AMNESIA.

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AMNESIA: IL RISVEGLIO.

Un ricordo è qualcosa che ci lega indissolubilmente ad un “noi” passato e senza quella memoria cresceremmo incompleti, difettosi, come se avessimo vissuto solo a metà.
(Lady Nadia)

Ogni volta era come destarsi improvvisamente da un lungo sonno per poi scoprire una realtà peggiore di un qualsiasi incubo.
Il treno viaggiava lineare e veloce. Dal finestrino scivolavano ignoti paesaggi verdi di campagna, rinchiusi tra vette parzialmente innevate che andavano incastonandosi in un cielo surreale e terso privando chiunque di ogni immaginabile orizzonte.
La invase uno stato di puro panico. Il cuore accelerò il suo battito, il respiro si fece corto come se il vagone fosse privo di ossigeno. Tentò di inspirare profondamente ripetendo nella mente un mantra: ”E’ successo di nuovo ma andrà tutto bene… andrà tutto bene”.

Accanto a lei sedeva una signora sulla cinquantina e molto robusta. Aveva indosso una gonna di lana bordeaux che lasciava scoperte delle grosse ginocchia e risultava zeppa di peli bianchi, quasi irti, probabilmente appartenenti a un animale domestico. Non mostrava alcun segnale di sospetto o di interesse nei suoi confronti, era rimasta tranquilla e assorta nella lettura di un libro inarcando le sopracciglia in segno di totale coinvolgimento.
Alice si sforzò di mantenere una calma apparente, dopotutto era abituata a dover fare i conti con un’amnesia, sebbene, questa volta, fosse stata accompagnata da un brutto presentimento.
Osservò meglio fuori dal finestrino nella speranza di riconoscere qualche particolare del paesaggio. La corsa del treno proseguiva senza indugio attraversando vasti campi deserti, solo erba e piante e, di tanto in tanto, appariva come un miraggio un’isolata casetta di sassi o in legno.
In avvicinamento notò una piccola chiesina con un portone scuro e chiuso che scivolò via veloce, all’indietro, appartenendo presto già al passato.
Si rispecchiò nel vetro che le restituiva un’immagine distorta del volto e si rassicurò almeno un po’. A parte delle occhiaie e la totale assenza di trucco, l’aspetto corrispondeva alle sue aspettative.
La donnona al suo fianco emise un improvviso colpo di tosse secca che la riportò alla ragione. Cercò di ricordare qualcosa, un qualsiasi particolare che potesse aiutarla a ricostruire almeno un pezzetto di quel nulla, di quel terribile vuoto che, con tutta probabilità, sarebbe rimasto un totale mistero, come ogni altra volta. A quando risaliva il suo ultimo ricordo? Ancora stranita, non riuscì a darsi nemmeno questa risposta.
Frugò nervosamente nelle tasche del suo tiepido giaccone nero in cerca del telefonino ma vi trovò soltanto un morbido pacchetto di fazzoletti di carta ormai a metà e alcuni pezzetti di cartoncino che estrasse con un’inaudita e curiosa rapidità. Si tattava banalmente di alcuni biglietti, stropicciati e regolarmente vidimati.
Una parte di lei avrebbe desiderato ritrovare quel cellulare per potersi subito confidare con la nonna, l’unica persona a conoscenza di quel terribile disturbo ma, ripensandoci, meglio così. Si sarebbe parecchio agitata nel saperla dispersa in una remota località montana e reduce dall’ennesima amnesia. A ottantadue anni suonati non avrebbe potuto certo esserle d’aiuto in quella situazione.
Si rammaricò comunque per non aver ritrovato il telefono e si augurò di averlo lasciato nel suo appartamento.
In compenso si accorse di avere al polso il suo orologio preferito, quello in acciaio. Mentre un po’ intontita cercava di mettere a fuoco il quadrante che scoprì segnare le 11.55, notò a terra, accanto ai piedi, una valigetta in pelle che sobbalzava al ritmo delle rotaie, bene incastrata in verticale tra i due sedili. Fu quasi certa di riconoscerla. Piano piano e quasi al rallentatore, allungò una mano tentando di afferrarne la maniglia rigida e cercando di prevenire ogni possibile reazione della sconosciuta accanto a lei qualora la borsa fosse stata sua. Pregò con tutta se stessa di non essersi sbagliata.
Capitava anche questo. Dopo un attacco, poteva facilmente confondere i vari particolari, spesso delle cose insignificanti o piuttosto recenti, come se queste costituissero una specie di margine tra i ricordi e il vuoto.
Le sue amnesie giungevano all’improvviso e sempre gravi ma il più delle volte, interessavano soltanto la memoria a breve termine. Potevano cancellare del tutto cose o eventi accaduti nelle ore o nei giorni riguardanti la crisi e intaccare solo parzialmente i ricordi più vecchi. Spesso si dimenticava di oggetti o di avvenimenti banali e inoltre, ad ogni risveglio seguiva un po’ di confusione, uno strano caos mentale. Qualche ricordo, col tempo, poteva anche tornare ma qualcos’altro era irrimediabilmente perso, per sempre.
Il ripetersi di queste situazioni spiacevoli originava in lei una forte frustrazione e molta, molta rabbia. Davanti al suo destino si percepiva nuda e impotente ma non era sua intenzione arrendersi, voleva lottare per riconquistare quanta più vita possibile. I ricordi le appartenevano e nessuno avrebbe potuto avere il diritto di impadronirsene. Nessuno.
Sollevò indisturbata il borsone rettangolare e lo appoggiò sulle ginocchia. Ne trascinò piano la rigida cerniera accompagnandola lungo i tre lati, mentre con la coda dell’occhio, osservava ogni possibile variazione espressiva della donnona che, per fortuna, proseguiva indisturbata la sua avvincente lettura.
Alice si percepì risollevata ma presto fu nuovamente pervasa dall’ansia di poter ritrovare in quella valigia qualcosa di indesiderato o di compromettente. Evitò quindi di spalancarla del tutto cercando di creare soltanto un varco sufficiente per osservarci dentro. Infilò una mano tremolante in quella fessura e rimase persino graffiata a causa della zigrinatura della cerniera mentre cercava di tastarne il contenuto.
Riconobbe al tatto il suo mini portatile, il porta-documenti e anche il portafoglio. Estrasse quest’ ultimo immediatamente e verificò la presenza dei contanti e delle carte di credito. Si lasciò sfuggire un respiro di sollievo: tutto era ancora al suo posto.
Inoltre anche quel computer le avrebbe potuto dare una grossa mano. Una volta accertata dell’assenza di eventuali oggetti sconosciuti, dischiuse completamente la valigia nella speranza di ritrovare anche il telefono ma non fu così fortunata. A quel punto si rassegnò: probabilmente era andato perso.
Afferrò gli angoli del portatile nel tentativo di consultarlo ma dovette subito rinunciare. Un altoparlante annunciò che il treno stava raggiungendo il suo capolinea, la stazione di Tirano.
La signora al suo fianco ripose il libro in un sacchetto di plastica che rilasciava un odore intenso di formaggio e si sollevò a fatica, facendo leva con le braccia al sedile anteriore. Con le grosse mani si concesse una rapida stirata alla gonna e poi si accinse ad inforcare lo stretto corridoietto della carrozza. Alice la seguì mantenendosi a qualche passo di distanza mentre questa procedeva alla meglio e un po’ stizzita tra le soffocanti fila di sedili vuoti e potè notare che il resto dei vagoni avevano viaggiato del tutto privi di passeggeri.
Tirano? Quel nome le risuonava famigliare sebbene non avesse saputo assegnargli una precisa collocazione geografica.
Fu sorpresa da un forte giramento di testa. Dovette appoggiarsi per qualche istante alla parete prima di poter discendere i gradini per abbandonare la carrozza. Non appena si riprese percepì un fastidioso vuoto allo stomaco e pensò che sarebbe stato meglio fermarsi un momento e magari mangiare qualcosa per poter riflettere più lucidamente e accingersi a intraprendere il viaggio di ritorno verso la sua adorata casa, a Milano.

