AMNESIA 11: LA FINE.

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“Crediamo che alcuni ricordi possano nuocere al nostro presente ma, in realtà, è il presente a rammentarci che non siamo ancora riusciti a dimenticare.” (Lady Nadia)

AMNESIA: TUTTI.

Mauro lascia l’ufficio. Senza volerlo, mentre richiude la porta principale di vetro, vi nota riflessa la sua sagoma, curva e che pare invecchiata. Gli occhi sono ridotti a due fessure accerchiate da qualche grinza, la sua fronte è più rugosa del solito. Si cura di inserire l’allarme tramite un piccolo telecomando. Una lucina rossa sullo stipite comincia subito a lampeggiare a intermittenza.
Ogni passo è pesante ed è causa di forti fitte alla testa. Raggiunge il suo BMW.
Per tutta la giornata ha tentato invano di racimolare una qualche esigua somma di contante senza ottenere alcun risultato. Non resta altro che confidare in Sandrino. Forse l’indomani, stando alla conversazione che avevano sostenuto in mattinata, sarebbe riuscito ad ottenere dalla banca un ennesimo e agognato prestito.
Risale sull’auto e la mette in moto. Accende i fari, è molto buio. Osserva Il cielo nuvoloso, senza luna e neppure stelle.
Come da accordi deve raggiungere Sandro, quindi inserisce la freccia per svoltare su una via secondaria.

Sara e nonna Giulia sono entrambe sedute sul sedile posteriore del taxi, si scambiano occhiate soddisfatte di intesa mentre percorrono strade incastrate nelle gallerie oppure abbracciate da infinite radure di erba bassa e sorvegliate da alti monti acuti e innevati.
Stanno ormai per raggiungere Sondrio. Sara è travolta da ondate adrenaliniche dovute a un eccessivo entusiasmo, nonna Giulia risulta agitata, impaziente, si sfrega di continuo e tra loro le mani giunte. La sua fronte è tanto umida da riuscire persino a riflettere i fari delle vetture transitanti sulla corsia opposta. Ancora euforica, sogna quel futuro ormai così imminente e si augura di ottenere presto il suo riscatto. Gode al solo pensiero di incontrare Mauro, distrutto, in quella serata memorabile.
Nell’abitacolo regna da più di un’ora il silenzio. Persino il taxista, dopo alcune frasi di circostanza, ha rinunciato a proferire parola. Si ode solo un respiro profondo quando finalmente, a lato della strada, appare un cartello che segnala l’arrivo a Sondrio.

Mauro giunge all’appartamento di Sandro intorno alle 21.
E’ accolto da un sorriso falso, nota la tavola già apparecchiata in maniera scialba, frutto di un’evidente praticità maschile.
Del vino rosso è già stato versato in bicchieri da osteria, dei tovaglioli mal ripiegati, di carta, risultano quasi accartocciati sotto le posate di acciaio.
Consumano la cena, un piatto di spaghetti troppo cotti e conditi a aglio, olio e peperoncino. Mauro non ha fame. Rinuncia al secondo anche a causa di uno sgradito odore che si innalza da un vassoio ove ristagna una poltiglia fumante marrone e dentro la quale si riconoscono a malapena dei piccoli pezzi di carne.
Se il bicchiere si svuota, Sandro, gentile, subito lo riempie di nuovo.
Mauro mangia poco e beve tanto. Avanza anche un po’ di spaghetti coi quali giocherella con la forchetta dopo averli ammucchiati su un lato del piatto.
I due scambiano poche parole ma, al termine della cena, Sandro avanza la proposta di proseguire la serata in un bar che ha appena cambiato gestione e si trova accanto ai giardini “Sassi”.
“Offro io!”, esclama, ironico.
Mauro accetta a malavoglia ma qualcosa dovrà pur fare per svagarsi un po’. E se anche fosse rimasto in quella casa, non avrebbe fatto altro che tormentarsi per la situazione economica.
Inoltre è intontito e ignaro di essersi somministrato anche una discreta dose di calmante. Crede che quella sensazione possa essere dovuta all’interazione tra l’alcol che ha trangugiato e la pastiglia per il mal di testa assunta solo qualche ora prima.

Sara offre al taxista il compenso dovuto. Questi riparte brusco, senza nemmeno aspettare che potessero allontanarsi un poco dalla vettura.
Ai bordi del parcheggio nota diversi cassoni dell’immondizia, la raccolta organica, i contenitori per plastica e vetro.
L’aria spira con una discreta forza, trascinando con sé molto freddo e un odore intenso di terra umida e erba. Giudicando anche dal cielo, da qualche parte e non molto lontano, avrebbe già potuto piovere.
Due grossi fari, forse un SUV, illuminano i loro volti a giorno costringendole a socchiuderli per il fastidio.
Sara sente il suo cuore battere all’impazzata. Giulia cerca di calmare la rabbia che pare impadronirsi di lei. Delle ombre si allungano per poi scomparire mentre l’auto ruota per parcheggiare lì, accanto a loro.
Dall’abitacolo fuoriescono due sagome. Una barcolla e l’altra pare stia fumando una sigaretta. Il vento trasporta nelle loro narici un odore acre di tabacco. Inoltre, in lontananza, si notano alcune scie chiare e sottili di fumo che ondulando si allungano veloci, assottigliandosi per poi svanire.
Poi un tacchettio di suole, forse in cuoio, echeggia nel piazzale. Un ritmo sincopato funge da tamburo in perfetto sottofondo al battito del cuore, alle spinte del sangue nelle arterie.
Sandro si fa coraggio e spezza il silenzio che aleggia solitario nell’aria.
Le due donne restano immobili, non sembrano percepire nemmeno il gelo proveniente dai ripidi pendii circostanti e che, invece, sembra attanagliare ogni altra cosa.
Giulia ha la sensazione surreale di assistere alla proiezione di un filmato al rallentatore e, nonostante le distanze tra loro fossero ormai ridotte, osserva quell’uomo percependolo lontano, distante.
Un vecchio lampione irradia la sua luce debole e offuscata da un velo di sporcizia illuminando appena il volto di Mauro.
Il tempo pare giocare nel restare sospeso su una linea immaginaria in bilico tra i loro sguardi.
In Giulia si ravvivano una miriade di brutti ricordi, mai dimenticati, tutti insieme.
Visualizza delle immagini nitide come resoconti di ogni singolo e terribile momento.
Le neonate vispe, adagiate nell’incubatrice mentre agitano le sottili gambette. I loro corpicini così vellutati e morbidi eppure costretti nel restare uniti, quei bellissimi visini tondi e paffutelli.
L’indimenticabile snervante attesa, gli occhi incollati all’uscio della sala operatoria, gli abbracci bagnati dai pianti, le grida isteriche, le luci a neon sopra quel lenzuolo bianco adagiato sulla barella che correva via. “Sara non ce l’ha fatta!”. La disperazione.
La ditta a Pavia, le prime difficoltà economiche.
Il terribile incidente, l’obitorio. L’odore di sangue rappreso e di morte, le narici piene, come la testa.
La confusione. Il panico. Notti e notti insonni. Il silenzio. Il vuoto.
La nuova casa.
Alice con quello sguardo perso, Alice e le sue stranezze, Alice e le amnesie. La comparsa di Sara.
E poi ancora ospedali. Camici bianchi, verdi, azzurri e di ogni colore. Cibo plastificato consumato su letti asettici posti in locali che parevano delle scatole, chiuse tra muri spogli, lucidi e chiari, troppo, da far male agli occhi. Smarrimento, tristezza, resilienza, angoscia e poi rabbia e infine, forte, l’odio.

Mauro fissa Giulia. Sembra drogato. Ha un mancamento ma riesce a riconoscerla.
Si rialza, a fatica. Si regge a malapena in piedi. Volta lo sguardo, lento. Ora osserva attento anche la donna più giovane. I suoi lineamenti non lasciano dubbi: è senz’altro Alice.
Dopo l’incidente aveva provato un vago ma lieve senso di colpa, mai un vero rimpianto. Era conscio di aver commesso un terribile sbaglio guidando ubriaco e causando la morte di entrambi i genitori di quella bimbetta e di averle sconvolto tutta la vita, in pochi secondi. Eppure non ne aveva mai sofferto davvero benché, negli anni immediatamente successivi, si fosse proprio ostinato nel volerla incontrare e rivedere. Ma non aveva provato nulla. Nessun sentimento. Non riusciva a soffrire, non poteva, era nato così: difettoso.
Sapeva di avere un problema, forse una forma di autismo ma l’aveva tenuto per sé, aveva preferito tacere quella scomoda verità imparando a simulare le reazioni degli altri in base ai vari stati d’animo. Si reputava apatico, vuoto, inutile, incapace tanto di amare quanto di odiare.
Grazie alla sua spiccata intelligenza era riuscito a compensare ogni mancanza. Si era riscattato con gli studi, poi con la professione e mai si era arreso ai suoi ripetuti fallimenti. Le uniche preoccupazioni che riuscivano ad assillarlo riguardavano il mero benessere economico. Detestava essere considerato mediocre e soprattutto restare senza denaro.

