CHIUSO PER FERIE.

Il blog rimarrà chiuso per ferie.

Verrò saltuariamente a leggervi tutti, non disperate! E’ solo che per la pausa estiva e a causa di un progetto importante che ho per le mani, con tutta probabilità resterò qualche mese senza pubblicare.

Come farete senza i miei racconti???😊
Mi raccomando non dimenticatemi così in fretta!

2693 D.C. e tutto il resto riprenderanno eccome, regolarmente, alla riapertura.

A presto. Promesso. Mai potrei stare senza di voi e tantomeno senza il mio Blog, non temete!

Vi lascio un grossissimo abbraccio virtuale e colgo l’occasione per ringraziarvi uno ad uno per l’accoglienza che mi avete riservato sin dagli esordi.

Fate i bravi, mi raccomando, e…buone vacanze a voi!

Nadia.

7.45

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Sapeva che alle 7,45, le porte dell’autobus si sarebbero aperte puntuali con un secco rilascio di aria compressa. Udiva i suoi passi, lenti e delicati discendere i due scalini di acciaio esattamente come una star alla quale hanno riservato un’entrata di scena da red carpet.
Ne carpiva i movimenti sinuosi accompagnati dal rumore di tacchi piuttosto che i leggeri tonfi della suola gommata di scarpe sportive.
Una volta scesa dal pullman Lorena attraversava la strada e si infilava furtiva in quel piccolo caffè, spingendone con enorme eleganza la porta pesante e lievemente cigolante.
Danilo si alzava quindi dalla panchina di legno scuro che era posta accanto alla pensilina e seguiva la scia del suo profumo dolce miscelato ad un forte aroma di caffè tostato.
Il barista, indaffaratissimo salutava distrattamente cercando di dare retta a quante più persone possibile: “macchiato grazie!” “Il dolcificante per favore!” “Liscio ma ristretto!”
Da quasi un anno Danilo si appostava su quella panchina in trepidante attesa di Lorena e, come ogni giorno feriale, ora si ritrovava seduto al solito tavolino tondo e di legno massiccio in quel locale che pullulava di impiegati. Frettolosamente tutti consumavano la colazione mentre sfogliavano il giornale o controllavano le notifiche dei propri Smartphone. Il solito gruppetto attorno al bancone discuteva animatamente del campionato di calcio, sulle previsioni del tempo, o spesso delle tariffe o delle ultime offerte degli operatori di telefonia.
Poi una voce acuta ma pacata, celestiale, quasi una musica si distingueva in quel continuo fastidioso vociferare: “Il solito caffè d’orzo, grazie!”
Danilo non aveva un impiego. Non l’aveva mai avuto.
Se ne stava sull’angolo del tavolo, con le gambe immobili e allungate accanto al suo bastone di ciliegio intarsiato appoggiato al muro, a portarsi alla bocca quella tazzina fumante, assaporando il suo caffè a piccoli sorsi, lentamente, quasi a voler rendere quel momento più intenso. Ne percepiva il vapore condensarsi sulle labbra, per poi penetrargli nelle narici. Ne aspirava l’essenza, fragrante, acre e speziata. Probabilmente quegli istanti, per Danilo, erano i momenti più lieti di ogni sua giornata.
Poteva distinguere perfettamente il respiro di Lorena, alcuni giorni rilassato, altri un po’ affannoso o teso e, captando i movimenti delle sue gambe da sotto la seduta, poteva addirittura stabilire se il suo animo fosse sereno oppure preoccupato.

Lorena sedeva quasi sempre allo stesso posto, sul tavolino a destra adiacente al grande quadro che raffigurava Londra.
Lorena era bellissima. Ogni tanto si passava una mano nei lunghi capelli ricci e castani districandone qualche nodo, accomodandoli.
Spesso giocherellava con la bustina dello zucchero. Dopo averla svuotata la ripiegava diverse volte su se stessa, rivoltandone gli angoli o riducendola ad un sottile rotolino.

Danilo rimaneva immobile, in contemplazione, attendendo che la donna riappoggiasse la tazza vuota sul piattino con quel lieve tintinnio che, come un timer, segnava l’approssimarsi del termine di quell’anelato incontro.
Lorena, rialzandosi dolcemente, riponeva le stoviglie sull’angolino del bancone, bene attenta a non far scivolare a terra il cucchiaino, riposto con scrupolo, al contrario e al centro del piattino.
E poi il suo “grazie e buona giornata” rimbombava nel locale come un rumore assordante, un tuono impetuoso o qualcosa del genere.
Amava Lorena con quel suo modo di fare introverso. Sebbene Lorena ormai conoscesse tutti in quel bar, si teneva sempre in disparte, difficilmente chiacchierava del niente e nessuno osava disturbarla. Consumava la sua colazione in rigoroso silenzio, quasi una meditazione, solitaria per recarsi poi nel suo ufficio in prefettura, dal quale non sarebbe riapparsa fino alle 17.
E Danilo avrebbe aspettato quell’ora per udire nuovamente i suoi meravigliosi passi, si sarebbe perso in quel ritmo elegante, lento e sincopato. L’avrebbe poi seguita alla dovuta distanza fino alla fermata dell’autobus e avrebbe atteso quella stridula frenata, la fastidiosa compressione dell’apertura delle porte e, infine, sarebbe sopraggiunto il nulla.