AMNESIA: IL PASSATO.

“Nonnina, nonnina! Dai, mi racconti ancora di quanto era bella la mia mamma? E il mio papà?”
“Lo sai già. Vieni qui!”
La nonna posò su uno sgabello accanto al camino crepitante il lavoro a maglia che era solita realizzare dopo cena. Allargò le braccia voltandosi ad osservare la piccola Alice, pronta ad accoglierla. Assomigliava tantissimo alla mamma, proprio come lei aveva occhi grandi, verdi e lunghi boccoli castani. A volte, mentre la bambina giocava e le dava le spalle, non poteva evitare le lacrime. Era così identica alla figlia!
Quel terribile incidente li aveva portati via entrambi, mamma e papà, mentre con Mauro, il nuovo socio, si recavano dal notaio ad apporre la firma per l’acquisto del magazzino che si era reso necessario per ampliare l’attività.
A causa di una visita medica programmata da tempo, quel maledetto giorno, Giulia fu impossibilitata ad accudire la piccola Alice che allora aveva solo due anni. Così, dal notaio, portarono anche lei.
La piccola riportò un violento trauma cranico dal quale si riprese del tutto ma i suoi disturbi di amnesia cominciarono soltanto qualche mese dopo.
I genitori morirono sul colpo mentre Mauro, che conduceva l’auto, fu baciato dalla buona sorte. Da quel terribile impatto ne uscì quasi del tutto illeso, non riportò altro che una frattura agli arti inferiori e ad un paio di costole. Se la cavò con qualche mese di ricovero ospedaliero al quale seguì un breve periodo di riabilitazione. Tuttavia le indagini e il relativo verdetto giudiziario portarono a un’accusa e alla conseguente condanna per “guida in stato di ebbrezza”.
Per tre lunghi anni, appena gli fu possibile e una volta alla settimana, Mauro si recò metodicamente da nonna Giulia desideroso di far visita ad Alice e mai, proprio mai, vi giungeva a mani vuote. Portava sempre con sé qualche gioco nuovo da regalare alla bambina e di conseguenza, Alice attendeva impaziente il passaggio di Mauro, ogni venerdì sera, anche per i suoi graditi doni.

Alice raggiunse la nonna che la avvolse in un caldo abbraccio e la accomodò sulle sue ginocchia. Quando la accarezzava, ormai come una specie di rituale, le passava la mano tra i capelli cercando di tastare quella brutta protuberanza al centro della nuca; ne verificava la consistenza e lo spessore, cercando di capire se, col passare dei giorni potesse migliorare o magari scomparire del tutto.
Giulia aveva bisogno di sapere che un giorno, quella brutta cicatrice sarebbe potuta finalmente sparire, per sempre. Eppure la nonna sapeva bene che quello non era l’unico sfregio che deturpava il gracile e meraviglioso corpicino di Alice.

… continua.

LA FUNAMBOLA.

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“Stiamo per assistere al più incredibile spettacolo di traversata, all’esibizione della più grande professionista di funambolismo. Sosteniamola con un applauso di incoraggiamento! Tra pochissimo -Sandy Air Queen- tenterà la sua più grande impresa!”
La telecamera era puntata verso l’alto a inquadrare un filo che legava due montagne e un esiguo gruppetto di operatori teneva lo sguardo fisso lassù, attendendo che la donna comparisse per affrontare il vuoto.

Tutto cominciò da bambina.
Era timida, impacciata, riservata. Aveva perso entrambi i genitori all’età di due anni. Quel giorno, come sempre, la accompagnarono all’asilo nido per poi imboccare la strada statale per sbrigare una commissione di routine. Il terribile incidente capitò durante quel tragitto.
Fu allevata con amore dai nonni materni, per fortuna ancora piuttosto giovani. La educarono con affetto ma presto sopraggiunse il momento di svelarle l’accaduto: “ il tuo papà e la tua mamma ti vogliono un immenso bene e ti proteggono dal cielo!” Le sussurrava dolce la sua nonna, trattenendo a gran stento le lacrime agli occhi.
I numerosi dottori e psicologi che la visitarono le diagnosticarono una rara patologia: le “gambe senza riposo” e sin dalla scuola primaria questa malattia divenne ovvio motivo di scherno da parte di qualche suo compagno e il problema si accentuò quando frequentò la scuola media.
Le era impossibile restare tranquillamente seduta al banco. Le sue gambe cominciavano ad informicolarsi, a farle male e se rimaneva ferma per più di mezz’ora, immancabilmente veniva colta da forti dolori, un misto tra una scossa elettrica e dei crampi. La muscolatura si irrigidiva, senza intenzione alcuna, causando degli spasmi che tiravano continui calci all’aria.
A volte il suo disturbo era così intenso da riuscire a capovolgere persino il suo banchetto con tutto il materiale che gli era stato appoggiato sopra.
Di riflesso ne risentì anche il rendimento scolastico poiché disattenta alle spiegazioni dei vari professori, Sandy tentava in continuazione di tenere a bada e senza riscontro i suoi arti inferiori.

Tuttavia, nell’ora di educazione fisica, tutti i suoi compagni procedevano tremanti e instabili sull’asse di equilibrio mentre Sandy lo percorreva senza la minima fatica, in maniera del tutto naturale.
La sindrome di cui soffriva, per contro, svaniva del tutto durante un qualsiasi movimento.
Sull’asse era guidata dal suo istinto, ne carpiva rapida la direzione e allineava i piedi perfettamente, uno davanti all’altro. Le risultava facile camminare così, centrando le sue suole a quello scarso spessore offerto dall’attrezzo.
Durante un’altra lezione di ginnastica qualcuno le avanzò addirittura la proposta di eseguirlo bendata; Sandy accettò. Come dotata di un terzo occhio e grazie a un talento naturale, arrivò senza indugi alla fine, come fosse niente. I suoi piedi riuscivano a percepirne la materia, l’energia, nello stesso modo in cui e a volte, un cieco può compiere azioni davvero straordinarie.
Senza barcollare, dritta e perpendicolare avanzò decisa captando anche nel buio ogni sguardo di incredula ammirazione.
“Brava Sandy!” “Ma come fai?” “Sei fantastica!”.
Quei complimenti erano una rara occasione di gioia.

Sandy lavorava al suo baricentro, riusciva così a dosare forza e equilibrio in maniera del tutto eccezionale. Non era raro incontrarla per strada mentre passeggiava sullo stretto bordo di un marciapiede oppure sorprenderla a qualche metro da terra, arrampicata su un albero mentre ne percorreva in perfetto equilibrio un ramo. Quella sua forte passione era ritenuta da molti stravagante o bizzarra, da pochi altri quasi affascinante. Tuttavia, al di fuori della scuola, tutti preferivano ignorarla a causa delle sue stranezze.
Poco tempo dopo, assistendo ad uno spettacolo circense, venne folgorata da un numero di equilibrismo. Un clown passeggiava su una corda tesa a pochi metri da terra, con le sue grosse scarpe e nonostante lo trovasse ridicolo, Sandy si illuminò di gioia, entusiasta.

Un filo! Non aveva mai pensato di poter restare in equilibrio su un filo!
Da quel giorno scoprì il funambolismo.

