CHI DORME NON PIGLIA PESCI.

Un’allegra raccoltina di barzellette. Ciaooo!

Oggi inaugurano la nuova pescheria e a tutti i clienti offrono  il Fernet Branchia.

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Stamattina sono andata in pescheria. Quando sono uscita reggendo il mio sacchettino del pesce ho sentito un dolore forte, anzi, un dolore davvero terribile. Beh, poi ho capito: mannaggia, ho preso una SPIGOLA!🤣

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Cosa succede quando un PESCECANE si accoppia con un PESCE GATTO?

Nasce un’altra RAZZA.

😊😁😅🤣

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Un nasello con un brutto raffreddore:

“Lec-cia, lec-cià. Lec-cia, lec-cià!”.

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Una fedele cliente in pescheria.

“Complimenti, davvero. I suoi pesci sono freschissimi. Tuttavia posso chiederle perché il banco è poco ordinato?”

“Si riferisce allo spazio vuoto sul ghiaccio?”

“Sì. Ho notato che la maggior parte dei pesci sono ammucchiati a destra, mentre a sinistra  ne vengono esposti sempre pochissimi.”

“Mia cara signora, per forza, da questa parte ci sono gli sgombri!”.

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Una bellissima passera con gli occhietti vispi sguazza allegra sul fondale.

“Oh no, …ci risiamo!”, brontola il pesce sega.

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Un vecchietto un po’ zoppo entra in pescheria.

“Mia moglie vuole mezzo chilo di cozze”.

“E poi che ci fa, la gratinata?”

“Magari! Quella la facevo fino a qualche anno fa, adesso mi tocca salire con l’ascensore.”

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Cosa pensa un granchio siciliano trovandosi davanti un gabbiano affamato?

Tonno o non tonno?

Tonno o non tonno?

Tonno o non tonno?

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È bene che si seppia: il palombo ha la manta.

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“E così, lei è biologo.”, esclama stupito il proprietario della pescheria, chiacchierando con un nuovo cliente.

Poi aggiunge: “E di quale branchia si occupa?”

😇😇😇

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Per fare un ROMBO ci vuole uno SQUADRO.

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Un tonno a una tonna: “La facciamo una bella tonnata?”

😅🤣🤣🤣

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In pescheria:

Vorrei questi, per cortesia.

I baccalà?

No, i due bacca qua davanti!

🤣🤣🤣

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Litigi marini.

“Ho sentito bene, mi hai chiamato vongola? Sei proprio uno scorfano.”

“Cozzati, brutta mollusca.”

“E tu vai a paguro!”.

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Perché il polipo vince tutte le gare di corsa subacquea?

Perché parte sempre in ‘polposition’.

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Ho trovato il titolo della mia nuova raccolta di barzellette:

MI PESCIO DAL RIDERE.

🤣

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LA MASERATI (IL CONDOMINIO).

Poco prima di mezzogiorno Mezzalira è solito scendere in cortile per muoversi un po’, e per prendere confidenza con le stampelle. Restando in equilibrio precario ne solleva una a mezz’aria e punta la sua estremità, sporca di terriccio, verso il cancello automatico.

Mi fermo al centro del viale. L’uomo sgrana gli occhi e ho l’impressione che intenda dirmi qualcosa. Apre la bocca, ma non gli riesce di pronunciare alcuna parola. Lo osservo deglutire una due tre volte; alla fine emette un sonoro grugnito.

Un rombo grossolano di motore giunge alle mie orecchie, costringendomi a voltare la testa. Un’auto sportiva, nuova di zecca, scivola dolcemente lungo la discesa che conduce ai box. Mezzalira emette un fischio d’apprezzamento, come fanno certi uomini al bar quando notano una donna molto sexy. A dire il vero, quella spider riesce a incantare persino me, che di motori – e annessi – non capisco un tubo.

“A l’è propri ‘na bumba”, esclama in dialetto milanese Mezzalira, restando poi a bocca aperta.

Mi sento spinta a dare un’occhiata oltre la recinzione, dove, solo poco fa, ho parcheggiato la mia sobria utilitaria. Un sincero sentimento di rispetto, in parte dovuto all’ottimo servizio offerto dalla mia automobile da oltre cinque anni, mi impedisce di avanzare qualsivoglia paragone fra le vetture.

A causa dei vetri scuri montati sul bolide, né io né Mezzalira siamo stati in grado di riconoscere il conducente: questo lo abbiamo dovuto realizzare entrambi, dopo esserci scambiati un’occhiata amara e risoluta.

Il potente motore rimbomba ancora, e non è proprio possibile non sentire un boato ben definito e scoppiettante sul retro della palazzina. Ghermito dalla curiosità, Mezzalira parte di gran carriera. Piantando le stampelle nel verde del prato riesce a compiere dei balzi, che mi paiono degni di un campione di salto in alto.

“Attento!”, gli grido. Poi mi tocca osservarlo percorrere la discesa a testa bassa, tutto proteso in avanti, proprio come farebbe un toro troppo a lungo infastidito dal drappo rosso del suo matador. Corro anch’io, cercando di raggiungerlo, ma è troppo tardi. Mezzalira perde l’equilibrio e cade sbattendo la faccia sull’asfalto.

“Il mio naso, maledizione!”, si lamenta il poveretto.

Lo soccorro afferrandolo sotto le ascelle, ma sono subito costretta a rinunciare: le mie dita affondando nel tessuto madido di sudore della sua maglietta, e un odore cattivo, che sa di cipolla, vanifica ogni mio sforzo. Lo lascio andare. Che se la sbrighi da sé.

“Tirati su. Adopera la gamba buona”, gli suggerisco. Purtroppo non c’è niente da fare, Mezzalira sembra essere incollato al suolo.

All’improvviso accade qualcosa, qualcosa che ha l’aria di essere un miracolo. Forse grazie a un intervento divino, il corpo del malcapitato riesce a riportarsi in posizione eretta. E quando riesco a scostare i capelli che mi sono scivolati sugli occhi, mi ritrovo il faccione del signor Ardito a un palmo di naso.

“Che brutta caduta, lasciatemelo dire. Mezzalira, dove diavolo andavi così di corsa e su una gamba sola?”, gli domanda il buon samaritano. Ma io riesco a scorgere l’ombra di un sorriso tanto ambiguo quanto maligno farsi largo sul suo volto.

“È tutta colpa di quella dannata Maserati. L’hai vista anche tu?”

La fronte di Mezzalira è deturpata da graffi profondi, e un sottile rivolo di sangue scivola sulla sua guancia.

“L’ho vista, eccome! L’ho ritirata mezz’ora fa dalla concessionaria d’auto. Credimi, dopo averla attesa tanto a lungo, non stavo più nella pelle!”

Lo sguardo di Mezzalira, che era colmo di gratitudine fino a un momento prima, si riempie d’ira. Le sue iridi si accendono, paiono due vulcani pronti a eruttare.

“Vi farebbe piacere osservarla da vicino?”, ci domanda Ardito, ostentando un’euforia forse eccessiva.

Mezzalira si limita ad annuire: ho l’impressione che sia ancora piuttosto intontito. Ardito sorride amichevolmente, a trentadue denti, poi lo prende a braccetto aiutandolo a stare in piedi. Io li seguo, però mi tengo a una certa distanza, nella speranza che i due, presi dalla loro comune passione per i motori, si dimentichino della mia presenza. La forte curiosità, che ho provato fino a un attimo fa, è stata appagata, eppure non sono stata in grado di declinare l’invito: non ce l’ho proprio fatta a dargli le spalle e tornare di filato a casa mia.

La porta basculante del box è sollevata. Il muso della Maserati punta verso l’entrata. È di un rosso fiammante e luccica sotto il sole di mezzogiorno. Un tridente argentato scintilla come un diamante sulla maschera di aereazione del cofano.

“Guardate che roba!”, esclama Ardito, mentre solleva la modernissima portiera ad ala di farfalla. Mezzalira ha le lacrime agli occhi. Io mi auguro che siano dovute a un abbaglio. Il cortile è pervaso dal caratteristico e intenso odore di olio lubrificante e di pelle, che detesto e che anche stavolta non mi risparmia la brutta sensazione di dover rimettere.

“Metter le mani su un simile volante è come toccare un bel culo sodo a una bella donna. Sentila anche tu questa pelle morbida e vellutata!”, suggerisce Ardito, utilizzando un tono ironico che reputo scialbo, antipatico, e che riesce a farmi innervosire. Non avrei mai immaginato che un uomo così raffinato potesse arrivare a esprimersi in una maniera tanto scurrile.

Una vampata di calore m’imporpora le guance.

“Questo mostro ha seicentotrenta cavalli, e raggiunge i trecentotrenta km/h. Tutta la strumentazione è compatta, lo specchietto retrovisore è digitale e il sedile è persino più comodo della mia poltrona. Vuoi provare l’assetto?”, domanda Ardito, mollando al povero Mezzalira, ancora provato e barcollante, una forte pacca sulla schiena. Il pover’uomo tira fuori due colpi di tosse, poi si prepara a montare – o meglio a calarsi – nell’abitacolo. L’uomo appoggia per terra le stampelle, si aggrappa al telaio della portiera, e infine occupa il posto di guida.

“Mi pare scomoda”, dice cercando di incastrare la pesante gamba di gesso nel vano dei pedali.

Ardito scoppia a ridere.

“Ma se ci è appena entrato tutto quell’armamentario che ti porti appresso!”, esclama divertito, fregandosi soddisfatto le mani. L’uomo impallidisce all’improvviso, notando una sostanza giallognola e densa, sicuramente cagata da un volatile in cielo, che sta bella stampata sul parabrezza. Fruga subito nella tasca dei pantaloni eleganti e tira fuori un fazzoletto turchese, di seta. Lo avvicina alla bocca, lo inumidisce, poi lo passa sul vetro con molta energia, senza fiatare. Infine lo getta in un angolo del garage, esibendo una smorfia di disgusto. La sua faccia è diventata rossa come un peperone: trovo che sia in pendant con la sua nuova e adorata M20.

Aggrappato al volante, e ignaro di tutto, Mezzalira ha assunto un’espressione sognante, da ebete. Quando finalmente si decide a ruotare il busto nel tentativo di smontare dalla vettura, il gesso sulla gamba infligge un colpo secco alla carrozzeria.

“Ti uccido!”, si lascia sfuggire Ardito. Solo dopo aver constatato, anche in controluce, l’assenza di danni, l’uomo aggiunge: “Sei fortunato, per questa volta ti è andata bene.”

“Ho accettato di salire solo perché tu hai insistito.”

“Vero! Ma questo non esclude che tu debba porre la massima attenzione a ogni tua azione. Hai un’idea di quanto mi sia costata questa meraviglia?”

“Chi si può permettere un’auto del genere i soldi li ha, eccome! E davanti a me non provarci nemmeno a frignare come un bambino viziato, e, soprattutto, portami rispetto, lo vedi bene come son messo.”

“Chi diavolo me l’ha fatta fare! Lo sapevo, l’ho sempre saputo! Questo palazzo è popolato da gente stupida e povera di spirito.”

Voglio svignarmela, devo proprio alzare i tacchi: temo che questi due possano azzuffarsi da un momento all’altro. Rivolgo un’ultima occhiata alla splendida vettura: le portiere anteriori sono sollevate, puntate al cielo. La mia immaginazione me la fa vedere tale e quale a un possente drago. È senza dubbio la più bella creatura metallica che io abbia mai visto in vita mia.

Mentre i miei amabili vicini continuano imperterriti a litigare e a scambiarsi battute di pessimo gusto, mi volto e mi dirigo verso lo scivolo. C’è un attimo di silenzio che mi par quasi surreale, poi il motore dell’M20 si riaccende e ruggisce feroce, facendomi sobbalzare. All’improvviso l’aria viene ferita da un rumore fortissimo la cui eco si spande in lungo e in largo. Lamiere accartocciate e vetri rotti. Osservo la terribile scena e rimango senza fiato.

La Maserati è stata parcheggiata nel box, ma la portiera destra, che con tutta probabilità qualcuno non ha mai richiuso, ha urtato contro la serranda di ferro e si è letteralmente strappata dal resto dell’auto, finendo sul cemento.

Il signor Ardito è inginocchiato sulla sua vettura; tiene la fronte poggiata alla carrozzeria, e con le mani si tura gli orecchi.

Come se fosse sui trampoli, Mezzalira balza verso di me e ci defiliamo. Scappiamo lontano, veloci, risalendo lo scivolo che ci sembra interminabile.

Quando giungiamo nell’atrio, finalmente al sicuro, Mezzalira trova ancora la forza di sibilare: “Quel bolide avrà anche un sacco di cavalli, ma è guidato da un gran somaro!”.

