UNA DOMENICA (IL CONDOMINIO).

Esco sul balcone per gettare la buccia delle patate nel secchio dei rifiuti organici. Il mio dirimpettaio, il ragionier Melandri, a un occhio inesperto avrebbe potuto dar l’impressione di essere intento a scrutare il cielo limpido e azzurro di questa mattina.

Alla domenica il palazzo si anima di vita. In sottofondo, oltre all’allegro cinguettio degli uccelli, c’è un  brusio confuso e un tintinnio ininterrotto di stoviglie. L’aria tiepida primaverile è pervasa da intense zaffate di pesce fritto; alcuni bambini corrono e strillano in cortile, un cane abbaia, qualcuno canta.

“Torna subito dentro!” Una voce isterica si leva all’improvviso.

Mi accovaccio dietro il parapetto e sbircio dalla fessura, tra i due blocchi di cemento.

Il ragioniere, baffuto e antipatico come sempre, sussulta ma torna subito a volgere lo sguardo verso l’alto.

Un’intera collezione di reggiseni assai provocanti penzola dal balcone del piano di sopra.

Il vento li agita e li fa vibrare dando vita a una danza gioiosa, sinuosa e ipnotica.

Le grandi coppe, a occhio e croce della quinta misura, si riempiono d’aria e sembrano gonfiarsi ancora di più.

Dai fili dello stendibiancheria, tra un reggiseno e l’altro, pendono capi ancor più succinti. Sono così minimali che per poterli chiamare mutande bisognerebbe essere dotati di una fantasia esagerata. Si tratta di un paio di elastici cuciti uno all’altro, e che terminano davanti con un triangolo microscopico di pizzo.

Se un bambino, giocando in giardino, si fosse trovato davanti un brandello di stoffa simile, di sicuro lo avrebbe raccattato per ricavarne una fionda.

“Giancarlo, ti avviso: sto perdendo la pazienza. Vieni dentro, subito!”.

Il ragioniere abbassa lo sguardo ancora sognante sul suo davanzale, su ciò che resta di una pianta di geranio rinsecchita da più di un anno.

La signora Melandri balza sul balcone con la furia di una tigre selvaggia rimasta senza cibo.

È nervosa come una scimmia, è secca come un bastone, è piatta come una pialla, e il suo lungo naso, pallido, baciato dal sole, par quasi luccicare debolmente.

La faccia del ragioniere prende fuoco a all’improvviso. Stento quasi a riconoscerlo: di solito sfacciato e armato di una lingua così tanto feroce che rispetto a lui il diavolo potrebbe esser scambiato per un dilettante, oggi sembra essersi trasformato in un docile agnellino.

Dopo aver  lanciato l’ennesima occhiata maligna allo stenditoio, la Melandri prosegue lo show. Grida: “Devi proprio farmi un favore! Giovedì, all’assemblea, fai presente anche questo problema. Quella robaccia non può starsene esposta in bella vista, in gioco c’è la reputazione di tutti i condomini. E non prenderti la briga di tornare a casa senza aver sistemato la questione dell’ascensore”.

Voltando la testa verso il mio balcone emette un grugnito tanto intenso da incutermi ben più di una punta di timore. Quella donnina è persino riuscita a farmi sentire in colpa, per averli spiati, e anche per aver origliato.

Una terribile folata di vento mi travolge all’improvviso. Mi manca il respiro. Il fusto del mio bel giacinto si spezza, e un grosso fiore profumato vien spazzato via. Il coperchio del secchio si richiude con un botto che mi fa sussultare. Quando rivolgo di nuovo lo sguardo verso casa Melandri, noto che un reggiseno maculato si è appena liberato dalla sua molletta, e sta ora svolazzando in aria. Volteggia e volteggia più volte, come se uno spiritello maligno lo comandasse, poi, all’improvviso, comincia a perdere quota. Il vento cala d’intensità, e il grosso reggipetto va a finire proprio sulla testa del ragioniere.

“Per tutte le sgualdrine dell’inferno!”, impreca la signora Melandri. “Buttalo. Mi hai sentito? Butta subito quella schifezza!”, aggiunge, considerando quell’innocuo indumento alla stregua di una bomba preparata da un pericoloso terrorista.

“Ma, ma io…”, balbetta Melandri, sentendosi sotto accusa per un peccato che non ha commesso.

“O lo fai tu, o lo faccio io. Decidi!”, urla lei, furibonda.

Melandri solleva piano una mano fin sopra la testa, intenzionato a sfiorare appena appena con due dita l’elastico e riuscire così a prenderlo. Sa che non gli conviene toccare le coppe, o la furia di sua moglie, oramai iraconda come una Erinni, si riverserà su di lui. Con le punta delle dita, mettendo su una finta espressione pudica e schifata, si accinge a eseguire la delicata operazione di recupero. La signora Melandri, di gran lunga più veloce di lui, lo afferra e basta, senza cerimonie, poi lo getta in cortile.

Il reggiseno maculato precipita nel vuoto, evocandomi l’immagine di un fagiano colpito da una bella fucilata. Il volto di Melandri assume una nuova espressione. Sembra essere stato travolto da un impeto animale. I suoi occhi si riempiono di desiderio, e, di slancio, tenta di abbracciare sua moglie. Suo malgrado, lei lo scansa con uno spintone. “Devo uscire, o impazzisco. Vado a trovare mia madre.”, dichiara.

“Dany, metti le scarpe. Vieni anche tu!”, ordina al figlioletto, stagliandosi sulla soglia della porta-finestra.

Rientro in casa gattonando e cercando di restare ben nascosta dietro il parapetto. La signora Melandri mi fa paura, eppure non posso smettere di ridere.

Una bella donna brucia da vicino e anche da lontano, penso.

Nel corridoio esterno echeggia la voce lamentosa del piccolo Dani: “Uffa, mamma, devo proprio venire?”, poi il portone d’ingresso sbatte forte.

L’orologio in cucina segna mezzogiorno. Spengo il forno, le patate son pronte. Bevo un goccio d’acqua e mi accingo ad apparecchiare, quando mi pare di udire l’uscio di casa Melandri chiudersi per l’ennesima volta. Ho un’intuizione e nella mia testa si fa strada un pensiero non del tutto illegittimo. Torno sul mio balcone.

Non mi sono sbagliata: Melandri, furtivo come un ladro, attraversa veloce il cortile, poi si china per raccattare il reggiseno. Ho l’impressione che lo stia infilando sotto la maglietta, all’altezza della pancia.

Quando il topo non c’è i gatti ballano, penso. E sono altresì convinta che l’uomo si prenderà il disturbo di raggiungere il settimo piano, mosso dal generoso intento di riconsegnare l’oggetto alla sua bella proprietaria.

Corro all’ingresso e poggio l’orecchio all’uscio. Cerco di captare tutti i rumori che provengono dal corridoio. 

Sento l’ascensore arrestarsi in corrispondenza del nostro piano.

Le porte emettono uno stridio metallico, e l’uscio del ragioniere si apre e si chiude, ancora una volta.

La situazione sembra sfuggirmi di mano. Questa buffa faccenda non può certo finire in questa maniera. Cosa diamine vorrà farsene di quel reggiseno?

Non mi resta altro da fare che tornare a guardare fuori. Mi accovaccio di nuovo, al solito posto, accanto al secchio. Sbircio dalla fessura. Attendo. Accuso una certa delusione: sarei stata pronta a scommettere qualsiasi cosa sulla temerarietà e sulla sfacciataggine del ragionier Melandri.

L’uomo torna ad affacciarsi al balcone. Estrae dalla maglietta l’enorme reggiseno maculato. Sorride. Lo avvicina alla faccia e lascia sprofondare nel morbido tessuto il naso e i baffetti. Ho l’impressione che lo stia annusando.

Afferra il lungo tergivetro riposto come sempre all’angolo del terrazzo. Cerca di usare delicatezza ma in realtà è solo maldestro, comunque, alla fine, riesce ad attaccare l’indumento alla parte gommata. Poi solleva piano l’attrezzo, fino a sfiorare lo stenditoio che sporge dal piano superiore. Infine si dà da fare, per cercare di riappendere il reggiseno al suo posto.

Devo riconoscergli una certa genialità, tuttavia, non penso lo stesso della Brighella: nel palazzo circolano un sacco di storie su di lei, oltre ai brutti pettegolezzi legati al malfunzionamento dell’ascensore. Sono sicura che una parte di essi si possa ricondurre all’invidia o alla cattiveria delle persone, ma quando le voci son tante qualcosa di vero c’è: io l’ho sentita mugugnare di piacere, e, potrei persino giurarlo, la bella signora non si trovava in compagnia del marito.

Un bagliore cattura la mia attenzione. La porta-finestra di casa Brighella si apre. La donna compare dietro a un vaso di narcisi. È fasciata da un’elegante vestaglia rosa di seta, dalla quale si affaccia spudorato e prorompente un grande seno tondo e sodo.

La bella signora sgrana gli occhi grigi, notando un reggipetto che salta e sballotta da un filo all’altro dello stenditoio.

Fa un passo in avanti.

“Melandri!”, esclama allibita, guardando di sotto.

Il ragioniere ha l’aria di un cane bastonato. In preda all’imbarazzo si accinge a ritirare il lungo bastone che tiene fra le mani. Non sa più che pesci pigliare, quando il reggiseno, rimasto fino a quel momento per miracolo sull’attrezzo, piomba di nuovo nel vuoto.

Di sotto, in giardino, i piccoli Torquato stanno giocando a palla asino. Vendendo il grosso reggiseno planare in cortile si mettono a ghignare come matti, esclamando: ”Sono sbarcati gli alieni?”, “È il reggiseno della tettona!”.

“Lei? Ragioniere, si vergogni!”, grida la Brighella inferocita, scaricando l’acqua contenuta nell’innaffiatoio in testa al povero Melandri.

La donna si stringe nelle spalle, finge di richiudere lo scollo della vestaglia e poi ritorna in casa.

Il ragioniere sembra essersi trasformato in una statua rimasta esposta a un terribile temporale. Rimane impalato per qualche minuto mentre i suoi capelli continuano a grondare acqua. Nel giardino echeggiano gli schiamazzi dei bambini, e anche un ticchettio famigliare di tacchi da donna.

Il piccolo Dani sta salutando i suoi amici: la signora Melandri è tornata.

Il ragioniere scuote vivacemente la testa nel tentativo di far scivolare via l’acqua dai capelli, si liscia i baffi, poi si precipita nel suo appartamento.

La mattina è volata.

Stappo una bottiglia di vino, poi, finalmente, posso sedermi a tavola. Assaporo con gusto le patate, nonostante siano ormai diventate fredde. Grida e imprecazioni si levano dall’appartamento vicino, e, nei rari momenti di calma relativa, mi giunge all’orecchio un flebile ronzio, forse il rumore di un phon. Sarò diventata perfida? Non posso farci niente se mi scappa da ridere.

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(IL CONDOMINIO) LA SIRENA.

1.

Il ragionier Melandri maledice i ladri che lo scorso autunno hanno preso di mira il palazzo. In seguito ai frequenti furti, quasi tutti i condomini hanno deciso di installare un sistema d’allarme. Ma questa sirena è davvero potente. Non si tratta di un comune impianto casalingo, piuttosto sembra che sia stata progettata per essere installata in un enorme complesso industriale. Guardando dalla finestra nota che le tapparelle sono tutte sollevate e che le luci delle abitazioni sono accese. Tutte tranne una. Giù, a pian terreno, la signora Mazzacani manca all’appello. Guarda caso, l’assordante e diabolico frastuono sembra aver origine proprio da lì. Le è stato installato un sistema d’allarme così chiassoso da far sembrare ridicolo persino quello del Louvre.

