FIVE HOURS TO LIVE (intro).

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Se avessi ricevuto quel comunicato tramite una email a opera di un qualsiasi sconosciuto, di sicuro l’avrei cestinata pensando subito a una catena di Sant’Antonio, a una frode, a uno scherzo di pessimo gusto, insomma, a qualcosa del genere.
Ma a quell’epoca, non molti anni fa, la mia esistenza faceva schifo, per cui mi sentii di dar credito allo strambo messaggio privato che David, il mio più grande amico, mi aveva inoltrato quella sera tramite WhatsApp.
Così, in maniera spontanea e del tutto naturale ho cominciato a fantasticare, pensando che sarebbe stato davvero sensazionale ricevere l’opportunità di rivoltare in un attimo tutta la mia vita; dunque, dopo aver intrattenuto una lunga telefonata con David, mi decisi a premere con il dito il link azzurro cielo inviando quella fatidica email priva di testo e nel cui oggetto, in un urlante e supplicante maiuscolo, spiccava solo una parola: BECAUSE.

(…continua).

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IN VINO VERITAS.

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La verità attraversa sempre tre fasi.
Dapprima viene ridicolizzata.
Poi violentemente contrastata.
Infine accettata come una cosa ovvia.
(Schopenhauer).

La verità: quante volte ci ha dato da pensare? Era scomoda, oppure avrebbe potuto ferire (o ferirci), o anche ci è capitato di averla confessata, magari ottenendo la perdita di una amicizia. Potremmo persino averla celata, maturando la convinzione che il compito infausto di rivelarla non dovesse competere a noi.
Per contro, una verità taciuta acquisisce col tempo il potere di riuscire a trasformarsi in un terribile e temibile segreto.

Ma cos’è una verità? Esiste la verità assoluta e inconfutabile, oppure la nostra verità potrebbe anche differire da una altrui verità?

Si è sempre propensi a considerare come reale quello che esiste, ciò che pare più certo, quello che sperimentiamo o che siamo in grado di toccare con mano, perché visibile o tangibile. Ma se la realtà si potesse spingere anche ben oltre la nostra percezione, a un livello subconscio profondo poichè immateriale?
Anche il surreale, quando plausibile e giustificabile, potrebbe risultare null’altro che una mera realtà supposta.
Dunque miei cari, proprio in forza di queste riflessioni è possibile credere a differenti sfumature di verità, ritenendo quest’ultima mutevole, soggettiva, oppure relativa a un punto di vista. In conclusione è lecito pensare a talune innocenti bugie come a delle “quasi verità”, a delle probabili verità alternative.
(Lady Nadia).

Ciao. Evviva la sincerità, sempre!😊😊😊

CAMPACAVALLO 5 – LA FINE (con il botto).

Greenland DX News

Mario è disteso sul divano del soggiorno, tiene una mano poggiata alla fronte. Ha gli occhi chiusi, eppure non dorme.
Non si capacita di come, quel pomeriggio, si sia potuto limitare a posare quel mazzo di chiavi sulla sedia della bottega senza dire una sola parola. Avrebbe dovuto consegnarle di persona a Giuseppe, fissandolo negli occhi e pretendendo una spiegazione.
Invece, come al solito, aveva preferito tacere. Era rimasto zitto, come soleva fare con Gina.
E forse proprio per questo motivo, sua moglie aveva deciso di tradirlo con quel buono a nulla, con quel gran chiacchierone di Giuseppe. Le cose dovevano esser andate così!
Quella mattina, quando Giuseppe aveva lasciato la bottega con la scusa di sbrigare delle commissioni, doveva aver avuto con sé quel maledetto mazzo di chiavi. Il bugiardo aveva di sicuro approfittato di quell’uscita per far visita a Gina.
Riflettendo sulla cronologia dei fatti, e collegando ad essi il bizzarro comportamento di sua moglie, inoltre ricordando l’ottima pietanza che la donna gli aveva preparato per pranzo, Mario si convince sempre di più della bontà delle sue supposizioni.
Nutre il desiderio di affrontare Gina: con decisione si alza dal divano per dirigersi in camera da letto.
“Non hai nemmeno cenato stasera!”, esordisce, rivolto alla moglie che stava distesa sul letto.
“E’ per via del mal di testa”, risponde lei, secca.
“Per questo motivo sei rimasta chiusa tanto a lungo in bagno?”
“Sì. Anzi, a dire il vero, no. Siediti, ho bisogno di parlarti!”
Mario obbedisce. Dopo essersi accomodato in qualche maniera sull’angolino del materasso, si dà una grattata alla testa, poi, assai nervoso, domanda: “Quindi, cosa desideri dirmi?”
“Mario, io non ti amo più, e già da diversi anni ormai.”
“E dunque ti scopi Giuseppe: brava davvero!”, ribatte senza alcuna sorpresa l’uomo, ghignando sarcastico.
Gina sembra essere scossa da uno spasmo terribile e dando un colpo deciso di bacino si mette a sedere, incollando la schiena alla testata del letto. Ha gli occhi gonfi, alcune lacrime le velano all’improvviso lo sguardo che già risultava piuttosto spento.
Nella stanza cala il solito noioso silenzio, eppure si respira un’aria differente, di tensione e di imbarazzo. Alla fine la donna non ha la forza di chiedere: “Tu, come lo sai? Mi farebbe piacere sapere chi te l’ha spifferato.”
“L’ho capito da solo, mia cara Gina. Forse non sono così stupido come credi.”
“D’accordo, ma questo non cambia la realtà dei fatti: sei un gran fannullone, hai le mani bucate, e di me te ne sei sempre fregato, da mane a sera. Eccoti spiegato perché non provo più nulla nei tuoi confronti!”
“E invece io ti amavo ancora, Gina. Ti ho sempre amata, fino a questo pomeriggio…”
“Non mi interessa. A ogni modo, questa cosa non mi riguarda più. Sono stanca di te e della nostra orrenda relazione da quattro soldi.”
“Zitta, non devi più parlare! Tu hai osato tradirmi. Avresti dovuto comunicarmi per tempo questa intenzione, avresti dovuto essere onesta, e ancor di più con te stessa. E poi, che pena! Hai davvero fatto sesso con Giuseppe! Non posso e non voglio crederlo, anzi, vattene subito da casa mia!”
“Troverò presto un’altra sistemazione, puoi giurarci! E sarò ben felice di andarmene, lasciami solo un po’ di tempo. Tuttavia, devi sapere che non amo neanche Giuseppe, ho il dovere di dirtelo. E se non credi alle mie parole, puoi chiedere al tuo amico Giulio: lui sa tutto di questa storia. Io e Emma abbiamo deciso di confessarvi stasera i nostri rispettivi tradimenti. Giuseppe è stato a letto persino con lei. Quel brutto ceffo se la fa con un sacco di donne qui, a Campacavallo. In paese si mormora che sia stato anche con Laura, con Silvia, e chissà con quante ancora. Quello schifoso si scopa una donna diversa per ogni giorno della settimana.”
Nell’udire quelle parole così sgraziate fuoriuscire rapide come un fiume in piena dalla bocca di Gina, ma ancor di più dopo averla ascoltata pronunciare quel nome che ormai detestava con tutto sé stesso, Mario perde il controllo, e comincia a gridare: “Ciò che riguarda le altre famiglie non è certo affar mio! Tuttavia, domattina, quel figlio di buona donna avrà di sicuro quel che merita!” E poi aggiunge, ancora furibondo: “Hai tre settimane, poi esigo che tu vada via da qui!”. L’uomo lascia la stanza sbattendo la porta talmente forte da riuscire a far vibrare persino i vetri della finestra.
La donna scoppia a piangere quando sente l’uscio di casa richiudersi con un colpo ancora peggiore. Sono ormai le nove di sera, le montagne e la vallata sono avvolte dal buio e, in quella totale silenziosa desolazione, il trillo del telefono è sufficiente per far sobbalzare Gina, che, dopo essersi asciugata le lacrime, e temendo per chissà quale disgrazia, si affretta a rispondere.
“Gina, gliel’ho appena confessato. Ha urlato, poi ha dato di matto. È sceso in garage e non ha ancora smesso di martellare come un forsennato. Volevo controllare cosa combinava, quindi osservando la luce accesa nel box, dalla finestra ho visto sopraggiungere Mario. Adesso si son chiusi lì dentro tutti e due. Gliel’hai detto, vero?”
“Sì, Emma. Vieni subito da me, sbrigati!”
“Mi rivesto e arrivo!”.

