose mai ad una sua telefonata, a un suo qualunque invito e nemmeno trovò il coraggio o la forza di affrontare con lui l’accaduto. Era certa di odiarlo e desiderava soltanto dimenticare ogni cosa.
Katia fissò per qualche istante il vuoto, tamburellò le dita sul materasso. Si grattò la testa, si tappò le orecchie. Di nuovo quella voce:” Katy… Katy… sono qui!”
In uno slancio afferrò il telefonino appoggiato sul comodino. Lo osservò titubante e per qualche istante, prima di decidersi a comporre quel numero che giaceva ormai dimenticato nella rubrica. Pigiò con l’indice tremante l’iconcina verde, attese una sequenza interminabile di squilli augurandosi che il numero risultasse ancora attivo. Finalmente, dall’altra parte, udì una voce familiare sussurrare commossa: ”Katy? Katy … sono qui!”

Da quel giorno, come per miracolo, Katia guarì per sempre dal suo acufene e ricominciò persino a pescare.

AMNESIA 5.

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“Il ricordo della felicità è ancora felicità, il ricordo del dolore è ancora dolore.” (Lord Byron)

AMNESIA: SANDRINO.

“Bravo! Trovo che questo hotel sia carino e molto riservato. Mi piace sai? Però Sandro, spegni l’abat-jour per favore!”
“E tu infilati qui, al calduccio, su! Riusciamo a trascorrere così poco tempo insieme, non sprechiamolo.”
“Più avanti ci potremo incontrare più spesso Sandro, per ora accontentati, faccio del mio meglio. Non è facile per me, ogni volta, liberarmi di lei.”
“Sara, promettimi che un giorno non troppo lontano vivremo insieme. Ho bisogno di sapere che tutto ciò che sto facendo ha un senso.”
“Certo, non ne abbiamo già parlato mille volte? A proposito: come procedono le cose?” Domandò Sara, del tutto nuda, sollevando il pesante piumone e scivolando poi delicata nel letto accanto a Sandro. Le lenzuola fredde e umide le causarono un forte tremito.
Sandrino la avvicinò a sé, cingendola in un affettuoso abbraccio e rassicurandola: “ Tutto sta filando liscio e secondo i piani. Come già ti avevo raccontato, Mauro ha ripreso a bere e tra poco la falegnameria cadrà in completa rovina. Ho sperperato una gran parte del suo patrimonio. Infine credo che sua moglie, una volta a conoscenza dei suoi debiti e dei numerosi tradimenti non potrà che lasciarlo. Domani pranzeremo insieme e dunque potrò aggiornarti meglio la prossima volta. Questione di mesi Sara, ormai ci siamo!”
“Quella poco di buona, Natasha… non canterà vero?”
“Non credo proprio, dato il generoso compenso che abbiamo pattuito e non ritengo possa essere stupida. Stai tranquilla e serena, sta collaborando e mi riferisce ogni cosa.”
Sandrino la cinse con una forza tale da toglierle quasi il fiato. Il contatto con la sua pelle morbida e con il suo fisico esile gli donò immediatamente una enorme eccitazione.
Sara poggiò le labbra al suo orecchio e mordicchiandolo dolcemente gli sussurrò con voce sinuosa e roca: ”bene, ho bisogno di sapere che tutto procede senza intoppi. Sono stanca di fare questa vita, anch’io desidero trascorrere più tempo con te .”
“Allora cerca di non farmi attendere un’eternità per il prossimo appuntamento. Trova un modo. Ti desidero, sei fantastica. Ci ritroveremo qui se ti fa piacere. Tu chiami, io corro. Solo vorrei che possa accadere più spesso.”
“Grazie per la tua pazienza Sandro e grazie per il tuo aiuto ma… ti stavo per confessare che oggi non sono affatto tranquilla. Non posso trattenermi ancora a lungo. Lei è agitata, sospetta qualcosa. Ti fidi di me? Quando giungerà quel giorno, saremo finalmente liberi, liberi di stare insieme.”
“ E allora non perdiamo altro tempo Sara. E fammi un regalo, dimmi che posso riaccendere la luce… Vorrei finalmente poterti osservare mentre facciamo l’amore.”
“Ancora?” Sara si stizzì rimproverandolo: “non chiedermelo più, per favore. E’ presto. Non sono ancora riuscita ad accettare me stessa. Credevo di essere già stata chiara in passato e in merito a questo argomento. Pensi solo al tuo piacere, sei egoista. Proprio non riesci a comprendere la mia sofferenza!”
“Ma… detesto questo buio obbligato, ogni volta. Sei bellissima e non immagini quanto mi piacerebbe guardarti mentre… Non sai quanto lo desidero Sara, per me è davvero importante. E scusami, scusami se insisto.” Sandro, riavvicinò a sé il corpo di Sara che nel frattempo si era irrigidito e istintivamente inarcato all’indietro. Cercò le sue labbra e le baciò con passione. Carezzò ovunque quel corpicino esile e scolpito, perfetto e grazioso e presto si ritrovò sopra di lei. La possedette con entusiasmo e foga, accettando persino che quella oscura penombra potesse invadere tutta la stanza mentre fuori, alcuni raggi dorati di un bel sole probabilmente già alto, tentavano invano di oltrepassare le fessure delle persiane chiuse. Non riuscendo a penetrare nella stanza, si ripiegarono giù, nella piccola stradina pressoché deserta che proseguiva stringendosi e in risalita, serpeggiando tra erba bassa e ceppi di muschi per poi scomparire virando dietro una brulla collina.
Sospiri e gemiti trattenuti continuavano a risuonare discreti nella camera mentre tutta la valle, di tanto in tanto, sussultava per i passaggi roboanti e stridenti di un qualche treno in corsa.

AMNESIA: MILANO, CARA MILANO.