Allora Danilo faceva ritorno al bar.

Danilo entrando salutava Dino.

…E Dino si chinava alla lavastoviglie con uno strofinaccio in mano, mentre un odore caldo e malamente profumato fuoriusciva prepotente dallo sportello appena aperto investendoli entrambi.
Danilo appoggiava il bastone al muro e si sedeva di sbieco ,con le ginocchia piegate, allo sgabello alto e centrale, al bancone, ordinando l’ennesimo caffè della giornata mentre Dino trafficava sbuffando e asciugando meccanicamente le sue stoviglie.
Dino lanciava l’asciugamano appallottolato accanto al lavandino, si voltava alla macchina. Smontava il filtro, lo ripuliva con due colpi secchi al lato della vaschetta con i fondi, poi lo rimontava calandovi nuova miscela spingendo tre volte sulla grande leva in acciaio per pressarla e, infine, attendeva la rantolante discesa del caffè.
Poi afferrava la tazzina per il suo manico bianco e gliela spingeva proprio davanti al petto e sotto al viso con un fare piuttosto scocciato.

“Allora? Di che colore era l’abito oggi?”
“Blu.”
“Chiaro o scuro?”
“Scuro.”
“Indossava dei pantaloni larghi vero?”
“Si dei pantaloni larghi.”
“E la borsa? Lo zainetto marrone?”
“Certo lo zainetto marrone.”
“Ho capito dal rumore della cerniera quando ti ha pagato!”
“Bravo.”
“A domani!”
“Ciao!”

Danilo si frugò in tasca e appoggiò la moneta sul bancone e con il suo bastone, l’immagine di Lorena nella mente e la faccia di chi può vedere, lasciò il bar e si avviò verso casa mentre il sole scendeva all’orizzonte colorandolo di fuoco.
Quella sera, come le altre, Danilo avrebbe assunto la sua consistente dose di sonnifero, la notte, così, sarebbe trascorsa in fretta.

PREGHIERA DEI QUATTRO ELEMENTI.

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Cio’ di cui ho bisogno.

 

Acqua,
sopra le mie mani sporche,
pioggia che cancella le mie lacrime,
penetra nel mio corpo disidratato
dal deserto e dal digiuno.
Prenditi cura della mia pelle,
rinfresca i miei pensieri,
quando roventi evaporano
e diventa forza
quando riempi una cascata.

Fuoco,
accendi il mio cuore,
fiamme che bruciano l’odio,
consuma tutto ciò che è inutile
conservare in questa vita.
Proteggimi dalle bestie feroci,
quando tutto è buio
e se ci sei ustionami
quando cerco l’amore.

Aria,
accogli la mia libertà,
vento che spinge lontano,
che mi sbatte addosso,
ricordandomi che sempre ne vale la pena,
parlami di te, fai rumore,
quando tutto è silenzioso
e narrami l’altrove
quando canti la tua musica.

Terra,
donami i tuoi frutti,
di prati da tanto tempo seminati,
insegnami a sopportare l’attesa,
dimostrandomi che esiste la speranza.
Dammi un appiglio,
mentre mi sostieni
quando cado e mi rialzo, se mi rialzo e cado
quando giungerà il tempo della solitudine.

2693 D.C. (parte 6)

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Il buio lo avvolgeva, di nuovo, percepivano l’umidità di quella cavità, il fresco del sottosuolo che penetrava loro nelle ossa ed era anche udibile uno scroscio attutito ma continuo che proveniva da qualche metro più in la, sottoterra, probabilmente le acque di una qualche sorgente che alimentava il lago adiacente. Nonostante quell’antro fosse stretto e impervio, Karl non accusava alcun disagio nel discendere quegli anfratti. Eva, viceversa, anche a causa dell’ingombro di quella tuta molto gonfia e più grande di almeno una taglia, spesso doveva alzare le braccia, fare forza, per divincolarsi e riuscire a seguire Karl. Nell’osservarlo sgattaiolare agile e rapidissimo in quelle grotte comprese che quelle pareti, seppur visibili ad entrambi, erano reali soltanto per lei. Fu costretta a richiamarlo più volte, per farsi aspettare e per non restare indietro; lui evidentemente non riusciva a realizzare le sue difficoltà.
A quel pensiero fu presa da un senso di oppressione, come se quella caverna fosse troppo stretta e le mancasse addirittura l’aria necessaria per respirare. Ora che aveva assaporato il tepore dei raggi del sole, quel senso di benessere che potevano infondere un cielo infinito e azzurro ed un meraviglioso panorama, non sarebbe più riuscita dentro di se, a trovare un solo motivo per continuare a condurre un’esistenza tranquilla nel suo vero mondo.

