GIULIO IL FESSO.

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Sentito il trillo della sveglia, era balzato ģiù dal letto. Lo attendevano le consuete otto ore di fabbrica. La sera precedente aveva guardato la tivù, davano un film di supereroi, poi era andato a dormire, ma prima di prendere sonno si era rigirato più volte nel letto.
Quella mattina, con maggior intensità del solito, aveva realizzato di non aver combinato mai nulla di buono nel corso dei suoi cinquant’anni di vita. Se solo avesse potuto tornar utile a qualcuno, se solo fosse riuscito a compiere almeno una buona azione, finalmente la sua esistenza avrebbe acquisito un senso.
La vita coniugale altro non era che un ricordo lontano: qualcosa era andato storto. Di comune accordo i due coniugi avevano optato per una separazione, mettendo così fine a una serie interminabile di litigi e al terribile incubo rappresentato dal loro matrimonio.

Prima di buttar giù il solito caffè, rigorosamente amaro a causa di un principio di diabete, ancora assonnato si era trascinato in soggiorno. Dopo aver spalancato la finestra e aver tirato su le persiane, era stato travolto da una folata di aria gelida, che l’aveva fatto rabbrividire. Per qualche istante si era soffermato a guardar fuori, più per abitudine che per altro. Tutte le mattine osservava dal terzo piano la via principale; era ancora silenziosa e deserta, al punto che un qualsiasi rumore improvviso – come lo sgocciolio della pioggia o l’abbaiare di un cane in lontananza – sarebbe risultato fastidioso quanto un rullo di tamburo. Le strette vie del centro erano soffocate dagli edifici che, in quella parziale assenza di luce, davano l’impressione di esser stati ritinteggiati di nero durante la notte. Al risveglio, Giulio non provava nessun senso di eccitazione, né provava alcun sentimento di gratitudine verso quel destino che gli aveva regalato una salute piuttosto buona, mettendogli davanti la reale possibilità di vivere a lungo e bene.
Le campane batterono sei rintocchi e Giulio si scoprì a invidiare le persone di fede, che per il solo fatto d’aver recitato una preghiera o aver partecipato alla Santa messa, si sentivano felici. Lui non aveva più varcato la soglia di una chiesa dal giorno in cui si era unito a Sandra nel sacro vincolo del matrimonio, più o meno convinto di amarla, con in cuore il desiderio sincero di renderla felice. La causa principale della conseguente separazione, o perlomeno una sua buona parte, era imputabile alla sua eccessiva taccagneria. Sandra desiderava viaggiare quanto più possibile, la sua priorità era il divertimento; se ne infischiava delle faccende domestiche e intendeva godersi la vita. Per contro, Giulio viveva in maniera molto semplice, era un abitudinario dedito al lavoro, e anche al risparmio, che soleva smorzare sul nascere l’entusiasmo e ogni desiderio di sua moglie, negandole ogni richiesta e sminuendo ogni suo bisogno.
Non era mai stato un uomo altruista: odiava ricevere regali almeno quanto odiava dispensarli, e mai gli era capitato di offrire qualcosa a qualcuno, men che meno un misero caffè. Inoltre fingeva di non sentire, o peggio di dimenticarsene, qualora fosse stato necessario anticipare una somma di denaro, o nel momento in cui avesse dovuto restituire dei soldi a chichessia.
All’improvviso Giulio si era reso conto di quanto, nel corso della sua scialba esistenza, avesse sempre pensato solo a sé stesso.
Così, dopo aver abbandonato il pigiama ancora tiepido appallottolato malamente sul letto, si precipitò giù, in strada.

In testa gli era balenata un’idea grandiosa. Afferrò il telefonino che teneva in tasca, accingendosi a effettuare una breve telefonata al suo datore di lavoro per darsi malato.
Le vie pian piano cominciavano ad animarsi; quella mattina tutte le persone parevano avere qualcosa di importante da fare.
L’uomo si era appena avviato a piedi in direzione del centro, quando nel vicolo tuonò una voce a lui familiare: “San Siro si è allagato: troppi interisti in lacrime!”
In caso di sconfitta della propria squadra del cuore, Giulio era uno di quelli che mal sopportava che qualcuno ne facesse il nome.
Ebbene, si era ritrovato faccia a faccia con l’amico Giacomo, che, ben avvolto in una sciarpa della Juventus a causa del gran freddo, se la ghignava fissandolo con uno sguardo provocatorio e con un’aria di sfida.
Giulio aveva sentito aumentare la pressione sanguigna, aveva percepito tutta la muscolatura irrigidirsi, e la bocca gli era rimasta spalancata in seguito a uno spasmo involontario. Avrebbe emesso volentieri una bella imprecazione, invece si rammentò dei suoi buoni propositi, per cui si limitò a tirare un sospiro ingoiando il rospo. Deglutì, contò fino a dieci, e poi proseguì fino a venti. Sudando freddo, serrò le labbra contraendole in una smorfia, che sarebbe bastata ad esprimere il più grande disgusto, ma all’ultimo momento, facendosi quasi del male, la ricacciò indietro.
Evitando di incrociare lo sguardo dell’amico cretino, tirò dritto ignorandolo. Accelerò il passo e appena voltò l’angolo lo udì gridare: “Giulio, sei sicuro di star bene?”
Quando sbucò su una via secondaria, finalmente si sentì al sicuro.
Realizzò di esser tornato calmo e ricominciò a guardarsi intorno.
Gli sovvenne che da almeno un mese non aveva sentito sua madre al telefono; i due avevano sostenuto una discussione in merito all’ennesima questione economica famigliare. Giulio prese di nuovo in mano il cellulare e compose il numero della madre; scusandosi per la fretta, questa si congedò subito, dicendo al figlio che una sua cara amica era venuta a trovarla.

Il semaforo pedonale era ritornato rosso. Giulio notò una signora molto anziana, magra, così tanto magra che, nel vederla, chiunque si sarebbe chiesto come facesse a stare in piedi. La donna reggeva una borsa pesante con una mano, e con l’altra un massiccio bastone da passeggio.
Con tre balzi veloci Giulio le fu accanto, e proprio mentre si apprestava a distendere il braccio nel tentativo maldestro di afferrare il pesante sacco, un colpo forte e ben assestato sulla sua testa lo tramortì.
“Non si vergogna?”, sbraitò la donna; e, adirata, subito aggiunse: “Scippare la borsa della spesa di una povera vecchietta… lei brucerà per sempre all’inferno!”.
Per fortuna non un’anima viva sembrava aver assistito al ridicolo accaduto. E, inoltre, quell’arzilla signora non voleva sentir ragione. I suoi piccoli occhietti, tanto vispi quanto raggrinziti, carichi di austerità e disprezzo, senza palesare alcuna paura, fissavano il poveretto. Giulio trovò a malapena la forza di balbettare: “Ma io intendevo soltanto aiutarla, lei… Lei deve credermi!”. Per tutta risposta, con un vocione che pareva provenire dagli abissi, la donna gridò: “Non ti denuncerò se è questo che temi. Ti consiglio però di sparire in fretta, prima che mi parta l’embolo e cambi idea!”.
Ancora intontito da quel colpo molto ben assestato, Giulio cominciò a correre, rischiando persino di inciampare nell’ennesimo tombino sconquassato lungo la strada.

Solo quando fu abbastanza lontano dal luogo del malinteso, osò rallentare il passo. Ancora trafelato e dopo essersi asciugato col fazzoletto la fronte madida di sudore, si rimise alla ricerca della sua buona azione.
Una piccola folla si accalcava all’ingresso del supermercato attendendone l’apertura. Giulio notò l’immagine del suo volto riflesso in una vetrina. All’improvviso si rese conto di quanto il suo aspetto riuscisse a regalare un’impressione poco raccomandabile: la barba incolta di una settimana, la fronte rugosa, le sopracciglia lunghe e spettinate, i ciuffi di peli che gli facevano capolino dal naso; era ben chiaro che il suo viso era sciupato da un’insonnia cronica.

Un cane randagio di piccola taglia, con il pelo zozzo e arruffato, perlustrava affamato il grande parcheggio; fiutava ovunque alla ricerca di una possibile presenza di cibo. Notandolo, Giulio mosse alcuni passi, intendendo avvicinarsi a quella creatura indifesa, che senz’altro avrebbe potuto elargirgli una gran dose di amore incondizionato; ma questa si irrigidì, si inarcò, e prese pure a ringhiare digrignando i denti, trasformandosi in un essere alquanto mostruoso.
Una voce metallica, diffusa da alcuni altoparlanti, venne in suo soccorso. La terribile bestia scappò e si allontanò rapida all’echeggiare improvviso dell’annuncio: “Sono le nove, l’ipermercato apre e augura a tutti i clienti una buona giornata.”
Per come stavano andando le cose, al povero Giulio si sarebbe potuto dire davvero tutto, ma non che quella fosse una buona giornata. Tuttavia l’uomo si rese conto che era ancora mattina presto, quindi ritrovò un briciolo di speranza di poter compiere almeno una buona azione. Si aggirò piuttosto nervoso per le corsie del negozio e osservò i presenti uno per uno, finché s’imbatté in un bambino di circa quattro anni che disteso per terra, in prossimità della corsia dei giocattoli, urlava e piangeva a dirotto. Si lamentava con la sua mamma: “Non mi compri mai niente. Cattiva, sei davvero cattiva! Uffa, io lo voglio…”.
Con un fare fin troppo paziente, la giovane donna tentava di spiegare le sue motivazioni: “Oggi non posso spendere altri soldi, te l’ho già detto! Se ti comporterai bene e avrai pazienza, può darsi che Babbo Natale te lo regalerà.”
“Babbo Natale non esiste!”, gridò disperato il bimbetto, mentre il muco nasale già gli fuoriusciva dalle narici allungandosi in maniera elastica, fino a sfiorargli il labbro superiore.
Giulio si accovacciò accanto al bambino e gli sussurrò: “Oh sì, Babbo Natale esiste eccome!”.
Per tutta risposta, il discolo gli fece una pernacchia a un palmo di naso, riuscendo a sputacchiare il più recondito angolo del viso di Giulio.
A quel punto intervenne la madre, sollevando il piccolo di peso e mollandogli due forti meritate sculacciate, poi lo trascinò all’uscita, mentre il piccolo strillava come indemoniato.
Giulio fu colto dallo sconforto. Qualsiasi azione avesse intrapreso fino a quel momento e con la migliore delle intenzioni, si era rivelata del tutto sbagliata. Avrebbe senz’altro fatto meglio a rinunciare: la bontà non gli si addiceva per niente. Anzi, a ben pensarci, gli strilli del marmocchio petulante l’avevano proprio infastidito!