Quel cavo lungo circa ottocento metri aveva ricevuto amore e infinita cura. Per anni aveva trovato posto all’aperto, nell’erba alta, affinché pioggia e sole potessero ripetutamente penetrare nelle sue fibre temprandole, educandole e rendendole così perfette e resistenti. Sandy, successivamente, ne aveva personalmente sgrassato ogni sua trama con una precisione tale da poter sfiorare il maniacale.
Lo impugnava ben stretto, centimetro dopo centimetro, flettendolo un poco e riscaldandolo. Le mani le scivolavano decise sulle sue turgidità e per tutta la sua lunghezza. Per preparare un ottimo filo di una tale misura occorrono mesi; è necessario captarne ogni possibile difetto e l’essenza di ogni suo minuscolo rilievo.
Per mantenerlo immobile, Sandy se lo infilava tra le cosce serrate e poi lo strofinava con cura utilizzando un panno di daino inumidito di benzina e infine lo spazzolava energicamente. In questo modo il filo veniva privato dì ogni possibile, singola e minuscola traccia di grasso che, da sola, sarebbe potuta bastare a compromettere l’intera impresa.
Il miglior funambolo e il suo strumento devono raggiungere una simbiosi totale, divenendo un tutt’uno, occorre entrare in completa confidenza con la sua microstruttura, conoscerne i punti opachi o le lucidità, i piccoli rilievi o ogni debolezza e il lieve cedimento della sua trama.

Sandy presenziò anche “all’aggancio”.
Al mondo non esisteva nulla di più affascinante che osservare un cavo metallico “legare” due vette con la trazione e la durezza necessarie a tagliare di netto il mirabolante vuoto che naturalmente le separa, rendendole “diversamente raggiungibili”, unite artificialmente tra loro da un segmento di contatto semi-rigido. Una tangibile rappresentazione di sfida alla natura e in contemporanea al destino e il tutto a due passi dal cielo.
Il filo deve essere fissato alla roccia con l’essenziale esperienza e occorre affidarsi in tutto e per tutto al volere della montagna, affinché le sue pareti possano donare la giusta sicurezza e un valido appiglio.
Ogni minimo errore di valutazione del terreno o delle sue sporgenze avrebbe potuto risultare fatale.
E’ sempre importante capire il punto preciso in cui sistemare il moschettone e come regolarne il tirante in modo che il cavo possa oscillare nell’ottenimento del gioco perfetto, rendendolo una specie di filo conduttore tra spazio e tempo.
Il team, servendosi di un elicottero, portò egregiamente a termine quel lavoro.

Il brusio dei pochi spettatori, la cui eco risuonava grave nella valle, cessò rapidamente. La sagoma della donna, divenuta ormai solo un piccolo puntino nero, aveva raggiunto la base di partenza: una piccola piattaforma in acciaio, sporgente e quasi in cima alla vetta che, a ben vedere, si stagliava violenta spezzando l’armoniosa discesa del pendio.
Sandy era pronta, in linea perfetta con il cavo. Lassù, ogni volta, sentiva svanire ogni timidezza.

Tutti sostavano immobili a testa in su, in riverente attesa, in un rigoroso e innaturale silenzio nel quale anche un normale respiro avrebbe regalato a chiunque un vero e proprio sussulto di spavento.

Era la trentaduesima esibizione di Sandy ormai soprannominata “Air Queen”.
La donna aveva sfidato e sovrastato il cielo di ogni stato del mondo. Attraversò la Senna a venticinque metri da terra e a Tokio raggiunse i sessanta. Poi fu il turno di Cina, Germania e Londra dove passeggiò a centocinquanta metri, nell’aria e quasi toccando le nuvole. Appena in tempo riuscì ad effettuare la sua impresa anche tra le Twin Towers, soltanto qualche anno prima della loro terribile distruzione, percorrendo un cavo lungo sessanta metri a un’altezza di 200 metri e aiutata da un bilanciere che, per l’occasione, raggiunse gli otto metri.
Chi riuscì ad ammirare quello spettacolo, restò per circa due ore senza fiato e a bocca aperta, osservando con tensione quell’esile e sinuoso corpicino danzare con il suo attrezzo in bilico tra vita e morte.
Sandy aveva rinunciato da tempo ad ogni tipo di protezione o di messa in sicurezza. Quello che desiderava era proprio il rischio, la sensazione adrenalinica di sentirsi viva, in balia del destino. Desiderava dimostrare una sorta di invincibilità, era alla ricerca della fama e dell’immortalità.

Tuttavia, in quota, si era reso necessario rinunciare al bastone. A quelle altezze l’aria sopraggiunge con folate brevi, intense e piuttosto improvvise per cui un bilanciere esposto al vento risulterebbe più pericoloso che utile.

Effettuare quella traversata rappresentava la massima aspirazione di Sandy. Si era preparata e allenata per moltissimi anni, sempre supportata e incitata dal suo team. Probabilmente quella spettacolare esibizione avrebbe rappresentato l’apice della sua carriera, l’impresa straordinaria per cui tutti l’avrebbero dovuta ricordare. Avrebbe stabilito il record assoluto: la più alta traversata mai eseguita da un funambolo.

Sul filo doveva avanzare leggera, non poteva permettersi alcun pensiero, alcuna emozione. Non percepiva nemmeno la brezza gelida che la carezzava sul viso. Rimase per qualche istante con gli occhi chiusi, immobile.
Gli spettatori la osservavano incantati, impazienti, ammirati.
Lei si percepiva importante, onnipotente. Sovrastava il mondo circondata dalle nuvole.
Avanzò il piede d’appoggio, l’alluce e l’indice divennero filo e il filo si trasformò in suola. Si inginocchiò nell’aria, lentamente. Lasciò il suo ringraziamento e il suo saluto.
Poi, rialzandosi con grazia e leggerezza, mosse i suoi passi fermi, stabili. Il tempo modificò la sua essenza, divenne superfluo. Tutti erano concentrati sull’attimo, sul presente, in una visione di eternità.
Sandy avanzava con le braccia aperte e osservata dal basso poteva sembrare un uccello, forse un elegante falco.
Tutta la tecnica risiedeva nel contatto, nella calma, nel ritmo. Sandy non riteneva di dover dimenticare il filo, viceversa anelava impadronirsene. Sapeva addirittura inghiottirlo, passo dopo passo renderlo suo, assecondando con dolcezza ogni minima vibrazione. La sua mente avrebbe soltanto dovuto mantenere ben fermo il baricentro del suo corpo situato all’incirca sopra l’ombelico. L’enormità dello spazio vuoto che la circondava le permetteva di percepirsi un perfetto microcosmo nel macrocosmo e un solo secondo di immobilità, in quella condizione, suscitava un’incredibile armonia di tutte le cose ma soprattutto della mente.
Il vuoto sotto di lei le regalava ondate eccitanti di adrenalina, la vetta che stava raggiungendo emanava la più rara energia attirandola a sé, magnetica.
Il suo respiro era alleggerito, non sarebbe bastato a far vibrare un solo vessillo di una piuma.
Sandy aveva affidato alla terra la sua natura umana, lassù era diventata soltanto arte, in ogni possibile forma.
I suoi passi si tramutarono presto in una danza ammaliante e ipnotica che suscitava negli spettatori una miriade di pulsioni, alimentava tutti i possibili desideri e i sogni di ciascuno.
I raggi del sole la raggiungevano lassù meno obliqui, regalandole una luminosità quasi divina e nel suo gioco cavalcava il vuoto trasmettendo destrezza, passione, e una grande dose di erotismo.
Si arrestò e tutto si fermò attorno a lei.
Azzardò piano una verticale. La sua spettacolare evoluzione rasentava l’impossibile. Un cavo di ventiquattro millimetri di diametro fungeva d’appoggio alla sua nuca.

Tornò delicata in posizione, ricominciò a camminare. Ora dominava il mondo che si trovava completamente ai suoi piedi.
Non esisteva davvero impresa più ardua di questa, tuttavia Sandy non faticava affatto durante quell’esecuzione. Ciò che stava compiendo, di colpo, non le sembrò più nemmeno straordinario come ogni cosa che si realizza perde presto il suo fascino.
Ormai era quasi alla fine, alla fine di tutto. Stava raggiungendo l’arrivo, la seconda vetta, l’altra piattaforma.
Si domandò cosa sarebbe accaduto dopo.
Forse la sua impresa avrebbe potuto esser presto dimenticata.
Giunse una discreta folata di vento. Nemmeno la scalfì. Rimase stabile e nella postura ottimale ma percepì quell’aria trapassarla e scivolarle via, tra le gambe.