Percepiva gli occhi pungerle tramite fitte leggere come se ci fossero stati dei granelli di sabbia fine incastrati al di sotto delle palpebre. Forse una probabile mancanza di sonno cominciava a impadronirsi del suo corpo e sentì rimontarle un potente attacco di panico. Il cuore le batteva in petto all’impazzata, i polmoni risultavano incapaci di riempirsi profondamente causandole respiri faticosi, corti e troppo ravvicinati tra loro. La relativa mancanza di ossigeno le regalava dei ripetuti giramenti di testa che la obbligavano ad arrestarsi di tanto in tanto per appoggiarsi a qualsiasi sostegno casuale e del tutto improvvisato, nella speranza di riuscire a inspirare più aria. Era sfinita ma doveva resistere. Cinque minuti ancora, solo cinque minuti di cammino e avrebbe finalmente raggiunto l’abitazione di nonna Giulia. Lei soltanto avrebbe saputo consolarla e tranquillizzarla.
Alice sapeva benissimo che, data l’età, sarebbe stato meglio evitare di destare in lei ulteriori preoccupazioni, tuttavia era certa che nonna Giulia l’avrebbe aiutata, anche stavolta, esattamente come sempre.
Alice si sedette per un po’ su una panca di legno malmessa, sotto una pensilina. Qualcuno ne aveva imbrattato la tettoia trasparente con dello spray colorato. Si leggevano dei nomi e alcune scritte in inglese.
Osservò l’ambiente familiare. Un tram scivolava silenzioso e abbastanza lento, le larghe strade grigie antracite brulicavano di persone agitate che, come piccole formiche colorate si affrettavano in tutte le direzioni, per bisogno, abitudine o necessità. Milano le piaceva per questo. Sempre all’eccesso, attiva e precisa, anche artificiale, vicina da vivere ma nel contempo distante, surreale. Ma al contrario di molti non riusciva a reputarla una città “fredda”, piuttosto un luogo libero, privo di impicci e scevro da giudizi e in cui, volendo, sarebbe stato possibile diventare invisibile.
Deglutì più volte, riuscì finalmente a inspirare a fondo. Una nuvola di condensa si generò dalla sua bocca e presto fu seguita da un’altra. Anche l’aria della sua città quella sera pareva più frizzante rispetto al solito.
Rammentò ciò che provò quando, per la prima volta, si trovò a passeggiare in quelle stesse vie adiacenti al centro. Tutto quel lusso le apparì così ostentato e esagerato e in grado di poter convincere chiunque di essere almeno un po’ ricco, esteriormente o spiritualmente, a seconda dello stato d’animo. E pensò che già durante le prime settimane di permanenza in quella città era possibile percepirsene come assorbito, risultarne plasmato per divenirne parte quasi integrante del contesto, finendo per modularsi esattamente come gli altri a ripetere gesti e percorsi degli altri, con pensieri identici agli altri, come in un unico e grande macrocosmo che conservava la capacità di azzerare ogni singola individualità.
Milano era unica.
E Alice in quel momento si rassicurò: nessuno le avrebbe mai chiesto il motivo per cui non fosse salita su un bus che le si era appena fermato davanti, nessuno avrebbe notato la sua ansia e nemmeno tutto quel malessere che da sempre la attanagliava dentro.
E intorno solo infiniti movimenti e riflessi di passanti nelle vetrine talmente lucide da sembrare inesistenti, le merci esibite così perfette, i bambini per mano, i cani al guinzaglio. Gente al telefono, La fontana zampillante, luci in aria e sull’asfalto, sguardi agli orologi, rumori di tacchi, rari brusii e fruscii di un qualunque sacchetto.
I polmoni ricominciarono a immagazzinare la necessaria quantità di aria, il cuore le tornò a battere regolare. Il male oscuro se n’era andato ma Alice sapeva bene che sarebbe tornato presto, molto presto e può darsi ancora peggiore. Si rialzò riprendendo un po’ traballante il suo cammino. Giunse dinanzi ad un portone in legno appartenente ad un edificio ristrutturato. Le sfuggì un lungo sospiro. Da quella posizione, durante il giorno e osservando a est sarebbe risultato possibile scorgere alcune guglie del Duomo esibire nel punto più alto una piccola e graziosa madonnina, lucida e dorata.

Alice si lasciò cedere totalmente di peso sulla pulsantiera del citofono provando un enorme sollievo nel poter pigiare quel bottoncino di metallo.
Il portone si aprì subito con un ronzio lungo e improvviso. Nell’ atrio respirò profondamente quell’odore acre e particolare che ormai caratterizzava ogni indumento e ogni oggetto della nonna e che avrebbe saputo riconoscere ovunque, anche all’altro capo del mondo.
L’ascensore giunse senza attese al piano terra, schiudendo con un sibilo soffocato i suoi portelli e restituendole, tramite uno specchio posto al suo interno, l’immagine di una pallida e magrissima giovane donna dall’aspetto trascurato, che faticava nel sorreggere una comune valigetta di cuoio.

AMNESIA 4.

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“I ricordi sono come il vino che decanta dentro la bottiglia. Non bisogna mai agitarla, la bottiglia.” Mario Rigoni Stern.

AMNESIA: MAURO.

L’ orologio appeso al muro ticchettava indicando le 8.05.
La villetta di Mauro aveva da poco riaperto tutti i serramenti permettendo alla luce del nuovo giorno di filtrare nei locali, di sbieco. I raggi del sole rilucevano sul parquet scuro fino a raggiungere di riflesso la parete dirimpetto alla grande finestra, che esibiva con orgoglio e tra vari bagliori un vecchio pianoforte Yamaha verticale.
Mauro ripiegò il quotidiano riappoggiandolo sul tavolone rettangolare del salone e si diresse sotto l’apertura della scala a chiocciola in legno massiccio che conduceva su, alle stanze da letto.
“Vado Mirella! Oggi non rientro a pranzo, mi incontro con Sandrino.”
Dall’alto, un po’ in ritardo, giunse quasi echeggiante una voce femminile ancora roca:” D’accordo, ma ricordati che domani hai promesso a Daniele di accompagnarlo. Ha l’esame della patente!”
“Certo. Ciao tesoro!” Rispose Mauro, con enfasi e cercando di dimostrare entusiasmo. Invece, quella noiosa incombenza, gli avrebbe solo “spezzato” la giornata e in realtà l’aveva del tutto rimossa. Una volta raggiunto l’ufficio avrebbe dovuto riprogrammarsi tutta l’agenda rivedendo gli impegni della settimana, insomma, una grande scocciatura.
“Fai tardi?” Domandò ancora la stessa voce.
“Credo di sì. Ho molte pratiche da sbrigare questa settimana.”
Mauro raggiunse quindi il disimpegno, calzò le scarpe lucide in vernice e da buon narcisista, si contemplò nella raffinata specchiera dorata affissa proprio accanto all’attaccapanni. Si percepì parecchio soddisfatto. A sessant’anni poteva ancora contare su un ottimo aspetto, risultava affascinante e suscitava ancora un discreto interesse femminile. Si infilò un montgomery blu parecchio imbottito spettinando il lungo ciuffo brizzolato che gli ricadeva sulla fronte. Lo riaggiustò verso destra, con fare vanitoso e ritenendosi fortunato nel poter ancora possedere una folta capigliatura. Si specchiò accennando un sorriso del tutto sforzato. Da molto tempo non era più felice o forse, felice non lo fu mai stato.
Come ogni altra mattina cercò di ignorare il grande quadro appeso accanto alla scarpiera. Era un collage di foto risalenti a vent’anni prima: quel maledetto giorno del suo matrimonio, con Mirella e come ogni altra mattina, ripensò alla sua vita che non fu per niente facile.
Dopo un’adolescenza spensierata e nella norma, intraprese gli studi universitari dedicando loro parecchio tempo e costante impegno. Di una cosa fu sempre stato certo: si sarebbe laureato in biotecnologia e con il massimo dei voti.
Così accadde.
Suo malgrado, al termine dell’università e potendo contare su ottime possibilità economiche, preferì l’immediatezza di un impiego imprenditoriale a un banale praticantato sebbene il suo ingresso nel mondo del lavoro non fu certo memorabile. Nonostante avesse acquisito un ottimo bagaglio conoscitivo e fosse dotato di logica e spiccata intelligenza, percepiva una sorta di maledizione incombere grave sul suo senso degli affari. Qualsiasi investimento si sentì di intraprendere durante la sua carriera lavorativa, col trascorrere del tempo, si rivelò del tutto fallimentare. Con il passare degli anni aveva dovuto metabolizzare questa sconcertante realtà dei fatti e lottando per smorzare il suo esagerato orgoglio, giunse alla conclusione di doversi avvalere di un amministratore finanziario che si sarebbe dovuto occupare del capitale aziendale in maniera accurata e che si fosse accollato l’arduo compito di verificare e approvare ogni sua mossa e ogni relativa scelta economica.
In passato aveva rischiato davvero moltissimo. Un paio di volte era persino andato vicino alla confisca della sua abitazione a causa di un’ipoteca. Fortunatamente, forse grazie a una buona stella e a un congruo capitale ereditato da suo padre, riuscì sempre a scamparla. Mai gli venne meno il coraggio di ricominciare, di rimettersi in gioco in un’altra attività e questo fu senza dubbio encomiabile.
Nonostante nel corso degli ultimi anni non fosse riuscito ad accantonare alcun risparmio, la sua attuale azienda di falegnameria gli regalava comunque una certa soddisfazione sebbene, soprattutto ultimamente, fossero emersi alcuni indesiderati problemi finanziari che sommandosi alla crisi economica, ne stavano indebolendo notevolmente gli introiti.
Ne aveva già parlato e a lungo, con Sandrino, il giovane amministratore che da anni oramai si occupava della sua azienda. Pareva ancora un ragazzotto poco più che trentenne ma aveva da subito dimostrato ottimo fiuto e più che eccezionali competenze. Tra i due era nata una forte amicizia, basata sulla stima e sulla fiducia reciproca e tra loro regnava un’ottima intesa. Mauro dunque, non poté che rassegnarsi alle spiegazioni così precise e affidabili di Sandrino che lo esortavano a pazientare per qualche mese. Presto si sarebbe riavuta una ripresa su tutti i fronti e l’azienda ne sarebbe risultata fortemente consolidata, soprattutto in ambito economico e Mauro avrebbe così potuto godere di nuove entrate. D’altronde si erano resi necessari diversi investimenti, tra cui e in particolare, l’apertura di quella filiale estera che avrebbe permesso un notevole risparmio in materie prime e manodopera e il cui costo si sarebbe ammortizzato a breve termine.
Da una parte Mauro si percepiva tranquillo affidandosi all’amministrazione del giovane, dall’altra non poteva evitare di rivivere col pensiero, ancora una volta e uno per uno, i suoi multipli e disastrosi fallimenti.
Gli capitava di osservare Sandrino e di rivedere se stesso, da giovane e immancabilmente, gli sovveniva alla mente quel terribile incidente, con tutte le sue conseguenze.
Ripensò a quanto si prese a cuore quella bambina che aveva perso, nello stesso istante, entrambi i genitori. Non la rivide più, se ne fece una ragione. Odiava ancora e nel profondo quella donnaccia di sua nonna, così detestabile, acida e crudele.
I sensi di colpa l’attanagliarono a lungo, per interi anni, inasprendo pian piano i suoi sentimenti fino a spegnerli.
Pensò di aver trovato l’unico modo per tutelarsi dalla pazzia. Smise persino e lungamente di bere frequentando con successo il circolo per alcolisti anonimi.
Quando incontrò Mirella, dovette apprezzare in lei la sua serenità, la sua onestà e i suoi buoni sentimenti. Fu proprio lei a sostenerlo in quel periodo difficile della vita, contribuendo ad affievolire il suo malessere e a consentirgli la speranza di una possibile rinascita.
Come spesso accade purtroppo, trascorsi i primi anni di euforia coniugale, Mauro cominciò a percepirsi limitato e asfissiato da mille impegni. La nascita di suo figlio Daniele rivoluzionò la tranquillità familiare, con tutti i suoi ritmi, impedendogli ogni sorta di relax. Mirella si faceva sempre più opprimente, necessitava sempre di qualcosa: “tienimi il bambino, dammi una mano, c’è da buttare la pattumiera, stanotte se piange ti svegli tu!” Un susseguirsi di comandi e di incombenze, di bisogni e di urgenze che lo facevano andare “fuori di testa”.
Così, come per sfogo, cominciò a tradire Mirella e a trascorrere fuori casa quanto più tempo gli fosse possibile. Si dedicò anima e corpo al lavoro e alle adorate giovani segretarie che si susseguivano una dopo l’altra e sempre più rapidamente. A Mauro non interessava davvero il motivo per cui tutte quelle belle ragazze accettassero di finire a letto con lui, se fossero motivate dall’attrazione o lo desiderassero soltanto per ottenere un impiego. Ambiva solo a sfogarsi, desiderava tradire, lui voleva solo scoparle e, ogni volta, poter provare quanto più piacere possibile. Aveva bisogno di dimostrare a se stesso di essere ancora un uomo attraente e vivo.
Giorno dopo giorno, il coraggio di lasciare Mirella venne sempre meno,le sue origini nobili e di buona famiglia gli garantivano la sicurezza economica e un bel capitale. Inoltre grazie alla sua attività indipendente e imprenditoriale, avrebbe potuto ugualmente ritagliarsi ogni sorta di spazio, di giorno o persino di notte, senza particolari problemi. Può darsi che Mirella fosse a conoscenza dei ripetuti tradimenti, magari li sospettava soltanto. Diverse volte Mauro aveva avuto quell’impressione e aveva anche intuito che la loro relazione fosse ormai divenuta forzata, da ambo le parti e tenuta insieme solo da un filo sottile: Daniele.
Triste? Forse, ma il dover vivere senza alcuna sicurezza economica lo sarebbe stato ancora di più.