Nonna Giulia infila piano una mano nella sua borsetta. Sara la osserva mentre muove qualche passo sull’asfalto. Mauro è ancora in preda ai suoi pensieri e fissa ora il vuoto, perso e intontito, senza accorgersi di Giulia, che, nel frattempo, si è avvicinata a Sandro.
Sussurrandogli qualcosa all’orecchio, gli porge di sottecchi qualcosa che trattiene dietro la schiena. Sandro muta espressione, spalanca gli occhi, pare impaurito. Cerca lo sguardo di Sara, forse per ricevere della comprensione ma nota solo un’espressione languida e supplichevole.
Gli eventi delle ultime ore si sono accavallati troppo velocemente. L’amore che prova nei confronti di Sara è immenso. Desidera con tutto il cuore restarle sempre vicino. Approfitta di quel momento di confusione dell’amico e indietreggia pano portandosi alle spalle di Mauro. Si guarda attorno: il parcheggio e la strada sono deserti e il buio avvolge ormai ogni cosa in quella notte fredda e ancora senza stelle. Mauro ora ha quasi la sembianza di una statua di pietra, sullo sfondo l’Adamello, bianco.
L’ara gelida è la protagonista di un gioco ipnotico, Sara e la nonna osservano di sbieco, senza voltare la testa, trattenendo l’entusiasmo. Giulia irrompe rabbiosa con il fragore di un vetro che si frantuma all’improvviso in un milione di pezzi:” tu non sei un uomo, tu sei un mostro! Meriti di morire per ciò che hai fatto a mia figlia, meriti di morire, per Alice e per Sara!”
Sandro, rapido, allarga il braccio che tiene ripiegato dietro la schiena e lo solleva. Impugna con due mani un grosso coltello da cucina. La sua lama, per un secondo, irradiata da quell’unico lampione presente, con uno sfavillio, simula già alta una mezza luna.
Mauro torna in sé quanto basta, pare realizzare ciò che succede. Qualcosa gli trapassa la carne da dietro, con forza, fino a raggiungere il cuore. Percepisce una fitta lancinante, un dolore immenso. Non prova terrore, nemmeno rabbia. Come sempre non prova nulla. Rivive il momento dell’incidente, vede il sangue, poi il volto di Natasha, quelle sue grandi tette e Mirella che sbraita con la bava alla bocca. Il battito del cuore sembra impazzire, poi rallenta. Si accascia al suolo, sul cemento. Si ode un tonfo sordo, dei rantoli a vuoto. Infine è silenzio.
Il vestito scuro che indossa, al buio, lo rende un tutt’uno con l’asfalto.
Sandro è immobile. I palmi delle mani rivolti al cielo. Trema, osserva. Ha un cedimento. Si inginocchia accanto a Mauro e piange come un bambino. “Cosa ho fatto? Cosa ho fatto?”, mugola disperato.
“Zitto e alzati! Carichiamo il corpo in macchina, presto!”, comanda nervosa Giulia.
Sandro si rialza e obbedisce. Apre il baule, afferra Mauro per le spalle. Nota il ciuffo di capelli ricadergli sul viso, è rigido e pesante, ancora tiepido. Nonna Giulia e Sara gli afferrano i piedi. Le scarpe lucide sono macchiate da piccoli schizzi rossastri. Lo infilano nel baule, lottano con i suoi arti per poter richiudere il portellone.
Sull’asfalto poche tracce di sangue. Il cielo regala delle grosse gocce di pioggia. Nonna Giulia non riesce a rinunciare ad un sorriso e si accomoda soddisfatta sul sedile posteriore.

“Sara, fai in fretta, sali in macchina!”
Sara invece si avvicina alla portiera ancora aperta. Giulia si accorge che il suo viso è provato, pare diventato dolce.
“Nonna. Io non ero d’accordo. Non lo sono mai stata. Vi siete macchiate della sua stessa colpa. Non sarete mai felici, le vostre mani sono sporche di sangue, siete delle assassine. Nonna, perché?”
Giulia comprende. Sara ha lasciato emergere Alice, come promesso, per l’ultima volta e pare essere al corrente di tutto.
“Asciugati quelle lacrime e salutami come si deve! Abbiamo solo qualche minuto a disposizione prima che torni Sara. Mi hai voluto bene Alice? E allora fallo per me, dimentica questo ultimo mio gesto disperato e abbracciami!”
“Nonna non posso. Ora ho capito. Tu hai sempre agito nell’interesse di mia sorella, affinché fosse lei ad occupare definitivamente questo corpo.”
“E’ la più forte, Alice cara! Solo Sara era in grado di cavarsela anche senza di me, io non sono certo eterna e, inoltre, non potevo fallire, non potevo morire senza la certezza di avervi reso giustizia e di sapervi capaci di badare a voi stesse. Tu sei dolce e cara Alice, e troppo buona. Tu hai perdonato quella bestia ma hai sacrificato te stessa. La tua vita sarebbe continuata così, passivamente, tra un’amnesia e un’altra. Sara, invece, lei condurrà un’esistenza normale, vivrà per tutte e due.”
“No, hai sbagliato. Ha proprio sbagliato.”, sussurra delusa Alice, ancora in pianto.
Giulia prova una gran pena per lei e, mentre la osserva, nota un ennesimo e repentino cambiamento di espressione.
La nipote ha uno slancio improvviso, con un balzo raggiunge la portiera al lato del conducente e balza in auto. “Metti in moto Sandro! Sali a “Sant’Anna”, al vecchio convento.” E’ Sara.

Sandro, di proposito, non accende nemmeno i fari. Guida con gli occhi lucidi che riflettono vari frammenti di luci artificiali provenienti dall’esterno. Non riesce a realizzare l’accaduto, è confuso, quasi come se tutta quella vicenda fosse accaduta a qualcun altro e lui vi avesse solo assistito.
I tornanti si susseguono nel buio, uno dopo l’altro. Presto avrebbero raggiunto il convento abbandonato collocato su un picco roccioso che ricade a strapiombo sulla città.

“Dai, buttalo giù!” Intima Sara.
I tre, proprio sul ciglio del burrone, lasciano andare simultaneamente quel corpo che precipita nel vuoto, a valle. Il coltello ancora conficcato nella schiena.
Sandro si immobilizza osservando il precipizio nero. Realizza. Si volta verso Sara, desidera del conforto, un abbraccio. Lei gli si avvicina, si prepara come per cingerlo a sé, invece, irrigidendo la muscolatura, gli infligge all’improvviso una spinta. Lo osserva sgranare gli occhi, allargare la bocca in un’espressione ebete di stupore. Anche Sandro cade, all’indietro, seguendo il destino di Mauro.
Nonna Giulia dichiara con una sottile ironia: “ogni delitto richiede un colpevole!”

Le donne si avviano giù per la montagna. Nonna Giulia cammina piano a causa dell’artrite. Sanno che occorrerà più di un’ora di cammino per raggiungere l’appartamento di Sandro.
“Nonna, dobbiamo prima recuperare i soldi che ha rubato a Mauro. Li conservava nella cassaforte di casa sua. E’ stato così stupido… pensa, mi ha rivelato anche il codice! Poi torneremo a Milano. E’ finita! Io vivrò la mia vita. Hai tanto male alle ossa nonnina?”

AMNESIA: ALTRI RICORDI.

Nonna Giulia si allontanò dal camino con l’intenzione di spiare la piccola Alice. La porta della sua cameretta era socchiusa così vi poggiò delicata il palmo della mano per spalancarla un po’ di più.
La bimbetta non si accorse di nulla, era intenta a giocare con quelle due noci che aveva posto sul pavimento e che tentava di far dondolare, simultaneamente, spingendole con il suo piccolo indice affusolato e cicciottello. Canticchiava la prima parte di una filastrocca che la sua mamma era solita ripeterle prima di morire.
La piccola realizzò la presenza di nonna Giulia sulla soglia e scappò dalla stanza, forse con un po’ di vergogna, come se fosse stata sorpresa durante un momento di privata intimità.
La nonna osservò quelle noci a terra. Quando furono del tutto immobili le avvicinò e appoggiò con forza un piede su una di esse. Era quella vuota. La riconobbe tramite una macchia di nero sul guscio, un residuo ormai secco del suo mallo, che l’aveva protetta e ricoperta durante la maturazione.
Premette con forza. La noce si frantumò subito, con un vigoroso e improvviso schiocco. Non si curò di ripulire e lasciò la camera.
Alice era seduta sul divano, la TV trasmetteva un cartone animato. La nonna esclamò fingendosi dispiaciuta: “devi scusarmi Alice, per sbaglio, ho calpestato una delle tue noci e si è rotta.”
Alice raggiunse di corsa la sua stanza, vi si rinchiuse sbattendo la porta. Singhiozzò per quasi un’ora.
Quella notte, Alice e la nonna si abbracciarono e piansero a lungo prima di riuscire a prendere sonno; tuttavia realizzarono, ciascuna a modo suo, che quella sarebbe stata l’unica cosa giusta da fare, a qualunque costo.

AMNESIA 10.

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“Ah, memoria, nemica mortale del mio riposo!” (Miguel De Cervantes)

AMNESIA: MAURO.

Mauro costeggiò il fiume Mallero e inserendo la freccia, svoltò verso destra. L’orizzonte era nascosto dalle sagome ancora nere delle montagne che, da lì a poco, avrebbero accolto nelle loro insenature le prime luci oblique di quell’ennesima alba serena. Gli fu possibile scorgere l’agglomerato di caseggiati della “Contrada” che spiccava fiero e nitido ad est dove risiedeva la piccola zona industriale di Sondrio tratteggiandone il confine e segnandone l’avanzare della campagna ben sorvegliata da alte vette e dall’Adamello.
Il paesaggio di sempre, eppure gli parve diverso. Né più bello, né più brutto: solo diverso.
Mauro pensava, osservava e ripensava. Il suo portafoglio era vuoto, la sua azienda sull’orlo del fallimento, non un tetto sulla testa e una probabile ex moglie da poter vantare durante qualche bevuta di troppo nel bar del centro. Per anni si era ostinato a far ritorno in quella casa, a condividere con Mirella quelli spazi lussuosi ma diventati presto angusti e mai percepiti propri, come un perenne ospite. E poi c’era Daniele, di carattere chiuso, assai serio e pragmatico, in tutto e per tutto identico a Mirella. Nonostante fosse un ragazzotto taciturno e assai riservato, chiunque gli avrebbe potuto leggere in faccia una buona dose di disprezzo e parecchia delusione nei confronti di quel padre snaturato. Mauro era sicuro che il figlio lo ritenesse un classico “poco di buono” e , proprio in questo, trovò la forza necessaria a consolarsi. Ripensò allo stridente silenzio che ormai, in quella casa, aveva colmato gli angoli di ogni stanza e qualunque genere di distanza e a quante volte si fosse reputato imprigionato, in balia dell’apatia e della noia.