Sospirò ancora, e ancora, e ancora. Non sarebbe riuscito a realizzare il suo obiettivo, perciò si limitò ad acquistare una ventina di scatolette contenenti cibo per animali, lasciandole poi ricadere nel contenitore adibito alla raccolta volontaria per il canile.
Aveva appena deciso di arrendersi, quando scorse in fondo al parcheggio, in controluce davanti a un sole smorto, una sagoma piuttosto strana. In seguito realizzò la presenza di una donna, che indossava una gonna talmente lunga da sfiorare l’asfalto. Questa, chinandosi con il busto, tendeva ripetutamente la sua mano verso i passanti. Giulio le corse incontro.
“Buongiorno. Piacere, io sono Giulio. Qual è il suo nome?”
La donna lo osservò stranita, e dopo aver dichiarato di chiamarsi Jolanda, aggiunse: “Oggi no mangio. Per favore dai moneta me!”
“Non ti darò solo qualche moneta, io farò molto di più: ho piacere di regalarti tutta la spesa!”, le rispose Giulio, con estrema convinzione.
Gli occhi della donna si accesero di uno strano bagliore, e, senza pensarci su, dichiarò, abbozzando un sorriso: “Grazie, però, molto meglio soldi. Spesa dopo. Servire me anche surgelati e sono qui fino a tardi.” La donna non dimostrava più di quarant’anni, era parecchio sudicia, però non nascondeva di avere addosso parecchi gioielli.
Notando tutto quell’oro, Giulio fece un balzo indietro, tuttavia, ma solo in un secondo momento, si convinse dell’illegittimità del suo pensiero: se la donna avesse comunque posseduto quei gioielli senza mostrarli? Perché mai avrebbe dovuto liberarsene prima di chiedere l’elemosina? Talvolta oggetti simili detengono un valore affettivo oltre che economico, dunque avrebbero potuto appartenere alla madre, alla nonna, o magari esserle stati donati da un affetto davvero importante.
Quando Giulio si convinse – e non gli occorse poi così tanto – , mise mano al portafoglio per estrarre tutte le banconote che vi erano rimaste. Sudando freddo le porse alla signora: “Prendi, è tutto quello che ho.”, le disse balbettando.
Fu allora che Giulio si percepì finalmente soddisfatto, e sentì addirittura le farfalle dentro allo stomaco, o qualcosa del genere. Se solo avesse potuto comprendere prima cosa si prova nel compiere una buona azione, di sicuro non avrebbe atteso tanto a lungo per realizzarla.
Jolanda era impassibile, il suo volto era privo di espressione; viceversa Giulio era in estasi e sprizzava gioia da tutti i pori: quei soldi sarebbero bastati a sfamare per una intera settimana la famiglia di Jolanda; o magari una parte di essi sarebbe stata impegnata nell’acquisto di un biglietto, che avrebbe permesso alla donna di ricongiungersi ai suoi genitori lontani, o addirittura ai suoi nonni ormai ammalati. Perché qualcuno di davvero importante doveva esistere anche per lei, qualcuno di così speciale che aveva desiderato donarle quell’oro. Perché Giulio le credeva, o forse preferiva non credere alle dicerie della gente, che spesso addita i nomadi accusandoli di furto; in ogni caso, ciò che premeva alla sua coscienza, era il sentirsi finalmente felice e appagato.
Era diventato buono, era solo questo a contare, nient’altro.
All’improvviso si sentì travolto da una gran leggerezza d’animo e si rese conto che il grande pino, proprio al centro del parcheggio, era stato già addobbato, e che le vetrine del supermercato, come pure quella del giornalaio, erano state decorate in occasione del Natale.
Mentre si era incantato col naso all’insù, continuando a sorridere come un ebete nonostante il dolore alla testa, sull’altro lato del parcheggio transitava un’auto. Giulio non si accorse che Jolanda gettava dal finestrino un mozzicone di sigaretta, poi accelerava e sfrecciava via, a bordo di un BMW rosso fiammante, nuovo di pacca.
Senza smettere di fischiettare,
Giulio si avviò saltellando verso casa sua. Era presto, era solo la metà di novembre, eppure gli sembrava già di percepire una magica atmosfera natalizia.
Pensò che si era sempre comportato come uno stupido: tutto sommato gli era bastato così poco…

LA SIGNORA PIA.

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Questa casa, un tempo, doveva esser stata piuttosto accogliente”.
“Qui, sul citofono, si riesce ancora a leggere un nome: Pia, Pia Pozzoli. Ti dice qualcosa?”

Pia era una bambina curiosa, ma era anche un po’ strana. Strana perché a tutti regalava l’impressione di essere sempre intenta a pensare, e soleva farlo più spesso di quanto capita a un adulto.
Mentre qualcuno le parlava, lei aggrottava la fronte, tenendo a lungo lo sguardo fisso nel vuoto. Si distraeva facilmente, osservando le nuvole o l’orizzonte, oppure reggeva e rigirava di continuo tra le mani qualunque cosa che le fosse capitata a tiro: poteva trattarsi di una penna, di un fuscello di legno, di un soprammobile. Anche osservando gli oggetti comuni, lei riusciva a scovare sempre una sfumatura di colore, piuttosto che una leggera variazione della materia, una ruvidità inaspettata, un disordine nella trama, o il più minuscolo difetto. Insomma, si perdeva ad osservare cose che la maggior parte della gente non si sarebbe nemmeno presa la briga di considerare. E, infine, cercava la spiegazione logica di tutto.
Pia era in grado di fantasticare in una maniera tutta sua. E, per quanto le sue idee, che senza tregua le affollavano la testa, potessero risultare a dir poco geniali, apparivano talvolta fin troppo grandi per una bimbetta della sua età. Non risultava simpatica, né si poteva definire una chiacchierona. Quando era obbligata ad esprimersi, utilizzava un linguaggio così tanto forbito che, spesso, poteva dare sui nervi.
Tuttavia, dentro di sé, Pia coltivava un’infinità di sogni pazzeschi: desiderava colorare di rosa la Tour Eiffel, magari nebulizzando la pittura da un aereo in volo; oppure, osservando la fotografia del Colosseo, ragionava su come poterlo riparare, e, talvolta, si incantava persino a osservare dalla sua finestra la montagna che dominava la campagna circostante: stava valutando un modo per riuscire a incidere il suo nome su quelle pendici, in modo che si sarebbe potuto leggere anche a svariati chilometri di distanza. Per contro, non le importava nulla di tutte le cose che dicono o che fanno i bambini e non era interessata ai loro giochi, e nemmeno ai loro stupidi passatempi.

“No, io non mi ricordo di lei. Hai detto che è mancata tre anni fa, giusto?”
“Sì, ha campato per ben novant’anni.”

Quando Pia frequentava la scuola elementare e si ritrovava a dover studiare storia, provava una grande invidia per tutti quei grandi personaggi, che, per un motivo o per l’altro, erano riusciti a farsi ricordare nel corso degli anni, o addirittura lungo il corso dei secoli: Giulio Cesare, Leonardo Da Vinci, Galileo Galilei, Darwin.
E proprio grazie al suo sussidiario, si fece strada in lei l’ossessione che in seguito tormentò la sua lunga vita.
Pia era incuriosita da tutto. Un giorno, appena rincasata dopo aver partecipato a una Santa Messa domenicale, espresse alla madre il desiderio di imparare a suonare il pianoforte. In chiesa le era capitato di far caso al suono dell’organo, la cui viva e vibrante melodia aveva risvegliato in lei il desiderio autentico di diventare una musicista. Sua madre accolse con entusiasmo la richiesta. Trascorsero due settimane, e Pia prese la prima lezione privata. Apprendeva con facilità, grazie alla sua intelligenza; era una ragazzina caparbia, metodica, diligente nello studio. Imparava con naturalezza ogni genere di scala, gli accordi più difficili, e persino i solfeggi. Eseguiva in maniera sciolta gli esercizi che le avrebbero permesso di mantenere la corretta posizione delle dita sui tasti. Lezione dopo lezione, e anche piuttosto in fretta, diventava sempre più capace.
“Riuscirò a comporre una musica che risuonerà in tutte le radio e nelle orchestre di tutto il mondo!”, aveva esclamato allegra, una sera, abbracciando la madre, prima di andare a dormire.
Pia non si era limitata a suonare il pianoforte: grazie a un innato orecchio musicale e a uno spiccato senso del ritmo, maneggiava con scioltezza le nacchere, batteva grintosa sul tamburello, strimpellava la chitarra scordata che apparteneva a suo zio, e se la cavava persino con la vecchia fisarmonica del nonno, che nessuno sapeva di avere ancora e che era stata rinvenuta per caso, dentro un sacco di plastica, in cantina.
In egual misura, Pia amava anche la poesia. All’età di undici anni vinse un concorso scolastico per il quale era stato richiesto un componimento in rima. Fu fotografata con un largo sorriso e le venne dedicato un articolo che fu pubblicato su un giornale locale.
Dopo quell’evento, Pia si mise in testa di poter comporre, oltre alla musica, anche i testi delle canzoni, che presto si tramutarono in poesie, e che poi diventarono racconti di vario genere. Alla sera si ritagliava il tempo necessario per tenere un diario personale. Era costretta ad incollare sulle pagine, come appendici, dei fogli a righe, dato che lo spazio a disposizione non risultava sufficiente per raccontare le sue giornate. Tutte le sue agende erano stracolme, gonfie come un enorme ventaglio, e richiuderle era un’impresa impossibile.

“Ma, come può essere che io non l’abbia proprio presente? Sono nata qui, mi sarà pur capitato di incontrarla, che so!, per strada, oppure da qualche parte!”
“Sulla tomba, al cimitero, non c’è nemmeno una fotografia, e a malapena si riesce a leggere la sua data di nascita!”.

Pia non aveva mai trascurato l’arte e il disegno. Aveva eseguito alcuni ritratti. Con una matita riusciva a copiare qualsiasi cosa in maniera quasi perfetta, mancava però di talento nello stendere il colore. Tutte le volte che aveva provato a dipingere qualcosa, era stata sempre costretta a buttare via tutto.
Sin da ragazza adorava leggere libri di ogni genere: biografie, saggi, romanzi, ma aveva sempre privilegiato quelli indirizzati ad un pubblico adulto. Sugli scaffali della modesta biblioteca comunale del suo paesello non c’era volume che non avesse sfogliato, o almeno tentato di leggere. Vi trascorreva intere ore, dopo la scuola, soprattutto durante i pomeriggi più freddi, d’autunno e d’inverno. Leggeva, sognava, e volava via, lontano. Di tanto in tanto, soleva perdersi ad osservare oltre la grande vetrata, sognando di essere protagonista di una meravigliosa storia di cui era appena venuta a conoscenza. La vecchia bibliotecaria le sorrideva sempre. Una volta le confidò: “i giovani dovrebbero somigliare tutti a te, invece, questa piccola biblioteca è spesso deserta. Sai, i libri ci chiamano, eppure sono pochi coloro che riescono a sentirli, che desiderano ascoltarli davvero.”
Pia immaginava che ciascuno di quei volumi potesse celare un proprio e misterioso alito di vita e riuscisse a vantare una propria voce. Anzi, doveva essere proprio così: per scrivere, si dice che uno scrittore debba dannarsi con anima e corpo. Così, riga dopo riga, pagina dopo pagina e capitolo dopo capitolo, l’essenza dell’autore doveva esser stata assorbita dalla carta, doveva esserci caduta, scivolata dentro insieme alle parole, insieme alle idee.
Pia, quella sera, lasciò la biblioteca canticchiando e saltellando: era felice. D’accordo con sua madre, sarebbe rientrata a casa prima che fosse calato il buio.
Pia pensava spesso alla morte, ma non ne aveva timore. A tormentarla, piuttosto, era un solo chiodo fisso: quando non fosse più esistita, e qualora fossero mancati anche i suoi cari, nessuno avrebbe serbato memoria di lei.
Doveva fare qualcosa. Intendeva lasciare al mondo un segno del suo passaggio. Prima o poi ce l’avrebbe fatta, sarebbe riuscita a compiere un gesto che sarebbe stato ricordato per sempre. Per sempre, quelle parole conservavano un fascino assoluto, avevano suono straordinario, tanto che Pia decise di utilizzarle come titolo per il suo romanzo. Dopo aver cenato, con la testa sempre persa tra le nuvole, si mise all’opera. Avrebbe cominciato a scrivere un libro, il suo. Vi avrebbe riversato dentro anima e corpo, tutti i pensieri. Sarebbe stato un successo, così, tramite il suo lavoro, Pia avrebbe acquisito un po’ di immortalità, contaminando la vita degli altri, e spingendosi oltre la sua limitata esistenza.