Mauro varcò mesto l’uscio di casa imboccando il vialetto ciottolato della graziosa villetta e fu presto accanto alla BMW nera parcheggiata sulla via accanto al cancello. Osservò il cielo piacevolmente azzurro cercando di allontanare ogni gravoso pensiero. Un venticello rendeva limpido l’orizzonte nel quale si stagliava ancora candido il Bernina. Il grande campanile, appena visibile dalla sua abitazione, echeggiava fino alle montagne i suoi rintocchi che, in perfetto orario, scandivano le 8.30.
Ripassò mentalmente gli impegni della giornata: avrebbe rivisto il suo piano settimanale, alle 10.15 avrebbe avuto l’incontro con il petulante organizzatore della fiera dell’artigianato. Avrebbe poi pranzato con Sandrino, sbrigato pratiche e carteggi appoggiati sulla sua scrivania e avrebbe atteso smanioso finalmente l’ora di cena. Il lunedì e il giovedì erano contraddistinti dall’appuntamento serale con quello schianto di Natasha; una giovane ragazza dell’est, da poco in Italia. La frequentava da mesi, stabilendo quasi un record e tutto il merito andava al suo caro e buon amico Sandrino. Fu lui a presentarla a Mauro, durante un noioso party aziendale. Aveva notato l’amico particolarmente giù di tono e con un calo di entusiasmo e di interesse verso le donne. Mauro gradì parecchio quel gentil pensiero che gli permise di risollevarsi il morale.
Alla guida della sua auto si perse nel ricordo del loro ultimo amplesso, delle vibrazioni di quei seni così naturali e pieni. Ripensò ai suoi movimenti sinuosi, al suo ondeggiare, al suo ansimare e gemere e al risollevarsi di quello sguardo intenso di gatta vogliosa dopo il consueto servizietto.
Mauro percepì una rapida pulsione sotto la patta dei pantaloni e si specchiò nuovamente nel retrovisore, di sbieco, con una smorfia assai soddisfatta e degna di un primo attore.

AMNESIA 3.

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“Perdere il passato significa perdere il futuro.” (Wang Shu)

