UN ROMANZO MIGLIORE.

La scrittura c’è, ma il contenuto non è reso in maniera accattivante. Un buon romanzo atto a essere pubblicato deve andare oltre la semplice avventura. Le azioni devono essere un pretesto per poter raccontare forza e debolezze dei protagonisti.

Emettendo un grugnito animalesco, subito seguito da uno sbuffo carico di nervosismo, Edo richiude la casella di posta. Due anni di duro lavoro sono stati annientati da un banalissimo click. Può anche darsi che la storia sia buona, ma, nella migliore delle ipotesi, andrebbe riscritta da capo, dall’inizio alla fine.

Eppure aveva passato in rassegna il romanzo, capitolo per capitolo; l’aveva fatto un’infinità di volte, fino ad accusare un forte senso di nausea, prima di inviare la storia alla casa editrice. Si era emozionato più volte durante la scrittura, e non aveva mai smesso di provare sentimenti altalenanti nella fase infinita di rilettura. Si era sforzato di restare fedele a un preciso stile letterario, e aveva anche evitato di dichiarare in maniera banale i sentimenti provati dai suoi personaggi. Aveva cercato di dipingerli, di cucirglieli addosso e di lasciarli trasparire nelle varie situazioni, ma, soprattutto, aveva preferito il sottinteso, intendendo celarli nelle azioni compiute dai protagonisti. Però aveva fallito. Jack, per esempio, non avrebbe dovuto sbattere la testa sulla porta senza fiatare, nel lasciare per sempre la propria casa, e insieme sua moglie. Edo aveva creduto che esternare l’introspezione di Jack, ossia tradurre in parole i suoi pensieri, potesse rappresentare una mera debolezza e che ciò non fosse indispensabile per esprimerne lo stato d’animo. Era certo di poter conquistare e travolgere il lettore mostrando il duro carattere di Jack, la sua complicata personalità.

Una voce alquanto fastidiosa lo distoglie dai suoi cupi pensieri. Esplode all’improvviso, acuta, e subito echeggia lungo il corridoio: “Edo, sei di nuovo nel tuo mondo? Mi avevi garantito di aver finito quella stupida storia. Mi avevi promesso una pausa. Forse non è così?”

Edo impreca sottovoce. Si alza. Nel tentativo di calmarsi si affaccia alla finestra. Sente il bisogno di prendere una boccata d’aria fresca, e subito viene raggiunto da una folata di vento bollente che par provenire da un forno. L’estate è alle porte, e prima d’ora non se n’era accorto. Il viale pullula di gente felice. Chi mangia un gelato, chi si rispecchia vanitoso nelle vetrine, chi chiacchiera senza tirare nemmeno il fiato. Tutti danno l’impressione di essere frizzanti e leggeri, nonostante fuori faccia davvero caldo. Una decina di giovani si sono riuniti davanti al bar Stella; ridono di gusto, fischiano alle belle ragazze che indossano canotte attillate e calzoncini che esaltano le loro forme nascondendo ben poco della loro femminilità; solo alcune portano gonne sopra il ginocchio. Edo è stanco di quell’assordante trambusto cittadino e sarebbe disposto a sacrificare un decennio della sua miserabile vita se solo gli fosse data la possibilità di trasferirsi su un’isola deserta. Una vespa vola a un palmo dal suo naso. Vorrebbe farla secca, tuttavia, per paura di esser punto, si limita a scacciarla con un rapido gesto della mano, badando poi a chiudere bene la dannata finestra che dà sugli inferi!

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La storia è interessante, ma è troppo carica di sentimento. Ha uno stile vintage che pare forzato, innaturale, anacronistico e non proponibile al lettore.

Edo tira due pugni fortissimi. Il computer traballa, il sostegno del monitor cede di colpo e questo si rovescia sul piano della scrivania. Tre anni erano trascorsi dal primo rifiuto. Da sempre suscettibili alla moda letteraria, forse i lettori erano davvero cambiati. D’altronde, come biasimarli? Erano stati travolti da una terribile pandemia. Dannato Covid-19! Inoltre, proprio quando le cose sembravano andare per il verso giusto, il mondo doveva vedersela con una nuova e inaspettata guerra.

Edo ha le lacrime agli occhi. Aveva lottato contro il rigetto della sua grande passione, poi si era fatto forza e si era rimboccato le maniche. Nonostante le enormi difficoltà per risuscitare tutto il brio e la fantasia che da sempre gli appartenevano, si era finalmente convinto a riscrivere il romanzo. Alcune scene erano diventate strazianti, commoventi all’ennesima potenza, eppure, a quanto pare, non era riuscito a fare abbastanza. Non ancora! Forse avrebbe potuto metterlo nero su bianco adottando uno stile nettamente diverso. Migliorare è sempre possibile, così pensava. Tuttavia sapeva di essersi impegnato immensamente, anche oltre le sue possibilità. Aveva abbattuto ogni sua resistenza interna, e ci aveva dato dentro come un matto.

Sua moglie è uscita. Giulia è un tormento. Lei lo fa apposta, lei gode nel fargli i dispetti. Non appena Edo si siede alla tastiera, fa subito capolino nello studio. Talvolta esige un po’ di attenzione, ma non mancano le volte che osa sottoporgli questioni e faccende che, a suo dire, sono di vitale importanza. Il più delle volte Edo riesce a mantenere la calma. Si alza, la segue come farebbe un servo obbediente, si morde le labbra e obbedisce. Solo per il quieto vivere. In fondo, prima di riprendere a scrivere, le aveva persino voluto bene. Ma era anche capitato che desse di matto. Edo ritiene che disturbare uno scrittore al lavoro sia peccato mortale. E chi non pratica non può capire. Quando non batte sui tasti del computer, quando punta gli occhi verso il soffitto o in direzione della finestra, Edo necessita di silenzio assoluto. Sta modellando la sua storia, oppure sta cercando una parola, maledetta e perfetta, da inserire proprio lì, nella frase che è stato costretto a lasciare a metà. Qualche volta, per trovarla deve riflettere anche mezz’ora, e poi, magari, il giorno appresso la sostituisce con un’altra che gli pare più conveniente e meno scontata. Se perde il filo sono guai! Sarà costretto a cancellare per intero la frase o, ancor peggio, si vedrà costretto a spegnere il personal computer, perché l’ispirazione – fuoco sacro sempre capriccioso –  lo ha definitivamente abbandonato.

Giulia trascorre molto più tempo fuori casa. Benedette siano le sue nuove amiche! Se mai dovesse tornargli la voglia di scrivere, potrà stare più tranquillo, in completa solitudine.

Edo si affaccia alla finestra. I pochi alberelli malandati, piantati ogni tre metri lungo il bordo del marciapiede, sono carichi di fiori. Nonostante il cielo sia terso e la temperatura piuttosto ideale, pochissime persone passeggiano nel vicolo. Poco tempo prima, osservato da lassù, il frenetico movimento cittadino gli aveva restituito l’immagine di un formicaio brulicante.

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Siamo spiacenti di comunicarLe che il suo lavoro non ci ha convinto, nonostante sia piuttosto buono. Soprattutto a causa del difficile periodo economico che stiamo attraversando, la casa editrice A.M. deve, a malincuore, rimandare la pubblicazione dei numerosi romanzi proposti da tanti esordienti come Lei. La invitiamo a contattarci più avanti, magari con un nuovo lavoro.

Edo stenta a credere a quello che ha letto. Per riuscire a terminare il suo romanzo, si era dovuto violentare; aveva sudato, aveva sacrificato davvero tutto, per riscrivere, per l’ennesima volta, la sua amata e odiata storia. Nel frattempo, Jack aveva imparato a sbattere le porte, ed era persino diventato bravissimo a imbastire lunghi e toccanti monologhi. Dalla prima stesura, sette lunghi anni erano trascorsi.