“La persiana è sganciata e il vetro della finestra è rotto. Fammi dare almeno una sbirciata, sono curiosa!”
“Qui c’è scritto che la casa è pericolante, non sarà pericoloso?”

La signora Pia, in vita sua, non aveva mai traslocato. Furono i suoi genitori a trasferirsi in un nuovo appartamento più piccolo, quando lei annunciò di voler sposare un ragazzo, che, subito, dovette arruolarsi per la guerra, e che, quando ritornò, era già diventato un uomo.
Pia non credeva nella fortuna, era convinta non fosse destinata a restare troppo a lungo nello stesso posto, e, difatti, accadde che quell’amore si dissolse in fretta, troppo in fretta, proprio come era arrivato.
La signora Pia aveva pianto per giorni interi quando il marito l’aveva lasciata. Era rimasta sola, sola in quella casa parecchio umida, diventata troppo piccola per contenere tutti i ricordi e fin troppo grande per riuscire a gestirne gli spazi.
In un angolo del soggiorno crepitava il camino, sul lato opposto attendeva silente il pianoforte. Ovunque erano stati sparpagliati dei fogli che mostravano disegni insensati o parole inutili. Il piccolo divano a due posti era invaso da pile storte di libri già letti, e qua e là, poggiati sul mobilio, c’erano oggetti di ogni genere che non sarebbero serviti a un bel niente.
Pia, travolta da un’ondata di isterismo, gettò nei sacchi dell’immondizia tutto ciò che le capitava tra le mani. Quando ebbe finito, quella stanza non le parve più la sua.
Talvolta la assaliva una specie di nostalgia, che le faceva desiderare di poter vivere al mare. Non che la stretta vicinanza alle montagne le dispiacesse più di tanto, tuttavia la portava a provare più o meno la stessa sensazione regalata dai suoi capelli: erano morbidi, lisci, ma le sarebbero piaciuti di più se fossero stati ricci.
Cominciò a scrivere un secondo romanzo dato che il primo era rimasto in fondo a un cassetto. Con il senno di poi, non era nient’altro che una storiella adolescenziale, scialba e immatura.

“Là, guarda, vedo un camino!”
“Per la miseria, hai notato quanti fogli sono stati disseminati in giro? E quello parrebbe un giradischi. Sì, è proprio un giradischi. Magari funziona ancora, che peccato! Verrà di sicuro coperto dalle macerie.”

Pia ascoltava spesso i Queen, lei li adorava. Trovava originale la loro musica, la giudicava intramontabile. Aveva anche un debole per le sue pentole di acciaio inossidabile, per gli elettrodomestici della Zoppas, e per i calendari perpetui realizzati con i dadi di legno: ne possedeva addirittura tre. Amava i bambini, ovviamente quelli degli altri, ma anche quelli che non avrebbe mai avuto.
Odiava le rughe che, giorno dopo giorno, facevano la loro comparsa sul volto. Odiava quando cominciava a consumarsi la suola delle scarpe, e detestava anche quella sensazione di impotenza e di solitudine così tanto forte da toglierle il fiato. Tuttavia non aveva ceduto alla tentazione di prendere con sé un animale da compagnia, cosciente che, in ogni caso, avrebbe avuto un’esistenza troppo breve.
La signora Pia proprio non riusciva a star ferma, così ricominciò a scrivere, riprese a suonare e a disegnare. Non aveva mai smesso di pensare, perché aveva ancora troppi sogni da realizzare.
Quanto avrebbe desiderato possedere il cervello di Einstein, le mani di Monet, il talento di Paul Newman, Il carisma di Che Guevara, la creatività di Bach.
Doveva pur esistere almeno una cosa che avrebbe potuto realizzare in maniera magistrale. Ci pensò su per diversi giorni, poi si imbatté in un cartello pubblicitario affisso alla fermata dell’autobus e scritto alla bell’e meglio con un pennarello. Decise di iscriversi a quel corso di teatro.

“Ciao, cosa state combinando?”
“Stiamo curiosando dentro questa casa. Per favore, dicci che conoscevi la vecchietta che abitava qui!”
“No, mi spiace, non ne so niente. Quando avevo visto i paramenti, ricordo di aver chiesto a mia nonna. E neppure lei l’aveva vista in faccia, però era certa che si fosse ammalata, e, pace all’anima sua, nemmeno sapeva di cosa. Mi aveva raccontato che quella donna trascorreva ormai intere stagioni senza uscire di casa. Tutte le mattine mia nonna notava sopraggiungere il furgone del negozio di alimentari. Il conducente scendeva, suonava il citofono, poi eseguiva la consegna poggiando un sacchetto dietro l’uscio aperto dell’appartamento.”

La signora Pia si rimise al lavoro: il terzo romanzo. Il secondo era stato spedito qualche anno prima a un paio di case editrici, ma nessuno si era preso la briga di inviarle almeno una risposta. Si percepiva acciaccata, ormai non era più giovane, tuttavia era più o meno certa di aver raggiunto l’età ideale per scrivere. Era convinta che, per riuscire a raccontare bene qualcosa, bisognava aver maturato la giusta esperienza.
Ogni tanto suonava il pianoforte. La fisarmonica, invece, si era irrimediabilmente rotta. E aveva smesso con il teatro: aveva sognato di imparare a recitare, con la vaga speranza di approdare al cinema. Il successo non l’allettava: della fama in sé ne avrebbe ricavato poco, oppure niente. Le sarebbe però piaciuto essere immortalata, almeno una volta, in una pellicola; la considerava come una specie di assicurazione, per evitare di scomparire dalla faccia della Terra il giorno che fosse morta. Ma quello stupido regista, venendo a conoscenza delle sue capacità musicali, senza alcuna esitazione la mise dietro all’organo, rassicurandola: “il tuo ruolo è uno dei più importanti. Sai, in uno spettacolo, la musica è fondamentale”.
Pia mantenne fede all’impegno preso, ma a spettacolo concluso si dileguò, e abbandonò le scene per sempre.
In primavera, nella sala d’attesa del dottore, le capitò di notare un uomo interessante. Non portava la fede, e Pia dedusse che non fosse sposato. Accortosi di essere osservato, lui le sorrise. Beh, fece come meglio poté, tra un colpo di tosse e l’altro. Lei arrossì, si emozionò, ma poi provò tanta paura. Ormai, a cinquant’anni suonati, si sentiva troppo vecchia per certe cose. Lungo la strada del ritorno il vento tirava forte. E Pia l’aveva sempre odiato il vento.
Più l’età avanzava, più diminuivano le chances di realizzare il suo obiettivo.
Strappò con ira il pendolo dalla parete. Osservando alcuni passanti dalla finestra si rese conto di invidiare tutti, e perse di colpo ogni voglia di uscire.
Ormai teneva tutto il giorno le persiane chiuse. Nella casa le luci restavano sempre accese. Non guardava la Tv perché, a suo dire, non veniva trasmesso nulla di interessante. Si era data all’intaglio del legno, al ricamo, e per non annoiarsi risolveva cruciverba e parole crociate, di cui aveva fatto una gran scorta dal giornalaio, nel corso di una delle sue ultime uscite.
Il terzo romanzo era stato ultimato piuttosto in fretta, e, come il secondo, era stato spedito.
Tuttavia Pia non demordeva: pur di esser ricordata in eterno, era sempre stata disposta a tutto.
Una mattina si svegliò molto presto, forse a causa di un sogno, con in testa l’idea di compiere un gesto estremo. Sarebbe senz’altro riuscita a ottenere un articolo su tutti i giornali, e non giornali qualunque: avrebbe avuto la prima pagina delle testate più importanti, quelle nazionali.
Si sciacquò velocemente il viso con l’acqua fredda, indossò degli abiti comodi, poi afferrò un grosso coltello da cucina e lo infilò decisa nella lunga tasca interna del soprabito. Ma, giunta sulla soglia, ebbe un fortunato ripensamento, così richiuse l’uscio e ritornò in casa. Si rese conto che quella non sarebbe stata la maniera giusta per esser ricordata a lungo. Si accasciò al suolo stremata, piangendo, e si assopì ancora un po’, lunga e distesa, sul pavimento gelato.

“Chissà che polverone solleverà questa demolizione.”
“Già, domattina sarà meglio tenere ben chiuse tutte le finestre per evitare che ci penetri in casa.”

L’indomani, Pia, ritrovata la calma, cercò un numero di telefono sulle Pagine Gialle e fece una chiamata.
Un paio di settimane dopo, la sua casetta grigio cenere fu impalcata su ogni lato. Alcuni operai cominciarono a verniciare le mura e il cemento cinereo fu ricoperto con un vivace azzurro chiaro. In seguito, sulla facciata, sarebbero dovute comparire alcune nuvole bianche, ma, purtroppo, i vigili urbani, che già si trovavano nei paraggi, insospettiti da quello strano colore bussarono alla porta di Pia. Quando riapparirono nel cortile, ordinarono con tono severo l’immediata sospensione di quel lavoro perché mancavano i permessi necessari. Nel giro di qualche ora, la piccola casetta ritornò suo malgrado ad essere grigia. Pia non ebbe mai il piacere di veder realizzate quelle nuvole sulla propria casa, inoltre, in aggiunta all’inutile compenso che dovette elargire agli sprovveduti operai, si ritrovò a dover pagare una multa esagerata.
Quando Pia venne a conoscenza dell’esistenza di Internet, rispolverò il grosso computer che, per curiosità, aveva acquistato qualche anno prima. Alcuni tecnici le installarono un modem e trovò fantastico avere la possibilità di raggiungere una miriade di utenti in tutto il mondo. Così, nonostante la sua età avanzata, con molta fatica, fu presto in grado di aprire un blog. Poi si diede un gran da fare, postandovi numerosi scritti, alcune fotografie, e persino qualche suo disegno. Escludendo una scarsa decina di followers, capitati per caso e chissà come, nemmeno questa ennesima trovata riscosse il successo agognato.
Dopo una intera vita di ragionamenti, di studi, di teorie e di pratica, una lunga esistenza inseguendo obiettivi, sogni e speranze, Pia decretò che non avrebbe fatto più nulla: nulla di nulla. Le mani le dolevano, le gambe erano stanche. Il dottore, più o meno ogni due giorni, era costretto a passare da lei.
In casa ormai i libri sibilavano, gridavano tutte le sue invenzioni, si agitavano tutte le sculture sconquassate, e avevano tante cose da raccontare tutti i fogli di carta abbandonati ovunque. Ma Pia non sentiva, ma Pia non faceva più caso a niente.
I Queen, invece, tacevano. Tra le mura di quella casa avrebbero taciuto per sempre. Freddie Mercury era morto, la Zoppas aveva dichiarato il suo fallimento, il telefono poggiato alla mensola rimaneva impolverato e muto, e anche il campanello trillava soltanto per la consegna della spesa o per la consueta visita del dottore.
Lo specchio, appeso in soggiorno, lo stesso che, difficilmente, accettava di esser guardato, rifletteva le luci del giorno, poi, di notte, i tenui luccichii dei lampioni o dei fari delle auto di passaggio: erano solo delle sottili scie luminose che riuscivano a penetrare in casa dalle commessure delle tapparelle. Talvolta, nello specchio appariva di sbieco anche un volto vecchio, malato e stanco, un volto che era diventato quello di una sconosciuta.