Io mi soffermo davanti alla bacheca, dove è stato affisso un avviso che riguarda l’utilizzo dell’ascensore. Vorrei essere in vacanza, piuttosto lontano da qui, magari al mare.

LA RIUNIONE (IL CONDOMINIO).

Sulle scale c’è un gran fermento. La serata si prospetta rilassante per pochi eletti, solo per chi riuscirà ad astenersi, come sempre del resto, dalla barbosa riunione condominiale.

Ho trascorso il pomeriggio cercando di trovare una scusa valida per potermi assentare, ma l’orologio della cucina segna ormai le otto e venti, e se non mi sbrigo sarò costretta a giustificare il mio ritardo.

Al contrario, gli psicopatici dell’attico saranno senz’altro impazienti di accoglierci. Potranno così esibire, ancora una volta, tutte le migliorie apportate negli ultimi mesi al loro enorme appartamento.

Respiro a fondo, poi suono il campanello. Non posso far a meno di notare subito il contrasto fra le mie scarpe sgualcite da ginnastica e lo zerbino zeppo di paillettes luccicanti, nuovo di zecca, degli Ardito.

Lei mi accoglie tutta imbellettata. Indossa un abito in pelle, nero e attillato che, per chissà quale motivo, riesce a farmi pensare alla buccia di una melanzana. Mi squadra dalla testa ai piedi, poi si sforza di trasformare una smorfia di disgusto in un sorriso ampio e falso.

Ancheggiando e ondeggiando, quasi sicuramente pensando di essere non meno bella e in gamba di Kim Basinger, mi fa cenno di seguirla. Osservo i suoi tacchi a spillo e mi vien da pensare che sembrano hashi.

Il largo corridoio è illuminato a giorno da una fitta costellazione di faretti alogeni. Percorrendolo ho l’impressione di visitare una modesta galleria d’arte. Statue che raffigurano donne in posizioni scabrose, e dipinti a olio dai colori sgargianti sono stati disseminati ovunque.

“Hai notato mio nuovo Ongaro?”, mi chiede la vanitosa padrona di casa. Poi sbatte più volte le lunghe ciglia, ovviamente finte.

Getto un’occhiata fugace alla mostruosità appesa alla parete, occhiata sufficiente ad accrescere in me un forte senso d’inquietudine.

Attraversiamo l’enorme sala da pranzo in stile veneziano, varchiamo la porta scorrevole in vetro di Murano, e infine sbuchiamo nell’enorme salone.

Accuso un’improvvisa stanchezza: avverto forti crampi ai piedi e mi sento a pezzi, come se avessi appena terminato una escursione ad alta quota.

Nonostante il soggiorno degli Ardito sia vasto come una sala da ballo, sento mancarmi l’aria: la percepisco fin troppo calda, anche viziata.

La padrona di casa mi invita a prender posto sul divano a sinistra, proprio accanto alla Panzanera. Cerco di guadagnarmi spazio, dopo essermi infilata a fatica tra il suo culone e il bracciolo. Il divano a destra è già occupato dal ragionier Melandri, dalla Tozzi e dalla Torquato.

Enry e Milo siedono al tavolo in stile Luigi XVI, vicino all’amministratore e a Mezzalira, con la sua enorme gamba di gesso.

La signora Cozza, invece, occupa la sedia a dondolo che troneggia in mezzo alla stanza.

“Cara, non mi stancherò mai di dirlo: trovo che questo appartamento sia davvero fantastico, e che questa sedia sia un sogno ad occhi aperti!”, esclama sorridendo e scalciando come una mocciosa.

“Abbiamo dovuto lottare parecchio, poi siamo riusciti ad accaparrarcela a un’asta. È un dondolo inglese, un pezzo d’antiquariato davvero pregiato. Fu fabbricato nel lontano millenovecentotre”.

Questa storia, ripetuta fino alla nausea, riunione dopo riunione, è in grado di farmi rivivere il medesimo incubo che tormentava la mia infanzia. Quando avevo la febbre alta, mi coglieva all’improvviso la sensazione di aver già vissuto un preciso momento una serie infinita di volte. Se a quei tempi mi fossi imbattuta in una sedia a dondolo come quella, questa avrebbe di sicuro dato origine ai miei peggiori incubi.

Il signor Ardito, magro e dritto come un bastone, rimane immobile davanti alla finestra. Indossa un elegante completo da cerimonia, che non stento a giudicare fuori luogo. Mi vien persino il sospetto che abbia preferito restare in piedi per non stropicciare gli impeccabili e costosi pantaloni che indossa.

Cercando d’ingannare l’attesa, cerco di scovare sul mobilio ben lustrato un misero granello di polvere; ma niente di niente; e allora sopravviene in me un sentimento d’invidia a causa dell’estrema pulizia che regna nell’appartamento.

“Non arriverà nessun altro. Possiamo cominciare!”, annuncia la Ardito, mentre adagia un foglio sul tavolo.

“Bene, abbiamo la delega della Brighella. Ce ne sono delle altre?”, chiede l’amministratore.

Ci osserviamo con curiosità, ma non parla nessuno.

Poi aggiunge, spezzando un silenzio diventato fin troppo imbarazzante: “Sono dispiaciuto per ciò che è accaduto al povero Prisco. È davvero una brutta faccenda!”

Il ragionier Melandri si alza all’improvviso dal divano, facendo sussultare tutti.

“L’ascensore fa di nuovo le bizze, eppure non è rotto. Abbiamo constatato che rimane spesso bloccato al livello dell’attico.”

“Io non ho fatto niente!”, si giustifica la Ardito.

Le famiglie che abitano quassù sono solo due, e non bisogna esser dei maghi per riuscire a fare uno più uno; inoltre, come recita il famoso proverbio, se non è zuppa è pan bagnato!

“Signora, non stiamo sostenendo un processo, e nessuno intende accusarla.”

Enry molla una gomitata a Milo, poi scoppiano entrambi a ridere. Persino la Cozza smette di dondolarsi, ma solo per un attimo.

“Noi crediamo che qualcuno se ne serva per…”, cerca di spiegare il ragionier Melandri, risultando davvero buffo e impacciato.

“Parla per te, e evita di insinuare dei concetti generici. Io non credo proprio a un bel niente!”, lo interrompe la Ardito, voltandosi con aria severa nella direzione del marito.

“Anch’io non do adito ai pettegolezzi, mia cara.”, dichiara lui, affettuoso sì, ma senza riuscire a essere pienamente convincente.

Tra l’Ardito e la Brighella c’è una bella amicizia, e tutti i condomini ne sono al corrente. Solo un piccolo cervello, vittima di uno spirito eccessivamente impulsivo come quello del povero Melandri, avrebbe potuto credere di andare a segno dopo aver sferrato un simile attacco.

“Domani affiggerò in bacheca una nuova comunicazione per vietare un utilizzo improprio dell’ascensore, nonché ogni suo servizio che differisca dal salire e dallo scendere.”

“Bene, bravo, proviamo così!”, esclama la Torquato, fin troppo su di giri.

Melandri stringe le mani a pugno, poi scuote la testa ripetutamente, in segno di diniego.

“Dubito che un misero pezzo di carta possa bastare a risolvere il problema!”, ribatte irritato.

“L’etica professionale mi vincola a procedere per gradi, dunque mi affiderò a una buona comunicazione. Allorché questa si rivelasse insufficiente, mi sentirò autorizzato a passare alle maniere forti”, dichiara l’amministratore. L’uomo lascia trascorrere alcuni secondi e poi aggiunge: “C’è altro di cui discutere?”

La Panzanera mi sfiora il ginocchio; se la sta ridendo sotto i baffi. Mi fa l’occhiolino.

Il volto di Melandri è diventato paonazzo. Non riesce a star fermo con le mani. Oltremodo agitato, dà l’impressione di uno che abbia commesso un atroce delitto. Suda freddo e respira come un asmatico.

“Lo stenditoio della Brighella!”, grida. E si rilassa. Ha sputato il rospo, doveva farlo.

“Quell’aggeggio è pericoloso?”, domanda l’amministratore sgranando gli occhi grigi.

“Pericoloso? No, non direi. Mi accontenterei di definirlo indecente. Ecco, l’ho detto!”

“Il ragioniere ha omesso di raccontare che la signora Brighella è solita stendere in bella vista i suoi sconci capi intimi. Anzi, sarebbe più appropriato definirli degli orrendi straccetti di pessimo gusto…”, rivela la Panzanera, ormai stanca di restare quieta e in silenzio. Le parole fuoriescono dalla sua bocca secche e rumorose – terribili cannonate.

“Senza ombra di dubbio, la Brighella è una donna affascinante. Sono certa che viene presa di mira da una miriade di invidiosi e malelingue. Il suo viso è perfetto, e Il suo seno tondo e sodo è proprio generoso. E le sue gambe, mon Dieu! Lunghissime, affusolate, spesso nude, altre volte solo velate da un paio di calze a rete davvero sexy. Non credo che il fascino sia l’unica qualità che conta nella vita, ma quando una persona ne ha da vendere non dovrebbe sentirsi obbligata a nasconderlo”, sentenzia la Ardito, con convinzione.

“Sono pienamente d’accordo con te, amore mio”, interviene il marito.

Al’improvviso accuso un attacco di colite.

La fronte dell’amministratore è madida di sudore: la tampona col fazzoletto, poi lo sventola per farsi un po’ d’aria, sospira e infine dice: “Mi suggerite di rivedere il regolamento condominiale? In questo caso è bene che sappiate che nessuno potrà stendere la propria biancheria all’esterno: la legge è uguale per tutti.”

“In effetti, dovendo stendere i miei panni in balcone, non resterebbe spazio sufficiente per poter mangiare fuori, durante la bella stagione”, si lascia sfuggire malinconica la Tozzi.

“Non potete farmi un torto simile! Io adoro stare al sole. Come potrei continuare a farlo con uno stenditoio pieno zeppo di biancheria fra i piedi? Purtroppo abbiamo un balcone solo!”, afferma la Cozza, balzando giù dalla sedia a dondolo, con agilità felina o quasi.

“Io ne ho tre, ma comprendo benissimo il disagio”, si lascia sfuggire la Ardito modulando il suo tono di voce su un accento assai sgradevole.

“Anche stendere in casa non mi pare una buona soluzione, si crea troppa umidità, soprattutto in inverno…”, sussurra la Torquato.

“Non mi interessa un fico secco degli indumenti della Brighella!”, esclamo io.

“Nemmeno a noi interessano!”, rispondono, quasi all’unisono, gli innamorati Enry e Milo.

“Vi consiglio di lasciar perdere questa faccenda. In un condominio, si sa, di tanto in tanto è necessario chiudere un occhio. Oltretutto, un paio di indumenti intimi, e per di più lindi e profumati, non possono far altro che strappare un sorriso e risollevare un po’ lo spirito.”

Sul volto di Melandri appare una smorfia di disgusto, come se avesse appena dovuto ingoiare un grosso rospo. L’uomo torna a sedersi sul divano, lanciando all’amministratore un’occhiata infuriata.

Si rannicchia così tanto che qualcuno potrebbe scambiarlo per un marmocchio finito in castigo

Mezzalira si sporge dal tavolo, individua la stampella che ha lasciato sul parquet, e con una performance di goffa agilità riesce a ghermirla. Poi la solleva in aria, agitandola e puntandola verso Melandri.

“Non sono mica stupido, cosa credi? Ho visto come la guardi, come se stessi assistendo a chissà quale apparizione! E adesso fai il puritano. Lo fai per tua moglie, per il Generale Melandri: quella sì che ti fa rigare dritto!”

Melandri si alza di scatto e si precipita al tavolo. Appoggia il palmo delle mani sulla spessa superficie di legno e poi si sporge, finché la sua faccia paonazza è a un palmo di naso dal povero Mezzalira.

Il dottor Barozzi cerca di separare i due litiganti spingendo indietro il ragioniere e riuscendo ad allontanarlo dal suo rivale solo alcuni centimetri.

“Di certo non sono io quello che se la spassa con la Brighella sull’ascensore. E se non mi credi, chiedi pure alla signorina!”, urla fuori di sé il ragioniere, sputacchiando. Poi si volta nervoso verso di me.

Vorrei diventare invisibile, vorrei sprofondare nei cuscini del divano. Mi pento di aver partecipato a questa orribile riunione. Mi rannicchio, mi curvo, taccio e tento di ripararmi dietro la grossa schiena della Panzanera.

“Se non chiudi subito quella boccaccia, giuro che ti spacco anche l’altra gamba”, inveisce Melandri.

“Calma. Dovete mantenere la calma!”, intima severo l’amministratore.

Il signor Ardito mette fine all’imbarazzante scenetta: “Se non la smettete, vi sbatto fuori da casa mia!”

