(V.M.) LA COPPIA.

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

Eloise e Michael attesero il sollevamento della sbarra e  svoltarono a destra percorrendo una salita lungo una via alberata. I fari illuminavano saltellanti l’asfalto leggermente danneggiato. Poi, i due, seguirono le dovute segnalazioni costeggiando così, fino quasi alla fine, una lunga costruzione di alcuni piani in cemento grezzo con le finestre chiuse e dalla quale spiccavano in contrasto alcuni portoni rossi.
Parcheggiarono e, scendendo dall’auto, si abbracciarono sorridendosi maliziosi.
“Ecco, la 351!” Annunciò fiero Michael, appoggiando davanti al lettore il suo tesserino magnetico e, nel mentre, l’uscio si aprì con un secco “clack”.

Le luci si accesero soffuse, calde. Il locale abbastanza ampio accoglieva un letto con lenzuola rosse e sul cui comodino si consumava lentamente un incenso.
Il soffitto della stanza ed ogni parete erano interamente ricoperte da specchi. Al lato opposto rispetto all’entrata uno spesso e lungo tendone purpureo nascondeva una porta-finestra che dava probabilmente sul retro . Una porta scorrevole in acciaio, incorniciata da led brillanti, è stata lasciata semi-aperta lasciando intravedere la vasca idromassaggio.
Michael vi si infilò richiudendola davanti a sé.
Dopo essersi guardata in giro Eloise si lasciò ricadere soddisfatta quasi al centro del letto. Estrasse una spalla dopo l’altra dallo stretto vestito fuxia per poi lasciarlo scivolare oltre i suoi glutei chiari e sodi fino a liberarsene dai piedi.
Indossava ancora scarpe nere tacco 12, un perizoma essenziale in pizzo nero ed era cosparsa da abbondante profumo francese di prima scelta.
Ammirando il suo corpo seminudo attraverso gli specchi, da ogni angolazione possibile, si percepì pienamente soddisfatta di sé. Si carezzò quindi i seni, sollevandoli e spingendoli con le mani all’insù, verso la bocca. Assecondò il desiderio di leccarsi i capezzoli, lentamente, alternandoli ed emettendo gemiti timidi e pacati, ben attenta nel non farsi udire da Michael.
Cominciò presto a accarezzarsi anche più in basso, scostandosi di tanto in tanto l’elastico del perizoma che risultava tirato come una fionda che sta per scagliare un sasso.
Eloise quasi sobbalzò udendo un rumorino provenire da un angolo del locale ed intravide la sagoma di Michael.
Si preparò ad accoglierlo a gambe divaricate. Il cordino nero tagliava il suo sesso a metà rendendolo simile ad un’albicocca che, parzialmente aperta, ne mostrava un po’ il nocciolo scuro e la polpa succosa.
Michael seguì ovviamente d’istinto quel richiamo. La raggiunse prontamente, già nudo, a spada sguainata e vibrante, osservandola dal basso all’alto senza distogliere mai lo sguardo. Si inginocchiò sul letto accanto a lei e allargandole le braccia, si impadronì dei ogni angolo del suo corpo e delle sue grandi tette, cercando di domarle e costringerle tra le sue mani che risultavano troppo piccole per tanta abbondanza. Ci affondò poi dentro la faccia, scomparendo tra esse cominciando a leccarne il solco per poi salire a disegnare dei cerchi attorno ai capezzoli. Infine non esitò a morsicarli con delicatezza, succhiandoli e di tanto in tanto pizzicandoli con due dita.
Imbrogliò la mutandina nera tra i denti sfilandola lentamente e poi, sdraiandosi sopra di lei sussurrò: “ Non mi fermerò fino a quando non sarà gonfia tanto da farti male!”

Eloise si lasciò andare a braccia aperte sotto peso del suo uomo che infilò il suo bel serpente in quella tana calda, umida e discretamente stretta, lentamente, quasi scivolandoci dentro. Fu subito castigata da alcuni colpi secchi che la fecero grugnire. Michael alternava le spinte con un ritmo sincopato e lento, trattenendo il suo istinto animale che l’avrebbe voluta prendere come una bestia, a colpi profondi e veloci. Desiderava darle piacere, possederla, pilotarla il più a lungo possibile in modo che quell’unione di corpi potesse risultare una piacevole sofferenza tra continue tormentate attese e agognati compensi.
Di tanto in tanto estraeva l’aggeggio, ritraendolo e offrendolo a Eloise che, in stato semi-confusionale avida lo stringeva tra le mani, scuotendolo e tentando continuamente di riportarlo dentro di sé, senza fortuna. Fremeva per averlo, si sedeva e si chinava per leccarlo mentre Michael sorrideva in ginocchio davanti a lei: lui dettava le regole del gioco.
Quando riteneva fosse giunto il momento opportuno, Michael si sdraiava di nuovo per donarle un contentino ma non lo spingeva più a fondo ma ne infilava soltanto la cima, una piccola parte.
Eloise così si agitava sotto di lui, ancheggiando, dibattendosi per quanto le fosse possibile.
“Dammelo, dammelo tutto!” Lo implorò.
“Davvero lo vuoi tutto? Allora supplicami!”
Eloise rantolò ansimando: “ti prego!”
“Non è abbastanza, non mi hai convinto!”
“Michael dammelo!”
“Non così Eloise, da brava!”
“Ti prego, ti scongiuro, per favore dammelo tutto, tutto quanto!”
“Padrone! Eloise, devo sentire che mi chiami mio padrone!”
“Mio padrone, per favore, dammelo tutto!” Lo accontentò con la voce spezzata.
Solo allora Michael lo infilò fin dove poté, rendendo felice la sua donna che gemeva come una forsennata sotto i colpi potenti di quell’atto tanto appagante e al limite del violento.
Continuarono tra gemiti continui. Il grande seno di Eloise sobbalzava pieno.
Poi rotolarono sul letto, sul fianco. Eloise desiderava cavalcarlo ma Michael non la accontentò. La rivoltò con forza a pancia in giù e la penetrò da dietro senza dimenticare di tenere due dita sul punto dell’incontro mentre lei trasaliva sentendolo giungere duro fin nello stomaco.
Ogni luce si spense improvvisamente ma i due proseguirono a copulare ormai all’apice del piacere.

“Non so perché lo faccio. Non è la prima volta.Non devo far altro che pigiare l’interruttore che è proprio accanto a quel grande tendone color porpora, per spegnere la luce simulando una mancanza di corrente. Non se ne accorge mai nessuno.
E così è successo ancora, mi sono solo nascosta e poi sono sgattaiolata via, silenziosa nel buio, stando bene attenta a non far rumore nell’aprire la porta. Non c’è poi tanto di male no? Adoro solo guardare. Poi, a quell’ora, le luci del corridoio esterno che conduce alle camere sono sempre spente, è facile!
E per tutto il tragitto a piedi verso casa mia, per le vie semideserte, in quella notte, non ho fatto altro che masturbarmi ripensando a quei due, a quel grosso pene e a quelle grandi tette.
Mi sono coricata bagnata e soddisfatta.
Ogni tanto sa essere piacevole anche il mio turno serale di pulizia delle stanze del Motel Piccadilly!”