“Però, è davvero strano che nessuno riesca a ricordarsi di questa signora.”
“Probabilmente sarà stata una di quelle persone solitarie, pigre, o anche fannullone, che non hanno combinato niente di buono nella loro vita.”
“Già, sarà andata così, come dici tu. Forza amiche, non perdiamo altro tempo. Sentite che razza di vento si sta alzando! Sarà meglio raggiungere il bar, vorrei una bella cioccolata calda. Brrr, qua fuori si gela!

QUANTO È PROFONDO IL CIELO?

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(Foto mia).

Quanto è profondo il cielo?

Conosco un posto dove si posano le nuvole, sembra fuori dal mondo, eppure è vicinissimo a casa mia.

Se il cielo cadesse giù, resteremmo con i piedi per terra e il naso per aria, ma se cedesse la terra sotto ai nostri piedi, di certo non cadremmo dalle nuvole.

Cieli interminabili stanno sopra tutti, soprattutto quando tutti sono giù.

Nuvole di pensieri escono muti dalle bocche, vignette vuote nè scritte nè dette, ma troppo spesso si parla a vanvera.

Non si possono osservare le nuvole nelle notti buie, e nemmeno nei tempi morti.

Quella che nel cielo sembra una fantastica nuvola, sulla terra è soltanto un po’ di nebbia.

È sconveniente tenere la testa tra le nuvole: è troppo umido, e poi non si vede un tubo.

È meglio un pugno di nuvole o un pugno di mosche?

Le nuvole non si possono toccare, il fondo sì.
E io l’ho appena fatto😂😂😂.

FIVE HOURS TO LIVE (6).

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Camminavo da almeno un’ora, mantenendomi sul sentiero battuto che attraversava la foresta. Tutt’intorno era buio pesto, perciò avevo utilizzato l’applicazione torcia che era installata nel cellulare d’ordinanza. Avevo recuperato un nuovo telefono nel sacco delle divise che Jonny aveva fatto recapitare al mio appartamento. Tutti i membri della comunità erano in possesso di un apparecchio simile, per il quale erano state abilitate solo le chiamate interne. Sull’isola erano stati collocati numerosi ripetitori, tuttavia solo gli addetti al Grande Progetto avevano ricevuto l’autorizzazione per poter accedere a Internet. In ogni caso non soffrivo di solitudine e, men che meno, sentivo la mancanza di qualcuno. Questa limitazione, che avrebbe anche potuto causare disagio, era invece vissuta da me come una sorta di benedizione. Nessuno sarebbe mai riuscito a contattarmi, e dunque, dimenticare il mio passato sarebbe stato più facile: non intendevo infrangere le regole vigenti a Kupa Point e non avevo motivo di mettere a rischio la mia felice permanenza sull’isola.

Lungo il tragitto avevo mantenuto un passo veloce, perciò, a un tratto, sentii l’esigenza di fermarmi per riprendere fiato.
Numerose abitazioni erano disseminate ovunque, nei luoghi più ovvi e accessibili come in quelli più impervi e nascosti. A quell’ora così tarda, erano circa le tre di notte, tutti gli abitanti di Tetepare dormivano beati. Delle capanne si intravedevano solo i tetti, che si stagliavano appuntiti e più neri del buio.
Puntando di nuovo la torcia in avanti, verso terra, avevo notato il sentiero restringersi e poi proseguire; si era ridotto a poco più di uno stretto passaggio. Mi era parso di trovarmi dinanzi a un bivio, o meglio, avevo avuto solo l’impressione che più persone fossero passate in mezzo all’erba alta, pressandola e tracciando in quel modo un varco, una specie di percorso secondario. Il fascio di luce proveniente dal cellulare aveva illuminato per un attimo le mie gambe, rivelandole velate da una abbronzatura tenue e dorata.
Il suolo trasudava molta umidità, e nel cielo non erano visibili né stelle né luna. Stavo tentando di trovare il coraggio necessario per avventurarmi in quella direzione, data la gran quantità di rettili e di ragni velenosi, nonché di insetti schifosi, che immaginavo proliferassero in gran quantità sull’isola.
Mi ero abituato a convivere con scarafaggi e lucertole di ogni dimensione, eppure, mi sarebbe stata sufficiente la vista di un qualsiasi aracnide, anche a due metri di distanza, per scatenarmi un attacco di panico. Mio malgrado, l’aveva avuta vinta la curiosità. Avevo sentito l’esigenza di dover proseguire: in fin dei conti non avevo più sonno e intendevo approfittare della tranquillità della notte per ispezionare l’isola. Avevo ripreso a camminare in maniera piuttosto titubante e procedevo verso Ovest. Una luna grande e dorata era appena emersa da una coltre stagnante di nubi, e mi aveva concesso di poter ammirare, seppur per un istante, l’austero promontorio di Tetepare in controluce: nero e bordato di palme da cocco si imponeva sul cielo, circondato e quasi incoronato dai tralicci della sua preziosa centrale idroelettrica.
Avevo sentito il bisogno di fermarmi ancora per un po’. Intendevo ammirare quello strano paesaggio; avevo pensato a quanto la natura si stesse impegnando per fondersi in un tutt’uno con l’opera prepotente dell’uomo; e sebbene il risultato fosse piuttosto rispettabile, non avrebbe soddisfatto pienamente nessuno.

Mentre ero intento a riflettere, trasportato dalla fresca brezza oceanica, mi era giunto all’orecchio un lontano risuonare di voci. Dopo un lungo tragitto in solitudine, avevo persino sperato di imbattermi in un’anima viva, per poter scambiare anche soltanto due parole. Serbando quel mio desiderio, ero avanzato ancora di qualche passo. In lontananza, oltre la rada foschia esalata dalla terra fradicia, avevo scorto un gruppo di persone. Mi era subito balzato all’occhio qualcosa di strano: nessuno di loro esibiva la divisa di Kupa Point. Mi era ritornato in mente il lungo discorso fatto da Jonny al nostro arrivo sul rispetto delle regole, tra le quali proprio l’obbligo di una tenuta comunitaria, per cui ero rimasto impietrito. Osservavo quei tizi camminare avanti e indietro in maniera ritmata e meccanica; mi era sembrato che fossero di guardia a un enorme capannone situato alle loro spalle. A causa del continuo inspessirsi della nebbia non riuscivo a vederli bene, eppure ero quasi sicuro che quelle persone indossassero dei giubbotti a manica lunga e che imbracciassero persino delle armi. Ero quindi rimasto accovacciato per qualche minuto nell’erba alta, in silenzio assoluto. Valutavo, tra me e me, se fosse valsa la pena di proseguire, o se fosse stato meglio lasciar perdere. Infine avevo optato per un saggio dietrofront, quasi pregando di non venir scoperto. Fino a quel momento non avevo dato peso alle parole pronunciate da David nel corso del nostro litigio, ma durante tutto il tragitto di ritorno queste si avvicendavano senza tregua nella mia testa, originando pensieri inquietanti. Cominciavo a sospettare che gli obiettivi della T.D.A. potessero spingersi oltre quello che ero arrivato a immaginare. E se a nostra totale insaputa ci fossimo ritrovati coinvolti in qualcosa di grosso, e ben camuffato dalla gran libertà che ci era stata concessa? Qualora i fatti si fossero rivelati tali, avrei dovuto porgere delle scuse sincere a David.
Non avevo pensato di indagare sull’entità del ruolo lavorativo che era stato assegnato al mio miglior amico, ma il dubbio di aver sbagliato nel sottovalutarlo cominciava a farsi largo, in quel momento, come un grande vuoto, dentro di me. La scoperta della presenza di uno squadrone di militari nella foresta era stata in grado di risvegliare il mio buon senso all’improvviso. Mi ero convinto che la loro presenza non potesse essere casuale. La vista delle armi mi aveva spaventato, ma il desiderio di indagare sulla faccenda si era fatto più forte della paura. Sarei tornato in quel luogo magari in pieno giorno, per meglio soddisfare ogni mia legittima curiosità.

THE PROFET SONG
Oh oh, people of the earth
Listen to the warning
The seer he said
Beware the storm that gathers here
Listen to the wise man

(May, Queen).

Ero tornato a casa con il sorgere del sole. Il cielo sopra Tetepare cominciava a tingersi di un fiabesco rosa corallo, e se non avessi già camminato tanto a lungo, nessuno avrebbe potuto impedirmi di dirigermi alla spiaggia per assistere, in prima fila, all’ennesimo spettacolo messo in scena da Madre Natura. Invece le gambe mi dolevano parecchio, e un vortice di pensieri insensati, forse dovuti in parte alla stanchezza, non mi dava tregua. Pur non dovendo rispettare un vero e proprio orario di lavoro, avevo intenzione di sbrigare in fretta il mio dovere, per potermi poi dedicare, in santa pace e in tutta tranquillità, all’agognato piacere.
Mio malgrado, ciò che avevo scoperto quella notte mi aveva profondamente turbato. Sentivo dentro di me l’esigenza di doverne parlarne al più presto con qualcuno. Avrei anche potuto far visita a Marie; mi sarebbe toccato svegliarla, ma ero piuttosto sicuro di venir accolto con entusiasmo, anzi, mi sentivo persino di poter riuscire a spuntare un suo ennesimo invito a colazione. Ma nonostante tutto, di questi argomenti avrei di gran lunga preferito parlarne con David. Nel corso della mia escursione notturna avevo avuto modo di pensare all’accaduto, e soprattutto avevo riflettuto davvero a lungo in merito al diverbio che io e David avevamo sostenuto solo il giorno prima. La rabbia che avevo provato nei suoi confronti si era già attenuata, e speravo con tutto me stesso di essere ancora in tempo per tentare una rappacificazione.

Mentre mi accingevo a risalire gli scalini che conducevano alla mia veranda, avevo sentito gridare da qualcuno il mio nome. Mi era sembrato strano, dato che era molto presto. Avevo appena riposto il mio telefonino nella tasca dei bermuda notando che il display segnava le sei meno cinque minuti. Sull’isola ero solito scattare un’infinità di fotografie rivolte al paesaggio, e avevo desiderato immortalare anche quella magnifica alba. Si trattava di un hobby che adoravo praticare sin da ragazzo, e che, come gli altri, in seguito avevo abbandonato. Tuttavia mi ero sorpreso ancor di più quando, voltandomi, avevo realizzato che quella voce apparteneva a Jonny. A passo svelto l’uomo si dirigeva verso la mia abitazione, sorridendo e sventolando una mano in segno di saluto.
“Ehi, Mike, come sei mattiniero!”
“E tu, cosa ci fai così presto da queste parti?”
Reputavo un fatto straordinario dover imbattersi in Jonny in un luogo diverso dall’ambito dell’accettazione o dai suoi dintorni. Dovevo aver lasciato trapelare un bel po’ di tensione che avevo accumulato durante la notte, perché Jonny aveva subito ribattuto: “E’ tutto a posto. Amico, rilassati! Ritengo solo che l’alba sia l’ora ideale per fare un po’ di sano movimento. Passavo da qui per caso, e ti ho visto arrivare. Dunque, pratichi del trekking anche tu?”
“Trekking? Sì, certo! Però solo di tanto in tanto. La costanza non è la mia miglior qualità.”
“Ottimo. Sei solito percorrere il sentiero che conduce alla centrale, o mi sbaglio?”
“Vado dove mi vogliono condurre le gambe, e qui a Tetepare i sentieri sono talmente tanti che posso permettermi di percorrerne uno diverso ogni volta.”
“Allora è per questo motivo che non ci siamo mai incontrati in precedenza.”
“Credo di sì, ma sono certo che da oggi ci incontreremo tutte le volte. Accade sempre così: quando ci si lamenta di qualche cosa con qualcuno, poi, questa, non capita più”.