Giunse al parcheggio della sua azienda senza rendersene quasi conto e con la testa colma di quei ragionamenti e di strane e oscure congetture.
Notò subito l’auto di Sandrino. Fu sollevato nel trovarlo già in azienda. Aveva davvero bisogno di un amico, di un confidente e anche di ospitalità: solo per un paio di notti, nell’attesa di una ripresa economica, di qualche agognata liquidità che gli potesse permettere una qualunque differente sistemazione.

Appena varcò la porta scorrevole e automatica, Mauro se lo trovò davanti. Troppo preso dai suoi problemi non riuscì nemmeno a notare che l’amico esibiva un volto teso e uno sguardo colpevole e sfuggente.
“Che ti è successo Mauro?”, domandò Sandrino palesando preoccupazione.
Mauro rispose secco:” Nel mio ufficio, subito!”

I due chiacchierarono sommessi per più di mezz’ora suscitando una morbosa curiosità della segretaria e qualche pettegolezzo tra i dipendenti più maligni.
Quando l’uscio si socchiuse, echeggiò nel corridoio un ultimo pezzo di frase: “certo, tranquillo. Siamo amici, no? Poi, con più calma e appena ci sarà possibile, troveremo un’altra soluzione”. Più di qualcuno sorrise ben nascosto dietro al monitor del proprio computer.

Quella giornata fu davvero pesante. Sandrino fu chiamato più volte a rapporto da Mauro che appariva visibilmente agitato e anche un po’ confuso. Sandrino perseverava nella recita mostrandosi disponibile, compassionevole e davvero scosso per l’accaduto.
“E’ incredibile che Mirella non ti abbia nemmeno lasciato parlare!”, aveva persino osato sussurrargli mentre, in tutto segreto e nella sua testa, pensava divertito: “poveretta quella donna, proprio una poveretta…”

AMNESIA:SANDRINO.

Sandrino lasciò stressato l’azienda di Mauro intorno alle 17 per far ritorno alla sua dimora. Mauro si trattenne in azienda e, come da accordi, l’avrebbe raggiunto verso sera, dopo aver terminato le ultime fatturazioni.
Parcheggiò nel cortile della sua palazzina. Mentre si accingeva a lasciare l’abitacolo della sua auto, il telefono trillò provocandogli un sussulto.
Un sorriso gli si dipinse sul volto non appena ne visualizzò il display.
“Sara, tesoro. Non immaginavo mi richiamassi così presto.”
“Sandro, spero ti faccia piacere: c’è un cambio di programma. Arriverò stasera. Va bene a casa tua?”
“No, no. Meglio che tu non venga qui. Ah, ah, ah. La moglie di Mauro, a causa della foto, l’ha finalmente sbattuto fuori casa. Pensa: non ha neanche la possibilità di pagarsi un hotel. Ah, ah, ah. E ha chiesto ospitalità a me, solo per qualche giorno! Ho accettato ma presto troverò una scusa. Gli racconterò che dovrò lasciare con urgenza la città, e gli confesserò di aver trovato un altro lavoro. Non potrà permettersi l’affitto del mio appartamento e quindi è fatta. E’ andata, è finita. Mauro è alla frutta!”
“Oh, che bella sensazione sto provando, ne sono felice! Ma… potremmo fare ancora meglio. Cosa ne dici se ci ritrovassimo tutti insieme ai giardini Sassi? Di sera,lì intorno, non dovrebbe passare anima viva. Ci tengo troppo. Lo vorrei proprio guardare dritto negli occhi, e vorrei che fosse presente anche la mia fantastica nonna. Sandro, la potrai conoscere, finalmente. Le ho promesso giustizia. Anche lei ha diritto di guastare il suo fallimento, dobbiamo prenderci una rivincita. Dimmi un orario. Per favore, ti prego, fa’ che Mauro sia presente! Dimmi che sei d’accordo, dimmi che proverai a condurlo da noi. Certo, scoprirà tutto. Ma credo che debba andare così. Anche tu potrai riscattarti, diversamente figureresti un incapace. Poi lo pianterai in asso. Voglio proprio osservare la sua dannata faccia quando scoprirà che il suo braccio destro, il suo fidato consulente, il suo unico e migliore amico gli ha teso un memorabile tranello. Desidero con tutta me stessa che realizzi ben chiaro di cosa è capace la nostra famiglia e che ogni evento nefasto che ha dovuto “subire” fa parte di una vendetta. Dovrà crollare davanti a noi. Gli strapperemo dalle unghie anche quell’ultimo e futile appiglio. Pensaci! Accelereremo la sua caduta negli inferi e, nel contempo, la mia redenzione e inoltre, potremo regalare una enorme soddisfazione anche a mia nonna. Siamo in debito con lei. Ha dedicato a noi la gran parte della sua esistenza e ha permesso a me di continuare a vivere. Quando tutto sarà finito, io potrò possedere il corpo di Alice. Io e te saremo finalmente liberi di amarci, senza più alcun ostacolo, sei il mio unico amore. Mi ha già ucciso e ha ucciso i miei genitori. Ti prego, ti prego… fallo per me, per noi!”
Sandrino era rimasto spiazzato da quella improvvisa richiesta. Quasi non respirava, la portiera era già aperta, una gamba gli si era atrofizzata dentro all’auto e l’altra rigida che penzolava fuori, a qualche centimetro da terra e che rilasciava un’ombra allungata proprio sulla striscia azzurra che delimitava il parcheggio numero sei.
Mille sensazioni si stavano avvicendando dentro di lui: entusiasmo, eccitazione, rabbia e poi paura, vergogna e anche indecisione.
Aveva lavorato sodo e con intelligenza, per tutto quel tempo ed era riuscito a condurre in maniera encomiabile il suo gioco: senza il minimo errore era riuscito a evitare qualsiasi minimo sospetto di Mauro. Aveva agito a regola d’arte, conquistando giorno dopo giorno un’ampia dose di stima e persino la sua amicizia. Insieme avevano preso ogni genere di decisione. Era riuscito a plasmarlo a suo piacimento e a renderlo incapace di intraprendere una qualunque scelta. Ormai necessitava della sua continua approvazione. Ora che tutto era giunto ad una fine, Sandro realizzò che avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo, con fatica. Avrebbe dovuto accettare di vivere in maniera piuttosto banale e di legarsi a Sara in una relazione del tutto normale. Il termine “normale” lo urtava, lo indispettiva, lo aveva da sempre infastidito.

Sin da ragazzo, durante i suoi studi, si era sempre distinto per il suo naturale e raro talento nonché per la sua eccellente logica oltre il comune. Il suo quoziente intellettivo era di gran lunga superiore alla media e gli insegnanti erano soliti premiarlo elargendogli abbondanti note di merito o riconoscimenti di qualsiasi genere. All’università studiò con evidente passione e, con altrettanta facilità riuscì ad accaparrarsi il massimo dei voti laureandosi, come ovvio, con infiniti elogi e la lode.
Tutto ciò che si dava per scontato lo disturbava e lo annoiava.

“Sandro? Sandrino? Amore, ci sei? E’ caduta la linea?”
Sandro si fissava la gamba sospesa fuori, a penzoloni.
“Sì amore mio. Lo farò.”, rispose, con un tono spento e meccanico.
“Quella grossa somma che hai sottratto a Mauro, quella che hai messo da parte per noi… ce l’hai ancora vero?”
“Certo!”, dichiarò, secco.
Sara, dal canto suo, era troppo euforica per realizzare l’enfasi di quella risposta che avrebbe dovuto apparire fuori luogo.
“Bene, ci divertiremo amore! Promesso. Per che ora sarete ai giardini?”
“Direi per le 22. Sono quasi certo  possa andar bene.”
“E’ fantastico amore! Sei stupendo! A più tardi. Partiamo subito. E ricorda: ti amo!”
“Anch’io.”

AMNNESIA: SARA E GIULIA.

Sara si rivolse verso nonna Giulia mostrando un enorme sorriso. Si accertò di aver messo in stand by il telefonino che aveva afferrato dalla mensola del soggiorno poco prima e poi lo ripose nella sua borsetta.
“Nonna, cambiati presto! Dobbiamo andare. Raggiungere Sondrio in treno è un incubo. Per l’occasione e l’urgenza sarà meglio chiamare un taxi. Al diavolo il suo costo! Sai? Maledico ancora quella visita medica in cui mi sono vista negare la patente. Se quel giorno Alice fosse stata più determinata… Ma oggi nessun pensiero cupo. Questa sarà una nottata memorabile e non intendo guastarla con queste remore inutili! Sta per essere fatta giustizia!”
Nonna Giulia, commossa, in uno slancio improvviso abbracciò la nipote percependosi soddisfatta e assaporando quella piacevole sensazione. Lasciò che le lacrime le colmassero gli occhi. Per la prima volta e dopo tanti anni, riuscì a provare uno stralcio di felicità.
Poté constatare di nuovo e con stupore che l’odore della pelle di Sara non corrispondeva a quello di Alice. Certo, era molto simile, ma Giulia era in grado di distinguerne una leggera variazione.