Il locale è in penombra. La libreria strabocca di volumi di ogni genere. Si tratta di classici, di grammatiche, di svariati manuali e saggi di scrittura. Questi ultimi sono sparsi anche sul pavimento, in pile altissime che danno l’impressione di toccare il soffitto. Ci sono libri ovunque: davanti alla televisione impolverata, sul tavolo del soggiorno, sulla credenza. Ce ne sono in cucina, sopra o sotto le sedie; sono aperti o chiusi, con o senza segnalibro, e non di rado sono storpiati da terribili e grandi orecchie sulle pagine. A ben guardare se ne trovano persino in bagno: appoggiati sul mobiletto che contiene i detersivi inutilizzati e alcuni rotoli di carta igienica. Per il resto, la casa è vuota. Il letto è in completo disordine. In un bicchiere di vetro opaco è rimasto un solo spazzolino.

Edo scosta la tenda logora davanti alla finestra dello studio. L’orizzonte è una linea di fuoco venata di lingue purpuree. Fa ancora caldo, eppure per strada non c’è nessuno. Luci giallognole, artificiali, cominciano timide a irradiare le finestre dei palazzi circostanti. La serranda del bar Stella resta sempre calata. Anche molti negozi hanno cessato la propria attività. Il vicolo tace persino di giorno: non si radunano i ragazzi, le donne risparmiano, evitano lo shopping; solo gli insetti e gli uccelli continuano imperterriti la consueta beata e vecchia vita.

Col romanzo gli sarà andata male, ma, tutto sommato, sa di essere fortunato: i bombardamenti hanno devastato molti territori, hanno raso al suolo numerose città, ma la sua è ancora in piedi, e la luce non manca mai di baciarla. Quella assurda e tremenda guerra gli ha almeno assicurato un po’ di pace.

Un calabrone ronza davanti alla finestra, gli sfiora i radi capelli e, con una certa temerarietà, entra in casa. L’uomo si china, afferra in mano una ciabatta malridotta e la lancia; nel locale risuona un tonfo sordo, e subito una grossa macchia rossastra compare sul muro. Porco mondo, voglio la finestra spalancata! Nel cielo comincia a brillare la Luna. Edo si siede davanti al computer, seleziona una compilation di musica classica, e picchiettando come un forsennato sulla tastiera, prova a scrivere una nuova storia.

LA RISSA (IL CONDOMINIO).

Le tapparelle di Prisco si risollevano, e questo non capitava da molto tempo. La signora Pistone smonta dall’auto che ha appena parcheggiato nel cortile della palazzina. Indossa il vestito più bello, quello acquistato in occasione del matrimonio di sua nipote. È felice ed è anche emozionata, tuttavia un velo di preoccupazione logora la sua beatitudine. Si augura di non esser stata notata. Poco prima si era fermata all’imbocco del vicolo cieco che conduce al condominio. Dopo aver sterzato in maniera piuttosto brusca facendo arrestare il veicolo sul ciglio della strada, aveva consigliato a Prisco di percorrere a piedi quell’ultimo tratto. La donna, che era rimasta seduta al posto di guida, lo aveva osservato allontanarsi, senza riuscire a togliersi dalla faccia un sorriso a dir poco soddisfatto.

Teresa si ferma davanti al cancello per dare una rapida occhiata all’orologio. A mezzogiorno la maggior parte dei condomini dovrebbe trovarsi sul posto di lavoro. Tuttavia, non è difficile immaginare che qualcuno sia rimasto in casa, ma magari, a quell’ora, davanti ai fornelli. Suo malgrado, Teresa deve realizzare che il ragionier Melandri, con l’aria di chi non ha un granché da fare, è affacciato al suo balcone. Nel cortile si diffondono, ancora una volta, le grida furibonde di sua moglie. Il Generale è proprio arrabbiato, ma questa non è certo una novità. L’uomo sbuffa e guarda per aria. Udendo risollevarsi le tapparelle di Prisco sgrana gli occhi, poi abbassa lo sguardo sul terrazzo al piano inferiore. Il ragioniere si sporge in maniera davvero pericolosa tanto da riuscire a far preoccupare Teresa.

“Teresa, buongiorno!”, grida l’uomo. Più che cortese, quel saluto sembra essere non poco beffardo.

Lei fa un rapido cenno del capo accompagnato da un falso sorriso, ma si sente avvampare le guance. Lui continua a fissarla. Sebbene sia ormai risaputo che quel poveretto pecchi di perspicacia, la strana espressione che Teresa legge sul suo volto, in un batter d’occhio riesce a convincerla di esser stata smascherata.

Nell’appartamento di Prisco ristagna un odore nauseante, di chiuso. Si osserva nello specchio impolverato che è appeso in corridoio, e quasi stenta a riconoscersi. Quella che contempla è un’altra persona, uno sconosciuto. A sorprenderlo non è l’insano pallore del volto, e nemmeno la sua eccessiva magrezza: è lo sguardo. Dovrebbe percepirsi ancora provato, ma, al contrario, si sente forte e energico. La disintossicazione impostagli durante l’interminabile  degenza in ospedale sembra aver dato i suoi frutti. Dopo l’intervento di bypass aortocoronarico, il suo cuore aveva impiegato parecchio tempo prima di tornare a funzionare più o meno bene, e Prisco si stupisce realizzando come il suo fisico non ne abbia risentito. L’uomo è convinto di aver tratto giovamento dal lungo ricovero. La sua pelle è tonica; grazie all’esercizio fisico che gli è stato imposto durante la riabilitazione persino i suoi muscoli sembrano essere più accentuati. Prisco si percepisce come ringiovanito. Proprio per questo si rimira a lungo, ed è incredulo del risultato che vede: un uomo comune e abbastanza pulito, né brutto né bello, ma che conserva una nuova luce negli occhi. Quando riesce a distogliere lo sguardo dallo specchio, nota una bottiglia vuota rimasta appoggiata sul tavolo. Dal lavandino, che è colmo fino all’orlo di stoviglie sporche, si leva una puzza terribile che sa di marcio. Prisco si rimbocca le maniche della camicia, poi si dà da fare. Mentre rassetta la cucina si domanda come diavolo abbia potuto vivere, tanto a lungo, in una maniera così squallida. La rapida successione dei suoi ragionamenti un poco bizzarri riesce a persuaderlo di aver ricevuto una grazia divina, il dono prezioso di una nuova opportunità di vita, tanto che si ripromette di non ubriacarsi mai più. Nel corso della sua degenza, Teresa aveva sempre rimostrato un affetto sincero nei suoi confronti. Gli aveva recato visita più volte, lo aveva assistito durante la convalescenza, nonché nel corso della difficile riabilitazione. Se non fosse stato per quella meravigliosa e angelica creatura, Prisco non sarebbe mai riuscito a trovare la forza di reagire all’orrendo colpo subito; non avrebbe avuto nessun motivo per lottare, e gli sarebbe mancata persino la voglia di vivere. Prisco si porta le mani alla gola. L’aria pesante e viziata che circola nell’appartamento sembra essere in grado di farlo soffocare, perciò corre a spalancare la porta-finestra del suo soggiorno.

Lo sguardo curioso e indagatore del ragionier Melandri è riuscito a intimidire Teresa, che subito vien colta da un’improvvisa tremarella. Faticando non poco, la donna si accinge a raggiungere l’androne: una grossa crosta di grana, di sicuro destinata ai gatti randagi, prima la becca in testa, per poi cadere proprio davanti ai suoi piedi. La finestra della Mazzacani si richiude, e dietro quell’odiosa tendina fiorata un’ombra si dilegua, dandole l’impressione che quella vecchietta stramba e dura d’orecchio riesca a tramutarsi in un fantasma. Nonostante il piccolo incidente che le ha provocato un bel bernoccolo, la signora Pistone è al settimo cielo, non riesce a smettere di pensare al suo Prisco. Il suo amante è finalmente tornato, lasciandole persino intendere di esser diventato un uomo migliore. In effetti, l’uomo aveva conservato tutti i suoi pregi, e si era buttato alle spalle la pesante zavorra dei suoi difetti. A quel pensiero, il tenero cuore di Teresa non può far altro che colmarsi di gioia, e minuto dopo minuto la sente aumentare sempre di più.

Quando la donna varca l’uscio della sua abitazione, sente provenire dal soffitto dei tonfi leggeri di passi. Tendendo un po’ l’orecchio, riesce persino a udire un sommesso tintinnio di stoviglie. I rumori provengono dal piano di sopra, dall’appartamento di Prisco, che era riuscito a trasmetterle, fino a quel momento, solo un silenzio mesto e assordante.

