IMAM E MAHDI, parte 1.

“Sono qui, ma non fare troppo rumore. Non si sa mai!”
Imam aveva scorto Mahdi. Il giovane si era nascosto dietro un cespuglio di acacia. Imam aveva poggiato per terra il bastone che gli era servito per attraversare la foresta, e ingobbendosi come una guareza, aveva raggiunto l’amico.
“Non abbiamo tanto tempo, la prossima ronda ripasserà tra dieci minuti. Guarda!”
Gli occhi grandi di Mahdi erano diventati simili a due scintille in un pezzo di carbone.
Al contrario, Imam era stato obbligato a socchiudere i suoi. Un vento caldo, che spirava da sud, trascinava con sé una coltre grigiastra e una puzza insopportabile di plastica bruciata.
“Merda! Il male nero avanza, e si sta ingoiando tutto.”
“Già. Se tu fossi passato da qui qualche giorno fa, ti saresti reso conto del grosso casino causato dall’ultima esplosione.”
“Quattordici vittime, almeno così dicono al villaggio…”
“Pure di più, e te lo dico io. Hai visto che roba?”
“Sì, la Nigeria si è ammalata.”
Non molto distante la foresta dava l’impressione di tranciarsi di netto e lasciava il posto a una distesa di fango scuro, che proseguiva a perdita d’occhio.
All’orizzonte, in controluce e in netto contrasto a uno splendido tramonto, delle mostruose creature metalliche cigolavano e stridevano feroci.
Le labbra di Iman tremavano. Gli occhi gli bruciavano. Avrebbe voluto tirare un’imprecazione, ma era rimasto in silenzio.
“Degli altri swamp buggy sono passati da qui”, aveva sussurrato Mahdi, dopo avergli indicato dei profondi solchi che erano rimasti impressi sul sentiero fangoso.
“Stamattina, mentre attraversavo la piazza del mercato, mi sono imbattuto in Mohamed. Lui ha smesso di pensarla come noi. Da alcuni giorni lavora alle trivelle, sostituisce un operaio deceduto durante l’ultimo sversamento. Si è ormai convinto che le industrie petrolifere possano persino rappresentare un’opportunità.”
“Comunque Mohamed non ha tutti i torti, dato che non è rimasta neanche l’ombra di un pesce, né una misera traccia di cacciagione. Noi moriremo di fame, invece.”
“Imam, non dire cazzate! Ben presto anche noi potremo riempirci per bene lo stomaco. Stiamo per fare la cosa giusta: siamo uomini ormai, e ce la faremo!”
“Non sarà per niente facile, e questo dovresti saperlo anche tu: in Europa non ci vedranno di buon occhio.”
“Allora, quei bianchi pallidi morti in piedi dovranno farsene una ragione! Lascia perdere le chiacchiere, e cerca piuttosto di essere puntuale. Ti raccomando: stanotte, alle tre, e non un minuto più tardi”.

Lungo il tragitto del ritorno Iman aveva ripensato a prima delle espropriazioni, a quando il terreno dei suoi genitori si estendeva fino alle coste del Niger; allora le industrie petrolifere operavano ancora con un certo riguardo, nonché con una maggior discrezione. Col passar degli anni, era invece capitato di tutto. Le mangrovie si sradicavano al primo colpo di vento; la terra era contaminata dagli idrocarburi, e persino l’aria era satura di gas tossici. Gli alberi da frutto non erano più in grado di riuscire a sfamare tutti gli abitanti del villaggio, e ciò che di commestibile osava crescere ancora in maniera spontanea, veniva subito saccheggiato. Gli ortaggi assorbivano una gran quantità di sostanze nocive, e, per poter sopravvivere, la gran parte degli animali si era spostata nell’entroterra. Quel luogo che un tempo somigliava a un paradiso, si era tramutato in un vero inferno, con tanto di fuoco e di fiamme.

In compagnia di tali e orrendi pensieri, Imam era giunto alla sua baracca. Nella rossastra penombra del crepuscolo questa gli era sembrata persino più bella, nonostante fosse ormai vecchia e pericolante; tuttavia, quel luogo riusciva ancora a regalargli un sentore di dignità, nonché una sensazione di lieta accoglienza.
Quante volte attendendo il ritorno di suo padre era rimasto seduto a gambe incrociate, al riparo dal sole, sotto la tettoia di amianto. E quando finalmente l’omone faceva capolino da dietro la collina, Imam balzava in piedi per corrergli incontro. L’uomo sorrideva, e scuoteva orgoglioso la sua grossa rete sempre carica di pesci. Per sé poteva trattenere una piccola parte del pescato, che però era sufficiente a sfamare la sua famiglia. Tutto il resto del bottino finiva nelle mani dei militari, che, numerosi, sorvegliavano la costa.
Imam si era arrestato sulla soglia. Aveva percepito una sensazione di straniamento: la consueta familiarità di quel luogo gli era all’improvviso venuta meno; gli si era accapponata persino la pelle.
Per fortuna, le grida litigiose dei suoi fratelli, che provenivano stavolta dal retro della baracca, l’avevano riportato alla realtà.
“Smettetela! Quando vi decidete a crescere?”, li aveva ammoniti, serio.
Nonostante quel caos, il padre dormiva. Ronfava seduto su una sedia sgangherata che era solito piazzare proprio davanti all’uscio. Imam non avrebbe mai immaginato che un uomo così robusto e tanto energico potesse un giorno ridursi in uno stato simile. Non riuscendo più a pescare, l’uomo si era convinto di non avere più niente da fare. Suo malgrado, era poi sopraggiunto anche il cancro: una malattia atroce, terribile, e divenuta fin troppo comune da quelle parti.
In casa la madre stava sminuzzando con cura delle foglie di ugu: era l’unico alimento che non mancava mai sulla loro tavola.
Imam avrebbe desiderato confessarsi con lei, dirle ‘Madre, io sto per lasciarvi!’
Non se l’era sentita. Non ce l’aveva fatta. Non intendeva essere la causa di un ennesimo dispiacere.
Entrambi i genitori non si sarebbero mai opposti alla sua decisione, ma Imam era sicuro che non avrebbe potuto contare sulla loro benedizione. Sua madre si sarebbe limitata a stare zitta, e suo malgrado i suoi gesti avrebbero tradito un certo nervosismo. Apprese le sue intenzioni, il padre avrebbe fatto scivolare il palmo della sua grossa mano callosa sulla sua fronte, sempre madida e ormai rugosa. Dopo essersela asciugata per bene nella stoffa dei pantaloni, sarebbe ritornato al suo consueto sonno.
Imam sentiva un buco nello stomaco. In parte era causato dalla fame, in parte dal rimorso. Da alcuni giorni aveva sottratto alla madre un prezioso e antico monile. Si trattava di un oggetto che la sua famiglia si era tramandato di generazione in generazione, e che, proprio per questo, lei non avrebbe trovato il coraggio di impegnare. Da quella vendita Imam aveva ricavato all’incirca cinquecento Dollari, che sarebbero stati a malapena sufficienti per raggiungere Tripoli. Tuttavia, Imam non riusciva ad accusarsi di egoismo: dopotutto quel cimelio era privo di qualsiasi utilità, e se le cose fossero andate per il verso giusto, presto sarebbe riuscito persino a sdebitarsi, restituendo alla madre dieci volte tanto.
“A Azuzuama oggi c’è stata una nuova rivolta del Mend”, esordì la madre, spezzando un silenzio diventato imbarazzante, ma senza distogliere lo sguardo dalle verdure.
“Non otterranno mai niente, è inutile!”, le aveva risposto Imam.
Non gli importava più nulla del Mend, né tantomeno di quelle maledette industrie petrolifere. Imam pensava solo che avrebbe venduto volentieri l’anima al diavolo per potersi permettere di mettere sotto ai denti qualcosa di davvero squisito. Si sarebbe accontentato di un’abbondante porzione di Yam, e poi, per finire, gli sarebbe bastato persino un mango, purché fosse maturo al punto giusto.
Presto avrebbe presto permesso alla sua famiglia di condurre una vita migliore.
Sua madre sospirò. Si trattava di un pesante e lungo sospiro, che riusciva a racchiudere tutti gli stenti di una vita intera. Per un attimo Imam sospettò che la donna avesse potuto intuire tutto. Era convinto che le madri riuscissero a sviluppare un particolare sesto senso nei confronti dei propri figli.
E quella sera gli era anche sembrato che il buio fosse calato prima del solito.

Hassan dormiva, beato. Kamil, di gran lunga più agitato, e dopo essersi rigirato più volte nel letto, gli aveva finalmente voltato le spalle. Al lume di una candela Imam si era dato da fare racimolando le sue poche cose: nulla di più di alcuni vestiti logori e della sua fionda preferita. Aveva poi riposto tutto, in qualche maniera, dentro a un vecchio zaino.
Anche i soldi erano già al sicuro. Aveva provveduto ad arrotolarli, e aveva spinto lo stretto tubicino di carta bene in fondo, nella tasca interna. Poi, silenzioso come un gatto selvatico, si era precipitato fuori.
Aveva sorriso, realizzando che questo non gli capitava da molto tempo. Si sentiva energico, non aveva sonno.
All’orizzonte, alcuni gas flaring davano il solito – squallido – spettacolo di fuoco. Imam si ricordò una fiaba sui draghi che il padre era solito raccontargli quando era piccolo. Dopo averlo sollevato in alto, permettendogli di toccare quasi il cielo con un dito, lo accomodava sulle sue solide ginocchia. Era una storia che Imam gli aveva sentito raccontare spesso, anche ai fratelli; come se l’uomo avvertisse il bisogno di dover giustificare, a sé stesso più che ai figli, quell’infernale consueta visione.

Imam non conosceva l’Italia, dunque non aveva la minima idea di cosa doversi aspettare dal suo futuro. Eppure, descrivendogli Roma, Mahdi era riuscito a incantarlo. Imam si era estasiato apprendendo come tutte le città italiane fossero antiche e moderne insieme, zeppe di attrattive, e di ogni genere di divertimento. Mahdi gli aveva persino giurato che chiunque vi avesse abitato sarebbe riuscito in poco tempo a trovare un impiego ben retribuito.
L’amico aveva dichiarato: “Gli italiani possiedono case da sogno, e automobili lussuose nuove di pacca. Nelle loro camere da letto hanno armadi enormi, zeppi di abiti alla moda; dai loro grandi televisori a colori riescono a guardare qualsiasi programma; possono permettersi di vedere un film diverso ogni giorno, e non riescono più a separarsi dai loro telefoni cellulari ultramoderni, che gli offrono un’infinità di passatempi davvero stupidi. Hanno una vita lunga e spensierata, sono sani e felici. I bambini possiedono talmente tante cose, che non riescono neanche a decidersi con quali di esse giocare. La cucina italiana è tra le più rinomate al mondo. Io non vedo l’ora. Non mancheremo di farci una bella scorpacciata di pastasciutta, e intendo anche assaggiare una loro specialità: il pane. Di quello ne hanno talmente in abbondanza che nemmeno si fanno scrupoli a buttarlo per strada. Pensa, Imam: nelle piazze lo fanno beccare persino agli uccelli!”
Imam non avrebbe mai preteso di condurre una vita da gran signore, tuttavia si era convinto che, una volta in Italia, sarebbe stato senz’altro meglio.
Si era voltato per osservare un’ultima volta la sua baracca. Alcune lacrime gli erano scivolate sulle guance. Semmai avesse percepito un vero stipendio, l’avrebbe subito condiviso con la sua famiglia. E se solo avesse potuto, li avrebbe portati tutti con sé. Suo malgrado, i suoi fratelli erano ancora troppo piccoli per riuscire a trovare lavoro in Italia, e, viceversa, il padre era ormai vecchio e malato. Alla madre invece, sarebbe spettato il gravoso compito di badare al coniuge.
Con un passo incerto e pesante attraversò il campo, poi imboccò il sentiero che si addentrava nella foresta. Dietro a coltri di fumo spesse e puzzolenti il cielo esibiva così tante stelle da togliere il fiato.