Poi era calato una specie di silenzio. Anche l’isola sembrava essere ancora addormentata. Gli unici rumori che giungevano all’orecchio erano i cinguettii degli uccelli e il lontano sciabordio delle onde che si infrangevano sulla battigia. Eravamo rimasti immobili, per un lasso di tempo che mi era sembrato interminabile, dato che avevo persino provato una specie di imbarazzo.
Per un attimo avevo anche pensato di riferire a Jonny ciò che avevo osservato nel corso della notte nella foresta. Dopotutto, grazie a un aspetto ordinato e pulito e a un carattere schietto e sempre gioioso, sin da subito quell’ometto mi aveva fatto un’ottima impressione. Avrei desiderato ricevere da lui una risposta plausibile che fosse anche stata in grado di tranquillizzarmi, almeno un po’. Tuttavia avevo preferito tacere, sebbene mi fossi dovuto trattenere a stento. Ero rimasto zitto proprio grazie alle parole che il mio amico David aveva pronunciato nel corso del nostro litigio, e che, come un mantra, avevano continuato a risuonare nel mio cervello per tutto il tempo: “Ho giurato, è un segreto”. Se Kupa Point celava un grande mistero, che David aveva preferito tenere per sé anche a costo di rovinare la nostra profonda amicizia, come avrei mai potuto concedere tanta fiducia alla prima persona che era passata, per caso, proprio davanti a casa mia? Tutt’al più avrei dovuto pretendere delle spiegazioni proprio da lui, dal mio più caro amico, e nel caso in cui fossimo riusciti a riconciliarci.
Osservando Jonny avevo notato che faticava a respirare: era affannato e aveva il fiatone. Se davvero fosse stato così allenato a camminare, come aveva dichiarato solo un attimo prima, non si sarebbe mai affaticato in quella maniera per un modesto tratto di strada percorso a piedi. Inoltre, durante la conversazione, aveva ribattuto ripetutamente, con un certo nervosismo, un piede a terra.
Jonny si era poi congedato con i consueti modi garbati, dichiarando di dover sbrigare delle pratiche urgenti all’accettazione. 

Ero finalmente riuscito a rimettere piede in casa mia. La stanchezza dovuta alla notte in bianco cominciava a farsi sentire. Mi era inoltre sopraggiunto un terribile mal di testa; sentivo il bisogno impellente di fare una rilassante doccia tiepida.
Prima del lavoro avrei dovuto farmi prescrivere alcuni antidolorifici dal dottore di turno, presso l’ambulatorio, ma chiarire la brutta faccenda con David era rimasta la mia priorità.
Avevo poi bussato alla sua porta, ma senza ottenere una risposta.
Quel giorno, come tutti quelli seguenti, mi ero recato da David più volte, in orari diversi, e sempre sperando che, prima o poi, quel maledetto uscio si aprisse. Mi era sembrato strano che il mio amico trascorresse volentieri tutto quel tempo fuori casa, dato che, fino alla settimana prima, aveva preferito restare segregato nella sua capanna, rifiutando ogni genere di svago e di divertimento. Avevo cominciato a preoccuparmi per lui, e se il tempo lo permetteva, stavo il più possibile sotto la veranda. Osservavo i passanti, ne studiavo ogni loro movimento. .
Erano trascorse in quel modo almeno due settimane, ma di David non avevo visto neanche l’ombra. Non l’avevo mai scorto per strada, né avevo avuto modo di incontrarlo presso la dispensa. In compenso avevo scopato almeno una dozzina di volte con Marie. Non ero geloso di lei, e non mi faceva né caldo né freddo che andasse a letto con altri. Non avrei potuto definire il nostro rapporto un’unione di convenienza, dato che, in un certo qual modo, l’affetto provato per lei era sincero. Girava voce che sull’isola vi fossero altre donne che si davano da fare almeno quanto Marie; tuttavia quella notizia non mi aveva interessato per niente. Con la stessa ostinazione con cui avevo cercato di dimenticare la persona insoddisfatta che ero prima dell’esperienza a Tetepare, mi ero imposto di non rinunciare al divertimento, ragion per cui non mi sarei certo preso la briga di coltivare una relazione seria.

Quando non pensavo a David, mi sentivo bene. La libertà concessa dalla T.D.A era riuscita ad alleggerirmi l’anima. Mi percepivo in forma perfetta, e osservandomi allo specchio mi vedevo addirittura ringiovanito. Mentre credevo di recuperare ciò che non avevo mai fatto, e mentre mi concedevo una vita che non avrei mai potuto permettermi prima, stavo rischiando di perdere un bene prezioso, che, senza saperlo, avevo proprio sotto agli occhi.
Marie aveva cercato di rassicurarmi riguardo all’assenza di David. “E’ adulto e vaccinato, inoltre, qui a Tetepare, tutti sono sereni e beati. Non devi essere preoccupato per lui. Sono pronta a scommettere che, come te, a quest’ora si trova in ottima compagnia”. La donna aveva pronunciato quelle parole mentre cercava di riallacciarsi il reggiseno. Le sue tette erano ovali e abbondanti, e proprio perché pesanti le ricadevano fin sopra l’ombelico: riuscirle a contenerle in un misero drappo di stoffa sembrava davvero un’impresa impossibile. Marie aveva già superato la quarantina. Mi incantavo a osservarla mentre si aggirava nuda nella sua capanna. Di tanto in tanto, senza alcuna malizia, si chinava per raccogliere piccoli grumi di fango, che dopo essersi incastrati nelle suole delle scarpe d’ordinanza finivano sul pavimento; la ammiravo camminare con un passo leggero e elegante che era in grado di far vibrare le sue natiche dorate e tonde. La sua schiena era perfetta, mi piaceva osservarla nella penombra, quando Marie accedeva al piccolo vano che ospitava la toilette.

Da lì a poco avevo dovuto fare i conti con un nuovo attacco di panico, il primo da quando mi trovavo a Tetepare. Il respiro si era fatto corto all’improvviso, e avevo percepito un nodo in gola. La vista si era annebbiata, sapevo di avere pochi secondi a disposizione per cercare di accovacciarmi a terra, evitando così una possibile brutta caduta. Avevo imparato a convivere con quella sintomatologia, che avevo avuto la sfortuna di conoscere sin da bambino.
Avevo sperato che quella brutta bestia si fosse finalmente scordata di me; io l’avrei lasciata volentieri a Londra, insieme a tutto il resto. Mio malgrado, le cose non erano andate così.
Negli ultimi giorni alcune vicende mi avevano turbato. In seguito a quel malessere mi ero convinto a entrare nella casa di David, con o senza di lui. Inoltre avrei dovuto affrontare la realtà e trovare il coraggio necessario per ritornare in quel luogo nascosto nella foresta.

 
(Continua.)

 

FIVE HOURS TO LIVE (5).

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SLEEPING ON THE SIDEWALK.

I was nothin’ but a city boy
My trumpet was my only toy
I’ve been blowin’ my horn
Since I knew I was born
But there ain’t no nobody wants to know
I’ve been

(May, Queen.)

Era trascorso solo un mese, e già mi sentivo parte integrante della comunità, nello stesso modo in cui un singolo tassello viene incollato dentro a un enorme mosaico; vantando ciascuno una propria forma e un proprio colore, noi tutti ci saremmo dovuti incastrare alla perfezione in un’opera grandiosa e nella quale non si sarebbe dovuto intravedere il più piccolo spazio vuoto, neanche per sbaglio. 
Ci era stato assegnato un ruolo più o meno importante che avremmo dovuto perseguire con impegno e costanza, in totale libertà, purché nel totale rispetto del regolamento di Kupa Point.

Le giornate a Tetepare trascorrevano veloci, una dopo l’altra, e mi ero già ambientato senza troppa fatica. Non percepivo la mancanza di Londra, del lusso e del caos della città, né dei ritmi frenetici dei suoi laboriosi e schivi abitanti.
La mia abitazione non sembrava più tanto piccola, e osservando il cielo sapevo già prevedere i repentini e continui cambiamenti climatici. Avevo imparato a leggere le nuvole: a seconda della loro struttura, valutandone la loro posizione, sapevo dire, con un  minimo margine di errore, quando avrebbe piovuto.
Il più delle volte cercavo di assolvere i miei compiti lavorativi già nel corso della mattinata. Il magazzino dei medicinali era ubicato alla periferia della zona industriale, proprio sul retro dell’ambulatorio medico della mia circoscrizione. Alternandosi con turni regolari di sole cinque ore, più dottori garantivano le visite mediche sia di giorno che di notte. Qualora il medesimo laboratorio si fosse trovato nel cuore di Londra, un paio di medici sarebbero stati più che sufficienti a offrire le identiche prestazioni; tuttavia T.D.A. poteva permettersi di gestire il servizio alla perfezione, assicurandosi efficienza, entusiasmo e massimo rendimento del personale. Tutto, a Tetepare, senza alcun vincolo contributivo o obbligo di compenso, funzionava in maniera analoga e eccellente.
Durante il tempo libero era possibile svolgere svariate attività: tirare con l’arco, recarsi in palestra, giocare una partita a calcio, nuotare in piscina oppure galoppare a cavallo. Avevo anche assistito alla proiezione di un film presso un capannone ai margini della foresta e che era stato adibito a cinema. Eppure, preferivo trascorrere il tempo libero con Marie. L’avevo notata subito, la sera del mio arrivo a Tetepare, dopo aver danzato sulla spiaggia. Era davvero carina e si era rivelata essere molto intelligente; un po’ in carne forse, ma soda e piacente. Si faceva prendere volentieri, da me e da altri, gratuitamente, ma perlopiù su appuntamento. Tuttavia, nei miei confronti, lei aveva dimostrato sin da subito una specie di riguardo, nonché una gran disponibilità. Avevamo scopato più volte, e il nostro rapporto era sincero e profondo. Agli altri Marie dedicava giusto il tempo necessario all’atto sessuale, con me, invece, amava intrattenersi a chiacchierare anche per intere ore. Eravamo in sintonia, io riuscivo sempre a farla divertire, e più volte aveva desiderato che mi fermassi da lei per tutta la notte.
Anche tutto il resto della mia vita sociale stava procedendo a gonfie vele. Avevo già instaurato ottimi rapporti con tante persone di qualunque nazionalità.

David, viceversa, aveva perso gran parte del suo entusiasmo: non sembrava allettato da nessuna attività ludica che l’isola ci offriva. Dopo il proprio turno di lavoro, preferiva chiudersi in casa, da solo. A malapena accettava di uscire per cenare alla dispensa, ma subito dopo essersi infilato qualcosa di solido nello stomaco, trovava scuse sempre diverse: poteva trattarsi di un forte mal di testa, piuttosto che un improvviso attacco di stanchezza; ma in ogni caso si defilava, ritornando nella sua abitazione.