“Nonna, promettimi che starai attenta! Non mi fido di quell’individuo.”
“Non preoccuparti Sara, ho una certa età ma il mio cervello funziona ancora bene e, nella mia vita, non mi sono mai comportata da stupida.”
Le due donne, soddisfatte, furono pronte in un baleno. Si precipitarono fuori casa, poi giù per le scale e sparirono in fretta dentro un taxi bianco.
E le luci di Milano si diradarono piano, fino a scomparire, per poi cedere il posto a intirizzite distese verdi.

AMNESIA 9.

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“Soffriamo di ricordi, ricordi dimenticati, che non ci dimenticano. (Angel de Frutos Salvador.)

AMNESIA: MAURO E SANDRINO.

La pallina girava vorticosamente nella roulette insieme a tutti i pensieri ovattati di Mauro che, annebbiato dal troppo alcol nel sangue, restava immobile accanto al tavolo verde, reggendosi la testa e realizzando a malapena di aver ormai perso tutto. Sandrino, come un corvo, gli poggiava la mano destra sulla spalla, fingendo dispiacere.
Rien ne va plus, les jeux sont faits. … 21, Rouge!
Mauro socchiuse per un istante gli occhi, le sue mani si serrarono nei pugni. Con uno scatto improvviso si voltò e si allontanò lento e traballante per il corridoio tappezzato di moquette rossa e illuminato quasi a giorno da potenti faretti. Si diresse rapido all’uscita.
Sandro gli restò dietro evitando di affiancarlo. Gli rivolse la parola solo quando raggiunsero il parcheggio e furono ormai prossimi a risalire sull’auto.
“Peccato! Avremmo potuto vincere.”
“E invece abbiamo perso Sandro, avrei dovuto aspettarmelo.”
Durante il viaggio di ritorno, Sandro, che era alla guida, con saggezza preferì tacere, mentre Mauro si crogiolava nel più totale sconforto.
Una volta a casa, Mauro lasciò la vettura senza rivolgere nemmeno uno sguardo a Sandrino e biascicò appena, a stento: “Domani dobbiamo recuperare un po’ di grana Sandro!”
Barcollò poi fino alla porta di entrata e, solo al quarto tentativo, riuscì ad infilare la giusta chiave nella serratura. Sandro ripartì con un accelerata brusca che fece scoppiettare la ghiaia e, mentre svoltava per riportarsi sulla strada principale, sul suo volto si disegnò un sorriso maligno.

Mauro tentò maldestro di disattivare la radiosveglia che precisa, alle 6.45, lo destò con la sua consueta musica. Questa rovinò sul pavimento con un tonfo metallico. Lui imprecò, si grattò gli occhi più volte. Ancora alla cieca, estrasse un braccio da sotto le coperte e si sporse un po’ per poter tastare il parquet nelle vicinanze del letto. Raccolse quindi la sveglia, il coperchietto e le tre pile che giacevano ben disseminati a terra.
In quel mentre gli sovvenne di aver perso tutti i suoi ultimi risparmi, al casinò.
Pensò che sarebbe cominciata una giornata difficile e assai impegnativa. Avrebbe dovuto procurarsi qualche liquidità, e in fretta! Nel portafoglio gli erano rimasti soltanto un paio di euro e, inoltre, le sue carte elettroniche erano inutilizzabili già da qualche giorno. Si augurò con tutto se stesso che l’amico Sandrino potesse sistemare ogni faccenda con la banca per ottenere l’ennesimo prestito.
Ci era cascato, di nuovo. E aveva bevuto ancora, e troppo. Aveva sbagliato assecondando Sandro al gioco della roulette. Avrebbe dovuto trovare il coraggio per obiettare: “no, non vengo!”, per essere onesto con gli altri e, per una volta, in primis con se stesso.
Infilò le sue ciabatte di lana marrone e, strisciando i piedi, cercò di ridurre al minimo ogni rumore. Si percepiva di pessimo umore e, soprattutto quella mattina, desiderava evitare ogni tipo di conversazione anche accidentale o qualsiasi confronto con Mirella.
Si defilò in bagno con un unico e urgente desiderio: lavarsi i denti, nel tentativo di rimuovere ogni residuo, ormai stantio, della generosa dose di alcolici consumata la sera precedente. Un sapore troppo amaro gli impiastricciava grumoso bocca e gola.
Da anni non dormivano più insieme. Mirella occupava la stanza accanto alla sua. Fu sollevato nel notarne l’uscio ancora chiuso e, ben attento a non emettere un suono che potesse risultare più forte di un respiro, Mauro si accinse a discendere piano la scala a chiocciola che conduceva al piano inferiore per potersi preparare un anelato doppio caffè.
Si arrestò notando qualcosa di inconsueto. Strabuzzò un po’ gli occhi che risultavano ancora velati a causa di quel pessimo riposo notturno dovuto ai postumi della sbornia e cercò quindi di mettere a fuoco. Giù, in basso, proprio davanti allo sbocco della scalinata, c’era qualcuno. Non fu possibile visualizzarne il volto perché un bagliore diffuso del sole che penetrava dalla porta-finestra a piano terra, già spalancata, irradiava quel corpo dalle spalle avvolgendolo in un luminoso fascio di luce e rendendolo solo una sagoma, nera, ritta e immobile, che tratteneva le mani ben salde e ripiegate ai fianchi come in un’austera attesa.
Mirella.
“Buongiorno!”, fece lui, fingendo di non mostrarsi per nulla sorpreso da quella strana accoglienza.
“Buongiorno? Ma questo è un pessimo giorno, anzi: è una giornata di vera merda!”
Il cervello di Mauro, ancora assopito, lì per lì, non fu in grado di fargli pronunciare alcuna parola. Fu solo colto da una specie di scossa, da un tremore diffuso. Mirella, che non era solita utilizzare un linguaggio tanto scurrile, appariva oltremodo adirata tanto che Mauro quasi si mortificò nel dover subire un successivo sbotto: “il mio caro maritino, bene alzato! Oh poverino, in ufficio sei sommerso dal lavoro, eh? Così tanto che ti tocca sgobbare fino a tardi, eh? Certo, certo. E vallo a raccontare a qualcun’altra!”
Mauro si dovette sforzare per trovare il coraggio di affrontarla e, cercando di apparire il più pacato possibile, le domandò: “Mirella che succede?”
Mirella salì qualche gradino, nervosa, e lo raggiunse, a un palmo di naso. Poggiandogli il suo indice teso sulla bocca esclamò: “Zitto! Tu non devi più pronunciare il mio nome. Mai più. Capito? E ora torna su, fai i bagagli, e sparisci da casa mia. Sbrigati!”
Mauro si interrogò sulla causa che potesse aver scatenato in sua moglie un tale attacco isterico; avrebbe desiderato essere diretto e poter porre quella domanda a Mirella. Considerando quell’atteggiamento furibondo preferì obbedire, senza controbattere.
Si voltò e, lento, a testa bassa e osservandosi le pantofole, tornò su per le scale. I suoi passi risultavano però instabili, dovette reggersi allo scorrimano di legno che scricchiolava ad intermittenza, così pressato dal suo peso.
Una volta ritornato nella sua stanza, recuperò nella cabina armadio la grossa valigia nera e cominciò a riversarvi dentro tutto quello che, così su due piedi, valutò necessario per poter trascorrere qualche giorno fuori casa.
Avrebbe chiesto aiuto a Sandrino, ormai era ridotto al lastrico e non avrebbe potuto permettersi un hotel, nemmeno per una notte sola.
Quando il bagaglio fu richiuso lo trascinò fuori dalla stanza e a fatica, poi giù per le scale. Non riuscì nemmeno a trovare la forza di sollevarlo del tutto.
Sceso in salone percepì un lieve aroma di caffè che proveniva dalla cucina, ma si limitò a deglutire; rinunciò alla colazione, come per una sorta di rispetto nei confronti di Mirella, nonostante fosse certo che la moglie fosse uscita di casa dopo la sfuriata. Quelle urla così stridule gli risuonavano ancora nitide nelle orecchie, come se possedessero un potere magico e riecheggiassero stranamente all’infinito in quello che, fino a poco prima, era anche il suo soggiorno.
Quel litigio non aveva svegliato Daniele e Mauro preferì lasciarlo riposare. Gli avrebbe telefonato nel pomeriggio e raccontato una consueta frottola, una qualunque, che riuscisse a giustificare la sua temporanea assenza; un incontro di lavoro all’estero? Sì, poteva andare bene.
Aggirando il tavolone tondo del salone, notò uno strano rettangolo di cartone bianco appoggiato sulla tovaglia. Si avvicinò piano, con estrema diffidenza. Allungò una mano per poterlo afferrare, ma dovette rendersi conto di essere in preda a un generale tremolio. Aveva tutta l’aria di essere una fotografia. Forse sua, con Natasha?
Tutto il sangue che ancora riusciva a circolare nel suo corpo si raggelò all’improvviso; i sospetti divennero poi certezza nel sorprendersi ritratto proprio con lei, in un’espressione davvero stupida, nudo, al di sotto delle coperte e proprio accanto a quelle grandi e magnifiche tette.
Quella mattina, durante il tragitto che lo separava dall’ufficio, non si specchiò nemmeno una volta nel retrovisore e la città di Sondrio gli apparì ancora più deserta.