Il treno sobbalzava veloce sui binari. Alice tentò di rilassarsi socchiudendo gli occhi e lasciandosi cullare dal dondolio della carrozza ma l’inquietudine non la abbandonò. Rizzò il busto in avanti, all’improvviso. Fissò fuori dal finestrino. Il treno aveva lasciato la stazione gialla soltanto da qualche minuto ma aveva già ripreso la sua corsa veloce seguendo una curvatura dei binari.
Voltandosi avrebbe potuto notare le montagne allontanarsi, restare indietro, tuttavia, ciò non sarebbe accaduto con la sua malattia. Sebbene fosse stanca e ancora infreddolita, non riuscì ignorare la sua coscienza. Avrebbe desiderato far finta di niente, come sempre anche quella volta, rimanendo sul sedile di pelle logora, e un po’ strappata, senza dar peso all’accaduto restando così ad attendere soltanto passivamente di raggiungere la sua città. Ma stavolta fu diverso. Qualcosa di forte, una specie di curiosità o forse un senso di colpa, la scuoteva nel profondo. Si decise, doveva farlo: sarebbe scesa a Sondrio nonostante avesse acquistato un biglietto fino a casa, per Milano.
Si diresse all’uscita. Si affrancò a un sostegno metallico per evitare di perdere l’equilibrio mentre il treno, stridendo e sbuffando, si arrestò alla sua prima fermata, spalancando tutti i suoi portelli, con improvvisi e fastidiosi sibili ripetuti di aria compressa che la fecero sussultare più volte. Alice si lasciò precedere da un anziano curvo e stanco che lentamente, appoggiando una mano all’interno del vagone e prendendo cauto i gradini di sbieco, imprecò contro l’aria gelida che penetrava anche nella carrozza suscitando nuovi brividi e freschi ripensamenti. Una volta a terra affiancò il vecchietto e accelerò il passo per seguire, poi, a rispettosa distanza, due uomini molto eleganti che indossarono dei cappotti di lana. Uno di loro disegnava una maleodorante scia di fumo che, bianco, proveniva da una sigaretta, appena accesa.
Attese il taxi. “Via Mazzini, 14. Grazie.” Ordinò.
L’autista richiuse la portiera posteriore e si accomodò alla guida impostando la relativa tariffa e azzerando il contachilometri. La sua grossa e inquietante sagoma occupava quasi tutto l’abitacolo mentre l’auto scura svoltò a diversi incroci percorrendo strade anche poco trafficate, chiuse tra palazzine grigie modulari, tutte uguali e impiegando circa una ventina di minuti per raggiungere la destinazione.
All’indirizzo del post-it corrispondeva un hotel chiamato “White Lady” che, a giudicare dalla relativa insegna, offriva anche i servizi bar e gelateria. Alice pagò il compenso dovuto al tassista e si osservò attorno mentre la vettura scivolò con fretta dietro l’angolo lasciando la via. Quella era una zona abbastanza periferica della cittadina, alcune villette dal tetto appuntito e molto caratteristiche si succedevano una dopo l’altra, con i loro graziosi giardinetti curati e circondate da siepi, perfette, ma così tanto rinsecchite a causa del freddo da apparire quasi finte. E ora? Quei luoghi non le ricordavano nulla e non aveva la più pallida idea di cosa dover cercare. Nella sua mente regnava il vuoto più assoluto.
Come per istinto varcò la soglia dell’hotel. Le si aprì un localone chiaro e asettico, molto scialbo, nonostante, risultasse lucido e pulito. Un grande lampadario di cristallo sovrastava la hall e in fondo al salone spiccava un bancone grigio, probabilmente adibito a reception. Una piacevole sensazione di tepore la accolse immediatamente, rinfrancandola. Una giovane donna apparì dinanzi a lei. “Buongiorno e benvenuta! In cosa posso esserle utile?” Le domandò briosa, con voce accomodante e un tono sopra di un’ottava.
“Buongiorno a lei. Vorrei solo usufruire del bar.” Alice cercò di mostrarsi serena.
“ Certo! Venga la accompagno”. Cantilenò la donna mentre Alice, seguendola, non poté fare a meno di notare che calzava delle decolleté con tacco dieci, rosse fiammanti. In pratica le giungevano alla vista come un pugno nello stomaco, così malamente abbinate a un completo blu scuro. Quella sottile silhouette era strizzata da una giacca che evidenziava un vitino stretto, da vespa, è da una gonna a tubino, così tanto attillata, da impedire movimenti naturali, tuttavia, risultava strana ma estremamente sciolta e un uomo l’avrebbe senz’altro definita molto sensuale. Alice invidiò quella sicurezza che non avrebbe mai potuto appartenerle, sempre combattuta a dover ricordare, a lottare con la parte oscura che albergava in lei. Avrebbe desiderato possedere più autostima di sé anziché percepirsi così, fragile, senza fiducia e in totale balia dell’ignoto.
Giunsero in prossimità di un locale semivuoto, che dava l’idea di essere stato arredato alla bell’e meglio e che avrebbe dovuto simulare un bar. Alla parete era poggiata una struttura a mensole che sosteneva alcune bottiglie e preceduta da un corto bancone disordinato sul quale erano stati posti dei diversi bigliettini da visita, due cestini ricolmi di bustine di zucchero, una lattiera vuota, un paio di giornali e un salvadanaio in porcellana a forma di maiale e abbastanza ridicolo. Dei tavolini che ricordavano i banchi di scuola erano sistemati a semicerchio e tutt’intorno lasciando libera tutta l’area centrale della stanza. Al muro opposto appendeva una larga stampa in bianco e nero di New York.
“Attenda qui, le mando subito il barista!” Si sentì di rassicurarla la donna, forse notando l’evidente titubanza di alice. Si allontanò poi tacchettando e lasciando nell’aria una scia delicata ma persistente di un ottimo profumo di agrumi.
Era ovvio che il bar ambisse a servire soltanto gli ospiti dell’hotel e, se mai ce ne fossero stati, avrebbero senz’altro avuto di meglio da fare a quell’ora che, a ben vedere, riusciva ad essere persino sbagliata per una banale merenda.
“Oh buongiorno signora, ci rivediamo!” Esclamò un ragazzotto varcando la soglia e rimostrando una certa confidenza.
Alice si pietrificò muta con lo sguardo fisso a un grosso bottone cucito sulla sua divisa bianca.
“Signora, tutto bene?” Domandò preoccupato lui.
“… sì, abbastanza, mi scusi ma ho un po’ di mal di testa, a parte questo… sì.”
“Mi dica signora, cosa posso servirle?”
“… Una … una cioccolata calda per favore.”
Mentre il giovane le dava le spalle già alle prese con la caraffa del latte, non fu facile per Alice ragionare lucidamente e trovare il modo di indagare senza generare alcun equivoco. Quando il tizio ancora sorridente si voltò porgendole la tazza fumante, Alice azzardò: ” le dispiace se la bevo qui, al banco?”
“No, niente affatto signora. Può mettersi dove meglio crede!”
“Mi scusi… ma… lei si ricorda di me?”
“Certo. E’ stata qui stamane. E anche una decina di giorni fa. Ho un’ottima memoria visiva e inoltre, in questo periodo, non è che qui passi poi così tanta gente. L’ hotel è un po’ distante dal centro e ormai l’inverno volge al suo termine, può star certa che fino a Pasqua, qui, sarà un bel mortuorio!” E inclinò la bocca d’un lato, in segno di evidente rincrescimento.
Alice sforzò una battuta: “ E io, che pensavo di passare inosservata!”
“Ma signora, se posso permettermi… anche senza trucco o spettinata che sia, so ancora riconoscere una bella donna.”
Alice colse un certo sfavillio negli occhi del giovane che aveva cominciato ad ammiccarle senza mostrare alcuno scrupolo né tantomeno un briciolo di vergogna. Accingendosi a riordinare il banco in special modo attorno alla tazza di Alice proseguì persino, abbassando il tono della voce e rendendolo palesemente confidenziale:” stamane non ho avuto l’occasione di poterle fare dei complimenti… mi era sembrata un po’ nervosa. E non oso mai fare apprezzamenti alle donne davanti ad altre persone. E poi… il suo collega non l’ha lasciata sola, neanche per un istante. Come avrei potuto?”
Alice sbiancò. “Scusa… hai detto il mio collega?”
“Oh mi scusi! Forse ho frainteso, ma sa… l’ho pensato a causa delle poche parole che ho sentito. Cioè, voglio dire, da quel po’ che, senza volerlo, mi è giunto all’orecchio e ho dato tutto per scontato. Le chiedo venia signora!” Esclamò tutto d’un fiato il ragazzotto e le sue gote, in quel momento tradirono evidente vergogna, divenendo dello stesso colore di una bottiglia di rosé appoggiata sulla mensola, proprio accanto a lui.
“Figurati, non è un problema!” Alice si sforzò nel tranquillizzarlo nonostante avvertì rimontare forte l’ansia, da dentro. Fu colta da una vampata di calore e percepì le sue ascelle inumidirsi. Le mani cominciarono improvvisamente a tremare incontrollate e fu costretta a infilarle per qualche minuto nelle tasche del giaccone dove, suo malgrado, ritastò i biglietti del treno trovandosi travolta da una nuova ondata di impotenza.
Tutto era divenuto insopportabile, non sarebbe più stata in grado di ragionare lucidamente o di porre nessun’altra domanda, aveva esaurito ogni forza. Avrebbe ambito a farsi descrivere quel personaggio, ma come fare? Sarebbe stata disposta a pagare oro per riuscire a conoscere anche un solo particolare emerso dall’ipotetica conversazione alla quale il giovane aveva assistito o per sbaglio o intenzionalmente, non avrebbe avuto davvero nessuna importanza. Certo sarebbe tornata, un altro giorno, non troppo in là. Lo doveva a se stessa. Si ripromise di andare quanto più a fondo possibile in quella vicenda. Per quel giorno poteva bastare e inoltre, insistendo, aveva soltanto alimentato dei rischiosi sospetti.
Con lo stomaco chiuso a causa di un senso di nausea e in completa agitazione, cercò di terminare la sua cioccolata ancora bollente, a piccoli sorsi, scottandosi persino la lingua. Salutò gentilmente con un: “a presto caro, grazie di tutto!”
Allungò poi le monetine sul piattino posto a fianco della cassa e risalì su un taxi dove, assai sfinita e preoccupata, pensò che fosse finalmente giunto il momento di far ritorno alla sua confortevole dimora.