I figli dell’arzilla vecchietta si sono dimostrati sempre premurosi nei suoi confronti: non hanno mai dimenticato di passare a trovarla due volte al giorno; hanno sempre provveduto a farle la spesa, e si sono persino occupati, con molta attenzione, delle pulizie di routine del suo appartamento. Gli sarà anche toccato insistere parecchio, affinché accettasse di buona lena l’installazione del miglior sistema antifurto disponibile sul mercato.

Di per sé, una sirena che è in grado di buttar giù dal letto gli abitanti di un palazzo nel cuore della notte è già una gran scocciatura, ma lo è ancor di più quando la sua proprietaria è sorda come una campana.

Melandri si allontana dalla finestra e si aggira per casa imprecando come un matto. Infine decide di scendere in cortile. Un gruppo di condomini si è appostato in giardino, proprio sotto l’appartamento della vecchia Mazzacani. Invece, la sua dirimpettaia, Prisco e la famiglia Morelli si sono limitati ad affacciarsi sul balcone.

Il ragioniere sente di dover toccare con mano la situazione e esige, come sempre, che tutto sia sotto controllo. In una maniera o nell’altra intende mettere fine a quella terribile nottata insonne.

L’ascensore stavolta funziona, ma è occupato. In corridoio risuona un cigolio gracchiante causato dai meccanismi che sorreggono la cabina in discesa. Con pacata rassegnazione si dirige verso le scale. Lascia l’androne, procedendo con passo veloce e pesante lungo il viottolo che attraversa il giardino, mentre il frastuono della sirena si fa sempre più insopportabile. Teme che i timpani possano scoppiargli da un momento all’altro.

La signora Cozza indossa un orrendo pigiama a righe due volte più largo di lei. Suo marito ne porta uno identico ed è impegnato a gesticolare, proprio accanto a lei. Anche i coniugi Pistone, persone  rispettabili e taciturne, si son presi la briga di scendere: forse solo nel tentativo di prendere una sana boccata d’aria. La Panzanera ha delle terribili occhiaie violacee, e una faccia tirata e rugosa che ricorda una mummia. Con gran frenesia sta agitando le braccia avvolte da un’orrenda vestaglia in flanella rosa. Il dottor Barozzi propone di spostarsi più in là, nel parcheggio. “Così non dovremo gridare come fanno i matti”, dice.

“Dunque, cosa si fa?”, domanda Melandri, nervoso, ribattendo più volte il piede a terra.

“Scommetto che la sorda se la dorme beata”, annuncia, acida, la Cozza.

Gianni Pistone, reduce da una rapida perlustrazione dell’isolato, dichiara: “È tutto a posto. Non c’è nulla che possa ricondurre a dei ladri in casa. Tuttavia, sul retro, la tapparella del bagno è sollevata e sembra che la finestra sia stata lasciata aperta: può darsi che l’allarme sia scattato proprio per questo motivo.”

“Bene. Ci rimane la speranza di poter chiuder occhio almeno un paio d’ore. Dobbiamo arrampicarci per entrare nell’appartamento!”, dichiara il ragioniere, con la stessa convinzione di un politico che sta tenendo un comizio.

“Procediamo!”, concorda il dottor Barozzi, annuendo con evidente soddisfazione.

“Fermi!”, ordina, velenosa, la Panzanera. Poi aggiunge: “Intendete commettere una violazione di domicilio? Trovo che non sia proprio il caso!”

“E dopo, cosa farete? Magari la scuoterete un pochino per svegliarla? Oh, povera donna, si prenderà di sicuro un bel colpo! Mi pare che sia già abbastanza vecchia”, si intromette la Cozza incrociando le braccia con fare sapiente, squadrando tutti i presenti.

“Come preferisce, mia cara signora. Se intende avvisare la Mazzacani secondo le regole imposte dal galateo, allora le citofoni, o si attacchi al suo campanello. Prego, si accomodi pure!”, controbatte in tono di sfida Melandri, indicando il portone con l’indice della mano.

“Non vedo altre alternative valide. Inoltre, procedendo in questo modo, scongiureremo l’ipotesi che la signora Mazzacani si possa trovare in pericolo”, dichiara solenne Pistone.

“Ci vado io!”, esclama fiero Mezzalira, rimasto  in silenzio fino a quel momento. “Questo diavolo di casino non riesco più a sopportarlo!”, sbotta, e intanto si frega le mani nei calzoni del pigiama.

“Qualcuno porti subito una scala!”, ordina il ragioniere.

2.

La signora Mazzacani ha seguito alla lettera le istruzioni dettate dai suoi figli. Ha verificato che porte e finestre fossero ben chiuse, ha premuto il tasto verde sul piccolo telecomando, e solo allora è andata a dormire.

Quando ci sentiva ancora bene, le era capitato di restare sveglia per una porta sbattuta chissà dove, o per via di un litigio proveniente da un altro appartamento. Le era persino successo di dover fare le ore piccole a causa del pianto incessante di un neonato, oppure per il lento e implacabile sgocciolio di un suo rubinetto rotto. Tuttavia, nonostante si fosse ormai abituata a un silenzio assoluto e perenne, ogni notte le toccava girarsi e rigirarsi nel letto, senza riuscire a prendere sonno.

La sordità l’aveva abbracciata dolcemente. Dapprima aveva attutito solo un po’ i rumori, ma lei era riuscita a consolarsi imparando a immaginare un mondo diverso, alternativo, e capace di donarle le medesime sensazioni che si possono provare stando al centro di un bel paesaggio innevato. In seguito era piombato su di lei un silenzio totale, perenne, e in grado di disorientarla. L’aveva assalita anche una gran dose di malinconia, nonché un forte senso di solitudine. Si era sentita persa e persino inutile. Se non fosse stato per i suoi amorevoli figli, avrebbe forse preferito morire.

Riuscire a dormire come Dio comanda era diventata per lei un’impresa ardua. Il giorno e la notte finiscono per somigliarsi troppo quando si è sordi, e ancor di più quando si è soli; allora, solo la luce del sole riesce a dettare un cambiamento, delineandone la sottile e precisa differenza. Ma il buio poteva sopraggiungere a qualunque ora: le bastava socchiudere gli occhi.

Avrebbe dato qualunque cosa per sentire ancora, almeno una volta, le urla petulanti di un qualche moccioso o l’eco di una risata lontana; uno scalpiccio di passi nel corridoio, lo scatto del portone d’ingresso, il motore di un’auto nel parcheggio, l’ipnotico cinguettio degli uccelli, gli interessanti dibattiti che adorava seguire alla televisione, il fruscio delle fronde agitate dal vento, il fragore della pioggia durante un temporale, una vecchia canzone, il noioso ma felice borbottio della caffettiera, il trillo del telefono che, sempre, riusciva a farla sussultare. Ma a mancarle era soprattutto il suono di una voce qualsiasi, allegra o triste, acuta o grave, roca o limpida, amica o nemica.

Il suo silenzio era diventato fin troppo assordante.

Sentiva di odiare ogni giorno di più i vicini di casa; quelli antipatici come la Panzanera, ma anche chi si era sempre dimostrato cordiale e gentile nei suoi confronti.

Teneva gli occhi sbarrati. La stanza da letto aveva perso i suoi confini, come se il buio fosse stato in grado di poterseli inghiottire. Aveva l’impressione che fossero scomparsi persino i muri e che Il letto navigasse nel cielo, per vagare senza una meta nell’insidioso spazio infinito.

Le era venuta una gran voglia di piangere. Da troppo tempo non intratteneva una conversazione, anche banale, con un vicino. Da troppo tempo nessuno si era più preso la briga di conversare con lei. E, figurarsi, nemmeno la Panzanera! Quella gran culona che in passato non aveva mai perso  l’occasione di rimproverarla, quando la pescava a gettare dalla finestra gli avanzi di cibo ai gatti selvatici.

La Mazzacani aveva provato tanta rabbia, poi aveva partorito un’idea che le parve  superba e non aveva più smesso di ridere.

Si era alzata, era andata in bagno. Aveva indugiato, poi si era aggrappata con forza alla corda della tapparella per tirarla su. Non ancora contenta, aveva aperto la finestra di quel tanto che bastava per poter guardar fuori.

È rimasta in attesa, al buio. È ancora seduta sul coperchio del water e sta sbirciando il  giardino. Il fragore assordante della sirena le sta regalando un po’ di gioia: per lei non è altro che una lieve vibrazione, eppure è in grado di far circolare, almeno un po’, l’aria stagnante di casa. Dentro di sé è convinta che, in una maniera o nell’altra, prima o poi qualcuno dovrà pur farsi vivo, per lamentarsi.

Suo malgrado, il cortile resta deserto. Vorrebbe affacciarsi sul balcone, al lato opposto del suo appartamento, ma il rischio di venir smascherata sarebbe troppo elevato. Sta per essere assalita dall’ennesima ondata di sconforto, quando intravede delle sagome avanzare furtive proprio davanti alla siepe. Qualcuno regge una scala. I suoi occhi scintillano nell’oscurità del locale, mentre se la ghigna.

“Spostala in avanti e appoggiala bene al muro”, consiglia Melandri.

Mezzalira sbuffa, poi ribatte i piedi a terra nel tentativo di ripulire le suole dal fango. Afferra i calzoni del pigiama all’altezza delle cosce per tirarli su, e infine mette piede sul primo gradino.

“Grazie a Dio la sorda abita a pianterreno!”, grida la Cozza, senza un briciolo di grazia, ostentando una sadica allegria.

“Dài, quasi ci sei!”, lo incita, euforica, la Panzanera.

L’ometto afferra il davanzale e fa forza con le braccia per tirarsi su. Piega e solleva una gamba, ed è quasi pronto a scavalcare, quando il piede che è rimasto sul gradino scivola e poi cede, all’improvviso.

I coniugi Pistone, che reggono la scala, fanno tutto il possibile per riuscire a tenerla ferma e ben piantata al suolo. Ma lo scossone che hanno ricevuto è troppo forte. L’attrezzo si allontana dal muro, resta in posizione perpendicolare ma solo per un attimo, e infine cade giù.

“Fate presto, ridatemi la scala!”, grida, agitando le gambe e scalciando l’aria in una maniera tanto maldestra che finisce per perdere i calzoni.

Mezzalira, rimasto in mutande, è costretto a lottare contro la forza di gravità. Le sue gambette rinsecchite da merlo si dimenano fin quando possono, poi fa un volo di circa tre metri e si schianta al suolo.

Il frastuono incessante della sirena non basta a coprire un gran tonfo e un crepitio di ossa rotte.

“Ahi, ohi, ohi… ”, rantola il malcapitato, contorcendosi nel prato come farebbe un ragno dopo aver preso una bella ciabattata.

Mentre i presenti gli prestano soccorso, Melandri brontola:” Lo sapevo, avrei dovuto farlo io!”.

3.