Sandrino passeggiava avanti e indietro per il parcheggio dell’azienda accendendosi già la quarta sigaretta. Appariva nervoso, e rilasciava con boccate rumorose delle ampie nuvole di fumo biancastre.
Attendeva impaziente la vettura di Mauro, assai preoccupato. Quella mattinata avrebbe potuto rivelarsi risolutiva ai fini della vicenda, tuttavia, affrontarlo non sarebbe stato facile. Lanciò a terra il mozzicone consumato troppo di fretta, avendo cura di frantumarlo sotto la suola delle sue Clarks beige.
Era quasi certo che Mirella avesse ormai trovato quella fotografia. La sera precedente, prima di recarsi al casinò, aveva ricevuto la conferma telefonica di Natasha: era già stata imbucata, come da piani, nella cassetta portalettere della villa.

AMNESIA: ALICE, NONNA GIULIA E SARA.

Giulia udì dei passi echeggiare sordi nella scala esterna della palazzina. Si rese conto di essere rimasta per molto tempo così, del tutto immobile, immersa nei suoi pensieri e sostenuta in quella posizione dagli stipiti della finestra.
Lanciò quindi un rapido colpo d’occhio all’orologio della cucina: le dieci, era trascorsa circa un’ora.
Azzardò qualche passo soffermandosi in un punto del salone dove le fosse concessa la vista della porta d’entrata. La maniglia si abbassò. Nessuno aveva richiuso a chiave. Alice varcò la soglia a testa bassa.
“Mi hai fatto preoccupare!”, esclamò d’istinto la nonna che, suo malgrado, non ricevette nessuna risposta.
Alice non si sfilò nemmeno le scarpe, si limitò con un calcetto a scostare le pantofole rosa che trovò dinanzi a sé, ribattendole sul lato della stanza e accanto al muro, con un gesto di stizza.
Senza curarsi della nonna si diresse accanto a una mensola che era affrancata alla parete del soggiorno. Nonna Giulia la osservò mentre vi riappoggiava un telefonino mai visto prima e, cercando di mantenere un tono pacato, la rimproverò: ”dove sei stata? Non eravamo d’accordo che non avresti lasciato l’appartamento senza informarmi?”
Ma fu ancora silenzio.
“Alice! Mi rispondi per cortesia?”, continuò severa la nonna, senza nascondere l’irritazione.
Finalmente la ragazza le rivolse l’attenzione. Si voltò lentamente, i loro sguardi si incontrarono e Giulia, già dubbiosa, ricevette dagli occhi di Alice la conferma che stava aspettando.
“Sara! Dovevo immaginarmelo.”, si lasciò sfuggire d’istinto la nonna, per nulla dispiaciuta. Anzi, si commosse e cercò subito un angolo del divano sul quale potersi sedere, come in preda a un evidente mancamento.
“Quanto tempo è trascorso Sara? L’ultima volta che ci parlammo fu circa un anno fa, quando venisti da me in cerca di informazioni su Mauro, ricordi? Ti raccontai del suo trasferimento a Sondrio e tu mi implorasti di essere chiara, di svelarti ogni particolare, ogni dettaglio. Oh cara! Avresti potuto farti viva prima, avrei tanto voluto sapere. Ho vissuto nell’oscurità per tutto questo tempo, nell’incertezza. Sapessi quanto io aneli a distruggere quel verme!”
“Nonna, tranquilla, ci sta pensando la tua adorata nipotina Sara!”, e sul viso della ragazza si disegnò un sorriso del tutto differente da quello di Alice, gli angoli della bocca apparirono più inarcati rendendolo quasi sadico.
“Sai, ogni volta che dal mio videocitofono scorgevo il vostro volto, mi auguravo fossi tu. E invece si trattava sempre e solo diAlice, della dolce Alice. Ma io avrei preferito sapere, avrei voluto te, te mia cara. E tutte le volte che mi trattenevo con lei, speravo invano che tu potessi riemergere, ma ciò non accadeva mai. Credevo che tu fossi scomparsa e cominciavo a preoccuparmi. Temevo che fossi stata assorbita da Alice, di non rivederti mai più.”
“Nonna! Questo non è possibile. Sono io la più forte, lo sai. Quando ho desiderato apparire, ci sono sempre riuscita, sempre! E ho fatto tutto ciò che dovevo. Tranquilla!”
“Avresti dovuto venire a trovarmi Sara, almeno una volta. Aspettavo di poter sentire con le mie orecchie che quello schifo di uomo fosse finalmente ridotto in rovina.”
“Adesso lo è nonna. Stai serena. E’ stato difficile, è servito molto tempo, ma ora finalmente siamo alla fine, ed eccomi! Sono arrivata proprio per metterti al corrente.”
“Alice mi ha confidato che durante le sue “amnesie” frequenta un uomo, di Sondrio. Chi è Sara? Tu lo sai?”
“Sì nonna. Il suo nome è Sandro e ci sta aiutando, anzi, diciamo che si sta occupando lui di ogni cosa. E’ intelligente, scaltro e molto ferrato in economia, è un gran persuasore ed è follemente innamorato di me. E’ disposto davvero a tutto pur di potermi frequentare regolarmente.”
“Bravissima la mia bambina! Oh quanto mi sei mancata. Tua sorella è così fragile… è delicata, debole, anzi, a volte mi sfinisce; e per quanto lei sia adorabile, io preferisco il tuo carattere. Alice lo ha perdonato, si è fatta scivolare addosso tutto. Ma come è possibile? Vive nella perenne accettazione di tutti i suoi problemi, non sa reagire e soccombe. E’ rassegnata. Non sarà mai felice. Mai. Noi invece desideriamo almeno provare ad esserlo, non è vero?”
Sara raggiunse la nonna accomodandosi accanto a lei, sul divano e poggiandole una mano sul suo fragile ginocchio.
“Raccontami ancora del parto, ti prego nonna. Ne ho bisogno.”, e lasciò ricadere all’inditro la schiena, sprofondandola dentro al morbido schienale in alcantara. Socchiuse gli occhi, in attesa.
La nonna, con un filo di voce, cominciò a narrarle quella storia che, suo malgrado, era costretta a ripeterle quasi ogni volta.
“Rilassati, rilassati cara e ascolta: quel giorno, la mia bellissima figlia, fu sottoposta al parto cesareo. Sette mesi di gravidanza, né un giorno più, né un giorno meno. Si conosceva benissimo il grosso problema al quale andava incontro e che andava affrontato tempestivamente.
Eravate uguali, due bellissime gemelle monozigote. Eravate unite, come sai bene, tramite il bacino. Non sai quante volte ho sofferto Sara, osservando in Alice quella grossa cicatrice… ho sempre desiderato stringervi insieme, entrambe, avervi accanto. Siete speciali Sara, tutte e due. Poche settimane dopo tentarono di separarvi. Ci avevano rassicurato dichiarando che gli organi vitali erano tutti al loro posto e che l’intervento avrebbe avuto parecchie probabilità di riuscita. Ma subentrò quella dannata e improvvisa scoperta, mentre eravate già in sala operatoria. Alla neonata di destra fu riscontrata una malformazione congenita al cuore, poté dunque sopravvivere solo Alice. Ma la vostra unione era ormai già scritta, nel grande libro del destino: sareste esistite comunque tutte e due! Così salutammo quel corpicino meraviglioso, pochi giorni dopo. Fu uno strazio pensare di averlo perso per sempre. Ma poter ritrovare Sara, dentro Alice, fu una rivelazione sensazionale, restammo sbalorditi e increduli quando, dopo i primi mesi di vita della piccola Alice, Sara fece la sua prima comparsa, o meglio, ci accorgemmo dell’esistenza di Sara. Della tua esistenza amore mio! Persino vostra madre, che inizialmente faticò ad accettare l’accaduto, alla fine se ne convinse e ne gioì con tutta se stessa: avrebbe potuto riavervi tutte e due e…certo: a una condizione davvero particolare, ma fu all’ennesimo cielo per aver ritrovato anche l’altra figlia Sara! Cerca di immaginare che sollievo enorme possa essere stato per lei! ”
“Nonna… ti voglio bene! E per quanto possa dispiacermi per Alice, questo corpo è mio. Lei ha già sprecato buona parte della sua esistenza, non è in grado di riscattarci, è fragile. Nonostante combatta senza tregua per riuscire a trattenersi in questa carne, questo posto spetta a me! Quando saprò Mauro distrutto troverò la forza per appropriarmene, una volta per tutte. Sarai dispiaciuta nonna? Ti mancherà? Non tornerà più, lo sai vero?”
“… Sì, lo so. Non posso negare che ne soffrirò, ma Sara, io non potrò vivere ancora a lungo e nessuno potrebbe badare ancora a lei. Per questo ho scelto te. Non credere che io non abbia dovuto ragionarci parecchio, il dolore mi ha annientato più volte e, nel corso di questi lunghissimi anni, non c’è stato un solo giorno, una sola ora, nella quale mi sia potuta esonerare dal dover meditare su questo dilemma. E non è stato certo facile scegliere. Alice: così amorevole, sempre presente, sempre bisognosa di aiuto. Dolce e delicata, gentile, buona. Ma non avrebbe mai potuto farcela ad andare avanti senza di me. Ora devi subentrare tu cara Sara, e devi vivere anche per lei. E sappi che ti amo esattamente quanto amo Alice. Vi amo tutte e due!”
Gli occhi della nonna si colmarono di lacrime. Si abbassò tremolante gli spessi occhiali neri e li asciugò con la manica della vestaglia.
Sara, viceversa, non riuscì a commuoversi, tuttavia, a modo suo, cercò di consolare la nonna:” ora mi tratterrò un bel po’ per sistemare la faccenda. Ti prometto che ti darò modo di salutare Alice e poi tornerò, per sempre. Pensavo di portarti con me, domani, a Sondrio. Raggiungeremo insieme Sandro. Gli ho appena telefonato, poco fa, quando ero fuori. Ti mostrerò Mauro del tutto distrutto nonna, finalmente ci siamo!”