Io non ero ancora in grado di comprendere quel suo modo di comportarsi. Non arrivavo a capire l’entità della mansione a lui affidata, l’incarico gravoso che avrebbe dovuto portare avanti, mentre io pensavo solo a divertirmi.
Un pomeriggio avevo deciso di bussare alla sua porta.

“In questi giorni sei strano. Cosa succede, David?”, gli avevo domandato. Faticavo a riconoscerlo: lo sguardo spento, il volto asciugato, e una ruga mai notata prima, che disegnava un solco profondo proprio al centro della sua fronte.
“Non c’è niente che non va, Mike. Ho solo bisogno di stare da solo, devo riflettere.”
“Dicevi che ce la saremmo spassata, ma, per te, non è affatto così. Non sei più di compagnia, anzi, sei diventato un asociale!”
“Il progetto  della T.D.A. si è rivelato assai complicato, molto più di ciò che credevo.”
“Abbiamo accettato di rifugiarci qui per riappropriarci della nostra esistenza, per divertirci, per essere più spensierati, ricordi? E adesso vuoi farmi credere che qui, a Tetepare, per te non è cambiato niente? Sei il mio più grande amico, abbiamo condiviso gioie e dolori, dunque, se hai un problema faresti bene a parlarmene.”
“Vorrei, tu non immagini neanche quanto; ma affinché il piano della T.D.A possa funzionare, è necessario rimanga segreto.”
“Certo, tu credi che io mi possa divertire a spifferare il vostro bel progetto mentre gioco a pallone, o mentre mi faccio un bel bagno in piscina?  Oppure, ed è forse probabile, tu credi che io non possa arrivare a capirlo, dato che mi hai sempre trattato come un ignorante. Anzi, sai cosa ti dico? Sei il più grande stronzo che abbia mai conosciuto. Avrai trovato qualcuno ben più colto di me, al quale poter riferire, una per una, tutte le seghe mentali galattiche che affollano il tuo grande cervellone. Va bene, fai pure come desideri, ma da oggi noi due non saremo più amici. Dopotutto ho già conosciuto un sacco di gente di gran lunga più piacevole di te”
“Mike, per favore, ti chiedo uno sforzo, cerca di comprendere…”
“Bando alle ciance, mio caro. Ho capito bene, anche ben oltre quello che non vuoi raccontarmi. Ti auguro buon proseguimento!”
  
A quel punto, gli avrei volentieri mollato un cazzotto: avevo provato una gran rabbia. Avevo appena rimesso piede sulla mia veranda, e in testa mi era balenata un’idea che lì per lì mi era parsa persino geniale: mi sarei procurato un pannello di cartongesso, che poi avrei ben fissato alla staccionata del balcone. In quel modo non avrei più visto, nemmeno per sbaglio, la fottuta casa di quel grande ipocrita.
Mi ero ritrovato a dover fare i conti con l’ennesima delusione. Dopo aver incassato, nel corso della mia vita, una interminabile serie di insuccessi, tutto aveva finalmente preso la piega giusta. L’isola era fantastica, Marie era dolce e anche di compagnia, e il mio modesto lavoro – che consisteva nel riordinare e catalogare scatole di medicinali – rispetto al mio vecchio impiego di metalmeccanico, era davvero uno spasso. Tuttavia avevo appena perso l’amicizia di David, e tutti i suoi maledetti segreti costituivano una seria minaccia al mio costante buon umore.

Nuove reclute sbarcavano più volte al giorno da un motoscafo, lo stesso sul quale avevamo navigato anche noi. Avevo evocato il disagio e la disperazione che avevo provato quel pomeriggio mentre la piccola imbarcazione si allontanava per la prima volta dall’isola, e, senza volerlo, mi ero sorpreso a sorridere. Non avrei mai immaginato di poter assistere al suo continuo andare e venire, e meno ancora avrei creduto che avesse potuto, così presto, lasciarmi indifferente. Quella barca era l’unica alternativa possibile per lasciare un luogo creduto disabitato, patrimonio naturale, area protetta dedicata alla ricerca scientifica. Nella stessa maniera in cui un turista non avrebbe mai potuto ottenere il permesso per visitarla o per soggiornarvi, nessuno avrebbe mai potuto lasciarla, senza un benestare della T.D.A.
Alla dispensa, quella stessa sera, avevo udito conversare due tizi. Stavano affermando che la comunità fondata da T.D.A. stesse crescendo in maniera veloce, tanto da aver avuto l’esigenza di dover espandersi occupando altre isole vicine. Con un territorio di oltre cento chilometri quadrati, Tetepare, da sola, contava trentamila abitanti. Chiunque si sarebbe sorpreso osservando, per la prima volta, quelle piccole abitazioni sorgere proprio ovunque: ammassate su aree all’apparenza inaccessibili, in uno spiazzo fangoso, arroccate anche una sull’altra, quasi incastrate tra grosse radici di mangrovia oppure tra gli alberi, ancorate alla battigia piuttosto che seminate nella foresta.
Occorrevano tre giorni e una ventina di persone per tirar su dal niente una capanna resistente e sicura. Gli artigiani avrebbero poi fabbricato il mobilio necessario in un capannone della zona industriale.
Escludendo i medicinali e poco altro che un’imbarcazione più grande soleva approvvigionare attraccando a un chilometro dalla costa, di solito sempre all’inizio del mese, la comunità di Kupa Point avrebbe potuto sopravvivere in autonomia. Il fiume Jambo alimentava una centrale elettrica ottenendo in cambio tanta energia; la vegetazione rigogliosa assicurava numerose varietà di bacche, molti frutti squisiti e una gran scorta di radici commestibili; l’allevamento del pollame era praticato soprattutto a Nord, mentre la pesca, con ottimi risultati, sia al largo che sulla costa.

Durante la notte mi ero svegliato di soprassalto. Il cuore mi batteva all’impazzata, ero madido di sudore. Avevo fatto un brutto sogno. Un vulcano sull’isola rigurgitava un’enorme quantità di lava, corrodendo e sradicando qualsiasi cosa lungo il suo inarrestabile tragitto.
Avevo sentito l’esigenza di uscire, per appurare che tutto fosse a posto. Così, dopo essermi rivestito, mi avviai lungo un sentiero che non avevo mai percorso fino in fondo e che mi avrebbe potuto condurre all’altro versante dell’isola.

(continua…)

 

FIVE HOURS TO LIVE (4).

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BOHEMIAN RHAPSODY.

It this the real life
Is this just fantasy
Caught in a landside
No escape from reality
Open your eyes

(Freddie Mercury)

Ricordando la persona dall’aria mesta, che approdò quel giorno sull’isola portando sulle spalle uno zaino quasi vuoto unitamente a un invisibile enorme carico di speranza, non posso far a meno di pensare che, senza alcun dubbio, si doveva trattare di un perdente. Aveva frequentato l’università senza concludere gli studi, aveva poi dovuto cambiare lavoro diverse volte, ma sempre peggiorando la qualità della sua vita. Si era anche impegnato in una sola e unica relazione importante, venendo subito tradito dalla donna alla quale aveva dato la sua fiducia. Ebbene, lui lo sapeva, l’aveva sempre saputo, ma aveva finto di non vedere. In famiglia tutti lo ritenevano un incapace, un fallito e un poco di buono. In effetti quell’uomo aveva sempre cominciato con entusiasmo un sacco di cose, ma senza portarne a termine mai una. Poi, un giorno, gli venne offerta un’ultima opportunità. Si sarebbe giocato l’ultimo asso che aveva nella manica. Aveva ricevuto la possibilità di ricominciare tutto da capo, da zero. E se ci penso bene, oggi, di quel tizio, non rimane più niente.
Mi verso qualcosa da bere prima di accingermi ad accendere la televisione. A breve saranno senz’altro trasmesse, a raffica, edizioni straordinarie di tutti i telegiornali. E oggi desidero brindare al mio nuovo futuro e a quello dell’umanità intera, ma, soprattutto, al grande strepitoso successo della T.D.A.
Mi sovvengono di continuo i ricordi del mio primo giorno a Kupa Point, li visualizzo nitidi e ben definiti, proprio come se tutto fosse accaduto ieri.

Avevamo percorso più di quattro chilometri nella foresta, in sella alle nostre biciclette, avventurandoci per un sentiero assai sconquassato. Avevamo oltrepassato una quantità inaspettata di abitazioni fino a imbatterci in uno spiazzo vasto e fangoso che sulla mappa fornitaci da Jonny veniva definito come zona industriale. Vi sorgevano edifici differenti, erano grandi e rettangolari, paralleli tra loro. A prima vista anch’essi parevano esser fatti di legno e paglia, ma osservandoli meglio e da vicino, davano l’impressione di essere più solidi, grazie all’aggiunta di un materiale da costruzione che poteva essere cemento.
Nemmeno il tempo di raggiungere le nostre abitazioni, che uno scroscio improvviso di pioggia cominciò ad abbattersi sull’isola. Né io né David ci saremmo potuti stupire se le capanne fossero crollate di colpo, tutte insieme, flagellate dal vento fortissimo.
Cercando di sopperire a quella sensazione di pericolo e di precarietà, d’istinto ci rifugiammo dentro a quella che avrebbe dovuto essere casa mia, comprendendo appieno, ma solo in seguito, di aver optato per la scelta migliore.
L’abitazione assegnata a David si trovava proprio in fondo allo stesso vicolo: saremmo stati ottimi vicini; e se tutto fosse andato per il meglio, avremmo anche potuto divertirci da matti.
Ci ritrovammo all’asciutto, nel bel mezzo di un locale piuttosto circoscritto. Udivamo la pioggia martellare sulle pareti esterne della costruzione provocando sibili e fruscii così forti che riuscivano a zittire ogni altro rumore e ammutolivano ogni nostra parola. Non solo quella minuscola casa si era rivelata efficace nel respingere l’acqua che la colpiva senza tregua come se le fosse stata gettata addosso a secchiate dal cielo, ma, all’interno, si percepiva addirittura l’impressione che questa avesse acquisito la proprietà di diventare quasi elastica, per flettersi e inclinarsi un po’, ingaggiando così una vera e propria lotta contro i feroci attacchi che le venivano inflitti da quella tremenda tempesta.
L’abitazione era piccola, eppure risultava accogliente: un tavolo, delle sedie, un divano letto color bordeaux e una scaffalatura essenziale, che era stata utilizzata come sostegno per la televisione, ne costituivano tutto l’arredo. Solo pochi minuti prima avevo intravisto un barbecue sul terrazzo, ma dovetti realizzare che la capanna era priva di cucina. Una parete sottile di cartongesso separava il bagno dal locale principale. Con mio enorme disappunto dovetti constatare anche l’assenza di un bidet, e se nel corso della permanenza sull’isola fossi aumentato anche solo di un chilo, non sarei riuscito nemmeno ad accedere allo striminzito box doccia.
Con un’aria pensierosa, David osservava ogni particolare dell’abitazione. Per la prima volta dal nostro arrivo sull’isola il mio amico pareva essere un po’ deluso. “Accidenti, dovrò stare attento a non perdermi qui dentro!”, esclamò, con evidente sarcasmo. A mio avviso le dimensioni della capanna non costituivano un problema. Non mi mancava lo spirito di adattamento, ero piuttosto sicuro di riuscire a abituarmi presto alle misure ristrette del mio domicilio. Tutto sommato, l’umile dimora non avrebbe richiesto molto tempo né tanto impegno per esser tenuta pulita e in ordine. Nel frattempo, fuori, la pioggia aveva calato d’intensità, e David ne approfittò per sgattaiolare quatto quatto a casa sua, che suo malgrado si rivelò essere del tutto identica alla mia.