La Mazzacani ha le lacrime agli occhi dal ridere. La sirena squilla ancora, e nulla affatto disturbata continua imperterrita a rinvigorire e a far frizzare l’aria. All’improvviso le è tornata una gran voglia di vivere. Si rende conto di provare amore e profonda gratitudine verso i propri figli: se non avessero insistito per installarle quel sistema d’allarme si sarebbe persa un tale spasso. Mai avrebbe potuto immaginare di potersi divertire così  tanto. Osserva con aria innocente la scopa che ha appena riposto accanto al termosifone. Era stato facile, ma anche più forte di lei: in fin dei conti Mezzalira non le è mai andato a genio. Le era bastato sporgere il manico di legno dalla finestra per fargli toccare qualcosa di solido. “Spingi!”, le aveva suggerito quella vocina. E lei si era limitata ad obbedirle. Non se la sentiva di contraddirla, non poteva ignorarla! Si trattava dell’unica voce che era rimasta, dell’unica voce che era ancora in grado di udire: la sua più fedele compagna di vita.

Sarò anche sorda, ma mica sono stupida, pensa, mentre si affretta a raggiungere a tentoni la stanza da letto. E poi si infila ben bene sotto le coperte.

Il parcheggio del palazzo si è animato come se già fosse giorno. La barella viene caricata sull’ambulanza, mentre i carabinieri stanno interrogando alcuni condomini su quanto accaduto.

“L’allarme è collegato al mio telefono: quando ho ricevuto il messaggio mi son precipitato qui”, si giustifica l’uomo. Dopo aver estratto dalla tasca un mazzo di chiavi, si accinge ad aprire la porta d’entrata dell’appartamento di sua madre.

E’ costretto a tapparsi le orecchie: il baccano causato dalla sirena è a dir poco assordante. Il telecomando è sul tavolo. Lo afferra, pigia il bottone e poi, finalmente, tutto tace. Si affaccia ansioso alla soglia della stanza da letto e si rassicura osservando sua madre dormire beata.

È sollevato nel constatare che nell’appartamento tutto sembra essere in ordine. Va in bagno, cala la tapparella e provvede a richiudere bene la finestra.

Dà un’ultima occhiata all’esile donnina dal sonno profondo, proprio come quello di un angelo. Non intende svegliarla, si ripromette di tornare più tardi a trovarla.

Mentre richiude la porta dell’appartamento un’altra sirena attacca a suonare. L’ambulanza si allontana a tutta velocità, con i lampeggianti accesi.

Una luce si spegne dietro le finestre del sesto piano e i grilli riprendono a frinire. L’orizzonte si colora di rosa, uno stormo di uccelli si alza in volo da un prato vicino.

Una sottile falce di Luna va spegnendosi piano piano. Sembra sorridere persino il cielo.

Nell’androne qualcuno mormora che Mezzalira si è rotto una gamba e qualcun altro sostiene che sarebbe potuta andargli persino peggio. Non manca chi sostiene che sia sempre meglio farsi i fatti propri, ma che, tutto sommato, è sempre bene quel che finisce bene, o quasi.

L’AMORE IN ASCENSORE (IL CONDOMINIO).

“Mi dispiace, ma non va neanche oggi”, annuncia sornione il vicino, strizzandomi l’occhio. Il figlioletto, reggendo sulle spalle uno zaino azzurro più grosso di lui che quasi lo seppellisce, lo strattona piagnucolando.

Prima che io riesca a aprire la bocca, il piccolo grida: “Papà, non ho voglia di fare le scale! Non puoi sistemarlo tu?” “Dani, l’ascensore non è rotto, è solo occupato.” “Da chi?”, domanda il marmocchio. “Stanno ‘lavorando’ al piano di sopra”, risponde il ragionier Melandri, voltandosi solo un po’, per potersela ghignare sotto i baffi. Ma quel monello non cede mai: mi capita di sentirli litigare anche tutto il giorno. “Io voglio prendere l’ascensore!”, dichiara cocciuto. “Sono stufo anch’io di salire e scendere queste scale a piedi. Cosa credi? Se solo l’avessi saputo un anno fa, avrei di sicuro affittato un appartamento a piano terra”, dice l’uomo, sorridendo ancora.

In periferia le voci corrono più veloci del vento, soprattutto quando si vive in una palazzina di medie dimensioni, com’è la nostra. “E del costoso e inutile intervento dei tecnici ne parleremo giovedì sera. Sarà presente alla riunione, vero?”, mi chiede.

“Come sempre. Non mancherò”, dico. E non mento, benché non abbia la minima voglia di partecipare all’ennesima assemblea condominiale. Saremo in pochi, come sempre. I soliti quattro gatti. Sono piuttosto sicura che i responsabili di questa farsa nemmeno si presenteranno, e proprio per questo mi annoierò a morte.

Ripenso al principio di questa ridicola faccenda, cominciata solo un paio di mesi fa. Le cause del malfunzionamento dell’ascensore erano ancora sconosciute. Credendo che si trattasse di un guasto, un condomino, il solito, quello che vede tutto per primo, ha pensato bene di avvertire l’assistenza. I tecnici, senza far niente, hanno poi preteso un sacco di soldi.

“Andiamo Dani, o faremo tardi”.

Il ragioniere, con un cinico sorriso stampato sulle labbra, accenna un saluto, chinando leggermente il capo. Chissà perché, mi ricorda quegli inutili giocattoli cinesi a moto perpetuo, con la ventosa, che di solito la gente ama attaccare al parabrezza dell’auto.

Rimasta sola sul pianerottolo mi accingo a chiudere a chiave la porta d’entrata. Finalmente tutto tace. Le mandate rimbombano secche nel corridoio.

Mentre infilo nella borsa il portachiavi, mi giunge all’orecchio un cigolio piuttosto sinistro.

Mi sforzo di capire da dove proviene il rumore. Mi guardo intorno.

Persino nella penombra, il nuovo orrendo portaombrelli variopinto che troneggia all’ingresso di casa Panzanera è un pugno in un occhio, e mi dà conferma del cattivo gusto della sua proprietaria: un’antipatica e scorbutica culona.

Mi dirigo piuttosto rassegnata verso le scale, ma ecco di nuovo il rumore. Stavolta è ancora più nitido. Intuisco che proviene dall’interno dell’ascensore.

Il suo ritmo è ipnotico e riesce a immobilizzarmi, mi trattiene.

Tre tonfi sommessi e poi un colpo forte, potente, così tanto violento che riesce a far vibrare persino la porta. La sequenza si ripete, è modulare. D’istinto poggio il palmo della mano all’anta in alluminio. La percepisco fredda e liscia, la sento vibrare; sembra viva sotto le dita. Sussulto, poi la accarezzo. La borsa a tracolla scivola dalla spalla, trascinando con sé anche la manica della camicetta. Il colletto mi serra la gola in una delicata morsa. La sequenza continua a ripetersi imperterrita: tre battiti e un colpo, ancora tre battiti e un colpo. All’improvviso mi sembra di distinguere, in sottofondo, una voce languida e flebile, femminile.

Dunque le cose stanno così! E’ proprio vero. E’ un lieto piagnucolare, è un solfeggio suadente, è un sommesso mugugno animalesco, un gemito diabolico e nel contempo logorante. Le mie gambe tremano. Realizzo di essermi accasciata per terra. Mi ritrovo sdraiata su un fianco. La gonna è raccolta intorno alla vita, la borsa è in bilico su una coscia rimasta nuda e scoperta, mentre l’orecchio è ancora incollato all’ascensore. Il ritmo dell’amplesso accelera, così come la sua intensità.

Ho la fronte madida di sudore, e il respiro è affannoso. E il cuore batte forte, come se lassù, lì dentro, ci fossi proprio io. La mia mano scivola laddove non dovrebbe essere, laddove non ha alcun senso che stia in questo preciso momento. I colpi si son fatti impetuosi, potenti, furiosi e selvaggi. Lo sportello è messo a dura prova, come scosso da un terribile bombardamento. La mia mano scivola di qua, di là; su e giù. Scivola come una slitta sopra una superficie ghiacciata.

Ora sento anche lui. E pensare che mi ha sempre dato l’impressione di essere un uomo così distinto… Adesso sta dicendo qualcosa. A stento riesco a distinguere le parole dai versi. Ha una voce roca e diversa dal solito, mi pare abbia un tono piuttosto provato. Sono più che mai convinta: è davvero lui! Una voce acuta, all’improvviso, risuona per le scale. Sussulto. Qualcuno sta salendo. Sta arrivando, è qui vicino. Cerco di rialzarmi in fretta, ma sono rigida quanto una vecchia scopa di saggina.

Mentre cerco di ricompormi alla meglio, quel pestifero mostriciattolo ricompare all’improvviso sul pianerottolo. Di sicuro, quei due hanno scordato qualcosa.

“Papà, corri, la nostra vicina sta male. Sbrigati, fai presto!” Devo essere pallida, devo avere un aspetto stravolto e penoso.

“E’ tutto a posto, signor Melandri”, dico. Cerco di mantenere la calma, ma vorrei scomparire mentre sistemo la gonna.Le gambe tremano ancora.

Fuori, per fortuna, tira un venticello frizzante. Sollevo lo sguardo e osservo le finestre al sesto piano. In questo momento vorrei essere una mosca.Nel cielo, proprio sopra il palazzo, si stanno accalcando degli enormi nuvoloni grigi. Tra poco attaccherà a piovere, e io, come al solito, non ho neanche preso l’ombrello.

Pazienza!

CARICATURA😄.

Caricatura della sottoscritta 🤣.

In occasione del mio compleanno ho ricevuto dal bravissimo Riccardo Lensky questo graditissimo dono .

Ho riso a crepapelle, mi sono commossa, e infine mi sono sentita onorata del trafiletto che mi è stato dedicato e che accompagna questa simpaticissima caricatura:

“La libraia incallita, non solo ti sa consigliare cosa leggere ma, finchè l’erba cresce ti mette sul piatto anche dei suoi racconti che ti fanno sognare… Campacavallo!”.

Il Covid mi ha rallentato, ma farò di tutto per riprendere il mio vecchio ritmo. A prestissimo!

Auguro a tutti un anno dannatamente felice. Ciao!

IMAM E MAHDI, parte 2.

Sebha.

QUI LA PRIMA PUNTATA. https://lady74na.wordpress.com/2020/10/21/imam-e-mahdi-parte-1/

Gli uomini viaggiavano stretti l’uno all’altro, costretti a reggersi in piedi come meglio potevano. Le donne e i bambini erano invece stati fatti sedere tutti insieme, sul lato opposto del cassone.