The end.
(Black Lady)

(V.M) LA BAITA ( seconda e ultima parte)

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

Il cameriere ci serve dei piatti enormi colmi di polenta fumante e carne. Il mio stomaco non reclama appetito, lo percepisco già pieno per l’antipasto e in subbuglio per l’eccitazione che non accenna a placarsi. Ne assaggio soltanto un po’, per curiosità, quasi automaticamente, soffiandoci sopra poiché ancora troppo bollente. Il profumo che lievita dalla pietanza è piacevole, sa di spezie e di funghi e a ben pensarci noto che tutto il locale ne risulta ormai impregnato.
Anche Teo non mangia più. Mi strizza l’occhio e con una smorfia compiaciuta mi domanda: “andiamo in camera?”
Io mi limito a sorridere mentre lui si è già alzato e si sta dirigendo verso la cassa del ristorante dove gli verrà preparato il conto e si accorderà per la stanza.
Dopo una manciata di minuti che mi è parsa interminabile lo osservo ritornare al tavolo con la sua tipica andatura sexy e sicura. Stringe in mano una ricevuta e una lunga chiave color bronzo alla quale è appesa una catenella alla cui estremità oscilla una pallina di legno scuro e consumato.
“Signora, mi segua!” Mi tende la mano galante invitandomi ad alzarmi dalla sedia. Afferro la borsetta che avevo appeso allo schienale, una piccola pochette nera, in tinta perfetta con il mio abbigliamento. Sono soddisfatta del mio aspetto, l’abitino aderente veste alla perfezione e, mentre svoltiamo nel corridoio che conduce alle camere, ho l’impressione che tutti i presenti ci stiano osservando. Bisogna ammettere che formiamo davvero una bella coppia e che la nostra intesa è così forte da rendersi quasi concreta, visibile.
“Ti sei fatto dare la mia preferita? Quella a piano terra?”
“Certo!” Risponde soddisfatto lui.
Proseguiamo nella penombra sfilando sulla mouqette rossa che attutisce il rumore dei miei tacchi a spillo. Sulle pareti sono appese fotografie di cime innevate e svariate stampe delle opere di Picasso e mentre penso a quanto sia pessimo quell’accostamento artistico, Teo mi cinge con forza per obbligarmi ad arrendermi alla porta della nostra stanza ancora chiusa. Mi bacia appassionatamente, sento le sue mani avide correre sul mio corpo, sopra e sotto il vestito. Mi solleva la gonna, mi massaggia le natiche poi i seni. Preme chino addosso a me con tutto il suo peso, mi desidera e con vigore comincia a carezzarmi bene tra le cosce. Mi sembra di impazzire dalla voglia: esistiamo soltanto io e lui adesso, qui. Il mondo si è fermato e null’altro mi riuscirebbe a distogliere dal desiderio di averlo pienamente dentro di me.
Impugna la chiave infilata nella tasca dei suoi jeans e, mentre ancora mi è completamente addosso, la infila nella toppa. Lo spesso portone si apre cigolante. Ci sopravviene un odore forte, un misto tra legname e canfora.
Con il palmo della mano dà un colpetto sull’interruttore a fianco della porta accendendo alcune plafoniere che donano al locale una luce giallognola e soffusa.
Il parquet geme con qualche scricchiolio mentre lui, con forza, mi solleva quasi da terra per poi costringermi distesa sul fresco copriletto di raso bordeaux. Con uno strattone mi libero delle scarpe mentre lui, in piedi davanti a me, si allenta la cintura e resta nudo dalla vita in giù sfilandosi i pantaloni e la sua biancheria che restano così ancorati ai suoi piedi mentre si lascia andare su di me.
Gli sfilo la maglietta. Il suo petto non è mai stato eccessivamente muscoloso, io lo adoro proprio per questo e per il fatto che,senza ricorrere ad alcuna depilazione, Teo sia da sempre quasi del tutto privo di peluria.
Avvolta dal suo calore mi sento protetta, la voglia che è dentro di me mi spinge a leccarlo, partendo dalle spalle, giù per i piccoli capezzoli rosei e poi, rotolando e sormontandolo ancora più giù. Sento chiaro e forte il suo cuore battere emozionato.
Mentre gusto il mio gelato lo osservo con gli occhi semichiusi, lui nel frattempo mi carezza i seni che ha sapientemente liberato dal reggiseno e che fuoriescono dalla ampia scollatura del vestito ballonzonando vigorosamente sopra di esso.
Mi carezza anche la testa mentre lo lavoro con tocchi morbidi e lenti. Poi la afferra con fermezza spostandola lateralmente, cercando di farmi comprendere che ora mi desidererebbe sdraiata accanto a lui. Obbedisco. Gemo.
Mi allarga le gambe quasi a strappare la gonnella del vestito che è rimasta arrotolata e raggrinzita, ridotta ad una fascia tra il sotto-seno e la vita. Gratificato ricambia il favore, mi assaggia lentamente, in quel punto, alternando giri e colpi di lingua che vanno a segno, uno dopo l’altro.
La sento pulsare viva e calda e ho un secondo orgasmo più forte del primo.
Teo non si arrende, prosegue lento ed esperto la mia tortura. Ora davvero vorrei sentirlo grosso subito dentro ma lui non è impaziente, mi lascia così: arrendevole e in attesa. Sono sua proprietà, sono il suo oggetto, sono totalmente in balia di ogni suo minimo gesto. Se si allontana di qualche millimetro riesco persino a percepire e trarre ulteriore piacere anche da uno spiffero di aria fresca che penetra dalla finestra accanto al letto. Le persiane sono aperte, le finestre socchiuse forse per favorire un ricambio d’aria. Immagino che da agosto nessuno abbia più soggiornato in questo locale.
“ Prendimi, sono tua!” Gli gracchio con sofferenza, dimenticando la bocca semi-aperta e in uno stato di estasi profonda.
Ora Teo si sdraia su di me, mi bacia il collo, le spalle, sento pungere piacevolmente la sua barba sulla mia pelle delicata. Mi bacia anche le tette, succhiandone goloso i capezzoli diventati oramai turgidi come due noccioli di ciliegie. Senza che me ne accorga mi sfila il vestito lanciandolo da qualche parte, a terra, oltre il letto.