Mahdi gli era corso incontro, stritolandolo in un forte abbraccio.
“Ci siamo, fratellone mio!”, gli aveva gridato all’orecchio.
Imam si era irrigidito. Era stato travolto da un fastidioso disagio. Proprio come l’amico, era convinto di lasciare la sua terra, eppure non aveva provato neanche un briciolo di eccitazione. Aveva preso quella decisione per pura necessità. Al contrario Mahdi sembrava davvero felice di dover intraprendere quella grande avventura.

Il luogo del ritrovo, a Filingue, era un parcheggio sterrato adiacente alla stazione. Imam e Mahdi notarono subito un vecchio furgone col cassone, che era stato parcheggiato in fondo allo spiazzo, e sul quale erano già stipate una trentina di persone. Imam non aveva potuto evitare di osservare un esiguo gruppetto di donne. Un paio di loro avevano con sé i propri figli. Gli era subito sovvenuto il volto di sua madre, e aveva subito sentito un gran peso al cuore: si era accorto di volerle un gran bene.
Un omone dal viso stanco e rugoso stava fumando una sigaretta. Poggiava la schiena allo sportello aperto e sbuffava nugoli di fumo. Dopo aver lanciato il mozzicone, lo aveva calpestato sotto alle suole dei suoi stivali impolverati, e aveva sputato lontano. Sfoggiando un’andatura che si sarebbe potuta paragonare a quella di un cowboy dei vecchi film, li aveva raggiunti senza smettere di squadrarli dalla testa ai piedi, con uno sguardo spavaldo e spocchioso.
Imam si era levato lo zaino, poi si era chinato per appoggiarlo sul terreno arido. L’uomo aveva un coltello, il manico di legno intarsiato sporgeva dalla tasca dei suoi pantaloni. Imam stava per consegnargli un sacco di soldi, e Mahdi gli aveva già dato i suoi. In un’altra occasione, non si sarebbero certo fidati di quel brutto ceffo, ma non avevano nessun’altra scelta.

AQUALUNG, SIDE B.

Ian Anderson.

Una nuvola doveva essersi piazzata davanti al sole: tutto si era oscurato all’improvviso. Il largo frammento di cielo che, allungando un po’ il collo, scorgeva dalla sua poltrona, era limpido e blu. Un profumo d’erba appena tagliata si propagava nella stanza. La larga parte di campo visibile dalla finestra, incorniciata dall’edera che si arrampicava rigogliosa sul muro esterno, gli evocava uno scampolo di velluto. Osservava gli steli, che si incurvavano al passaggio del vento, proprio come se una grossa mano li stesse accarezzando.
Dalla vita desiderava di più, eppure non avrebbe mai barattato la sua fattoria con nessun’altra casa al mondo. Non si sentiva poi così diverso dall’erba, o dagli alberi, o da qualsiasi essere vivente al quale sia concesso il privilegio di poter sviluppare le proprie radici in quel luogo, e a cui sarebbe rimasto legato fino alla fine dei giorni.
Il tempo stava cambiando: camuffato col profumo dell’erba, si spargeva nell’aria anche un acre sentore di muffa.
Sedeva al centro del locale. Non aveva nulla da fare, e, men che meno, gli interessava sapere se lei fosse arrivata.
Seguiva con lo sguardo gli spostamenti delle ombre sul pavimento, che, a causa della temporanea assenza di sole, risultavano appena accennate.
Il vento si faceva sempre più forte. Il crescente fruscio prodotto dagli alberi faceva nascere un truce lamento, che echeggiava persino in casa. Dal piano terra provenivano fischi assordanti, provocati dagli spifferi che riuscivano a penetrare il vecchio portone.
Serrava forte i pugni, sentiva le unghie fin troppo lunghe affondargli nei palmi delle mani. Cercava di domare un forte tremore che gli impediva di infilarsi i tappi nelle orecchie.
Respirò profondamente, socchiuse gli occhi. Immaginò di ricevere una carezza dalla sua povera nonna, l’unico gesto d’amore ricevuto durante la sua infanzia, e che gli era giunto talvolta, prima di potersi abbandonare al lungo e beato sonno, quello di cui privilegiano solo i bambini.
Non ricordava nemmeno l’ultima volta in cui aveva dormito in un letto senza interruzioni e per tutta una notte. Tuttavia sentiva di meritare la punizione che era stato costretto ad auto-infliggersi a causa dei cattivi pensieri, e di quelle sue sporche masturbazioni. Fu travolto da un’ondata d’odio verso suo padre. Se si era ridotto in quel modo, lo doveva a lui. Per fortuna, gli erano rimasti almeno i sogni.
Il respiro era tornato calmo. Le sue palpebre si erano fatte pesanti. Evocò la scena così come l’aveva lasciata al risveglio. Liberando la mente da tutti i pensieri, si abbandonò al sogno, senza opporgli resistenza. Riusciva a ricordare quelle immagini, e le vicende a esse legate, con un realismo anomalo. Godeva nell’essere catapultato in una dimensione speciale, dove il tempo assumeva un valore diverso. Si limitò ad assaporare l’aria a pieni polmoni. Prese un profondo respiro. Il suo fastidioso ticchio alle palpebre gli stava concedendo una tregua, e persino la fronte, nonostante facesse caldo, era ancora asciutta. Realizzò di non esser finito tanto lontano da casa sua.
Perché la ricordava sempre un po’ meno bella di ciò che era?

Sussultò.
Spinse forte il sedere nella calda poltrona di pelle. Lo stomaco era di nuovo vuoto, la vescica era di nuovo piena. La testa gli ripeteva come un mantra: Mike, bagno e cucina; Mike, bagno e cucina… e non un passo in più!
Non avrebbe potuto trasgredire le regole, doveva comportarsi da bravo bambino. Aveva attraversato il locale evitando di calpestare le ombre, che, oblique e allungate, avevano raggiunto la loro massima estensione. Residui di nuvole grigie si accalcavano all’orizzonte, ma il cielo si stava tingendo di rosso.
Tolse i tappi dalle orecchie. A parte un lontano cicaleccio, non lo infastidiva nessun altro rumore. Si alzò per soddisfare un bisogno fisiologico. Sapeva di doversi mantenere lontano dalla finestra. Aveva piovuto parecchio, e per giunta di sbieco: sul pavimento del soggiorno si era formata una pozza d’acqua. Prima o poi, e sarebbe stata solo una questione di tempo, ce l’avrebbe fatta anche a richiuderla.
Seduto in poltrona, con la lampada accesa, pensava che persino le ombre stavano cercando un modo per potersi arrampicare sui muri.
Avrebbe fatto bene a scacciarla dalla testa: non avrebbe più dovuto pensare a lei.

Dopo aver contemplato a lungo un enorme traliccio dell’alta tensione, desiderò risalirlo fino in cima. La pesante corporatura e la sua innata goffaggine non l’avrebbero certo ostacolato in quell’impresa. Con grande energia, derivata da un’improvvisa percezione di agilità, si ritrovò a compiere ogni gesto in maniera naturale. Lo spingeva il bisogno più che un’intenzione vera e propria: la punta delle scarpe da ginnastica si infilava negli stretti interstizi presenti tra i blocchi di ferro, e, sicuro di farcela, senza alcuna esitazione, artigliava le grosse mani alla struttura. Risaliva il traliccio con facilità. In quattro e quattr’otto, si ritrovò sulla sua sommità. Lì provò una grande beatitudine. Riuscì a percepirsi più vicino a Dio.
La visuale era stupenda. E lei giocava nel campo.
Era bellissima, esile, lei era sempre allegra. La sua andatura era sciolta. Osservare quei lunghi capelli biondi ondeggiarle sulle spalle mentre compiva dei saltelli era un’esperienza ipnotica. La sua gonnellina, sollevandosi, si riempiva d’aria. Gli ricordava una gattina un po’ selvaggia: indossava delle graziose mutandine bianche.
Non si sarebbe dovuto spingere fin lassù con l’intento di spiarla. Ma, in fin dei conti, la colpa non era sua. Da quelle parti non passava mai nessuno, e lei era davvero irresistibile, soprattutto quando, vestita in quel modo, non la smetteva più di correre nel prato …
Percepì le guance diventare bollenti: la fronte era madida di sudore. Sudava persino nel sogno. Mosse un passo oltre la stretta piantana collocata alla sommità del traliccio. La terra gli mancò da sotto i piedi, e avvertì un terribile vuoto allo stomaco.

Teneva la testa tra le mani. L’aria era di nuovo calda e si sentiva soffocare. Le ombre sul pavimento apparivano strane, distorte, spaventose. Le ginocchia continuavano a battere una con l’altra, sempre più veloce. Non avrebbe potuto concederselo? Tutto sommato si trattava solo di un sogno. Quante volte si era già trattenuto, Dio solo lo sapeva!
Era deluso. Nel sogno la morte coincide con il risveglio. Era pronto a giurare che un tale calvario si sarebbe ripetuto, e chissà per quante volte ancora.

Si era alzato un vento improvviso che tormentava le fronde degli alberi, provocando un fruscio assordante; persino gli uccelli cinguettavano più forte del solito.
Mentre lo schienale della poltrona dava un secondo contraccolpo al pavimento, guardava già dalla finestra. Aveva tentato di smettere, troppe volte la coscienza l’aveva ammonito. Si era imposto delle regole, si era obbligato a restare alla larga da quella maledetta porta che si affacciava sul mondo. Si era ridotto a dormire seduto, a mangiare poco o niente, e aveva perso persino la voglia di ascoltare i Jethro Tull.
I vetri spalancati riflettevano il viso di un vecchio smagrito e sofferente. Se avesse ritenuto di riuscire a parlare a sé stesso, ammesso che quell’estraneo fosse stato proprio lui, si sarebbe detto che, alla sua età, non avrebbe potuto godere di una simile prelibatezza. Suo malgrado, desiderava averla con ogni parte del corpo, tramite ogni singola cellula. Cedere alla tentazione sarebbe stato ammettere un fallimento, l’ennesima e ridicola dimostrazione di debolezza, soprattutto dopo tanti mesi interminabili e zeppi di sacrifici, di rinunce, di ripetute penitenze. Imprecò a voce alta contro Dio, e non esitò a maledire persino l’estate: quella bambina gli recava tormento ogni giorno, e tutti i suoi guai sentiva di imputarli alla bella stagione: se ci fosse stato un freddo cane, quella carognetta sarebbe rimasta dentro casa sua.
Si rammaricò per non essere nato più forte, con più volontà. Non aveva saputo difendere nemmeno sua madre, quando suo padre si sfilava la cintura dei pantaloni. Una lacrima gli percorse la guancia al solo pensiero che lei, quella dolce bambina, fosse una creatura innocente.
Diverse immagini passavano in rassegna nella sua mente: lei che giocava a saltare la corda; lei che stringeva una bambola; lei che leggeva un fumetto tenendo le gambe divaricate; lei che sorrideva osservando una farfalla; lei che esibiva il suo bel seno acerbo dentro una maglietta fin troppo larga.
Sentì qualcosa indurirsi nei jeans.

“Oggi sei stato proprio cattivo. Da’ qua, forza, dammi il braccio!”. Talvolta la voce del padre gli rimbombava ancora in testa, gli sembrava addirittura di sentire un gran tanfo di sigaretta e di pollo bruciato.
Teneva un braccio ripiegato per poggiarsi alle piastrelle; con l’altro, che agitava in modo frenetico, cercava di liberarsi da un gran peso. Lo sguardo non poteva evitare le numerose imperfezioni sulla sua pelle, segni circolari in cui risultava violacea e rappresa.
Trasportata dal vento, una timida voce bianca risaliva la scalinata della fattoria. Impossibile non riconoscere le note di “Twinkle, Twinkle, Little Star”.
Mollò un pugno al muro, restando insoddisfatto. Richiuse la patta e si mise a vagare per le stanze di casa.
“Resta lontano dalla finestra. Resta-lontano-dalla-finestra”.
Cacciò i tappi nelle orecchie più a fondo che poté. Il canto si era ì ridotto a poco più di una vibrazione, eppure lo giudicava beffardo.