Imam era sfinito. Nessuno era riuscito a chiudere occhio; neppure un cavallo da corsa, dopo una galoppata estenuante, sarebbe riuscito a riposare in quelle condizioni. Per raggiungere la città di Sebha bisognava resistere ancora un giorno. I viveri erano già terminati da un pezzo, restava solo un goccio d’acqua, e persino l’eccitazione che aveva travolto tutti alla partenza era ormai svanita, lasciando il posto a un motivato nervosismo. Un bimbetto non aveva fatto altro che strillare; Imam non era riuscito a scorgerlo, tuttavia una continua lagna isterica non gli aveva concesso un momento di tregua. In compenso era riuscito a captare una conversazione sostenuta da alcuni suoi compagni di sventura: minacciavano di scaraventare il marmocchio giù dal furgone qualora non avesse smesso di strillare. Imam aveva mollato la dura sponda del camion alla quale era rimasto aggrappato durante il viaggio. Nelle sue mani correvano fitte atroci, come se le dita dovessero saltargli via da un momento all’altro. A ogni contraccolpo che la strada dissestata inferiva al cassone, Imam perdeva l’equilibrio. Rischiando di travolgere gli altri passeggeri, si era diretto verso il bambino.
Il piccolo sedeva sulle gambe della madre, che lo stringeva forte a sé. La poveretta aveva un’aria così tanto stravolta che era fin troppo facile leggerle in faccia i tanti sforzi compiuti durante il viaggio per tenere a bada il figlio. Con una mano gli accarezzava la piccola testa ricciuta, mentre con l’altra, che aveva adagiato con estrema delicatezza sulle sue labbra spalancate e che a Imam avevano ricordato il becco di un pulcino affamato, tentava invano di zittirlo. Le donne avevano sollevato le loro vesti per arrotolarle in un logoro fagotto che avevano poggiato sulle gambe, permettendo così a Imam di potersi sistemare accanto al bambino.
“Lui è Kamil”, gli aveva detto sottovoce la donna, dopo averlo scrutato dalla testa ai piedi con occhi pieni di speranza e di lacrime. Con estrema gentilezza Imam aveva tentato di sollevare il mento del piccolo, nel tentativo di catturare la sua attenzione. Tuttavia quel monello gli opponeva resistenza, e lo faceva con tutta la forza che aveva in corpo. Tutto rigido teneva la testa bassa, fissando il fondo del cassone.
“Non devi piangere: stiamo affrontando un lungo viaggio per raggiungere un luogo meraviglioso. Tieni duro, presto faremo un’altra sosta.”
Tenendo il grugno, il bambino continuava a tormentarsi le piccole mani.
“Non ce la faccio più: voglio scendere a giocare!”, gli aveva risposto, urlando come sempre, con il solito timbro di voce stridulo, fastidioso e penetrante.
“Se non la smetti di comportarti in questa maniera, qualcuno si arrabbierà sul serio e allora ti ficcherai in un bel pasticcio!”
“Ho detto che voglio scendere. Mamma, io sono stufo, uffa!”
Kamil aveva serrato forte la mano, formando un pugno e subito lo aveva agitato quasi sotto il naso di Imam; poi l’aveva fatto ricadere, sferrando un colpo forte e ben assestato al fondo del cassone. Infine aveva riattaccato con la sua consueta nenia.
All’improvviso Imam era stato travolto dal vivido ricordo dei suoi fratelli: proprio come quel tremendo discolo l’avevano esasperato un sacco di volte con i loro litigi. In seguito alla terribile malattia del padre, era sempre toccato a lui, il figlio maggiore, l’arduo compito di rabbonirli. Suo malgrado sapeva che quando un bambino perde la pazienza, può risultare più ostinato di un coccodrillo affamato. A testa bassa, e non senza fatica, si era persuaso a far ritorno al suo posto: aveva intuito che quel piccolo testardo non avrebbe mai dato retta a nessuno.
“Non siamo in crociera: di bambini qui non dovrebbero essercene!”, aveva proferito Mahdi, con severità. Non appena Imam si era allontanato, l’aveva seguito con lo sguardo, alzandosi poi in punta di piedi durante la sua assenza.
Pochi minuti di sosta, più o meno ogni otto ore, permettevano ai viaggiatori di sgranchirsi un po’ le gambe e di espletare i propri bisogni. Il furgone aveva rallentato la corsa e procedeva a passo d’uomo, e il piccolo bastardo era già a terra. Saltellava euforico come un grillo, proprio sul ciglio della strada. Mahdi l’aveva osservato mentre si divincolava dalla presa della madre. Quella peste aveva scavalcato la sponda del furgone ancora in movimento ed era balzato giù, esibendo la tipica agilità dei cuccioli d’uomo nigeriani. Il suo esile corpicino sembrava esser fatto di gomma. Con il viso striato di terra aveva sfoggiato un repertorio infinito di boccacce, e poi era scappato di corsa, lasciando dietro di sé nuvolette di sabbia. Sua madre, sportasi in maniera pericolosa dall’orlo del cassone, lo aveva richiamato più volte, a gran voce, agitando con frenesia le braccia, con l’evidente intento di attirare l’attenzione del figlio.

Serrando fra le labbra l’ennesima sigaretta, il conducente aveva lasciato l’abitacolo con l’intenzione di calare la sponda,e quello che avrebbe dovuto essere il miglior momento della giornata si era rivelato un incubo. Troppo a lungo la donna aveva sostenuto sulle ginocchia il peso del bambino: le gambe ormai atrofizzate faticavano a sorreggerla. Del tutto incapace di coordinare i movimenti, con un’andatura piuttosto meccanica che aveva ricordato a Imam quella di un robot danneggiato, ogni due passi finiva per terra.
Dopo esser stato scosso da un fremito, Imam aveva sentito l’impulso di soccorrere il bambino. Qualcuno cercava di farlo desistere dal suo proposito bloccandogli le spalle, qualcun altro lo cingeva alla vita. Alla fine fu sufficiente uno stupido sgambetto per farlo finire a terra. Una presa d’acciaio gli aveva serrato i polsi, che gli sfioravano il volto. Con un balzo felino Mahdi gli si era messo a cavalcioni sulla pancia, intimandogli di farla finita: “Imam, smettila con queste cazzate!”.

La sosta si era prolungata più del dovuto. Dopo aver aspirato a pieni polmoni tabacco e catrame dall’ennesima sigaretta, il conducente aveva lanciato un’occhiata all’orologio da polso. Aveva compiuto alcuni giri attorno al furgone per verificare lo stato dei suoi vecchi pneumatici, e infine si era cacciato due dita in bocca dando vita a un lungo fischio. Si trattava di un segnale noto a tutti: bisognava ripartire subito. Il tizio accanto a Mahdi aveva gridato: “Vai, vai! Che quei due hanno rotto le palle!”
“Non ti vergogni? E’ solo un bambino… Anche loro hanno pagato, proprio come abbiamo fatto noi!”. Imam era scattato d’istinto in direzione dell’omone, e Mahdi era stato costretto a trattenerlo ancora. Che Imam perdesse le staffe era un evento davvero raro, ma quando succedeva, la rabbia non gli passava mai in fretta. Se Mahdi avesse ceduto, se solo si fosse azzardato a lasciarlo andare, Imam non avrebbe esitato un solo secondo a mollargli un bel cazzotto. Aveva tentato di districarsi dalla presa dell’amico: si era agitato come un ossesso, senza riuscire a liberarsi. Esile com’era, non poteva nemmeno pensare di farcela, non avrebbe mai potuto competere con la forza fisica di Mahdi.

Non gli restava che soccombere. Contro la sua volontà, umiliato di brutto, era stato sollevato di peso e poi caricato, come un pacco postale, sul furgone.
Il motore si era riavviato al secondo tentativo. Dei dispersi non restava più traccia.

Procedevano lungo una strada secondaria poco battuta, tuttavia il rischio di imbattersi nelle milizie era piuttosto elevato. Posti di blocco potevano trovarsi ovunque: squadroni di soldati avevano il compito di pattugliare tutta la zona. I migranti colti in flagrante venivano braccati, e una volta catturati venivano destinati ai campi di detenzione. Nel migliore dei casi sarebbero stati torturati, seviziati, e persino violentati, per poi essere assegnati ai lavori forzati. I più sfortunati venivano fatti fuori subito, con un banale pretesto. Solo alcuni, i più fortunati, quelli che avevano ancora qualcosa di valore da dare ai loro aguzzini, avrebbero potuto far ritorno al proprio paese di origine.

Non avendo sufficiente spazio a disposizione per poter sedersi, gli uomini si erano accovacciati in qualche maniera. Un telo di gomma cerata schiaffeggiava le loro teste, continuamente. La puzza stantia di sudore invadeva con prepotenza il cassone. Imam la sentiva penetrare nelle sue narici. Era intontito. Un rigurgito acido gli era risalito dallo stomaco fino alla gola. L’afa, già insopportabile, era diventata a dir poco intollerabile. Non toccava cibo da un giorno, eppure sentiva il bisogno di vomitare. Mentre tentava di tenere a bada l’ennesima ondata di nausea, gli era sovvenuta l’immagine di madre e figlio, due esseri vulnerabili e forse persino ignari delle troppe insidie presenti in quei territori. Dopo aver raggiunto il suo bambino, ammettendo che quella poveretta sia stata capace di orientarsi, avrebbe dovuto fare i conti con l’assenza del furgone. Imam si era augurato che quelle creature non avessero fatto una brutta fine: se i due fossero caduti nelle grinfie dei militari, non avrebbero avuto nessuna via di scampo: chi finisce nel deserto viene da esso ingoiato e mai più restituito al mondo.
L’aria era così tanto viziata che riusciva a confondergli persino i pensieri.
Erano cresciuti insieme, lui, Mahdi, Mohamed, e anche Maiamuna. Non se l’era sentita di darle l’addio, perché avrebbe fatto troppo male sia a lui che a lei. Si era trattato di un bacio innocente, eppure Imam era riuscito solo in quel momento a realizzare la sua importanza. Aveva creduto che potesse trattarsi solo di affetto, e, d’altro canto, era sempre stato piuttosto sicuro di non provare nessun altro sentimento nei suoi confronti. Pochi giorni dopo si erano abbracciati, quando lui le aveva raccontato della malattia del padre. Allora Maiamuna lo aveva sfidato in una corsa veloce: “Chi arriva primo al petrolio è il più forte”, gli aveva detto. Ghignando forte e correndo a perdifiato, si erano inoltrati nella fitta foresta.
La Nigeria era lontana, Imam non avrebbe più potuto tornare indietro. Nonostante Mahdi e la compagnia di molte altre persone, si sentiva solo.
Durante il giorno non si faceva altro che morire di caldo, ma nel corso della notte si veniva travolti da un freddo intenso, capace di penetrare nelle ossa.
Senza rivolgere all’amico né una parola né uno sguardo, Imam gli dedicava indifferenza e basta; Mahdi invece sembrava un cane bastonato. La flebile musica che, sin dalla partenza, era provenuta dalla radio dell’abitacolo, era cessata all’improvviso. Benché il volume fosse stato regolato al minimo, in alcuni momenti particolarmente silenziosi, riusciva ad arrivare all’orecchio dei passeggeri. Nonostante Imam non le avesse prestato una particolare attenzione, ne aveva percepito subito l’assenza. 
Il conducente aveva frenato in maniera brusca, all’improvviso.
Dovevano ormai essere vicini a Sebha.
Allarmato a causa di quella fermata inaspettata, Mahdi aveva sollevato il tendone del camion e si era sporto per guardare. Fuori, in lontananza e nel buio, aveva scorto delle luci. Queste avevano tutta l’aria di essere dei fari, ma avrebbe potuto anche trattarsi di una jeep militare.