Finalmente mi sento penetrare, ero pronta ad accogliere quel palo ritto, duro e grossolano che lui sa muovere con precisione e sapienza. Comincia a dare colpi potenti alternando il rapido e il lento che contrastano con la gentilezza dei preliminari.
Divarico ulteriormente le gambe, lo accolgo tutto con gran fervore e piacere, ancheggiando assecondanolo e sollevando il bacino aiutata dalle sue capaci mani per possederlo tutto, fino in fondo.
“Fammi godere di più, ti prego” Mi sfugge una voce roca, quasi una cantilena, un mugolato.
“Ti piace eh? Sei la mia bambola preferita!” Mi risponde orgoglioso mentre, senza tregua, continua martellante il suo “fuori e dentro” in me.
Non mi interrogo sulla sua sincerità. Voglio solo godere il più possibile. Credo ciecamente al fatto che lui mi riservi ogni volta un trattamento “speciale”, e questo basta per rendere idilliaco ogni nostro incontro.
E’ dentro di me, fiero e pieno, dolce e prepotente.
Ora pretende che mi giri, a quattro zampe. Mi vuole prendere da dietro, come un animale aggrappato alle mie tette.
Lo specchio del vecchio armadio ad ante posto proprio davanti a noi riflette il nostro atto, le nostre facce tese e appagate, le mie smorfie variabili ad ogni sussulto del mio corpo abbandonato a questo lussurioso piacere.

Si interrompe, scivola giù dal letto e pretende che lo segua ad una vecchia credenza adiacente al muro.
Mi trascino al bordo del materasso con l’organo in fiamme e con le gambe tremolanti, persino lo sfregare del copriletto sulla vagina mi regala altro piacere. Acconsento al resto del trattamento.
Mi aiuta ad arrampicarmi e mi siede sulla credenza. I nostri sessi sono paralleli. Dopo averla massaggiata donandomi una pausa di sollievo vi infila di nuovo il suo membro che, sulla durezza del mobile, si fa sentire in tutto il suo vigore persino su nello stomaco.
Dopo pochi colpi lo estrae, io lo catturo tra le mani ma presto scivola di nuovo via e torno a mangiarmelo, dentro. Teo continua con questo giochetto che mi fa decisamente impazzire.
Solo per caso noto un’ombra furtiva muoversi tra il tendone e il grande mobile della stanza o forse le ombre sono due.

Degli spifferi d’aria penetrano freddi dalle persiane che mi sembrano più scostate rispetto a poco prima.
Ho un sussulto che Teo ignora scambiando per un fremito di piacere.
Devo staccarmi dalla sua bocca, da quel bacio. Devo gridare, devo avvertirlo! Forse qui c’è qualcun’altro!
Non ne ho il tempo.
Una figura alta e robusta ha già afferrato Teo. Lo cinge con i bicipiti stretti mentre lui è ancora dentro di me.
Una seconda terribile sagoma si avvicina velocemente a noi. Ride e con un accento strano pronuncia eccitato qualche parola che si perde nell’aria.
Sono in preda al terrore. Percepisco i muscoli vaginali contrarsi tanto da farmi quasi male.
Il secondo omone ora infila uno straccio nella bocca di Teo poi lo benda stretto e lo lega con più giri di un cordone spesso e beige. Lo spingono in due a terra, sembra un lungo salame. Poi ferocemente riservano lo stesso trattamento di bendaggio anche a me. Sono riuscita a emettere solo un mezzo urlo prima di essere imbavagliata, spero qualcuno abbia potuto udirlo. Qui è tutto sempre così silenzioso… Tremo.
Un gusto di muffa mi riempie la bocca, lo straccio mi affonda fino nella gola provocandomi conati di vomito.

Teo si dimena, tenta di lamentarsi ma in cambio riceve soltanto numerosi calci ovunque e anche in faccia. Rivoli di sangue gli sgorgano purpurei dal viso.
Io sono in lacrime, immobile, pietrificata. Adesso si dedicano a me legandomi i polsi e le mani dietro la schiena. Sono ancora seduta sulla credenza, stringo le gambe per vergogna e difesa ma l’omone più grosso è in piedi davanti a me. Con forza me le divarica afferrandomi le ginocchia.
Ride, si mette proprio in mezzo slacciandosi i pantaloni. I nostri visi sono molto vicini, tento di ritrarmi all’indietro, schifata dal suo volto cattivo, dal suo alito maleodorante e da quel suo ghigno sadico incastonato in un orrendo doppio mento. Dimostra una cinquantina d’anni, è molto energico. Noto un’ascia da taglialegna che è posata per terra e a pochi metri da noi.
“Sei una baldracca eh?” “Adesso tocca a me, ti scopo io!” Dichiara l’animale mentre spinge il suo membro a fatica dentro di me.
Lo schifo mi assale, il vomito anche, sento un dolore lancinante come se mi stessero asportando l’utero a mente sana.
Poi tutto attorno a me si annebbia e si oscura.

La luna andò a nascondersi in cielo lasciando il suo posto ad una nuova alba mentre due ambulanze in emergenza raggiunsero la baita spaccando il silenzio con le loro terribili voci echeggianti in tutta la valle. Dalla lontananza si udirono in avvicinamento altre stridule sirene, probabilmente i carabinieri.
La civetta e le cicale si zittirono ammutolite.

Il proprietario dell’hotel, sbracciando terribilmente agitato, appena fuori dall’ingresso eretto teso e in piedi tra due panche di sasso e sotto ad un pergolato di Clematis, gridò: “ per di qua, per di qua!!! Gli hanno amputato le gambe! Fate presto!”

… The end.
(Black Lady)

(V.M.) LA BAITA (parte 1)

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Si sconsiglia la lettura ai minori di anni 18.

La stradina ripida e ciottolata che attraversa la pineta viene irrorata da un bagliore di fari. Alcuni sassi pigiati dai copertoni schizzano via provocando crepitii secchi. E’ sera e si respira un’ottima aria qui in montagna.
La vettura parcheggia nello spiazzo disboscato adibito a parcheggio accanto alla baita dove ho un appuntamento per cena. E’ proprio lui, puntuale come sempre.
E’ da poco sopraggiunto il buio ma alcuni lampioni dalla luce giallognola e fioca posti ai lati del parcheggio mi permettono di osservare da qui la portiera lucida del suo Cherokee nero che si spalanca totalmente. Lui scende deciso, si aggiusta i jeans sollevandoli per la larga cintura alla vita, sgranchendosi anche un po’, guardandosi attorno. Mi nota subito. Si incammina senza esitazione verso di me e, contemporaneamente, richiude con il telecomandino l’auto lasciandosela alle spalle.