Poco più tardi, Gina accoglie Emma cingendola con le braccia, e poi dichiara: “Non ho intenzione di restare qui con le mani in mano, quell’uomo merita una punizione, e questa non tarderà ad arrivare. Stammi a sentire, ho un’idea: allora, faremo così…”
Le amiche fanno alcune telefonate bevendo insieme qualche bicchiere di grappa; poi, sconvolte e sfinite, si appisolano per un po’ sul divano, una accanto all’altra.

Spesso, a Campacavallo, ogni alba grigia è del tutto identica a quella precedente. Eppure, sebbene sia davvero presto, è possibile osservare un cielo diverso, di un color blu cobalto. Già a quell’ora il paesello brulica di vita in una maniera davvero insolita. Davanti al piccolo supermercato che esibisce le serrande ancora chiuse, si è radunata parecchia gente. Alcuni uomini brandiscono pale e rastrelli e lo spalaneve comunale, che è sempre condotto da Giulio, par restare in attesa di qualcosa, o di qualcuno; con il motore acceso è fermo in mezzo alla strada. Paco, alla guida del suo trattore, sta percorrendo a passo d’uomo la via principale a causa del ghiaccio che si è formato durante la notte, e fa strada a un corteo di donne armate di scope, mattarelli, battipanni, e chi più ne ha più ne metta.
Quando anche il trattore raggiunge la piccola piazza nei pressi del supermercato, lo spazzaneve si avvia lentamente e quella bizzarra carovana procede una marcia lenta in direzione della bottega di Giuseppe.
Il protagonista di questa storia (Avrei desiderato esordire la frase con “Quel pover’uomo”, ma proprio non mi riesce di scriverlo) dorme beato. Tuttavia, quando la sua casa trema (e non poco), l’uomo si sveglia di soprassalto temendo un forte terremoto, o qualcosa del genere. Trattenendo il respiro si leva dal letto e si precipita alla finestra che dà sul cortile. A quel punto, non gli occorre più di un secondo per realizzare che una folla agguerrita che gli ricorda un’orda di barbari riunita in un battaglione d’assalto, sta infierendo senza tregua contro la sua proprietà. Giuseppe, in cuor suo, si augura di essere nel bel mezzo di un incubo, tuttavia realizza che l’uscio della bottega è stato sfondato davvero. Sente provenire dal piano di sotto un continuo e assordante fracasso di vetri, probabilmente mandati in frantumi. Proprio in quel momento, la benna dello spazzaneve urta per la seconda volta le mura del suo grazioso chalet, staccando da esse una trave di legno, e, insieme, dei blocchi di cemento.
Giuseppe osserva sconvolto ciò che resta dell’uscio della sua bottega. Geremia sbuca dal locale e attraversa di corsa il cortile, defilandosi a gambe levate in direzione del bosco; nelle mani stringe qualcosa, che Giuseppe identifica immediatamente. Impreca e lo maledice: il suo migliore amico, proprio colui nel quale aveva riposto fiducia, ha osato rubare la cassetta d’acciaio contenente l’incasso della settimana, che quel pomeriggio Giuseppe avrebbe dovuto depositare presso la sua banca situata a una ventina di chilometri più giù, a valle.
Giuseppe, ferito nell’orgoglio e con l’istinto di rincorrerlo, calza un paio di scarpe da ginnastica che non usa quasi mai; indossa il giaccone senza nemmeno allacciarlo e, dimenticandosi persino di mettere il cappello, cerca di racimolare tutto il coraggio necessario per affrontare quella folla infuriata. Appena varca l’uscio di casa nota Gina, Emma, Laura e Silvia che lo attendono nel cortile, proprio in fondo alla stretta scalinata esterna. Le donne sembrano indemoniate, lo offendono con parole pesanti e agitano a più non posso alcune improvvisate armi casalinghe.
Solo a quel punto Giuseppe comincia a temere di non avere scampo: tutti gli abitanti di Campacavallo si sono rivoltati contro di lui.
Crollano altri calcinacci, poi delle travi di legno e intere porzioni di muro. Tutta la struttura portante traballa sotto i colpi di benna inflitti da un macchinario infernale; e persino Paco, infischiandosene della carrozzeria del suo trattore, infierisce di cofano sulle mura della bottega, provocando un crollo e il relativo generarsi di un varco enorme.
Delle patate vengono lanciate dal basso proprio come se fossero palle di cannone, e colpiscono Giuseppe sulla pancia, sulle spalle e, più di una, gli finisce anche in testa. Allora l’uomo tira un bel respiro e, in apnea e a testa bassa, percorre di corsa tutta la scalinata: dopotutto la casa non resisterà in piedi a lungo, bisogna tentare la fuga. Ma quando raggiunge gli ultimi gradini, qualcuno lo afferra per il giaccone ribattendolo a terra. Giuseppe è disteso supino, sulla neve ghiacciata.
A quel punto ha inizio un vero e proprio linciaggio: le donne, da amanti dolci e delicate che erano, si sono tramutate in guerriere impietose; gli danno addosso ripetuti colpi di scopa e diverse manganellate; gli uomini lo percuotono a palate e, per finire, un pugno ben assestato lo colpisce in piena faccia, tra gli occhi e il naso.
Giuseppe sanguina e aspetta la sua fine. Nessuno si prenderà la briga di avvertire la Polizia; inoltre, anche se questo avvenisse, i soccorsi non giungerebbero mai per tempo. Quella mattina i clienti della bottega son tutti arrivati in anticipo e decisi a farlo fuori.
Mai avrebbe pensato che la sua vita potesse finire in quella maniera, men che meno in un paese così piccolo e tranquillo come Campacavallo. Giuseppe, che non riesce nemmeno a riaprire gli occhi, sente una voce feroce che ordina: “Spaccategli la testa e ammazzatelo, una volta per tutte!”
Quell’attimo che pare infinito è bastato per convincerlo di dover morire, però una seconda voce reclama: “Adesso basta, siete pazzi? Lasciatelo andare, a meno che non siate capaci di camminare sulla neve senza lasciare impronte.”
A quelle sagge parole (e Dio le benedica), le palpebre chiuse di Giuseppe lasciano filtrare un bagliore dorato, un miracoloso raggio di sole. Piano il suo corpo si libera da strette e costringimenti. Stremato ma ben motivato a voler sopravvivere, con un ultimo sforzo disperato, combattendo contro una infinità di dolori lancinanti lungo tutto il corpo, l’uomo si tira in piedi e si allontana zoppicando, alla cieca, badando solo di lasciarsi alle spalle quell’eco distorta di insulti.
Il suo giaccone è rimasto steso per terra, sulla neve; qualcuno ci sputa sopra, e qualcuno fa anche di peggio.
Le donne vengono poi allontanate dallo chalet, gli uomini proseguono determinati la demolizione.