Imam aveva serrato i pugni. Dopo aver assunto per qualche secondo un’espressione feroce, era stato travolto dall’ennesima ondata di sconforto. Un silenzio surreale era calato nel furgone: tutti trattenevano il fiato.
Il deserto sa come alimentare illusioni ottiche, e, di notte, soprattutto quando si tratta di luci, risulta pressoché impossibile cercare d’indovinare le distanze. Per fortuna i punti luminosi avevano subito regalato l’impressione di allontanarsi e di dirigersi verso est.
Notando l’espressione stravolta di Imam, Mahdi aveva trovato la forza per sussurrargli: “Devi avere fiducia. Abbiamo scelto il migliore: con lui saremo al sicuro!”.
Al villaggio Imam aveva sentito narrare un’infinità di storie; nessuno avrebbe potuto distinguere le vere dalle false. Eppure, ogni giorno la gente raccontava diversi aneddoti di pivot corrotti. Nonostante questi imponessero ai clienti tariffe davvero esorbitanti, senza alcuno scrupolo trasportavano il carico umano dritto nelle fauci delle milizie, ricavando poi dai sequestratori ulteriori grassi compensi.
Quel ‘viaggio’ era costato quasi il doppio. Mahdi era sicuro di potersi avvalere della massima protezione, Imam si limitava ad augurarsi che le cose stessero davvero così.
Piuttosto esasperato dalla situazione, alla fine aveva donato all’amico un sorriso che pareva una smorfia. La rabbia nei suoi confronti si stava pian piano tramutando in una tacita rassegnazione. Di sicuro non lo giustificava, e non si perdonava per aver abbandonato due creature innocenti nel bel mezzo del deserto; eppure aveva intuito le motivazioni che avevano potuto spingere Mahdi a fermarlo. Se fosse corso dietro a quella piccola peste, forse l’avrebbe acciuffato, ma avrebbe dovuto assumersi il rischio di non riuscire a raggiungere Sebha. Il furgone sarebbe ripartito comunque, dopo fischio del conducente, con o senza di lui.  


Ci fu una rapida inversione di marcia. Dopo aver percorso alcuni chilometri a ritroso, adesso procedevano veloci sullo sterrato. Attraversavano una radura desertica. Se un solo militare si fosse trovato nei paraggi, sarebbero stati di sicuro spacciati.

IMAM E MAHDI, parte 1.

“Sono qui, ma non fare troppo rumore. Non si sa mai!”
Imam aveva scorto Mahdi. Il giovane si era nascosto dietro un cespuglio di acacia. Imam aveva poggiato per terra il bastone che gli era servito per attraversare la foresta, e ingobbendosi come una guareza, aveva raggiunto l’amico.
“Non abbiamo tanto tempo, la prossima ronda ripasserà tra dieci minuti. Guarda!”
Gli occhi grandi di Mahdi erano diventati simili a due scintille in un pezzo di carbone.
Al contrario, Imam era stato obbligato a socchiudere i suoi. Un vento caldo, che spirava da sud, trascinava con sé una coltre grigiastra e una puzza insopportabile di plastica bruciata.
“Merda! Il male nero avanza, e si sta ingoiando tutto.”
“Già. Se tu fossi passato da qui qualche giorno fa, ti saresti reso conto del grosso casino causato dall’ultima esplosione.”
“Quattordici vittime, almeno così dicono al villaggio…”
“Pure di più, e te lo dico io. Hai visto che roba?”
“Sì, la Nigeria si è ammalata.”
Non molto distante la foresta dava l’impressione di tranciarsi di netto e lasciava il posto a una distesa di fango scuro, che proseguiva a perdita d’occhio.
All’orizzonte, in controluce e in netto contrasto a uno splendido tramonto, delle mostruose creature metalliche cigolavano e stridevano feroci.
Le labbra di Iman tremavano. Gli occhi gli bruciavano. Avrebbe voluto tirare un’imprecazione, ma era rimasto in silenzio.
“Degli altri swamp buggy sono passati da qui”, aveva sussurrato Mahdi, dopo avergli indicato dei profondi solchi che erano rimasti impressi sul sentiero fangoso.
“Stamattina, mentre attraversavo la piazza del mercato, mi sono imbattuto in Mohamed. Lui ha smesso di pensarla come noi. Da alcuni giorni lavora alle trivelle, sostituisce un operaio deceduto durante l’ultimo sversamento. Si è ormai convinto che le industrie petrolifere possano persino rappresentare un’opportunità.”
“Comunque Mohamed non ha tutti i torti, dato che non è rimasta neanche l’ombra di un pesce, né una misera traccia di cacciagione. Noi moriremo di fame, invece.”
“Imam, non dire cazzate! Ben presto anche noi potremo riempirci per bene lo stomaco. Stiamo per fare la cosa giusta: siamo uomini ormai, e ce la faremo!”
“Non sarà per niente facile, e questo dovresti saperlo anche tu: in Europa non ci vedranno di buon occhio.”
“Allora, quei bianchi pallidi morti in piedi dovranno farsene una ragione! Lascia perdere le chiacchiere, e cerca piuttosto di essere puntuale. Ti raccomando: stanotte, alle tre, e non un minuto più tardi”.

Lungo il tragitto del ritorno Iman aveva ripensato a prima delle espropriazioni, a quando il terreno dei suoi genitori si estendeva fino alle coste del Niger; allora le industrie petrolifere operavano ancora con un certo riguardo, nonché con una maggior discrezione. Col passar degli anni, era invece capitato di tutto. Le mangrovie si sradicavano al primo colpo di vento; la terra era contaminata dagli idrocarburi, e persino l’aria era satura di gas tossici. Gli alberi da frutto non erano più in grado di riuscire a sfamare tutti gli abitanti del villaggio, e ciò che di commestibile osava crescere ancora in maniera spontanea, veniva subito saccheggiato. Gli ortaggi assorbivano una gran quantità di sostanze nocive, e, per poter sopravvivere, la gran parte degli animali si era spostata nell’entroterra. Quel luogo che un tempo somigliava a un paradiso, si era tramutato in un vero inferno, con tanto di fuoco e di fiamme.

In compagnia di tali e orrendi pensieri, Imam era giunto alla sua baracca. Nella rossastra penombra del crepuscolo questa gli era sembrata persino più bella, nonostante fosse ormai vecchia e pericolante; tuttavia, quel luogo riusciva ancora a regalargli un sentore di dignità, nonché una sensazione di lieta accoglienza.
Quante volte attendendo il ritorno di suo padre era rimasto seduto a gambe incrociate, al riparo dal sole, sotto la tettoia di amianto. E quando finalmente l’omone faceva capolino da dietro la collina, Imam balzava in piedi per corrergli incontro. L’uomo sorrideva, e scuoteva orgoglioso la sua grossa rete sempre carica di pesci. Per sé poteva trattenere una piccola parte del pescato, che però era sufficiente a sfamare la sua famiglia. Tutto il resto del bottino finiva nelle mani dei militari, che, numerosi, sorvegliavano la costa.
Imam si era arrestato sulla soglia. Aveva percepito una sensazione di straniamento: la consueta familiarità di quel luogo gli era all’improvviso venuta meno; gli si era accapponata persino la pelle.
Per fortuna, le grida litigiose dei suoi fratelli, che provenivano stavolta dal retro della baracca, l’avevano riportato alla realtà.
“Smettetela! Quando vi decidete a crescere?”, li aveva ammoniti, serio.
Nonostante quel caos, il padre dormiva. Ronfava seduto su una sedia sgangherata che era solito piazzare proprio davanti all’uscio. Imam non avrebbe mai immaginato che un uomo così robusto e tanto energico potesse un giorno ridursi in uno stato simile. Non riuscendo più a pescare, l’uomo si era convinto di non avere più niente da fare. Suo malgrado, era poi sopraggiunto anche il cancro: una malattia atroce, terribile, e divenuta fin troppo comune da quelle parti.
In casa la madre stava sminuzzando con cura delle foglie di ugu: era l’unico alimento che non mancava mai sulla loro tavola.
Imam avrebbe desiderato confessarsi con lei, dirle ‘Madre, io sto per lasciarvi!’
Non se l’era sentita. Non ce l’aveva fatta. Non intendeva essere la causa di un ennesimo dispiacere.
Entrambi i genitori non si sarebbero mai opposti alla sua decisione, ma Imam era sicuro che non avrebbe potuto contare sulla loro benedizione. Sua madre si sarebbe limitata a stare zitta, e suo malgrado i suoi gesti avrebbero tradito un certo nervosismo. Apprese le sue intenzioni, il padre avrebbe fatto scivolare il palmo della sua grossa mano callosa sulla sua fronte, sempre madida e ormai rugosa. Dopo essersela asciugata per bene nella stoffa dei pantaloni, sarebbe ritornato al suo consueto sonno.
Imam sentiva un buco nello stomaco. In parte era causato dalla fame, in parte dal rimorso. Da alcuni giorni aveva sottratto alla madre un prezioso e antico monile. Si trattava di un oggetto che la sua famiglia si era tramandato di generazione in generazione, e che, proprio per questo, lei non avrebbe trovato il coraggio di impegnare. Da quella vendita Imam aveva ricavato all’incirca cinquecento Dollari, che sarebbero stati a malapena sufficienti per raggiungere Tripoli. Tuttavia, Imam non riusciva ad accusarsi di egoismo: dopotutto quel cimelio era privo di qualsiasi utilità, e se le cose fossero andate per il verso giusto, presto sarebbe riuscito persino a sdebitarsi, restituendo alla madre dieci volte tanto.
“A Azuzuama oggi c’è stata una nuova rivolta del Mend”, esordì la madre, spezzando un silenzio diventato imbarazzante, ma senza distogliere lo sguardo dalle verdure.
“Non otterranno mai niente, è inutile!”, le aveva risposto Imam.
Non gli importava più nulla del Mend, né tantomeno di quelle maledette industrie petrolifere. Imam pensava solo che avrebbe venduto volentieri l’anima al diavolo per potersi permettere di mettere sotto ai denti qualcosa di davvero squisito. Si sarebbe accontentato di un’abbondante porzione di Yam, e poi, per finire, gli sarebbe bastato persino un mango, purché fosse maturo al punto giusto.
Presto avrebbe presto permesso alla sua famiglia di condurre una vita migliore.
Sua madre sospirò. Si trattava di un pesante e lungo sospiro, che riusciva a racchiudere tutti gli stenti di una vita intera. Per un attimo Imam sospettò che la donna avesse potuto intuire tutto. Era convinto che le madri riuscissero a sviluppare un particolare sesto senso nei confronti dei propri figli.
E quella sera gli era anche sembrato che il buio fosse calato prima del solito.

Hassan dormiva, beato. Kamil, di gran lunga più agitato, e dopo essersi rigirato più volte nel letto, gli aveva finalmente voltato le spalle. Al lume di una candela Imam si era dato da fare racimolando le sue poche cose: nulla di più di alcuni vestiti logori e della sua fionda preferita. Aveva poi riposto tutto, in qualche maniera, dentro a un vecchio zaino.
Anche i soldi erano già al sicuro. Aveva provveduto ad arrotolarli, e aveva spinto lo stretto tubicino di carta bene in fondo, nella tasca interna. Poi, silenzioso come un gatto selvatico, si era precipitato fuori.
Aveva sorriso, realizzando che questo non gli capitava da molto tempo. Si sentiva energico, non aveva sonno.
All’orizzonte, alcuni gas flaring davano il solito – squallido – spettacolo di fuoco. Imam si ricordò una fiaba sui draghi che il padre era solito raccontargli quando era piccolo. Dopo averlo sollevato in alto, permettendogli di toccare quasi il cielo con un dito, lo accomodava sulle sue solide ginocchia. Era una storia che Imam gli aveva sentito raccontare spesso, anche ai fratelli; come se l’uomo avvertisse il bisogno di dover giustificare, a sé stesso più che ai figli, quell’infernale consueta visione.