Quando la bambina sembrò sollevare lo sguardo per osservare la finestra, una bomba gli esplose nel petto.
L’edera sui muri oscillava per il vento, protraendosi verso l’angelica creatura. Una crepa era comparsa sulla facciata: vacillarono le sue certezze. La sua casa e il suo mondo stavano andando in frantumi, ed era piuttosto sicuro che non avrebbero più retto nemmeno le fondamenta. Sentiva la terra ribollire, gli sembrò che si ribellasse. L’ossigeno scarseggiava, e una densa nebbia cominciava a esalare dal suolo ammantando ogni cosa.

La bella bambina raccoglieva dei fiori. Sembrava esserne attratta, forse per via della loro fragilità. Li adagiava uno dopo l’altro sul palmo della mano, tenendolo un po’ richiuso per impedirgli di essere travolti dalla furia del vento, e di volare via.

Risollevò la poltrona. Si levò i tappi. Li lanciò. Li osservò rimbalzare sulle piastrelle del pavimento. I sogni si sarebbero ripetuti ancora, e il buio non sarebbe riuscito ad annientare le ombre per sempre.
Ancora nel campo, la bambina non smetteva di cantare: “Mi chiedo chi tu sia… come un diamante nel cielo, al di sopra di un mondo così vasto…”.

Era in cima al traliccio.
Lei portava alla bocca i suoi fiori, uno dopo l’altro. Dando l’impressione di dover vomitare, si cacciò due dita in gola e ne ricavò un filo. Lo tirava senza smettere, lasciando ricadere per terra una ghirlanda zeppa di fiorellini. Ai suoi piedi si andava formando un groviglio, che, crescendo a vista d’occhio, raggiungeva le sue ginocchia, poi il suo ventre, poi il suo petto e, infine, era riuscito ad avvolgerle anche la testa. Da questo si dipanavano numerose radici sottili che le affondavano nella carne, nel tentativo di trarne linfa di nutrimento.

La sua pelle era come la buccia di una pesca vellutata. Era sdraiata in un morbido letto d’erba. Tutt’intorno crescevano piccoli fiori, qua e là persino alcuni papaveri. Aveva pianto.
Accanto a lei assaporava disteso la quiete della campagna.
Non poteva temere i sogni. Si crogiolò nella soddisfazione.
Un cielo così limpido non l’aveva mai visto.
Si assopì pian piano.

Non riusciva a scorgerla. Il campo era deserto. Tirava un gran vento e il traliccio penetrava il cielo nero. Lui poteva anche dominare il mondo, ma era rimasto solo.
Un lampo tagliò l’orizzonte. Cominciava a piovere. Grosse gocce tintinnavano a contatto con la struttura metallica. Rimbombò un tuono fortissimo, il traliccio traballò. Non temo i sogni, si disse. Qualcosa gli si avvolgeva attorno al collo. Si trattava di un filo viscido. Era sottile ma resistente, e su di esso erano sbocciati alcuni fiori. Ebbe anche l’impressione che qualcuno l’avesse potuto fissare alle nuvole.
Si sporse oltre la piantana e si lasciò andare nel vuoto, con la stessa sicurezza di chi l’aveva già fatto almeno un centinaio di volte. Amava sentire l’adrenalina mentre il suo corpo precipitava in rapida accelerazione. Godeva della velocità, svuotandosi di tutto l’ossigeno trattenuto dai polmoni. Era peso senza alcun peso, in caduta libera.
Percepì un crampo al collo e fu catapultato verso l’alto.

Era seduto sulla poltrona. Qualcuno si era preso persino la briga di richiudere la sua finestra. Fuori un forte temporale stava scatenando l’inferno.
Sul collo della vittima apparivano delle congestioni giallastre.
Eppure, pareva dormire beato.

“Mi vedete ancora, perfino qui?” “Do you see mi even here?”
la corda d’argento giace a terra the silver cord lies on the ground
“E così sono morto”, disse il giovane… “And so i’m dead”, the youn man said…
Oltre la collina (non molto lontano). Over the hill (not a wish away).

Jethro Tull, Ian Anderson – A Passion Play (1973)

Dedicato “alla mia più cara amica di lettere.”

https://annehecheblog.wordpress.com/2012/05/09/aqualung-di-quou-e-alessandra/

LA SEDUTA.

Avevamo richiuso le persiane. Nella penombra, sul tavolo a tre gambe e ricoperto da una tovaglia rossa talmente lunga da sfiorare il pavimento, era stata poggiata una candela; questa irrorava di luce fioca un tabellone che esibiva tutte le lettere dell’alfabeto.
Maria, per ultima, adagiò le dita sulla moneta. “Funzionerà?”, ci domandò.
“Ho seguito alla perfezione le istruzioni del libro.”, le rispose Dany, sicura.
Anto e Miriam osservavano col fiato sospeso la fiammella, che, vibrando non poco, regalava l’impressione di potersi spegnere da un momento all’altro.
“Cominciamo?”, chiesi.
Ci scambiammo una rapida e timorosa occhiata d’intesa.
Da lì a poco notammo che la moneta scivolava sul tabellone con un moto proprio, e che, compiendo degli scatti, si soffermava ora sopra una lettera, ora sopra ad un’altra. A quel punto sollevammo incredule le nostre dita, ma fummo costrette a realizzare che la monetina seguitava a muoversi imperterrita. Maria lanciò un urlo agghiacciante, poi, a gambe levate, le cinque ragazze corsero fuori dalla stanza e si precipitarono a perdifiato giù, per le scale.
Il tavolino traballò, un lembo della tovaglia si sollevò come agitato da una improvvisa folata di vento.
Quello scemo di Marco, carponi, fece capolino da sotto il tavolo; ghignava come un matto mentre posava sulla tovaglia un grande magnete. Le mie amiche avevano già raggiunto il cortile. Se l’erano proprio fatta sotto: le udivo strillare ancora, proprio come delle oche. Marco si sarebbe potuto godere in santa pace tutto il resto del pomeriggio.
Io invece, nera di rabbia e ancora con il cuore in gola, ero piuttosto sicura che, prima di sera, quel burlone di mio fratello l’avrebbe pagata davvero cara.

IL FILO.

Passeggiavo, ben imbacuccato a causa del freddo, nel bosco vicino a casa mia. All’improvviso realizzai di aver calpestato qualcosa. Notando che si trattava solo di un filo, lì per lì non vi feci caso. Fu solo dopo aver compiuto qualche altro passo, che la faccenda cominciò a complicarsi, e nel contempo a rendersi interessante. Fui costretto a notare quanto fosse lungo; mi era parso di cotone, uno di quelli che si usano per ricamare. E questo proseguiva a perdita d’occhio lungo il sentiero, districandosi alla meno peggio tra i sassi conficcati nel terreno bagnato e poi zigzagando tra i rami spezzati. Scompariva e ricompariva, a tratti riemergendo dal morbido tappeto di foglie secche imbevute d’acqua piovana, diventate come gommose a causa delle precipitazioni insistenti di quegli ultimi giorni.
Non avendo niente di meglio da fare, assecondando il dubbio che quello strano filo potesse dipanarsi ancora a lungo, presi la bizzarra decisione di seguirlo: chissà, forse mi avrebbe condotto da qualche parte…
Non saprei spiegare perché, ma avevo avuto l’impressione che un filo non potesse trovarsi in mezzo a un sentiero per caso, avevo piuttosto maturato la convinzione che fosse stato messo lì per adempiere a un compito ben preciso.
Lo afferrai e avanzai stringendolo in un pugno chiuso, facendolo scorrere e tirandolo con l’altra mano. Mi trovai a percorrere all’incirca due chilometri. Le mani già infreddolite mi dolevano parecchio, e io mi maledissi per aver dimenticato a casa i miei guanti.
Avanzando mi divertii a stimarne la lunghezza: dapprima pensai che potesse trattarsi di una sola matassa, poi realizzai che avrebbero potuto essere anche due legate insieme; infine dovetti accettare l’idea che fossero persino più di tre. Mi meravigliai nel constatare come quel filo proprio non ne volesse sapere di finire.
Giunto a un certo punto, più o meno nei pressi della grande quercia, notai che il filo vi si avvolgeva più volte, ben stretto, intorno al tronco; poi lo osservai proseguire, ancora. Deviando dal sentiero e perdendosi tra le piante, questo si inoltrava nella rigogliosa vegetazione.
Io non serbavo alcun timore: conoscevo quel bosco proprio come conoscevo le mie tasche.
Fui alquanto soddisfatto di aver indossato gli stivali di gomma, perciò mi apprestai a procedere nel sottobosco, che, a ogni passo, sembrava diventare man mano più insidioso.
Fui presto costretto a rallentare l’andatura. Dovevo trovare il modo di districare i piedi dal suolo: enormi roveti si aggrovigliavano in continuazione alle mie gambe, trattenendomi. Il bosco sembrava opporsi con tutta la sua forza al mio passaggio, come se intendesse impedirmi di procedere. Percepivo tutto il peso del corpo sprofondare sempre più giù, nel terreno, e solo per un istante rabbrividii al pensiero che questo fosse vivo, cosciente, e che intendesse catturarmi, o magari inghiottirmi per farmi suo prigioniero.
Procedere a lungo in un bosco in penombra provoca alla vista uno scherzo tremendo: ben presto il paesaggio circostante si offusca e risulta difficile mettere a fuoco un qualsiasi particolare. Inoltre le giornate di novembre sono brevi, e al tramonto i raggi di sole obliqui e scialbi che riescono a penetrare tra i rami degli alberi sono davvero pochi. Potevo dunque contare sulla medesima intensità di luce provocata da una fiammella di candela.
Una bruma piuttosto compatta cominciava a esalare dal suolo, proprio quando questo aveva deciso di lasciarmi un po’ di tregua. Con ostinazione colsi l’attimo e approfittai, come si suol dire, del momento buono. Proseguii il mio cammino seguendo ancora il filo, che, tirato, aveva tutta l’aria di voler raggiungere lo spazio infinito.
Sollevando lo sguardo ebbi come l’impressione di intravedere qualcosa. Non saprei dire cosa fosse, tuttavia il filo all’atro capo sembrava essere sostenuto da una misteriosa entità di luce, o da qualcosa di molto simile a…
In preda all’estasi fui tentato di mettermi a correre per raggiungere in fretta quella cosa (o quella creatura), che mi sembrava davvero bellissima. Mio malgrado, ben presto inciampai in una grossa radice, finendo lungo e disteso, con il viso nel fango.
Come per opera di un orrendo sortilegio, io persi per sempre quel filo.
Non appena mi ripresi, lo cercai a lungo e invano.
Non vi fu un solo altro giorno, da allora, in cui non desiderai inoltrarmi di nuovo nel bosco, alla penosa ricerca di quel filo. Vi ho appena passeggiato anche oggi, e di quel maledetto non ho più trovato nessuna traccia.

Tuttavia, mi sento costretto a chiedervi perdono, io sono un miserabile e maldestro ciarlatano: può darsi che quel giorno io abbia solo smarrito il filo, fin troppo lungo, del mio discorso.

LIA E IL MARE.

L’affascinante parola “mamihlapinatapi”
appartiene al lessico “yamana” e non esiste un termine italiano corrispondente che esprima lo stesso concetto. Mamihlapinatapi è lo sguardo pieno di desiderio che si scambiano due persone timide quando provano un’attrazione reciproca.