Durante il viaggio non riuscì a pensare ad altro. Dunque un uomo. E che discorsi avrebbero mai potuto sostenere? E l’avrebbe incontrato per caso? Non avrebbe avuto nessuna risposta, non avrebbe cavato un solo ragno dal buco. Doveva accontentarsi di ciò che aveva scoperto e farselo bastare, per ora. La notizia di quell’incontro l’aveva scossa quanto una lenta tortura. Il nulla giungeva sempre senza preavviso, si faceva largo, con forza e senza chiedere permesso. Ogni volta la violentava con foga, sorprendendola ovunque: sveglia, nel sonno, in casa o fuori e annientava tutta la sua persona fino a rubarle l’anima. Si percepiva poi sventrata e addirittura sviscerata e ancora peggio, soggiogata e beffata con l’oblio e ogni volta, della vera Alice restava meno e sempre meno, in un delirante e ripetitivo iter che non aveva fine.

AMNESIA 2.

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“Abbi cura dei tuoi ricordi perché non potrai viverli di nuovo”. Bob Dylan.

AMNESIA: ANCORA IL PASSATO, UN PO’ DI FATTI.

La finestra di ferro e priva di tendaggi dava su uno spiazzo rettangolare delimitato da un cancello automatico con una sbarra. Si sollevava e si abbassava, si abbassava e si sollevava, mille volte al giorno, anche di notte.
Ad alcune vetture veniva concesso il permesso di accedere dentro al cortile mentre fuori dalla recinzione si poteva scorgere un pezzo di super strada sempre trafficata e un grosso parcheggio di cemento zeppo di auto che rilasciavano abbagli sotto i raggi del sole.
Alice gironzolava irrequieta nella sua stanza pensando alle sue coetanee che in quelle giornate stavano frequentando regolarmente la scuola, gli sport e i vari divertimenti mentre lei era segregata e confinata tra quattro muri lucidi e bianchi che ormai mettevano la nausea soltanto a guardarli. Le pareti erano spoglie e desolate, il letto freddo e rigido.
“Alice, è ora dell’elettroencefalogramma!” Un’infermiera bionda e riccia, avvolta in un lungo camice azzurro la chiamò arrestandosi sulla soglia. Reggeva una cartella clinica sulla quale stava apponendo dei segni con una penna a sfera nera. Le rivolse uno sguardo fugace e sorrise con un solo angolo della bocca.
Alice lanciò un’altra occhiata giù dalla finestra e poi si diresse dietro all’infermiera affiancandola nel corridoio.
“Quando potrò andare a casa?”
“Quando scopriremo come curarti, cara.”
“Sono stanca, mi annoio, sono qui da due mesi!.”
“Hai ragione tesoro ma devi resistere ancora un po’. E’ un sacrificio che stai compiendo per migliorare il resto della tua vita. Hai delle amnesie frequenti, lo sai vero? Le vogliamo monitorare o no? E’ nostro dovere trattenerti per capire se esiste un modo per prevenirle o almeno per renderle meno invasive. Ecco, ieri… ieri sera cosa hai fatto?”
“… Non me lo ricordo.”
“Te lo dico io allora! Sei uscita dalla tua stanza e sei scesa con l’ascensore a piano terra. Un ausiliario ti ha sorpresa mentre davi dei pugni alla porta di entrata della rianimazione. Ti ha poi riaccompagnato nella tua stanza ed è stato persino costretto a sedarti con un tranquillante perché urlavi e non ti riuscivi a calmare. Scommetto che non ti sei accorta di nulla!”
“Infatti.” Rispose Alice abbassando il volto e osservandosi le piccole mani pallide.
“Ecco dove sta il problema cara Alice. Ti devi curare. E la settimana scorsa è successa più o meno la stessa cosa. E adesso fai la brava, stai tranquilla e fidati di noi.”
Alice non pronunciò più una sola parola. Venne intimata a distendersi semi-nuda su una branda davvero scomoda e fu ricoperta come sempre da gel e ventose. Chiuse gli occhi riuscendo a trattenere le lacrime grazie a un solo pensiero: tra meno di una mezz’ora sarebbe stato orario di visita e finalmente avrebbe potuto riabbracciare sua nonna.

Nel corso della sua vita era stata ricoverata più volte e per mesi. Fu sottoposta ad ogni genere di esame, fu visitata dai migliori neurologi di tutta Italia e furono interpellati anche numerosi specialisti provenienti da ogni angolo d’Europa. Una volta fu valutata anche da un tizio, un certo genio giapponese, dal nome impronunciabile. Ma Alice intuiva che tutti quei dottori tenevano di più allo studio della malattia che alla sua guarigione. Si percepiva come una cavia da laboratorio. Erano tutti davvero interessati alle sue amnesie ma, da ciò che captava a sensazione o tramite le discussioni alle quali spesso assisteva, avrebbero desiderato localizzare in maniera più precisa quell’area difettosa del suo cervello. La massa cerebrale conservava una miriade di misteri irrisolti e il suo deficit cognitivo e quell’amnesia così strana e attiva, avrebbe potuto aiutare la scienza, avrebbe magari regalato delle risposte e donato l’input per qualche ambita scoperta.
Spesso e volentieri gli specialisti non le rivolgevano nemmeno la parola se non per impartirle soltanto comandi. “Puoi sollevare la gamba e restare in equilibrio? Gira la testa a sinistra, brava. A destra? ..E ora per favore siediti dritta, qui.”

Quello, a tredici anni, fu l’ultimo ricovero di Alice. Da allora, lei e sua nonna Giulia evitarono di effettuare ulteriori esami, ignorarono ogni tipo di visita e vissero quella malattia in totale segreto poiché nessuno, proprio nessuno, durante tutti quegli anni di analisi continue, riuscì a essergli d’aiuto. Mai seppero dare una diagnosi precisa. Alice non ne trasse il benché minimo beneficio.
Anzi, le amnesie proseguivano sempre più intense. Se inizialmente avevano una durata di qualche manciata di minuti, col sopraggiungere dell’età adulta, queste si potevano protrarre per ore o addirittura le infierivano per un giorno intero.
Inoltre i medici avevano sempre espresso pareri contrastanti. Alcuni ritenevano che non ci si trovasse di fronte un comune caso di amnesia poiché avevano a che fare con una perdita di coscienza che causava dei “vuoti attivi”. Un’anomala reazione celebrale durante la quale Alice era in grado di muoversi e agire in maniera passiva e del tutto indipendente dalla ragione e dalla sua volontà. Altri invece lo avevano definito un caso del tutto eccezionale di “stato amnesico post traumatico”, senza tuttavia essere in grado di supportare questa diagnosi con tangibili prove o con i necessari riscontri scientifici.