Quando la situazione torna a essere sopportabile, vengono presi in rassegna alcuni preventivi per deliberare il nuovo giardiniere, poi si discute il noioso bilancio annuale.

La Tozzi propone di sostituire le cassette della posta: la maggior parte delle serrature sono rotte, e a tutti, almeno una volta, è capitato di trovare le buste aperte.

“Qualcuno si diverte a leggere la corrispondenza degli altri!”, lamenta.

“Furti di vino, violazioni della privacy, tradimenti, Carabinieri, ambulanze… In questo palazzo non ci facciamo mancare niente!”, si sfoga la Panzanera, allargando le braccia e spingendomi così tanto a ridosso del bracciolo che mi sembra d’esser finita fra le sbarre d’una prigione.

Mi butto sul letto vestita. Sono sfinita. Talvolta mi capita di soffrire la solitudine, ma dopo aver trascorso un paio d’ore con i vicini, mi ritengo fortunata di poter vivere in tutta tranquillità, con un tetto sopra la testa, un lavoro e del cibo sulla tavola. Dalla vita non potrei desiderare altro. Inoltre, non ho mai creduto che una riunione condominiale potesse risolvere i problemi. Non oso pensare alle paturnie della signora Melandri, quando realizzerà che quel gran chiacchierone di suo marito non è neanche capace di far valere le proprie ragioni. Sono sicura che domani se ne vedranno delle belle!

Mi scappa già da ridere. Poi le palpebre diventano pesanti, la mia schiena indolenzita sprofonda rilassandosi nel materasso, e i miei piedi, finalmente, trovano pace.

Poi tutto si fa buio, e io non penso più a niente.

C’È UN MORTO IN CANTINA (IL CONDOMINIO).

C’È UN MORTO IN CANTINA.

La signora Pistone scende stizzita le scale. Regge un pesante sacco grigio, pieno fino all’orlo di immondizia. Sa di non poter contare sull’aiuto del marito: l’uomo rientra dal lavoro alle otto con in testa e nel cuore due soli desideri: mangiare bene e riposarsi anche meglio.

Il sacco sprigiona un cattivo odore, lo stesso che caratterizza da diverso tempo la sua vita triste e scialba.

Comportandosi da brava casalinga qual era sempre stata, fin troppo spesso si era sentita di poter giustificare il comportamento burbero di Gianni. Ma quella sera, torturata allo stremo da un forte mal di testa, avrebbe voluto andare subito a dormire. Se fosse stata single non si sarebbe presa nemmeno la briga di cucinare. Proprio di questo si era lamentata con Gianni durante la cena, sebbene il suo adorato maritino avesse fatto orecchie da mercante, come al solito. Si era quindi sentita obbligata a sparecchiare, aveva caricato la lavastoviglie, e poi, dulcis in fundo, aveva portato fuori, come sempre, anche la spazzatura. Si era innervosita pure di più dopo aver pigiato il pulsante per chiamare l’ascensore, perché non era arrivato. Dai piani superiori le era giunto all’orecchio un lieve scricchiolio, ma la cabina sembrava essersi bloccata, per l’ennesima volta.

Giunta affaticata all’androne, la donna appoggia il sacco per terra. Strofina le mani sudate nel grembiule, poi preme l’interruttore del portone condominiale. Un urlo acuto le fa raggelare il sangue. Ha l’impressione che provenga dalla cantina. Accosta quindi con cura il sacco al muro, e poi si precipita giù, percorrendo di corsa l’ultima rampa di scale.

“Cosa succede?”, chiede con un fil di voce, notando alcuni condomini accalcati nello stretto corridoio delle cantine.

“Sta arrivando un’ambulanza. Si tratta di Prisco!”, dichiara la Panzanera.

Appoggiando una mano sulla pancia del pover’uomo, Morelli esclama: “Qui non si muove niente!”

“Prova con la respirazione bocca a bocca”, suggerisce Melandri.

“Se sai come si fa, allora pensaci tu!”, gli risponde Morelli, mentre una smorfia di disgusto gli si dipinge sul volto.

Prisco è disteso supino per terra. Ha perso le ciabatte, e i suoi piedi nudi e pallidi sporgono appena da un paio di pantaloni marroni sporchi di vino. Un odore acre, che pare odor di aceto gettato su un carciofo marcio, penetra prepotente le narici.

La Pistone è impietrita, ha le lacrime agli occhi, e per quanto si sforzi non riesce a muovere un passo. Non vede Prisco in faccia: dal busto in su l’uomo resta nascosto dietro al muro della cantina.

Allertato da Enry e Milo, anche Gianni Pistone scende rapido le scale con l’intento di raggiungere la sua proprietà, ma la Panzanera, piazzata col suo bel culone proprio al centro del corridoio, gli ostruisce il passaggio. Per permettere a Pistone di realizzare quanto accaduto nella sua cantina, la donnona vien esortata a scansarsi. Di conseguenza tutti i presenti sono costretti a farsi da parte oppure a indietreggiare.

Ben piantato sulle stampelle, sporgendo la testa dal pianerottolo superiore, Mezzalira si gusta la scena: osservando i vicini giostrarsi in quello spazio angusto, ha l’impressione di assistere a una complicata partita di Tetris. Si tratta del suo videogioco preferito, grazie al quale riesce a trascorrere buona parte del suo tempo libero in totale serenità.

“Doveva capitare”, si lascia sfuggire la Pistone, tra un singhiozzo e l’altro.

“Cosa ci fa Prisco nella tua cantina?”, le domanda la Cozza, invadente come sempre.

La signora Pistone è sconvolta. Non riesce o non vuole risponderle.

“Sapevo di riuscire a beccare il ladruncolo con le mani nel sacco, ma non pensavo potesse capitare in questa maniera!”, si sfoga Pistone, dopo aver passato in rassegna con lo sguardo, da cima fondo, tutta la sua proprietà. Una decina di damigiane sono allineate a sinistra, mentre sul lato opposto, stipate in maniera ordinata su una scaffalatura di metallo, si lasciano ammirare una gran quantità di bottiglie piene.

Tutti gli abitanti del palazzo sono al corrente che i coniugi Pistone, ottimi intenditori di vino, ricevono due volte l’anno una grossa fornitura di Barolo delle Langhe.

Gianni Pistone all’improvviso diventa bianco come un cencio: nota che il lucchetto, che pende dal gancio dello sportello, è stato aperto con una chiave, e che questa è ancora inserita.

“La cantina era già aperta?”, domanda insistente la Cozza, notando il particolare nello stesso momento.

L’eco delle sirene di un’ambulanza risuonano forti nel corridoio, e sono per lui provvidenziali: ha un’ottima scusa per non prestare più attenzione all’impicciona.
“Fate largo ai soccorsi!”, intima Mezzalira ancora affacciato sul pianerottolo, poi si fa da parte.

Il dottore arriva di corsa e si china sul malcapitato. L’infermiere gli porge il defibrillatore.

“Libera!”, ordina.

“… ancora!”.

L’intervento dei Carabinieri è stato richiesto due volte in una settimana. La Cozza si lamenta a voce alta che è una vergogna. “I condomini di questo palazzo stanno prendendo una brutta piega!”, sentenzia.

Caricato in fretta e furia su una barella, Prisco viene portato via. Il Maresciallo intima a Pistone di seguirlo in giardino.

“Dunque, lei ha dichiarato che il vino le viene sottratto da parecchio tempo.”

“E’ esatto. Questi furti sono cominciati subito, quando ci siamo trasferiti qui, in questa orribile palazzina.”

“Eppure, come avrà certamente notato, il lucchetto non è stato forzato e la porta della cantina non presenta alcun segno di effrazione.”

“Deve credermi, io sono innocente! A dire il vero, in passato ho persino sorvegliato la cantina. Mi ero costretto a scendere quaggiù anche più volte al giorno. Ho sempre sperato di riuscire a cogliere in flagrante quel farabutto, ma, non riuscendoci, qualche giorno fa ho pensato di installare una telecamera. Se non mi crede può verificare. L’ho ordinata su Amazon, ma la consegna ha subito un forte ritardo.”

“Nutriva sospetti nei confronti del signor Prisco?”

“No, purtroppo. Prima, piangendo come una bambina, mia moglie mi ha confessato di essersi servita di Prisco già all’epoca del nostro trasloco; poi è capitato altre volte, in mia assenza, trovandosi a dover sbrigare dei lavori pesanti. Sin da subito quella sventurata ha affidato a Prisco la chiave della nostra cantina! E quel fallito, quel poco di buono, deve essersi approfittato di lei, riuscendo così a farsene fare una copia a uso personale.”

“Prova risentimento verso di lui?”

“È un miserabile, è un traditore, ed è anche un gran ubriacone. Ma come diavolo ho fatto a non pensarci prima? Avrei dovuto sospettare di lui sin dall’inizio! E se non crede alle mie parole, può domandare a chiunque: in questo palazzo glielo confermeranno persino i muri!”

“Ricapitolando: come spesso accadeva, il signor Prisco ha fatto scattare il lucchetto con la copia della chiave, e si è intrufolato nella vostra cantina con l’intento di sottrarre l’ennesima bottiglia di vino. Poi, con l’ausilio del coltellino da tasca che noi abbiamo ritrovato in un angolo del locale, ha provveduto a stapparla e ha iniziato a bere. Ovviamente non aveva previsto che un infarto lo potesse cogliere.”

“Sì. Le cose devono essere andate così!”.

Sdraiata sul letto, in camera sua, la signora Pistone sta davvero male. Le sembra che la testa debba scoppiarle da un momento all’altro. Proprio non riesce a smettere di piangere, e le manca addirittura il respiro.

Sia tenendo gli occhi aperti sia tenendoli chiusi, il volto di Prisco non le dà pace e si staglia reale proprio davanti a lei.

Il povero cinquantottenne era disoccupato da diverso tempo. L’azienda dove aveva prestato servizio come operaio aveva dichiarato fallimento, di punto in bianco. Mica era un’impresa facile trovare un altro lavoro, specialmente alla sua età!

Lei conosceva bene quel suo brutto vizio. Più di una volta l’aveva persino sorpreso ad attaccar briga con qualche vicino. Tuttavia, nei suoi confronti, l’uomo si era sempre dimostrato gentile, cordiale, disponibile, nonché una valida compagnia.

Quell’amicizia era nata per caso, discorrendo, giorno dopo giorno, del più e del meno. Solo dopo aver realizzato quanto Prisco fosse colto e intelligente, questa si era spinta ben oltre.

A piacerle era la maniera in cui sentiva di essere guardata; il fisico forte e sodo dell’uomo nonostante l’età avanzata, e quei folti capelli brizzolati un po’ troppo lunghi e quasi sempre spettinati.

“Serviti pure, fa’ come se fossi a casa tua. Prendi il vino che vuoi ogni qualvolta lo desideri”, gli aveva sussurrato, porgendogli una copia della piccola chiave della cantina insieme a una più grande, quella che era in grado di aprire e di scaldare il suo cuore ormai diventato di ghiaccio.

E ora, per quanto che ne sapeva, Prisco avrebbe potuto esser morto!

Alcuni condomini si sono intrattenuti a chiacchierare in giardino. La Cozza sostiene caparbia che tra Prisco e la Pistone ci sia sempre stata un ‘certa’ intesa. La Panzanera annuisce e, voltandosi, intravede una sagoma esile costeggiare la siepe e dirigersi veloce verso i box.

La Tozzi smentisce entrambe con determinazione, poi suggerisce di abbassare la voce.

Un’auto risale lo scivolo con gli abbaglianti accesi e nel buio pesto di quella notte, senza luna e senza stelle, nessuno riesce a indovinare chi sia il suo conducente.

Poco più in là Enry e Milo si abbracciano con affetto nel tentativo di consolarsi a vicenda. Melandri li squadra dalla testa ai piedi: le unioni gay non le ha mai capite, e, a dire il vero, non le ha mai neanche tollerate.

La signora Spinotti è taciturna e sembra spaesata. È piuttosto attonita. Fa un lungo sospiro, e dopo aver preso un po’ di coraggio domanda: “Avete visto mio marito? È davvero strano: è uscito per fare la solita passeggiata, ma non è tornato.”

Sul volto della Panzanera fa capolino un ghigno malvagio, ma riesce a nasconderlo subito, tirando su un braccio e nascondendo bocca e punta del naso dietro il polsino della camicetta. Con il chiaro intento di sviare l’attenzione, indica la tapparella della vecchia Mazzacani ed esclama: “Beata lei, quella sì che va bene! Nemmeno un forte terremoto può svegliarla!”. Poi si mette a ridere in maniera sguaiata.

L’ascensore ha ripreso a funzionare. Gianni Pistone è rientrato nel suo appartamento. È sfinito. Quel brutto imbecille gli ha rubato il vino, ma soprattutto quattro ore di sonno.