Eppure, manca ancora qualcuno!
Alla solita ora, gli ignari Stanlio e Ollio raggiungono il paesello. Restano increduli notando che nessuno, quella mattina, ha badato a cospargere di sale il parcheggio della bottega che è ancora ricoperto da uno spesso strato di ghiaccio, e quindi si scambiano un’occhiata preoccupata.
“Forse è ammalato”, ipotizza serafico Stanlio.
“Può darsi. Speriamo almeno di non aver fatto tutta la strada per niente”, evidenzia Ollio, piuttosto seccato al pensiero di restare con la gola secca.
La buffa coppia si accinge ad attraversare il campo innevato, ma si arresta di colpo.
“E’ sparita la bottega!”, esclama allibito Stanlio.
“Lo sapevo, me lo sentivo che oggi era un giorno iellato!”
“Ollio, guarda! C’è un sacco di gente e ci sono delle macerie. Andiamo a vedere, forse la casa è crollata durante la notte.”
Stanlio e Ollio si avvicinano con prudenza a quello che potrebbe essere scambiato per un cantiere. Non serve molta intelligenza per comprendere che ci si sta dando da fare per demolire la baita di Giuseppe, e nemmeno per riuscire a intuire che, prima che giunga sera, di quella costruzione rimarranno solo le fondamenta.
Stanlio e Ollio si voltano piano, e sperando di non dar troppo nell’occhio ritornano alla loro vettura.
“Troveremo un altro bar, Ollio.”
“Che gente strana questi Campacavallesi! Accidenti, avevo voglia di una bella sambuca.”

Mio caro e temerario lettore, davvero sei convinto che questa lunga storia possa finire così?
L’arguto Giuseppe ha sempre amato burlarsi dei Campacavallesi, e io narratore, contrario da sempre a ogni forma di violenza, non ho ceduto alla tentazione di divertirmi un po’ burlandomi di te.
Hai potuto davvero credere che un uomo tanto affascinante e tanto scaltro, come peraltro ha sempre dimostrato di essere il nostro amico Giuseppe, non avesse preso in considerazione l’ipotesi di una banale cospirazione?

La notte della resa dei conti, Giuseppe ha riposato solo qualche ora. Per tutto il pomeriggio si è sentito addosso un senso di inquietudine accompagnato da uno strano presentimento. In bottega, il comportamento troppo schivo e pensieroso di Mario lo aveva insospettito non poco. Poi era avvenuto quel miracoloso ritrovamento: dopo averle cercate in lungo e in largo, le chiavi erano ricomparse per magia, e, guarda caso, proprio sulla sedia che aveva occupato Mario fino a poco prima.
Giuseppe ha preparato un bagaglio piuttosto improvvisato, convincendosi che fosse saggio stare alla larga da Campacavallo almeno per qualche giorno. Montato a bordo della sua auto, aveva lasciato il paesello percorrendo al buio, con destrezza, la stretta strada ricca di tornanti che l’avrebbe condotto a valle.
Nel paese di Cascinella c’è sempre stato un locale piuttosto carino. Giuseppe lo conosceva bene, dato che si trovava accanto a quella che era la sua banca.
L’uomo si era meravigliato nel trovarlo ancora aperto, nonostante fosse ormai notte fonda, e, dopo averne approfittato per bere qualcosa, aveva atteso in auto l’arrivo di un nuovo giorno.