Adoro quella sua andatura atletica e quel suo passo largo e stabile.
In controluce non riesco ancora ad osservare il suo viso, lo immagino esattamente come l’ultima volta anche se sono ormai passati diversi mesi.
Il desiderio di riabbracciarlo mi centrifuga lo stomaco e la pancia. Da settimane aspetto con ansia ed eccitazione questo momento. Ritrovarci è sempre meraviglioso. Devo essere onesta: mi capita persino di desiderarlo accanto più spesso ma, a causa del suo lavoro, Teo è perennemente in giro per il mondo.
Ritrovarsi dopo tutto questo tempo esclusivamente per una serata di sesso riesce a riempire il corpo di brividi per giunta accentuati dal clima di questa altitudine che risulta piacevolmente pungente.
Eccolo, mi ha quasi raggiunta. Il mio occhio cade tra le sue gambe leggermente muscolose fasciate strette strette da un paio di jeans chiari.
Ora è davanti a me, noto la novità di una leggera barba incolta che porta magnificamente. Ci avvolgiamo in un abbraccio forte e ridiamo di autentica gioia.
Ci mangiamo con gli occhi. Tra noi c’è sempre stata una forte attrazione sessuale e parecchia empatia. Condividiamo la stessa voglia di libertà e di divertimento disdegnando da sempre ogni sorta di impegno o di convivenza forzata.
“Ciao Mara, sei ancora più bella!”
“Bentornato. Anche tu. Ti sta bene la barba!”
Lui si china e, senza timore né esitazione si avvinghia a me in un lungo bacio. Le sue mani mi sono già addosso ed impazzisco di voglia, le percepisco ferme e determinate, ho un fremito intensissimo.
Restiamo qualche minuto così, respirandoci e annusandoci.
Certi profumi, come alcune musiche, fanno parte di noi, li riconosceremmo ovunque, aprono la mente ai ricordi e ci tranquillizzano allo stesso tempo. Il suo è un odore particolare, non eccessivamente profumato e, proprio per questo, riesco a percepire anche l’essenza buona della sua pelle che, ripensando a tutti gli incontri che da sempre ho avuto, è in assoluto quella che preferisco. Penso possieda un certo “qualcosa di magico”, che ogni volta mi fa sentire esattamente come al rientro di una lunga vacanza quando, varcando la soglia del mio piccolo bilocale, il profumo personale di casa mia torna ogni volta con prepotenza a penetrarmi a fondo le narici.
Ci dirigiamo nello chalet-ristorante dove un cameriere robusto che indossa uno stiratissimo grembiulone viola ci invita ad accomodarci allargando con i suoi morbidi e grossi bicipiti le pesanti sedie in legno di massello fino ad ora rimaste coperte dallo spesso tavolo rotondo e dalla sua penzolante tovaglia scozzese.
Ci guardiamo negli occhi, intensamente. Teo mi fa sempre questo strano effetto, con lui parlo meno e questo è davvero strano, ma fremo come un’adolescente al solo pensiero di averlo ancora una volta dentro di me.
Il cameriere intanto ci porta una bottiglia di vino rosso che trasuda goccioline, avvolta da un tovagliolo bianco candido per facilitarne la presa. Ne versa il contenuto in calici piuttosto rozzi e disposti sul tavolo accanto a bicchieroni “d’osteria” adibiti per l’acqua.
Questo non è certo un locale dei più eleganti ma entrambi concordiamo sia gradevole questa atmosfera tipica delle case di montagna, tanto accoglienti col loro legno e i loro camini, con quelle classiche travi a vista sul soffitto e spesso custodi di trofei di caccia, anche imbalsamati e appesi alle pareti insieme a zoccoli di legno e altri oggetti strani. Poi, per questa circostanza, apprezziamo soprattutto la comodità di poter disporre di stanze da letto sempre libere soprattutto in queste stagioni più fresche e poco assaltate dai turisti. Infine ne amiamo sopra ogni cosa il silenzio e l’ambiente selvaggio dei boschi che le circondano e che si scorgono da ogni angolatura o da ogni finestra da dietro le tendine rosse e incorniciate da spesse persiane.

Porto il bicchiere alla bocca provocando Teo, leccandomi le labbra senza distogliere lo sguardo dal suo. Lui mi osserva goloso e noto sul suo collo il pomo d’Adamo salire e scendere più volte esattamente come durante una deglutizione malgrado lui non abbia ancora bevuto.
Allegramente si rivolge a me proponendomi un brindisi ed esclama euforico:“ a noi!” Riappoggiando poi sul tavolo il suo calice solo ora del tutto vuoto.
Il ristorante è semi-deserto. Un paio di coppie sono sedute dall’altra parte del salone ma nessuna di loro pare possedere la nostra complicità.
Una donna sfoglia uno smartphone lamentandosi della mancanza di linea WiFi mentre il suo accompagnatore scruta il locale con aria parecchio distratta.
Io invece mi sento felice, mi lascio crogiolare nelle mie sensazioni. Teo comprende i miei pensieri e distende un braccio, con la sua mano sfiora la mia. La sua carezza corre presto ovunque, sulla pelle sotto il vestito e poi per tutto il mio corpo: so che tra poco sarà finalmente ancora una volta dentro di me.
Adoro questa attesa perché lentamente sa accendere un grande fuoco di desiderio ed io lascio libertà assoluta alle sue fiamme di dipanarsi, allungarsi, di alimentarsi il più possibile, ovunque.

Osservo distrattamente due contadini del posto, sulla cinquantina, che chiacchierano animatamente col barista. Sono in piedi al bancone davanti ad una caraffa enorme di vino bianco, denso e liquoroso sgranocchiando noccioline.

Per l’occasione non indosso biancheria intima e sotto il vestitino leggero posso sentire dell’umidità formarsi sulla sedia di legno a stretto contatto con il mio sesso che pulsa e che vi preme contro impaziente. Sistemo la gonnellina che è rimasta stropicciata sotto ai glutei. Il sangue mi circola inquieto pensando alla notte che trascorreremo insieme.
Consumiamo un tagliere di affettati con qualche altro mezzo bicchiere di vino. Lui mi racconta della sua ultima esperienza di viaggio, del suo lavoro e di Kaihla, una splendida donna che ha incontrato ad Osaka.
“ E com’era a letto?” Domando curiosa accennando un sorriso malizioso. Con credibile sincerità lui risponde: “non un gran che!”.
Io mi eccito ancora di più. Tra noi esiste realmente questo rapporto “speciale” che in pochi riescono a comprendere. Qualche mia amica giudica la nostra strana relazione superficiale e scialba: lungi da me dare peso all’altrui opinione. Io sto bene così e trovo che la vita seria di coppia non possa proprio fare per me.

Il vino comincia a salire un pochino alla testa, non ho più fame, mi sento già sazia.
“Usciamo a fumare?” Gli domando con la voce leggermente roca.
“Certo mia cara.” E si alza dirigendosi fuori. Lo seguo appena dietro di lui e sono orgogliosa di godere di un tale accompagnatore che fisicamente mi appaga totalmente.