È deluso: sua moglie si ostina a riporre fin troppa fiducia nelle persone, e ventisette lunghi anni di matrimonio non sono serviti per farle cambiare idea. Ognuno tira l’acqua al suo mulino, questa è la verità!

Dopo essersi fatto una doccia veloce, l’uomo si dirige in camera da letto. Grande è il suo disappunto nel realizzare che sua moglie non è a letto e nemmeno in un’altra stanza.

Dopo aver parcheggiato alla bell’e meglio l’auto nello spiazzo esterno adiacente alla palazzina, la signora Pistone apre il portone principale. Non prende l’ascensore, ed evita di fare qualsiasi genere di rumore.

Giunta sul pianerottolo del secondo piano s’imbatte nel signor Spinotti. Furtivo quanto lei e parecchio spettinato, l’omone si accinge a rientrare nel suo appartamento. I due fingono di non vedersi. Non si salutano.

Silenziosa come un gatto e leggera come il vento, la donna risale l’ultima rampa, poi afferra la maniglia e la spinge piano.

Gianni è in piedi, proprio al centro del soggiorno.

“Dove diavolo sei stata?”

“Non riuscivo a dormire, così ho pensato che un giretto in auto mi avrebbe conciliato il sonno.”

“Lo sai, non approvo che una donna guidi l’auto di notte senza nessuno accanto. Non dovresti mai sottovalutare i tuoi gravi problemi di vista!”

“Sei arrabbiato con me?”

“Certo, e non poco! Però sono anche molto stanco, perciò, se non ti spiace, rimanderei questa discussione a domani. Oggi ne ho fin sopra i capelli!”.

I coniugi si infilano sotto le coperte. La Pistone sospira, poi, dando le spalle al marito, si volta verso la finestra.

Gianni ha già cominciato a russare.

Lei invia un bacio immaginario al suo adorato Prisco, poi recita una preghiera muovendo solo le labbra. Non è religiosa e non si rivolge mai a Dio, ma questa volta avverte la necessità di pregarlo, affinché Prisco esca miracolosamente salvo dalla difficile operazione al cuore. Ne era appena stata messa al corrente. Aveva dovuto supplicare un’infermiera del pronto soccorso. “Sono una sua cara amica”, le aveva detto, mentre gli occhi le si colmavano di lacrime.

Nel palazzo regna sovrano il silenzio. Finalmente tutti i portoni sono stati richiusi. Persino l’ascensore riposa tranquillo all’ultimo piano. Una fresca brezza notturna agita alcuni capi intimi dimenticati sullo stenditoio della Brighella.

La luna fa capolino dietro una nube. Spande un fugace bagliore, poi torna rapida l’oscurità, pronta a cingere ogni cosa nel suo gelido abbraccio.

UNA DOMENICA (IL CONDOMINIO).

Esco sul balcone per gettare la buccia delle patate nel secchio dei rifiuti organici. Il mio dirimpettaio, il ragionier Melandri, a un occhio inesperto avrebbe potuto dar l’impressione di essere intento a scrutare il cielo limpido e azzurro di questa mattina.

Alla domenica il palazzo si anima di vita. In sottofondo, oltre all’allegro cinguettio degli uccelli, c’è un  brusio confuso e un tintinnio ininterrotto di stoviglie. L’aria tiepida primaverile è pervasa da intense zaffate di pesce fritto; alcuni bambini corrono e strillano in cortile, un cane abbaia, qualcuno canta.

“Torna subito dentro!” Una voce isterica si leva all’improvviso.

Mi accovaccio dietro il parapetto e sbircio dalla fessura, tra i due blocchi di cemento.

Il ragioniere, baffuto e antipatico come sempre, sussulta ma torna subito a volgere lo sguardo verso l’alto.

Un’intera collezione di reggiseni assai provocanti penzola dal balcone del piano di sopra.

Il vento li agita e li fa vibrare dando vita a una danza gioiosa, sinuosa e ipnotica.

Le grandi coppe, a occhio e croce della quinta misura, si riempiono d’aria e sembrano gonfiarsi ancora di più.

Dai fili dello stendibiancheria, tra un reggiseno e l’altro, pendono capi ancor più succinti. Sono così minimali che per poterli chiamare mutande bisognerebbe essere dotati di una fantasia esagerata. Si tratta di un paio di elastici cuciti uno all’altro, e che terminano davanti con un triangolo microscopico di pizzo.

Se un bambino, giocando in giardino, si fosse trovato davanti un brandello di stoffa simile, di sicuro lo avrebbe raccattato per ricavarne una fionda.

“Giancarlo, ti avviso: sto perdendo la pazienza. Vieni dentro, subito!”.

Il ragioniere abbassa lo sguardo ancora sognante sul suo davanzale, su ciò che resta di una pianta di geranio rinsecchita da più di un anno.

La signora Melandri balza sul balcone con la furia di una tigre selvaggia rimasta senza cibo.

È nervosa come una scimmia, è secca come un bastone, è piatta come una pialla, e il suo lungo naso, pallido, baciato dal sole, par quasi luccicare debolmente.

La faccia del ragioniere prende fuoco a all’improvviso. Stento quasi a riconoscerlo: di solito sfacciato e armato di una lingua così tanto feroce che rispetto a lui il diavolo potrebbe esser scambiato per un dilettante, oggi sembra essersi trasformato in un docile agnellino.

Dopo aver  lanciato l’ennesima occhiata maligna allo stenditoio, la Melandri prosegue lo show. Grida: “Devi proprio farmi un favore! Giovedì, all’assemblea, fai presente anche questo problema. Quella robaccia non può starsene esposta in bella vista, in gioco c’è la reputazione di tutti i condomini. E non prenderti la briga di tornare a casa senza aver sistemato la questione dell’ascensore”.

Voltando la testa verso il mio balcone emette un grugnito tanto intenso da incutermi ben più di una punta di timore. Quella donnina è persino riuscita a farmi sentire in colpa, per averli spiati, e anche per aver origliato.

Una terribile folata di vento mi travolge all’improvviso. Mi manca il respiro. Il fusto del mio bel giacinto si spezza, e un grosso fiore profumato vien spazzato via. Il coperchio del secchio si richiude con un botto che mi fa sussultare. Quando rivolgo di nuovo lo sguardo verso casa Melandri, noto che un reggiseno maculato si è appena liberato dalla sua molletta, e sta ora svolazzando in aria. Volteggia e volteggia più volte, come se uno spiritello maligno lo comandasse, poi, all’improvviso, comincia a perdere quota. Il vento cala d’intensità, e il grosso reggipetto va a finire proprio sulla testa del ragioniere.

“Per tutte le sgualdrine dell’inferno!”, impreca la signora Melandri. “Buttalo. Mi hai sentito? Butta subito quella schifezza!”, aggiunge, considerando quell’innocuo indumento alla stregua di una bomba preparata da un pericoloso terrorista.

“Ma, ma io…”, balbetta Melandri, sentendosi sotto accusa per un peccato che non ha commesso.

“O lo fai tu, o lo faccio io. Decidi!”, urla lei, furibonda.

Melandri solleva piano una mano fin sopra la testa, intenzionato a sfiorare appena appena con due dita l’elastico e riuscire così a prenderlo. Sa che non gli conviene toccare le coppe, o la furia di sua moglie, oramai iraconda come una Erinni, si riverserà su di lui. Con le punta delle dita, mettendo su una finta espressione pudica e schifata, si accinge a eseguire la delicata operazione di recupero. La signora Melandri, di gran lunga più veloce di lui, lo afferra e basta, senza cerimonie, poi lo getta in cortile.

Il reggiseno maculato precipita nel vuoto, evocandomi l’immagine di un fagiano colpito da una bella fucilata. Il volto di Melandri assume una nuova espressione. Sembra essere stato travolto da un impeto animale. I suoi occhi si riempiono di desiderio, e, di slancio, tenta di abbracciare sua moglie. Suo malgrado, lei lo scansa con uno spintone. “Devo uscire, o impazzisco. Vado a trovare mia madre.”, dichiara.

“Dany, metti le scarpe. Vieni anche tu!”, ordina al figlioletto, stagliandosi sulla soglia della porta-finestra.

Rientro in casa gattonando e cercando di restare ben nascosta dietro il parapetto. La signora Melandri mi fa paura, eppure non posso smettere di ridere.

Una bella donna brucia da vicino e anche da lontano, penso.

Nel corridoio esterno echeggia la voce lamentosa del piccolo Dani: “Uffa, mamma, devo proprio venire?”, poi il portone d’ingresso sbatte forte.

L’orologio in cucina segna mezzogiorno. Spengo il forno, le patate son pronte. Bevo un goccio d’acqua e mi accingo ad apparecchiare, quando mi pare di udire l’uscio di casa Melandri chiudersi per l’ennesima volta. Ho un’intuizione e nella mia testa si fa strada un pensiero non del tutto illegittimo. Torno sul mio balcone.

Non mi sono sbagliata: Melandri, furtivo come un ladro, attraversa veloce il cortile, poi si china per raccattare il reggiseno. Ho l’impressione che lo stia infilando sotto la maglietta, all’altezza della pancia.

Quando il topo non c’è i gatti ballano, penso. E sono altresì convinta che l’uomo si prenderà il disturbo di raggiungere il settimo piano, mosso dal generoso intento di riconsegnare l’oggetto alla sua bella proprietaria.

Corro all’ingresso e poggio l’orecchio all’uscio. Cerco di captare tutti i rumori che provengono dal corridoio. 

Sento l’ascensore arrestarsi in corrispondenza del nostro piano.

Le porte emettono uno stridio metallico, e l’uscio del ragioniere si apre e si chiude, ancora una volta.

La situazione sembra sfuggirmi di mano. Questa buffa faccenda non può certo finire in questa maniera. Cosa diamine vorrà farsene di quel reggiseno?

Non mi resta altro da fare che tornare a guardare fuori. Mi accovaccio di nuovo, al solito posto, accanto al secchio. Sbircio dalla fessura. Attendo. Accuso una certa delusione: sarei stata pronta a scommettere qualsiasi cosa sulla temerarietà e sulla sfacciataggine del ragionier Melandri.

L’uomo torna ad affacciarsi al balcone. Estrae dalla maglietta l’enorme reggiseno maculato. Sorride. Lo avvicina alla faccia e lascia sprofondare nel morbido tessuto il naso e i baffetti. Ho l’impressione che lo stia annusando.

Afferra il lungo tergivetro riposto come sempre all’angolo del terrazzo. Cerca di usare delicatezza ma in realtà è solo maldestro, comunque, alla fine, riesce ad attaccare l’indumento alla parte gommata. Poi solleva piano l’attrezzo, fino a sfiorare lo stenditoio che sporge dal piano superiore. Infine si dà da fare, per cercare di riappendere il reggiseno al suo posto.

Devo riconoscergli una certa genialità, tuttavia, non penso lo stesso della Brighella: nel palazzo circolano un sacco di storie su di lei, oltre ai brutti pettegolezzi legati al malfunzionamento dell’ascensore. Sono sicura che una parte di essi si possa ricondurre all’invidia o alla cattiveria delle persone, ma quando le voci son tante qualcosa di vero c’è: io l’ho sentita mugugnare di piacere, e, potrei persino giurarlo, la bella signora non si trovava in compagnia del marito.

Un bagliore cattura la mia attenzione. La porta-finestra di casa Brighella si apre. La donna compare dietro a un vaso di narcisi. È fasciata da un’elegante vestaglia rosa di seta, dalla quale si affaccia spudorato e prorompente un grande seno tondo e sodo.

La bella signora sgrana gli occhi grigi, notando un reggipetto che salta e sballotta da un filo all’altro dello stenditoio.

Fa un passo in avanti.

“Melandri!”, esclama allibita, guardando di sotto.

Il ragioniere ha l’aria di un cane bastonato. In preda all’imbarazzo si accinge a ritirare il lungo bastone che tiene fra le mani. Non sa più che pesci pigliare, quando il reggiseno, rimasto fino a quel momento per miracolo sull’attrezzo, piomba di nuovo nel vuoto.

Di sotto, in giardino, i piccoli Torquato stanno giocando a palla asino. Vendendo il grosso reggiseno planare in cortile si mettono a ghignare come matti, esclamando: ”Sono sbarcati gli alieni?”, “È il reggiseno della tettona!”.

“Lei? Ragioniere, si vergogni!”, grida la Brighella inferocita, scaricando l’acqua contenuta nell’innaffiatoio in testa al povero Melandri.

La donna si stringe nelle spalle, finge di richiudere lo scollo della vestaglia e poi ritorna in casa.