Quando all’alba quella stramba carovana raggiunge lo chalet, tutti realizzano che dentro sembra non esserci anima viva. La Jeep di Giuseppe non è parcheggiata al solito posto, così qualcuno decide di sfondare l’uscio della bottega, poi anche il portone dell’appartamento, e infine si decide a dare l’annuncio: quello stronzo se l’è filata appena in tempo!

Ciò che vi ho narrato riguardo alla demolizione è invece tutto vero.
Sono crollati i balconi e i vasi con i gerani, sono crollate tutte le travi di legno, poi anche i muri e, infine, è venuto giù persino il tetto. Un cappello di velluto marrone e una testa imbalsamata di cervo dalle corna lunghissime erano finiti nel cortile, adagiati allo spesso manto di neve.

Se qualcuno, dopo qualche tempo, si fosse trovato a passare da quelle parti alla periferia di Campacavallo, e proprio nel punto in cui il bosco si origina e si infittisce, proseguendo in salita fino a raggiungere la vetta che domina con austerità il grazioso paese, non potrebbe osservare altro che una monotona sequenza di saliscendi quasi sempre bianchi e innevati.
Lo spiazzo che una volta era adibito a parcheggio è diventato irriconoscibile per via di una coltre di ghiaccio che, restando sempre all’ombra, resiste anche nei mesi più caldi. Dello chalet di Giuseppe non resta che un cumulo di macerie dal quale qualcuno non si è fatto problema a portare via anche l’ultimo pezzo di legno probabilmente con l’intento di servirsene per il fuoco del proprio camino.
Nessuno, né uomini né animali, ha un motivo valido per trattenersi da quelle parti. I gatti hanno trovato un altro rifugio per difendersi dal gelo e per rifocillarsi; gli uccelli non hanno riparo, così preferiscono restare tra i rami fitti degli alberi, nel vicino bosco.
Tuttavia, col trascorrere del tempo e delle stagioni, nessun Campacavallese prova ancora un vero e proprio risentimento nei confronti di Giuseppe. Chi non aveva frequentato la bottega si interroga sul mistero dell’accaduto; Geremia, dopo aver rubato quel gruzzoletto, è stato in parte ripagato per il duro lavoro svolto in assenza di Giuseppe; ogni giorno che passa, le belle donne che sono rimaste al paesello si sentono sempre più sole, e gli uomini, gli stessi che avevano portato a termine la demolizione, pur avendo interrotto con sofferenza le proprie relazioni sentimentali, si disperavano assai di più per la mancanza di un luogo in cui trascorrere le giornate in allegria e spensieratezza, e in amicizia – per quanto quest’ultima possa esser stata autentica oppure di convenienza.
E persino Mario, dopo aver sfogato tutta la rabbia scaturita dall’orgoglio, aveva ben compreso che il matrimonio con Gina sarebbe finito comunque, con Giuseppe o senza di lui; perché se una donna tradisce, l’amore è già morto da un pezzo. Questa verità l’aveva capita presto: quella sera stessa, dopo aver messo in atto la sua vendetta e tornando a casa lercio dalla testa ai piedi (e anche nella coscienza), si era rivolto, come sempre, al suo amato affresco di San Leonardo da Limoges. Al solito sentimento di gratitudine si era sostituito un gran senso di colpa. Il volto del Santo pareva osservarlo con severità, come a volerlo rimproverare.

Alla luce dei fatti, caro lettore, avrai maturato il desiderio di conoscere il destino di Giuseppe.
Grazie ai risparmi che da saggio e buon Campacavallese l’uomo ha saputo accantonare nel corso degli anni, questi ha potuto rimettersi in gioco avviando una nuova attività. Se non avesse avuto modo di combinare tutti quei guai, non avrebbe mai trovato la forza interiore necessaria per lasciare Campacavallo, riuscendo così a superare il suo morboso attaccamento per quel luogo unico al mondo.
Tuttavia, anche l’evento più nefasto spesso nasconde un proprio lato positivo.
Nel corso di tutta la sua esistenza, Giuseppe è sempre riuscito a cogliere l’ opportunità migliore, dunque non è da escludere che, in questo momento, l’uomo stia proseguendo la sua vita proprio vicino a casa tua.
Comunque, fossi in te non mi preoccuperei: questa storia ci insegna che non tutti i mali vengono per nuocere, e men che meno se provengono da un luogo come Campacavallo dove l’erba non cresce.

Rudere collage e neve

Saluti da Campacavallo.

FINE.

CAMPACAVALLO 4.