Due panche di sasso sono fissate a terra a pochi metri dall’entrata disposte parallelamente sotto un pergolato di legno avvolto da piante rampicanti di cui, in quella penombra, non riesco a distinguere la specie.
Ci sediamo una di fronte all’altro, ci separa lo stretto passaggio per l’accesso al locale. Io accendo la mia Marlboro aprendo distrattamente le gambe e sollevandole un poco da terra in modo che possa accorgersi delle mie nudità che nonostante il fresco percepisco troppo calde e vive.
Inizialmente Teo osserva rilassato il mio viso accennando l’ennesimo discorso qualunque ma viene distratto dalla mia posizione poco composta lasciando così comparire sul suo volto un repentino cambio di espressione. Gli leggo in faccia un certo compiacimento: sono riuscita ad eccitarlo.
Lui mi chiede teneramente:” Ma… non hai freddo?”
Io gli rispondo di no, scivolando indietro con la schiena e aprendo ancora di più le gambe senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi e percependomi sempre più fragile e languida.
Teo viene a sedersi accanto a me attratto da una forza quasi magnetica. Siamo gli unici all’esterno del locale dunque non stenta ad infilare una mano sotto al mio vestito. E’ ruvida e delicata. Prima mi carezza col suo palmo risalendo dalle cosce e, una volta raggiunto il punto più tiepido e morbido, lo penetra con un dito, con estrema passione. Lo estrae subito, massaggiando di nuovo bene tutt’intorno e poi lo infila di nuovo e un po’ più a fondo. Ripete ciclico questi passaggi, lentamente.
Mi lascio andare, butto la cicca della sigaretta, mi faccio coccolare. Credo sia bello così, in certe circostanze, sapere di non potere andare oltre, subito.
Cerco di trarre il maggior beneficio dall’attesa.
Io gli carezzo il rigonfiamento che noto essersi formato sotto la sua patta e che sembra esplodere dai suo jeans per la carenza di spazio libero.
“Sarà meglio rientrare”. Sussurro con la poca voce roca che riesco a trovare dentro di me. Lui è ancora preso, il suo desiderio mi giunge in pieno come un’ondata di burrasca e ciò mi capita ogni volta che ho il privilegio di averlo accanto. Ogni volta, sempre di più, mi convinco che tra noi esista un rapporto veramente speciale, un’attrazione unica e rara.
Ora appoggia il suo volto sul mio petto sodo mentre rovista a più non posso. Sto già per avere un orgasmo, tutta la situazione è davvero accattivante. Lui possiede un tocco unico, esperto, sa come sfregarmela bene.
Mi distrae un rumore di passi sul selciato. Ho un sussulto e a malavoglia ma d’istinto gli afferro il polso per ritrarre la sua mano dal mio organo bollente.
Lui non ne vuole sapere, oppone resistenza e a quel punto comincio a gemere sommessamente.
Questa situazione mi sfugge al controllo. Mentre noi sbrighiamo i nostri lussi osservo con gli occhi bassi e semichiusi i grossi scarponi di due uomini sfilarci davanti.
Odo qualche verso trattenuto, probabilmente una risata soffocata e uno di loro sussurra all’altro qualcosa, a bassa voce e in dialetto stretto.
Il mio uomo continua, continua. Per un secondo noto nella penombra e di sbieco sul suo viso un sorriso fortemente erotico e nel contempo divertito.
Annuso pienamente il lieve profumo misto a acre odore di tabacco tra i suoi capelli, è virile mentre ora mi cerca la bocca lasciando la sua lingua leggermente all’infuori, sospesa.
Infila la mano libera nella scollatura del mio vestito, tra i seni, stringendoli con possesso, liberandoli dai costringimenti del sottile reggiseno a balconcino e carezzandoli pizzicandone di tanto in tanto gli ormai turgidi capezzoli.
Ho la sensazione che i due uomini si siano fermati ad osservarci, probabilmente nemmeno troppo distanti da noi.
“Mi sa che quelli ci stanno guardando”. Gli sussurro tra un gemito e un altro.
“Facciano pure.” Risponde Teo sempre più divertito e leggermente ansimante, accelerando il suo assiduo lavoro tra le mie gambe.
Mi prende la confusione totale, mi manca il respiro. Sono vittima di un desiderio immenso, indescrivibile. L’energia che ho in corpo sta per scoppiare. Devo fare qualcosa. Gli abbasso istintivamente la zip dei pantaloni e con tutta la mia forza spingo l’elastico del suo boxer verso il basso afferrando tra le mani il suo bel gioiello. Resto un po’ così, con la mano piena, stretta.
Sento la voglia di sedermi a cavalcioni su di lui e la assecondo.
Anche se i jeans separano i nostri corpi mi sforzo per sentirlo bene rigido sotto di me.
Lui è sereno, proseguo decisa. Mi muovo ora lentamente, assaporando ciò che posso, una minima parte, verso l’alto, verso il basso, ancheggio, ondeggio. Tengo un ritmo molto lento per non consumare subito il meglio di questa nottata che va invece gustata piano piano come un assetato può apprezzare una sola goccia alla volta.
Mi fermo. Voglio i suoi occhi, ora.
“Rientriamo”. Gli ordino.
Lui obbedisce ricomponendosi velocemente. Restiamo qualche minuto seduti immobili uno accanto all’altra cercando di riprendere un po’ di fiato.
Distinguo a pochi metri da noi ed accanto ad un largo tronco di albero le sagome dei due montanari, appena visibili e malamente illuminate che in quell’istante si allontanano ghignando e lasciandosi dietro una sottile scia di fumo probabilmente fuoriuscita da una pipa.

Ci guardiamo teneri, sorridendo.
“Abbiamo fatto un’opera buona.” Scherza Teo.
“Eh già!” Gli rispondo scoppiando in una fragorosa risata.
“Mi lasci così? Con le cose fatte a metà?” Chiede falsamente ingenuo.
“Per ora si.” Mi viene da rispondere secca ma con un tono malizioso.
“E come posso continuare a mangiare sapendoti così… nuda?”
“Con le posate no?” E alzandomi lo tiro per il braccio, ridendo. “Dai, finiamo la cena.”

Dopo tutta questa euforia mi raggiunge uno strano pensiero, non è chiaro, è un po’ confuso. E’ come se il benessere mi avesse improvvisamente abbandonato per lasciare posto ad un’altra emozione, sgradevole, che non riesco ora a decifrare. Forse si tratta di una percezione, mi sforzo di comprendere cosa l’abbia potuta alimentare. Fortunatamente non è nitida, è soltanto un flash, un’immagine che è già svanita. Ho visualizzato per meno di un secondo un corpo sfregiato dal quale fuoriusciva zampillante del sangue vivo probabilmente ancora caldo.
Allontano immediatamente quei brutti pensieri. Non intendo guastarmi la bella serata.
Abbraccio il mio uomo e varchiamo affiancati e nuovamente la soglia del locale. Sorrido a Teo mentre ci accomodiamo al nostro tavolo.
Tra le persiane socchiuse noto i timidi raggi della luna filtrare da un abete. Stanotte è magicamente piena e regala meglio a noi quassù i suoi mille giochi dorati.