La signora Melandri, adesso, è calma. Conscio del fatto che avvicinarla non è mai conveniente, il ragioniere che non riesce a non provocarla, anche questa volta usa la sua lingua di serpente per urtarla.

“Prisco è tornato!”, le annuncia. “E son sicuro che ce l’abbia restituito la buona crocerossina”, puntualizza l’uomo, con il consueto tono saccente.

“Lasciagli solo qualche giorno, e poi vedrai! Quelli torneranno presto a balzare sul letto come scoiattoli.” Sul volto della donna si disegna un sorriso sghembo. Poi sospira malinconica, e infine aggiunge: “E comunque… beati loro! Quelli se la spassano alla grande, mentre tu, caro mio, riesci ormai a rivoltarmi solo lo stomaco.”

“Sei dolce come il miele…”, la sfotte Melandri, a bassa voce. L’uomo è ormai abituato alle cattiverie che fuoriescono dalla bocca di sua moglie, tanto da non esser più in grado di arrabbiarsi sul serio.

Prisco è sul balcone e volge lo sguardo al terrazzo sottostante. Anche Teresa si sporge dal parapetto, per guardare in su, in direzione dell’abitazione di Prisco. I due innamorati legano i propri sguardi e rimangono immobili, senza proferir parola, perdendo la cognizione del tempo e limitandosi a una reciproca e silente contemplazione. Ma, all’improvviso, la porta d’ingresso di casa Pistone sbatte forte. Trema persino il balcone. Anche Teresa  sobbalza per lo spavento, poi si precipita in casa.

“Sei già tornato?”

“Mi son preso mezza giornata. Perché, non posso?”, replica l’uomo. Gianni sembra nervoso. Durante l’estate aveva messo su un po’ di pancia, e solo da qualche giorno si era deciso a porvi rimedio. Si era messo in testa di dover fare più movimento. “Verso sera farò un salto in palestra. Ho intenzione di iscrivermi al corso di cui ti ho già parlato”, annuncia fiero, pieno di sé. Teresa impallidisce, poi i suoi begli occhi verdi diventano umidi. Il rientro anticipato di Gianni è per lei una tremenda disgrazia. L’incontro con Prisco, previsto nel pomeriggio, doveva esser rimandato. Da troppo tempo i due amanti non si concedevano la dovuta intimità. A lungo Teresa aveva atteso quel momento, ma giunta a un passo dall’agognato sogno, era andato in fumo. Era riuscita a compensare il vuoto causato dall’assenza di Prisco grazie al vivido ricordo del suo sorriso, ma anche evocando la sensazione che le sue grandi mani ruvide riuscivano a regalare alla sua pelle candida e delicata. Aveva persino stipulato un patto con il Padreterno: se a Prisco fosse stato concesso di sopravvivere, allora avrebbe trovato la forza di lasciare suo marito.

“Qui non c’è niente. Non hai cucinato?”, sbraita Gianni, dalla cucina.

“Non ti aspettavo per pranzo”, tenta di giustificarsi lei.

L’uomo sbuffa. L’anta del frigorifero sobbalza, il cassetto delle posate stride. La sedia, che vien trascinata come al solito sul pavimento, emette un cigolio che pare un lamento interminabile. Teresa si lascia ricadere a peso morto sui cuscini del divano. Nonostante abbia turato le orecchie con il palmo delle mani, lo sente ruminare come una mucca al pascolo. La donna si incanta a fissare la porta-finestra. È totalmente presa dai suoi più tetri pensieri.

Gianni ingurgita un buon bicchiere di vino proveniente dalla sua adorata cantina. Teresa immagina la sua grande boccaccia, che pare il buco di un lavandino, paragone migliore non le riesce davvero di trovare. L’uomo deglutisce, inoltre si permette di fare un rutto trattenuto, lievemente soffocato. Suo malgrado, questa è la goccia che fa traboccare il vaso.

Teresa si alza. Per darsi una rapida asciugata agli occhi utilizza i polsini dell’elegante vestito che indossa. Stringe i pugni con forza, solleva la testa, infine parte di gran carriera e attraversa il salone. Sente l’aria fin troppo calda tagliarsi di netto al suo passaggio. Rapida come una saetta, raggiunge la cucina. Gianni ha appena appoggiato un tagliere di legno al centro del tavolo. La donna afferra il coltellaccio prima di lui, con una furia a dir poco omicida. Lo impugna ben saldo, con ambo le mani, e infine lo infilza senza pietà nel grosso salame che Gianni intendeva divorare.

“Ringrazia Dio, se non l’ho ficcato nel tuo piccolo coso!”, urla fuori di sé. Gianni retrocede con il busto finché non lo sente aderire allo schienale della sedia. Poi resta immobile: è frastornato, ma non intende abbassare lo sguardo in segno di sconfitta. Il volto della donna è sfigurato da una rabbia funesta. Lui stenta quasi a riconoscerla. Un brivido freddo gli corre lungo la schiena.

“Arrivati a questo punto, io non ho nulla da perdere. Ti ho sopportato per tutta la vita e sono convinta che possa bastare!”

Gianni rimane in silenzio. Trattiene il respiro.

“Non ti amo più, e da un pezzo! E se non fosse stato per Prisco, assuefatta di te com’ero, forse non avrei mai trovato il coraggio di farla finita. ”

Quel nome riesce a far scaturire in Gianni il medesimo effetto che si ottiene miscelando del bicarbonato di sodio con aceto e sapone. L’uomo scatta in piedi in un men che non si dica. Con gran fragore, la sedia si rovescia sul pavimento proprio quando lui è a un palmo di naso da sua moglie. La afferra alla gola.

“Quel pezzente è tornato?”, urla, scuotendola.

Il collo di Teresa è costretto in una morsa infernale. Anche volendo, non potrebbe rispondere. Grazie a un barlume di lucidità, o forse redimendosi, l’uomo allenta la presa. Teresa dà alcuni colpi di tosse, poi, sfinita, si accascia per terra.

“Alzati! Non devi neanche provare a farmi pena! Tirati su, ho detto!” Mentre sbraita, dalla bocca cominciano a colargli lungo il mento rivoli di bava.

Teresa prova a rialzarsi, ma il collo le duole e le gambe sono molli. La donna non può far altro che mantenere lo sguardo basso, fisso sul pavimento.

“Guardami in faccia e dimmi che quel pezzo di merda…”

Offesa nel profondo dell’anima, Teresa sbotta. Con un sorriso beffardo sulle labbra, la donna dichiara: “Sono affranta, tuttavia devo deluderti: Prisco è vivo e vegeto. Anzi, a dire il vero sta meglio di prima. Ed è ritornato proprio stamattina!”

Neanche il tempo di terminare la frase che l’uomo, furibondo, si dirige verso l’uscio. Teresa vorrebbe impedirglielo, ma non si regge in piedi.

I passi pesanti di Gianni rimbombano per le scale, e pare che l’intero palazzo possa venir giù da un momento all’altro. “Apri questa porta, oppure la butto giù!”, ruggisce l’uomo, dando all’uscio di Prisco dei colpi fortissimi. La sua voce da orco risuona lungo le scale.

Teresa lancia un grido atroce, poi si sente mancare.

Udendo tutto quel trambusto, anche Morelli balza in piedi. L’uomo indossa un pigiama scozzese. Qualche di linea di febbre l’ha costretto a restare a letto. Nonostante si senta piuttosto debole, intende capire cosa stia succedendo. Barcollando raggiunge la porta d’entrata e la apre quel tanto che basta per poter sbirciare fuori. Gianni dà ripetute spallate all’uscio di Prisco. Il suo vicino è davvero infuriato. Sa di dover intervenire, ma un leggero mal di testa gli impedisce di trovare una strategia per fermarlo. Poi, vedendo comparire anche Ardito, di sicuro attirato lì da quel putiferio, trova finalmente la forza necessaria a spalancare il suo portone. Dopo essersi scambiati una rapida occhiata d’intesa, gli uomini tentano di immobilizzare Pistone, ma invano. Gianni è su di giri, una vera bestia: ha gli occhi iniettati di sangue, par posseduto dal demonio, e nello stato in cui si trova, senza troppa difficoltà, sarebbe forse capace di buttar giù l’uscio di Prisco.