Karl conosceva benissimo il percorso e le direzioni da prendere. Proseguì a sinistra, poi a destra e lei gli andò dietro distrandosi da quei tristi pensieri.
Calandosi ancora per altre spelonche giunsero a quello che doveva essere “il ritrovo”.
Poco più illuminata si aprì una grotta abbastanza grande, Eva, con sollievo, notò che anche il soffitto si rialzava lasciando più agio. Le sagome di cinque persone circondavano un’ansa scavata nella parete sinistra, quasi una rudimentale teca, nella quale era posto del materiale elettronico che creava un netto contrasto con l’ambiente circostante.
I cinque si voltarono istintivamente al rumoreggiare di passi vicini e voltandosi simultaneamente riconobbero Karl che irruppe nella grotta con entusiasmo ed enunciando ad alta voce:” Vi presento Eva! Ho una rivelazione da darvi!”
La donna dai capelli rossi si avvicinò con due passi e, con un’espressione sarcastica, domandò: ”E quale sarebbe questa novità? Sentiamo!”
“Eva può interagire con questo mondo, l’ho vista con i miei occhi cogliere un filo d’erba e persino della resina dal tronco di un albero, nella foresta. Ecco, guardate!” E, voltandosi verso di lei, mutando tono di voce, dolcemente la interpellò :” Eva potresti per favore raccogliere quel sasso?” Karl le indicò un piccolo ciottolo tondo a terra e ad un passo da loro.
I cinque osservavano la scena in rigoroso silenzio ma ironici e parecchio increduli.
Eva si chinò e con naturalezza lo afferrò e lo strinse nel palmo della mano per poi esibirlo timida a tutto il gruppo.
“Fantastico!” “E’ incredibile!” Furono le esclamazioni che quasi contemporaneamente pronunciarono i presenti e che seguirono quel gesto.
“Non si era mai visto prima d’ora, almeno che si sappia. Questa donna deve possedere un dono, una dote eccezionale, è diversa!” Si espresse l’uomo più alto che, nel frattempo, si era avvicinato ai due.
Eva notò che egli, sul polso della tuta, portava una specie di Smartwatch ma più grande e differente. Era una fascia, larga, che dal polso giungeva quasi al gomito, zeppa di bottoncini e led luminosi.
“Ma dunque… lo scopo sarebbe…” Domandò lei.
“Si Eva, il nostro obiettivo è comprendere le ragioni per cui il nostro mondo attuale è così deteriorato, perché l’umanità si è ridotta in questo modo, e vorremmo tentare di ripristinare il sentimento, l’arte e la libertà nella nostra società attuale. Questo è il nostro sogno, questo è quanto i Pirati Informatici si aspettano da noi: una specie di rivoluzione.”

L’uomo con il bracciale li interruppe e ancora incredulo nei confronti di Eva espresse i suoi dubbi: ”Già ma come fai? Qual è il tuo segreto?” Domandò pensieroso. Eva si percepì a disagio e riuscì soltanto a replicare sommessamente un banale “io …non lo so.”

Un rumore di passi scricchiolanti echeggiò negli antri della caverna.
“Sta arrivando!” esclamò l’uomo con lo strano dispositivo al braccio. Karl, voltandosi ad osservare un piccolo monitor che era posto dentro quella specie di sarcofago in pietra e sul quale erano state precedentemente impostate alcune coordinate, ribatté: “presto, resettalo!”.
Rapidamente l’uomo trafficò con alcuni pulsantini su quella specie di bracciale e la schermata sul desktop tornò presto nera. Si girò poi verso Eva e sussurrò visibilmente eccitato:” ora sapremo fino a che punto sei speciale, se il Custode riuscirà a visualizzarti. Noi lo osserviamo da tempo e crediamo possa essere inoffensivo. Cerca di essere convincente!”

Tutto il gruppo si fece da parte, Eva rimase immobile, spaurita. I passi rimbombarono sempre più vicini e una sagoma apparve nera nella flebile controluce di qualche led dell’attrezzatura che lampeggiava ad intermittenza.
La grotta fu pervasa da un improvviso silenzio nel quale uno sgocciolio di tanto in tanto di qualche goccia di umidità, pareva divenire un fastidioso boato. Poi si udì un respiro, profondo e leggermente affannato.
La sagoma avanzò verso la teca e si appostò davanti a quella specie di rudimentale computer. L’uomo accese il monitor, la grotta risultò meglio illuminata così, voltandosi nell’attesa e probabilmente sovrappensiero notò l’ombra di Eva, che a pochi metri da lui, premeva così forte la sua schiena contro il muro della grotta tanto da divenire un tutt’uno con quella parete. Il custode ebbe un sussulto e di istinto gridò “Chi va là?” ed estrasse impugnandolo, dalla tasca del suo giubbetto, un oggetto di metallo, curvo e scuro, con tutta probabilità un’arma.

Eva, dopo pochi secondi di esitazione trovò il coraggio e, sollevando le braccia in segno di pace o di resa, mosse delicatamente alcuni passi incerti verso quell’uomo tremando impaurita e azzardando: “Eva, mi chiamo Eva! E provengo dal futuro!”
L’uomo notò dapprima la goffa tuta, poi intravide dei capelli biondi sbucare sotto uno strano casco che pareva flessibile e infine rimase incantato mentre i lineamenti angelici di quel volto si rivelavano a lui man mano che la donna gli si avvicinava.