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Lia aveva scostato la tenda che penzolava davanti alla finestra. Si moriva di caldo in casa, ma la pioggia batteva impetuosa sui vetri, quasi intendesse allagare oltre al giardino anche la sala da pranzo. Dopo aver trascorso l’intero pomeriggio a cucinare, quel tempaccio l’aveva costretta a rientrare di corsa.
E pensare che, tutta presa com’era, nemmeno si era accorta che il cielo terso di quella calda giornata d’agosto aveva pian piano cominciato a intorbidirsi, e che, avvolgendo le cime dei monti vicini, dei gonfi e pesanti nuvoloni neri erano sopraggiunti veloci, da ovest.
Un ventaccio sollevava in un turbine qualsiasi cosa non fosse ben ancorata alla terra: un paio di brutte cartacce, alcune foglie ancora verdi e qualche germoglio strappato con forza dalle fronde del grande nocciolo. Quel povero albero già martoriato si fletteva fino a terra, sfiorando con la cima il fango e provocando un fruscio somigliante a un lamento così forte da esser udito persino in casa.
Quella tormenta aveva anche travolto e disperso chissà dove tutti i piatti e le scodelle che Lia aveva riempito con cura e poi disposto in fila sulla panca in legno, che era addossata al muro di cinta.
Quasi tutti i giorni, a partire dall’inizio delle vacanze estive, la bambina si dava da fare cucinando per lui. Per fortuna, il più delle volte, il tempo era bello e, verso le cinque, sempre sorridente lui faceva capolino dal bosco, poi, quasi saltellando raggiungeva la rete di cinta, poggiandovi una spalla.
Lia si perdeva a osservare i suoi occhi: erano azzurri come il mare. E pensare che le volte che l’aveva visto il mare, le avrebbe potute contare sulla dita di una mano.
Lia abitava in una baita di montagna così graziosa che chiunque non avrebbe esitato a definirla la casa dei sogni. Tuttavia, come è ovvio che sia, quella bambina avrebbe accettato di trasferirsi, da subito e anche per sempre, vicino al mare.
Lia riteneva che il naso ben fatto del suo amico fosse identico a una conchiglia, che teneva nascosta con gelosia nel suo portagioie. Anche i suoi capelli scuri, a dir la verità spesso un po’ troppo sporchi, quando ondeggiavano così appesantiti per via del vento somigliavano alle alghe che suo padre aveva fotografato durante una villeggiatura nei dintorni di un molo; e le sue mani che muoveva con insolita delicatezza, potevano ben esser scambiate, da tutti o quasi, per stelle marine.
Lia quasi si vergognava di quell’amicizia, e proprio non si decideva a volerne parlare a sua mamma: in fin dei conti mancava poco alla fine dell’estate. Il suo giovane amico sarebbe presto tornato in città, e nessuno l’avrebbe più rivisto da quelle parti. Anche per questo motivo Lia riusciva a paragonarlo al mare. Benché fosse solo una bambina, aveva già maturato l’intima convinzione che tutte le cose belle prima o poi si guastano, oppure finiscono.
E se la mamma avesse permesso al suo amico di entrare in giardino? Lia se lo sarebbe ritrovato proprio davanti, senza la rete, e allora avrebbe faticato persino a parlargli, e si sarebbe fatta strada in lei la paura di toccarlo per sbaglio, o anche di essere toccata. Insomma, mica era sicura che quello fosse un bravo bambino: lo conosceva appena!
Tuttavia Lia era felice di avere un amico sul quale poter contare durante l’estate. Fino a quel momento aveva sempre odiato le vacanze: per lei, sperduta tra i monti, la fine della scuola significava perdere di vista per diversi mesi tutti i compagni.

Attraverso un punto ben preciso della rete, dove le maglie di fil di ferro si allentavano e originavano una fessura ben più ampia delle altre, sollevandosi sulle punte dei piedi Lia porgeva all’amico una scodella colorata, poi subito un’altra. Poteva trattarsi di una gustosa zuppa di pomodoro composta da una miriade di petali di rosa, o di una bistecca grigliata accompagnata da un succulento contorno di verdure, ossia un piccolo sasso circondato da foglie di cicoria; alcune margherite simulavano talvolta del riso, dei rametti spezzati diventavano carote… Insomma, la piccola si dava da fare con creatività e fantasia, raccogliendo e combinando tra loro diversi ingredienti, che risultavano sempre sufficienti per poter realizzare dei pasti di almeno venti portate, colorati e interminabili.
Dal canto suo, quel gioioso ragazzino sembrava non avere grandi pretese, né gusti difficili. Portava avidamente alla bocca tutto ciò che Lia gli porgeva simulando gradimento, sassi compresi. Solo quando era certo di non essere più osservato dalla dolce ragazzina, rivoltava la sua posata, lasciando scivolare a terra, un po’alla volta, le golose pietanze, gettando tutto nel prato.
Marco non poteva certo definirsi un gran chiacchierone, tuttavia aveva raccontato a Lia di amare la sua città quanto adorava la montagna. Non poteva vantarsi di avere molti amici. A dirla tutta, non ne aveva nemmeno uno. Probabilmente non era stato fortunato, o non ne aveva ancora incontrati di veri.
Le poche volte in cui Marco si prodigava in un discorso piuttosto lungo, Lia ascoltava incantata, senza batter ciglio, ma si domandava come diavolo potesse accadere che un ragazzo così speciale, pur abitando in una grande città, dovesse faticare tanto per legare con i suoi coetanei. Tuttavia, senza ammetterlo, il motivo lo aveva già dedotto. Più volte aveva notato tremare quelle rosee stelle marine come se fossero state appena ripescate dal maree e subito esposte all’aria. Inoltre aveva osservato in più occasioni le sue belle gote paffutelle accendersi e tingersi di un rosso vivo simile al colore di un corallo. Se soltanto avesse posseduto il coraggio per riuscire a poggiare anche un solo orecchio sul petto del ragazzino, avrebbe udito lo sciabordio continuo delle onde che si infrangono sugli scogli.
Quando terminava la cena, proprio come fa il mare quando si ritira con la bassa marea, Marco si esibiva in un inchino davvero buffo e tornava frettolosamente verso il bosco, lasciando per Lia, dietro di sé, una scia di conchiglie colorate, un mucchietto di piccoli pesci boccheggianti, e molti altri cimeli preziosi e immaginari.

Una volta era persino capitato che le dita sottili della piccola sfiorassero per meno di un secondo quelle di Marco, non si può dire che i due si fossero toccati, ma Lia aveva lasciato cadere il piattino e tutto ciò che conteneva le si era rovesciato sui piedi, proprio come fanno a carnevale i coriandoli. In quel preciso momento gli occhi di Marco erano diventati enormi, rivelando a Lia i tesori celati nelle misteriose profondità dell’oceano e tutte le meravigliose creature che lo abitano.
Rimasta sola, non avendo più nulla di importante da fare, Lia rimaneva seduta ancora un po’ sulla panca in giardino. Aveva lo sguardo pensieroso sempre puntato sui piatti vuoti. Un’espressione abbastanza simile veniva riflessa dai vetri, e in alcuni punti si era creata una spessa patina di condensa che Lia si ostinava a cancellare con la sua manina. Era piuttosto infastidita dall’immagine che la finestra le restituiva e che conferiva al suo giardino un sentore di distanza, di passato, quando questo era ancora lì, proprio davanti a lei, a portata di mano. Quel brutto temporale proprio non voleva saperne di finire!
L’orologio appeso alla parete segnava ormai le 18:30. Lia era abbastanza sicura che Marco, quel giorno, non sarebbe più venuto.
Un piattino rosso veniva trascinato dal vento per tutto il giardino. Era stata proprio stupida! Non aveva pensato a ritirare le stoviglie per tempo: di sparecchiare la tavola se n’era dovuto occupare il temporale. Lia si domandava se fosse riuscita a ritrovare tutte le sue stoviglie; e inoltre
non una pietanza sembrava esser sopravvissuta al maltempo: sul tavolo erano rimaste solo due ciotole colme di acqua piovana, che straripava addirittura dal bordo. Anche nel caso in cui Marco si fosse fatto vivo, non avrebbe trovato più nulla.
“Sei ancora alla finestra? Sembra che tu non abbia mai visto piovere!”
Lia arricciò le labbra in una smorfia che sua madre non poté fare a meno di notare dal vetro.

Quando cessò di piovere era ormai buio pesto e Lia si rigirava nel letto senza riuscire a dormire. Avrebbe dato qualsiasi cosa per poter accertarsi subito dei guai causati da quel tremendo temporale, ma i suoi genitori non le avrebbero mai permesso di uscire in giardino a tarda notte. Si alzò di scatto, poi si ributtò giù, con la ferma intenzione che, l’indomani, avrebbe parlato di Marco ai suoi genitori; e così, finalmente, avrebbe potuto giocare con lui come si deve, sulla panca del suo giardino. E qualora le si fosse presentata una buona occasione, non avrebbe certo esitato a prenderlo per mano.

I PROMESSI SPOSI. Il riassunto (Capitolo per capitolo).

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Ho cercato di riassumere in maniera sintetica il contenuto de’ I promessi sposi. Di sicuro non servirà ai giovanissimi, perché non avranno voglia di gustarsi lentamente, pagina dopo pagina, questo meraviglioso romanzo. E non servirà nemmeno ai veri lettori adulti, dato che l’avranno già letto e riletto.
Allora, perché condividerlo?
Ho pensato a chi non lo leggerà mai, mai una volta nella sua vita. In cinque minuti potrà almeno conoscere la trama, ma continuerà a ignorarne il resto, privandosi così della sua grandiosa bellezza.

Capitolo 1.
Il romanzo comincia con una meravigliosa descrizione di Lecco, la terra natale di Renzo e Lucia. È il 7 novembre del 1628.
Conosciamo la storia dei bravi e leggiamo del loro incontro con Don Abbondio, durante il quale compare la fatidica frase: “Questo matrimonio non s’ha da fare, né ora, né mai”.
Sin dall’inizio ci è chiaro il vile carattere del parroco, ma che, per fortuna, può contare sull’assidua presenza della sua Perpetua.

Capitolo 2.
In questo capitolo comprendiamo la preoccupazione di Don Abbondio. Assecondando l’idea di Perpetua, il parroco si finge malato per prender tempo: deve riuscire a trovare una scusa valida per rinviare il matrimonio già stabilito di Renzo e Lucia.

Capitolo 3.
Renzo, Agnese e Lucia sono personaggi buoni d’animo. Lucia confida a Renzo e ad Agnese di un suo recente incontro con Don Rodrigo; ripensando a quel giorno deduce l’interesse dell’uomo nei suoi confronti, forse il movente della sua assurda disposizione.
Renzo si precipita a cercare aiuto dal famoso avvocato Azzeccagarbugli, ma senza trarne alcun vantaggio; Lucia, invece, si rivolge al buon fra’ Cristoforo.

Capitolo 4.
Qui comprendiamo chi è davvero fra Cristoforo da *** e le brutte vicende che lo hanno convinto a diventare messaggero di Dio.

Capitolo 5.
Fra Cristoforo, seppur con una certa preoccupazione, accetta di recarsi da Don Rodrigo. Accolto con una falsa cortesia dai commensali presenti a palazzo, è persino costretto a subirne lo scherno.

Capitolo 6.
Don Rodrigo concede udienza a fra Cristoforo. Sebbene non neghi le sue azioni malvage, non è certo disposto a cambiare idea, e lascia ben intendere al frate l’ossessione da lui provata nei confronti di Lucia.
Agnese suggerisce ai due giovani di ingannare Don Abbondio e gli propone di organizzare un matrimonio clandestino.
Renzo si reca subito da un suo amico, Tonio, avanzandogli la proposta di fargli da testimone. Insieme si recano all’osteria e si imbattono nei bravi.

Capitolo 7.
Lucia è dubbiosa, ha sempre sognato il suo matrimonio, e desidera che questo sia benedetto dal Signore. Tuttavia l’ostinazione di Renzo riuscirà a convincerla di eseguire il piano ideato da Agnese.
Intanto, servendosi del Griso, Don Rodrigo organizza il rapimento della povera Lucia.
Fra Cristoforo si accinge a lasciare il castello di Don Rodrigo, ma si imbatte in un anziano servitore, che, assai deluso dalla condotta del padrone, si vendica, rivelando al frate la sua intenzione di rapire Lucia.

Capitolo 8.
Agnese, con un banale pettegolezzo, distrae Perpetua allontanandola dalla canonica. I testimoni di nozze e gli sposi fanno irruzione nei locali di Don Abbondio.
Assistiamo però al fallimento del matrimonio e alla ritirata del Griso, che, dopo essersi recato a casa di Lucia con l’intento di rapirla, non vi trova nessuno.
Renzo, Lucia e Agnese si rifugiano da fra Cristoforo dopo esser stati avvertiti da un suo messaggero, il piccolo Menico, della presenza dei bravi nella loro abitazione. Il buon frate ha studiato il piano di fuga. Ed è questa l’occasione per mettere nero su bianco un commovente addio ai monti, un trafiletto davvero poetico. Lucia e Agnese si dirigono a Monza; Renzo, come ordinato da fra Cristoforo, cercherà protezione a Milano.