Mancavano pochi metri alla meta. Si arrestò di nuovo, ancora immobile con le gambe ben ancorate all’anima della corda.
Si sedette su di essa. Si lasciò scivolare all’esterno afferrandola salda con le mani e si lasciò penzolare nel vuoto.
Persino le telecamere tremavano riprendendo la scena.
Osservò il panorama. Per la prima volta provò l’emozione sul filo. Assaporò quella parziale assenza di gravità.
Lasciò la presa di una mano.
Lasciò anche l’altra.
Volò via, libera e vulnerabile compiendo una caduta memorabile nel vuoto assoluto e così lo sconfisse, per sempre.
Neanche gli spettatori giù a valle riuscirono ad urlare, il presentatore dimenticò di parlare. La scena fu calcata dal nulla, dal silenzio.
Tutti avrebbero ricordato quell’esibizione per il resto della propria vita.

“Sandy! Tocca a te. A cosa stai pensando? Non te la senti neanche oggi di salire sull’asse di equilibrio?”
Sandy non rispose, abbassò soltanto lo sguardo.
Il professore dispose: ” Allora ragazzi, ora potete anche cambiarvi!”
Sandy seguì a distanza e solitaria i compagni mentre si avviavano agli spogliatoi della piccola palestra, il solito gruppetto di bulli si burlava di lei ridendo:” Sandy gambe matte! Perché non provi a salire sull’asse? Hai paura?”

Oppure…

Sandy fu ricordata per aver perso la vita nel tentativo di realizzare la più grande impresa di funambolismo in quota.

Non ha importanza, forse.

…Perché le nostre paure, spesso si incontrano lungo la strada che abbiamo intrapreso per dimenticarle. Allora, può darsi che occorra più coraggio nel camminare con i piedi ben saldi alla terra, piuttosto che cercare di fuggire percorrendo fili sottili e campati in aria.

(Dedicato a Tancrède Melet, glorioso funambolo).

Riscrivendo…

Ho ripreso questo racconto un po’ lungo, a puntate e vecchio vecchio. L’idea non era male, lo sto correggendo. Era davvero sgrammaticato!😊 Chi non l’avesse letto può approfittare qui. Man mano lo riscrivo e lo riposto. Adesso mi soddisfa. Oh!

Ciao!
CAOS (parte 1) – http://wp.me/p648Eg-4v

UN MOTIVO.

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Gino asciugò il vetro con la manica per ripulirlo dalla patina sottile di condensa causata dal vecchio termosifone in ghisa che esalava di continuo e sbuffando continue folate calde. Come ogni pomeriggio si era accostato a quella finestra con l’intento di osservare il grande giardino.
Lo splendido vialetto in porfido rosa collegava il cancellone in ferro dipinto di verde e che veniva lasciato sempre aperto, con l’entrata dello stabile col suo largo portone in vetro e acciaio e serpeggiava zigzagando tra betulle ormai del tutto spoglie e cespugli di azalee che si erano ritirati nel loro consueto letargo invernale.

Esattamente al centro di quello spiazzo verde, si ergeva fiero un grande pino che resistendo per natura al gelo, riusciva a conservare sebbene intirizziti tutti i suoi aghi ancora verdi e che con la sua pungente chioma, quasi accudiva una panchina di cemento posta proprio dinanzi al suo largo e stabile tronco.

Ogni giorno e sempre alla stessa ora, un’arzilla signora (e a dire il vero anche un poco anziana) con passo piuttosto spedito si inoltrava in quella viuzza.
I suoi modi erano fini e delicati, la sua andatura pareva una danza leggera, i suoi occhi azzurri e chiarissimi spiccavano ancora più vispi dietro a un paio di occhiali neri, spessi e tondi, che più per un’abitudine o quasi un ticchio, era solita accomodarsi con l’indice e di continuo bene bene in cima al piccolo naso “alla francese”.
A contraddistinguere quella donnina e a renderla davvero speciale era la gioia che le si poteva leggere sul volto; le apparteneva una rara espressività luminosa che le regalava senza dubbio un aspetto giovanile e piuttosto simpatico.
Sorrideva sempre. Sorrideva ai raggi del sole che filtravano fino a terra spezzati dai rami, al volo libero di una farfalla, al ghiaccio birichino che penzolava dai cornicioni e persino alle pozzanghere con i loro giochi di riflessi o al passaggio furtivo di un gatto.
Sorrideva a tutto.
In primavera, più volte, capitava anche di poterla osservare mentre immobile contemplava un qualsiasi fiore appena sbocciato. Si chinava lentamente, forse rigida a causa di un po’ di mal di schiena e allorché non le fosse possibile annusarne il profumo, ne sfiorava i petali con l’indice ben affusolato, delicata e desiderosa di carpirne quella vellutata e misteriosa consistenza.
Se poi incontrava qualcuno lungo il suo percorso, salutava felice, sventolando la sua manina sottile e rugosa e socchiudendo i suoi meravigliosi occhi che diventavano piccoli e lucenti tanto da apparire come due fessure profondamente illuminate.
Quando le capitava di incrociare qualche malizioso ragazzino o un piccolo bambino tenuto per mano dalla mamma o dalla nonna, allora si arrestava all’improvviso, ben dritta e frugandosi in tasca ne ricavava sempre qualche caramella colorata che vi era stata appositamente infilata per quella eventuale occasione. Distendendo del tutto il braccio e inclinando la testa in una maniera realmente amichevole, la porgeva così ai discoletti, accompagnandola sempre ad una infallibile e calda risata e ottenendo di scambiare due chiacchiere anche con le personalità più difficili, timide o riservate.
Una volta raggiunto il grande pino soleva sedersi sulla sua bella panchina, osservandosi attorno sempre appagata e soddisfatta. Dopo essersi accomodata e aver sistemato bene sulle sue gambe magre la borsa di pelle marrone che portava a tracolla, ne estraeva un gonfio sacchettino di plastica. Con una straordinaria calma scioglieva il nodo apposto alla sua estremità e affondandovi dentro tutta la mano vi pescava un pezzo di pane raffermo. Allora lo spezzettava con cura e una volta ridotto a piccoli cubetti, cominciava a lanciarli, disseminandoli lì intorno. Attendeva quindi sicura, con sapiente pazienza e soprattutto con un grande sorriso, l’arrivo e le planate di diverse specie di uccelli che dapprima scrutavano diffidenti l’ambiente, poi golosi e voraci afferravano avidi nel loro becco un piccolo bocconcino. Ecco che dispiegavano di nuovo le loro ampie ali per volare via ma per poi ritornare presto, ancora più avidi. Potevano essere pettirossi, merli o, nelle giornate più fortunate, persino delle magnifiche gazze, grigie e bianche con la coda squadrata, lunga e vibrante.

Gino riusciva persino ad intuire se, dopo aver sfamato tutti i volatili della zona, la donna si fosse anche potuta dedicare alla lettura.
Spesso sostava sulla panca più di un’ora, reggendo tra le mani tremolanti un volume preferibilmente non rilegato e dal quale penzolava la stessa treccina di lana, blu e gialla.
In caso di vento questa oscillava in perfetta sincronia a qualche sottile capello ormai bianco che si agitava libero nell’aria, sfuggito per sbaglio dall’aristocratico chignon.
Leggeva anche in quella stagione fredda, avvolta da un elegante e pesante cappotto beige che aveva tutta l’aria di essere davvero morbido, caldo e parecchio confortevole.

E quel pomeriggio andò esattamente così.