Combattuto sul da farsi, lasciò ricadere il braccio che reggeva l’arma lungo il fianco, lentamente ma non la ripose.
Karl e gli altri osservavano la scena consci di non poter essere visti né uditi ma rispettando comunque un rigoroso silenzio. Tutto procedeva come previsto! Avrebbero esultato volentieri ma non era ancora giunto il momento opportuno.

“E cosa fai qui?” Domandò il custode per accertarsi delle intenzioni della donna. Sebbene Eva fosse ancora ignara della gran parte del piano, si limitò a rispondere: ” vengo in pace dal 2693 signore! Ho effettuato il salto di Love Life!”

L’uomo si ammutolì per qualche istante poi il suo viso, fino a quel momento teso, si rilassò in un quasi sorriso. Eva, che aveva imparato a riconoscere quell’espressione, provò un leggero sollievo leggendogli negli occhi che ora, le sue intenzioni, erano divenute palesemente amichevoli.
“E… non sono sola.” Osò aggiungere per sentirsi ancora più incoraggiata, poi proseguì ad oltranza: “Siamo giunti qui in sette ma, per qualche incomprensibile motivo, lei può comunicare solo con me perché… io sola riesco a interfacciarmi in questo mondo anche se ne disconosco il motivo. E si figuri che è la prima volta che salto da Love Life, altri saltatori entrano invece già da tempo in questo mondo e sostengono che lei sia un Pirata Informatico di questa epoca. E’ corretto?”
L’uomo sobbalzò e gesticolando, come per imporre ad Eva di abbassare la voce, sempre più stupito, ebbe quasi un cedimento e sussurrò a mezza voce:” allora funziona, funziona davvero!” E i suoi occhi divennero lucidi, commossi.
“Vieni con me, torniamo in superficie, dobbiamo parlare.”
Spense il monitor e se lo lasciò alle spalle mentre ritornò sui suoi passi, per i cunicoli. Eva lo seguì voltandosi per accertarsi che Karl la stesse seguendo e lo notò dietro di lei affiancato all’uomo smilzo del gruppo.
La via del ritorno fu intrapresa lentamente. Il suo fiatone risuonava forte tra le umide pareti.
Una volta riemersi nella radura ai piedi di quelle magnifiche rocce, Eva notò con disappunto che ormai era giunta la notte ma fu subito rincuorata dalla presenza di un astro luminoso che illuminava dolcemente tutto l’ambiente circostante. I picchi rocciosi parevano risplendere di luce propria, il lago poco distante si increspava orgoglioso mentre quel bagliore creava sulla sua superficie una scia che riusciva ad attraversarlo e milioni di luccichii dorati.
L’uomo percorse un sentierino in discesa, verso la spiaggia, arrestandosi nei pressi di due grossi sassi sui quali fu possibile sedersi. Fece cenno a Eva di accomodarsi proprio dinanzi a lui.
“Che fine ha fatto il sole?” Domandò curiosa Eva.
“E’ tramontato, presto tornerà. Perché mi fai questa domanda? Nel tuo mondo non c’è il sole?”
“Si, no… cioè, sappiamo che esiste, che sorge e tramonta ma nessuno ha mai potuto ammirarlo”.
Così Eva, come un fiume in piena si sfogò raccontando a quell’uomo del grigiore che avvolge ogni cosa, della loro vita monotona e vuota, della mancanza di emozioni, del mare contaminato, del satellite Alpha. Gli rivelò davvero ogni cosa parlando per ore senza fermarsi mai. Per tutto il tempo il custode la ascoltò senza interromperla, limitandosi a sgranare gli occhi e a annuire con la testa, provando pena per lei, per il genere umano e per quel futuro lontano ancora più mesto di come se lo sarebbe mai potuto immaginare.
L’accento differente della donna lo aveva colpito, si era perso alcuni frammenti del discorso a causa di una probabile evoluzione della lingua tedesca, ma, tutto sommato, era riuscito a comprendere quasi tutto.
Soltanto quando Eva parve aver esaurito ogni argomento, le cinse un braccio attorno alle spalle mentre la brezza lacustre lambiva piacevolmente i loro volti e osò presentarsi:” il mio nome, comunque è Adam.
Eva provava fiducia, quel contatto la rassicurava. Si lasciò andare dolcemente, socchiuse gli occhi e si abbandonò alla sensazione di essere totalmente compresa e protetta, inoltre quell’uomo a suo avviso era estremamente piacente e profumava di buono.
Senza smettere di cingerla, Adam le sussurrò alcuni versi mentre i loro sguardi erano rivolti al lago e ai suoi giochi d’acqua sfavillanti in superficie:

Questa volta lasciatemi
Esser felice.
Non è successo nulla a nessuno,
non sono in alcuna parte,
accade solamente
che son felice
in tutte le parti
del cuore, camminando,
dormendo o scrivendo.