Anche Melandri, il temerario ragioniere, richiamato da tutto quel baccano si precipita sulle scale. Percorre timoroso qualche gradino, poi, sporgendosi quanto basta dal corrimano e badando bene di mantenersi alla dovuta distanza, si limita a sgranare gli occhi.

Sotto si ingaggia una lotta violenta: volano calci fortissimi e un’infinità di pugni. I volti dei partecipanti sono maschere di sangue: il pavimento condominiale sembra il set di un film dell’orrore. Degli schizzi vermigli hanno imbrattato persino i muri. Rincuorato da una tale manforte, anche Prisco decide di uscire allo scoperto. Il suo portone emette un cigolo sinistro: è sgangherato ed è diventato pesante come un macigno. Sudando freddo e impegnandosi in uno sforzo al limite delle proprie possibilità, riesce a crearsi un varco per sgattaiolar fuori. Il rancore accumulato nel corso degli anni, in seguito alle ripetute offese di Gianni Pistone, emerge all’improvviso. Nervoso come un coccodrillo affamato, senza pensarci due volte, si avventa sul nemico. I quattro sventurati continuano a massacrarsi, ma solo finché, per l’ennesima volta, non fanno la loro comparsa gli amici Carabinieri. Tre ambulanze occupano il parcheggio condominiale. Stridendo insieme, all’unisono, le loro sirene spaccano i timpani a mezzo vicinato. Gianni Pistone e il buon Prisco vengono sedati. Le ferite riscontrate esigono controlli rigorosi, vengono dunque caricati sulle barelle, per essere subito portati via. Alcuni infermieri soccorrono Ardito e Morelli. Infine si opta per caricare sull’ambulanza anche la povera Teresa, più per una questione di scrupolo, afferma, ligio, il dottore.

Quando finalmente le ambulanze si allontanano, un piccione spicca il volo dal tetto, e un lieve batter d’ali risuona in cortile come un tremendo boato.

LA PARMIGIANA (IL CONDOMINIO).

Milo risale affamato la rampa di scale che lo separa dal suo appartamento al primo piano. È di cattivo umore e ripensa alle noiose incombenze, che ha dovuto sbrigare, senza tregua, in ufficio durante il pomeriggio.

Quando raggiunge il pianerottolo, un odore forte, davvero particolare, cattura la sua attenzione. Sa di fritto, eppure non sembra un semplice fritto; è accompagnato da un aroma speziato, forse di erbe aromatiche, ma profuma anche di pomodoro. È forte e dolce nel contempo, tuttavia ha un sentore acre, ed è, senza ombra di dubbio, il miglior odore di cibo che Milo abbia mai sentito. Il ragazzo avverte un buco nello stomaco, poi prova un senso di vuoto, una specie di vertigine. Milo ha la necessità di mettere subito qualcosa di buono sotto i denti. Eppure si rende conto che non desidera buttar giù una pietanza qualsiasi, bensì spera di riuscire a divorare proprio quella. Ovunque si sparge un profumo inebriante, ammaliante, e in grado di fargli balenare in testa l’ennesimo pensiero: che Enry, disoccupato ormai da tempo, si sia all’improvviso dato all’arte culinaria, magari nel tentativo di sorprendere il suo adorato compagno organizzando una cenetta romantica a lume di candela!

Suo malgrado, Milo è presto costretto a tornare alla realtà: il delizioso profumo perde di intensità man mano che il pover’uomo si avvicina al suo portone. Allora si volta di scatto, poi muove alcuni passi piuttosto incerti in direzione dell’abitazione dei Tozzi, i suoi dirimpettai.

L’odore torna così a essere pieno, compatto, stagnante, e risulta tanto potente da causargli un capogiro. Senza nemmeno accorgersene, il ragazzotto si ritrova col suo bel naso aquilino incollato alla porta dei Tozzi. Inspirando a pieni polmoni, ma nel contempo sforzandosi di mantenere la calma, resta in ascolto. Sente provenire dall’appartamento un lieve tintinnio di stoviglie accompagnato da una musica allegra in sottofondo, e, solo di tanto in tanto, echeggia lontana la voce della signora Tozzi, che tenta di canticchiare alla sua maniera, in un pessimo inglese, un passaggio piuttosto complicato dell’allegra melodia. La fame di Milo è ormai cresciuta a dismisura, e all’improvviso vien travolto da una forte ondata di malinconia: ormai, da troppo tempo, non riesce a nutrirsi in maniera decente. Otto lunghi anni di convivenza con Enry gli hanno dato tanto, tuttavia si rende conto di aver sofferto di alcune pesanti mancanze.

Il più delle volte Enry prepara per cena un piatto di pasta, che si ostina a condire con un insipido pesto senz’aglio comperato al supermercato. Quando non ha voglia di cucinare, allora ordina due pizze d’asporto. Il suo compagno non lo ammetterebbe mai, neanche sotto tortura, ma quelle pessime abitudini alimentari hanno ormai stancato entrambi. Nel week-end i fidanzati prenotano sempre al ristorante, con il mero intento di abbuffarsi come dei maiali; nonostante la qualità del cibo ingerito sia persino discreta, non può certo sperare di competere con i piatti tradizionali che Milo era solito gustare solo fino a qualche anno prima. Quel delizioso profumo, che come un effluvio si diffonde senza tregua dall’appartamento dei Tozzi, riesce a rievocare la sua spensierata gioventù. Sua madre era solita preparargli pietanze semplici ma saporite, sia nei giorni di lavoro che in quelli di festa. Il ragazzo sarebbe disposto a vendere l’anima al Diavolo, o potrebbe persino accettare di strisciare come un verme sul pavimento, pur di riuscire a mendicare una porzione di quella prelibatezza. Milo avverte un fastidio alla gola, questa è diventata secca. Ma, dopo aver emesso alcuni colpi di tosse, realizza di provare un’enorme vergogna. Come si è ridotto? Perché tiene la faccia appiccicata al portone della vicina? Nel tentativo di cercare di allontanarsi da quell’uscio maledetto, indietreggia saltellando. E con il pollice e l’indice si pinza il naso. Chiude gli occhi per non impazzire, infine si mette a contare fino a dieci. L’odore è insistente, e imperterrito continua a penetrare nelle sue narici, le risale, e infine gli dà letteralmente alla testa. All’improvviso cede. Smette di tenersi il naso con le dita, poi tira su, forte. Inspira piano, più volte, profondamente. Intende godere ancora un po’ di quel buon profumino. Ed è sul punto di scoppiare quando, grazie a un barlume di temporanea lucidità, riesce a intuire quanto sia saggio tornare al suo portone. Muove i piedi con fatica, compie alcuni passi traballanti e incerti, e si sforza di ignorare quell’odore diabolico, capace di condurlo alla pazzia.

Quando finalmente si decide a spalancare la porta di casa sua, gli sembra di non sentire più niente. Non un leggero aroma di spezie, né un odore di dolce o di salato, insomma, non c’è un solo profumo appartenente a qualcosa di vagamente commestibile. La sua casa non sa proprio di nulla!

“Ben tornato, mio prode Ulisse!”, esclama ironico Enry, senza alzare il culo dal divano. Il ragazzo sta guardando con apprensione una partita di calcio, uno sport che Milo detesta assai di più del lancio del giavellotto. L’attaccante dà un calcio alla palla, ma questa colpisce la traversa. Enry dà un pugno al tavolino. “Persino io avrei saputo far meglio di quello lì!”, esclama, piuttosto nervoso. Poi si tracanna tutto d’un fiato un’intera lattina di birra. Rutta. Un enorme sacchetto vuoto di patatine finisce a terra, sul pavimento.

“Tesoro mio, ti va un aperitivo?”, chiede il fidanzato, senza distogliere lo sguardo dal televisore.

“A quanto vedo, tu hai iniziato a gozzovigliare da un bel pezzo”, risponde Milo, deluso.

“Amo’, che c’hai? Hai avuto ‘na giornataccia? Oggi, più che Ulisse mi sembri l’incredibile Hulk.”

“Vai a cagare! Non mi vedi? Non sono verde, sono nero! No, anzi, in quel posto ci vado io!”, esclama Milo, fuori di sé. Poi si dirige in bagno.