Imam non conosceva l’Italia, dunque non aveva la minima idea di cosa doversi aspettare dal suo futuro. Eppure, descrivendogli Roma, Mahdi era riuscito a incantarlo. Imam si era estasiato apprendendo come tutte le città italiane fossero antiche e moderne insieme, zeppe di attrattive, e di ogni genere di divertimento. Mahdi gli aveva persino giurato che chiunque vi avesse abitato sarebbe riuscito in poco tempo a trovare un impiego ben retribuito.
L’amico aveva dichiarato: “Gli italiani possiedono case da sogno, e automobili lussuose nuove di pacca. Nelle loro camere da letto hanno armadi enormi, zeppi di abiti alla moda; dai loro grandi televisori a colori riescono a guardare qualsiasi programma; possono permettersi di vedere un film diverso ogni giorno, e non riescono più a separarsi dai loro telefoni cellulari ultramoderni, che gli offrono un’infinità di passatempi davvero stupidi. Hanno una vita lunga e spensierata, sono sani e felici. I bambini possiedono talmente tante cose, che non riescono neanche a decidersi con quali di esse giocare. La cucina italiana è tra le più rinomate al mondo. Io non vedo l’ora. Non mancheremo di farci una bella scorpacciata di pastasciutta, e intendo anche assaggiare una loro specialità: il pane. Di quello ne hanno talmente in abbondanza che nemmeno si fanno scrupoli a buttarlo per strada. Pensa, Imam: nelle piazze lo fanno beccare persino agli uccelli!”
Imam non avrebbe mai preteso di condurre una vita da gran signore, tuttavia si era convinto che, una volta in Italia, sarebbe stato senz’altro meglio.
Si era voltato per osservare un’ultima volta la sua baracca. Alcune lacrime gli erano scivolate sulle guance. Semmai avesse percepito un vero stipendio, l’avrebbe subito condiviso con la sua famiglia. E se solo avesse potuto, li avrebbe portati tutti con sé. Suo malgrado, i suoi fratelli erano ancora troppo piccoli per riuscire a trovare lavoro in Italia, e, viceversa, il padre era ormai vecchio e malato. Alla madre invece, sarebbe spettato il gravoso compito di badare al coniuge.
Con un passo incerto e pesante attraversò il campo, poi imboccò il sentiero che si addentrava nella foresta. Dietro a coltri di fumo spesse e puzzolenti il cielo esibiva così tante stelle da togliere il fiato.

Mahdi gli era corso incontro, stritolandolo in un forte abbraccio.
“Ci siamo, fratellone mio!”, gli aveva gridato all’orecchio.
Imam si era irrigidito. Era stato travolto da un fastidioso disagio. Proprio come l’amico, era convinto di lasciare la sua terra, eppure non aveva provato neanche un briciolo di eccitazione. Aveva preso quella decisione per pura necessità. Al contrario Mahdi sembrava davvero felice di dover intraprendere quella grande avventura.

Il luogo del ritrovo, a Filingue, era un parcheggio sterrato adiacente alla stazione. Imam e Mahdi notarono subito un vecchio furgone col cassone, che era stato parcheggiato in fondo allo spiazzo, e sul quale erano già stipate una trentina di persone. Imam non aveva potuto evitare di osservare un esiguo gruppetto di donne. Un paio di loro avevano con sé i propri figli. Gli era subito sovvenuto il volto di sua madre, e aveva subito sentito un gran peso al cuore: si era accorto di volerle un gran bene.
Un omone dal viso stanco e rugoso stava fumando una sigaretta. Poggiava la schiena allo sportello aperto e sbuffava nugoli di fumo. Dopo aver lanciato il mozzicone, lo aveva calpestato sotto alle suole dei suoi stivali impolverati, e aveva sputato lontano. Sfoggiando un’andatura che si sarebbe potuta paragonare a quella di un cowboy dei vecchi film, li aveva raggiunti senza smettere di squadrarli dalla testa ai piedi, con uno sguardo spavaldo e spocchioso.
Imam si era levato lo zaino, poi si era chinato per appoggiarlo sul terreno arido. L’uomo aveva un coltello, il manico di legno intarsiato sporgeva dalla tasca dei suoi pantaloni. Imam stava per consegnargli un sacco di soldi, e Mahdi gli aveva già dato i suoi. In un’altra occasione, non si sarebbero certo fidati di quel brutto ceffo, ma non avevano nessun’altra scelta.

AQUALUNG, SIDE B.

Ian Anderson.

Una nuvola doveva essersi piazzata davanti al sole: tutto si era oscurato all’improvviso. Il largo frammento di cielo che, allungando un po’ il collo, scorgeva dalla sua poltrona, era limpido e blu. Un profumo d’erba appena tagliata si propagava nella stanza. La larga parte di campo visibile dalla finestra, incorniciata dall’edera che si arrampicava rigogliosa sul muro esterno, gli evocava uno scampolo di velluto. Osservava gli steli, che si incurvavano al passaggio del vento, proprio come se una grossa mano li stesse accarezzando.
Dalla vita desiderava di più, eppure non avrebbe mai barattato la sua fattoria con nessun’altra casa al mondo. Non si sentiva poi così diverso dall’erba, o dagli alberi, o da qualsiasi essere vivente al quale sia concesso il privilegio di poter sviluppare le proprie radici in quel luogo, e a cui sarebbe rimasto legato fino alla fine dei giorni.
Il tempo stava cambiando: camuffato col profumo dell’erba, si spargeva nell’aria anche un acre sentore di muffa.
Sedeva al centro del locale. Non aveva nulla da fare, e, men che meno, gli interessava sapere se lei fosse arrivata.
Seguiva con lo sguardo gli spostamenti delle ombre sul pavimento, che, a causa della temporanea assenza di sole, risultavano appena accennate.
Il vento si faceva sempre più forte. Il crescente fruscio prodotto dagli alberi faceva nascere un truce lamento, che echeggiava persino in casa. Dal piano terra provenivano fischi assordanti, provocati dagli spifferi che riuscivano a penetrare il vecchio portone.
Serrava forte i pugni, sentiva le unghie fin troppo lunghe affondargli nei palmi delle mani. Cercava di domare un forte tremore che gli impediva di infilarsi i tappi nelle orecchie.
Respirò profondamente, socchiuse gli occhi. Immaginò di ricevere una carezza dalla sua povera nonna, l’unico gesto d’amore ricevuto durante la sua infanzia, e che gli era giunto talvolta, prima di potersi abbandonare al lungo e beato sonno, quello di cui privilegiano solo i bambini.
Non ricordava nemmeno l’ultima volta in cui aveva dormito in un letto senza interruzioni e per tutta una notte. Tuttavia sentiva di meritare la punizione che era stato costretto ad auto-infliggersi a causa dei cattivi pensieri, e di quelle sue sporche masturbazioni. Fu travolto da un’ondata d’odio verso suo padre. Se si era ridotto in quel modo, lo doveva a lui. Per fortuna, gli erano rimasti almeno i sogni.
Il respiro era tornato calmo. Le sue palpebre si erano fatte pesanti. Evocò la scena così come l’aveva lasciata al risveglio. Liberando la mente da tutti i pensieri, si abbandonò al sogno, senza opporgli resistenza. Riusciva a ricordare quelle immagini, e le vicende a esse legate, con un realismo anomalo. Godeva nell’essere catapultato in una dimensione speciale, dove il tempo assumeva un valore diverso. Si limitò ad assaporare l’aria a pieni polmoni. Prese un profondo respiro. Il suo fastidioso ticchio alle palpebre gli stava concedendo una tregua, e persino la fronte, nonostante facesse caldo, era ancora asciutta. Realizzò di non esser finito tanto lontano da casa sua.
Perché la ricordava sempre un po’ meno bella di ciò che era?

Sussultò.
Spinse forte il sedere nella calda poltrona di pelle. Lo stomaco era di nuovo vuoto, la vescica era di nuovo piena. La testa gli ripeteva come un mantra: Mike, bagno e cucina; Mike, bagno e cucina… e non un passo in più!
Non avrebbe potuto trasgredire le regole, doveva comportarsi da bravo bambino. Aveva attraversato il locale evitando di calpestare le ombre, che, oblique e allungate, avevano raggiunto la loro massima estensione. Residui di nuvole grigie si accalcavano all’orizzonte, ma il cielo si stava tingendo di rosso.
Tolse i tappi dalle orecchie. A parte un lontano cicaleccio, non lo infastidiva nessun altro rumore. Si alzò per soddisfare un bisogno fisiologico. Sapeva di doversi mantenere lontano dalla finestra. Aveva piovuto parecchio, e per giunta di sbieco: sul pavimento del soggiorno si era formata una pozza d’acqua. Prima o poi, e sarebbe stata solo una questione di tempo, ce l’avrebbe fatta anche a richiuderla.
Seduto in poltrona, con la lampada accesa, pensava che persino le ombre stavano cercando un modo per potersi arrampicare sui muri.
Avrebbe fatto bene a scacciarla dalla testa: non avrebbe più dovuto pensare a lei.

Dopo aver contemplato a lungo un enorme traliccio dell’alta tensione, desiderò risalirlo fino in cima. La pesante corporatura e la sua innata goffaggine non l’avrebbero certo ostacolato in quell’impresa. Con grande energia, derivata da un’improvvisa percezione di agilità, si ritrovò a compiere ogni gesto in maniera naturale. Lo spingeva il bisogno più che un’intenzione vera e propria: la punta delle scarpe da ginnastica si infilava negli stretti interstizi presenti tra i blocchi di ferro, e, sicuro di farcela, senza alcuna esitazione, artigliava le grosse mani alla struttura. Risaliva il traliccio con facilità. In quattro e quattr’otto, si ritrovò sulla sua sommità. Lì provò una grande beatitudine. Riuscì a percepirsi più vicino a Dio.
La visuale era stupenda. E lei giocava nel campo.
Era bellissima, esile, lei era sempre allegra. La sua andatura era sciolta. Osservare quei lunghi capelli biondi ondeggiarle sulle spalle mentre compiva dei saltelli era un’esperienza ipnotica. La sua gonnellina, sollevandosi, si riempiva d’aria. Gli ricordava una gattina un po’ selvaggia: indossava delle graziose mutandine bianche.
Non si sarebbe dovuto spingere fin lassù con l’intento di spiarla. Ma, in fin dei conti, la colpa non era sua. Da quelle parti non passava mai nessuno, e lei era davvero irresistibile, soprattutto quando, vestita in quel modo, non la smetteva più di correre nel prato …
Percepì le guance diventare bollenti: la fronte era madida di sudore. Sudava persino nel sogno. Mosse un passo oltre la stretta piantana collocata alla sommità del traliccio. La terra gli mancò da sotto i piedi, e avvertì un terribile vuoto allo stomaco.

Teneva la testa tra le mani. L’aria era di nuovo calda e si sentiva soffocare. Le ombre sul pavimento apparivano strane, distorte, spaventose. Le ginocchia continuavano a battere una con l’altra, sempre più veloce. Non avrebbe potuto concederselo? Tutto sommato si trattava solo di un sogno. Quante volte si era già trattenuto, Dio solo lo sapeva!
Era deluso. Nel sogno la morte coincide con il risveglio. Era pronto a giurare che un tale calvario si sarebbe ripetuto, e chissà per quante volte ancora.