Gino si perdeva ad osservare quel grazioso viso che assorto nella lettura mutava continuamente espressione e avrebbe certo saputo indovinare se il capitolo fosse stato allegro, triste o piuttosto soltanto avvincente. In cuor suo nutriva forte la speranza che, prima o poi, quella donna si potesse accorgere di lui, di quel volto anziano e forse un po’inquietante nascosto dietro a quella finestra.
Forse, prima o poi, avrebbe trovato il coraggio di scendere in cortile e l’avrebbe salutata con emozione e cortesia: “buongiorno bella signora, sono Gino. La osservo da un po’ passeggiare nel parco. Mai nella mia vita mi sono innamorato di una donna dunque non so se ciò che provo per lei possa esser considerato amore ma… desideravo davvero conoscerla… e di persona e… con tutto me stesso. Ho il gentil permesso di poter restare e tenerle compagnia? Le prometto di non disturbare troppo la sua lettura! La guarderò soltanto da più vicino.”

Lei gli avrebbe certamente sorriso.
Seduti vicini, entrambi avrebbero sorriso al sole, agli alberi, ai fiori, alle farfalle, ai ragazzi e ai bambini… forse alla vita intera.

Tuttavia, altre volte, il cielo regalava una pioggerellina noiosa oppure persino fitta. Allora il giardino si tingeva di grigio e risuonava vuoto e spento, come se ogni cosa risultasse assopita o addirittura crollata in un pesante sonno, avvolta stretta da una coperta di plastica lucida che solo l’allegra signora sarebbe stata in grado di poter scoprire, durante il suo successivo passaggio.

Gino l’aveva chiamata così: signora Gioia.

Sussultò.

“Gino, è l’ora della terapia!”
Un’infermiera si avvicinò alla sedia a rotelle e afferrandola la ruotò su se stessa per direzionarla verso l’uscio che dava sul lucido corridoio bianco.
“Guardavi ancora dalla finestra Gino?”
Gino non rispose, si limitò ad abbassare la testa.
“Osservavi la bella signora?”
Nessuna risposta: l’ometto continuò a fissarsi le cosce avvolte da un pigiama a costine.
“Cosa stava facendo oggi di bello?”
Con un filo di voce Gino si decise a parlare, quasi balbettando.
“Oggi rileggeva Anna Karenina.”
“Che donna interessante, capisco perché ti piace così tanto! Scusa Gino, abbasso la tapparella, tanto ormai in inverno vien buio presto. Tranquillo che ormai la tua signora è già tornata a casa sua. Va bene? Posso?”
Il vecchietto si limitò a fare un cenno lento e affermativo con la testa.
L’infermiera si avvicinò alla finestra che dava su un piccolo e quasi inesistente cortile interno del tutto ricoperto di cemento e a sua volta circondato da altri edifici appartenenti alla casa di riposo. La donna afferrò rapida la corda, calò la tapparella e ritornò ad impugnare la carrozzina di Gino.
“Mi hai promesso che un pomeriggio di questi mi accompagnerai in giardino!” Sibilò nostalgico lui, con la frase più lunga che ebbe mai pronunciato da quando, circa tre anni prima, fu ricoverato nella struttura.
La donna si immobilizzò per qualche secondo poi si limitò a rispondere dolcemente: “Ci penseremo! Dai, ora andiamo giù in ambulatorio, forza, da bravo, premi tu il bottone e chiama l’ascensore…”

Dedicato con un “grazie” a tutti coloro che si occupano ogni giorno delle persone anziane, con amore, con riguardo e tanta attenzione preservandone speranze, sogni e illusioni ma soprattutto quell’angolino di felicità, qualunque o dovunque esso sia.

ATTIMO D’ECLISSE.

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 Ascolta…

Per il mare, per i suoi luccichii e i moti delle sue onde, i colori che vi si riflettono dell’alba e del tramonto, la vita che gli scivola sopra e per le sue profondità, buie e nascoste, insidiose, inesplorate e spesso custodi di misteriosi relitti.
Se il mare fosse privo di abissi assomiglierebbe a una pozzanghera e la sua limpidezza e gli sfavillii verrebbero sostituiti dal fango.

Per i vertiginosi pendii della montagna, per il loro lato esposto alla luce, per i colori caldi e per quella metà che resta fredda e avvolta dall’ombra.
Se le vette fossero sempre illuminate, per intero, perderebbero ogni chiaroscuro risultando senza dimensione, piatte.

Per un albero, per la sua fronda rigogliosa d’estate e rinsecchita e addormentata in inverno, per le sue radici che si fanno strada nella terra, imperfette protuberanze sporche.
Senza radici non esisterebbe nessun albero, nessun frutto, nessun fiore.

Per il pezzo di mondo che ci è dato di conoscere, nel quale sappiamo come non perderci mai, per i luoghi che invece immaginiamo e resteranno sempre irraggiungibili.
Se non ci fossero luoghi lontani e sconosciuti dove mai crederemmo di poter fuggire?

Per ciò che siamo fuori, per ciò che tutti vedono di noi e viceversa, per i segreti che ci teniamo ben nascosti dentro.
Se fossimo completamente trasparenti risulteremmo invisibili e quindi soli.

Per il sole e per la luna, per il giorno e per la notte, il bianco e il nero, il cielo e la terra, Mercurio e Plutone, il passato e il futuro, i desideri e la realtà, il Re e lo schiavo, il buono e il cattivo, il bello e il brutto, la gioia e la tristezza, la libertà e la prigionia, il bene e il male, l’obiettivo e l’imprevisto, la musica e lo stridere, il silenzio e un grido, il riso e il pianto, la calma e il terrore, il paradiso e l’inferno, la ricchezza e la povertà, la pace e la guerra, la speranza e la delusione, l’inizio e la fine, il salto e la caduta.

Nulla si può contro la natura.

In questo attimo sono (siamo) sovrapposti e le metà diventano intero.
I colori negativi e positivi, insieme.
Ora o tutto è luce o tutto è tenebra: una rivelazione.
Un’eclisse, spettacolo di indescrivibile bellezza.

E in un’eclisse anche la confusione.

Nel “Solelunio” né è giorno, né fa notte. Non esiste bianco e nemmeno nero, tutto è posseduto da un tono di grigio. Come a testa in giù, cielo e terra si capovolgono scambiandosi. Mercurio diventa di ghiaccio e Plutone brucia nel fuoco. Il passato e il futuro si azzerano nel presente, si spengono desideri come candele ormai consumate. Lo schiavo comanda il Re e il Re adora lo schiavo, il cattivo diventa un po’ buono, il buono anche cattivo, bello e brutto si fondono in un mediocre.
Non esiste più vera gioia senza la tristezza, nessuna libertà senza esser stati mai prigionieri. Il bene abbraccia il male e contagia così il bene. Si anela l’obiettivo di un imprevisto mentre la musica crea sottofondo a grida di silenzio.
Si piange e si ride senza più capirne il motivo e senza temere più nulla.
Nessuno può giudicare le azioni, è pace per una delusione e speranza per una guerra; non c’è una fine e nemmeno un inizio ma soltanto un breve e interminabile durante, nessuno stimolo e nessuno sbaglio.

Un principio di apocalisse.

Il sole si sta spegnendo e la luna d’argento si sta sciogliendo.
Forse un bacio.
Sono fermi. Fermi ad aspettare che tutto presto finisca.

E per fortuna dura un attimo, appena.
Il resto è pena.

Di nuovo sole e di nuovo luna.

Un saluto per conservare la libertà di immaginare e la forza di credere.
Che ci sia desiderio e sogno, commozione, gioia, rassegnazione, nostalgia, rispetto, tristezza, malinconia, solitudine, emozione, accettazione.
AMORE, senza fine.

Ogni cosa pian piano ritorna al suo posto tra bagliori e raggi di vita e turbinio di colori meravigliosi.
Il sole carezza la luna, la luna lo accoglie riempiendosi  della sua luce.
Ecco, è gravida d’amore da rilasciare al mondo intero e all’universo.

Che sia un felice giorno e una serena notte, per tutti.

E la realtà è che siamo fatti di attimi. E di atomi, di materia. Di energia, di spirito e di anima.

Noi siamo.
Ma siamo sempre metà.
Sorrisi a metà.