Che ci posso fare?
Sono felice,
son più innumerevole
dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero rugoso
e sotto l’acqua,
sopra gli uccelli,
il mare come un anello
alla mia cintura,
fatta di pane e di pietra la terra,
l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia
sei sabbia,
tu canti e sei canto,
il mondo oggi è la mia anima:
canto e sabbia,
il mondo
è oggi la tua bocca:
lasciatemi
sulla tua bocca e nella sabbia
esser felice,
esser felice perché si, perché respiro
e perché tu respiri,
esser felice perché tocco la tua schiena
ed è come se toccassi
la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.

Oggi lasciate
Me solo
Esser felice,
con tutti o senza tutti,
esser felice
con l’erba
e con la sabbia,
esser felice,
con l’aria e con la terra,
esser felice,
con te, con la tua bocca,
esser felice.

Karl e l’uomo smilzo li osservavano poco distanti ascoltando avidi ogni discorso. Anch’essi rimasero fortemente colpiti da quei versi e dall’intimità che si era creata così rapidamente tra i due. A dire il vero Karl ne rimase in parte deluso, anche lui teneva ad Eva, questo era chiaro, ma presto comprese che ella era destinata ad un grande progetto e si limitò quindi a gongolarsi per l’inaspettata svolta assunta dalle vicende. Insieme, tutti loro, avrebbero scritto un pezzo di storia, passata o futura e forse sarebbero riusciti nel loro intento di modificare il triste destino dell’umanità ed il merito sarebbe stato in gran parte suo.

Eva, a quelle parole, si commosse profondamente. Il loro significato le spalancò l’anima e complici tutte, forse troppe, le nuove emozioni della giornata. Gli occhi le si inumidirono per poi riempirsi di lacrime e si percepì un tutt’uno con le acque di quel lago così limpide e pure. Un sentimento forte e prepotente la invase, le spezzò il cuore, le strinse le costole in una morsa ma tutto fu estremamente piacevole.
Pianse, pianse di gioia.

“Questa è una poesia di Neruda, un grande artista del passato.” Sussurrò Adam, mentre i loro sguardi si persero all’orizzonte cavalcando sogni e oltrepassando ogni confine nel tempo e nello spazio.

NON CAMBIERÀ NIENTE.

Il volto allo specchio, quasi uguale a ieri.
Gli stessi alberi in giardino.
Le solite scarpe.
Il lavoro quotidiano.
I pensieri irrequieti e ciclici in testa.
Il mantra degli uccelli che cinguettano.
La vetrina lucida della pasticceria, nonostante il temporale abbia travolto tutto di pioggia e di fango.
Chi ha pulito?
Il semaforo verde, poi giallo, poi rosso.
La fila di macchine borbottanti, le loro consuete esalazioni di smog.
Gente: formiche indaffarate che non hanno visto, non hanno sentito, hanno dimenticato, come sempre.
Il cielo ancora grigio, ancora.
L’aria umida che è già dentro le ossa.
Stasera non ci sarà nemmeno la luna.
Senza musica, nessun ballo.
Il vestito elegante resterà nell’armadio, l’orologio d’oro nel cassetto.
Si infilerà nel letto ancora sfatto pensando sia giunta la notte.
Nel buio chiuderà gli occhi senza nemmeno capire la differenza.
E poi un nuovo domani. Ancora. Arriverà.
Arriverà.
Non cambierà niente.
Non cambierà niente.
Niente.

2693 D.C. (parte 5)

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Karl notò quel sorriso e ne fu compiaciuto. Le suggerì con dolcezza: “ siediti qui, nell’erba accanto a me, ti svelerò alcune cose prima di raggiungere gli altri saltatori.”
Eva obbedì istintivamente. C’era dunque dell’altro? Pensò di non potercela fare a sopportare un tale carico di stravolgimenti della sua esistenza e tutti in una sola volta. Avrebbe voluto chiedergli di restare in silenzio, di lasciarla così in contemplazione, a gustare quello spettacolo che l’aveva esterefatta.
Karl si mise a gambe incrociate proprio dinanzi a lei e le poggiò amichevolmente una mano sul ginocchio. Eva percepì un contatto caldo, fermo, al quale non era abituata ma che le donò un senso di sollievo come se le sue paure risultassero più leggere e condivise. Di nuovo notò che qualcosa di profondo e incomprensibile pareva celarsi oltre lo sguardo di Karl. Il ragazzo, cercando di mantenere un tono calmo e rilassato attaccò con la sua spiegazione: “Quando effettuiamo il salto ed entriamo in Love Life, ci ritroviamo qui, ogni volta. A circa mezz’ora di cammino, oltre quel bosco, c’è un luogo speciale.” Karl girò la testa verso quella che, ai margini di una foresta, non molto distante,sembrava una radura e al centro della quale si ergevano delle macchie scure, dei picchi rocciosi. Poi proseguì: “Quando, tempo fa, ci accingemmo ad esplorare questo Mondo, i Pirati del Sistema ci fornirono l’attrezzatura necessaria consistente in un manuale digitale di istruzioni comprensivo di una mappa. Ci informarono così delle coordinate relative al luogo di accesso e ci fornirono le indicazioni necessarie per raggiungere il “ritrovo”. Queste terre Eva, sono le stesse che abitiamo nel nostro Nuovo Mondo. Siamo a poche decine di chilometri di distanza dalla nostra città, nel mondo reale. I nostri avi chiamavano questo territorio Sassonia. Un bel nome vero? E ogni volta, dopo aver effettuato il “salto”, ci ritroviamo qui in questo luogo, dal quale ci dirigiamo dove ti ho appena mostrato, a Externsteine. E’ questo il nome di quel complesso.
Quelle cime non sono altro che megaliti che nascondono nel loro immediato sottosuolo svariati cunicoli labirintici simili a quelli dell’acquedotto ma molto più articolati. E’ un luogo sacro che esige il massimo rispetto e inoltre devi sapere che, nelle sue profondità, è celato una specie di sarcofago. E’ un’antica ansa di pietra, nella quale i Pirati del Sistema di questa epoca hanno celato l’attrezzatura del primo, primitivo Love Life. Per interi decenni alcuni esperti informatici hanno lavorato a questo progetto, portandolo a termine soltanto ora e qui, ora, siamo nel 2161!”.
Eva lo fissò sbigottita.
“E così mi stai dicendo che abbiamo effettuato un salto all’indietro nel tempo di ben 500 anni?” Domandò a Karl.
“Certamente! ”Rispose lui senza esitare e proseguì: “ Attraverso quelle attrezzature possiamo teletrasportarci in vari siti predisposti dal sistema e visitare così l’attuale pianeta.
Come ricorderai dagli insegnamenti appresi dalla Casa della Preparazione, questi furono gli anni che precedettero il “Periodo dell’apocalisse” ma abbiamo verificato che, parecchie di queste nozioni si sono rivelate ovviamente false o superficiali.
Eva rimase immobile, ascoltando con avidità ed interesse quel racconto, dal suo punto di vista quasi assurdo, ma comunque straordinario.
Si dovette sforzare di accettare dentro di sé tutte quelle rivelazioni e questo non era per nulla facile.