Emma ha insistito a lungo affinché Gina accettasse un buon tè caldo. “Non si discute mai di cose importanti seduti a un tavolo vuoto!”, aveva esclamato con austera convinzione la donna, e poi, subito, si era defilata in cucina.
Un tendone rosso che incornicia la portafinestra del soggiorno ondeggia per via di ripetuti spifferi gelidi. Oltre i vetri alcuni robusti fiocchi di neve turbinano nell’aria; si intravede solo un susseguirsi di saliscendi innevati talvolta interrotto da qualche albero o da un isolato e circoscritto spiazzo piano. Un tintinnio di stoviglie scandisce il ritmo dei pensieri di Gina. La donna accavalla le gambe e distoglie lo sguardo dalla finestra e, ancora una volta, si ritrova a constatare come una minuziosa pulizia e un ordine meticoloso sempre regnino indiscussi nella bella casa dell’amica. Vuole molto bene a Emma sin dall’infanzia, ma più di una volta si è dovuta sorprendere, per poi subito pentirsene, di riuscire a provare nei suoi confronti anche un po’ di invidia. Nonostante Emma le sia coetanea, ha un aspetto fresco e giovanile. Il merito non è da attribuire solo al fisico asciutto e slanciato, perché anche il volto conserva una rara freschezza che le toglie almeno dieci anni. Inoltre bisogna ammettere che Emma si è sempre dimostrata una donna assai intelligente; così, osservandola, si è costretti ad apprezzarla in tutto e per tutto.
Gina si sforza di scacciare dalla testa le ricorrenti considerazioni sulla sua amica che sempre si originano spontanee nella sua testa, cercando di concentrarsi a imbastire al meglio il discorso che sta per farle. È stanca di tenere per sé il peso di quel terribile segreto; in fin dei conti un’amica deve essere d’aiuto nei momenti difficili e, d’altronde, se non ne avesse parlato subito con qualcuno, quella brutta storia l’avrebbe fatta di certo impazzire.
Emma riappare in soggiorno. Regge in mano un vassoio d’argento più lucido di uno specchio.
Le tazze di fine porcellana bianca rilasciano spire di vapore che sembrano conservare un potere ipnotico e spandono nell’aria un profumo acre e intenso.
“Adesso ci siamo, puoi sputare il rospo!”, dichiara Emma, mentre con un sorriso lascia scivolare un ben misero cucchiaino di zucchero dentro al suo tè. Quando è serena riesce ad apparire ancor più bella di quanto non lo sia già, soprattutto agli occhi stanchi e disillusi di Gina.
“Ebbene, si tratta di mio marito. Le ho provate davvero tutte, ma io non lo amo più!”
Le labbra carnose di Emma rimangono tese e immobili per qualche istante, poi si raggrinziscono e si contraggono in una smorfia di rammarico.
Emma resta per un po’ in silenzio, poi afferra il braccio di Gina appena sotto la spalla, e dopo essersi sporta verso di lei reclinando un poco il busto, le sussurra piano: “Resti fra noi: siamo nella stessa barca, mia cara!”
A questo punto, a rigor di logica, entrambe le amiche avrebbero dovuto piangere, o quantomeno rattristarsi un po’; invece, ignorando un accenno di lucidità che invano aveva tentato di velar loro gli occhi, scoppiano in una risata sguaiata.
La conversazione poi prosegue in maniera abbastanza serena, tra confessioni reciproche e sfoghi piuttosto allegri – ma mai privi di un certo isterismo –, aneddoti ingigantiti fino al limite dell’assurdo, e quanto d’altro sia in grado di produrre la mente di due donne ferite e turbate nel profondo. E credetemi: dei particolari di questo discorso è meglio che il narratore mantenga un certo riserbo e insieme a esso la propria e legittima dignità.
Ma quando, nel locale, risuona improvviso e inaspettato il nome del nostro caro amico Giuseppe, Emma scatta in piedi come una molla. Un lembo della tovaglia le rimane imbrogliato tra le gambe; questa scivola lungo tutto il tavolo, poi finisce per terra trascinando con sé il vassoio vuoto nonché il prezioso servizio da tè che finisce in frantumi sul parquet, provocando un boato terribile.
“E da quanto tempo te la faresti con Giuseppe? Rispondi!”
Gina, incredula e scioccata per l’assurda reazione dell’amica, riesce solo a balbettare: “Da… più o meno… sei… anni.”
“Sei anni? Sei lunghi anni hai detto? Logico. Bene. Perfetto! Sei anni. Ma certo, avrei dovuto sospettarlo! Io sarò stata una deficiente, ma quell’uomo è proprio uno stronzo!”
Dopo aver sfuriato e essersi resa conto di aver quasi spaventato a morte Gina, Emma tenta di ricomporsi, ma il suo viso, ancora sfigurato dalla rabbia, rimane paonazzo come quello di un ubriacone al quale venga strappata di mano la bottiglia.
A quel punto la conversazione prende una piega del tutto inaspettata: Emma scoppia a piangere, e Gina, più affranta di quando ha messo piede in quella casa, cerca invano di consolarla nonostante il suo amante sia stato anche quello di Emma. Sebbene l’amica sia in uno stato davvero penoso, Gina non può evitare di immaginarsela nuda, attraente e sinuosa, che serpeggia sopra Giuseppe.
“Da un po’ in paese circolano delle voci, delle brutte voci, alle quali io non ho mai voluto credere. Dunque è tutto vero! Si mormora che Giuseppe regali le sue attenzioni a diverse donne di Campacavallo. No, quello schifoso sporcaccione non la passerà di certo liscia! Io e te non glielo permetteremo, non è forse così, mia cara amica? Ti supplico, dimmi che sei con me!” Dopo aver pronunciato queste parole tutte d’un fiato, Emma estrae un fazzoletto dalla tasca dell’abito e si dà una bella soffiata di naso.

Gina rientra a casa sua trafelata, appena in tempo per anticipare solo di qualche minuto il ritorno del marito. Frettolosa si dirige in bagno, chiudendo a chiave la porta, nel tentativo di concedersi qualche minuto di solitudine: ha bisogno di riflettere molto bene sul da farsi.

Amici e clienti non si sono astenuti dal commentare quel nuovo film, che, diciamo pure così, aveva deluso le aspettative di tutti a causa dello scarso talento dell’attrice protagonista – e vi chiedo il favore di farla finita qui, e di accontentarvi della motivazione che vi ho detto –, poi hanno lasciato la bottega.
Come è logico che sia, Giuseppe si trattiene sempre ancora per un po’ nel suo locale per ultimare le pulizie e il riordino necessari a garantirne, l’indomani all’ora di apertura, il consueto aspetto pulito e decoroso.
Tuttavia, l’uomo par essere ancor più nervoso e irrequieto: non ha ancora ritrovato le chiavi della sua bottega. Comincia a credere di averle perse chissà dove, e si interroga mentalmente, senza tregua, per riuscire a indovinare che fine potrebbero aver fatto. Passa in rassegna ogni vano e ogni angolo, anche il più nascosto e dimenticato. E proprio quando, sfinito da tutto quel cercare, decide di fermarsi per qualche minuto a riposare poggiando il sedere su una sedia accostata al grande tavolo, percepisce proprio laggiù un dolore improvviso. Imprecando si inclina su un fianco, alzando un po’ una natica. La sua sorpresa è grande quando, tastando la seduta di spago con il palmo della mano, ne caccia fuori un mazzo di chiavi. Le osserva gioioso e rincuorato: sono proprio le sue! La grande “G” d’argento scintilla come un diamante colpito di sbieco dalla luce del lampadario che è appeso sopra il tavolo.
A preoccuparlo non era stato il pensiero che chiunque, grazie alle chiavi, potesse intrufolarsi, magari di notte, nella sua casa o nella sua bottega in cerca di chissà che; a Campacavallo, da che mondo è mondo, non c’era mai stata nessuna effrazione, né alcun atto realmente criminoso; era solo turbato dall’eventualità, seppur remota, di aver smarrito l’oggetto nel corso della mattinata, durante il suo incontro con Gina. Le chiavi avrebbero potuto scivolargli dalla tasca mentre era intento a spogliarsi nella camera matrimoniale dri coniugi, oppure, perché no, sarebbero anche potute cadere tra le lenzuola, proprio dritte in quel loro umido e gelido letto.
L’uomo tira un sospiro di sollievo. Ghigna: il suo consueto buon umore non ha stentato a ritornare, nonostante il suo fisico accusi una gran spossatezza a causa di quella giornata a dir poco difficile.
Dopo aver sciacquato anche l’ultimo bicchiere e averlo riposto sull’apposito ripiano del mobile bar, Giuseppe lancia un’occhiata di approvazione al suo locale. Si rimette i doposci e spegne le luci, poi per precauzione abbassa tutti gli interruttori del quadro elettrico; infine, finalmente soddisfatto, richiude l’uscio della bottega con due belle mandate, accingendosi a risalire la scalinata che conduce al piano superiore dove c’è la sua abitazione. Quando accede al suo appartamento tira un altro respiro di sollievo. Si toglie il cappello e lo poggia sul divano; dopo essersi concesso una lunga doccia calda, indossa il pigiama di flanella e si butta a corpo morto sul letto: finalmente si può permettere il gran lusso di riposare.