Dopo aver consultato i tabelloni della linea ferroviaria e gli orari per il ritorno, Alice si percepì meno agitata. Si trovava in provincia di Sondrio e già alle 15,30 avrebbe potuto risalire su un treno per Milano. Sarebbero state sufficienti due ore e mezza per raggiungere la sua città.
La assalì un atroce dubbio. Estrasse nuovamente dalla tasca del giubbetto i biglietti che aveva da poco riscoperto e ne osservò le rispettive timbrature. Il primo era stato vidimato a Milano alle 7.24. Considerando di aver raggiunto Tirano soltanto alle 12, mancavano all’appello due lunghe ore. Allora inclinò il secondo biglietto per evitare il riflettersi dei raggi del sole e tentò di leggerne il timbro che, assai sbiadito, pareva indicare le 11.27.
Alice ritornò subito sui suoi passi per osservare di nuovo il grosso quadro elettronico che sovrastava la biglietteria. Spalancò gli occhi e senza accorgersi restò immobile, con il viso rivolto verso l’alto e la bocca un poco dischiusa. In quegli istanti realizzò che, con tutta probabilità, aveva potuto compiere solo una sosta a Sondrio per poi risalire sul treno successivo delle 11.30 sul quale, poco dopo, si sarebbe “risvegliata” senza ricordare più nulla. Si tormentò domandandosi perché mai, del tutto inconsciamente, avrebbe optato per una fermata in quella cittadina e per quanto si sforzasse di trovare una risposta, le tornava soltanto il vuoto più assoluto. A testa bassa e ancora pensierosa si lasciò alle spalle il caseggiato giallo di quella piccola stazione e si ritrovò presto in una piazzetta rettangolare dominata da una chiesa probabilmente edificata durante il periodo rinascimentale. Rimase incantata nell’osservarne le cupole tonde e il lungo campanile che si stagliava nitido, chiaro, come sovrapposto ad una vicinissima collina verde e piacevolmente incorniciato da uno sfondo irregolare costituito da brulle e spigolose montagne. Un’aria pungente le scivolava addosso, in provenienza dai pendii circostanti e nonostante il suo giaccone nero risultasse molto pesante, Alice tremava di freddo e batteva i denti con veloci spasmi incontrollati. A quel punto sperò di trovare un locale per scaldarsi almeno un po’ e mangiare qualcosa.
Subito le capitò di osservare una minuscola insegna illuminata da alcuni neon intermittenti che segnalava un piccolo bar, proprio dall’altra parte della piazza e, in men che non si dica, gli fu dentro.
“Buongiorno, scusi, la toilette?”
“Segua il corridoio, poi a destra.” Fu la risposta di un uomo sulla cinquantina che, dietro al bancone, le accennò vagamente la direzione con un movimento rapido e quasi impercettibile della testa calva. Tenendo gli occhi bassi continuava a strofinare, con fare ossessivo, un panno colorato su alcune stoviglie già del tutto asciutte.
Alice osservò l’umido e piccolo salone individuando nella penombra e in fondo al locale un angusto corridoietto. Appena lo imboccò poté notare una testa di cervo imbalsamata che decorava la parete. Rabbrividì, ritenendo di cattivo gusto tutto lo stile dell’arredamento. Alice adorava ogni tipo di animale e più volte aveva persino valutato un possibile e radicale cambiamento alimentare. Una parte di lei avrebbe desiderato già da tempo di divenire vegetariana ma la sua golosità innata per ogni varietà di salume, aveva sempre ostacolato quella decisione.
Un pesante portone di legno intarsiato cigolò aprendosi e obbedendo alla sua spinta. L’ultima cosa che avrebbe voluto fare in quel momento sarebbe certo stato slacciarsi la cintura e doversi abbassare i jeans. Il freddo della montagna le era penetrato bene a fondo nelle ossa ma, proprio per questo, il bisogno di urinare l’aveva accolta con impellenza.
Lo stanzino del bagno era privo di riscaldamenti, la piccola finestra era stata lasciata socchiusa dietro a una tendina scozzese e la sua pelle si raggrinzì ricordando una buccia di arancia.
Dopo aver risollevato i jeans ne riaccomodò le tasche accorgendosi della presenza di qualcos’altro dentro una di esse. Infilò bene a fondo la mano gelata e ne ricavò un post-it giallo, ancora colloso e sul quale, a matita e con una calligrafia sconosciuta, vi era stato annotato un indirizzo: “Via Mazzini, 14”. Lo rigirò. Dietro nulla. Lo ripiegò a metà e lo ripose con cura con i biglietti vidimati del treno.
Restò qualche secondo immobile, percepì il freddo avvolgerla e ghiacciarle nel profondo l’anima. Gli enigmi relativi alle sue amnesie la stavano consumando ogni volta di più e i semplici sentori cominciavano a prendere forma tramutandosi in indizi materiali, reali che le causavano paura, tanta paura.

Una volta accomodata ad un tavolino tondo, un po’ barcollante e di un pregiato legno massiccio, estrasse dalla valigetta il suo computer. L’indomani si sarebbe recata dalla nonna e le avrebbe confidato ogni cosa. Era parecchio preoccupata e, a dire il vero, l’ansia pareva divorarla.
Era già brutto sapere di compiere azioni senza consapevolezza, figuriamoci provare anche la brutta sensazione di aver combinato qualcosa di sbagliato. Ecco! Si trattava di questo: solo un presagio ovviamente, ma Alice non riusciva più a restare in pace con se stessa. Viveva costantemente tesa, in una specie di fitta oscurità.

Non trascorse mai un giorno, un solo giorno in tutta la sua esistenza, nel quale non avesse pensato a un’altra ipotetica vita priva di quel dannato incidente. Forse sarebbe stata una persona del tutto normale, avrebbe potuto svolgere un bel lavoro fuori casa. Magari si sarebbe potuta permettere un vero fidanzato, uno di quei rapporti assidui e durevoli e avrebbe potuto circondarsi di bella gente, di veri amici. Sarebbe stata considerata da molti estroversa, simpatica, allegra, e anche lei avrebbe potuto assaporare ogni genere di scialbo divertimento e magari la gioia vera, spensierata. L’esatto opposto di ciò che invece si trovava a vivere costantemente in solitudine, sempre impegnata a dover gestire un perenne e delicato equilibrio mentale contando soltanto sulla sua forza che piano piano veniva meno, esaurendosi.

Le furono portati dei pizzoccheri fumanti che non esitò a divorare a piene forchettate. Sgranocchiò due panini croccanti che afferrò da un cestino di vimini poggiato su di una piccola e inamidata tovaglietta rossa posta al centro del tavolino. Li trovò gustosissimi.
Si domandò da quanto tempo fosse a digiuno, avrebbe potuto tranquillamente divorare un altro intero piatto ma si trattenne, meglio non esagerare.
Una volta colmato lo stomaco, effettuò sul portatile una ricerca relativa alla città di Sondrio. Mentre inseriva la via indicata sul bigliettino nella barra di Google, le comparse automaticamente un relativo suggerimento: “Sondrio Hotel Vittoria”, forse uno spam pubblicitario. Vi cliccò e poté osservare le immagini di un piccolo e grazioso albergo collocato proprio al centro di quel paesotto. Non sarebbe mai riuscita a definirla una città!
Per quanto quei paesi conservassero senza ombra di dubbio il loro fascino, Alice non avrebbe mai potuto vivere in luoghi simili: amava le vere metropoli.
Era originaria di Pavia e da pochissimo si era trasferita a Milano. Nella sua avventura aveva coinvolto anche l’amata nonna Giulia. Volle lasciare quei luoghi che le ricordavano la triste infanzia e, considerando le sue serie problematiche di salute, la città avrebbe certamente offerto più opportunità e le sarebbe risultato più facile passare inosservata.
Alice aveva ormai deciso che avrebbe evitato ogni tipo di struttura ospedaliera e per quanto più tempo le fosse stato possibile, tuttavia qualora avesse avuto una particolare urgenza, Milano si sarebbe rivelata di gran lunga la migliore. Infine avrebbe persino duplicato le possibilità di poter trovare un’occupazione seria e abbastanza remunerativa da poter svolgere tra i muri domestici.
E, complice un po’ di fortuna, ma anche grazie alla sua laurea di ingegneria informatica, trovò quasi subito un’opportunità di collaborazione presso una multinazionale, come manutentrice continuativa dei numerosi siti online. Lo stipendio che le proposero era piuttosto buono e Alice accettò senza remore quel discreto impiego. Fu felice almeno di questo, della sua indipendenza economica. Fino a quel momento era stata mantenuta dalla nonna grazie alla parsimonia con la quale aveva saputo gestire il risarcimento che le fu affidato dopo quel terribile incidente. Dell’attività dei genitori, purtroppo, non era rimasto più niente.