Capitolo 9.
Agnese e Lucia vengono accolte dalla Monaca di Monza. Chi è Gertrude? Apprendiamo alcuni aneddoti relativi alla sua triste infanzia.

Capitolo 10.
Questo è il secondo capitolo dedicato alla Monaca, un piacevole breve romanzo nel grande romanzo.

Capitolo 11.
Don Rodrigo giustifica affettuosamente il fallimento del Griso, dimostrandosi leale e comprensivo con l’amico. Le chiacchiere di paese giungono presto alle sue orecchie: ritrovare Lucia non sarà, per lui, un’impresa poitanto difficile.

Capitolo 12.
In queste pagine Manzoni ci narra di una rivolta del grano, a Milano, e l’originarsi della grande carestia. Una folla di protestanti minaccia di morte il vicario, perché ritenuto responsabile del rincaro del prezzo del pane.

Capitolo 13.
Renzo si schiera a favore del console Ferrer, che dispone l’arresto del vicario salvandolo dal linciaggio durante la rivolta popolare.

Capitolo 14.
Renzo si monta un po’ la testa, e tiene addirittura un comizio in piazza. Poco dopo si convince di aver trovato un nuovo e buon amico; cena con lui in osteria, ma si ubriaca e continua a parlare a sproposito della rivolta di quel pomeriggio.

Capitolo 15.
Renzo trascorre la notte nella locanda, ma, a causa dei discorsi uditi durante la cena, l’oste lo crede responsabile della rivolta cittadina.

Capitolo 16.
La mattina seguente, al risveglio, Renzo viene arrestato. Riesce a fuggire, ma si trova costretto a lasciare Milano. Si dirige quindi a Bergamo, è alla ricerca di un buon cugino: Bortolo.

Capitolo 17.
Renzo raggiuge l’Adda, si riposa nei pressi di una capanna abbandonata e ripensa all’amata Lucia. Il giorno seguente riesce a raggiungere Bortolo e viene accolto con affetto. Il buon uomo gli offre vitto, alloggio, impiego e protezione.

Capitolo 18.
Ricercando Renzo, delle guardie si recano anche nel suo bel paesello. Notandole, fra Cristoforo invia un messaggero a Monza nel tentativo di avvertire Agnese e Lucia del pasticcio in cui par essersi cacciato Renzo.
Lucia promette di dare il voto di castità, a patto che la brutta faccenda nella quale è coinvolta si risolva presto, risparmiando Renzo e la madre.
Uno zio di Don Rodrigo, temendo delle azioni avventate da parte del nipote volte a compromettere il nome della famiglia, avvalendosi di un potente alleato, l’Innominato, organizza l’ennesimo rapimento di Lucia.
Agnese lascia il convento di Monza: sarà ospitata da una famiglia fidata di Pasturo.

Capitolo 19.
Lo zio di Don Rodrigo, comprendendo quanto la presenza di fra Cristoforo ostacoli e innervosisca il nipote, riesce anche ad ottenere che il povero frate sia allontanato dalla sua abbazia con il pretesto di dover sostituire un predicatore a Rimini.

Capitolo 20.
L’Innominato, a sua volta, si serve dello spietato Nibbio per realizzare il rapimento della povera Lucia, promettendo di consegnarla al terribile Don Rodrigo.
Gertrude, tradendo quel po’ di amicizia instaurata con la giovane nel corso della stretta convivenza in convento, convince Lucia a svolgere una commissione presso il paese. Il Nibbio la cattura. Durante il viaggio verso la fortezza dell’Innominato, Lucia piange e si dispera. Un suo forte malore riesce a suscitare una sorta di compassione nel Nibbio.

Capitolo 21.
Giunta al cospetto dell’Innominato, Lucia è affidata a una serva. Il potente signore, dopo il primo colloquio con la sequestrata, essendo venuto a conoscenza dello strano effetto che la stramba giovinetta ha suscitato nell’animo del Nibbio, si sente turbato. Per la prima volta prova un senso di pietà; al di là di ogni aspettativa, la tratta con dolcezza e le promette di fare tutto il possibile per ricongiungerla alla madre.

Capitolo 22.
Un caso divino del tutto fortuito ha condotto Federigo Borromeo, cardinale di Milano, in visita al paese dell’Innominato. La sua fama di uomo nobile d’animo lo precede, e induce l’Innominato a chiedergli udienza.

Capitolo 23.
Dopo aver sostenuto un lungo colloquio con Federigo, accade una sorta di miracolo e l’Innominato si converte al cattolicesimo. Si mostra sincero, mutato nel profondo dello spirito, e rivela al cardinale le vicende della povera Lucia. Nella folla c’è Don Abbondio, è sopraggiunto in occasione del passaggio del Cardinale. Udendo le parole dell’Innominato, si rende disponibile a scortare Lucia a Pasturo, presso la famiglia che ospita Agnese.

Capitolo 24.
La rapida conversione dell’Innominato lascia tutti esterrefatti: si ritiene Lucia una santa in grado di compiere miracoli.
Finalmente madre e figlia si ricongiungono.
Fedele alla promessa stipulata con Dio, l’Innominato rende liberii suoi servitori.

Capitolo 25.
Assai intimorito dalle voci di popolo riguardanti l’Innominato e altrettanto infastidito da un probabile passaggio di Federigo Borromeo nelle zone di Lecco, Don Rodrigo decide di darsela a gambe. Porta con sé il Griso e si reca a Milano.
Federigo giunge davvero nel paesello di Lucia per incontrare Don Abbondio, al quale non fa certo mancare un lungo sermone e nel quale lo rimprovera di aver anteposto le proprie paure alla missione divina.

Capitolo 26.
Il Cardinale difende la bravata di Renzo e Lucia e pretende una penitenza da Don Abbondio.
Renzo è ancora a Bergamo, ma sempre ricercato dalla Giustizia. Bortolo, nel tentativo di proteggere l’amico, trova il modo di affibbiargli un nuovo nome: Antonio Rivolta. Renzo desidera ardentemente di poter ricongiungersi a Lucia e a Agnese, ma è conscio che agire nell’immediato risulterebbe troppo rischioso.

Capitolo 27.
Leggendo questo capitolo abbiamo modo di conoscere il dominio di Gonzalo, ne apprendiamo origini e interessi, nonché, ai soli fini del romanzo, la determinazione che lo spinge a dar la caccia a Renzo.
Agnese riesce a inviare una lettera a Renzo, desidera metterlo al corrente dell’affrettata decisione della figlia riguardo al suo voto.
Lucia riparte per Milano, in totale balia del suo destino, ma, in cuor suo, sente ancora di amare Renzo.

Capitolo 28.
Queste pagine raccontano la carestia che affligge Milano. I rincari del riso seguono a quelli del pane.
Il caritatevole Federigo offre tutto il suo aiuto alla popolazione, ma nulla può fare contro il destino: nessuno può arrestare l’insorgere di una pestilenza!

Capitolo 29.
La terribile invasione degli Alemanni e l’orribile e devastante avanzata dei Lanzichenecchi mettono in fuga chiunque. Questi stranieri disseminano morte, violenze, terrore. Lucia ritorna al suo amato paesello e riesce a portare in salvo Don Abbondio e Perpetua. I tre fuggono verso la fortezza dell’Innominato, ritendendolo un luogo sicuro. Al loro arrivo scoprono che il castello è un covo di fuggiaschi pronti a combattere per difendere le proprie terre.

Capitolo 30.
L’Innominato li accoglie con affetto genuino. Il suo castello sorge sul confine di Bergamo e Milano, e domina tutta la valle.
Benché delle orde di Alemanni transitino non molto distante devastando i paesi limitrofi, tutti rimangono illesi.

Capitolo 31.
Questo è uno dei capitoli più interessanti del romanzo. Qui viene raccontato il propagarsi della peste, il terrore nei confronti degli untori, il bisogno recondito nell’uomo di dover sempre trovare i colpevoli, le bizzarre teorie sul veloce propagarsi della malattia, la facilità del contagio. Leggiamo di quarantene, di repentini cambi di posizione da parte di medici e luminari, e delle più assurde congetture che vengono vagliate. Sembra davvero incredibile che, pur riferendosi al 1600, questo racconto abbia così tante analogie con il nostro tempo storico preso d’assalto dal Covid-19.

Capitolo 32.
Continua l’interessante racconto della peste: untori, approfittatori, profezie e follia dilagante.

Capitolo 33.
Don Rodrigo e il Griso ritornano a Lecco per sfuggire al contagio. Ma nemmeno il tempo di rientrare al castello e Don Rodrigo intuisce di essersi ammalato. Il Griso lo tradisce, contro il suo volere lo consegna ai monatti, e questi lo conducono al lazzaretto di Milano. Suo malgrado, lo scellerato traditore pensa bene di frugare nelle tasche dell’amico, nel tentativo di sottrargli alcune monete che, di sicuro, non gli serviranno più. Anche il Griso viene contagiato.
Intanto, a Bergamo, Renzo si ammala di peste. Gli è concesso però di guarire. La malattia è, per lui, motivo di riflessione, ma soprattutto si rivela una buona occasione: il giovane approfitta del caos e dello scompiglio provocati ovunque dalla pestilenza per tornare a Lecco. Al suo paesello incontra Don Abbondio che ha avuto la peste , ma come lui è guarito. Perpetua è morta.
Solo dopo aver appreso alcune informazioni necessarie per la ricerca di Lucia, Renzo si reca da Tonio. Parte dunque per Milano, nutrendo in cuor suo la grande speranza di ritrovare la sua amata sana e salva.

Capitolo 34.
A Milano Renzo è costretto a guardare la peste negli occhi. Un prete gli indica l’abitazione della famiglia suggeritagli da Don Abbondio e presso la quale avrebbe dovuto trovarsi Lucia. Apprende invece che la ragazza si trova al lazzaretto, e Renzo vuole credere di trovarla ancora viva.

Capitolo 35.
Dopo svariate peripezie e esser stato scambiato per un untore, Renzo riesce ad accedere al lazzaretto. Manzoni descrive tutto lo squallore e tutto l’orrore che questo racchiude.
Aggirandosi nel lazzaretto in cerca di Lucia, Renzo incontra fra Cristoforo. E’ malandato, invecchiato, il buon frate sembra essersi ammalato. I due hanno un confronto riguardante il tema del perdono. Padre Cristoforo conduce Renzo da Don Rodrigo, che è ormai in agonia.

Capitolo 36.
Raggiunge il quartiere femminile, ritrova Lucia. La gioia di riabbracciarla è immensa. Renzo le propone di sposarlo, e lei non vuole tradire la vecchia promessa fatta a Dio.
Renzo si avvale ancora una volta di fra Cristoforo. Il buon uomo, ormai in fin di vita, convince Lucia a sposare Renzo.
Renzo, felice, farà ritorno a Lecco. Promette a Lucia di occuparsi di Agnese. Lucia non può abbandonare una anziana vedova a lei molto cara, che si trova nella triste condizione di convalescente. Appena sarà possibile lascerà il lazzaretto, conducendola con sé.

Capitolo 37.
La peste è solo un terribile ricordo.
Don Abbondio celebrerà finalmente il matrimonio di Renzo e Lucia, ma soltanto dopo essersi accertato della avvenuta morte di Don Rodrigo.
Gli sposi vivranno felici insieme ai propri cari. Manzoni ha anche voluto informarci che, non essendo “I promessi sposi” una favola, di nuove difficoltà Renzo e Lucia ne hanno avute ancora, eccome! Eppure non son state tante di più di quelle che oggi tormentano anche noi.

CI SIAMO QUASI: LA BOLLA.

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Riflessi dell’essenza di quarantacinque giorni vissuti in questa bolla, e immortalati nell’attimo esatto che ne ha preceduto lo scoppio.
Poi, un piccolo “puff!”, solo una specie di vibrazione nell’aria che non ho quasi sentito, ha sprigionato tutta l’energia di un nuovo big bang. Minuscole particelle, solo piccole gocce, lievi mi sono ricadute sul viso, ma subito son state asciugate da una brezza straordinariamente calda. Splendeva alto il sole, il cielo era limpido e blu. È giunta l’ora di di andare.
Neanche il tempo di un respiro e son già fuori, ben oltre il mio Tutto.