Anche dopo buttato giù mezzo bicchiere d’acqua nel quale aveva lasciato macerare almeno una quarantina di gocce di valeriana, Gina non riesce a chiudere occhio. Non fa altro che pensare e ripensare a Giuseppe, a Emma, e a chissà quante altre donne di Campacavallo che, a loro insaputa, si trovavano nella medesima orrenda situazione. È nervosa, non riesce proprio a smaltire la rabbia e la delusione che le mordono l’anima.
Fino a quel pomeriggio era certa di odiare suo marito. La annoiava e la infastidiva quel costante e caparbio disinteresse che pareva rivolgerle con una certa costanza; eppure, adesso, sentiva di detestarlo un po’ di meno: anzi, a dire il vero, quasi non percepiva più alcuna rabbia nei suoi confronti. Viceversa, era impegnata a lanciare ogni genere di maledizione a Giuseppe. Quel farabutto l’aveva sedotta, le aveva regalato un’illusione di gioia, ma, soprattutto, aveva osato rincuorarla, per anni interi, dandole a intendere delle false speranze; poi, tutto era andato a scatafascio in un istante, e a lei era rimasto in mano un pugno di mosche. Giuseppe aveva preso entrambe per i fondelli.
“Tesoro mio, le attività della bottega mi impegnano parecchio, dunque possiamo permetterci di incontrarci solo il lunedì mattina; e poi, sforzati di capirmi, tu sei sposata, e io tengo molto anche a tuo marito, quindi non possiamo osare troppo. Non è importante quanto tempo trascorriamo insieme, ma la qualità del nostro rapporto.”
Se solo quelle parole fossero state sincere, due ore settimanali sarebbero potute bastare e addirittura avanzare, nonostante Gina soffrisse tutto il resto della settimana quella mancanza, lasciando praticamente scivolare la sua esistenza in una attesa perenne dominata dalla tristezza. La relazione con Mario si era ridotta all’osso, a mera sopportazione.
D’altronde aveva desiderato credere a quel poco di buono, e ora ne pagava le conseguenze.
Non restava altro da fare che rischiare il tutto per tutto. Doveva trovare il coraggio necessario per affrontare Mario e confessargli almeno in parte l’accaduto, proprio come aveva promesso di fare Emma con il marito quella notte stessa.
Rimaste a secco di ogni genere di palliativo, dello svago sessuale e mentale che, malgrado tutto, veniva elargito loro da Giuseppe, le due amiche erano giunte a una conclusione: avrebbero troncato, una volta per tutte, quelle squallide relazioni da discount che da troppo tempo intrattenevano con i propri uomini ricevendo in cambio solo tanta frustrazione. Dovevano farlo, subito, e a ogni costo.

Mario, in soggiorno, è disteso sul divano e tiene una mano sulla fronte. Ha gli occhi chiusi, eppure non dorme.

(… continua).

CAMPACAVALLO 3.