Quando nacque Alice, come spesso accade in numerose famiglie, Mirella preferì occuparsi della contabilità dell’azienda soltanto part-time. Subentrò quindi Mauro, il nuovo socio. Un giovane ragazzotto appena trentenne al quale affidare una buona parte del lavoro.
Ma le cose cambiarono parecchio e troppo velocemente. Quella che inizialmente sembrava una persona affidabile, si rivelò un vero fallimento e anche un disastro finanziario. Sparirono incassi, tracciati contabili, i dati dei magazzini andarono in parte persi. Bastò meno di un anno di quella nuova gestione a compromettere un’azienda solida, tramandata per tradizione familiare da generazioni e esistente da quasi cento anni.
Furono accesi svariati debiti che nessuno riuscì mai più a risanare. Fu la fine quando Mauro restò solo ad occuparsi della direzione. Nonostante Giulia non recuperò nulla da quell’attività, valutando la gravità dei disastri economici causati da quell’uomo, pensò chela faccenda si fosse conclusa sufficientemente bene, già così. Il ricavato dalla vendita all’asta di tutto il patrimonio immobiliare bastò fortunatamente a coprire per intero i debiti e fu così che terminò la storia relativa all’industria tessile Mainoni.
Nonna Giulia scoprì tutto quando ormai l’azienda era a un passo dalla catastrofe. Aveva accettato che Mauro continuasse ad incontrare la bambina soltanto perché, da vera credente praticante, non voleva certo impedirgli una redenzione, un riscatto. Tuttavia, nella sua intimità, non era riuscita a perdonarlo. Nessuno avrebbe potuto impedirle di pensare che l’uomo avrebbe dovuto rinunciare alla guida del mezzo, avendo bevuto troppo. Si era permesso di giocare con la vita di tre persone perdendo quella terribile partita. E quando Giulia venne a sapere anche dei danni economici causati all’azienda, riuscì a resistere ancora, a fatica, per quasi un anno finché maturò la decisone di comunicare a Mauro che le visite alla sua Alice non erano più gradite. Man mano che furono svelati nuovi particolari della vicenda Giulia non poté evitare di odiarlo e con tutta se stessa.
Alice non lo rivide mai più e nemmeno ne ebbe notizia e crescendo il suo ricordo si sbiadì lentamente, col passare dei giorni.

AMNESIA: IL RITORNO. 

Dopo aver raccolto qualche informazione relativa alla città di Sondrio che non aveva mai avuto opportunità di conoscere, Alice richiuse il portatile.
Pagò il compenso all’uomo alla cassa che stavolta la degnò almeno di sottecchi, di un misero sguardo. Lasciò il bar raggiungendo presto e nuovamente la stazione. Lanciò un’ultima occhiata per nulla nostalgica a Tirano e al suo maestoso campanile. Ritirò un nuovo biglietto e attese il treno al binario, in totale solitudine. La stazione, così deserta, pareva quasi un set cinematografico e avrebbe potuto tranquillamente appartenere a una città fantasma. L’intonaco si scrostava dai muri, tutti orientati a nord e ricoperti di muffe, forse a causa della troppa umidità e alla totale assenza di raggi solari diretti. L’aria gelida le imperversava ancora sul viso irrigidendole l’espressione, donandole la sembianza di una fredda statua di marmo. E a giudicare dai colori del cielo, il sole stava già cominciando a calare tra le alte montagne, rendendo l’atmosfera cupa e surreale e così tanto suggestiva da riuscire a trasformare un sogno qualunque in un incubo ad occhi aperti.

AMNESIA.

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AMNESIA: IL RISVEGLIO.

Un ricordo è qualcosa che ci lega indissolubilmente ad un “noi” passato e senza quella memoria cresceremmo incompleti, difettosi, come se avessimo vissuto solo a metà.
(Lady Nadia)

Ogni volta era come destarsi improvvisamente da un lungo sonno per poi scoprire una realtà peggiore di un qualsiasi incubo.
Il treno viaggiava lineare e veloce. Dal finestrino scivolavano ignoti paesaggi verdi di campagna, rinchiusi tra vette parzialmente innevate che andavano incastonandosi in un cielo surreale e terso privando chiunque di ogni immaginabile orizzonte.
La invase uno stato di puro panico. Il cuore accelerò il suo battito, il respiro si fece corto come se il vagone fosse privo di ossigeno. Tentò di inspirare profondamente ripetendo nella mente un mantra: ”E’ successo di nuovo ma andrà tutto bene… andrà tutto bene”.