ECCO MARIO (da caffè letterario).

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Riappoggiò ancora una volta il bicchiere accanto alla bottiglia ormai vuota. Tutt’intorno al tavolino in vetro, segnato da innumerevoli aloni di polveri morbide e grigie che da troppo tempo ne occultavano la dimenticata trasparenza, erano state abbandonate pigramente le più svariate calzature. Degli stivali di gomma nera, zeppi di fango rinsecchito, che staccatosi dalle suole si era depositato bene appallottolato sul pavimento. Esaminandolo sarebbe persino stato possibile trovare qualche stelo d’erba mozzo e appassito. Sempre lì intorno riposavano da tempo anche dei mocassini scamosciati, logori, dalla tomaia consunta e dalla quale si dipartivano delle lunghe stringhe talmente sporche di cui nessuno avrebbe saputo indovinarne il colore originale.
Più verso destra si trovavano anche delle scarpe da ginnastica, forse in pelle. Il paio più chiaro era parecchio ingiallito mentre l’altro pareva stranamente in buono stato nonostante esibisse quasi con orgoglio una grossa macchia presumibilmente d’olio.
L’arredamento dell’appartamento era decisamente minimalista e risalente ai primi anni ottanta. Consisteva semplicemente in un divano di alcantara ormai particolarmente schiarito e del tutto consumato sulla seduta preferita che era posto dinanzi a un mobile di noce chiaro, al quale era appoggiata una televisione non molto grande. Nel locale adiacente si intravedeva da una porta scura e lasciata socchiusa un’essenziale cucina bianca non molto pulita e dal lavello maleodorante ove erano impilate alcune pentole e altre stoviglie, forse da giorni.
Adiacente al muro principale del piccolo locale era appoggiato storto un tavolino pieghevole e senza dubbio traballante, sotto al quale erano state malamente infilate due sedie assai sgangherate da campeggio.
Un tendone beige pesante oscillava a qualche spiffero che senza fatica filtrava dai serramenti in legno, anch’essi malridotti, che avrebbero volentieri gradito una messa a punto e una bella lucidatura.

Mario, regalandosi una stiracchiata e dopo essersi dato una grattatina alla spalla, spense la televisione. Già da ore stava così, incantato, da dietro la sua bottiglia a osservare il canale dei documentari. Se avesse lasciato trascorrere soltanto un’altra manciata di secondi in quella posizione, si sarebbe potuto addormentare. I suoi occhi lucidi, a causa degli innumerevoli sbadigli, faticavano sul serio a restare aperti e dovette compiere un vero e proprio sforzo per rialzare solo un poco le palpebre e poter osservare l’orologio in plastica, del Mulino Bianco, ormai un pezzo di antiquariato, che ticchettava appeso alla parete e segnava le undici.
Ogni mattina trascorreva più o meno così da un paio d’anni a quella parte.
Eppure l’omone si coricava sempre a tarda ora, tuttavia mai abbastanza sfinito; e giusto il tempo di sonnecchiare malamente tra una giravolta e un’altra in quel grande letto matrimoniale freddo e rimasto da troppo tempo parzialmente vuoto, e si ritrovava presto sveglio con il canto del gallo, sempre alla solita ora: intorno alle 6.
Così Mario riusciva ad annoiarsi già in mattinata. Era diventato apatico e pigro. Proprio per questo motivo avrebbe desiderato avere un sonno migliore ma d’altronde… quando si trascorre più di mezza vita puntando la sveglia alla stessa ora, festività comprese, si rischia di rimanerne fisiologicamente assuefatti e non resta che rassegnarsi completamente e anelare a una lunga dormita almeno ogni tanto; cosa assai probabile quanto il realizzarsi di un miracolo.
Tornando al nostro grosso Mario, lo troveremo ormai pronto a varcare la soglia.

Trascinò i piedi avvolti in orridi calzini di spugna infeltrita. Se mai fossero stati tolti si sarebbero anche potuti utilizzare come parte integrante di una scultura.
Con un movimento del piede raddrizzò il primo paio di scarpe che gli capitò sotto al naso, dal quale, per dirla tutta, penzolavano alcuni ciuffi di pelo brizzolato. Le calzò senza nemmeno chinarsi e sforzandone il colletto che ovviamente risultava già del tutto sformato.
Si diede una rapida sistematina cercando di distendere alla meglio la felpa almeno fin sotto l’ombelico e, viceversa, tirando con moderata forza e un po’ all’insù i pantaloni della tuta, in modo da accomodarseli alla meglio in vita, per cercare di nascondere in toto la parte terminale del righello del suo grosso “lato b”, troppo abituato sul divano a rimanere parzialmente esposto all’aria fresca.
Richiuse dietro di sé l’uscio di casa, semplicemente con una spinta causando un fragoroso rimbombo che echeggiò nelle scale fin giù alla piccola cantina e poi svogliatamente diede due giri di chiave.
Si lasciò alle spalle la piccola villetta ormai da ristrutturare con i suoi muri grigi e scrostati e il suo modesto giardinetto infestato da edere e gramigna.
Si avviò piano e con passi pesanti lungo il vialetto che conduceva in centro paese. Avrebbe dovuto acquistare almeno del pane. Camminava lentamente, barcollante e con un po’ di fiatone, sbuffando di tanto in tanto senza un apparente motivo. Percepì qualche brivido, probabilmente avrebbe dovuto indossare la giacca ma se ne infischiò di quel venticello ancora un poco gelido, tipico di un’acerba primavera, che spirava frizzante e discendeva giocoso dai pendii dei monti che circondavano la campagna.

Un camioncino adibito alle consegne a domicilio del piccolo negozio di alimentari si arrestò bruscamente sulla stradina sterrata sollevando un polverone che travolse Mario e gli si adagiò ovunque: nei capelli arruffati, sui suoi vestiti scuri e, in buona parte, gli finì anche negli occhi costringendolo a sfregarseli per più di qualche minuto. Sulle prime avrebbe desiderato “gridarne quattro” a quella sottospecie di conducente tuttavia, lasciò perdere. Dopotutto quel terriccio chiaro non si notava poi così tanto. Se questo fosse accaduto anni prima… Mario si sarebbe fatto certamente sentire, eccome! Ma oramai nulla o poco nulla conservava ancora importanza.

Mario sfilò assai instabile e a testa bassa davanti al furgoncino osservando con la coda dell’occhio quel tizio che non si era accorto di nulla, così intento a scaricare due grosse buste della spesa, gonfie e lucide per poi accingersi a depositarle sotto il portico di una villetta dal cui uscio si affacciò un’allegra vecchietta dai capelli bianchi. La donna rugosa sorrise a quel fattorino sventolandogli poi felice la manina sottile in segno di saluto e contemporanea approvazione.

Mario proseguì osservando a terra e solo di tanto in tanto alzando lo sguardo, distratto soltanto dal volo di qualche insetto.
Mario era terrorizzato da api e vespe.
Ancora ricordava quel giorno, all’incirca una ventina di anni prima.

Mentre raccoglieva goloso l’uva dalla vigna di un amico, per sbaglio ebbe a che fare con un alveare. Se lo ritrovò nelle mani insieme a un bel grappolo dai grossi chicchi neri. Per quanto fu lesto a lanciarlo e a darsela a gambe levate, ma soprattutto entro le proprie possibilità di corsa veloce, fu punto dappertutto da almeno una quindicina di quelle bestiacce.
Da quel giorno monitorò a mo’ di radar ogni volo di insetto che si trovasse nel suo più ampio raggio d’azione.
Purtroppo dovette scoprire di risultare fortemente allergico alle punture d’insetto e quella fu l’occasione perfetta per far visita, suo malgrado, al più vicino ospedale.
La prima cosa che notò al suo risveglio, dopo una parentesi di incoscienza, fu la sua Ada accanto alla valigetta nera.
Sua moglie era accorsa immediatamente al suo capezzale.
Con una velocità inaudita, a seguito di una telefonata, nonostante le troppe lacrime agli occhi le offuscassero la vista, in pochi secondi riuscì ad infilare diversi cambi di biancheria nella piccola valigia e in men che non si dica gli fu accanto.