Il ragioniere sembra essersi trasformato in una statua rimasta esposta a un terribile temporale. Rimane impalato per qualche minuto mentre i suoi capelli continuano a grondare acqua. Nel giardino echeggiano gli schiamazzi dei bambini, e anche un ticchettio famigliare di tacchi da donna.

Il piccolo Dani sta salutando i suoi amici: la signora Melandri è tornata.

Il ragioniere scuote vivacemente la testa nel tentativo di far scivolare via l’acqua dai capelli, si liscia i baffi, poi si precipita nel suo appartamento.

La mattina è volata.

Stappo una bottiglia di vino, poi, finalmente, posso sedermi a tavola. Assaporo con gusto le patate, nonostante siano ormai diventate fredde. Grida e imprecazioni si levano dall’appartamento vicino, e, nei rari momenti di calma relativa, mi giunge all’orecchio un flebile ronzio, forse il rumore di un phon. Sarò diventata perfida? Non posso farci niente se mi scappa da ridere.

(IL CONDOMINIO) LA SIRENA.

1.

Il ragionier Melandri maledice i ladri che lo scorso autunno hanno preso di mira il palazzo. In seguito ai frequenti furti, quasi tutti i condomini hanno deciso di installare un sistema d’allarme. Ma questa sirena è davvero potente. Non si tratta di un comune impianto casalingo, piuttosto sembra che sia stata progettata per essere installata in un enorme complesso industriale. Guardando dalla finestra nota che le tapparelle sono tutte sollevate e che le luci delle abitazioni sono accese. Tutte tranne una. Giù, a pian terreno, la signora Mazzacani manca all’appello. Guarda caso, l’assordante e diabolico frastuono sembra aver origine proprio da lì. Le è stato installato un sistema d’allarme così chiassoso da far sembrare ridicolo persino quello del Louvre.

I figli dell’arzilla vecchietta si sono dimostrati sempre premurosi nei suoi confronti: non hanno mai dimenticato di passare a trovarla due volte al giorno; hanno sempre provveduto a farle la spesa, e si sono persino occupati, con molta attenzione, delle pulizie di routine del suo appartamento. Gli sarà anche toccato insistere parecchio, affinché accettasse di buona lena l’installazione del miglior sistema antifurto disponibile sul mercato.

Di per sé, una sirena che è in grado di buttar giù dal letto gli abitanti di un palazzo nel cuore della notte è già una gran scocciatura, ma lo è ancor di più quando la sua proprietaria è sorda come una campana.

Melandri si allontana dalla finestra e si aggira per casa imprecando come un matto. Infine decide di scendere in cortile. Un gruppo di condomini si è appostato in giardino, proprio sotto l’appartamento della vecchia Mazzacani. Invece, la sua dirimpettaia, Prisco e la famiglia Morelli si sono limitati ad affacciarsi sul balcone.

Il ragioniere sente di dover toccare con mano la situazione e esige, come sempre, che tutto sia sotto controllo. In una maniera o nell’altra intende mettere fine a quella terribile nottata insonne.

L’ascensore stavolta funziona, ma è occupato. In corridoio risuona un cigolio gracchiante causato dai meccanismi che sorreggono la cabina in discesa. Con pacata rassegnazione si dirige verso le scale. Lascia l’androne, procedendo con passo veloce e pesante lungo il viottolo che attraversa il giardino, mentre il frastuono della sirena si fa sempre più insopportabile. Teme che i timpani possano scoppiargli da un momento all’altro.

La signora Cozza indossa un orrendo pigiama a righe due volte più largo di lei. Suo marito ne porta uno identico ed è impegnato a gesticolare, proprio accanto a lei. Anche i coniugi Pistone, persone  rispettabili e taciturne, si son presi la briga di scendere: forse solo nel tentativo di prendere una sana boccata d’aria. La Panzanera ha delle terribili occhiaie violacee, e una faccia tirata e rugosa che ricorda una mummia. Con gran frenesia sta agitando le braccia avvolte da un’orrenda vestaglia in flanella rosa. Il dottor Barozzi propone di spostarsi più in là, nel parcheggio. “Così non dovremo gridare come fanno i matti”, dice.

“Dunque, cosa si fa?”, domanda Melandri, nervoso, ribattendo più volte il piede a terra.

“Scommetto che la sorda se la dorme beata”, annuncia, acida, la Cozza.

Gianni Pistone, reduce da una rapida perlustrazione dell’isolato, dichiara: “È tutto a posto. Non c’è nulla che possa ricondurre a dei ladri in casa. Tuttavia, sul retro, la tapparella del bagno è sollevata e sembra che la finestra sia stata lasciata aperta: può darsi che l’allarme sia scattato proprio per questo motivo.”

“Bene. Ci rimane la speranza di poter chiuder occhio almeno un paio d’ore. Dobbiamo arrampicarci per entrare nell’appartamento!”, dichiara il ragioniere, con la stessa convinzione di un politico che sta tenendo un comizio.

“Procediamo!”, concorda il dottor Barozzi, annuendo con evidente soddisfazione.

“Fermi!”, ordina, velenosa, la Panzanera. Poi aggiunge: “Intendete commettere una violazione di domicilio? Trovo che non sia proprio il caso!”

“E dopo, cosa farete? Magari la scuoterete un pochino per svegliarla? Oh, povera donna, si prenderà di sicuro un bel colpo! Mi pare che sia già abbastanza vecchia”, si intromette la Cozza incrociando le braccia con fare sapiente, squadrando tutti i presenti.

“Come preferisce, mia cara signora. Se intende avvisare la Mazzacani secondo le regole imposte dal galateo, allora le citofoni, o si attacchi al suo campanello. Prego, si accomodi pure!”, controbatte in tono di sfida Melandri, indicando il portone con l’indice della mano.

“Non vedo altre alternative valide. Inoltre, procedendo in questo modo, scongiureremo l’ipotesi che la signora Mazzacani si possa trovare in pericolo”, dichiara solenne Pistone.

“Ci vado io!”, esclama fiero Mezzalira, rimasto  in silenzio fino a quel momento. “Questo diavolo di casino non riesco più a sopportarlo!”, sbotta, e intanto si frega le mani nei calzoni del pigiama.

“Qualcuno porti subito una scala!”, ordina il ragioniere.

2.

La signora Mazzacani ha seguito alla lettera le istruzioni dettate dai suoi figli. Ha verificato che porte e finestre fossero ben chiuse, ha premuto il tasto verde sul piccolo telecomando, e solo allora è andata a dormire.

Quando ci sentiva ancora bene, le era capitato di restare sveglia per una porta sbattuta chissà dove, o per via di un litigio proveniente da un altro appartamento. Le era persino successo di dover fare le ore piccole a causa del pianto incessante di un neonato, oppure per il lento e implacabile sgocciolio di un suo rubinetto rotto. Tuttavia, nonostante si fosse ormai abituata a un silenzio assoluto e perenne, ogni notte le toccava girarsi e rigirarsi nel letto, senza riuscire a prendere sonno.

La sordità l’aveva abbracciata dolcemente. Dapprima aveva attutito solo un po’ i rumori, ma lei era riuscita a consolarsi imparando a immaginare un mondo diverso, alternativo, e capace di donarle le medesime sensazioni che si possono provare stando al centro di un bel paesaggio innevato. In seguito era piombato su di lei un silenzio totale, perenne, e in grado di disorientarla. L’aveva assalita anche una gran dose di malinconia, nonché un forte senso di solitudine. Si era sentita persa e persino inutile. Se non fosse stato per i suoi amorevoli figli, avrebbe forse preferito morire.

Riuscire a dormire come Dio comanda era diventata per lei un’impresa ardua. Il giorno e la notte finiscono per somigliarsi troppo quando si è sordi, e ancor di più quando si è soli; allora, solo la luce del sole riesce a dettare un cambiamento, delineandone la sottile e precisa differenza. Ma il buio poteva sopraggiungere a qualunque ora: le bastava socchiudere gli occhi.

Avrebbe dato qualunque cosa per sentire ancora, almeno una volta, le urla petulanti di un qualche moccioso o l’eco di una risata lontana; uno scalpiccio di passi nel corridoio, lo scatto del portone d’ingresso, il motore di un’auto nel parcheggio, l’ipnotico cinguettio degli uccelli, gli interessanti dibattiti che adorava seguire alla televisione, il fruscio delle fronde agitate dal vento, il fragore della pioggia durante un temporale, una vecchia canzone, il noioso ma felice borbottio della caffettiera, il trillo del telefono che, sempre, riusciva a farla sussultare. Ma a mancarle era soprattutto il suono di una voce qualsiasi, allegra o triste, acuta o grave, roca o limpida, amica o nemica.

Il suo silenzio era diventato fin troppo assordante.

Sentiva di odiare ogni giorno di più i vicini di casa; quelli antipatici come la Panzanera, ma anche chi si era sempre dimostrato cordiale e gentile nei suoi confronti.

Teneva gli occhi sbarrati. La stanza da letto aveva perso i suoi confini, come se il buio fosse stato in grado di poterseli inghiottire. Aveva l’impressione che fossero scomparsi persino i muri e che Il letto navigasse nel cielo, per vagare senza una meta nell’insidioso spazio infinito.

Le era venuta una gran voglia di piangere. Da troppo tempo non intratteneva una conversazione, anche banale, con un vicino. Da troppo tempo nessuno si era più preso la briga di conversare con lei. E, figurarsi, nemmeno la Panzanera! Quella gran culona che in passato non aveva mai perso  l’occasione di rimproverarla, quando la pescava a gettare dalla finestra gli avanzi di cibo ai gatti selvatici.

La Mazzacani aveva provato tanta rabbia, poi aveva partorito un’idea che le parve  superba e non aveva più smesso di ridere.

Si era alzata, era andata in bagno. Aveva indugiato, poi si era aggrappata con forza alla corda della tapparella per tirarla su. Non ancora contenta, aveva aperto la finestra di quel tanto che bastava per poter guardar fuori.

È rimasta in attesa, al buio. È ancora seduta sul coperchio del water e sta sbirciando il  giardino. Il fragore assordante della sirena le sta regalando un po’ di gioia: per lei non è altro che una lieve vibrazione, eppure è in grado di far circolare, almeno un po’, l’aria stagnante di casa. Dentro di sé è convinta che, in una maniera o nell’altra, prima o poi qualcuno dovrà pur farsi vivo, per lamentarsi.

Suo malgrado, il cortile resta deserto. Vorrebbe affacciarsi sul balcone, al lato opposto del suo appartamento, ma il rischio di venir smascherata sarebbe troppo elevato. Sta per essere assalita dall’ennesima ondata di sconforto, quando intravede delle sagome avanzare furtive proprio davanti alla siepe. Qualcuno regge una scala. I suoi occhi scintillano nell’oscurità del locale, mentre se la ghigna.

“Spostala in avanti e appoggiala bene al muro”, consiglia Melandri.

Mezzalira sbuffa, poi ribatte i piedi a terra nel tentativo di ripulire le suole dal fango. Afferra i calzoni del pigiama all’altezza delle cosce per tirarli su, e infine mette piede sul primo gradino.

“Grazie a Dio la sorda abita a pianterreno!”, grida la Cozza, senza un briciolo di grazia, ostentando una sadica allegria.

“Dài, quasi ci sei!”, lo incita, euforica, la Panzanera.

L’ometto afferra il davanzale e fa forza con le braccia per tirarsi su. Piega e solleva una gamba, ed è quasi pronto a scavalcare, quando il piede che è rimasto sul gradino scivola e poi cede, all’improvviso.

I coniugi Pistone, che reggono la scala, fanno tutto il possibile per riuscire a tenerla ferma e ben piantata al suolo. Ma lo scossone che hanno ricevuto è troppo forte. L’attrezzo si allontana dal muro, resta in posizione perpendicolare ma solo per un attimo, e infine cade giù.

“Fate presto, ridatemi la scala!”, grida, agitando le gambe e scalciando l’aria in una maniera tanto maldestra che finisce per perdere i calzoni.

Mezzalira, rimasto in mutande, è costretto a lottare contro la forza di gravità. Le sue gambette rinsecchite da merlo si dimenano fin quando possono, poi fa un volo di circa tre metri e si schianta al suolo.

Il frastuono incessante della sirena non basta a coprire un gran tonfo e un crepitio di ossa rotte.

“Ahi, ohi, ohi… ”, rantola il malcapitato, contorcendosi nel prato come farebbe un ragno dopo aver preso una bella ciabattata.

Mentre i presenti gli prestano soccorso, Melandri brontola:” Lo sapevo, avrei dovuto farlo io!”.

3.