(Black Lady)

BREVISSIMA PREFAZIONE A V.M.

In narrativa la linea di confine tra il pornografico e l’erotico, a mio parere, è stata segnata dalla grande Anaïs Nin.

Noi ci muoveremo entro tale ambito, attenti a non oltrpassarlo mai, nel rispetto del sesso in quanto tale e dei sentimenti, quelli veri, per cui una “scopata” diventa “fare l’amore”.

Nei racconti che pubblicherò affronteremo ambedue gli argomenti.

Vi auguro buona lettura e altrettanto relax.

A presto dunque con il primo V.M.

Lady Nadia.
( per questi racconti alias Black Lady )

 

UDITE,UDITE! NOVITÀ V.M.

A brevissimo, ( a giorni direi ) il blog ripartirà a pieno ritmo con una novità.

MOLTO SPESSO, TRA I VARI ARTICOLI PUBBLICATI, NE POSTERÒ ALCUNI PRECEDUTI DALLA SEGUENTE SIGLA: “V.M.”

In realtà conservo tra le mie scartoffie e da anni diverso materiale in buono stato e soltanto da revisionare, inerente al racconto erotico.

Ho detto EROTICO nel vero senso della parola, non pesante, non pornografico.

Allora siete avvisati! Attenti ai post V.M.!😊

E soprattutto sia chiaro: TUTTO INVENTATO, NULLA DI AUTOBIOGRAFICO. Solo frutti di una viva fantasia che nella vita SERVE SEMPRE.

CIAO A TUTTI!

(Fatemi un “in bocca al lupo”, mi sono decisa a renderli pubblici solo da qualche breve tempo. A qualche amica sono già piaciuti. Aggiungo una nuova categoria ok?😊)

Dedicated. ( Niente satira, con rispetto)

 

 

buio

 

CHE SIA ANDATA COSI’?

 

Charlie, così detto da tutti sebbene il suo vero nome fosse Cristian, l’aveva svegliata di soprassalto, attorno alle 2.30, pigiando senza scrupoli l’interruttore del grande lampadario che traballava insieme alla sua luce. Le afferrò con vigore il braccio scuotendolo energicamente, più volte.
“Ehi, dobbiamo uscire in cortile!” Le aveva intimato, tentando di mantenere una certa calma e insistendo. Continuò così fino a che la moglie accennò finalmente un nervoso spasmo alle palpebre.

Lei rispose con tono preoccupato, con la voce assai roca, quasi biascicando e ancora in dormiveglia: “Che succede Charlie?”
“C’è il terremoto, fai presto, alzati!”
Charlie soffriva purtroppo di risvegli notturni continui. Spesso restava completamente vigile per ore intere in attesa che l’alba, con le sue prime fioche luci rosee, potesse finalmente filtrare dalle fessure delle spesse persiane in legno. Le aveva provate tutte, dalla valeriana ai sonniferi, ma davvero nulla era riuscito a porre rimedio alla sua fisiologica insonnia.

Quella notte si era risvegliato udendo un boato sopraggiungere da lontano. All’inizio lo scambiò per il rombo di un aereo e pensò che questo potesse trovarsi in una situazione di atterraggio di emergenza. Non convinto poi lo paragonò persino al tumulto di mille carri armati. Ma quel frastuono divenne sempre più forte e quando Charlie realizzò un deciso tremore del letto e  uno strano rumore simile a tanti campanelli tintinnanti, finalmente capì.

“Ho paura!” Dichiarò Elda con un fil di voce e ancora assonnata mentre balzava fuori dal letto con gli occhi spalancati e fissi nel vuoto.
“Andiamo!” Esclamò Charlie distendendo un braccio verso di lei e tendendole la mano.
Si precipitarono all’entrata dell’appartamento. Charlie girò la chiave nella toppa della pesante porta blindata e, quando questa finalmente si aprì, udì alle sue spalle la voce di Elda: “No, aspetta. Il mio quaderno di poesie!”
Charlie si asciugò la fronte sudata con la manica del suo pigiama bianco a costine e voltandosi verso di lei la supplicò: “Lascia perdere dai, ne scriverai altre, dobbiamo andare, è pericoloso!” E diede una manata al portone che si spalancò. Voltandosi poi per assicurarsi della presenza di Elda, non vide nessuno dietro di se.
Fu preso da un nodo alla gola e fu assalito dall’ansia.
Alcuni soprammobili di vetro che erano posti sul mobile in soggiorno e che erano stati acquistati durante un magnifico week-end romantico a Venezia, caddero uno dopo l’altro sul bel pavimento in cotto toscano, frantumandosi e riducendosi in cocci e piccole scaglie.
I muri di casa parevano distorcersi ed inclinarsi su un lato e Charlie ebbe persino l’impressione di trovarsi su una discesa. Vide una crepa crearsi e dipanarsi dal soffitto fin dietro la stampa di Klimt e proseguire ancora fino a terra.
Il boato intanto era diventato fortissimo, quasi insopportabile.
Charlie con un balzo tentò di raggiungere la stanza da letto. Nel grande cassettone della credenza  Elda riponeva il grosso quadernone rosso ove era solita riportare, in bella copia, le sue migliori poesie.
L’uomo si fermò un istante sulla soglia della camera ad osservarla mentre, con la sua bella opera in mano, lei osava accennargli una sottospecie di sorriso che esprimeva insieme  soddisfazione e isteria.

Poi un crollo improvviso sollevò una spessa nube che, come fumo, avvolse istantaneamente la stanza.
Polvere negli occhi, sulle braccia, nelle mani e persino in bocca, ovunque.
Saltò la luce. Tutto era nel buio pesto. Colpi di tosse.

Charlie respirava a malapena. Una specie di sabbia gli era penetrata negli occhi e percepiva nel naso un senso di secchezza insieme ad un odore acre che diventava retrogusto di cemento misto a muffe più giù, nella gola.
Poi un altro crollo, stavolta proprio sopra di lui e infine…
… il nulla assoluto.

A risvegliarlo stavolta fu un ritmato ticchettio metallico, simile al rumore emesso dalle casse del supermercato ove lavorava da più di vent’anni, come direttore. Anzi, sul principio fu proprio convinto di aver accusato un malessere sul lavoro. O peggio: forse non riposando sufficientemente bene di notte poteva essersi addormentato durante il suo turno? No impossibile, senza aver assunto alcun sonnifero era improbabile che ciò capitasse.
E allora? Cosa diamine era accaduto? Dove si trovava?
Le domande nascevano veloci e continue dentro la sua testa. Piano piano tentò di mettere a fuoco ciò che si trovava attorno a lui in quel momento. Era visibilmente agitato, tremava. Udiva il suo cuore accelerare i battiti all’impazzata.
I suoi occhi percepivano soltanto ombre e rari bagliori di luci bianche. Poi visualizzò un led rosso, forse, sull’angolo del soffitto.Tentò di sfregarseli un po’ ma fu trafitto da un dolore lancinante che si originava sul fianco destro, tra le costole e la schiena.