GIULIO IL FESSO.

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Sentito il trillo della sveglia, era balzato ģiù dal letto. Lo attendevano le consuete otto ore di fabbrica. La sera precedente aveva guardato la tivù, davano un film di supereroi, poi era andato a dormire, ma prima di prendere sonno si era rigirato più volte nel letto.
Quella mattina, con maggior intensità del solito, aveva realizzato di non aver combinato mai nulla di buono nel corso dei suoi cinquant’anni di vita. Se solo avesse potuto tornar utile a qualcuno, se solo fosse riuscito a compiere almeno una buona azione, finalmente la sua esistenza avrebbe acquisito un senso.
La vita coniugale altro non era che un ricordo lontano: qualcosa era andato storto. Di comune accordo i due coniugi avevano optato per una separazione, mettendo così fine a una serie interminabile di litigi e al terribile incubo rappresentato dal loro matrimonio.

Prima di buttar giù il solito caffè, rigorosamente amaro a causa di un principio di diabete, ancora assonnato si era trascinato in soggiorno. Dopo aver spalancato la finestra e aver tirato su le persiane, era stato travolto da una folata di aria gelida, che l’aveva fatto rabbrividire. Per qualche istante si era soffermato a guardar fuori, più per abitudine che per altro. Tutte le mattine osservava dal terzo piano la via principale; era ancora silenziosa e deserta, al punto che un qualsiasi rumore improvviso – come lo sgocciolio della pioggia o l’abbaiare di un cane in lontananza – sarebbe risultato fastidioso quanto un rullo di tamburo. Le strette vie del centro erano soffocate dagli edifici che, in quella parziale assenza di luce, davano l’impressione di esser stati ritinteggiati di nero durante la notte. Al risveglio, Giulio non provava nessun senso di eccitazione, né provava alcun sentimento di gratitudine verso quel destino che gli aveva regalato una salute piuttosto buona, mettendogli davanti la reale possibilità di vivere a lungo e bene.
Le campane batterono sei rintocchi e Giulio si scoprì a invidiare le persone di fede, che per il solo fatto d’aver recitato una preghiera o aver partecipato alla Santa messa, si sentivano felici. Lui non aveva più varcato la soglia di una chiesa dal giorno in cui si era unito a Sandra nel sacro vincolo del matrimonio, più o meno convinto di amarla, con in cuore il desiderio sincero di renderla felice. La causa principale della conseguente separazione, o perlomeno una sua buona parte, era imputabile alla sua eccessiva taccagneria. Sandra desiderava viaggiare quanto più possibile, la sua priorità era il divertimento; se ne infischiava delle faccende domestiche e intendeva godersi la vita. Per contro, Giulio viveva in maniera molto semplice, era un abitudinario dedito al lavoro, e anche al risparmio, che soleva smorzare sul nascere l’entusiasmo e ogni desiderio di sua moglie, negandole ogni richiesta e sminuendo ogni suo bisogno.
Non era mai stato un uomo altruista: odiava ricevere regali almeno quanto odiava dispensarli, e mai gli era capitato di offrire qualcosa a qualcuno, men che meno un misero caffè. Inoltre fingeva di non sentire, o peggio di dimenticarsene, qualora fosse stato necessario anticipare una somma di denaro, o nel momento in cui avesse dovuto restituire dei soldi a chichessia.
All’improvviso Giulio si era reso conto di quanto, nel corso della sua scialba esistenza, avesse sempre pensato solo a sé stesso.
Così, dopo aver abbandonato il pigiama ancora tiepido appallottolato malamente sul letto, si precipitò giù, in strada.

In testa gli era balenata un’idea grandiosa. Afferrò il telefonino che teneva in tasca, accingendosi a effettuare una breve telefonata al suo datore di lavoro per darsi malato.
Le vie pian piano cominciavano ad animarsi; quella mattina tutte le persone parevano avere qualcosa di importante da fare.
L’uomo si era appena avviato a piedi in direzione del centro, quando nel vicolo tuonò una voce a lui familiare: “San Siro si è allagato: troppi interisti in lacrime!”
In caso di sconfitta della propria squadra del cuore, Giulio era uno di quelli che mal sopportava che qualcuno ne facesse il nome.
Ebbene, si era ritrovato faccia a faccia con l’amico Giacomo, che, ben avvolto in una sciarpa della Juventus a causa del gran freddo, se la ghignava fissandolo con uno sguardo provocatorio e con un’aria di sfida.
Giulio aveva sentito aumentare la pressione sanguigna, aveva percepito tutta la muscolatura irrigidirsi, e la bocca gli era rimasta spalancata in seguito a uno spasmo involontario. Avrebbe emesso volentieri una bella imprecazione, invece si rammentò dei suoi buoni propositi, per cui si limitò a tirare un sospiro ingoiando il rospo. Deglutì, contò fino a dieci, e poi proseguì fino a venti. Sudando freddo, serrò le labbra contraendole in una smorfia, che sarebbe bastata ad esprimere il più grande disgusto, ma all’ultimo momento, facendosi quasi del male, la ricacciò indietro.
Evitando di incrociare lo sguardo dell’amico cretino, tirò dritto ignorandolo. Accelerò il passo e appena voltò l’angolo lo udì gridare: “Giulio, sei sicuro di star bene?”
Quando sbucò su una via secondaria, finalmente si sentì al sicuro.
Realizzò di esser tornato calmo e ricominciò a guardarsi intorno.
Gli sovvenne che da almeno un mese non aveva sentito sua madre al telefono; i due avevano sostenuto una discussione in merito all’ennesima questione economica famigliare. Giulio prese di nuovo in mano il cellulare e compose il numero della madre; scusandosi per la fretta, questa si congedò subito, dicendo al figlio che una sua cara amica era venuta a trovarla.

Il semaforo pedonale era ritornato rosso. Giulio notò una signora molto anziana, magra, così tanto magra che, nel vederla, chiunque si sarebbe chiesto come facesse a stare in piedi. La donna reggeva una borsa pesante con una mano, e con l’altra un massiccio bastone da passeggio.
Con tre balzi veloci Giulio le fu accanto, e proprio mentre si apprestava a distendere il braccio nel tentativo maldestro di afferrare il pesante sacco, un colpo forte e ben assestato sulla sua testa lo tramortì.
“Non si vergogna?”, sbraitò la donna; e, adirata, subito aggiunse: “Scippare la borsa della spesa di una povera vecchietta… lei brucerà per sempre all’inferno!”.
Per fortuna non un’anima viva sembrava aver assistito al ridicolo accaduto. E, inoltre, quell’arzilla signora non voleva sentir ragione. I suoi piccoli occhietti, tanto vispi quanto raggrinziti, carichi di austerità e disprezzo, senza palesare alcuna paura, fissavano il poveretto. Giulio trovò a malapena la forza di balbettare: “Ma io intendevo soltanto aiutarla, lei… Lei deve credermi!”. Per tutta risposta, con un vocione che pareva provenire dagli abissi, la donna gridò: “Non ti denuncerò se è questo che temi. Ti consiglio però di sparire in fretta, prima che mi parta l’embolo e cambi idea!”.
Ancora intontito da quel colpo molto ben assestato, Giulio cominciò a correre, rischiando persino di inciampare nell’ennesimo tombino sconquassato lungo la strada.

Solo quando fu abbastanza lontano dal luogo del malinteso, osò rallentare il passo. Ancora trafelato e dopo essersi asciugato col fazzoletto la fronte madida di sudore, si rimise alla ricerca della sua buona azione.
Una piccola folla si accalcava all’ingresso del supermercato attendendone l’apertura. Giulio notò l’immagine del suo volto riflesso in una vetrina. All’improvviso si rese conto di quanto il suo aspetto riuscisse a regalare un’impressione poco raccomandabile: la barba incolta di una settimana, la fronte rugosa, le sopracciglia lunghe e spettinate, i ciuffi di peli che gli facevano capolino dal naso; era ben chiaro che il suo viso era sciupato da un’insonnia cronica.

Un cane randagio di piccola taglia, con il pelo zozzo e arruffato, perlustrava affamato il grande parcheggio; fiutava ovunque alla ricerca di una possibile presenza di cibo. Notandolo, Giulio mosse alcuni passi, intendendo avvicinarsi a quella creatura indifesa, che senz’altro avrebbe potuto elargirgli una gran dose di amore incondizionato; ma questa si irrigidì, si inarcò, e prese pure a ringhiare digrignando i denti, trasformandosi in un essere alquanto mostruoso.
Una voce metallica, diffusa da alcuni altoparlanti, venne in suo soccorso. La terribile bestia scappò e si allontanò rapida all’echeggiare improvviso dell’annuncio: “Sono le nove, l’ipermercato apre e augura a tutti i clienti una buona giornata.”
Per come stavano andando le cose, al povero Giulio si sarebbe potuto dire davvero tutto, ma non che quella fosse una buona giornata. Tuttavia l’uomo si rese conto che era ancora mattina presto, quindi ritrovò un briciolo di speranza di poter compiere almeno una buona azione. Si aggirò piuttosto nervoso per le corsie del negozio e osservò i presenti uno per uno, finché s’imbatté in un bambino di circa quattro anni che disteso per terra, in prossimità della corsia dei giocattoli, urlava e piangeva a dirotto. Si lamentava con la sua mamma: “Non mi compri mai niente. Cattiva, sei davvero cattiva! Uffa, io lo voglio…”.
Con un fare fin troppo paziente, la giovane donna tentava di spiegare le sue motivazioni: “Oggi non posso spendere altri soldi, te l’ho già detto! Se ti comporterai bene e avrai pazienza, può darsi che Babbo Natale te lo regalerà.”
“Babbo Natale non esiste!”, gridò disperato il bimbetto, mentre il muco nasale già gli fuoriusciva dalle narici allungandosi in maniera elastica, fino a sfiorargli il labbro superiore.
Giulio si accovacciò accanto al bambino e gli sussurrò: “Oh sì, Babbo Natale esiste eccome!”.
Per tutta risposta, il discolo gli fece una pernacchia a un palmo di naso, riuscendo a sputacchiare il più recondito angolo del viso di Giulio.
A quel punto intervenne la madre, sollevando il piccolo di peso e mollandogli due forti meritate sculacciate, poi lo trascinò all’uscita, mentre il piccolo strillava come indemoniato.
Giulio fu colto dallo sconforto. Qualsiasi azione avesse intrapreso fino a quel momento e con la migliore delle intenzioni, si era rivelata del tutto sbagliata. Avrebbe senz’altro fatto meglio a rinunciare: la bontà non gli si addiceva per niente. Anzi, a ben pensarci, gli strilli del marmocchio petulante l’avevano proprio infastidito!