Enry sgrana gli occhi. Di malavoglia, e con evidente fatica, solleva finalmente il suo bel didietro. Si alza, si volta e, chissà perché, si dà persino da fare per sistemare il cuscino che, fin troppo a lungo, ha dovuto sopportare il suo gran peso. Quando ha finito, strusciando i piedi nudi sul pavimento, Enry attraversa il salone quatto quatto, mosso dall’intento di far ragionare il suo compagno.

“Sei ancora incazzato?”, chiede, dopo essersi piazzato davanti alla porta del bagno.

Non ottiene risposta. Riesce però a sentire il gorgoglio dell’acqua che finisce nello scarico del rubinetto.

“Amo’, ma che t’ho fatto?”, insiste.

Milo tira lo sciacquone del water.

“Dài, non fare il prezioso con me!”, gli intima Enry. E poi aggiunge: “Mi vuoi dire o no cosa ti è successo oggi?”

Finalmente la porta del bagno si spalanca e Milo sbotta furibondo: “Io mi faccio il mazzo tutto il giorno, da mattina a sera, e tu non ti degni nemmeno di prepararmi la cena. Pizza, birra e patatine le offro io, ogni santo giorno e ormai da più di un anno, e ti confesso che adesso mi sono stancato!”

Enry ha le lacrime agli occhi. “Oggi sei isterico come una gatta in calore”, brontola.

“Altroché. Ho una voglia matta di mangiare come si deve. Chiedo troppo se ogni tanto pretendo di fare una cena normale? Non ne posso più di mangiar certe porcherie che non se le filano neanche i porci.”

“Milo, così mi offendi…”, gli fa notare il compagno.

“Siamo ridotti male!”, esclama Milo, alzando di nuovo, all’improvviso, il tono di voce.

“Tesoro, mi dispiace davvero tanto. Sono affranto. Cosa vuoi che faccia? Posso rimediare? Non mi piace cucinare, lo sai. Però questo lo sapevi anche prima, prima di cominciare la nostra bella convivenza”, borbotta Enry, afflitto.  Poi, il ragazzo allunga un braccio nel tentativo di accarezzare la testa ricciuta di Milo. “I tuoi riccioli mi fanno impazzire! Te l’ho mai detto che somigli a Kit Harington?”, dice, e poi sorride.

Ma Milo si scosta in maniera brusca, e gli risponde: “Magari, se solo potessi avere per un attimo la sua spada… Comunque, tu adori anche il pesto del supermercato, che a me fa venire il vomito!”

“Cattivo! Sei davvero un cattivone”, grida Enry. Poi il ragazzo fissa il muro; ha gli occhi carichi di lacrime.

Milo attacca a camminare avanti e indietro, percorrendo più volte il corto corridoio. Poi, tutt’a un tratto, sembra ricevere un’illuminazione. Sorride in una maniera piuttosto inquietante, che a Enry ricorda Pennywise, e poi si dirige verso la porta d’ingresso. “Esco un minuto. E tu fammi il piacere di apparecchiare la tavola come si conviene!”, gli ordina.

Enry lo osserva uscire. È preoccupato, teme che il suo compagno si sia ammattito. Scuote più volte la testa, poi, incredulo, se la stringe tra le mani. Infine si precipita disperato in cucina, per eseguire senza fiatare il compito che Milo gli ha assegnato.

Milo attraversa il corridoio, imbocca le scale condominiali. Scende veloce in cantina, poi ritorna subito su. È costretto a sorbirsi di nuovo quell’inebriante profumo, si ritrova ad annusare ancora una volta quell’odore idilliaco. Il suo respiro si fa affannoso. Si attacca al campanello di casa Tozzi con la foga di uno squilibrato che rasenta quella d’un assassino. La musica tace. L’attesa lo inquieta. Finalmente, da dietro la porta avverte un rumore leggero, un lieve ticchettio: qualcuno ha appena sollevato lo spioncino. Finalmente l’uscio si schiude e compare la signora Tozzi. La donna indossa un grembiule a quadretti, ha i capelli in disordine, le sue mani sono umide, e regge un grosso coltello da cucina.

“Scusami per l’attesa Milo, ma stavo cucinando.”

Milo viene investito da un odore così tanto buono e forte, che, per un po’, gli fa letteralmente perdere la ragione. Reagisce, lotta per farsi forza, e alla fine balbetta: “Anche a… a… casa tua… è salta… salta… saltata la corrente?”

“Non saprei. In effetti… Si, può essere! Poco fa la mia radio si è spenta all’improvviso. Oh, ma me ne sarei accorta presto, stavo proprio accingendomi ad accendere il forno!”

“Sei sola?”, le domanda Milo, con una gran acquolina in bocca.

“Sì. Le mie bambine stanotte resteranno a dormire dai nonni. Ho pensato di fare una bella sorpresa a Sergio: è il nostro anniversario oggi, così ho pensato di preparargli il suo piatto preferito!”, annuncia lei, felice e orgogliosa.

“Mi dispiace di aver interrotto le tue faccende, ma anch’io sono rimasto senza corrente e quel cretino di Enry ha appena rovesciato mezza bottiglia d’olio sul pavimento.”

“Mi dispiace. Oh, di sicuro vi aspetta una bella faticaccia: l’olio è terribile da togliere!”

“Già. Per questo sono venuto qui, da te. La corrente, stavolta, potresti ripristinarla tu?”

“Certo, lo faccio subito. Credo di riuscire a trovare gli interruttori. Poso questo coltello e scendo subito a dare un’occhiata al contatore.”

Milo conosce bene la sua vicina: quando si allontana da casa per qualche minuto, non usa richiudere a chiave l’uscio di casa.

Milo la ringrazia sorridendo, poi rientra nel suo appartamento. Resta però immobile dietro la sua porta, in rigoroso silenzio. Dalla sua cucina giungono alcuni rumori provocati da Enry, che sta eseguendo alla lettera i compiti che gli sono stati assegnati. Quando i passi della signora Tozzi risuonano leggeri sulle scale, Milo torna ad affacciarsi sul pianerottolo, poi, rapido come un fulmine, si intrufola nell’appartamento della donna.

Sul tavolo della cucina c’è il grosso coltello, che è stato adagiato proprio accanto a una teglia enorme. Milo afferra all’angolo il tiepido e umido foglio di alluminio che la ricopre, restando a bocca aperta davanti a una splendida parmigiana, casereccia fino al midollo, in ogni sua singola molecola.

Il locale è pregno di un profumo idilliaco.

Lo stomaco di Milo sussulta, borbotta, si ribella. E il ragazzo non riesce a pensarci su due volte: afferra la pesantissima teglia, e, stando ben attento a non farla sgocciolare, la porta di corsa a casa sua.

“Era saltata la corrente, ma adesso è tornata!”, annuncia Enry, ignaro dell’accaduto. Tuttavia, quando si volta a osservare il suo compagno rimane di stucco.

“Dove cavolo hai trovato quella roba?”, chiede, senza nascondere una certa preoccupazione.

“La cosa non ti riguarda!”, tuona Milo, e dopo aver appoggiato quel ben di Dio sul tavolo, ordina a Enry di accendere il forno.

“Adesso puoi anche versarmi l’aperitivo!”, lo stuzzica Milo, che sembra essere tornato di buon umore.

Ma quando Enry si accinge a stappare una fresca bottiglia di prosecco, sul pianerottolo echeggia un urlo terribile.

“Versa pure, io torno subito. E stai sereno, che della vicina me ne occupo io!”, dichiara Milo. Sfinito dalla precedente discussione, Enry non osa batter ciglio.

Milo frega le mani un po’ unte nei bermuda di jeans, poi, ancora una volta, lascia il suo appartamento.

La porta di casa Tozzi è spalancata.

“Cara, è permesso?”, chiede.

“Aiuto, aiuto! Le mie melanzane!”, strilla impaurita la donna. “Qualcuno ha rubato la mia parmigiana!”, aggiunge. La Tozzi piange, è disperata. Milo deve impegnarsi parecchio per riuscire a metter su un’espressione stupita.

“Diamine, ne sei sicura?”