La Mazzacani ha le lacrime agli occhi dal ridere. La sirena squilla ancora, e nulla affatto disturbata continua imperterrita a rinvigorire e a far frizzare l’aria. All’improvviso le è tornata una gran voglia di vivere. Si rende conto di provare amore e profonda gratitudine verso i propri figli: se non avessero insistito per installarle quel sistema d’allarme si sarebbe persa un tale spasso. Mai avrebbe potuto immaginare di potersi divertire così  tanto. Osserva con aria innocente la scopa che ha appena riposto accanto al termosifone. Era stato facile, ma anche più forte di lei: in fin dei conti Mezzalira non le è mai andato a genio. Le era bastato sporgere il manico di legno dalla finestra per fargli toccare qualcosa di solido. “Spingi!”, le aveva suggerito quella vocina. E lei si era limitata ad obbedirle. Non se la sentiva di contraddirla, non poteva ignorarla! Si trattava dell’unica voce che era rimasta, dell’unica voce che era ancora in grado di udire: la sua più fedele compagna di vita.

Sarò anche sorda, ma mica sono stupida, pensa, mentre si affretta a raggiungere a tentoni la stanza da letto. E poi si infila ben bene sotto le coperte.

Il parcheggio del palazzo si è animato come se già fosse giorno. La barella viene caricata sull’ambulanza, mentre i carabinieri stanno interrogando alcuni condomini su quanto accaduto.

“L’allarme è collegato al mio telefono: quando ho ricevuto il messaggio mi son precipitato qui”, si giustifica l’uomo. Dopo aver estratto dalla tasca un mazzo di chiavi, si accinge ad aprire la porta d’entrata dell’appartamento di sua madre.

E’ costretto a tapparsi le orecchie: il baccano causato dalla sirena è a dir poco assordante. Il telecomando è sul tavolo. Lo afferra, pigia il bottone e poi, finalmente, tutto tace. Si affaccia ansioso alla soglia della stanza da letto e si rassicura osservando sua madre dormire beata.

È sollevato nel constatare che nell’appartamento tutto sembra essere in ordine. Va in bagno, cala la tapparella e provvede a richiudere bene la finestra.

Dà un’ultima occhiata all’esile donnina dal sonno profondo, proprio come quello di un angelo. Non intende svegliarla, si ripromette di tornare più tardi a trovarla.

Mentre richiude la porta dell’appartamento un’altra sirena attacca a suonare. L’ambulanza si allontana a tutta velocità, con i lampeggianti accesi.

Una luce si spegne dietro le finestre del sesto piano e i grilli riprendono a frinire. L’orizzonte si colora di rosa, uno stormo di uccelli si alza in volo da un prato vicino.

Una sottile falce di Luna va spegnendosi piano piano. Sembra sorridere persino il cielo.

Nell’androne qualcuno mormora che Mezzalira si è rotto una gamba e qualcun altro sostiene che sarebbe potuta andargli persino peggio. Non manca chi sostiene che sia sempre meglio farsi i fatti propri, ma che, tutto sommato, è sempre bene quel che finisce bene, o quasi.

L’AMORE IN ASCENSORE (IL CONDOMINIO).

“Mi dispiace, ma non va neanche oggi”, annuncia sornione il vicino, strizzandomi l’occhio. Il figlioletto, reggendo sulle spalle uno zaino azzurro più grosso di lui che quasi lo seppellisce, lo strattona piagnucolando.

Prima che io riesca a aprire la bocca, il piccolo grida: “Papà, non ho voglia di fare le scale! Non puoi sistemarlo tu?” “Dani, l’ascensore non è rotto, è solo occupato.” “Da chi?”, domanda il marmocchio. “Stanno ‘lavorando’ al piano di sopra”, risponde il ragionier Melandri, voltandosi solo un po’, per potersela ghignare sotto i baffi. Ma quel monello non cede mai: mi capita di sentirli litigare anche tutto il giorno. “Io voglio prendere l’ascensore!”, dichiara cocciuto. “Sono stufo anch’io di salire e scendere queste scale a piedi. Cosa credi? Se solo l’avessi saputo un anno fa, avrei di sicuro affittato un appartamento a piano terra”, dice l’uomo, sorridendo ancora.

In periferia le voci corrono più veloci del vento, soprattutto quando si vive in una palazzina di medie dimensioni, com’è la nostra. “E del costoso e inutile intervento dei tecnici ne parleremo giovedì sera. Sarà presente alla riunione, vero?”, mi chiede.

“Come sempre. Non mancherò”, dico. E non mento, benché non abbia la minima voglia di partecipare all’ennesima assemblea condominiale. Saremo in pochi, come sempre. I soliti quattro gatti. Sono piuttosto sicura che i responsabili di questa farsa nemmeno si presenteranno, e proprio per questo mi annoierò a morte.

Ripenso al principio di questa ridicola faccenda, cominciata solo un paio di mesi fa. Le cause del malfunzionamento dell’ascensore erano ancora sconosciute. Credendo che si trattasse di un guasto, un condomino, il solito, quello che vede tutto per primo, ha pensato bene di avvertire l’assistenza. I tecnici, senza far niente, hanno poi preteso un sacco di soldi.

“Andiamo Dani, o faremo tardi”.

Il ragioniere, con un cinico sorriso stampato sulle labbra, accenna un saluto, chinando leggermente il capo. Chissà perché, mi ricorda quegli inutili giocattoli cinesi a moto perpetuo, con la ventosa, che di solito la gente ama attaccare al parabrezza dell’auto.

Rimasta sola sul pianerottolo mi accingo a chiudere a chiave la porta d’entrata. Finalmente tutto tace. Le mandate rimbombano secche nel corridoio.

Mentre infilo nella borsa il portachiavi, mi giunge all’orecchio un cigolio piuttosto sinistro.

Mi sforzo di capire da dove proviene il rumore. Mi guardo intorno.

Persino nella penombra, il nuovo orrendo portaombrelli variopinto che troneggia all’ingresso di casa Panzanera è un pugno in un occhio, e mi dà conferma del cattivo gusto della sua proprietaria: un’antipatica e scorbutica culona.

Mi dirigo piuttosto rassegnata verso le scale, ma ecco di nuovo il rumore. Stavolta è ancora più nitido. Intuisco che proviene dall’interno dell’ascensore.

Il suo ritmo è ipnotico e riesce a immobilizzarmi, mi trattiene.

Tre tonfi sommessi e poi un colpo forte, potente, così tanto violento che riesce a far vibrare persino la porta. La sequenza si ripete, è modulare. D’istinto poggio il palmo della mano all’anta in alluminio. La percepisco fredda e liscia, la sento vibrare; sembra viva sotto le dita. Sussulto, poi la accarezzo. La borsa a tracolla scivola dalla spalla, trascinando con sé anche la manica della camicetta. Il colletto mi serra la gola in una delicata morsa. La sequenza continua a ripetersi imperterrita: tre battiti e un colpo, ancora tre battiti e un colpo. All’improvviso mi sembra di distinguere, in sottofondo, una voce languida e flebile, femminile.

Dunque le cose stanno così! E’ proprio vero. E’ un lieto piagnucolare, è un solfeggio suadente, è un sommesso mugugno animalesco, un gemito diabolico e nel contempo logorante. Le mie gambe tremano. Realizzo di essermi accasciata per terra. Mi ritrovo sdraiata su un fianco. La gonna è raccolta intorno alla vita, la borsa è in bilico su una coscia rimasta nuda e scoperta, mentre l’orecchio è ancora incollato all’ascensore. Il ritmo dell’amplesso accelera, così come la sua intensità.

Ho la fronte madida di sudore, e il respiro è affannoso. E il cuore batte forte, come se lassù, lì dentro, ci fossi proprio io. La mia mano scivola laddove non dovrebbe essere, laddove non ha alcun senso che stia in questo preciso momento. I colpi si son fatti impetuosi, potenti, furiosi e selvaggi. Lo sportello è messo a dura prova, come scosso da un terribile bombardamento. La mia mano scivola di qua, di là; su e giù. Scivola come una slitta sopra una superficie ghiacciata.

Ora sento anche lui. E pensare che mi ha sempre dato l’impressione di essere un uomo così distinto… Adesso sta dicendo qualcosa. A stento riesco a distinguere le parole dai versi. Ha una voce roca e diversa dal solito, mi pare abbia un tono piuttosto provato. Sono più che mai convinta: è davvero lui! Una voce acuta, all’improvviso, risuona per le scale. Sussulto. Qualcuno sta salendo. Sta arrivando, è qui vicino. Cerco di rialzarmi in fretta, ma sono rigida quanto una vecchia scopa di saggina.

Mentre cerco di ricompormi alla meglio, quel pestifero mostriciattolo ricompare all’improvviso sul pianerottolo. Di sicuro, quei due hanno scordato qualcosa.

“Papà, corri, la nostra vicina sta male. Sbrigati, fai presto!” Devo essere pallida, devo avere un aspetto stravolto e penoso.

“E’ tutto a posto, signor Melandri”, dico. Cerco di mantenere la calma, ma vorrei scomparire mentre sistemo la gonna.Le gambe tremano ancora.

Fuori, per fortuna, tira un venticello frizzante. Sollevo lo sguardo e osservo le finestre al sesto piano. In questo momento vorrei essere una mosca.Nel cielo, proprio sopra il palazzo, si stanno accalcando degli enormi nuvoloni grigi. Tra poco attaccherà a piovere, e io, come al solito, non ho neanche preso l’ombrello.

Pazienza!

CARICATURA😄.

Caricatura della sottoscritta 🤣.

In occasione del mio compleanno ho ricevuto dal bravissimo Riccardo Lensky questo graditissimo dono .

Ho riso a crepapelle, mi sono commossa, e infine mi sono sentita onorata del trafiletto che mi è stato dedicato e che accompagna questa simpaticissima caricatura:

“La libraia incallita, non solo ti sa consigliare cosa leggere ma, finchè l’erba cresce ti mette sul piatto anche dei suoi racconti che ti fanno sognare… Campacavallo!”.

Il Covid mi ha rallentato, ma farò di tutto per riprendere il mio vecchio ritmo. A prestissimo!

Auguro a tutti un anno dannatamente felice. Ciao!

IMAM E MAHDI, parte 2.

Sebha.

QUI LA PRIMA PUNTATA. https://lady74na.wordpress.com/2020/10/21/imam-e-mahdi-parte-1/

Gli uomini viaggiavano stretti l’uno all’altro, costretti a reggersi in piedi come meglio potevano. Le donne e i bambini erano invece stati fatti sedere tutti insieme, sul lato opposto del cassone.