Sospirò ancora, e ancora, e ancora. Non sarebbe riuscito a realizzare il suo obiettivo, perciò si limitò ad acquistare una ventina di scatolette contenenti cibo per animali, lasciandole poi ricadere nel contenitore adibito alla raccolta volontaria per il canile.
Aveva appena deciso di arrendersi, quando scorse in fondo al parcheggio, in controluce davanti a un sole smorto, una sagoma piuttosto strana. In seguito realizzò la presenza di una donna, che indossava una gonna talmente lunga da sfiorare l’asfalto. Questa, chinandosi con il busto, tendeva ripetutamente la sua mano verso i passanti. Giulio le corse incontro.
“Buongiorno. Piacere, io sono Giulio. Qual è il suo nome?”
La donna lo osservò stranita, e dopo aver dichiarato di chiamarsi Jolanda, aggiunse: “Oggi no mangio. Per favore dai moneta me!”
“Non ti darò solo qualche moneta, io farò molto di più: ho piacere di regalarti tutta la spesa!”, le rispose Giulio, con estrema convinzione.
Gli occhi della donna si accesero di uno strano bagliore, e, senza pensarci su, dichiarò, abbozzando un sorriso: “Grazie, però, molto meglio soldi. Spesa dopo. Servire me anche surgelati e sono qui fino a tardi.” La donna non dimostrava più di quarant’anni, era parecchio sudicia, però non nascondeva di avere addosso parecchi gioielli.
Notando tutto quell’oro, Giulio fece un balzo indietro, tuttavia, ma solo in un secondo momento, si convinse dell’illegittimità del suo pensiero: se la donna avesse comunque posseduto quei gioielli senza mostrarli? Perché mai avrebbe dovuto liberarsene prima di chiedere l’elemosina? Talvolta oggetti simili detengono un valore affettivo oltre che economico, dunque avrebbero potuto appartenere alla madre, alla nonna, o magari esserle stati donati da un affetto davvero importante.
Quando Giulio si convinse – e non gli occorse poi così tanto – , mise mano al portafoglio per estrarre tutte le banconote che vi erano rimaste. Sudando freddo le porse alla signora: “Prendi, è tutto quello che ho.”, le disse balbettando.
Fu allora che Giulio si percepì finalmente soddisfatto, e sentì addirittura le farfalle dentro allo stomaco, o qualcosa del genere. Se solo avesse potuto comprendere prima cosa si prova nel compiere una buona azione, di sicuro non avrebbe atteso tanto a lungo per realizzarla.
Jolanda era impassibile, il suo volto era privo di espressione; viceversa Giulio era in estasi e sprizzava gioia da tutti i pori: quei soldi sarebbero bastati a sfamare per una intera settimana la famiglia di Jolanda; o magari una parte di essi sarebbe stata impegnata nell’acquisto di un biglietto, che avrebbe permesso alla donna di ricongiungersi ai suoi genitori lontani, o addirittura ai suoi nonni ormai ammalati. Perché qualcuno di davvero importante doveva esistere anche per lei, qualcuno di così speciale che aveva desiderato donarle quell’oro. Perché Giulio le credeva, o forse preferiva non credere alle dicerie della gente, che spesso addita i nomadi accusandoli di furto; in ogni caso, ciò che premeva alla sua coscienza, era il sentirsi finalmente felice e appagato.
Era diventato buono, era solo questo a contare, nient’altro.
All’improvviso si sentì travolto da una gran leggerezza d’animo e si rese conto che il grande pino, proprio al centro del parcheggio, era stato già addobbato, e che le vetrine del supermercato, come pure quella del giornalaio, erano state decorate in occasione del Natale.
Mentre si era incantato col naso all’insù, continuando a sorridere come un ebete nonostante il dolore alla testa, sull’altro lato del parcheggio transitava un’auto. Giulio non si accorse che Jolanda gettava dal finestrino un mozzicone di sigaretta, poi accelerava e sfrecciava via, a bordo di un BMW rosso fiammante, nuovo di pacca.
Senza smettere di fischiettare,
Giulio si avviò saltellando verso casa sua. Era presto, era solo la metà di novembre, eppure gli sembrava già di percepire una magica atmosfera natalizia.
Pensò che si era sempre comportato come uno stupido: tutto sommato gli era bastato così poco…

LA SIGNORA PIA.

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Questa casa, un tempo, doveva esser stata piuttosto accogliente”.
“Qui, sul citofono, si riesce ancora a leggere un nome: Pia, Pia Pozzoli. Ti dice qualcosa?”

Pia era una bambina curiosa, ma era anche un po’ strana. Strana perché a tutti regalava l’impressione di essere sempre intenta a pensare, e soleva farlo più spesso di quanto capita a un adulto.
Mentre qualcuno le parlava, lei aggrottava la fronte, tenendo a lungo lo sguardo fisso nel vuoto. Si distraeva facilmente, osservando le nuvole o l’orizzonte, oppure reggeva e rigirava di continuo tra le mani qualunque cosa che le fosse capitata a tiro: poteva trattarsi di una penna, di un fuscello di legno, di un soprammobile. Anche osservando gli oggetti comuni, lei riusciva a scovare sempre una sfumatura di colore, piuttosto che una leggera variazione della materia, una ruvidità inaspettata, un disordine nella trama, o il più minuscolo difetto. Insomma, si perdeva ad osservare cose che la maggior parte della gente non si sarebbe nemmeno presa la briga di considerare. E, infine, cercava la spiegazione logica di tutto.
Pia era in grado di fantasticare in una maniera tutta sua. E, per quanto le sue idee, che senza tregua le affollavano la testa, potessero risultare a dir poco geniali, apparivano talvolta fin troppo grandi per una bimbetta della sua età. Non risultava simpatica, né si poteva definire una chiacchierona. Quando era obbligata ad esprimersi, utilizzava un linguaggio così tanto forbito che, spesso, poteva dare sui nervi.
Tuttavia, dentro di sé, Pia coltivava un’infinità di sogni pazzeschi: desiderava colorare di rosa la Tour Eiffel, magari nebulizzando la pittura da un aereo in volo; oppure, osservando la fotografia del Colosseo, ragionava su come poterlo riparare, e, talvolta, si incantava persino a osservare dalla sua finestra la montagna che dominava la campagna circostante: stava valutando un modo per riuscire a incidere il suo nome su quelle pendici, in modo che si sarebbe potuto leggere anche a svariati chilometri di distanza. Per contro, non le importava nulla di tutte le cose che dicono o che fanno i bambini e non era interessata ai loro giochi, e nemmeno ai loro stupidi passatempi.

“No, io non mi ricordo di lei. Hai detto che è mancata tre anni fa, giusto?”
“Sì, ha campato per ben novant’anni.”

Quando Pia frequentava la scuola elementare e si ritrovava a dover studiare storia, provava una grande invidia per tutti quei grandi personaggi, che, per un motivo o per l’altro, erano riusciti a farsi ricordare nel corso degli anni, o addirittura lungo il corso dei secoli: Giulio Cesare, Leonardo Da Vinci, Galileo Galilei, Darwin.
E proprio grazie al suo sussidiario, si fece strada in lei l’ossessione che in seguito tormentò la sua lunga vita.
Pia era incuriosita da tutto. Un giorno, appena rincasata dopo aver partecipato a una Santa Messa domenicale, espresse alla madre il desiderio di imparare a suonare il pianoforte. In chiesa le era capitato di far caso al suono dell’organo, la cui viva e vibrante melodia aveva risvegliato in lei il desiderio autentico di diventare una musicista. Sua madre accolse con entusiasmo la richiesta. Trascorsero due settimane, e Pia prese la prima lezione privata. Apprendeva con facilità, grazie alla sua intelligenza; era una ragazzina caparbia, metodica, diligente nello studio. Imparava con naturalezza ogni genere di scala, gli accordi più difficili, e persino i solfeggi. Eseguiva in maniera sciolta gli esercizi che le avrebbero permesso di mantenere la corretta posizione delle dita sui tasti. Lezione dopo lezione, e anche piuttosto in fretta, diventava sempre più capace.
“Riuscirò a comporre una musica che risuonerà in tutte le radio e nelle orchestre di tutto il mondo!”, aveva esclamato allegra, una sera, abbracciando la madre, prima di andare a dormire.
Pia non si era limitata a suonare il pianoforte: grazie a un innato orecchio musicale e a uno spiccato senso del ritmo, maneggiava con scioltezza le nacchere, batteva grintosa sul tamburello, strimpellava la chitarra scordata che apparteneva a suo zio, e se la cavava persino con la vecchia fisarmonica del nonno, che nessuno sapeva di avere ancora e che era stata rinvenuta per caso, dentro un sacco di plastica, in cantina.
In egual misura, Pia amava anche la poesia. All’età di undici anni vinse un concorso scolastico per il quale era stato richiesto un componimento in rima. Fu fotografata con un largo sorriso e le venne dedicato un articolo che fu pubblicato su un giornale locale.
Dopo quell’evento, Pia si mise in testa di poter comporre, oltre alla musica, anche i testi delle canzoni, che presto si tramutarono in poesie, e che poi diventarono racconti di vario genere. Alla sera si ritagliava il tempo necessario per tenere un diario personale. Era costretta ad incollare sulle pagine, come appendici, dei fogli a righe, dato che lo spazio a disposizione non risultava sufficiente per raccontare le sue giornate. Tutte le sue agende erano stracolme, gonfie come un enorme ventaglio, e richiuderle era un’impresa impossibile.

“Ma, come può essere che io non l’abbia proprio presente? Sono nata qui, mi sarà pur capitato di incontrarla, che so!, per strada, oppure da qualche parte!”
“Sulla tomba, al cimitero, non c’è nemmeno una fotografia, e a malapena si riesce a leggere la sua data di nascita!”.

Pia non aveva mai trascurato l’arte e il disegno. Aveva eseguito alcuni ritratti. Con una matita riusciva a copiare qualsiasi cosa in maniera quasi perfetta, mancava però di talento nello stendere il colore. Tutte le volte che aveva provato a dipingere qualcosa, era stata sempre costretta a buttare via tutto.
Sin da ragazza adorava leggere libri di ogni genere: biografie, saggi, romanzi, ma aveva sempre privilegiato quelli indirizzati ad un pubblico adulto. Sugli scaffali della modesta biblioteca comunale del suo paesello non c’era volume che non avesse sfogliato, o almeno tentato di leggere. Vi trascorreva intere ore, dopo la scuola, soprattutto durante i pomeriggi più freddi, d’autunno e d’inverno. Leggeva, sognava, e volava via, lontano. Di tanto in tanto, soleva perdersi ad osservare oltre la grande vetrata, sognando di essere protagonista di una meravigliosa storia di cui era appena venuta a conoscenza. La vecchia bibliotecaria le sorrideva sempre. Una volta le confidò: “i giovani dovrebbero somigliare tutti a te, invece, questa piccola biblioteca è spesso deserta. Sai, i libri ci chiamano, eppure sono pochi coloro che riescono a sentirli, che desiderano ascoltarli davvero.”
Pia immaginava che ciascuno di quei volumi potesse celare un proprio e misterioso alito di vita e riuscisse a vantare una propria voce. Anzi, doveva essere proprio così: per scrivere, si dice che uno scrittore debba dannarsi con anima e corpo. Così, riga dopo riga, pagina dopo pagina e capitolo dopo capitolo, l’essenza dell’autore doveva esser stata assorbita dalla carta, doveva esserci caduta, scivolata dentro insieme alle parole, insieme alle idee.
Pia, quella sera, lasciò la biblioteca canticchiando e saltellando: era felice. D’accordo con sua madre, sarebbe rientrata a casa prima che fosse calato il buio.
Pia pensava spesso alla morte, ma non ne aveva timore. A tormentarla, piuttosto, era un solo chiodo fisso: quando non fosse più esistita, e qualora fossero mancati anche i suoi cari, nessuno avrebbe serbato memoria di lei.
Doveva fare qualcosa. Intendeva lasciare al mondo un segno del suo passaggio. Prima o poi ce l’avrebbe fatta, sarebbe riuscita a compiere un gesto che sarebbe stato ricordato per sempre. Per sempre, quelle parole conservavano un fascino assoluto, avevano suono straordinario, tanto che Pia decise di utilizzarle come titolo per il suo romanzo. Dopo aver cenato, con la testa sempre persa tra le nuvole, si mise all’opera. Avrebbe cominciato a scrivere un libro, il suo. Vi avrebbe riversato dentro anima e corpo, tutti i pensieri. Sarebbe stato un successo, così, tramite il suo lavoro, Pia avrebbe acquisito un po’ di immortalità, contaminando la vita degli altri, e spingendosi oltre la sua limitata esistenza.

“La persiana è sganciata e il vetro della finestra è rotto. Fammi dare almeno una sbirciata, sono curiosa!”
“Qui c’è scritto che la casa è pericolante, non sarà pericoloso?”