Da che parte pende la bilancia del nostro mondo?

Ciao. Di solito non posto questo genere di articoli ma, questa domanda, che poi è nata dalla mente del bravissimo Luca Rota, mi ha lasciato molto da pensare e mi ha anche stupita. Sapete: così, su due piedi, mi sono meravigliata nel non trovare nessun valido ingrediente da poter mettere su quel piatto. Ho escluso la medicina, la tecnologia, le scienze, e tutti gli ambiti similari inerenti al progresso.
Ho cercato di prendere in rassegna solo lo spirituale e l’ etica in generale ma, non mi è sovvenuto un bel “NULLA”.
Chi avesse in mente qualcosa, si faccia avanti! Ne sarei felice.

Ma se si ponessero su una bilancia le cose buone che il genere umano ha realizzato nel corso della sua storia, su un piatto, e sull’altro le cose cattive che ha compiuto – tutte quante, dalle più grandi alle più piccole, in entrambi i casi -, secondo voi da che parte penderebbe tale bilancia?
E, se dalla parte ove penda la bilancia dovesse dipendere(termini dalla stessa etimologia, non a caso) il nostro destino, secondo voi che fine faremmo?

Dovremmo chiedercelo, ogni tanto. Non è detto che la risposta sia scontata, tanto meno deve essere superficiale o di convenienza. Di sicuro non è affatto un mero esercizio retorico.

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AMNESIA 8.

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Cos’è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perso per sempre?   “Woody Allen”.

AMNESIA: SANDRINO.

“Pronto?”
“Ciao Sandrino, ho tanta voglia di vederti.”
“Sara, buongiorno a te. Mi pare che sia trascorsa già un’eternità dal nostro ultimo incontro.”
“Oggi, purtroppo, non riesco a raggiungerti e mi spiace. E’ già tanto che mi sia concessa questa telefonata. Mi farò però presto viva. Ora ho poco tempo, desideravo solo sentire la tua voce e sapere come va.”
“Amore, stasera mi vedrò con Mauro ma per te avrei comunque rimandato. Ah, ah, ah, l’ho convinto ad accompagnarmi al casinò e ha accettato. E se tutto procede secondo il mio pronostico, si ubriacherà e non poco, di certo non faticherà a perdere persino gli ultimi risparmi.”
“ Il lupo perde il pelo ma non il vizio, eh? Tanto peggio per lui, e se lo merita.”
“Già, e c’è anche dell’altro, senti qua: poco fa mi ha telefonato Natasha, e… tieniti forte: abbiamo la foto, finalmente!”
“Ma tesoro, è fantastico! Quando ci incontreremo saprò ringraziarti come si conviene. Tra poco, quello stronzo andrà in completa rovina, e io finalmente sarò libera, saremo entrambi liberi di frequentarci, di vivere insieme. Avremo una vita tutta nostra e, forse, io riuscirò ad essere davvero me stessa e potrò sentirmi anche un po’ felice. Sarà magnifico Sandro, vedrai.”
“Ti amo tanto Sara. Quando pensi di raggiungermi? Ho tanta voglia di te.”, biascicò Sandro.
“Sandro, tesoro, presto. Sento che sarà presto. Non appena riuscirò a prendermi più tempo, farò il possibile, okay?”
“Le mie giornate senza te, sembrano infinite.”
“Sandro, lo so. Devi avere ancora un po’ di pazienza.”
“Non vedo l’ora. E devi farcela, devi lottare con lei. Tu sei la migliore. E’ sempre stato così, sin dall’inizio. Hai solo avuto sfortuna, il destino, con te, non è stato clemente.”
“ Già, ma non è così facile, comprendo di essere a buon punto, tuttavia lei resiste, si oppone. E’ determinata, cocciuta e più forte di quanto immaginavo. Non vuole cedere, nonostante tutto. Quella non si lascia abbattere tanto facilmente, per farla tacere, e una volta per tutte, mi occorre più sicurezza, ho bisogno di una motivazione più forte. Se soltanto potessi saperlo finalmente distrutto… penso che potrei essere in grado di farcela, e per sempre.”
“La avrai, la avrai quella soddisfazione, manca davvero poco, stai tranquilla.”
“Sei unico, tesoro mio.”
“Grazie. E Sara, ricorda che ti amo.”
“Anch’io, lo sai vero? Dammi solo qualche giorno e presto sarò da te.“
“Va bene e sappi che nel frattempo ti penserò tantissimo.”
“Buona giornata tesoro, ora devo proprio rientrare.”
“Ecco, un bacio, per te.”

AMNESIA: A CASA DI ALICE.

Nonna Giulia indietreggiò il morbido piumone. Si stiracchiò percependo vari e diffusi dolori alle articolazioni. Ormai non le restava che accettare quell’artrite, doveva convivere con lei ogni giorno e trovare la forza per reagire ,soprattutto al risveglio. Le fitte, che seguivano ad ogni movimento così improvvise e lancinanti e che aveva del tutto taciuto ad Alice, le ricordavano puntuali di essere divenuta ormai vecchia. Per quanto avrebbe ancora potuto badare alla sua adorata nipote? Quanto ancora avrebbe potuto resistere alla vita?
Mentre le si insinuarono nella mente quei torbidi pensieri, allungò un braccio afferrando gli occhiali neri che, prima di coricarsi, aveva posato sul comodino. Facendo leva con i gomiti si sollevò lenta a sedere, restando poi qualche minuto così, a osservarsi attorno.
La luce del giorno filtrava dalle fessure delle persiane creando luminosi riflessi e ombre che vibravano lievi e dai quali si lasciò trasportare in quello stato d’animo, non ancora del tutto desta. E quei primi risvegli in una stanza per certi versi estranea, dentro casa di sua nipote, parevano creare una specie di ponte temporale con il passato. Le rinvenivano, uno dopo l’altro, una miriade di ricordi forti, così tanto nitidi, che le donavano l’impressione di venir rivissuti nella loro interezza, come nella realtà e in ogni minimo dettaglio.

Visualizzò il suo confortevole appartamento di Pavia nel quale abitava con Alice, la sua bella bambina. Nonostante provasse anche una buona dose di malinconia relativa ad alcuni momenti gioiosi trascorsi insieme, le sovvennero anche tutte le amnesie alle quali aveva dovuto assistere, una per una. Si ricordò delle tante volte in cui, mentre erano intente a chiacchierare o giocare, Alice si estraniava divenendo del tutto assente, all’improvviso. Immobilizzandosi restava come in “tilt” per qualche secondo dopodiché soleva sgranare gli occhi, fissare il vuoto per mutare nel breve spazio di un attimo la sua espressione. Quella rapida metamorfosi era in grado di trasfigurarle il volto, assottigliandone e distorcendone addirittura ogni singolo lineamento. E osservandola così, in quello stato, Giulia avrebbe potuto tenere il conto delle più piccole vibrazioni di ogni suo muscolo, delle sue minime contrazioni o dei più leggeri suoi spasmi.
Alice, in quei particolari momenti, poteva compiere azioni del tutto inconsuete, come mangiare una banana (che altrimenti avrebbe detestato) o disegnare. La “Alice cosciente”, viceversa, avrebbe certamente odiato quel noioso passatempo e non avrebbe mai abbozzato per diletto una sola e solitaria traccia di matita sopra un foglio bianco.
Quelle amnesie, ancora acerbe rispetto al presente e anche meno invasive, potevano raggiungere al massimo la durata di mezz’ora; tuttavia, quel lasso di tempo, poteva rivelarsi più che sufficiente per permettere ad Alice di strabiliare Giulia.
Spesso e volentieri, come in uno stato di trance, realizzava dei ritratti, dei volti di bambine sempre molto rassomiglianti tra loro, paffute e con gli occhi talmente grandi da dare l’impressione di essere sproporzionati e arricchite da svariati particolari che erano stati tracciati più che minuziosamente, con un tratto a lei estraneo, più marcato, esperto e sicuro.
In altre occasioni Alice pareva invece colpita da una specie di sonnambulismo e non era raro contemplarla in un vagare senza senso tra le stanze di casa, in uno stato di relativa agitazione e, sebbene fosse in grado di rispondere in maniera reattiva ad ogni stimolo, ad ogni comando, la sua reazione non era prevedibile, in quelle occasioni poteva mostrarsi aggressiva, soltanto nervosa o addirittura depressa.
Altre volte ancora, invece, pareva addirittura catapultata in un mondo parallelo, come se, all’improvviso, fosse divenuta un fantasma. E persino la sua carnagione sapeva mutare colorito. Le sue gote, che solitamente erano rosee e lucide, sbiancavano all’improvviso come se fossero state ricoperte da uno strato di gesso o magari tramutate in cera. Durante quel lungo periodo di convivenza, Giulia si impegnò persino nello studiare quella rara malattia, cercò di intraprendere a suo modo ogni sorta di indagini, valutò accuratamente ogni reazione di Alice durante quei momenti di totale oscurità ma, alla fine, non le rimase che accettare. Dovette sforzarsi di metabolizzare. Ogni tratto del carattere della piccola e ogni sua emozione, subivano in quelle occasioni un cambiamento radicale e profondo.

Poi, così come tutto cominciava, tutto giungeva anche ad una fine. Dopo qualche secondo di confusione e di immobilità, Alice ritornava alla consuetudine, alla normalità, sebbene di quei momenti, ogni volta, non ricordasse proprio nulla.