Il motto della T.D.A. Tutto è di tutti e tutto è di nessuno, che avevo già avuto modo di ascoltare più di una volta dalla voce di Jonny nel corso delle pratiche di accettazione e che sapevo già a memoria, era stato riportato a caratteri cubitali sulla prima facciata di un flyer. Ben ripiegato a fisarmonica questo era stato lasciato sul divano proprio sopra un grosso involucro trasparente che avvolgeva alcuni capi di vestiario: le divise di Kupa Point. Il depliant riportava l’elenco completo di tutti i servizi disponibili sull’isola: dispense alimentari, spacci, lavanderie, farmacie, varie strutture di svago, uffici informativi e molto altro ancora, di cui avremmo potuto usufruire a titolo gratuito e per qualunque nostra esigenza. Nel rispetto delle regole della comunità, mi affrettai a indossare gli indumenti ufficiali. Jonny ci aveva precisato quanto le divise potessero rivestire un ruolo fondamentale al fine di una rapida integrazione sociale, e ci specificò che nessuno, per nessun motivo, avrebbe mai potuto circolare sull’isola vestito in maniera diversa.

Peraltro, quando rimontammo sulle biciclette elettriche, il nostro abbigliamento risultò adeguato. Io, tuttavia, indossando quei bermuda fin troppo larghi mi sentivo assai ridicolo: le mie gambe, che erano più bianche di un foglio di carta, mettevano in risalto una folta e scomposta peluria scura. In quel momento quasi mi maledissi, per essermi sempre ostinato a non prendere un po’ di sole. La pelle di David, per contro, esibiva una leggera e omogenea abbronzatura dorata.
Le nuvole scure avevano lasciato l’isola con la stessa rapidità con cui erano arrivate, regalandoci, appena in tempo, il primo e sublime tramonto di Tetepare. Il sole all’orizzonte sembrava esser stato imprigionato dietro ai tronchi rugosi e barbuti delle palme da cocco, ciononostante era riuscito a lasciarci di stucco. A mostrare un incantevole spettacolo non era stato solo il cielo, bensì tutta l’isola, che era stata avvolta dalla luce riflessa da un riverbero oceanico punteggiato da una miriade di luccichii. Delle aure di luce si erano create attorno a ogni cosa artificiale o vivente a causa di uno strano effetto ottico e restituendoci un’impressione di pura magia.
Avvicinandoci man mano alla costa, percepivamo nell’aria pura di per sé, odorante di fiori e salsedine, un intenso e stuzzicante profumo di cibo. Presto ci trovammo davanti a un tendone bianco, la dispensa alimentare, sotto il quale scoprimmo esser disposte lunghe file di tavoli con numerosi posti a sedere. Rimasi sbigottito di fronte a così tanta gente: mai avrei pensato che la comunità di Kupa Point potesse ospitare tutte quelle persone, anche dovendo considerare la presenza di quattro altre dispense alimentari dislocate in diversi punti strategici dell’isola. Presto ci furono servite delle porzioni generose di kokoda e kaukau, un pesce grigliato e poi condito con scaglie di lime e cocco. Il piatto era stato arricchito di verdure a tocchetti che ricordavano l’aspetto di una rapa o di un qualsiasi altro tubero.
Avremmo anche potuto cenare comodamente a casa nostra, rifornendoci di tutto il necessario presso un qualsiasi spaccio alimentare, tuttavia, un po’ per colpa della stanchezza, un po’ per curiosità, avevamo deciso di fare il nostro debutto in comunità.
Avevo maturato la sensazione che Kupa Point potesse celare dei misteri, e proprio per questo motivo ero certo di non poter considerare la mia permanenza sull’isola alla stregua di una vacanza presso un qualunque villaggio turistico; eppure desideravo trascorrere la prima serata a Tetepare in maniera spensierata e arrivai al punto di far finta che tutto stava andando per il meglio, scacciando dalla mente ogni dubbio e ogni incertezza, fondata o infondata che fosse.

Tutti gli abitanti dell’isola erano persone semplici, simpatiche e cordiali. Sin da subito si erano mostrati interessati alla nostra amicizia e il loro atteggiamento ci era sembrato genuino. Ancor prima di toccare cibo ci ritrovammo obbligati a sostenere gli infiniti rituali di presentazione. Due sedie furono subito aggiunte all’estremità di un tavolo, e a furia di rispondere alle domande e alle curiosità espresse dai presenti in merito al mio paese natale, venni improvvisamente folgorato dall’impressione che tutti i ricordi legati al mio passato potessero aver assunto uno stato materiale e gassoso e che, come evaporando, poi avessero imboccato l’uscita della dispensa per dissolversi nel cielo che era già diventato scuro. Mi prodigai nel descrivere attraverso le parole l’ottimo sapore di alcune pietanze tipiche della mia terra d’origine, e nonostante una pessima pronuncia della lingua inglese, presi volentieri parte alla maggior parte delle conversazioni. Mi sentivo a mio agio, in ottima compagnia. Il liquore forte e dolciastro che era stato servito a tavola, un estratto di bacche e di radici macerate, fu in grado di placare la mia innata timidezza, risultando un complice più che valido per l’ottima riuscita della serata.
Dopo cena canticchiammo in coro. Tutti insieme, persone di ogni nazionalità, improvvisammo alla meglio delle strane canzoni popolari. Tutto questo risultò davvero divertente e, sin da subito, mi sentii ben disposto a prender parte a quei bizzarri passatempi della comunità.

La dispensa alimentare era vicina alla spiaggia, dove la nottata proseguì in maniera alquanto inaspettata. Pur avendo sempre odiato ogni genere di ballo, presto mi ritrovai cinto alle spalle e poi trascinato in una specie di festoso trenino che, una volta raggiunta l’aria aperta, si trasformò in una sorta di girotondo. Mi scoprii a saltellare al ritmo di una musica diffusa da due woofer collocati proprio accanto al tendone. Un tizio che mi era sembrato un bel po’ su di giri mi aveva accennato la presenza di una centrale idroelettrica ubicata sull’unica altura presente a Tetepare, e che riusciva a fornire un quantitativo di energia di gran lunga superiore al fabbisogno dell’isola.
Grazie ai numerosi falò che crepitavano allegri sulla spiaggia, non faticai a delineare un volto femminile davvero incantevole che subito catturò la mia attenzione. Il mio BMW di seconda mano mi mancava terribilmente, ma se avessi trovato la compagnia di una bella donna, forse avrei potuto farne a meno.
Nel bel mezzo della mia riflessione, con la coda dell’occhio scorsi il mio amico David. Si era seduto sulla sabbia, proprio accanto a un grande falò, tenendo le gambe incrociate. Non riuscivo a osservare il suo viso, era voltato di spalle e sembrava stesse conversando con un gruppo di uomini. Ero piuttosto sicuro che se la stesse spassando, proprio come me.

La mattina seguente ci recammo di buon’ora, ancora piuttosto assonnati, presso l’ufficio informazioni della nostra circoscrizione. Avremmo potuto andarci in qualsiasi momento, ma entrambi morivamo dalla curiosità di conoscere il compito che ci sarebbe stato assegnato.
Prima David, poi io, sostenemmo un colloquio con un tizio barbuto che pareva serbare delle idee già piuttosto chiare in merito alla nostra sorte.
“T.D.A. richiede che il servizio pubblico venga svolto nella misura di cinque ore al giorno. Sarete tenuti a riversare nelle attività lavorative un impegno costante. Le vostre attitudini e le vostre capacità sono state valutate con attenzione: pretendiamo che il vostro contributo e le vostre qualità siano offerte alla comunità proprio come se si trattasse di una qualsiasi moneta di scambio. In cambio beneficerete del diritto di potervi gratuitamente avvalere di tutti i servizi presenti sull’isola”.
Al termine del discorso, l’uomo procedette consegnandoci i badge, sui quali erano state registrate le nostre mansioni. David, grazie alle sue ottime conoscenze informatiche, avrebbe svolto un impiego presso lo stabile coordinamento progetto; io ero stato delegato al magazzino medicinali.

Quel primo giorno di lavoro trascorse più veloce del previsto. Gestendo in autonomia l’organizzazione dei turni, e grazie a un rapporto sereno e instaurato tramite una efficace comunicazione tra colleghi soddisfatti e sereni, la nostra resa si era rivelata perfino superiore alle aspettative. Inoltre, solo l’idea di poter dedicare a me stesso una buona parte della giornata fungeva da stimolo, mi spingeva a lavorare meglio, senza fatica e senza alcun senso di oppressione.
Cominciavo a intuire la grandezza della filosofia che regolava Kupa Point. Mi ero convinto che qualora la T.D.A. si fosse prefissata anche il più ardito degli obiettivi, di sicuro l’avrebbe raggiunto.

FIVE HOURS TO LIVE (3).

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IN THE LAP OF THE GODS.

It’s so easy, but I cant’t do it
So risky – But I gotta chance it
It’s so funny, there’s nothing to laugh about
My money, that’s all you wanna talk about
I can see what you want me to be
But I’m no fool

(Freddie Mercury)

Ci trovavamo ancora a largo e già percepivamo la bellezza dell’isola che si imponeva con una gran forza su di noi. A prima vista, nonostante la stanchezza accumulata durante il lungo viaggio, Tetepare ci era apparsa come un vero paradiso terrestre. Era una terra certamente capace di tutto, di rendere succubi come di donare estasi. Eravamo sgomenti e al contempo appagati, ma anche impotenti, disarmati, vulnerabili. Osservando la natura selvaggia del territorio restammo senza parole e fummo costretti a realizzare che quell’isola avrebbe concretizzato il più ardito dei sogni. Un senso di pace ci stava avvolgendo, un venticello profumato di mare sferzava su di noi, con tutto il suo vigore. Ancora sul motoscafo, io e David ci levammo in piedi insieme, nello stesso istante. Tetepare aveva rapito ogni nostra attenzione ancor prima che ci fosse permesso di poggiare i nostri piedi a terra.
Il pilota rallentò. Eravamo ormai prossimi allo sbarco. Le onde ci travolgevano di continuo causando improvvisi sobbalzi per i quali rischiavamo di perdere l’equilibrio, poi si infrangevano spumose e violente sulla battigia dorata.
Mi ero sempre ritenuto realista, un pragmatico per eccellenza, eppure mi sentivo eccitato al solo pensiero di vivere fino in fondo la nuova esperienza, che non solo avrebbe cambiato per sempre me stesso ma che aveva promesso di rivoluzionare il mondo intero. E io, come David, adesso le credevo.
Ci sfilammo le scarpe, provando un senso di sollievo nell’immergere i piedi nell’acqua limpida e fresca fino alle caviglie. Le nostre calzature risultavano del tutto fuori luogo e contrastavano in maniera netta con l’ambiente selvaggio nel quale eravamo ormai immersi. Nel cielo si gonfiavano sempre più delle grosse nubi grigie che minacciavano un imminente acquazzone, tuttavia Tetepare restava bella da togliere il fiato.