Imam era sfinito. Nessuno era riuscito a chiudere occhio; neppure un cavallo da corsa, dopo una galoppata estenuante, sarebbe riuscito a riposare in quelle condizioni. Per raggiungere la città di Sebha bisognava resistere ancora un giorno. I viveri erano già terminati da un pezzo, restava solo un goccio d’acqua, e persino l’eccitazione che aveva travolto tutti alla partenza era ormai svanita, lasciando il posto a un motivato nervosismo. Un bimbetto non aveva fatto altro che strillare; Imam non era riuscito a scorgerlo, tuttavia una continua lagna isterica non gli aveva concesso un momento di tregua. In compenso era riuscito a captare una conversazione sostenuta da alcuni suoi compagni di sventura: minacciavano di scaraventare il marmocchio giù dal furgone qualora non avesse smesso di strillare. Imam aveva mollato la dura sponda del camion alla quale era rimasto aggrappato durante il viaggio. Nelle sue mani correvano fitte atroci, come se le dita dovessero saltargli via da un momento all’altro. A ogni contraccolpo che la strada dissestata inferiva al cassone, Imam perdeva l’equilibrio. Rischiando di travolgere gli altri passeggeri, si era diretto verso il bambino.
Il piccolo sedeva sulle gambe della madre, che lo stringeva forte a sé. La poveretta aveva un’aria così tanto stravolta che era fin troppo facile leggerle in faccia i tanti sforzi compiuti durante il viaggio per tenere a bada il figlio. Con una mano gli accarezzava la piccola testa ricciuta, mentre con l’altra, che aveva adagiato con estrema delicatezza sulle sue labbra spalancate e che a Imam avevano ricordato il becco di un pulcino affamato, tentava invano di zittirlo. Le donne avevano sollevato le loro vesti per arrotolarle in un logoro fagotto che avevano poggiato sulle gambe, permettendo così a Imam di potersi sistemare accanto al bambino.
“Lui è Kamil”, gli aveva detto sottovoce la donna, dopo averlo scrutato dalla testa ai piedi con occhi pieni di speranza e di lacrime. Con estrema gentilezza Imam aveva tentato di sollevare il mento del piccolo, nel tentativo di catturare la sua attenzione. Tuttavia quel monello gli opponeva resistenza, e lo faceva con tutta la forza che aveva in corpo. Tutto rigido teneva la testa bassa, fissando il fondo del cassone.
“Non devi piangere: stiamo affrontando un lungo viaggio per raggiungere un luogo meraviglioso. Tieni duro, presto faremo un’altra sosta.”
Tenendo il grugno, il bambino continuava a tormentarsi le piccole mani.
“Non ce la faccio più: voglio scendere a giocare!”, gli aveva risposto, urlando come sempre, con il solito timbro di voce stridulo, fastidioso e penetrante.
“Se non la smetti di comportarti in questa maniera, qualcuno si arrabbierà sul serio e allora ti ficcherai in un bel pasticcio!”
“Ho detto che voglio scendere. Mamma, io sono stufo, uffa!”
Kamil aveva serrato forte la mano, formando un pugno e subito lo aveva agitato quasi sotto il naso di Imam; poi l’aveva fatto ricadere, sferrando un colpo forte e ben assestato al fondo del cassone. Infine aveva riattaccato con la sua consueta nenia.
All’improvviso Imam era stato travolto dal vivido ricordo dei suoi fratelli: proprio come quel tremendo discolo l’avevano esasperato un sacco di volte con i loro litigi. In seguito alla terribile malattia del padre, era sempre toccato a lui, il figlio maggiore, l’arduo compito di rabbonirli. Suo malgrado sapeva che quando un bambino perde la pazienza, può risultare più ostinato di un coccodrillo affamato. A testa bassa, e non senza fatica, si era persuaso a far ritorno al suo posto: aveva intuito che quel piccolo testardo non avrebbe mai dato retta a nessuno.
“Non siamo in crociera: di bambini qui non dovrebbero essercene!”, aveva proferito Mahdi, con severità. Non appena Imam si era allontanato, l’aveva seguito con lo sguardo, alzandosi poi in punta di piedi durante la sua assenza.
Pochi minuti di sosta, più o meno ogni otto ore, permettevano ai viaggiatori di sgranchirsi un po’ le gambe e di espletare i propri bisogni. Il furgone aveva rallentato la corsa e procedeva a passo d’uomo, e il piccolo bastardo era già a terra. Saltellava euforico come un grillo, proprio sul ciglio della strada. Mahdi l’aveva osservato mentre si divincolava dalla presa della madre. Quella peste aveva scavalcato la sponda del furgone ancora in movimento ed era balzato giù, esibendo la tipica agilità dei cuccioli d’uomo nigeriani. Il suo esile corpicino sembrava esser fatto di gomma. Con il viso striato di terra aveva sfoggiato un repertorio infinito di boccacce, e poi era scappato di corsa, lasciando dietro di sé nuvolette di sabbia. Sua madre, sportasi in maniera pericolosa dall’orlo del cassone, lo aveva richiamato più volte, a gran voce, agitando con frenesia le braccia, con l’evidente intento di attirare l’attenzione del figlio.

Serrando fra le labbra l’ennesima sigaretta, il conducente aveva lasciato l’abitacolo con l’intenzione di calare la sponda,e quello che avrebbe dovuto essere il miglior momento della giornata si era rivelato un incubo. Troppo a lungo la donna aveva sostenuto sulle ginocchia il peso del bambino: le gambe ormai atrofizzate faticavano a sorreggerla. Del tutto incapace di coordinare i movimenti, con un’andatura piuttosto meccanica che aveva ricordato a Imam quella di un robot danneggiato, ogni due passi finiva per terra.
Dopo esser stato scosso da un fremito, Imam aveva sentito l’impulso di soccorrere il bambino. Qualcuno cercava di farlo desistere dal suo proposito bloccandogli le spalle, qualcun altro lo cingeva alla vita. Alla fine fu sufficiente uno stupido sgambetto per farlo finire a terra. Una presa d’acciaio gli aveva serrato i polsi, che gli sfioravano il volto. Con un balzo felino Mahdi gli si era messo a cavalcioni sulla pancia, intimandogli di farla finita: “Imam, smettila con queste cazzate!”.

La sosta si era prolungata più del dovuto. Dopo aver aspirato a pieni polmoni tabacco e catrame dall’ennesima sigaretta, il conducente aveva lanciato un’occhiata all’orologio da polso. Aveva compiuto alcuni giri attorno al furgone per verificare lo stato dei suoi vecchi pneumatici, e infine si era cacciato due dita in bocca dando vita a un lungo fischio. Si trattava di un segnale noto a tutti: bisognava ripartire subito. Il tizio accanto a Mahdi aveva gridato: “Vai, vai! Che quei due hanno rotto le palle!”
“Non ti vergogni? E’ solo un bambino… Anche loro hanno pagato, proprio come abbiamo fatto noi!”. Imam era scattato d’istinto in direzione dell’omone, e Mahdi era stato costretto a trattenerlo ancora. Che Imam perdesse le staffe era un evento davvero raro, ma quando succedeva, la rabbia non gli passava mai in fretta. Se Mahdi avesse ceduto, se solo si fosse azzardato a lasciarlo andare, Imam non avrebbe esitato un solo secondo a mollargli un bel cazzotto. Aveva tentato di districarsi dalla presa dell’amico: si era agitato come un ossesso, senza riuscire a liberarsi. Esile com’era, non poteva nemmeno pensare di farcela, non avrebbe mai potuto competere con la forza fisica di Mahdi.

Non gli restava che soccombere. Contro la sua volontà, umiliato di brutto, era stato sollevato di peso e poi caricato, come un pacco postale, sul furgone.
Il motore si era riavviato al secondo tentativo. Dei dispersi non restava più traccia.

Procedevano lungo una strada secondaria poco battuta, tuttavia il rischio di imbattersi nelle milizie era piuttosto elevato. Posti di blocco potevano trovarsi ovunque: squadroni di soldati avevano il compito di pattugliare tutta la zona. I migranti colti in flagrante venivano braccati, e una volta catturati venivano destinati ai campi di detenzione. Nel migliore dei casi sarebbero stati torturati, seviziati, e persino violentati, per poi essere assegnati ai lavori forzati. I più sfortunati venivano fatti fuori subito, con un banale pretesto. Solo alcuni, i più fortunati, quelli che avevano ancora qualcosa di valore da dare ai loro aguzzini, avrebbero potuto far ritorno al proprio paese di origine.

Non avendo sufficiente spazio a disposizione per poter sedersi, gli uomini si erano accovacciati in qualche maniera. Un telo di gomma cerata schiaffeggiava le loro teste, continuamente. La puzza stantia di sudore invadeva con prepotenza il cassone. Imam la sentiva penetrare nelle sue narici. Era intontito. Un rigurgito acido gli era risalito dallo stomaco fino alla gola. L’afa, già insopportabile, era diventata a dir poco intollerabile. Non toccava cibo da un giorno, eppure sentiva il bisogno di vomitare. Mentre tentava di tenere a bada l’ennesima ondata di nausea, gli era sovvenuta l’immagine di madre e figlio, due esseri vulnerabili e forse persino ignari delle troppe insidie presenti in quei territori. Dopo aver raggiunto il suo bambino, ammettendo che quella poveretta sia stata capace di orientarsi, avrebbe dovuto fare i conti con l’assenza del furgone. Imam si era augurato che quelle creature non avessero fatto una brutta fine: se i due fossero caduti nelle grinfie dei militari, non avrebbero avuto nessuna via di scampo: chi finisce nel deserto viene da esso ingoiato e mai più restituito al mondo.
L’aria era così tanto viziata che riusciva a confondergli persino i pensieri.
Erano cresciuti insieme, lui, Mahdi, Mohamed, e anche Maiamuna. Non se l’era sentita di darle l’addio, perché avrebbe fatto troppo male sia a lui che a lei. Si era trattato di un bacio innocente, eppure Imam era riuscito solo in quel momento a realizzare la sua importanza. Aveva creduto che potesse trattarsi solo di affetto, e, d’altro canto, era sempre stato piuttosto sicuro di non provare nessun altro sentimento nei suoi confronti. Pochi giorni dopo si erano abbracciati, quando lui le aveva raccontato della malattia del padre. Allora Maiamuna lo aveva sfidato in una corsa veloce: “Chi arriva primo al petrolio è il più forte”, gli aveva detto. Ghignando forte e correndo a perdifiato, si erano inoltrati nella fitta foresta.
La Nigeria era lontana, Imam non avrebbe più potuto tornare indietro. Nonostante Mahdi e la compagnia di molte altre persone, si sentiva solo.
Durante il giorno non si faceva altro che morire di caldo, ma nel corso della notte si veniva travolti da un freddo intenso, capace di penetrare nelle ossa.
Senza rivolgere all’amico né una parola né uno sguardo, Imam gli dedicava indifferenza e basta; Mahdi invece sembrava un cane bastonato. La flebile musica che, sin dalla partenza, era provenuta dalla radio dell’abitacolo, era cessata all’improvviso. Benché il volume fosse stato regolato al minimo, in alcuni momenti particolarmente silenziosi, riusciva ad arrivare all’orecchio dei passeggeri. Nonostante Imam non le avesse prestato una particolare attenzione, ne aveva percepito subito l’assenza. 
Il conducente aveva frenato in maniera brusca, all’improvviso.
Dovevano ormai essere vicini a Sebha.
Allarmato a causa di quella fermata inaspettata, Mahdi aveva sollevato il tendone del camion e si era sporto per guardare. Fuori, in lontananza e nel buio, aveva scorto delle luci. Queste avevano tutta l’aria di essere dei fari, ma avrebbe potuto anche trattarsi di una jeep militare.

Imam aveva serrato i pugni. Dopo aver assunto per qualche secondo un’espressione feroce, era stato travolto dall’ennesima ondata di sconforto. Un silenzio surreale era calato nel furgone: tutti trattenevano il fiato.
Il deserto sa come alimentare illusioni ottiche, e, di notte, soprattutto quando si tratta di luci, risulta pressoché impossibile cercare d’indovinare le distanze. Per fortuna i punti luminosi avevano subito regalato l’impressione di allontanarsi e di dirigersi verso est.
Notando l’espressione stravolta di Imam, Mahdi aveva trovato la forza per sussurrargli: “Devi avere fiducia. Abbiamo scelto il migliore: con lui saremo al sicuro!”.
Al villaggio Imam aveva sentito narrare un’infinità di storie; nessuno avrebbe potuto distinguere le vere dalle false. Eppure, ogni giorno la gente raccontava diversi aneddoti di pivot corrotti. Nonostante questi imponessero ai clienti tariffe davvero esorbitanti, senza alcuno scrupolo trasportavano il carico umano dritto nelle fauci delle milizie, ricavando poi dai sequestratori ulteriori grassi compensi.
Quel ‘viaggio’ era costato quasi il doppio. Mahdi era sicuro di potersi avvalere della massima protezione, Imam si limitava ad augurarsi che le cose stessero davvero così.
Piuttosto esasperato dalla situazione, alla fine aveva donato all’amico un sorriso che pareva una smorfia. La rabbia nei suoi confronti si stava pian piano tramutando in una tacita rassegnazione. Di sicuro non lo giustificava, e non si perdonava per aver abbandonato due creature innocenti nel bel mezzo del deserto; eppure aveva intuito le motivazioni che avevano potuto spingere Mahdi a fermarlo. Se fosse corso dietro a quella piccola peste, forse l’avrebbe acciuffato, ma avrebbe dovuto assumersi il rischio di non riuscire a raggiungere Sebha. Il furgone sarebbe ripartito comunque, dopo fischio del conducente, con o senza di lui.  


Ci fu una rapida inversione di marcia. Dopo aver percorso alcuni chilometri a ritroso, adesso procedevano veloci sullo sterrato. Attraversavano una radura desertica. Se un solo militare si fosse trovato nei paraggi, sarebbero stati di sicuro spacciati.

IMAM E MAHDI, parte 1.