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Echeggiano in tutta la valle i rintocchi delle campane: da poco ha smesso di nevicare. Il cielo è un po’ meno grigio. Le vibrazioni causate dagli ultimi colpi battuti a mezzogiorno distaccano dal tetto di un cascinale un grosso blocco di ghiaccio che, facendo un gran tonfo, ricade proprio accanto a Giuseppe mentre cammina sul margine della strada.
L’uomo sospira e si aggiusta il cappello: l’ha scampata per poco, davvero per un pelo! Se avesse lasciato la casa di Gina soltanto un secondo prima, quel macigno ghiacciato sarebbe piombato proprio sulla sua testa.
Escludendo le donne anziane, come pure quelle troppo giovani, Campacavallo conta una scarsa decina di belle signore che Giuseppe, nel corso degli anni, ha fatto tutte sue. Giuseppe ama tutte le donne! E queste rappresentano per lui una valvola di sfogo, un antidoto contro la noia; costretto a vivere le sue giornate al freddo e al gelo, le considera una fonte di sano tepore. Nel tentativo di soddisfare il suo bisogno, ogni mattina si concede una scappatella diversa e, salvo imprevisti, a ciascuna di loro ha assegnato un giorno della settimana: Gina di lunedì; la bella e statuaria Emma al martedì; al mercoledì tocca a Laura; giovedì è il turno dell’ammaliante Lisa e, infine, il venerdì è sempre dedicato a Silvia.
Per fortuna, a Campacavallo è sempre facile passare inosservati mentre si fa visita alle signore, soprattutto quando i loro mariti sono impegnati nelle attività offerte dalla bottega.
Nonostante Giuseppe si sia persino concesso una doccia rapida, riesce ancora a percepire un lieve sentore del sesso di Gina. Mantenendosi sul ciglio della strada, fischiettando e aggirando grossi mucchi di neve che i proprietari delle poche abitazioni affacciate alla provinciale hanno accatastato accanto ai propri cancelli, ritorna trionfante alla sua bottega.
Quando ricompare sulla soglia del negozio con il naso più rosso di una ciliegia matura a causa del troppo gelo, per tutti significa che è giunta l’ora di pranzo; occorre dunque terminare alla svelta l’ultima mano di poker e affrettarsi a rincasare, prima che le mogli diano in escandescenze. Mario sorride come un ebete: ha ricevuto un bel bacio dalla fortuna e afferra il malloppo che gli spetta: due belle e fruscianti banconote da cento Euro che sono rimaste al centro del tavolo e che, carico di aspettative com’era, per tutta la mattina aveva rimirato senza mai perderle di vista. Le scuote nell’aria più volte, poi le avvicina al suo naso aquilino; a questo punto inspira forte, e godendo da matti nel percepire quel profumo acre e intenso penetrargli le larghe narici, l’uomo emette dei gemiti gutturali che sottolineano il suo piacere. I compagni di gioco lo ignorano di proposito, ma così facendo gli lasciano intendere quanto siano invece invidiosi di quella vincita.
Senza degnarlo di uno sguardo, o, peggio, sforzandosi di mantenerlo basso e fisso sulla tovaglia, Geremia pulisce il tavolo.
“Com’è andata stamattina?”, gli domanda Giuseppe, senza alcun interesse.
“Bene, come sempre d’altronde”, risponde in maniera pacata Geremia. E poi, subito, aggiunge: ”Te l’ho detto mille volte: se qui ti sostituisco io, non hai nulla di cui preoccuparti. Ho già riposto l’incasso al solito posto, e adesso vado anch’io, ci rivedremo più tardi!”
Giuseppe accenna un sorriso talmente falso da sembrare quasi sincero. Dall’uscio, che è rimasto aperto, penetrano delle folate di vento così forti da riuscire ad agitare i lembi della tovaglia proprio come se fossero delle bandiere.
Fuori, Stanlio, che è esile come un grissino, si prodiga a sostenere Ollio, il quale, anche quella mattina, ha alzato un po’ il gomito. L’omone barcolla e rischia di cadere per terra dopo ogni passo, nonostante i suoi stivali, gravati da quel peso dell’accidenti, sprofondino nella neve alta, e ciò, a rigor di logica, sarebbe potuto bastare a sostenerlo.

Se qualcuno di voi riuscisse a osservare con i propri occhi questo viavai di uomini nei pressi della bottega, sbagliando penserebbe di aver a che fare con una banda di lazzaroni. In effetti la gente di questo posto ha un ritmo di vita molto lento se confrontato con quello tenuto dagli abitanti di un qualsiasi altro borgo di alta montagna. Chi si trova a Campacavallo può permettersi di lavorare solo per pochi mesi all’anno, quando le condizioni climatiche migliorano e l’esagerato manto di neve, che ricopre proprio ogni cosa, finalmente incomincia a sciogliersi piano piano. Sulla radura dapprima compaiono alcuni acquitrini paludosi, poi spuntano qua e là rari steli malmessi e giallognoli d’erba. Quando il tepore dell’aria diviene costante, si può assistere alla ricrescita di una timida vegetazione, che poi si inspessisce man mano che le pozze d’acqua dovute al disgelo vengono assorbite dal suolo.
Allora c’è finalmente qualcosa da fare: è possibile tagliare la legna, come pure condurre al pascolo il bestiame che, fino a quel momento, è stato recluso nelle stalle. Vien munto molto più latte, ben oltre il quantitativo necessario al fabbisogno del borgo, e, di conseguenza, è possibile ricavare tanto burro e tanto formaggio, che ben si vendono giù a valle; si raccolgono funghi, ortaggi, erbe selvatiche e medicinali.
Nei mesi più caldi alcuni abitanti lasciano Campacavallo per svolgere un lavoro temporaneo presso qualche località turistica non troppo lontana.
Insomma, nonostante la maggior parte dei Campacavallesi siano proprietari di edifici e di terreni talvolta sconfinati, restano dei poveretti che hanno imparato a vivere alla giornata centellinando i pochi ricavi ottenuti durante l’estate.

Mario lascia per ultimo la bottega. Tiene le mani in tasca, è di ottimo umore: ha appena realizzato che i duecento Euro che stringe nel pugno hanno un potere sicuramente speciale: riusciranno a tener calma e buona sua moglie Gina. Una volta impossessatasi di quel denaro, la donna non si sarebbe lagnata per almeno un paio di giorni.
Raggiunta la sua abitazione, Mario rivolge uno sguardo colmo di gratitudine all’affresco di San Leonardo e si fa il segno di croce.
Resi i dovuti omaggi all’effige, allentando la stretta della mano sinistra, permettendo al prezioso bottino di ricadere sul fondo della tasca, sfila gli stivali e li accosta accanto alla porta. Dopo essersi scrollato la giacca come al solito, onde evitare ogni possibile sgocciolio che Gina, di certo, non gli avrebbe mai perdonato, pigia la maniglia, spalanca la porta, e adagia il suo piedone umido sul pavimento. Vien subito travolto da una piacevole ondata di calore e realizza che nell’appartamento aleggia un invitante odore di cibo.
Gina non ama cucinare. Per pranzo e per cena, il più delle volte si limita a cuocere degli spaghetti sui quali rovescia un vasetto di sugo già pronto, che conserva nella credenza, e che è solita acquistare nel piccolo supermercato di Campacavallo.
Mario, ancora incredulo, tira su più volte col naso, domandandosi il motivo per cui Gina, ancor prima di esser stata messa al corrente della vincita, abbia deciso di darsi tutto quel disturbo.
Le si avvicina cauto, un po’ sospettoso, e si mantiene a dovuta distanza. Gina non si cura di lui, non si volta e nemmeno lo degna di uno sguardo. La donna si limita ad appoggiare ai lati opposti del tavolo due grandi fondine. Sono colme fino all’orlo di un cremoso risotto giallo zeppo di porcini. Mario ha già l’acquolina.
Senza neanche prendersi la briga di lavarsi le mani, si accomoda al tavolo intenzionato a divorare quella squisita pietanza. E’ piuttosto attonito, a causa dello strano comportamento di sua moglie. Infila un angolo del tovagliolo sotto il collo del maglione e, dopo aver trattenuto un attimo il respiro, più o meno come un tuono che all’improvviso rimbomba a notte fonda, trova la forza di esclamare: “Gina, tesoro! Apri bene le orecchie, stammi a sentire: stamattina, alla bottega, ho vinto duecento Euro!”. Gongolando e sorridendo proprio come farebbe un ebete, l’uomo batte una manata secca sul tavolo, poi vi lascia scivolare sopra le due banconote. Subito porta alla bocca una bella porzione di riso, senza curarsi di raffreddarlo. Presa un gran scottatura al palato, subito sgrana gli occhi che diventano sporgenti e gonfi, ossia piuttosto simili a quelli di un rospo. Un gran nugolo di vapore, dopo aver risalito il cavo orale, fuoriesce dalle sue labbra spandendosi nella cucina, e infine si dissolve piano insieme all’eco delle sue parole.
Gina rimane in silenzio, non osserva le banconote, guarda solo nel piatto. Con la forchetta gioca a rivoltare il riso che non ha ancora assaggiato. A quella notizia il suo volto non si corruga, ma nemmeno si distende; non c’è traccia della minima soddisfazione, non l’accenno di un sorriso, non lascia intuire nessuna emozione. La sua faccia rimane quella di sempre: resta proprio com’è.