Sovrappensiero raccolse un filo d’erba strappandolo da quel tappeto verde che dondolava armoniosamente cullato dalla brezza. Quello stesso vento che scivolava più intenso dai pendii delle montagne all’orizzonte, riscaldato da molteplici e meravigliosi raggi di sole, e che giungeva a loro piacevolmente, affievolito, fine e tiepido.
Desiderava osservare da vicino quello stelo poiché esso pareva totalmente differente da quelli semi-sintetici e impiantati artificialmente nelle poche aree verdi della sua città.
Mentre lo rigirava curiosa tra le dita notò il viso di Karl raggelarsi in un’espressione di terrore.

Eva si convinse istantaneamente di aver commesso un gesto orrendo. Avrebbe dovuto portare rispetto a quel mondo, a quella splendida natura che l’aveva così meravigliosamente accolta e abbracciata. Quell’atto del tutto involontario si sarebbe potuto considerare pari a una violenza.
“ Scusa, scusa! Non avrei dovuto! E’ stato più forte di me non ho saputo resistere.” Sbottò dispiaciuta e cercando di giustificarsi con l’amico.
Karl, completamente sbiancato in volto, immobile e con gli occhi sgranati, la fronte corrugata, la bocca spalancata e le sopracciglia sollevate, la fissava esattamente come si può fissare il vuoto.
“Karl!” Gridò Eva che nel disperato tentativo di ottenere una reazione, gli scrollò energicamente un braccio.
Il ragazzo tornò lentamente in sé e balbettando sussurrò: “…no, no… non è questo! Tu sei riuscita a strappare dell’erba!”
“Si, beh… , è tanto difficile?” Ribatté Eva mortificata.
“Certo. Qui è praticamente impossibile!” Esclamò ancora scioccato Karl e poi proseguì sommessamente: “Attraverso le nostre tute possiamo captare tutte le sensazioni, toccarci tra di noi, utilizzare quelle poche attrezzature che possiamo permetterci di portare da questa parte, ma nessun saltatore fin’ora, è mai riuscito ad interagire con l’Antico Mondo e, tantomeno, qualcuno ne ha potuto modificare in qualche modo un qualsiasi dettaglio. Mai!”
Sui due calò per qualche istante un surreale silenzio che ammutolì persino il fruscio delle foglie carezzate dal vento, il canto degli uccelli e il flebile ronzio di ogni piccolo insetto. Tutto tacque, o almeno così parve.
I rumori della natura tornarono udibili soltanto quando Karl ripreso dallo shock, con una improvvisa euforia ed in preda ad una inattesa estasi gridò: “tu sei la chiave! Tu puoi interagire con queste terre! Tu sei una presenza reale in questo mondo! Forse potresti addirittura riuscire a dialogare con il Saggio Custode!”
“Il Saggio Custode?” Ribadì curiosa Eva.
“Si, lui è il guardiano di Externsteine. Noi pensiamo possa essere uno dei primi saltatori di Love Life. Qualcuno l’ha visto scomparire e più volte nelle vicinanze dell’attrezzatura ma lui, ovviamente, non riesce a vedere noi… Forse, con te, tutto sarà diverso. La nostra materia in questo sistema non è reale, ci permette di esplorare, certo, ma pur sempre rimanendo delle presenze virtuali, semplici blocchi di dati. Tu invece… tu… qui… sembri stata ricomposta in maniera differente, come se i tuoi atomi e le tue molecole si fossero rigenerati realmente. Forse sei diversamente evoluta, tu puoi interfacciarti in tutti e due i mondi!”