“Certo, non ho mica l’Alzheimer! Ho già controllato, qui non manca nient’altro. Guarda: su quella mensola è rimasta la banconota da cinquanta Euro che avrei dovuto mettere nel portafoglio, e anche la mia borsetta di Gucci è rimasta sull’attaccapanni. Milo, te lo assicuro: qualcuno si è preso il disturbo di entrare nel mio appartamento per rubare la teglia con la parmigiana!”

“È incredibile. E pensare che io detesto le melanzane! Il proverbio è proprio vero: il mondo è bello perché è vario.”

“Ho impiegato tutto il pomeriggio per prepararle. Al ladro di parmigiana auguro con tutto il cuore di prendersi una terribile diarrea!”

“Ben detto! È inaudito. È pazzesco. È roba da non credere!”, recita Milo.

“E, oltretutto, si è portato via anche la teglia che ho ereditato dalla mia dolce nonna.”

“Oh, povera cara!”, esclama Milo.

“E lo spavento? Che paura ho preso, che schifo! Chissà cosa hanno toccato qui, nella mia cucina!”

“Devi restare calma. Respira. Tutto sommato non è successo nulla di grave”.

“Questo lo dici tu!”, urla la donna, furibonda. E poi aggiunge: “È andato tutto a rotoli! E io che intendevo fare una bella sorpresa a Sergio…”

“Beh, potreste andare al ristorante…”, le consiglia Milo, astuto, ghignandosela sotto ai baffi.

“Lo faremo. Già, per forza! Eppure ho paura, Milo. Temo che quel farabutto possa tornare, magari per portar via qualcos’altro.”

“Quel bastardo ha rubato anche le chiavi del tuo appartamento?”

“No, grazie a Dio. Le chiavi sono nella serratura.”

“Allora puoi stare tranquilla: qui non entrerà più nessuno. A patto che tu chiuda la tua porta a chiave.”

“Già, hai ragione: ho davvero un brutto vizio. Però, non smetto di chiedermi come quel ladro abbia potuto agire così in fretta. Tu hai notato qualcosa di strano?”

“In effetti, dal mio appartamento, giusto poco prima che tornasse la corrente, ho sentito il rumore dell’ascensore. Credo che questa stesse salendo.”

“Dunque, l’arcano è svelato! Mentre io ero impegnata con il contatore, in cantina, quel farabutto che è arrivato dai piani superiori ha preso le mie melanzane, e poi è scappato di sopra.”

“Già, deve essere andata proprio così!”

“Grazie. Sono davvero fortunata a poter contare su un vicino sempre disponibile, come te. Milo, sei un vero tesoro!”

“Sono io a doverti ringraziare. Se solo l’avessi saputo, al contatore avrei pensato io”.

Milo si tampona la fronte madida di sudore con un tovagliolo. È al settimo cielo: finalmente, quel profumo superbo di parmigiana sta impregnando casa sua. Enry è su di giri: il brigantone ha già scolato una bottiglia di prosecco.

In piedi, accanto al tavolo, i due si sfiorano. Milo ne approfitta per abbracciare Enry, lo bacia, e poi scoppiano entrambi a ridere.

Milo sussurra: “Enry, ti chiedo scusa. Più tardi vedrò di farti fare un bel giro sul mio drago!”, e subito si volta a rimirare la teglia che il compagno ha appena infilato nel forno.”

“Cin, al mio indomabile Re del Nord!”, esclama Enry, continuando a ghignare.

IL PACCO (IL CONDOMINIO).

“Mi sono assentato un attimo ripromettendomi di prenderlo dopo. Non vi racconto balle, era proprio lì! E se non credete alle mie parole, sono persino disposto a mostrarvi il messaggio di avvenuta consegna che ho ricevuto un’ora fa.”

“Ti crediamo. Però potrebbe essere stato spostato. Hai controllato che non sia già appoggiato sul tuo pianerottolo?”, domanda la Cozza.

“Mi hai preso forse per scemo? Se così fosse, non mi sarei preso la briga di sollevare un simile putiferio! Dieci minuti son stato via, giusto il tempo di andare in centro a prendere il pane, ma quando son tornato era sparito!”

“Stai insinuando che nel nostro palazzo vive un ladro?”, domanda la Cozza, calando sul naso a punta gli occhiali scuri.

“Ne sono convinto!”, risponde il dottor Barozzi, senza esitare un attimo.

“E per questo hai pensato di citofonare a tutti i condomini, sperando che il colpevole potesse tutt’a un tratto redimersi e magari confessare il suo crimine… Mi dispiace dover esser io a dovertelo dire, ma il tuo prezioso pacco non lo rivedrai mai più”, aggiunge la Cozza.

“È solo la tua opinione”, le risponde secco Barozzi, senza riuscire a celare un certo nervosismo.

“Qui non solo c’è gente che legge la posta degli altri, adesso si fregano anche le cose. In questo palazzo non c’è più religione”, si lamenta la Panzanera.

“A giudicare dalla tua reazione, si direbbe che quello scatolone contenesse un oggetto speciale e a cui tieni molto”, sostiene Enry.

“Hai fatto centro!”, risponde il dottor Barozzi, con un tono di voce sommesso.

“Devi perdonare la mia invadenza, ma hai permesso al corriere di abbandonare il pacco in giardino, trattando questa consegna al pari di una qualsiasi altra?”, gli domanda Milo.

Quel ragazzo mi ha sempre dato l’impressione di esser sveglio, anche se giudicando il brutto aspetto che ha stamattina, sono certa che il trillo improvviso del citofono gli abbia procurato un risveglio affatto felice.

“Fino a oggi, farmi lasciare le consegne in giardino la reputavo una comodità. Ho sbagliato. Tuttavia ritengo che si tratti di una questione di principio, di correttezza. Che il pacco contenga un pezzo di plastica oppure un lingotto d’oro, per me, e per voi, non dovrebbe fare differenza.”

“Io non sono un ladro!”, esclama Mezzalira, puntando con forza una stampella a terra.

“Lo credo anch’io. Ho dovuto scomodarti, anche se a causa del tuo stato dubito che possa aver sollevato lo scatolone per portarlo da un’altra parte. Non in dieci minuti”, confessa Barozzi all’amico.

“A meno che non si sia avvalso di un complice!”, fa notare la scaltra Panzanera.

“Chiedo venia, adesso vi devo lasciare. Mi aspettano al lavoro, e sono già in ritardo.” annuncia costernato il povero Milo. Quei due ragazzotti sono soliti fare le ore piccole, infatti gli occhi di Milo sono spesso gonfi e circondati da profonde occhiaie violacee.

“Mi dispiace davvero, ma non posso permettervi di lasciare il condominio finché non avrò recuperato il mio pacco”, annuncia Barozzi, con un tono perentorio di sfida che non ammette repliche.

“Io non ho bisogno di rubare, e men che meno mi interessano le tue cose. Per chi mi hai preso? Sei un gran cafone, una gran testa di cazzo, tu! Per una simile sciocchezza mi hai rovinato la mattinata”, grida inviperita la signora Brighella, poi continua a tormentarsi i lunghi capelli arricciandoli con le dita. Melandri annuisce per darle ragione, mentre sul suo volto compare un’espressione sognante.

“Una simile sciocchezza?”, replica la Panzanera, imitando il tono di voce cantilenante della sua sgradita vicina.

Il ragionier Melandri, che per tutto il tempo è rimasto buono e zitto, senza distogliere lo sguardo dal decolleté della Brighella si decide finalmente a dire la sua: “Il pacco dello stimatissimo Dottor Barozzi si trovava qui, sul prato, proprio accanto alla porta d’ingresso. Il nostro palazzo sorge in un vicolo cieco, e, soprattutto alla mattina, non si vede passare nessuno; inoltre, la siepe che cresce fitta sul confine impedisce a chiunque di osservare l’angolo di giardino vicino al portone. Dunque, o il ladro è un cugino di Lupin III, oppure è un condomino. Il dottor Barozzi avrà anche reagito in modo bizzarro, ma tutto sommato io credo che abbia ragione.”

“Può darsi, ma sospettare di me è una pazzia!”, replica sempre più irritata la signora Brighella, mettendo su un’espressione offesa.

“Io credo alla tua innocenza”, si lascia sfuggire Melandri.