La signora Pia, in vita sua, non aveva mai traslocato. Furono i suoi genitori a trasferirsi in un nuovo appartamento più piccolo, quando lei annunciò di voler sposare un ragazzo, che, subito, dovette arruolarsi per la guerra, e che, quando ritornò, era già diventato un uomo.
Pia non credeva nella fortuna, era convinta non fosse destinata a restare troppo a lungo nello stesso posto, e, difatti, accadde che quell’amore si dissolse in fretta, troppo in fretta, proprio come era arrivato.
La signora Pia aveva pianto per giorni interi quando il marito l’aveva lasciata. Era rimasta sola, sola in quella casa parecchio umida, diventata troppo piccola per contenere tutti i ricordi e fin troppo grande per riuscire a gestirne gli spazi.
In un angolo del soggiorno crepitava il camino, sul lato opposto attendeva silente il pianoforte. Ovunque erano stati sparpagliati dei fogli che mostravano disegni insensati o parole inutili. Il piccolo divano a due posti era invaso da pile storte di libri già letti, e qua e là, poggiati sul mobilio, c’erano oggetti di ogni genere che non sarebbero serviti a un bel niente.
Pia, travolta da un’ondata di isterismo, gettò nei sacchi dell’immondizia tutto ciò che le capitava tra le mani. Quando ebbe finito, quella stanza non le parve più la sua.
Talvolta la assaliva una specie di nostalgia, che le faceva desiderare di poter vivere al mare. Non che la stretta vicinanza alle montagne le dispiacesse più di tanto, tuttavia la portava a provare più o meno la stessa sensazione regalata dai suoi capelli: erano morbidi, lisci, ma le sarebbero piaciuti di più se fossero stati ricci.
Cominciò a scrivere un secondo romanzo dato che il primo era rimasto in fondo a un cassetto. Con il senno di poi, non era nient’altro che una storiella adolescenziale, scialba e immatura.

“Là, guarda, vedo un camino!”
“Per la miseria, hai notato quanti fogli sono stati disseminati in giro? E quello parrebbe un giradischi. Sì, è proprio un giradischi. Magari funziona ancora, che peccato! Verrà di sicuro coperto dalle macerie.”

Pia ascoltava spesso i Queen, lei li adorava. Trovava originale la loro musica, la giudicava intramontabile. Aveva anche un debole per le sue pentole di acciaio inossidabile, per gli elettrodomestici della Zoppas, e per i calendari perpetui realizzati con i dadi di legno: ne possedeva addirittura tre. Amava i bambini, ovviamente quelli degli altri, ma anche quelli che non avrebbe mai avuto.
Odiava le rughe che, giorno dopo giorno, facevano la loro comparsa sul volto. Odiava quando cominciava a consumarsi la suola delle scarpe, e detestava anche quella sensazione di impotenza e di solitudine così tanto forte da toglierle il fiato. Tuttavia non aveva ceduto alla tentazione di prendere con sé un animale da compagnia, cosciente che, in ogni caso, avrebbe avuto un’esistenza troppo breve.
La signora Pia proprio non riusciva a star ferma, così ricominciò a scrivere, riprese a suonare e a disegnare. Non aveva mai smesso di pensare, perché aveva ancora troppi sogni da realizzare.
Quanto avrebbe desiderato possedere il cervello di Einstein, le mani di Monet, il talento di Paul Newman, Il carisma di Che Guevara, la creatività di Bach.
Doveva pur esistere almeno una cosa che avrebbe potuto realizzare in maniera magistrale. Ci pensò su per diversi giorni, poi si imbatté in un cartello pubblicitario affisso alla fermata dell’autobus e scritto alla bell’e meglio con un pennarello. Decise di iscriversi a quel corso di teatro.

“Ciao, cosa state combinando?”
“Stiamo curiosando dentro questa casa. Per favore, dicci che conoscevi la vecchietta che abitava qui!”
“No, mi spiace, non ne so niente. Quando avevo visto i paramenti, ricordo di aver chiesto a mia nonna. E neppure lei l’aveva vista in faccia, però era certa che si fosse ammalata, e, pace all’anima sua, nemmeno sapeva di cosa. Mi aveva raccontato che quella donna trascorreva ormai intere stagioni senza uscire di casa. Tutte le mattine mia nonna notava sopraggiungere il furgone del negozio di alimentari. Il conducente scendeva, suonava il citofono, poi eseguiva la consegna poggiando un sacchetto dietro l’uscio aperto dell’appartamento.”

La signora Pia si rimise al lavoro: il terzo romanzo. Il secondo era stato spedito qualche anno prima a un paio di case editrici, ma nessuno si era preso la briga di inviarle almeno una risposta. Si percepiva acciaccata, ormai non era più giovane, tuttavia era più o meno certa di aver raggiunto l’età ideale per scrivere. Era convinta che, per riuscire a raccontare bene qualcosa, bisognava aver maturato la giusta esperienza.
Ogni tanto suonava il pianoforte. La fisarmonica, invece, si era irrimediabilmente rotta. E aveva smesso con il teatro: aveva sognato di imparare a recitare, con la vaga speranza di approdare al cinema. Il successo non l’allettava: della fama in sé ne avrebbe ricavato poco, oppure niente. Le sarebbe però piaciuto essere immortalata, almeno una volta, in una pellicola; la considerava come una specie di assicurazione, per evitare di scomparire dalla faccia della Terra il giorno che fosse morta. Ma quello stupido regista, venendo a conoscenza delle sue capacità musicali, senza alcuna esitazione la mise dietro all’organo, rassicurandola: “il tuo ruolo è uno dei più importanti. Sai, in uno spettacolo, la musica è fondamentale”.
Pia mantenne fede all’impegno preso, ma a spettacolo concluso si dileguò, e abbandonò le scene per sempre.
In primavera, nella sala d’attesa del dottore, le capitò di notare un uomo interessante. Non portava la fede, e Pia dedusse che non fosse sposato. Accortosi di essere osservato, lui le sorrise. Beh, fece come meglio poté, tra un colpo di tosse e l’altro. Lei arrossì, si emozionò, ma poi provò tanta paura. Ormai, a cinquant’anni suonati, si sentiva troppo vecchia per certe cose. Lungo la strada del ritorno il vento tirava forte. E Pia l’aveva sempre odiato il vento.
Più l’età avanzava, più diminuivano le chances di realizzare il suo obiettivo.
Strappò con ira il pendolo dalla parete. Osservando alcuni passanti dalla finestra si rese conto di invidiare tutti, e perse di colpo ogni voglia di uscire.
Ormai teneva tutto il giorno le persiane chiuse. Nella casa le luci restavano sempre accese. Non guardava la Tv perché, a suo dire, non veniva trasmesso nulla di interessante. Si era data all’intaglio del legno, al ricamo, e per non annoiarsi risolveva cruciverba e parole crociate, di cui aveva fatto una gran scorta dal giornalaio, nel corso di una delle sue ultime uscite.
Il terzo romanzo era stato ultimato piuttosto in fretta, e, come il secondo, era stato spedito.
Tuttavia Pia non demordeva: pur di esser ricordata in eterno, era sempre stata disposta a tutto.
Una mattina si svegliò molto presto, forse a causa di un sogno, con in testa l’idea di compiere un gesto estremo. Sarebbe senz’altro riuscita a ottenere un articolo su tutti i giornali, e non giornali qualunque: avrebbe avuto la prima pagina delle testate più importanti, quelle nazionali.
Si sciacquò velocemente il viso con l’acqua fredda, indossò degli abiti comodi, poi afferrò un grosso coltello da cucina e lo infilò decisa nella lunga tasca interna del soprabito. Ma, giunta sulla soglia, ebbe un fortunato ripensamento, così richiuse l’uscio e ritornò in casa. Si rese conto che quella non sarebbe stata la maniera giusta per esser ricordata a lungo. Si accasciò al suolo stremata, piangendo, e si assopì ancora un po’, lunga e distesa, sul pavimento gelato.

“Chissà che polverone solleverà questa demolizione.”
“Già, domattina sarà meglio tenere ben chiuse tutte le finestre per evitare che ci penetri in casa.”

L’indomani, Pia, ritrovata la calma, cercò un numero di telefono sulle Pagine Gialle e fece una chiamata.
Un paio di settimane dopo, la sua casetta grigio cenere fu impalcata su ogni lato. Alcuni operai cominciarono a verniciare le mura e il cemento cinereo fu ricoperto con un vivace azzurro chiaro. In seguito, sulla facciata, sarebbero dovute comparire alcune nuvole bianche, ma, purtroppo, i vigili urbani, che già si trovavano nei paraggi, insospettiti da quello strano colore bussarono alla porta di Pia. Quando riapparirono nel cortile, ordinarono con tono severo l’immediata sospensione di quel lavoro perché mancavano i permessi necessari. Nel giro di qualche ora, la piccola casetta ritornò suo malgrado ad essere grigia. Pia non ebbe mai il piacere di veder realizzate quelle nuvole sulla propria casa, inoltre, in aggiunta all’inutile compenso che dovette elargire agli sprovveduti operai, si ritrovò a dover pagare una multa esagerata.
Quando Pia venne a conoscenza dell’esistenza di Internet, rispolverò il grosso computer che, per curiosità, aveva acquistato qualche anno prima. Alcuni tecnici le installarono un modem e trovò fantastico avere la possibilità di raggiungere una miriade di utenti in tutto il mondo. Così, nonostante la sua età avanzata, con molta fatica, fu presto in grado di aprire un blog. Poi si diede un gran da fare, postandovi numerosi scritti, alcune fotografie, e persino qualche suo disegno. Escludendo una scarsa decina di followers, capitati per caso e chissà come, nemmeno questa ennesima trovata riscosse il successo agognato.
Dopo una intera vita di ragionamenti, di studi, di teorie e di pratica, una lunga esistenza inseguendo obiettivi, sogni e speranze, Pia decretò che non avrebbe fatto più nulla: nulla di nulla. Le mani le dolevano, le gambe erano stanche. Il dottore, più o meno ogni due giorni, era costretto a passare da lei.
In casa ormai i libri sibilavano, gridavano tutte le sue invenzioni, si agitavano tutte le sculture sconquassate, e avevano tante cose da raccontare tutti i fogli di carta abbandonati ovunque. Ma Pia non sentiva, ma Pia non faceva più caso a niente.
I Queen, invece, tacevano. Tra le mura di quella casa avrebbero taciuto per sempre. Freddie Mercury era morto, la Zoppas aveva dichiarato il suo fallimento, il telefono poggiato alla mensola rimaneva impolverato e muto, e anche il campanello trillava soltanto per la consegna della spesa o per la consueta visita del dottore.
Lo specchio, appeso in soggiorno, lo stesso che, difficilmente, accettava di esser guardato, rifletteva le luci del giorno, poi, di notte, i tenui luccichii dei lampioni o dei fari delle auto di passaggio: erano solo delle sottili scie luminose che riuscivano a penetrare in casa dalle commessure delle tapparelle. Talvolta, nello specchio appariva di sbieco anche un volto vecchio, malato e stanco, un volto che era diventato quello di una sconosciuta.

“Però, è davvero strano che nessuno riesca a ricordarsi di questa signora.”
“Probabilmente sarà stata una di quelle persone solitarie, pigre, o anche fannullone, che non hanno combinato niente di buono nella loro vita.”
“Già, sarà andata così, come dici tu. Forza amiche, non perdiamo altro tempo. Sentite che razza di vento si sta alzando! Sarà meglio raggiungere il bar, vorrei una bella cioccolata calda. Brrr, qua fuori si gela!

QUANTO È PROFONDO IL CIELO?

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(Foto mia).

Quanto è profondo il cielo?

Conosco un posto dove si posano le nuvole, sembra fuori dal mondo, eppure è vicinissimo a casa mia.

Se il cielo cadesse giù, resteremmo con i piedi per terra e il naso per aria, ma se cedesse la terra sotto ai nostri piedi, di certo non cadremmo dalle nuvole.

Cieli interminabili stanno sopra tutti, soprattutto quando tutti sono giù.

Nuvole di pensieri escono muti dalle bocche, vignette vuote nè scritte nè dette, ma troppo spesso si parla a vanvera.

Non si possono osservare le nuvole nelle notti buie, e nemmeno nei tempi morti.

Quella che nel cielo sembra una fantastica nuvola, sulla terra è soltanto un po’ di nebbia.

È sconveniente tenere la testa tra le nuvole: è troppo umido, e poi non si vede un tubo.

È meglio un pugno di nuvole o un pugno di mosche?

Le nuvole non si possono toccare, il fondo sì.
E io l’ho appena fatto😂😂😂.