Nonna Giulia si decise ad affrontare il problema. Alice stava per compiere soltanto sei anni.
Un pomeriggio, accomodandosi sullo sgabello accanto al camino, depose due noci sul piano di granito che gli sporgeva dinanzi e la desiderò accanto a sé.
Emise il solito richiamo, un fischio che, per la verità, era più simile ad un sibilo di aria costretta alla fuga da un passaggio forzato e impervio, tra lingua e denti.
Alice accorse subito da lei, sdraiandosi sul quel morbido e adorato tappeto bordeaux, agitando le vispe gambette sottili sotto la sua gonnellina scozzese e giocando con la grossa spilla da balia che vi era stata affrancata e che aveva il compito di tenerne più chiusi i lembi.
La nonna sorrise, le carezzò i capelli perdendosi lungo il solito percorso, su per la nuca in cerca della cicatrice e, trattenendo a stento ogni emozione, esordì presto con il difficile discorso, optando per la totale sincerità.
Quel grave problema non poteva più essere celato, ignorarlo ulteriormente sarebbe riusultato pericoloso, soprattutto per Alice.
“Alice, ma che bella bambolina… ora stai diventando grande e la nonna desidera parlarti. E’ importante. Ti ricordi quando siamo state alla clinica?”
“Si nonna, certo che mi ricordo!”, rispose la piccolina, accennando diverse volte di sì con la testa e assumendo un’espressione seria, ma più per gioco.
Nonna Giulia tirò un bel sospiro e continuò, molto dolcemente: “ecco cara. Bene. Guarda queste noci che qualche minuto fa ho posato qui.”
La piccola sgranò un poco i suoi occhi già grandi e fissò quei frutti che nonna stava un poco spingendo con l’indice affinché riuscissero a dondolare leggermente.
“Tu cosa vedi?”, le domandò la nonna.
“Due noci che vanno sull’altalena.”
“Benissimo Alice, benissimo! Le noci sono vicine tra loro, e si muovono. Prendile in mano!”
“Tutte e due?”, rispose divertita la bimbetta.
Alice allungò le sue piccole e pallide manine afferrando quei frutti legnosi. Sorridendo li soppesò per qualche istante e poi esclamò quasi gridando: “ma nonnina! Una noce è piena, l’altra è vuota!”, poi, osservandola con nuova attenzione, e ridendo, aggiunse: “ma nonna! L’hai incollata tu!” E la sua vocina acuta e allegra risuonò per tutto il salone.
Giulia appoggiò le sue mani sopra quelle di Alice e, attraverso una leggera pressione, la obbligò a serrare quei frutti fin troppo grandi dentro ai suoi pugni, assicurandosi che li potessero avvolgere ben stretti. Poi aggiunse:” tu, piccola, sei come la noce piena. Come tutti, sotto alla tua pelle e dentro la tua testa, sono contenute un sacco di cose. Tuttavia, a volte, tu puoi somigliare anche alla noce vuota. Anche se il tuo guscio è lo stesso, capita che ti dimentichi di ciò che senti dentro. Prova a sbattere la noce piena, lo senti il rumore? Tuttavia continui a muoverti. Poco fa, quelle noci dondolavano tutte e due, ricordi? Ti sembravano identiche tra loro ma, solo reggendole in mano, hai potuto scoprirne la differenza.”
“Nonna, allora io mi svuoto?”, domandò Alice pensierosa e forse un po’ preoccupata, schiudendo la mano che conteneva la noce più leggera e mantenendo lo sguardo su di essa, quasi incredula.
“Sì Alice, ogni tanto ti svuoti. Ti svuoti da ciò che provi ma non da ciò che sei, e compi delle azioni. Quando poi torni ad essere piena, non ti ricordi che sei stata anche vuota.”
“Quindi io dondolo quando sono vuota?”
“Sì Alice, più o meno. Ti muovi, disegni, mangi, cammini. Dobbiamo continuare a frequentare le cliniche e i loro dottori, affinché tu possa diventare un bel frutto pieno. Hai capito cara?”, la nonna distolse lo sguardo che diventò mesto, all’improvviso.
“Ho capito nonna. Mi sono simpatiche le noci. Guarda! Anche loro hanno le cicatrici. Posso tenerle per sempre nella mia stanza?”
“Certo. Vieni qui, abbraccia la tua nonna, su, da brava!”, Giulia strinse forte al suo petto la vispa bambinetta che, cercando di divincolarsi da quella presa un po’ troppo stretta, finì col scivolarle presto fuori dalle braccia, scomparendo poi saltellante, dietro alla porta semichiusa della sua stanzetta.

Nonna Giulia pensò che fosse giunto il momento di abbandonare il letto. Quei ricordi le erano sovvenuti così prepotenti, rattristandola ancora di più e quasi immobilizzandola. Doveva farsi forza. Aveva un’importante missione da svolgere, doveva badare ad Alice e non poteva certo permettersi di oziare così, a lungo.
Cercando di ignorare il male diffuso tra le sue ossa indossò la vestaglia di flanella che attendeva bene appesa sul piccolo attaccapanni adesivo appiccicato alla porta della stanza e si diresse in cucina. L’appartamento pareva troppo silenzioso. Chiamò la nipote, più volte e a voce alta. Non giunse alcuna risposta. Ispezionò la camera da letto e si assicurò che il bagno fosse vuoto, dopodiché la chiamò di nuovo e ancora senza risultato ma, tornando in cucina e voltando lo sguardo, notò le pantofole rosa che Alice era solita calzare in casa, abbandonate in qualche maniera, proprio accanto all’uscio.
Alice era certamente fuori.
Lanciò un’occhiata all’orologio che segnava le nove.
Nonna Giulia fu accolta da un cupo sentore. Si rimproverò per quel risveglio troppo lento, per essersela presa con eccessiva calma. Alice avrebbe potuto essere in balia dell’ennesima crisi e chissà dove. Alice aveva confidato in lei, aveva bisogno di lei. Si sentì mortificata.
Non consumò nemmeno la colazione, restò solo immobile ad osservare dalla finestra quell’ennesima mattinata di bel tempo, ventosa e certamente fredda. Si ipnotizzò nel consueto via vai frenetico della città. Si lasciò trasportare da quel continuo scorrere dei passanti milanesi lungo le vie asfaltate e li osservava soffocare tra palazzi di cemento e tristi muraglie grigie.
E con lo sguardo fisso nel vuoto si sentì montare un senso di totale impotenza che si tramutò presto in forte rabbia. E Mauro era la causa di tutto.
Raggelò per ciò che riuscì a pensare negli attimi che seguirono. Si strinse nelle spalle, fu percorsa da un profondo brivido.

AMNESIA 7.

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Remiamo barche controcorrente risospinti senza sosta nel passato. “F.S.Fitzgerald”

AMNESIA: MAURO.

Quando giaceva così, con la pelle nuda che strisciava sopra dell’altra pelle nuda, si percepiva vivo, desiderato, coccolato. Il suo non era amore, ma bisogno. Bisogno di ritrovare un “se stesso”, da troppo tempo dimenticato e trattenuto, era bisogno di sfuggire dalla solita noia che sempre, tra i muri di casa, lo attanagliava senza tregua e ben stretto alla gola. Mauro era conscio di non sapere amare davvero. Prese la decisione di sposare Mirella solo perché, in quel momento difficile della sua vita, si era dimostrata un valido appoggio; aveva saputo infondergli il necessario conforto, e Mauro, in quello stato d’animo, si era illuso di provare del vero amore nei suoi confronti. In realtà si era dovuto sforzare per ignorare il suo innato egoismo, il suo noto narcisismo e quella sua spiccata necessità di emozioni forti, di novità. Aveva sbagliato e sbagliato di grosso, ma la sicurezza economica che Mirella avrebbe potuto garantirgli, quel tetto lussuoso e confortevole e la possibilità di accontentare ogni suo capriccio, lo trattenevano tutt’ora saldamente ancorato a quella situazione. Non aveva scelta, non gli pareva potesse esistere nessun’altra soluzione altrettanto conveniente o nessun’altra mossa astuta da fare. Non gli rimaneva proprio nulla, nessuna alternativa.

Natasha ondeggiava sopra di lui mordendosi il labbro inferiore, gemendo e ansimando nella camera di un lussuoso agriturismo in un borgo collocato a pochi chilometri da Sondrio e abilmente incastonato nel verde della campagna, adiacente alle montagne ancora innevate.
Mauro, già brillo e un po’ intontito ma su di giri, tratteneva le sue mani sopra i suoi fianchi sottili e con gli occhi ben aperti era come ipnotizzato dal seno di Natasha che sussultava pieno, in un moto quasi circolare. Si lasciava cavalcare con il suo tipico, ritmato entusiasmo. Si crogiolava là sotto, desiderato, preteso, anelato.
Natasha adorava l’esibizione. Sapeva di essere bella, di possedere un corpo perfetto e questo suo aspetto caratteriale, questa sua sicurezza, estasiava Mauro.
Mirella, al contrario, si era sempre dimostrata pudica, silenziosa, arrendevole. I loro incontri amorosi si erano presto diradati fino a divenire un obbligo settimanale, poi addirittura mensile. Mauro doveva fingere, non si percepiva minimamente coinvolto e, con tutta probabilità, la stessa sensazione era avvertita anche da Mirella, che al sesso, ormai, pareva non dare più alcuna importanza. Mauro doveva svolgere quel faticoso compito, il suo dovere sessuale e coniugale “da copione”, soltanto per assicurarsi una sorta di credibilità e poter così evitare il sorgere di ogni possibile sospetto da parte di Mirella, che, peraltro, non dava l’impressione di poterlo tradire, e pareva essere divenuta piuttosto frigida.