Dopo aver digerito, e anche sonnecchiato per oltre un’ora con il sedere sprofondato nel divano mezzo sfondato, Mario decide di far ritorno alla bottega. Infila nuovamente gli stivali che ha lasciato sulla soglia, e nel preciso istante in cui il portone si richiude con un click metallico alle sue spalle, nota un oggetto piccolo e scuro che sprofonda nella neve. Si avvicina, si china per osservare meglio, poi decide di raccoglierlo. Lo osserva con una grande curiosità. Si tratta di una lettera in acciaio, una “G” di Giuseppe, a cui sono attaccate un paio di lunghe chiavi. Nonostante non gli appartenga, quel gingillo ha un aspetto così famigliare…
Mentre si incammina in direzione della bottega, Mario non può fare a meno di domandarsi come diavolo abbia fatto quel portachiavi a finire per terra proprio davanti a casa sua. E se quella mattina, per sbaglio, preso da un eccesso di euforia, lo avesse raccattato dal tavolo con le banconote senza accorgersene?
Tuttavia, avendo tenuto le mani in tasca durante tutto il tragitto del ritorno, l’uomo è certo che se ci fosse stato dentro qualcosa di estraneo, se ne sarebbe accorto ancor prima di perderlo.

Gina attende qualche minuto, poi sbircia dalla finestra che dà sulla strada. Vuole assicurarsi che il marito abbia imboccato la via principale. A quel punto ritorna in salone, afferra il cordless sul tavolino e compone un numero che conosce a memoria. Terminata la telefonata, si affetta a calzare i suoi Moon Boot e si precipita fuori, incamminandosi di buona lena.

Non è difficile indovinare in cosa possa consistere il passatempo che a Campacavallo, nel corso dei suoi tanti gelidi pomeriggi, tiene impiegati gli uomini.
Escludendo Stanlio, Ollio, e pochissimi altri, dopo aver pranzato, tutti ritornano in bottega. Siedono allegri consumando discrete quantità di liquore, nel tentativo di riscaldarsi un po’. Guardano e commentano dei film (per soli uomini, ovviamente) che Giuseppe si prende la briga di ordinare con regolarità nei negozi online. E sempre c’è anche chi, un po’ sopra le righe, o un po’ troppo su di giri, tira fuori un aneddoto comico assai, o qualche gradito pettegolezzo; e spesse volte capita che vengano svelati persino alcuni scabrosi particolari, intimi e personali. Ecco allora che, all’improvviso, Giuseppe drizza bene le orecchie: tutto ciò che accade a Campacavallo è di sua competenza, e lo è ancor di più se si tratta di sesso.

Mario è taciturno. Piuttosto passivo osserva lo scorrere del film sullo schermo; nonostante una continua visione di corpi sinuosi e nudi, mantiene un’aria assente grattandosi la testa di continuo.
Anche Giuseppe si perde tutto quello spettacolo. Non si è ancora fermato un attimo: rovista frenetico in ogni cassetto, poi nel vano della cassa; sposta una per una, per poi ridisporle, tutte le bottiglie poggiate nel mobile bar; e riorganizza ogni spazio secondo un proprio – e inarrivabile – criterio logico (o illogico). Infine coglie al balzo l’occasione per fare un po’ d’ordine anche in bagno, e già che c’è, sistema in lungo e in largo tutta la scaffalatura che è piazzata nel piccolo corridoio.

(…continua)

IL GENIO DELLA BOTTIGLIA (Una favoletta piccola piccola).

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Mentre i suoi simili lottavano e si contrastavano l’un l’altro nel vano tentativo di raggiungere quel liquido profumato e appetitoso, lui, ben conscio della presenza di un vetro, cominciò la risalita. Osservandolo come sospeso nel vuoto, tutti avevano creduto fosse capace di volare. Era invece intento a inerpicarsi lungo la superficie trasparente e perpendicolare, diventata oltremodo insidiosa per via dei colpi che, senza alcuna tregua, le venivano inferti al suolo.
Lo scaltro Bombus raggiunse con fatica la sommità della bottiglia. Da lassù tutti apparivano più piccoli, e anche più stupidi.
Si gongolò e poi si inarcò, dando l’ultima spinta necessaria a oltrepassarne, giunto sulla cima, la fessura circolare. Ormai a un niente dall’agognato pranzetto, fu rapito da un profumo inebriante. Si distrasse e mollò la presa, precipitando in caduta libera. Fece un bel tuffo nel liquido, tuttavia riuscì subito a riemergere. Si diede quindi da fare: bevve a lungo, con ingordigia. Gli altri bruchetti, ammucchiati a ridosso del vetro, lo osservarono invidiosi.
Solo quando la pancia fu sul punto di scoppiargli, il furbo golosone si persuase a risalire. Il suo corpicino era divenuto troppo pesante, le zampette bagnate non avevano più presa. Si udì un rutto roboante, seguito da un ultimo flebile respiro, e quando annegò Bombus fu compatito da tutti.

PROSIT!