Io scommetto che se fosse stata presente anche sua moglie, lui si sarebbe limitato ad ascoltare.

“Mettetevi l’anima in pace, siete tutti sulla stessa barca!”, dichiara sarcastico il Dottor Barozzi.

Tozzi risponde: “Sì, una barca malconcia che va alla deriva!”

La Torquato si fa coraggio: “Io ho un alibi. Quando mi hai citofonato stavo facendo la doccia. Guarda i miei capelli: sono ancora umidi!”

“Ne terrò  conto”, replica il dottore, poi prende in rassegna tutti i presenti, osservandoli con la massima attenzione.

“Beati i nostri ragazzi, che sono a scuola. E pure gli Spinotti che, fortuna loro, hanno lasciato questo dannato condominio all’alba!”, esclama Morelli, con un tono piuttosto malinconico.

“Anche gli Ardito!”, dice la Brighella, poi aggiunge: “E beato persino mio marito, che tornerà domani dalla Germania.”

“Ardito è uscito presto, come sempre d’altronde. E sua moglie, poco dopo, ha fatto lo stesso. Li ho visti entrambi. Ho trascorso una nottata insonne per via del caldo. Sono uscita in balcone per prendere una boccata d’aria e li ho visti andar via”, confessa a bassa voce la signora Morelli, quasi vergognandosi di essersi impicciata degli affari degli altri.

“Di sicuro lui andava a lavorare, ma lei? Vorrei proprio sapere dove diavolo era diretta così presto…”, mormora la Panzanera senza celare una certa malignità.

Notando degli strani movimenti in cortile, la Mazzacani sporge la testa dalla finestra della cucina. Il Dottor Barozzi, al quale non sfugge niente, la nota e le fa cenno di scendere. Lei tentenna un po’, infine capisce.

Quando la vecchietta dura d’orecchi sbuca dal portone d’ingresso, il Dottor Barozzi esclama: “Molto bene, adesso possiamo cominciare!” Il suo umore sembra essere migliorato, e persino il suo tono di voce è tornato a essere pacato, quasi cordiale. 

“Ammesso di ottenere il consenso per accedere alle vostre abitazioni, dubito di riuscire a ritrovare il mio pacco. Il ladro, a quest’ora, avrà già provveduto a nasconderlo e io farei solo la figura del fesso e resterei a bocca asciutta. Inoltre, non posso certo permettermi di fare una perquisizione in piena regola”, dichiara Barozzi, con un’aria rassegnata.

“Puoi almeno dirci cosa contiene?”, cerca di informarsi Melandri, che è divorato dalla curiosità.

“Vi basti sapere che nessuno potrà utilizzarlo senza che io me ne accorga”, sostiene Barozzi, dando l’impressione di credere a quello che dice, ma anche arrossendo un po’.

“Chi ruba per soddisfare un bisogno può essere anche perdonato, ma chi agisce per il semplice gusto di farlo, o peggio, solo per fare un dispetto, merita una punizione”, osserva la signora Pistone.

“Io non riesco a giustificare nessuno, neanche chi ruba per necessità. Secondo la tua teoria, chi non ha da mangiare è autorizzato a rubare, magari assaltando un supermercato o un appartamento. Io lavoro tutti i santi giorni, dalla mattina alla sera. Se qualcuno non può permettersi qualcosa, sempre che non diventi un’abitudine, farebbe meglio a chiederla. Esistono enti pubblici incaricati di occuparsi di queste problematiche, e inoltre, in ogni Comune è possibile trovare un assistente sociale. Li paghiamo cari questi servizi, con i nostri sacrosanti contributi. Tutto vien fatto con i soldi di chi, proprio come me, non evade mai le tasse. Hai visto cosa è successo a quel morto di fame di Prisco? Ha fatto una brutta fine e anche una bella figura di cacca”, dichiara tutto d’un fiato Gianni Pistone.

“Tu sei troppo buona, e hai una gran pazienza!”, esclama la Panzanera, rivolgendosi alla signora Pistone.

“È una vera fortuna che Prisco sia ancora ricoverato, altrimenti l’avreste incolpato anche per questo”, si sfoga la Pistone. Ha le lacrime agli occhi e getta, a sua insaputa, altra benzina sul fuoco.

“Lo difendi ancora? Quel sacco puzzolente di pulci si è fregato il mio vino!”, sbraita Gianni sputacchiando davanti a sé, lasciando trapelare in maniera evidente tutto il suo rancore nei confronti di Prisco, rancore che non si estinguerà presto, forse mai.

“Sei senza cuore!”, lo rimprovera sua moglie, che non nasconde sentimento di grande delusione.

“Basta!”, ordina all’improvviso il Dottor Barozzi, mettendo fine alla discussione dei coniugi Pistone. Poi l’uomo volta lo sguardo verso di me, e dice: “Signorina, lei è pensierosa. Potrebbe condividere con noi la sua opinione?”

Barozzi non smette di osservarmi. Io so di avere la coscienza pulita, eppure mi sento a disagio.

“A dire il vero, non riesco più a stupirmi di quello che capita in questo palazzo”, confesso. Subito dopo mi convinco di essere intervenuta in maniera stupida.

“Sei un idiota, sei un narcisista!”, tuona impetuosa la Brighella.

“Cara Lorella, apprezzo la tua sincerità. Se lo desideri, puoi anche andare: sono certo che non hai niente a che vedere con la scomparsa del mio pacco.” La Brighella, con malagrazia, grugnisce, poi stringe le mani a pugno. Si volta, e infine si avvia ancora piuttosto stizzita verso il portone.

Torquato fa lo spiritoso: “Se anch’io dico che sei deficiente, poi mi permetti di andare a lavorare?”

“No, devi restare. Tu sei un’ottima compagnia”, risponde Barozzi, .

“Sei una persona corretta. Al tuo posto io mi sarei incazzata di brutto”, dichiara la Panzanera, poggiando il palmo della mano sul petto.

“Grazie. Invece tu puoi andare, se vuoi”, dice Barozzi.

“No, preferisco restare. Sono curiosa di sapere come va a finire questa storia.”

“Dài, lo sai bene: non sono stato io”, rimarca Mezzalira, a testa alta.

“Già, ma ti supplico di restare e di portare pazienza”, risponde Barozzi. Mezzalira sbuffa, dopodiché impartisce quello che par essere un ordine più che un invito: “Almeno spostiamoci più in là, all’ombra, perché qui non si respira!”

“Avremmo dovuto avvertire i Carabinieri, evitando così questi inutili giochetti psicologici”, brontola Milo.

“Puoi anche ritenerla una perdita di tempo, ma ti garantisco che il colpevole verrà smascherato.”

“Non ho dubbi, caro tenente Colombo”, ribatte Milo, e poi fa l’occhiolino.

“Nessuno e in grado di battere Montalbano. Comunque, ti chiedo scusa Milo, per averti trattenuto più del dovuto. Dunque, se avete da fare, voi due potete andare in pace”, annuncia Barozzi.

“Nel nome di Cristo”, risponde Milo.

Finalmente siamo liberi!”, esclama Enri, sollevato. Poi, i due si allontanano, a passo spedito.

La Mazzacani gesticola in una maniera davvero buffa. Forse ha imparato a leggere le labbra. Sono convinta che qualcosa, di questa faccenda, l’abbia capito anche lei. Io fatico a interpretarla, eppure il dottor Barozzi sembra essere in grado di leggere i suoi gesti scomposti, al termine dei quali la congeda con una specie di inchino. Mentre la vecchietta si allontana, Melandri ha l’ennesimo attacco d’ira: “Sei davvero maleducato e anche parecchio montato. Credi davvero di riuscire a scovare il colpevole mettendo in scena quest’assurda commedia?”

“Mio caro Melandri, dammi retta: i fatti valgono più delle parole”, dichiara Barozzi.

Melandri tira un lungo sospiro, poi volge lo sguardo al cielo. Mentre l’uomo ce la mette tutta per mantenere la calma, all’improvviso la Panzanera viene assalita da un’ondata di inquietudine; non riesce a star ferma e emette continui colpi secchi di tosse. Osservandola con attenzione noto che dall’orlo del suo orrendo grembiule a fiori penzola un pezzo di scotch marrone. È un piccolo pezzo di nastro da pacco, che luccica al sole e che ondeggia anche un po’ quando si leva una calda folata di vento. Resto di stucco, ma capisco tutto, finalmente.