E soprattutto in quel momento Mario notò i suoi bellissimi occhi azzurri, ancora lucidi.
La donna si rizzò in piedi e gli carezzò dolcemente il volto, chinandosi gli lasciò un leggero bacio sulla fronte.
“Mario, sei stato sfortunato. Sei allergico alle vespe. Non lo sapevi vero?”

Quei ricordi gli soggiunsero forti proprio presso la “sosta obbligata”: una panca di sasso posta a metà percorso tra la sua abitazione e il paese. Distese le gambe notando che le toppe sulla tuta e in corrispondenza delle ginocchia, si erano irreparabilmente forate.
Non gli importò. Non le avrebbe mai sostituite.
Ada adorava cucire e ricamare.
Ada le aveva applicate quella sera, chiacchierando allegramente come al solito e raccomandandosi poi con Mario di indossare quei vecchi pantaloni soltanto tra le mura domestiche.
Mario, per tutta risposta, sorrise soltanto lasciando sottintendere che poi avrebbe fatto di testa sua, come sempre.
Ada gli avrebbe “tenuto il muso”. Quando veniva contraddetta era solita chiudersi in sé stessa, ma alla sera, prima di coricarsi, vigeva come ogni volta una specie di legge per cui qualsiasi litigio o incomprensione tra i due doveva cancellarsi tramite il bacio della buonanotte. Non era consigliabile, anzi del tutto inutile, addormentarsi arrabbiati.
E così ogni volta il rituale del perdono si ripeteva, notte dopo notte, e la loro unione grazie anche a questo piccolo segreto, riuscì a protrarsi serena, fino a quel giorno.
Quel giorno in cui Mario cominciò a bere.
Non appena Mario cominciò a percepire la sua pensione, la malattia divorò Ada, piano piano, da dentro le ossa. Ada non perse mai il sorriso, nemmeno quando il suo volto si ridusse alle sembianze di un teschio. Per Mario rimase bella, fuori ma soprattutto dentro.
Conosceva bene il grande tormento che da sempre l’aveva attanagliata: l’impossibilità di dare alla luce un figlio e tutti i momenti di sconforto che assalivano Ada, anche improvvisamente. Quanta sopportazione e quanti sforzi furono necessari per mantenere salda la loro unione!
Si erano conosciuti ancora ragazzi durante la serale di ragioneria, scambiandosi sorrisi e bigliettini nascosti e subito dopo giunsero i primi baci . Alla spensieratezza e all’attrazione che muoveva le farfalle nello stomaco seguirono col tempo stima e rispetto, ammirazione e comprensione, bisogni e appagamento.

Mario decise di rialzarsi ma percepì stranamente il respiro ancora un po’ troppo affannoso. Riprese comunque a rilento il suo cammino.
La testa girava più del solito, forse aveva esagerato con il gin a colazione e ciò lo spinse a sollevare un po’ lo sguardo aspirando una bella boccata di ossigeno. Così scorse In lontananza le cime dei monti incoronate da un velo di neve ancora candida che scintillavano contrastando all’azzurro intenso sulla linea dell’orizzonte. Da quanto tempo non osservava più oltre il suo naso? Nonostante fosse stato colto da una strana debolezza non poté distogliere lo sguardo da quel panorama che gli si era improvvisamente rivelato in tutto il suo splendore.

Il respiro tornò istantaneamente affannoso e la vista gli si annebbiò. Si percepì leggero come una foglia e lacerato da un terribile dolore al petto. Si accasciò al suolo con un tonfo sordo tra i ciottoli e la sabbia del viale. Pochi passi ancora e avrebbe raggiunto la strada principale e asfaltata, probabilmente anche più trafficata.
Per una strana coincidenza un’ape gli si posò sul petto. Non se ne accorse nemmeno.
Quando lo caricarono sull’ambulanza qualcuno sussurrò: “ma è il vecchio ubriaco della casa grigia!” Tutti lo conoscevano di vista ma nessuno osava più avvicinarlo. Da quando perse la moglie era diventato burbero e sempre di malumore, nervoso e sul punto di scoppiare come una bomba a orologeria. E beveva, come una spugna. E era sporco, pareva un grosso ratto.

Si narra di una leggenda.

Pochi mesi dopo la vicenda, verso la fine dell’autunno, un gruppo di bambini si avvicinò a un’abitazione abbandonata. Come spesso accade, le case disabitate vengono volentieri prese di mira dai ragazzini che per trascorrere qualche ora all’insegna dell’adrenalinico divertimento e di qualche forte emozione, soltanto dopo essersi narrati paurose storie di fantasmi, stregoneria e altri racconti del genere, vi si inoltrano coraggiosamente, eccitati e magari ridacchiando.

Il caso volle che il ragazzino più alto si sollevò sulle punte dei piedi per osservare gli interni della casa stregata. Spiando così difficoltosamente dall’unico piccolo varco tra le edere arrampicate su quel vetro ormai del tutto opaco, giurò di aver scorto dietro un tendone beige e nella penombra un piccolo tavolino ricoperto dalla polvere, circondato da numerose scarpe vecchie e al quale era appoggiata una bottiglia vuota. Osservando meglio, di sbieco, gli apparvero due sagome illuminate da un flebile lumicino: forse una donna china che sembrava intenta a cucire e un omone, davvero grosso, molto grosso, che le stava accanto e le carezzava i lunghi capelli bianchi.
I discoli fuggirono a gambe levate e da quel giorno nessuno osò più oltrepassare quella recinzione pericolante col suo cancelletto sgangherato.

Occorsero svariati anni affinché l’abitazione fosse messa all’asta ma, per qualche strano motivo, ancora oggi risulta invenduta.
Tutti gli abitanti del piccolo paesino, proprio tutti, sono convinti che, ben nascosta tra le erbacce, la piccola casetta grigia sia ancora abitata dagli spiriti felici di Mario e Ada.

BOHEMIAN RHAPSODY.