“Ti piace?”, sussurrò giocosa Natasha, arrestandosi per qualche secondo e cingendo il mento di Mauro nel palmo della mano per tentare di sollevargli il viso, in cerca di uno sguardo.
Mauro, obbligato, la osservò in silenzio. Certo, gli piaceva. Chiunque avrebbe goduto nell’essere posseduto in maniera così esperta da una tale bella donna, ancora piuttosto giovane e dotata di tanta esperienza.
I capelli lunghi e biondi di Natasha le ricadevano sciolti sui capezzoli grandi e rosei, gli zigomi marcati incorniciavano un viso sottile, fine e ben fatto e sulle labbra carnose erano rimaste rare scie ormai consumate di un rossetto rosso abilmente abbinato allo smalto lucido che le ricopriva le unghie.
Natasha, discendendo piano dal mento, trascinò l’indice lungo tutto il busto nudo di Mauro, prima soffermandosi attorno all’ombelico e poi, giocando tra i suoi peli, scendendo più giù e appoggiando la sua bocca proprio lì.
Lo sentiva contrarsi sotto di lei e tendere le gambe mentre i suoi gesti venivano accompagnati dal suo respiro sincopato.
Appena si risollevò, domandò di nuovo e con un tono di voce roco e più forte: ” Mauro, ti è piaciuto?”
Mauro le afferrò per le spalle, avvicinandola a sé e baciandola con fervore e passione.
Natasha riprese poi a cavalcarlo con foga, molto veloce e a fondo, finché Mauro non fu invaso da un’ondata di calore: percepì tutta la beatitudine del suo membro, che pareva dover scoppiare e che gli pulsava feroce.
Quando l’amplesso fu esaurito, Natasha gli si distese accanto e, allungando una mano sul vicino comodino, afferrò il suo telefono.
“Tesoro, lo sai che non ho nemmeno una nostra foto?”, si lamentò, mugugnando, capricciosa, con il caratteristico e marcato accento russo che le conferiva un fascino del tutto particolare.
“No, niente foto per favore.”, rispose un po’ seccato Mauro.
“Dai, soltanto una, sai… per quando mi manchi.”, supplicò Natasha morsicandogli il lobo dell’orecchio.
Mauro sospirò e si accomodò i capelli con il solito gesto ossessivo e, osservando il piccolo schermo dello Smartphone che Natasha aveva prontamente sollevato a mezz’aria, abbozzò uno dei suoi migliori sorrisi. Natasha si avvicinò al suo volto, in un “guancia a guancia”, e catturò rapida quell’attimo memorabile attraverso un paio di scatti.
Scivolò quindi fuori dalle coperte dove fu assalita dall’aria particolarmente fresca della camera, percependo addosso a sé lo sguardo di Mauro, che non si scollava dal suo corpo tonico che serpeggiava per tutta la stanza. Si diresse ad un vicino tavolino sul quale, accanto ai rispettivi bicchieri, giacevano un’ottima bottiglia di Ferrari e una di whisky. Natasha versò sorridente gli alcolici, con stile ed eleganza e impartì un brindisi a Mauro, che, nel frattempo, si era seduto sul letto con la schiena poggiata alla gelida testata in ferro battuto.
“Brindiamo!”, esclamò lei, con allegria, visibilmente soddisfatta.
“A noi.”, rispose un po’ titubante e sotto tono Mauro, trangugiando tutto d’un sorso quel liquido denso, dorato e reso scintillante dalla plafoniera appesa al centro della stanza.
Continuando a chiacchierare simpaticamente, facendo la spola tra il letto e il tavolino, Natasha riuscì a vuotare presto ambedue le bottiglie mentre Mauro rideva sguaiato e ostentava battute ormai senza senso.

AMNESIA: A CASA DI ALICE.

Nonna Giulia era alle prese con il suo bagaglio. Aveva occupato la stanza degli ospiti ed era impegnata a sistemare la sua biancheria, che, sempre profumava di buono, in un cassettone semivuoto della credenza.
Alice la osservava in piedi, sulla porta. Pensò a tutto il bene che provava per quella donnina, così esile e grintosa ma, nel contempo, decisa e forte.
“Alice cara, cosa c’è da guardare?”
“No, niente nonna. Pensavo di prepararti un thè.”
“Volentieri cara! Ti ringrazio.”
Alice si diresse in cucina e nel cercare ovunque la seconda tazza da thè, si rese conto che la sua casa parlasse ormai di solitudine, d’altronde come tutta la sua vita.
Un isolamento voluto e di certo consolidato, dato che quella benedetta tazzina non volle apparire da nessuna parte. Così Alice ripensò al servizio per gli ospiti che mai aveva usato e che, con tutta probabilità, ancora giaceva nel grande armadio del salone più o meno dal giorno del trasloco, anni prima. Una volta aperta l’anta del mobile, notò che ogni cosa era stata ricoperta da un alto e spaventoso strato di polvere. Vi ritrovò alcune ceramiche e altri oggetti totalmente inutili o dei quali ne aveva dimenticato addirittura l’esistenza. Ecco finalmente le tazze! Erano sei, messe tutte in fila ad esibire la stampa ancora lucida di una rosa rossa. Mentre Alice tentò di afferrare uno di quei manici sottili e ricurvi, restò di stucco, con il braccio sospeso a mezz’aria e gli occhi sgranati, senza respiro.
Uno Smartphone, mai visto prima, era stato riposto dentro una di esse e, a ben guardare, sul ripiano assai impolverato, si potevano notare delle impronte digitali che erano rimaste impresse lievi su quella superficie.
Alice si pietrificò. Per tutta la mattinata aveva cercato il suo telefono ovunque, per tutta la casa e senza alcun risultato, e ora, dal nulla, ecco apparirne un altro nuovo, anzi, addirittura dava l’impressione di essere l’ultimo modello disponibile sul mercato.
Alice restò immobile per qualche minuto cercando di esaminare quelle impronte. Purtroppo non erano per nulla marcate ed erano già state ricoperte e offuscate da uno strato appena velato di nuova polvere.
Prima di trovare tutto il coraggio necessario nell’appropriarsi di quell’aggeggio, la assalirono mille domande alle quali, suo malgrado, non riuscì a dare nessuna risposta. Tuttavia una brutta sensazione, nulla di più, le fece realizzare che quel telefono avrebbe anche potuto in qualche modo appartenerle.
Le sue mani furono colte da un forte tremito mentre lo afferrò insicura e, ancora titubante, tentò di pigiarne il tasto di accensione.
Un Samsung. Non era scarico, tuttavia il cavo USB necessario avrebbe potuto essere compatibile con il suo.
L’ansia la assalì insieme all’agitazione. Forse in rubrica avrebbe trovato quel nome, il nome di quell’uomo. O magari dei messaggi, oppure chissà cos’altro.
Lo schermo, illuminandosi, smise di riflettere il suo volto impaurito.
Alice, con un lungo sospiro, racimolò tutto il coraggio necessario per proseguire in quell’ardua impresa, ma, con suo grande disappunto, fu bloccata da una richiesta del codice d’accesso. Effettuò tutti i possibili tentativi.
La password di quel telefono non le apparteneva e le risultava impossibile trovarla, così, su due piedi.
Si sarebbe potuta rivolgere a un centro specializzato che avrebbe potuto risolvere l’inconveniente, ma a suo rischio e pericolo. Meglio rifletterci su, con calma.
Alice voltò e rigirò quel telefono, lo osservò minuziosamente e in controluce, lo annusò persino.
Nulla, nessun indizio, nessuna traccia, nessun odore.
Ogni più strano pensiero si avvicendò nella sua mente, occupandola e causandole una forte agitazione.

“Alice, Alice! E’ pronto il thè? Vengo di là?”
“Un minuto nonna, scusa. Finisci pure! Ti avviso io.”
Alice riappoggiò il misterioso telefonino su una mensola affrancata abbastanza in alto sulla parete del soggiorno, afferrò dunque la grossa tazza dal mobile e tornò in cucina con gli occhi pieni di lacrime.
“Chi sono io? Chi sono?”, si domandò affranta con lo sguardo offuscato, vuoto e perso nell’acqua fumante che andava progressivamente agitandosi nel bollitore.

TU NON SAI.

animaprigionieraxn0

Non sono pazza, forse complicata.
Tu non sai cosa ho dentro, tu non sai.
Ehi, non giocare ragazzo!
Questa bambola è rotta, è rotta.

Non sono pazza, forse confusa.
Tu non sai cosa mi turba, tu non sai.
Ehi, non scherzare ragazzo!
Potrei anche piangere, piangere.

Non sono matta, può darsi delusa.
Tu non sai cosa penso, tu non sai.
Ehi, fai bene, non provocarmi ragazzo!
Potrei saltarti addosso, addosso.

Non sono matta, può darsi illusa.
Tu non sai cosa vorrei, tu non sai.
Ehi, non toccarmi ragazzo!
Potrei uccidere, uccidere.

Non sono folle, credo sensibile.
Tu non sai il motivo, tu non sai.
Ehi, non tentarmi ragazzo!
Potrei sorprendere, sorprendere.

Non sono folle, credo irascibile.
Tu non sai comprendere, tu non sai.
Ehi, zitto ragazzo! Meglio così.
Potrei morire, potrei morire.

Quante cose non sai, mai dette nei silenzi delle pieghe della vita.
Quante cose non sai, sempre nascoste nelle oscurità dell’anima.

Tu non sai, sono sbagliata.
Tu non sai proprio niente.
Niente.