Prima di intraprendere il viaggio avevamo vagliato con attenzione il materiale disponibile on line, dato che nessun editore si era mai preso la briga di pubblicare una guida turistica delle Solomon Island. In Internet le immagini reperibili relative all’atollo di Tetepare si potevano contare sulle dita di due mani, e persino Wikipedia le aveva dedicato un misero trafiletto. In compenso, David aveva scovato alcuni articoli pubblicati in un blog che narravano in modo esauriente la storia e ne descrivevano la flora, la fauna e il clima. Così avevamo appreso che, un tempo, vi erano vissute piuttosto a lungo alcune tribù indigene, e che, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, queste, per cause ignote, abbandonarono l’isola in un vero e proprio esodo. Nonostante l’indiscussa bellezza del suo territorio, Tetepare rimase poi disabitata, ispirando con i suoi misteri alcune leggende. Dalla stessa fonte venimmo a conoscenza che  T.D.A., l’associazione citata nell’email esplicativa del progetto, si era da poco stabilita sull’isola con l’intento di proteggere e studiare la natura del suo territorio. A nostro avviso, questa avrebbe potuto rappresentare una sorta di motivazione ufficiale, una specie di copertura, per tentare di celare la presenza della comunità di Kupa Point.

Trovandomi a dover ammirare tutto l’incanto offerto da quel panorama straordinario, mi era sorto spontaneo mettere in discussione perfino il mio credo. L’idea che una grande intelligenza, un essere divino, avesse saputo pianificare e generare nella perfezione ogni cosa e ogni essere vivente mi era sembrata, in quel momento, un’idea un po’ meno assurda.

Nessuno può pretendere di imparare a conoscere un territorio che non ha mai potuto visitare osservando delle fotografie o consultando alcuni siti Internet: né la più potente telecamera, né tantomeno uno scrittore eccellente, sarebbero mai bastati per raccontarlo. E se, a prima vista, l’isola si era imposta con il suo aspetto austero e selvaggio, fui costretto a ricredermi per una seconda volta. Nel punto in cui la spiaggia giungeva a ridosso delle zolle erbose, alle quali erano aggrappati enormi grovigli di radici di mangrovie, oppure, dove questa scompariva tra i tronchi di palme da cocco e poi sfumava zigzagando tra fusti spessi di bambù, notai la presenza di numerose capanne di paglia attorno alle quali erano riunite delle persone. Chiunque avrebbe valutato una simile presenza umana del tutto fuori luogo almeno quanto le nostre scarpe da ginnastica in acqua. Tuttavia, di primo acchito, quella gente sembrava essere simpatica, allegra, e perfino cordiale. Qualcuno notandoci, si era addirittura prodigato a salutarci da lontano, sventolando la sua mano in maniera confidenziale, come se ci conoscesse da sempre; qualcun altro, invece, sembrava non badare alla nostra comparsa: eppure sarebbe stato quasi impossibile passare inosservati! Dovevamo avere un aspetto assai buffo, con i nostri pantaloni lunghi risvoltati fin sopra al ginocchio, fradici dalla testa ai piedi, e ancora un po’ intontiti a causa delle onde che eravamo stati costretti a sfidare per ben due ore, durante la nostra traversata oceanica.

“Se ne va!”, mi sorpresi a esclamare quando il comandante si accinse a riaccendere il motore. Io e David ci voltammo a osservare la piccola imbarcazione tagliare in due l’oceano per poi allontanarsi veloce, diventare un puntino intermittente all’orizzonte, e poi scomparire. A qual punto avvertii un nodo alla gola: se il progetto tanto decantato dalla T.D.A. si fosse rivelato un buco nell’acqua, come diavolo saremmo tornati a casa nostra?

In linea d’aria Munda distava 60 km da Tetepare, per raggiungere l’aeroporto di Honiara avremmo dovuto prenotare un aereo privato, e l’unica nostra sicurezza economica risiedeva in una carta di credito che sapevamo di dover distruggere, nel mero rispetto del regolamento. Così mi sorpresi a rivolgere il mio pensiero a un Dio, di cui, fino allora, ne avevo sempre negato l’esistenza.

Un uomo ci veniva incontro. Lasciai che a occuparsene fosse David, poiché la sua pronuncia inglese era migliore della mia.

L’ometto sorridente e con la pelle ambrata si presentò: “Benvenuti a Kupa Point, io sono Jonny e mi occupo dell’accoglienza”, disse senza celare il suo entusiasmo. Dopo averci augurato una serena permanenza, ci pregò di seguirlo per poter sbrigare le pratiche per l’accettazione. Traversammo la spiaggia. Sul margine della foresta visualizzai una capanna più grande delle altre. Una bandiera bianca era stata piantata lì vicino e esibiva il disegno di un pappagallo: era lo stemma di Kupa Point. La casupola, una specie di palafitta, era rialzata quasi un metro da terra, e circondata da grosse radici di mangrovia che fungevano da sostegno per i cavi elettrici; sul tetto era stato  posizionato anche un ripetitore. Se avessi notato un solo accenno di lusso, avrei creduto di esser finito in un villaggio turistico. Tuttavia, al suo interno, la capanna era stata arredata in maniera povera e funzionale. Dopo aver risalito alcuni gradini di una piccola scaletta traballante, ci trovammo dinanzi alcuni sgabelli, senz’altro assemblati a mano, e un piccolo tavolo in legno sul quale erano stati sistemati un portatile e un voluminoso registro cartaceo. Alcuni bauli serrati da grossi lucchetti costituivano il resto del mobilio. Ogni parete esibiva un’apertura rettangolare alla quale era stato affisso un drappo leggero. Il pavimento era ricoperto da una mouquette marrone scuro e era cosparsa di sabbia e di fango.

Jonny richiese i nostri passaporti e la stampa recante i codici personali, e subito si diede da fare al computer. Dopo aver controllato la veridicità delle informazioni e, soprattutto, che i nostri bonifici fossero andati a buon fine, procedette con la compilazione di alcuni moduli che ebbi modo di osservare di striscio sul video.

In un lasso di tempo che mi parve interminabile prendemmo visione della versione integrale del regolamento di Kupa point.

“Bene, qui abbiamo finito. Avete firmato  i documenti, vero?”, ci domandò Jonny, sempre sorridendo.

Io e David ci limitammo ad annuire. Sentii che l’eccitazione iniziale, che era dovuta alla scoperta dell’isola, stava svanendo pian piano per lasciare posto a una discreta dose di ansia.

“Come avrete ormai compreso, il nostro progetto consiste nel fondare una comunità in continua espansione basata sullo scambio e sul sostegno reciproco. Qui potrete riappropriarvi della vostra esistenza. T.D.A vuole dimostrare che il danaro può diventare superfluo. I soldi sono il male; il male, a sua volta, genera sempre altro male. Ogni guerra è originata dal desiderio di potere. E potere è possedere. La nostra comunità ha il compito di dimostrare che è possibile vivere in pace e in serenità senza bisogno di avere. Qui, a Tetepare, tutto è proprietà di tutti. Voi avrete tutto senza possedere niente. Possedere è solo un surrogato di avere.

Pensate a quanto un neonato può essere angelico: senza ombra di dubbio è scevro dal peccato poiché non riesce ancora a pensare. Crescendo e diventando un bambino, la cattiveria insita dentro di lui emerge. Tutti noi siamo stati corretti, sin dalla nostra infanzia. La stessa educazione è  correzione, al di là che il fine o il movente sia riconducibile all’etica o alla religione. Per questo motivo esistono persone buone, giuste, leali, pacifiche. Nostro malgrado, la natura umana è sempre guidata dall’istinto animale. Chi è giusto di indole può essere capace di accontentarsi, chi è cattivo è disposto a tutto pur di arrivare. E’ sempre una questione di ambizione, e l’ambizione conduce al potere.

In una società fondata sull’economia, essere equivale ad avere. Proprio per questo, l’invidia è un sentimento dannoso, un grosso pericolo. Si comincia a invidiare in piccolo, poi si giunge a invidiare in grande, sempre più in grande. Credete che i soldi facciano davvero la felicità, oppure pensate che siano in grado di distruggerla? L’uomo è animale, ma, evolvendosi, ha sviluppato in maniera originale alcuni sentimenti: autostima, amor proprio, desiderio, vanto. Chi non è stato educato non si accontenta mai, e tra migliorare e migliorarsi sceglie sempre la prima possibilità. Credetemi: l’essere umano è sempre disposto a tutto. Tetepare ci ricorda che nulla è per sempre, e che la vera felicità non risiede nel materiale, bensì nello spirituale. La nostra vita è già troppo breve, perciò conviene viverla con amore e nella gioia”.

Il lungo discorso di Jonny ci era sembrato toccante e piuttosto convincente, tuttavia, confrontandoci, sia io che David non eravamo ancora arrivati a comprendere fino in fondo la filosofia della T.D.A. Ci saremmo riusciti in seguito, forse col tempo, e sull’isola il tempo non sarebbe certo mancato.

Dopo aver ridotto a brandelli le nostre carte di credito e, a suo dire, aver sequestrato anche i nostri telefoni, Jonny ci consigliò di raggiungere gli alloggi. Un bel temporale stava ormai per abbattersi sull’isola: avremmo dovuto abituarci ai cambi repentini e bizzarri del clima tropicale. Consultammo la mappa di Tetepare che ci venne consegnata in seguito alla registrazione. L’uomo aveva contrassegnato con la penna il luogo ove si trovavano le nostre capanne dove avremmo trovato tutto il necessario per la nostra permanenza sull’isola: attrezzi, biancheria, vestiario, prodotti essenziali per l’igiene, stoviglie. Ci saremmo dovuti addentrare nella foresta per circa un chilometro, fino a sbucare in un’area disboscata dove avremmo notato delle biciclette elettriche riparate da una tettoia e delle quali avremmo potuto servirci per raggiungere le nostre nuove dimore. Osservando meglio la mappa notai che contrassegnava ogni struttura ad esclusione delle capanne a uso abitativo; avevo già visualizzato entrambe le postazioni di Help Center dove avremmo dovuto recarci la mattina successiva, per conoscere l’incarico lavorativo a noi assegnato dalla direzione organizzativa della comunità.

Calzammo le scarpe prima di addentrarci lungo il sentiero, nella foresta. Era fitta, rigogliosa, pulsava di vita. Al nostro passaggio, con un fremito di ali, si levarono in volo alcuni uccelli che avevano l’aria di essere dei pappagalli. Il suolo era fangoso ma battuto. Aveva cominciato a spirare un vento fresco e fortissimo che proveniva dall’oceano e che riusciva a far tremare perfino i tronchi delle palme da cocco. Incontrammo altre persone che procedevano a passo spedito, forse in direzione delle proprie dimore. L’uso delle biciclette elettriche era vietato a meno di un chilometro dalla costa. Tutti avevano un’aria felice, fossero essi soli o in compagnia, e sia uomini che donne vestivano alla stessa maniera. Tutti indossavano un paio di bermuda blu e una maglietta bianca, di cotone.

D’istinto pensai di afferrare il telefonino, ma, realizzando di non averlo più, mi sentii nudo all’improvviso.

Non vantavo molti amici, escludendo David, tuttavia, prima della partenza, mi ero preso il disturbo di organizzare una cena con i miei colleghi  in modo di dar loro la notizia della mia dipartita. Gli raccontai che mi sarei concesso un anno sabbatico, per poter tentare la fortuna all’estero. Avevo finto di essere diretto in Brasile, pensavo che tutti avrebbero capito il mio intento senza fare troppe domande.

Avevo perso la cognizione del tempo. Ben sapevo di dover spostare in avanti di otto ore le lancette dell’orologio, ma non l’avevo fatto. Il tempo, sull’isola, deteneva un proprio peso e una propria misura. Forse aveva perso tutto il suo valore, esattamente come era appena capitato con quello del danaro. A contare eravamo solo noi, ma io stavo morendo di fame.

(continua…)