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Il semaforo era rosso, in lontananza. Le auto ferme e incolonnate potevano sembrare la lunga coda di un drago di cui, a malapena, fosse possibile immaginarne la testa, lontano, giù in fondo; così incastrata tra le montagne ocra e brulle che circondavano la provinciale su tre lati, pareva la serrassero nella gola di una immaginaria creatura ancora più grande. Da quel serpentone sbuffavano ad intermittenza polveri grigie provenienti dai vari tubi di scappamento. Lateralmente alcune nuvolette quasi bianche, più ridotte e certamente di qualche sigaretta, si liberavano come respiri di condensa da alcuni abitacoli e scivolavano dai finestrini abbassati per poi diffondersi e allargarsi fino a confondersi svanendo nell’aria gelida.
Il termometro digitale del cruscotto indicava meno cinque. L’inverno era sopraggiunto all’improvviso con tutta la sua forza sebbene le cime dei monti non avessero ancora ricevuto nemmeno una misera imbiancatura. La neve aveva tardato la sua comparsa e, come spesso accadeva da qualche tempo a quella parte, sarebbe probabilmente caduta più in là, quando nessuno ne avrebbe più percepito la mancanza ormai desideroso della primavera.
Osservando quelle linee curve e armoniche che si stagliavano nel suo orizzonte, Edo si immaginò alcune donne come giganti, distese supine, e quei monti sodi si trasformarono magicamente in grandi seni accolti e accarezzati a mani piene dal cielo. E quest’ultimo, di un azzurro un po’ smonto veniva attraversato dai primi opachi raggi del sole. Con il loro tocco leggero avevano acceso d’oro ogni cosa a terra, viceversa tingevano di scuro i pendii, incastrandovi ombre grandi e squadrate.
Qualche merlo impavido attraversava la strada a pochi metri da terra in cerca di qualcosa da infilarsi nel becco.
Le piante del tutto spoglie che segnavano la fine della campagna, mostravano vulnerabili diversi nidi ghiacciati e abbandonati a se stessi e alla loro secca fragilità.
Il rigore austero della montagna a ovest era interrotto da una macchia chiara, quasi candida: una cava condannata ad esibire per sempre e fin dentro le sue viscere la propria vergognosa e nuda intimità.
Ogni giorno Edo percorreva quel tratto di strada e per sfuggire alla noia e alla consuetudine si lasciava volentieri trasportare dall’immaginazione. Inconsciamente i suoi pensieri prendevano il sopravvento nella sua mente del tutto liberi e modificandosi di giorno in giorno, adattandosi alle energie, all’umore, al tempo e alle più svariate circostanze.
La vita di Edo, così su due piedi, non pareva un granché.
Ormai profondamente deluso dalle relazioni, dalle amicizie e non ultimo dall’ambiente lavorativo, aveva rinunciato a riaprire il suo cuore alle emozioni isolandosi dal mondo e evitando qualsiasi sorta di comunicazione verbale e persino non verbale.
Si percepiva arido, meccanico. Si paragonava ad un robot che eseguiva le azioni necessarie al fine unico della sopravvivenza.
Dieci anni erano trascorsi così, da Sara.
Definirla bellissima sarebbe stato veramente banale. Oltre che di bell’aspetto Sara era buona. Una di quelle pochissime persone che non appena le incontri risultano tanto trasparenti da indurre a pensare di conoscerle da sempre e fin dentro all’anima. Sara era sensibile, sempre disponibile, delicata, fine, educata.
Sara era l’Amore.
Sara sapeva di buono e il suo profumo, soltanto a pensarci, si materializzava ancora nell’abitacolo freddo e umido dell’auto. Mentre Edo osservava ancora stranito oltre il cruscotto assopito da uno stato di semi-coscienza, gli parve di visualizzarla proprio lì, dinanzi a lui, al lato della strada, come fosse reale.
Sara lo osservava gesticolando con la mano invitandolo a lasciare l’abitacolo e raggiungerla. Sorrideva.
Edo percepì tutt’a un tratto il suo cuore battere forte e si lasciò penetrare da mille sensazioni tutte piacevoli e tutte insieme. La sua Sara! Quante e troppe volte avevano fatto l’amore in ogni angolo della loro casa e quanto adorava sorprenderla in cucina, mentre era intenta ai fornelli. Con un abbraccio e uno strattone la obbligava sul tavolo rettangolare di rovere e Sara con un’espressione stupita e fingendo di dimenarsi con serietà soleva esclamare: “Dai Edo! Ma.. adesso?” Ma la sua voce eccitata e sommessa, tradiva ogni parola, ogni singola sillaba. Edo la possedeva così, in piedi, baciandola e cedendo ogni tanto affondando la sua testa in quei seni piccoli e tondi mentre lei socchiudeva gli occhi, gemendo.
Rammentò tanti dei loro discorsi, gli ritornarono surreali tutti insieme, uno dopo l’altro. Sara era colta e chiacchierare con lei risultava gratificante. Edo, mentre discutevano, si perdeva ad osservarla in preda all’esagerata ammirazione che provava per lei.
Amava tutto di lei, davvero ogni cosa. Quell’arrotolare sull’indice le estremità dei lunghi capelli castani schiudendo solo di un poco i suoi occhi azzurri in segno di sincero interesse e quel suo inarcare leggermente l’angolo della bocca verso sinistra, ottenendo una smorfia che Edo trovava estremamente affascinante notando il formarsi sulle gote di alcune piccole fossette.
Ma Sara, un brutto giorno, svanì dalla sua vita. Improvvisamente anche la sua sagoma, che Edo aveva immaginato a pochi passi da lui, si incamminò lungo la colonna di auto e divenne sempre più lontana fino a ridursi a un piccolo puntino di luce, un minuscolo luccichio.
Si domandò dove potesse essere realmente e in compagnia di chi.
Fu travolto da un peso enorme, un senso di tristezza lo pervase senza alcuna pietà.
Si asciugò con la manica del giubbotto gli occhi lucidi e cercò di allontanare quei ricordi.
Sara mancava. Dopo di lei nessun’altra donna era stata in grado di compensare quell’assenza.
Il semaforo tornò finalmente verde, per la seconda volta. A pensarci, a quell’ora del mattino, il traffico era qualcosa di veramente insopportabile.
Edo si rese conto che, per la verità, tutto era ormai divenuto insopportabile.
Da troppo tempo aveva gettato la spugna lasciandosi andare. Il suo impiego non gli rendeva più alcuna soddisfazione, la sua esistenza nemmeno.
Poggiò una mano sulla gola mentre con l’altra ingranò la prima marcia.
Alzò la testa, si grattò il mento dal quale sporgeva una barba rude e per nulla ordinata.
Osservò nuovamente i monti, il fiume sottile e quasi in secca che scorreva faticosamente tra le rocce levigate e accanto alla super-strada e visualizzò la solita rotonda alla quale svoltava a sinistra, giorno dopo giorno, osservando d’abitudine e con la coda dell’occhio l’arcigno campanile di cemento della chiesa di “Santa Eufemia” dominare quell’ultimo tratto di pianura che repentinamente cominciava a sollevarsi ripida poco più in là, spingendo inevitabilmente lo sguardo sulle vicine colline verdi e infine lassù, fino a raggiungere le vette delle montagne.
Edo scrollò il capo, lentamente.
Anziché inserire la freccia a sinistra come sempre, proseguì dritto senza ripensamenti, in direzione della testa del drago e lasciandosi alle spalle la piccola cittadina e tutto il suo maledetto traffico.
Si rese conto che era giunto il momento. Qualcosa finalmente era cambiato. Sentiva che doveva essere così, per forza!

L’auto metallizzata di Edo svanì confondendosi con le montagne mentre la sua radio trasmetteva un po’ disturbata “bohemian rhapsody”.

“Bohemian Rhapsody”

Is this the real life?
Is this just fantasy?
Caught in a landslide,
No escape from reality.

Open your eyes,
Look up to the skies and see,
I’m just a poor boy, I need no sympathy,
Because I’m easy come, easy go,
Little high, little low,
Anyway the wind blows doesn’t really matter to me, to me.

Mama, just killed a man,
Put a gun against his head,
Pulled my trigger, now he’s dead.
Mama, life had just begun,
But now I’ve gone and thrown it all away.

Mama, ooh,
Didn’t mean to make you cry,
If I’m not back again this time tomorrow,
Carry on, carry on as if nothing really matters.

Too late, my time has come,
Sent shivers down my spine,
Body’s aching all the time.
Goodbye, everybody, I’ve got to go,
Gotta leave you all behind and face the truth.

Mama, ooh (anyway the wind blows),
I don’t wanna die,
I sometimes wish I’d never been born at all.

I see a little silhouetto of a man,
Scaramouche, Scaramouche, will you do the Fandango?
Thunderbolt and lightning,
Very, very frightening me.
(Galileo) Galileo.
(Galileo) Galileo,
Galileo Figaro
Magnifico.

I’m just a poor boy, nobody loves me.
He’s just a poor boy from a poor family,
Spare him his life from this monstrosity.

Easy come, easy go, will you let me go?
Bismillah! No, we will not let you go. (Let him go!)
Bismillah! We will not let you go. (Let him go!)
Bismillah! We will not let you go. (Let me go!)
Will not let you go. (Let me go!)
Never, never let you go
Never let me go, oh.
No, no, no, no, no, no, no.
Oh, mama mia, mama mia (Mama mia, let me go.)
Beelzebub has a devil put aside for me, for me, for me.

So you think you can stone me and spit in my eye?
So you think you can love me and leave me to die?
Oh, baby, can’t do this to me, baby,
Just gotta get out, just gotta get right outta here.

(Oh, yeah, oh yeah)