Trascorsero svariati minuti poi effettuò un secondo tentativo, sforzandosi di non urlare per il male percepito, e per un certo verso andò meglio.
Cominciava a distinguere delle forme accanto a lui, forse un mobiletto, più in là una finestra socchiusa e poi un altro letto di ferro bianco, con lenzuola bianche, dove era distesa immobile la sagoma di un uomo con la barba corta e nera.
Voltò lo sguardo dalla parte opposta e distinse i sostegni delle flebo. A quel punto fu certo di trovarsi in un ospedale.
Allora cominciò ad interrogarsi sempre più confuso e preoccupato e
alla fine ricordò. Quel terribile terremoto!

“Elda, Elda come sta?” Gridò istintivamente, ripetutamente, col poco fiato che si ritrovò nei polmoni e infischiandosene dei dolori che parevano tranciargli il petto e la schiena.
Cercando con le mani, a tantoni, l’interruttore del campanello di emergenza per far accorrere un qualche infermiere, notò con disappunto che accanto al suo letto, su un piccolo comodino, era poggiato un grande quadernone rosso un po’ graffiato e parecchio impolverato.
Elda l’aveva ordinato online, svariati anni prima, proprio quello, proprio così. Non le garbava l’idea di dover separare in più fascicoli le sue poesie, desiderava conservarle tutte insieme, come se avessero potuto tracciare tutta la memoria della sua vita, una specie di percorso dei suoi stati d’animo, un qualcosa di immortale da poter tramandare ai suoi figli che poi, purtroppo, scoprì di non poter avere.

Dopo che tutti questi ricordi si furono avvicendati in sequenza rapida nella mente di Charlie, ecco apparigli come dinanzi agli occhi, reale e in una specie di visione il volto di Elda. Era molto bella nonostante giunta a ridosso della cinquantina, con i suoi folti capelli mai tinti e ancora castani, mossi e sempre un po’ arruffati e che, ogni mattina, fungevano da soggetto preferito all’ora della colazione, quando Charlie scherzosamente a causa di quella chioma la appellava “mia leonessa”.

Charlie smise di pensare, di respirare e forse anche di vivere quando un dottore varcò la soglia, si avvicinò al suo letto e gli comunicò la tremenda notizia: Elda era morta. La loro casa le era crollata addosso e qualcuno aveva estratto dalle macerie il suo corpicino esile e meraviglioso.

O FORSE POTEVA ANDARE COSI’?

“E il mio quaderno di poesie?”
La frase risuonò a malapena nel caos di quel fragoroso boato.
“Lascia perdere, ne scriverai altre, andiamo, presto, non c’è tempo!”
Charlie rispose  cercando di mantenere una calma apparente e soprattutto di risultare convincente, nonostante la sua fronte eccessivamente sudata lanciasse segni inequivocabili di evidente tensione.
“Non posso!” Rispose cocciuta lei.
Charlie comprese che Elda non avrebbe mai e poi mai rinunciato a quel quaderno, dopo tutti quegli anni di stretta convivenza coniugale lo sapeva bene: era testarda come un mulo.
La donna non fece in tempo a retrocedere di un solo passo. Charlie la afferrò e, spalancando il portone con una violenta manata, la scaraventò fuori, sulle scale comuni, con tutta la forza che possedeva in corpo precipitandosi poi nella stanza da letto.
Tutta la casa tremava ormai con un vigore inaudito. I suppellettili cadevano come soldati in battaglia, in fila, uno dopo l’altro. Anche i bellissimi soprammobili che avevano acquistato durante un week-end a Venezia erano in frantumi. Il terremoto era sempre più forte, terrificante.
Il pavimento pareva inclinarsi e avrebbe potuto spezzarsi da un momento all’altro sotto i suoi piedi, un tremore anche fisiologico si era impadronito delle sue gambe ma… doveva farcela!
Così riuscì ad aprire il cassettone e a stringere ben saldo tra le mani il quaderno rosso di Elda.
Percepì un peso enorme abbattersi sulla sua schiena. Fu atterrato al pavimento, la faccia sulle piastrelle beige di cotto toscano che tanto avevano desiderato tra le tante rifiniture disponibili per la loro dimora.

Tutto diventò nero.
Elda non si era mossa. Lo attendeva sul pianerottolo mentre tutto sballottava, si muoveva e si udivano rumori di ogni genere.
Improvvisamente udì un crollo davvero spaventoso e fu circondata da una spessa coltre di polvere. Piangendo disperata gridò forte: “ Charlie! Charlie!”
Poi qualcosa la colpì duramente, proprio sulla testa.

Grida di disperati, sirene, pianti. Una barella.
Il tempo che trascorreva pareva insieme sia veloce che interminabile.
Le venne divaricata con forza una palpebra e le fu puntata una luce fortissima dinanzi alla pupilla.
“Signora, signora!”
Elda non ricordava più nulla.
Solo svariato tempo dopo, un giorno come tanti la memoria tornò. L’accaduto le fu raccontato da qualcuno e fu seguita da uno psicologo tra i migliori e i più noti d’Italia.
Ma di una cosa fu subito certa: Charlie sarebbe stato l’unico amore della sua vita.

OPPURE ANDO’ COSI’?

Elda esclamò agitata: “ Charlie, il mio quaderno di poesie!”
“No, no, no, Elda! Dobbiamo uscire e subito!”
“Io vado a prenderlo.”
“Ho detto no! Tu esci! Vado io.”
Non appena il portone si fu spalancato, Charlie la strattonò fortissimo trascinandola fuori dall’appartamento.
Rientrando, l’uomo si precipitò di corsa in camera da letto, faticando parecchio a causa delle gambe tremolanti che stentavano a reggerlo e per la sensazione che Il suolo gli si sgretolasse sotto ai piedi. Non poté fare a meno di notare un contenitore dimenticato sul tavolo della cucina. Pareva quasi compiere dei salti  per quanto traballava! Elda, qualche ora prima, aveva preparato il sugo “amatriciana speciale” sempre così tanto apprezzato da Charlie e che avrebbero dovuto consumare a pranzo l’indomani.
Elda, che da sempre si era rivelata una grande cocciuta, non avrebbe mai lasciato rientrare Charlie da solo in quella situazione di emergenza e dunque si diresse a capofitto dietro di lui. Dai muri cominciava a staccarsi dell’intonaco, alcune crepe correvano veloci sulle pareti, i soprammobili si frantumavano a terra, uno dopo l’altro.

Charlie aveva già aperto il cassettone della credenza quando lei lo cinse stretto da dietro la vita.
Lui si voltò e quello sguardo d’amore e di panico fu la fine di tutto, per sempre.