Si era alzato un vento improvviso che tormentava le fronde degli alberi, provocando un fruscio assordante; persino gli uccelli cinguettavano più forte del solito.
Mentre lo schienale della poltrona dava un secondo contraccolpo al pavimento, guardava già dalla finestra. Aveva tentato di smettere, troppe volte la coscienza l’aveva ammonito. Si era imposto delle regole, si era obbligato a restare alla larga da quella maledetta porta che si affacciava sul mondo. Si era ridotto a dormire seduto, a mangiare poco o niente, e aveva perso persino la voglia di ascoltare i Jethro Tull.
I vetri spalancati riflettevano il viso di un vecchio smagrito e sofferente. Se avesse ritenuto di riuscire a parlare a sé stesso, ammesso che quell’estraneo fosse stato proprio lui, si sarebbe detto che, alla sua età, non avrebbe potuto godere di una simile prelibatezza. Suo malgrado, desiderava averla con ogni parte del corpo, tramite ogni singola cellula. Cedere alla tentazione sarebbe stato ammettere un fallimento, l’ennesima e ridicola dimostrazione di debolezza, soprattutto dopo tanti mesi interminabili e zeppi di sacrifici, di rinunce, di ripetute penitenze. Imprecò a voce alta contro Dio, e non esitò a maledire persino l’estate: quella bambina gli recava tormento ogni giorno, e tutti i suoi guai sentiva di imputarli alla bella stagione: se ci fosse stato un freddo cane, quella carognetta sarebbe rimasta dentro casa sua.
Si rammaricò per non essere nato più forte, con più volontà. Non aveva saputo difendere nemmeno sua madre, quando suo padre si sfilava la cintura dei pantaloni. Una lacrima gli percorse la guancia al solo pensiero che lei, quella dolce bambina, fosse una creatura innocente.
Diverse immagini passavano in rassegna nella sua mente: lei che giocava a saltare la corda; lei che stringeva una bambola; lei che leggeva un fumetto tenendo le gambe divaricate; lei che sorrideva osservando una farfalla; lei che esibiva il suo bel seno acerbo dentro una maglietta fin troppo larga.
Sentì qualcosa indurirsi nei jeans.

“Oggi sei stato proprio cattivo. Da’ qua, forza, dammi il braccio!”. Talvolta la voce del padre gli rimbombava ancora in testa, gli sembrava addirittura di sentire un gran tanfo di sigaretta e di pollo bruciato.
Teneva un braccio ripiegato per poggiarsi alle piastrelle; con l’altro, che agitava in modo frenetico, cercava di liberarsi da un gran peso. Lo sguardo non poteva evitare le numerose imperfezioni sulla sua pelle, segni circolari in cui risultava violacea e rappresa.
Trasportata dal vento, una timida voce bianca risaliva la scalinata della fattoria. Impossibile non riconoscere le note di “Twinkle, Twinkle, Little Star”.
Mollò un pugno al muro, restando insoddisfatto. Richiuse la patta e si mise a vagare per le stanze di casa.
“Resta lontano dalla finestra. Resta-lontano-dalla-finestra”.
Cacciò i tappi nelle orecchie più a fondo che poté. Il canto si era ì ridotto a poco più di una vibrazione, eppure lo giudicava beffardo.

Quando la bambina sembrò sollevare lo sguardo per osservare la finestra, una bomba gli esplose nel petto.
L’edera sui muri oscillava per il vento, protraendosi verso l’angelica creatura. Una crepa era comparsa sulla facciata: vacillarono le sue certezze. La sua casa e il suo mondo stavano andando in frantumi, ed era piuttosto sicuro che non avrebbero più retto nemmeno le fondamenta. Sentiva la terra ribollire, gli sembrò che si ribellasse. L’ossigeno scarseggiava, e una densa nebbia cominciava a esalare dal suolo ammantando ogni cosa.

La bella bambina raccoglieva dei fiori. Sembrava esserne attratta, forse per via della loro fragilità. Li adagiava uno dopo l’altro sul palmo della mano, tenendolo un po’ richiuso per impedirgli di essere travolti dalla furia del vento, e di volare via.

Risollevò la poltrona. Si levò i tappi. Li lanciò. Li osservò rimbalzare sulle piastrelle del pavimento. I sogni si sarebbero ripetuti ancora, e il buio non sarebbe riuscito ad annientare le ombre per sempre.
Ancora nel campo, la bambina non smetteva di cantare: “Mi chiedo chi tu sia… come un diamante nel cielo, al di sopra di un mondo così vasto…”.

Era in cima al traliccio.
Lei portava alla bocca i suoi fiori, uno dopo l’altro. Dando l’impressione di dover vomitare, si cacciò due dita in gola e ne ricavò un filo. Lo tirava senza smettere, lasciando ricadere per terra una ghirlanda zeppa di fiorellini. Ai suoi piedi si andava formando un groviglio, che, crescendo a vista d’occhio, raggiungeva le sue ginocchia, poi il suo ventre, poi il suo petto e, infine, era riuscito ad avvolgerle anche la testa. Da questo si dipanavano numerose radici sottili che le affondavano nella carne, nel tentativo di trarne linfa di nutrimento.

La sua pelle era come la buccia di una pesca vellutata. Era sdraiata in un morbido letto d’erba. Tutt’intorno crescevano piccoli fiori, qua e là persino alcuni papaveri. Aveva pianto.
Accanto a lei assaporava disteso la quiete della campagna.
Non poteva temere i sogni. Si crogiolò nella soddisfazione.
Un cielo così limpido non l’aveva mai visto.
Si assopì pian piano.

Non riusciva a scorgerla. Il campo era deserto. Tirava un gran vento e il traliccio penetrava il cielo nero. Lui poteva anche dominare il mondo, ma era rimasto solo.
Un lampo tagliò l’orizzonte. Cominciava a piovere. Grosse gocce tintinnavano a contatto con la struttura metallica. Rimbombò un tuono fortissimo, il traliccio traballò. Non temo i sogni, si disse. Qualcosa gli si avvolgeva attorno al collo. Si trattava di un filo viscido. Era sottile ma resistente, e su di esso erano sbocciati alcuni fiori. Ebbe anche l’impressione che qualcuno l’avesse potuto fissare alle nuvole.
Si sporse oltre la piantana e si lasciò andare nel vuoto, con la stessa sicurezza di chi l’aveva già fatto almeno un centinaio di volte. Amava sentire l’adrenalina mentre il suo corpo precipitava in rapida accelerazione. Godeva della velocità, svuotandosi di tutto l’ossigeno trattenuto dai polmoni. Era peso senza alcun peso, in caduta libera.
Percepì un crampo al collo e fu catapultato verso l’alto.

Era seduto sulla poltrona. Qualcuno si era preso persino la briga di richiudere la sua finestra. Fuori un forte temporale stava scatenando l’inferno.
Sul collo della vittima apparivano delle congestioni giallastre.
Eppure, pareva dormire beato.

“Mi vedete ancora, perfino qui?” “Do you see mi even here?”
la corda d’argento giace a terra the silver cord lies on the ground
“E così sono morto”, disse il giovane… “And so i’m dead”, the youn man said…
Oltre la collina (non molto lontano). Over the hill (not a wish away).

Jethro Tull, Ian Anderson – A Passion Play (1973)

Dedicato “alla mia più cara amica di lettere.”

https://annehecheblog.wordpress.com/2012/05/09/aqualung-di-quou-e-alessandra/

LA SEDUTA.

Avevamo richiuso le persiane. Nella penombra, sul tavolo a tre gambe e ricoperto da una tovaglia rossa talmente lunga da sfiorare il pavimento, era stata poggiata una candela; questa irrorava di luce fioca un tabellone che esibiva tutte le lettere dell’alfabeto.
Maria, per ultima, adagiò le dita sulla moneta. “Funzionerà?”, ci domandò.
“Ho seguito alla perfezione le istruzioni del libro.”, le rispose Dany, sicura.
Anto e Miriam osservavano col fiato sospeso la fiammella, che, vibrando non poco, regalava l’impressione di potersi spegnere da un momento all’altro.
“Cominciamo?”, chiesi.
Ci scambiammo una rapida e timorosa occhiata d’intesa.
Da lì a poco notammo che la moneta scivolava sul tabellone con un moto proprio, e che, compiendo degli scatti, si soffermava ora sopra una lettera, ora sopra ad un’altra. A quel punto sollevammo incredule le nostre dita, ma fummo costrette a realizzare che la monetina seguitava a muoversi imperterrita. Maria lanciò un urlo agghiacciante, poi, a gambe levate, le cinque ragazze corsero fuori dalla stanza e si precipitarono a perdifiato giù, per le scale.
Il tavolino traballò, un lembo della tovaglia si sollevò come agitato da una improvvisa folata di vento.
Quello scemo di Marco, carponi, fece capolino da sotto il tavolo; ghignava come un matto mentre posava sulla tovaglia un grande magnete. Le mie amiche avevano già raggiunto il cortile. Se l’erano proprio fatta sotto: le udivo strillare ancora, proprio come delle oche. Marco si sarebbe potuto godere in santa pace tutto il resto del pomeriggio.
Io invece, nera di rabbia e ancora con il cuore in gola, ero piuttosto sicura che, prima di sera, quel burlone di mio fratello l’avrebbe pagata davvero cara.

IL FILO.

Passeggiavo, ben imbacuccato a causa del freddo, nel bosco vicino a casa mia. All’improvviso realizzai di aver calpestato qualcosa. Notando che si trattava solo di un filo, lì per lì non vi feci caso. Fu solo dopo aver compiuto qualche altro passo, che la faccenda cominciò a complicarsi, e nel contempo a rendersi interessante. Fui costretto a notare quanto fosse lungo; mi era parso di cotone, uno di quelli che si usano per ricamare. E questo proseguiva a perdita d’occhio lungo il sentiero, districandosi alla meno peggio tra i sassi conficcati nel terreno bagnato e poi zigzagando tra i rami spezzati. Scompariva e ricompariva, a tratti riemergendo dal morbido tappeto di foglie secche imbevute d’acqua piovana, diventate come gommose a causa delle precipitazioni insistenti di quegli ultimi giorni.
Non avendo niente di meglio da fare, assecondando il dubbio che quello strano filo potesse dipanarsi ancora a lungo, presi la bizzarra decisione di seguirlo: chissà, forse mi avrebbe condotto da qualche parte…
Non saprei spiegare perché, ma avevo avuto l’impressione che un filo non potesse trovarsi in mezzo a un sentiero per caso, avevo piuttosto maturato la convinzione che fosse stato messo lì per adempiere a un compito ben preciso.
Lo afferrai e avanzai stringendolo in un pugno chiuso, facendolo scorrere e tirandolo con l’altra mano. Mi trovai a percorrere all’incirca due chilometri. Le mani già infreddolite mi dolevano parecchio, e io mi maledissi per aver dimenticato a casa i miei guanti.
Avanzando mi divertii a stimarne la lunghezza: dapprima pensai che potesse trattarsi di una sola matassa, poi realizzai che avrebbero potuto essere anche due legate insieme; infine dovetti accettare l’idea che fossero persino più di tre. Mi meravigliai nel constatare come quel filo proprio non ne volesse sapere di finire.
Giunto a un certo punto, più o meno nei pressi della grande quercia, notai che il filo vi si avvolgeva più volte, ben stretto, intorno al tronco; poi lo osservai proseguire, ancora. Deviando dal sentiero e perdendosi tra le piante, questo si inoltrava nella rigogliosa vegetazione.
Io non serbavo alcun timore: conoscevo quel bosco proprio come conoscevo le mie tasche.
Fui alquanto soddisfatto di aver indossato gli stivali di gomma, perciò mi apprestai a procedere nel sottobosco, che, a ogni passo, sembrava diventare man mano più insidioso.
Fui presto costretto a rallentare l’andatura. Dovevo trovare il modo di districare i piedi dal suolo: enormi roveti si aggrovigliavano in continuazione alle mie gambe, trattenendomi. Il bosco sembrava opporsi con tutta la sua forza al mio passaggio, come se intendesse impedirmi di procedere. Percepivo tutto il peso del corpo sprofondare sempre più giù, nel terreno, e solo per un istante rabbrividii al pensiero che questo fosse vivo, cosciente, e che intendesse catturarmi, o magari inghiottirmi per farmi suo prigioniero.
Procedere a lungo in un bosco in penombra provoca alla vista uno scherzo tremendo: ben presto il paesaggio circostante si offusca e risulta difficile mettere a fuoco un qualsiasi particolare. Inoltre le giornate di novembre sono brevi, e al tramonto i raggi di sole obliqui e scialbi che riescono a penetrare tra i rami degli alberi sono davvero pochi. Potevo dunque contare sulla medesima intensità di luce provocata da una fiammella di candela.
Una bruma piuttosto compatta cominciava a esalare dal suolo, proprio quando questo aveva deciso di lasciarmi un po’ di tregua. Con ostinazione colsi l’attimo e approfittai, come si suol dire, del momento buono. Proseguii il mio cammino seguendo ancora il filo, che, tirato, aveva tutta l’aria di voler raggiungere lo spazio infinito.
Sollevando lo sguardo ebbi come l’impressione di intravedere qualcosa. Non saprei dire cosa fosse, tuttavia il filo all’atro capo sembrava essere sostenuto da una misteriosa entità di luce, o da qualcosa di molto simile a…
In preda all’estasi fui tentato di mettermi a correre per raggiungere in fretta quella cosa (o quella creatura), che mi sembrava davvero bellissima. Mio malgrado, ben presto inciampai in una grossa radice, finendo lungo e disteso, con il viso nel fango.
Come per opera di un orrendo sortilegio, io persi per sempre quel filo.
Non appena mi ripresi, lo cercai a lungo e invano.
Non vi fu un solo altro giorno, da allora, in cui non desiderai inoltrarmi di nuovo nel bosco, alla penosa ricerca di quel filo. Vi ho appena passeggiato anche oggi, e di quel maledetto non ho più trovato nessuna traccia.