Per Eva questo fu veramente troppo. Non solo quella giornata le aveva stravolto la sua pacifica esistenza ma, ora, sarebbe persino divenuta essenziale per tutto il gruppo di Love Life poichè al seguito di questa rivelazione, sarebbe stata l’asso nella manica su cui puntare per garantire una svolta nelle esplorazioni e tutto questo aveva dell’assurdo! E cosa avrebbe potuto renderla così differente dagli altri? Fino a quello stesso pomeriggio era una qualsiasi, ora invece, l’attenzione era puntata su di lei addossandole un grande carico di aspettative e responsabilità.
Si agitò confusa e cominciò a maledire tutte quelle sensazioni, quella smania di conoscere che improvvisamente l’aveva travolta e quel maledetto barlume di desiderio che aveva assecondato.

Accorgendosi del disagio che Eva stava provando, Karl le massaggiò dispiaciuto la schiena con il palmo della mano nell’intento di calmarla e per infonderle più coraggio. La implorò: “Eva abbiamo bisogno di te.”

A quelle parole Eva si percepì improvvisamente necessaria e trovò uno stimolo, la forza.
In una muta intesa si rialzarono contemporaneamente.
Intrapresero così l’attraversamento di quella prateria diretti ad Externsteine.

Eva, d’istinto, piegò il braccio. Si trattava ormai di un’abitudine. Voleva osservare il suo Smartwach per controllarne l’orientamento e con stupore, notò che il quadrante era in completa avaria e mostrava soltanto segni incomprensibili.

Si addentrarono marginalmente nella foresta per poter accedere alla radura di Externstine.

Un profumo intenso che Karl definì di resine, penetrò prepotente nelle narici di Eva. Si avvicinarono ad un albero meraviglioso, vagamente simile al cipresso ma molto più rigoglioso. Il suo tronco, robusto e sano, trasudava qua e là un liquido denso e giallognolo. Eva distese il braccio e con l’indice ne prelevò una goccia che risultò parecchio appiccicosa e che volle portarsi al naso per annusarne il profumo. Tentò poi di trasferirla sulla mano di Karl. Sebbene le loro dita si sfiorarono in un tocco, quell’ammasso denso non subì alcuna mutazione rimanendo saldo e ben appiccicato al dito di Eva.
Il giovane, sebbene avesse percepito choaramente quel contatto, non si meravigliò, anzi, si gongolò nella gioia più grande: grazie ad Eva le l ricerche avevano subito finalmente una svolta importante.

Externsteine si stagliava proprio dinanzi a loro con la sua aria fiera e antica che gli conferiva un aspetto magico e surreale.
Poco meno di una decina di picchi rocciosi si stagliavano come tronchi mozzati nel cielo blu riflettendosi eleganti in un lago dalle acque ferme e incredibilmente limpide. Questo maestoso paesaggio emozionava Eva al punto di commuoverla. Mai aveva potuto avvicinarsi così tanto ad uno specchio d’acqua puro, di tale incanto e bellezza.
In quel luogo inoltre si captava un’energia che, per quanto invisibile, riusciva a penetrare nel profondo del cuore regalando una specie di unione spirituale con la natura circostante e una indescrivibile forza interiore.

“ Riesci a sentire la potenza che emana questo posto?” Domandò Karl e proseguì poi entusiasta: ” E’ straordinaria! I primitivi ritenevano che queste architetture fungessero da satellite, le credevano una specie di potente antenna in contatto con altri luoghi simili a questo collocati sul pianeta. Ritenevano che queste costruzioni fossero opera di civiltà superiori o aliene proprio a causa delle loro caratteristiche. Quasi tutti questi siti furono stati edificati in comunione con il sole  con i punti cardinali e con i più disparati elementi naturali. Li accomuna anche il solstizio, durante il quale i raggi solari filtrano da alcune aperture irradiando un punto preciso di essi, un elemento primario, e in questo specifico caso, una specie di altare che è posto ad est. Pare inoltre che siano comunicanti tra loro analizzandone l’orientamento rispetto alla volta celeste.
“E tu come sai tutte queste cose?” Domandò Eva incredula e sorpresa.
“Alcune di queste informazioni le abbiamo apprese intercettando conversazioni o pedinando dei personaggi fondamentali per le nostre indagini; altre incappando anche fortunatamente nella lettura di alcuni documenti.
Siamo già a buon punto Eva ma ora, con la tua dote, arriveremo a comprendere il vero scopo di Love Life e dei Pirati Informatici. Questo non può essere solo uno svago, ne sono certo! Penso che dietro a tutto si possa nascondere qualcosa di veramente importante, di primario e che va oltre ciò che abbiamo già compreso. Pensa che qui, nel 2161, gran parte della tecnologia, di Love Life era già pronta! Questo induce a pensare che qualcuno, forse, ci stia aspettando.