“Sono qui, ma non fare troppo rumore. Non si sa mai!”
Imam aveva scorto Mahdi. Il giovane si era nascosto dietro un cespuglio di acacia. Imam aveva poggiato per terra il bastone che gli era servito per attraversare la foresta, e ingobbendosi come una guareza, aveva raggiunto l’amico.
“Non abbiamo tanto tempo, la prossima ronda ripasserà tra dieci minuti. Guarda!”
Gli occhi grandi di Mahdi erano diventati simili a due scintille in un pezzo di carbone.
Al contrario, Imam era stato obbligato a socchiudere i suoi. Un vento caldo, che spirava da sud, trascinava con sé una coltre grigiastra e una puzza insopportabile di plastica bruciata.
“Merda! Il male nero avanza, e si sta ingoiando tutto.”
“Già. Se tu fossi passato da qui qualche giorno fa, ti saresti reso conto del grosso casino causato dall’ultima esplosione.”
“Quattordici vittime, almeno così dicono al villaggio…”
“Pure di più, e te lo dico io. Hai visto che roba?”
“Sì, la Nigeria si è ammalata.”
Non molto distante la foresta dava l’impressione di tranciarsi di netto e lasciava il posto a una distesa di fango scuro, che proseguiva a perdita d’occhio.
All’orizzonte, in controluce e in netto contrasto a uno splendido tramonto, delle mostruose creature metalliche cigolavano e stridevano feroci.
Le labbra di Iman tremavano. Gli occhi gli bruciavano. Avrebbe voluto tirare un’imprecazione, ma era rimasto in silenzio.
“Degli altri swamp buggy sono passati da qui”, aveva sussurrato Mahdi, dopo avergli indicato dei profondi solchi che erano rimasti impressi sul sentiero fangoso.
“Stamattina, mentre attraversavo la piazza del mercato, mi sono imbattuto in Mohamed. Lui ha smesso di pensarla come noi. Da alcuni giorni lavora alle trivelle, sostituisce un operaio deceduto durante l’ultimo sversamento. Si è ormai convinto che le industrie petrolifere possano persino rappresentare un’opportunità.”
“Comunque Mohamed non ha tutti i torti, dato che non è rimasta neanche l’ombra di un pesce, né una misera traccia di cacciagione. Noi moriremo di fame, invece.”
“Imam, non dire cazzate! Ben presto anche noi potremo riempirci per bene lo stomaco. Stiamo per fare la cosa giusta: siamo uomini ormai, e ce la faremo!”
“Non sarà per niente facile, e questo dovresti saperlo anche tu: in Europa non ci vedranno di buon occhio.”
“Allora, quei bianchi pallidi morti in piedi dovranno farsene una ragione! Lascia perdere le chiacchiere, e cerca piuttosto di essere puntuale. Ti raccomando: stanotte, alle tre, e non un minuto più tardi”.

Lungo il tragitto del ritorno Iman aveva ripensato a prima delle espropriazioni, a quando il terreno dei suoi genitori si estendeva fino alle coste del Niger; allora le industrie petrolifere operavano ancora con un certo riguardo, nonché con una maggior discrezione. Col passar degli anni, era invece capitato di tutto. Le mangrovie si sradicavano al primo colpo di vento; la terra era contaminata dagli idrocarburi, e persino l’aria era satura di gas tossici. Gli alberi da frutto non erano più in grado di riuscire a sfamare tutti gli abitanti del villaggio, e ciò che di commestibile osava crescere ancora in maniera spontanea, veniva subito saccheggiato. Gli ortaggi assorbivano una gran quantità di sostanze nocive, e, per poter sopravvivere, la gran parte degli animali si era spostata nell’entroterra. Quel luogo che un tempo somigliava a un paradiso, si era tramutato in un vero inferno, con tanto di fuoco e di fiamme.

In compagnia di tali e orrendi pensieri, Imam era giunto alla sua baracca. Nella rossastra penombra del crepuscolo questa gli era sembrata persino più bella, nonostante fosse ormai vecchia e pericolante; tuttavia, quel luogo riusciva ancora a regalargli un sentore di dignità, nonché una sensazione di lieta accoglienza.
Quante volte attendendo il ritorno di suo padre era rimasto seduto a gambe incrociate, al riparo dal sole, sotto la tettoia di amianto. E quando finalmente l’omone faceva capolino da dietro la collina, Imam balzava in piedi per corrergli incontro. L’uomo sorrideva, e scuoteva orgoglioso la sua grossa rete sempre carica di pesci. Per sé poteva trattenere una piccola parte del pescato, che però era sufficiente a sfamare la sua famiglia. Tutto il resto del bottino finiva nelle mani dei militari, che, numerosi, sorvegliavano la costa.
Imam si era arrestato sulla soglia. Aveva percepito una sensazione di straniamento: la consueta familiarità di quel luogo gli era all’improvviso venuta meno; gli si era accapponata persino la pelle.
Per fortuna, le grida litigiose dei suoi fratelli, che provenivano stavolta dal retro della baracca, l’avevano riportato alla realtà.
“Smettetela! Quando vi decidete a crescere?”, li aveva ammoniti, serio.
Nonostante quel caos, il padre dormiva. Ronfava seduto su una sedia sgangherata che era solito piazzare proprio davanti all’uscio. Imam non avrebbe mai immaginato che un uomo così robusto e tanto energico potesse un giorno ridursi in uno stato simile. Non riuscendo più a pescare, l’uomo si era convinto di non avere più niente da fare. Suo malgrado, era poi sopraggiunto anche il cancro: una malattia atroce, terribile, e divenuta fin troppo comune da quelle parti.
In casa la madre stava sminuzzando con cura delle foglie di ugu: era l’unico alimento che non mancava mai sulla loro tavola.
Imam avrebbe desiderato confessarsi con lei, dirle ‘Madre, io sto per lasciarvi!’
Non se l’era sentita. Non ce l’aveva fatta. Non intendeva essere la causa di un ennesimo dispiacere.
Entrambi i genitori non si sarebbero mai opposti alla sua decisione, ma Imam era sicuro che non avrebbe potuto contare sulla loro benedizione. Sua madre si sarebbe limitata a stare zitta, e suo malgrado i suoi gesti avrebbero tradito un certo nervosismo. Apprese le sue intenzioni, il padre avrebbe fatto scivolare il palmo della sua grossa mano callosa sulla sua fronte, sempre madida e ormai rugosa. Dopo essersela asciugata per bene nella stoffa dei pantaloni, sarebbe ritornato al suo consueto sonno.
Imam sentiva un buco nello stomaco. In parte era causato dalla fame, in parte dal rimorso. Da alcuni giorni aveva sottratto alla madre un prezioso e antico monile. Si trattava di un oggetto che la sua famiglia si era tramandato di generazione in generazione, e che, proprio per questo, lei non avrebbe trovato il coraggio di impegnare. Da quella vendita Imam aveva ricavato all’incirca cinquecento Dollari, che sarebbero stati a malapena sufficienti per raggiungere Tripoli. Tuttavia, Imam non riusciva ad accusarsi di egoismo: dopotutto quel cimelio era privo di qualsiasi utilità, e se le cose fossero andate per il verso giusto, presto sarebbe riuscito persino a sdebitarsi, restituendo alla madre dieci volte tanto.
“A Azuzuama oggi c’è stata una nuova rivolta del Mend”, esordì la madre, spezzando un silenzio diventato imbarazzante, ma senza distogliere lo sguardo dalle verdure.
“Non otterranno mai niente, è inutile!”, le aveva risposto Imam.
Non gli importava più nulla del Mend, né tantomeno di quelle maledette industrie petrolifere. Imam pensava solo che avrebbe venduto volentieri l’anima al diavolo per potersi permettere di mettere sotto ai denti qualcosa di davvero squisito. Si sarebbe accontentato di un’abbondante porzione di Yam, e poi, per finire, gli sarebbe bastato persino un mango, purché fosse maturo al punto giusto.
Presto avrebbe presto permesso alla sua famiglia di condurre una vita migliore.
Sua madre sospirò. Si trattava di un pesante e lungo sospiro, che riusciva a racchiudere tutti gli stenti di una vita intera. Per un attimo Imam sospettò che la donna avesse potuto intuire tutto. Era convinto che le madri riuscissero a sviluppare un particolare sesto senso nei confronti dei propri figli.
E quella sera gli era anche sembrato che il buio fosse calato prima del solito.

Hassan dormiva, beato. Kamil, di gran lunga più agitato, e dopo essersi rigirato più volte nel letto, gli aveva finalmente voltato le spalle. Al lume di una candela Imam si era dato da fare racimolando le sue poche cose: nulla di più di alcuni vestiti logori e della sua fionda preferita. Aveva poi riposto tutto, in qualche maniera, dentro a un vecchio zaino.
Anche i soldi erano già al sicuro. Aveva provveduto ad arrotolarli, e aveva spinto lo stretto tubicino di carta bene in fondo, nella tasca interna. Poi, silenzioso come un gatto selvatico, si era precipitato fuori.
Aveva sorriso, realizzando che questo non gli capitava da molto tempo. Si sentiva energico, non aveva sonno.
All’orizzonte, alcuni gas flaring davano il solito – squallido – spettacolo di fuoco. Imam si ricordò una fiaba sui draghi che il padre era solito raccontargli quando era piccolo. Dopo averlo sollevato in alto, permettendogli di toccare quasi il cielo con un dito, lo accomodava sulle sue solide ginocchia. Era una storia che Imam gli aveva sentito raccontare spesso, anche ai fratelli; come se l’uomo avvertisse il bisogno di dover giustificare, a sé stesso più che ai figli, quell’infernale consueta visione.

Imam non conosceva l’Italia, dunque non aveva la minima idea di cosa doversi aspettare dal suo futuro. Eppure, descrivendogli Roma, Mahdi era riuscito a incantarlo. Imam si era estasiato apprendendo come tutte le città italiane fossero antiche e moderne insieme, zeppe di attrattive, e di ogni genere di divertimento. Mahdi gli aveva persino giurato che chiunque vi avesse abitato sarebbe riuscito in poco tempo a trovare un impiego ben retribuito.
L’amico aveva dichiarato: “Gli italiani possiedono case da sogno, e automobili lussuose nuove di pacca. Nelle loro camere da letto hanno armadi enormi, zeppi di abiti alla moda; dai loro grandi televisori a colori riescono a guardare qualsiasi programma; possono permettersi di vedere un film diverso ogni giorno, e non riescono più a separarsi dai loro telefoni cellulari ultramoderni, che gli offrono un’infinità di passatempi davvero stupidi. Hanno una vita lunga e spensierata, sono sani e felici. I bambini possiedono talmente tante cose, che non riescono neanche a decidersi con quali di esse giocare. La cucina italiana è tra le più rinomate al mondo. Io non vedo l’ora. Non mancheremo di farci una bella scorpacciata di pastasciutta, e intendo anche assaggiare una loro specialità: il pane. Di quello ne hanno talmente in abbondanza che nemmeno si fanno scrupoli a buttarlo per strada. Pensa, Imam: nelle piazze lo fanno beccare persino agli uccelli!”
Imam non avrebbe mai preteso di condurre una vita da gran signore, tuttavia si era convinto che, una volta in Italia, sarebbe stato senz’altro meglio.
Si era voltato per osservare un’ultima volta la sua baracca. Alcune lacrime gli erano scivolate sulle guance. Semmai avesse percepito un vero stipendio, l’avrebbe subito condiviso con la sua famiglia. E se solo avesse potuto, li avrebbe portati tutti con sé. Suo malgrado, i suoi fratelli erano ancora troppo piccoli per riuscire a trovare lavoro in Italia, e, viceversa, il padre era ormai vecchio e malato. Alla madre invece, sarebbe spettato il gravoso compito di badare al coniuge.
Con un passo incerto e pesante attraversò il campo, poi imboccò il sentiero che si addentrava nella foresta. Dietro a coltri di fumo spesse e puzzolenti il cielo esibiva così tante stelle da togliere il fiato.

Mahdi gli era corso incontro, stritolandolo in un forte abbraccio.
“Ci siamo, fratellone mio!”, gli aveva gridato all’orecchio.
Imam si era irrigidito. Era stato travolto da un fastidioso disagio. Proprio come l’amico, era convinto di lasciare la sua terra, eppure non aveva provato neanche un briciolo di eccitazione. Aveva preso quella decisione per pura necessità. Al contrario Mahdi sembrava davvero felice di dover intraprendere quella grande avventura.

Il luogo del ritrovo, a Filingue, era un parcheggio sterrato adiacente alla stazione. Imam e Mahdi notarono subito un vecchio furgone col cassone, che era stato parcheggiato in fondo allo spiazzo, e sul quale erano già stipate una trentina di persone. Imam non aveva potuto evitare di osservare un esiguo gruppetto di donne. Un paio di loro avevano con sé i propri figli. Gli era subito sovvenuto il volto di sua madre, e aveva subito sentito un gran peso al cuore: si era accorto di volerle un gran bene.
Un omone dal viso stanco e rugoso stava fumando una sigaretta. Poggiava la schiena allo sportello aperto e sbuffava nugoli di fumo. Dopo aver lanciato il mozzicone, lo aveva calpestato sotto alle suole dei suoi stivali impolverati, e aveva sputato lontano. Sfoggiando un’andatura che si sarebbe potuta paragonare a quella di un cowboy dei vecchi film, li aveva raggiunti senza smettere di squadrarli dalla testa ai piedi, con uno sguardo spavaldo e spocchioso.
Imam si era levato lo zaino, poi si era chinato per appoggiarlo sul terreno arido. L’uomo aveva un coltello, il manico di legno intarsiato sporgeva dalla tasca dei suoi pantaloni. Imam stava per consegnargli un sacco di soldi, e Mahdi gli aveva già dato i suoi. In un’altra occasione, non si sarebbero certo fidati di quel brutto ceffo, ma non avevano nessun’altra scelta.