Tuttavia, mi sento costretto a chiedervi perdono, io sono un miserabile e maldestro ciarlatano: può darsi che quel giorno io abbia solo smarrito il filo, fin troppo lungo, del mio discorso.

LIA E IL MARE.

L’affascinante parola “mamihlapinatapi”
appartiene al lessico “yamana” e non esiste un termine italiano corrispondente che esprima lo stesso concetto. Mamihlapinatapi è lo sguardo pieno di desiderio che si scambiano due persone timide quando provano un’attrazione reciproca.

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Lia aveva scostato la tenda che penzolava davanti alla finestra. Si moriva di caldo in casa, ma la pioggia batteva impetuosa sui vetri, quasi intendesse allagare oltre al giardino anche la sala da pranzo. Dopo aver trascorso l’intero pomeriggio a cucinare, quel tempaccio l’aveva costretta a rientrare di corsa.
E pensare che, tutta presa com’era, nemmeno si era accorta che il cielo terso di quella calda giornata d’agosto aveva pian piano cominciato a intorbidirsi, e che, avvolgendo le cime dei monti vicini, dei gonfi e pesanti nuvoloni neri erano sopraggiunti veloci, da ovest.
Un ventaccio sollevava in un turbine qualsiasi cosa non fosse ben ancorata alla terra: un paio di brutte cartacce, alcune foglie ancora verdi e qualche germoglio strappato con forza dalle fronde del grande nocciolo. Quel povero albero già martoriato si fletteva fino a terra, sfiorando con la cima il fango e provocando un fruscio somigliante a un lamento così forte da esser udito persino in casa.
Quella tormenta aveva anche travolto e disperso chissà dove tutti i piatti e le scodelle che Lia aveva riempito con cura e poi disposto in fila sulla panca in legno, che era addossata al muro di cinta.
Quasi tutti i giorni, a partire dall’inizio delle vacanze estive, la bambina si dava da fare cucinando per lui. Per fortuna, il più delle volte, il tempo era bello e, verso le cinque, sempre sorridente lui faceva capolino dal bosco, poi, quasi saltellando raggiungeva la rete di cinta, poggiandovi una spalla.
Lia si perdeva a osservare i suoi occhi: erano azzurri come il mare. E pensare che le volte che l’aveva visto il mare, le avrebbe potute contare sulla dita di una mano.
Lia abitava in una baita di montagna così graziosa che chiunque non avrebbe esitato a definirla la casa dei sogni. Tuttavia, come è ovvio che sia, quella bambina avrebbe accettato di trasferirsi, da subito e anche per sempre, vicino al mare.
Lia riteneva che il naso ben fatto del suo amico fosse identico a una conchiglia, che teneva nascosta con gelosia nel suo portagioie. Anche i suoi capelli scuri, a dir la verità spesso un po’ troppo sporchi, quando ondeggiavano così appesantiti per via del vento somigliavano alle alghe che suo padre aveva fotografato durante una villeggiatura nei dintorni di un molo; e le sue mani che muoveva con insolita delicatezza, potevano ben esser scambiate, da tutti o quasi, per stelle marine.
Lia quasi si vergognava di quell’amicizia, e proprio non si decideva a volerne parlare a sua mamma: in fin dei conti mancava poco alla fine dell’estate. Il suo giovane amico sarebbe presto tornato in città, e nessuno l’avrebbe più rivisto da quelle parti. Anche per questo motivo Lia riusciva a paragonarlo al mare. Benché fosse solo una bambina, aveva già maturato l’intima convinzione che tutte le cose belle prima o poi si guastano, oppure finiscono.
E se la mamma avesse permesso al suo amico di entrare in giardino? Lia se lo sarebbe ritrovato proprio davanti, senza la rete, e allora avrebbe faticato persino a parlargli, e si sarebbe fatta strada in lei la paura di toccarlo per sbaglio, o anche di essere toccata. Insomma, mica era sicura che quello fosse un bravo bambino: lo conosceva appena!
Tuttavia Lia era felice di avere un amico sul quale poter contare durante l’estate. Fino a quel momento aveva sempre odiato le vacanze: per lei, sperduta tra i monti, la fine della scuola significava perdere di vista per diversi mesi tutti i compagni.

Attraverso un punto ben preciso della rete, dove le maglie di fil di ferro si allentavano e originavano una fessura ben più ampia delle altre, sollevandosi sulle punte dei piedi Lia porgeva all’amico una scodella colorata, poi subito un’altra. Poteva trattarsi di una gustosa zuppa di pomodoro composta da una miriade di petali di rosa, o di una bistecca grigliata accompagnata da un succulento contorno di verdure, ossia un piccolo sasso circondato da foglie di cicoria; alcune margherite simulavano talvolta del riso, dei rametti spezzati diventavano carote… Insomma, la piccola si dava da fare con creatività e fantasia, raccogliendo e combinando tra loro diversi ingredienti, che risultavano sempre sufficienti per poter realizzare dei pasti di almeno venti portate, colorati e interminabili.
Dal canto suo, quel gioioso ragazzino sembrava non avere grandi pretese, né gusti difficili. Portava avidamente alla bocca tutto ciò che Lia gli porgeva simulando gradimento, sassi compresi. Solo quando era certo di non essere più osservato dalla dolce ragazzina, rivoltava la sua posata, lasciando scivolare a terra, un po’alla volta, le golose pietanze, gettando tutto nel prato.
Marco non poteva certo definirsi un gran chiacchierone, tuttavia aveva raccontato a Lia di amare la sua città quanto adorava la montagna. Non poteva vantarsi di avere molti amici. A dirla tutta, non ne aveva nemmeno uno. Probabilmente non era stato fortunato, o non ne aveva ancora incontrati di veri.
Le poche volte in cui Marco si prodigava in un discorso piuttosto lungo, Lia ascoltava incantata, senza batter ciglio, ma si domandava come diavolo potesse accadere che un ragazzo così speciale, pur abitando in una grande città, dovesse faticare tanto per legare con i suoi coetanei. Tuttavia, senza ammetterlo, il motivo lo aveva già dedotto. Più volte aveva notato tremare quelle rosee stelle marine come se fossero state appena ripescate dal maree e subito esposte all’aria. Inoltre aveva osservato in più occasioni le sue belle gote paffutelle accendersi e tingersi di un rosso vivo simile al colore di un corallo. Se soltanto avesse posseduto il coraggio per riuscire a poggiare anche un solo orecchio sul petto del ragazzino, avrebbe udito lo sciabordio continuo delle onde che si infrangono sugli scogli.
Quando terminava la cena, proprio come fa il mare quando si ritira con la bassa marea, Marco si esibiva in un inchino davvero buffo e tornava frettolosamente verso il bosco, lasciando per Lia, dietro di sé, una scia di conchiglie colorate, un mucchietto di piccoli pesci boccheggianti, e molti altri cimeli preziosi e immaginari.

Una volta era persino capitato che le dita sottili della piccola sfiorassero per meno di un secondo quelle di Marco, non si può dire che i due si fossero toccati, ma Lia aveva lasciato cadere il piattino e tutto ciò che conteneva le si era rovesciato sui piedi, proprio come fanno a carnevale i coriandoli. In quel preciso momento gli occhi di Marco erano diventati enormi, rivelando a Lia i tesori celati nelle misteriose profondità dell’oceano e tutte le meravigliose creature che lo abitano.
Rimasta sola, non avendo più nulla di importante da fare, Lia rimaneva seduta ancora un po’ sulla panca in giardino. Aveva lo sguardo pensieroso sempre puntato sui piatti vuoti. Un’espressione abbastanza simile veniva riflessa dai vetri, e in alcuni punti si era creata una spessa patina di condensa che Lia si ostinava a cancellare con la sua manina. Era piuttosto infastidita dall’immagine che la finestra le restituiva e che conferiva al suo giardino un sentore di distanza, di passato, quando questo era ancora lì, proprio davanti a lei, a portata di mano. Quel brutto temporale proprio non voleva saperne di finire!
L’orologio appeso alla parete segnava ormai le 18:30. Lia era abbastanza sicura che Marco, quel giorno, non sarebbe più venuto.
Un piattino rosso veniva trascinato dal vento per tutto il giardino. Era stata proprio stupida! Non aveva pensato a ritirare le stoviglie per tempo: di sparecchiare la tavola se n’era dovuto occupare il temporale. Lia si domandava se fosse riuscita a ritrovare tutte le sue stoviglie; e inoltre
non una pietanza sembrava esser sopravvissuta al maltempo: sul tavolo erano rimaste solo due ciotole colme di acqua piovana, che straripava addirittura dal bordo. Anche nel caso in cui Marco si fosse fatto vivo, non avrebbe trovato più nulla.
“Sei ancora alla finestra? Sembra che tu non abbia mai visto piovere!”
Lia arricciò le labbra in una smorfia che sua madre non poté fare a meno di notare dal vetro.

Quando cessò di piovere era ormai buio pesto e Lia si rigirava nel letto senza riuscire a dormire. Avrebbe dato qualsiasi cosa per poter accertarsi subito dei guai causati da quel tremendo temporale, ma i suoi genitori non le avrebbero mai permesso di uscire in giardino a tarda notte. Si alzò di scatto, poi si ributtò giù, con la ferma intenzione che, l’indomani, avrebbe parlato di Marco ai suoi genitori; e così, finalmente, avrebbe potuto giocare con lui come si deve, sulla panca del suo giardino. E qualora le si fosse presentata una buona occasione, non avrebbe certo esitato a prenderlo per mano.