Accanto a lei sedeva una signora sulla cinquantina e molto robusta. Aveva indosso una gonna di lana bordeaux che lasciava scoperte delle grosse ginocchia e risultava zeppa di peli bianchi, quasi irti, probabilmente appartenenti a un animale domestico. Non mostrava alcun segnale di sospetto o di interesse nei suoi confronti, era rimasta tranquilla e assorta nella lettura di un libro inarcando le sopracciglia in segno di totale coinvolgimento.
Alice si sforzò di mantenere una calma apparente, dopotutto era abituata a dover fare i conti con un’amnesia, sebbene, questa volta, fosse stata accompagnata da un brutto presentimento.
Osservò meglio fuori dal finestrino nella speranza di riconoscere qualche particolare del paesaggio. La corsa del treno proseguiva senza indugio attraversando vasti campi deserti, solo erba e piante e, di tanto in tanto, appariva come un miraggio un’isolata casetta di sassi o in legno.
In avvicinamento notò una piccola chiesina con un portone scuro e chiuso che scivolò via veloce, all’indietro, appartenendo presto già al passato.
Si rispecchiò nel vetro che le restituiva un’immagine distorta del volto e si rassicurò almeno un po’. A parte delle occhiaie e la totale assenza di trucco, l’aspetto corrispondeva alle sue aspettative.
La donnona al suo fianco emise un improvviso colpo di tosse secca che la riportò alla ragione. Cercò di ricordare qualcosa, un qualsiasi particolare che potesse aiutarla a ricostruire almeno un pezzetto di quel nulla, di quel terribile vuoto che, con tutta probabilità, sarebbe rimasto un totale mistero, come ogni altra volta. A quando risaliva il suo ultimo ricordo? Ancora stranita, non riuscì a darsi nemmeno questa risposta.
Frugò nervosamente nelle tasche del suo tiepido giaccone nero in cerca del telefonino ma vi trovò soltanto un morbido pacchetto di fazzoletti di carta ormai a metà e alcuni pezzetti di cartoncino che estrasse con un’inaudita e curiosa rapidità. Si tattava banalmente di alcuni biglietti, stropicciati e regolarmente vidimati.
Una parte di lei avrebbe desiderato ritrovare quel cellulare per potersi subito confidare con la nonna, l’unica persona a conoscenza di quel terribile disturbo ma, ripensandoci, meglio così. Si sarebbe parecchio agitata nel saperla dispersa in una remota località montana e reduce dall’ennesima amnesia. A ottantadue anni suonati non avrebbe potuto certo esserle d’aiuto in quella situazione.
Si rammaricò comunque per non aver ritrovato il telefono e si augurò di averlo lasciato nel suo appartamento.
In compenso si accorse di avere al polso il suo orologio preferito, quello in acciaio. Mentre un po’ intontita cercava di mettere a fuoco il quadrante che scoprì segnare le 11.55, notò a terra, accanto ai piedi, una valigetta in pelle che sobbalzava al ritmo delle rotaie, bene incastrata in verticale tra i due sedili. Fu quasi certa di riconoscerla. Piano piano e quasi al rallentatore, allungò una mano tentando di afferrarne la maniglia rigida e cercando di prevenire ogni possibile reazione della sconosciuta accanto a lei qualora la borsa fosse stata sua. Pregò con tutta se stessa di non essersi sbagliata.
Capitava anche questo. Dopo un attacco, poteva facilmente confondere i vari particolari, spesso delle cose insignificanti o piuttosto recenti, come se queste costituissero una specie di margine tra i ricordi e il vuoto.
Le sue amnesie giungevano all’improvviso e sempre gravi ma il più delle volte, interessavano soltanto la memoria a breve termine. Potevano cancellare del tutto cose o eventi accaduti nelle ore o nei giorni riguardanti la crisi e intaccare solo parzialmente i ricordi più vecchi. Spesso si dimenticava di oggetti o di avvenimenti banali e inoltre, ad ogni risveglio seguiva un po’ di confusione, uno strano caos mentale. Qualche ricordo, col tempo, poteva anche tornare ma qualcos’altro era irrimediabilmente perso, per sempre.
Il ripetersi di queste situazioni spiacevoli originava in lei una forte frustrazione e molta, molta rabbia. Davanti al suo destino si percepiva nuda e impotente ma non era sua intenzione arrendersi, voleva lottare per riconquistare quanta più vita possibile. I ricordi le appartenevano e nessuno avrebbe potuto avere il diritto di impadronirsene. Nessuno.
Sollevò indisturbata il borsone rettangolare e lo appoggiò sulle ginocchia. Ne trascinò piano la rigida cerniera accompagnandola lungo i tre lati, mentre con la coda dell’occhio, osservava ogni possibile variazione espressiva della donnona che, per fortuna, proseguiva indisturbata la sua avvincente lettura.
Alice si percepì risollevata ma presto fu nuovamente pervasa dall’ansia di poter ritrovare in quella valigia qualcosa di indesiderato o di compromettente. Evitò quindi di spalancarla del tutto cercando di creare soltanto un varco sufficiente per osservarci dentro. Infilò una mano tremolante in quella fessura e rimase persino graffiata a causa della zigrinatura della cerniera mentre cercava di tastarne il contenuto.
Riconobbe al tatto il suo mini portatile, il porta-documenti e anche il portafoglio. Estrasse quest’ ultimo immediatamente e verificò la presenza dei contanti e delle carte di credito. Si lasciò sfuggire un respiro di sollievo: tutto era ancora al suo posto.
Inoltre anche quel computer le avrebbe potuto dare una grossa mano. Una volta accertata dell’assenza di eventuali oggetti sconosciuti, dischiuse completamente la valigia nella speranza di ritrovare anche il telefono ma non fu così fortunata. A quel punto si rassegnò: probabilmente era andato perso.
Afferrò gli angoli del portatile nel tentativo di consultarlo ma dovette subito rinunciare. Un altoparlante annunciò che il treno stava raggiungendo il suo capolinea, la stazione di Tirano.
La signora al suo fianco ripose il libro in un sacchetto di plastica che rilasciava un odore intenso di formaggio e si sollevò a fatica, facendo leva con le braccia al sedile anteriore. Con le grosse mani si concesse una rapida stirata alla gonna e poi si accinse ad inforcare lo stretto corridoietto della carrozza. Alice la seguì mantenendosi a qualche passo di distanza mentre questa procedeva alla meglio e un po’ stizzita tra le soffocanti fila di sedili vuoti e potè notare che il resto dei vagoni avevano viaggiato del tutto privi di passeggeri.
Tirano? Quel nome le risuonava famigliare sebbene non avesse saputo assegnargli una precisa collocazione geografica.
Fu sorpresa da un forte giramento di testa. Dovette appoggiarsi per qualche istante alla parete prima di poter discendere i gradini per abbandonare la carrozza. Non appena si riprese percepì un fastidioso vuoto allo stomaco e pensò che sarebbe stato meglio fermarsi un momento e magari mangiare qualcosa per poter riflettere più lucidamente e accingersi a intraprendere il viaggio di ritorno verso la sua adorata casa, a Milano.

AMNESIA: IL PASSATO.

“Nonnina, nonnina! Dai, mi racconti ancora di quanto era bella la mia mamma? E il mio papà?”
“Lo sai già. Vieni qui!”
La nonna posò su uno sgabello accanto al camino crepitante il lavoro a maglia che era solita realizzare dopo cena. Allargò le braccia voltandosi ad osservare la piccola Alice, pronta ad accoglierla. Assomigliava tantissimo alla mamma, proprio come lei aveva occhi grandi, verdi e lunghi boccoli castani. A volte, mentre la bambina giocava e le dava le spalle, non poteva evitare le lacrime. Era così identica alla figlia!
Quel terribile incidente li aveva portati via entrambi, mamma e papà, mentre con Mauro, il nuovo socio, si recavano dal notaio ad apporre la firma per l’acquisto del magazzino che si era reso necessario per ampliare l’attività.
A causa di una visita medica programmata da tempo, quel maledetto giorno, Giulia fu impossibilitata ad accudire la piccola Alice che allora aveva solo due anni. Così, dal notaio, portarono anche lei.
La piccola riportò un violento trauma cranico dal quale si riprese del tutto ma i suoi disturbi di amnesia cominciarono soltanto qualche mese dopo.
I genitori morirono sul colpo mentre Mauro, che conduceva l’auto, fu baciato dalla buona sorte. Da quel terribile impatto ne uscì quasi del tutto illeso, non riportò altro che una frattura agli arti inferiori e ad un paio di costole. Se la cavò con qualche mese di ricovero ospedaliero al quale seguì un breve periodo di riabilitazione. Tuttavia le indagini e il relativo verdetto giudiziario portarono a un’accusa e alla conseguente condanna per “guida in stato di ebbrezza”.
Per tre lunghi anni, appena gli fu possibile e una volta alla settimana, Mauro si recò metodicamente da nonna Giulia desideroso di far visita ad Alice e mai, proprio mai, vi giungeva a mani vuote. Portava sempre con sé qualche gioco nuovo da regalare alla bambina e di conseguenza, Alice attendeva impaziente il passaggio di Mauro, ogni venerdì sera, anche per i suoi graditi doni.

Alice raggiunse la nonna che la avvolse in un caldo abbraccio e la accomodò sulle sue ginocchia. Quando la accarezzava, ormai come una specie di rituale, le passava la mano tra i capelli cercando di tastare quella brutta protuberanza al centro della nuca; ne verificava la consistenza e lo spessore, cercando di capire se, col passare dei giorni potesse migliorare o magari scomparire del tutto.
Giulia aveva bisogno di sapere che un giorno, quella brutta cicatrice sarebbe potuta finalmente sparire, per sempre. Eppure la nonna sapeva bene che quello non era l’unico sfregio che deturpava il gracile e meraviglioso corpicino di Alice.

… continua.