 

LA FINE.

 

Nel piccolo cimitero ogni giorno qualcuno appoggia fiori, poesie e altri piccoli oggetti sulla tomba di Elda e Charlie sulla cui lapide argentata  è incisa la seguente poesia tratta dal quaderno rosso:

 

 

La natura è meravigliosa,

ma anche pericolosa.

Crea e distrugge a suo piacimento,

il nostro è solo un puntino nel firmamento.

A volte essa ride, altre piange e anche si ribella,

alle ingiustizie compiute sulla sua terra.

E nessuno può lottare contro il destino,

la vita è soltanto un mistero divino.

 

Elda.

LA LEGGENDA DEL DRAGONE.

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In un assolato cortile di una comune casa qualunque, diverse lucertole se ne stavano buone buone e immobili sotto il caldo sole di agosto, appena fuori dalle proprie tane e in stretta prossimità dei rispettivi nascondigli, pronte a ritirarsi velocemente in caso di pericolo.
Una di loro, forse la più originale o, può darsi nel pensiero comune la più intelligente, ammirava d’abitudine la sua ombra, lungamente e di continuo. Questa si stagliava sull’asfalto grande e mostruosamente ingigantita dai raggi di quell’abbagliante sole estivo, specialmente al calar della sera e, per qualche strano motivo, a furia di sognare, quel piccolo esserino si era convinto di essere diverso da tutti, si credeva sul serio un possente dragone, forse simile a quello dipinto su un vaso che da sempre era poggiato nell’angolo di un balcone che sporgeva dalla palazzina proprio sopra le loro teste e che tante e tante volte, forse troppe, avevano tutte raggiunto arrampicandosi.
E come poter biasimare questo suo pensiero? Era solo una lucertola e di conseguenza, non si era mai specchiata da nessuna parte, non aveva mai visto di sé nulla d’altro che la sua ombra nera, molto spesso ingigantita, giorno dopo giorno, per tutta la primavera e per gran parte dell’estate.
Nei giorni nuvolosi ne serbava gelosamente il ricordo attendendo di poterla nuovamente ammirare.
Era senza dubbio la lucertola in assoluto più coraggiosa. Mentre le altre di quel cortile al minimo rumore o al più infinitesimale movimento estraneo scappavano via, lei si beffava di tutto, quasi burlona e rimaneva così: fiera ed immobile, sul suo posto preferito, sulla mattonella più alta quasi in centro al cortile.
E non poteva certo sapere che fino a quel giorno era stata soltanto fortunata nel non venire investita da qualche gomma delle vetture che transitavano di lì ai garage.
Le sue simili la osservavano con timore, soltanto con un quarto di occhio e di sbieco, da lontano, ben bene infilate col resto del corpo nelle fessure del muretto che delimitava quella proprietà. E si sa, la visuale delle lucertole è ampia, paragonabile a quella di un obiettivo quadrangolare.
Così, una sera, al crepuscolo, mentre tutte le altre lucertole si ritirarono come sempre nelle loro tane per dormire, presa dalla solita boria, dal consueto euforismo e in uno slancio improvviso, la nostra protagonista partì per una avventurosa esplorazione di quell’attraente e adrenalinico mondo notturno.
Davvero felice correva lontano, sempre più lontano, addentrandosi di giardino in giardino, arrampicandosi e scivolando agile tra fili d’erba e cespugli.
Cammina cammina, zampetta zampetta, giunse in un grande prato al centro del quale un esile nonnino aveva acceso un grande falò. Quell’uomo alimentava le fiamme che diventavano sempre più abbaglianti e alte riversandoci sopra tutto ciò che era contenuto in una vecchia carriola posta accanto a lui: vecchi libri, videocassette, giornali e riviste che per innumerevoli anni erano stati lungamente depositati nella grande cantina della fattoria dalle finestre illuminate, visibile appena al di là di quel campo, quasi un puntino luminoso, una stella come per sbaglio caduta sull’orizzonte durante il consueto gioco di avanzata della ennesima notte fonda di quell’estate dannatamente calda.

Un grazioso bambino, probabilmente il suo piccolo nipotino, osservava attento e a una distanza di sicurezza quel vivido fuoco che tanto lo attraeva, quanto lo intimoriva.
Quelle fiamme divampavano agitate, indomabili, libere e ribelli.
Ma la nostra lucertola… lei sì che non si fece intimidire! D’altronde, a suo dire, reincarnava un fantasmagorico dragone. E il fuoco la chiamava a quella prova di coraggio, doveva confermare a sé stessa la sua invincibilità, voleva dimostrare al mondo intero di essere un dragone autentico, scaltro e potente. Altro che quelle sue piccole amichette minute ed insignificanti!
Il gioco d’ombre di quel falò le restituì presto ancora più sicurezza attraverso l’ennesima ombra di sè, alterata ed ingigantita e che non stentò a contemplare altezzosa. Fu ammaliata dalla sua grandezza.
Così, fiera, prese un grande respiro… Allargò bene la sua cassa toracica e si gonfiò così tanto che il suo petto parve doversi squarciare a metà a causa della tensione della sua pelle che, ovviamente, si presentava perfettamente squamata.
Mosse con coraggio un passo dopo l’altro e, zampetta dopo zampetta, si avvicinò senza paura dapprima al piccolo bambino.
“Ehi, piccola lucertolina! Stai lontana dal fuoco eh! Ti potresti bruciare!” Intimò candido lui.
Maledizione… se soltanto avesse potuto parlare!
Gli avrebbe sicuramente risposto così: “Lucertolina a chi??? Ma non vedi, piccolo bimbo stolto che sono un dragone? Posso oltrepassare quel fuoco, ad occhi chiusi, su due zampe e arricciando la coda. Anch’io sono di fuoco! Io sono una creatura mitologica, immortale, grande e forte, possente e invincibile! E ora te lo dimostrerò!”
E così, ancora gonfia e parecchio impettita, la lucertola ripartì e stavolta di corsa, a testa bassa, puntando dritta e veloce verso la brace rovente che ardeva purpurea alla base di quel fuoco.
Il piccolo bimbo la seguì con lo sguardo umido lanciando un grido acuto che accompagnò il vivace crepitio di un legno troppo fresco appena gettato sulle fiamme da suo nonno.
Poi esclamò: ” Noooo se mi avessi ascoltato saresti ancora viva!”
La piccola lucertola sparì e con un rapido bagliore fluorescente si trasformò in cenere.
In quel preciso istante una spessa scia di fumo ascese al cielo che, ormai nero, la accolse tra i bagliori di una luna piena d’estate.
In tanti notarono quella notte, tra le stelle, il nitido disegno di un maestoso dragone che si dissolse soltanto con le prime luci dell’alba.

NACQUE COSÌ LA LEGGENDA DEL DRAGONE EUROPEO.