Eva dentro di sé era combattuta. Da una parte l’eccitazione nel potersi trovare in un luogo così misterioso, così attraente e in generale dentro quell’avventura; dall’altra la paura nei confronti dell’ignoto e di ciò che avrebbe potuto rivelarsi.
Karl la fissava desiderando una conferma che, in quelle circostanze, Eva non avrebbe potuto offrirgli nemmeno sforzandosi.
“Sei fantastica, l’ho sempre creduto e per questo ti ho trascinata in questa esperienza e a quanto pare non mi sbagliavo!” Karl pronunciò queste parole con un tono così entusiasta che riuscì a confortarla. Eva si convinse di proseguire quell’impresa anche se la considerava un po’ folle.

Sotto quei pinnacoli, sul terreno, appoggiavano delle rocce larghe e piatte. Karl si diresse accanto ad una di esse che risultava smossa e che, leggermente scostata, pareva rivelare un antro stretto, profondo e buio. Fece cenno ad Eva di seguirlo e si infilarono entrambi dentro quella spelonca mentre il cielo regalava gli esordi di un magnifico tramonto arancione che i due, ormai sottoterra, non poterono ammirare.

SE FOSSIMO…

In ogni attimo libero, da anni, Doria attendeva quei messaggi, quelle frasette che Ennio era solito inviarle per What’s app o tramite email. Poteva essere una pessima giornata difficile sul lavoro, litigiosa con sua figlia, o uno di quei pomeriggi quando la voglia di far niente la assaliva, quando ogni faccenda era un sospiro mentre un fortissimo acquazzone ed un terribile vento permettevano alla pioggia che scendeva, lanciata dal cielo a secchiate, di allagare strade e occhi senza dimenticare di cadere sui vetri puliti soltanto da qualche giorno.
Doria sognava.
Sognava un’altra vita tra le braccia di Ennio. Avrebbe viaggiato e visitato luoghi lontani. Sapeva che Ennio si trovava spesso, per lavoro, in America.
Non l’aveva mai visto di persona, non era mai riuscita a toccarlo nè sfiorarlo. Tutto ciò che amava di lui erano alcune fotografie che più volte al giorno, ormai un’ossessiva abitudine, osservava lungamente mentre il cuore si faceva pesante e la sua anima volava via da quella vita per correre dietro ad una rondine che, libera, seguiva d’istinto il ciclo delle stagioni ricercandone il tepore.
Doria sperava. Doria aspettava.
Sentiva dentro di sé che un giorno si sarebbero finalmente potuti abbracciare. Non aveva fretta. Forse per posticipare la rottura della sua relazione coniugale con Ivano o, probabilmente, per paura di una delusione.
E se Ennio fosse stato diverso dal suo immaginario? E se non si fossero attratti fisicamente?
Lui l’aveva corteggiata lungamente, si definiva un poeta. Aveva composto per lei più di cento liriche, almeno un paio alla settimana da almeno 3 anni.
Doria, ogni notte, si addormentava immaginando segretamente, nel buio e in quegli istanti in cui si crea una surreale dimensione tra la realtà e l’onirico, quell’incontro per il quale, nessuno dei due, aveva fino a quel momento osato insistere.

Ennio era sdraiato su un letto rigido in un locale spoglio e nella penombra.
Ennio sognava Doria e l’America.
Fantasticava una colazione a San Francisco mentre un arcobaleno sull’oceano colorava l’orizzonte. Mano nella mano con lei, sorridevano cercando quelle strane conchiglie grandi, tonde e bianche, piuttosto rare, che erano ritenute di buon auspicio dalla credenza popolare del luogo. Poi si sarebbero scambiati un bacio con le labbra salate che avrebbe sugellato i loro sentimenti e alimentato irrefrenabile la voglia di fare l’amore. Con la stessa naturalezza e forza con cui le onde si infrangono sulla riva, le loro ombre nude si sarebbero congiunte dietro ad uno scoglio sotto il sole di mezzogiorno.
Avrebbero pranzato in un locale sulla spiaggia parlando a lungo e confrontandosi su diversi argomenti. Era bello chiacchierare con Doria, non era intelligente come lui ma possedeva il senso dell’humor e, soprattutto, sapeva sostenere piacevolmente ogni conversazione nonostante la sua poca cultura, amava le poesie e la sua dolcezza era disarmante.

Ennio osservò al di là delle sbarre e si commosse. Accese il suo portatile e cominciò a scrivere come era solito fare ogni giorno.
“Cara Doria, sei tutto per me. Ti ho fatto solo del male, lo so. Tu stai peggio di me. Dimenticami. Non sono l’uomo giusto per te. Inizialmente cercavo solo un po’ di compagnia, poi tutto si è trascinato senza che me ne accorgessi. E ora ti chiedo con un nodo in gola di non cercarmi mai più. Se tieni a me ascoltami perchè non potrò mai raggiungerti, stringerti, baciarti.
Sono un condannato all’ergastolo”.

Fece per pigiare invio. Il sudore raffreddò la sua fronte. Si fermò con l’indice a mezzo centimetro dal tasto.
Si asciugò la fronte.

Cancellò il messaggio e ricominciò:” Cara Doria, osservando questo cielo azzurro e quella nuvola lassù…
…”