“Lei, caro dottor Barozzi, è un uomo scaltro e giocherellone”, dico, mentre trattengo un sorriso, che potrebbe sembrare fuori luogo.

Sono certa che il dottore abbia notato quel nastro sin dal principio. Come possa aver proposto alla Panzanera di andarsene resta per me un mistero, ma so bene che quella tremenda arpia non abbandonerà mai, e per nulla al mondo, un rendez-vous condominiale, neanche se la posta in gioco è alta e nemmeno se è a rischio la sua reputazione.

Barozzi mi guarda e mi sorride. La tremenda culona è diventata bianca come un cencio.

“Sta bene? La trovo un po’ pallida”, osserva Barozzi, prendendola per i fondelli.

L’uomo fa alcuni passi, le si avvicina e continua a girarle intorno, finché la Panzanera sembra avere un mancamento. “Per favore, smettila! Mi fai girare la testa”, balbetta, mentre fissa il prato.

“Il nostro incontro è finito. Adesso rientro in casa, ma se entro dieci minuti il mio pacco non verrà riconsegnato sarò costretto a scomodare gli amici Carabinieri”, annuncia Barozzi, solenne, dopo aver poggiato la sua grossa mano sulla spalla madida della Panzanera.

Bevo un po’ d’acqua fresca, poi esco in balcone. Sul tetto vedo un piccione. Muove incerto le zampette, gira su sé stesso, sporge la coda oltre il cornicione e la fa vibrare. Scagazza. Gli escrementi giallognoli e puzzolenti finiscono proprio sul geranio rinsecchito dei Melandri. Poi l’uccello fa un balzo nel vuoto, spiegando le ali. Esegue alcuni volteggi nell’aria, plana dolcemente in cortile, poi atterra sopra lo scatolone che qualcuno ha appoggiato sul prato. Dà alcune beccate al cartone, infine spicca il volo nel cielo blu, sparendo in fretta dalla mia visuale.

LA SCAPPATELLA (IL CONDOMINIO).

Lo specchio gli restituisce un’immagine accettabile e ordinata. Sorride, fa l’occhiolino. Rimira da svariate angolazioni il volto sbarbato e abbronzato. Si ravviva i capelli, poi prende in rassegna quelli bianchi. Sono sette. Ne conta uno in più: sulle labbra gli fiorisce un sorriso sghembo, che subito si trasforma in una smorfia.

Mentre l’ascensore prosegue la sua corsa verso i piani superiori, Spinotti si impegna a scacciare dalla mente e dal cuore un pesante senso di colpa. L’amore che un tempo provava per sua moglie è svanito ormai da un pezzo, e non è il più nobile dei sentimenti a spingerlo nel letto della Brighella. Si tratta di un bisogno, è una specie di istinto, una dipendenza che non sente di imputarle, sebbene solo un cieco potrebbe restare indifferente al cospetto di una donna tanto affascinante. Dunque, meglio approfittare di una buona occasione, finché riesce ancora a farlo. Quando l’ascensore si arresta e le porte d’acciaio si schiudono sul pianerottolo, l’uomo dà un’energica scrollata alla patta. Di solito all’attico regna sovrano un silenzio surreale, quasi innaturale. Ma stavolta Spinotti vien travolto da un rapido susseguirsi di urla e di imprecazioni piuttosto indecenti, che, senza alcun dubbio, si diffondono dal lussuoso appartamento dei coniugi Ardito.

“Te l’ho già detto e te lo ripeto: la colpa è di Mezzalira. Quello è un povero ignorante, è un caprone zoppo, ed è pure cornuto.”

“E tu sei un cretino! Ancora non riesco a spiegarmi come hai potuto scassare in quel modo la portiera dell’auto nuova.”

A casa Ardito è in corso un gran brutto litigio. Spinotti è allibito e stenta a credere alle sue orecchie. Mai gli era capitato di sentir gridare l’impeccabile e distinto signor Ardito in quella maniera, resta dunque in ascolto per qualche secondo prima di verificare che il portaombrelli della Brighella sia stato capovolto per indicargli il via libera. Infine, con un agile balzetto afferra la fredda maniglia di ottone, attento a richiudersi bene la pesante porta blindata alle spalle.

La donna lo attende in fondo al corridoio. “Mi sei mancato”, mugugna, mentre allenta il sottile laccetto della sua vestaglia di pizzo. Spinotti contempla le curve armoniose del suo corpo perfetto, che sembrano costrette a dover restare dentro i capi intimi stretti e succinti, quasi invisibili, che indossa, e dei quali potrebbe benissimo fare a meno.

“Il tuo messaggio mi ha resa felice: ti aspetto da due settimane!”

“È andata dal parrucchiere e si è tolta dalle scatole, finalmente!”

“Max torna domani da un meeting che si svolge a Berlino.”

La Brighella solleva il suo grosso seno con le mani, liberandolo dal sottile reggiseno a balconcino. Dopo aver socchiuso gli occhi, e aver atteggiato la bocca a culo di gallina, mormora con un fil di voce: “Attilio, vieni subito qui!”.

Spinotti si percepisce giovane e energico, mentre percorre leggero, in un baleno, il lungo corridoio tinteggiato di rosa pastello. Lorella Brighella lo afferra fra le sue grinfie, poi lo stringe a sé in un abbraccio che riesce a fondere le carni di entrambi.

Attilio Spinotti dà un’occhiata all’orologio, balza in piedi e si riveste in fretta e furia.

“Ti scrivo presto”, le sussurra congedandosi, stampandole sulla fronte un bacio casto e delicato. Calza le scarpe da ginnastica, e voltandosi per l’ultima volta, fermo sulla soglia della stanza da letto, le rivolge uno sguardo melenso. La donna giace nuda al centro del letto e le sue gambe, che sono rimaste divaricate, mostrano il succoso e prelibato frutto che accende la loro passione. La bella Brighella solleva il bacino inarcando il corpo. Sorride maliziosa, e mentre si succhia l’indice finge di provare un immenso piacere.

L’animato litigio della porta accanto è interminabile. Altre grida giungono sempre più forti, man mano che Spinotti si avvicina all’ingresso. Tira un bel sospiro di sollievo quando sbuca sul pianerottolo, poi si fa il segno della croce, e infine si piazza davanti all’ascensore per premere il pulsante di chiamata al piano. Strilli selvaggi si susseguono senza tregua, uno dopo l’altro. Forse a causa del litigioso sottofondo che avrebbero dovuto sorbirsi, o per via del nuovo avviso affisso in bacheca, Lorella, per fortuna, non ha espresso il desiderio di fare l’amore su quel terribile aggeggio traballante. E pensare che nulla, fino a quel momento, era mai stato in grado di farla desistere dal suo strano vizietto. Fra sé e sé Spinotti pensa che è stato meglio così.

Suo malgrado l’ascensore tarda ad arrivare, e la voce adirata di Ardito sembra ormai provenire da dietro la porta d’ingresso. Si dirige rapido verso le scale, ma proprio quando posa il piede sul primo gradino, il portone degli Ardito si spalanca all’improvviso.

“Spinotti! Cosa diavolo ti porta quassù?”

“Beh, io… ho sentito delle grida, così ho preferito assicurarmi che fosse tutto a posto.”

Ardito lo squadra da capo a piedi, poi un sorriso maligno gli si dipinge sul volto. Spinotti ha i capelli arruffati, il volto contratto, le mani gli tremano visibilmente e le scarpe sono slacciate, un particolare che salta subito all’occhio.

“Sarà meglio allacciarle quelle stringhe, se non vuoi finire all’ospedale a tener compagnia al tuo caro amico Prisco”, gli consiglia il galantuomo, con un tono di voce così ambiguo da far invidia persino a un attore.

Spinotti balbetta qualcosa; pronuncia una frase breve e incomprensibile, poi si china per allacciare le sue nuove Nike.

Che le brutte sorprese non siano finite gli tocca intuirlo quando raggiunge il suo appartamento. Dall’interno provengono una serie di rumori. Si tratta di tonfi lievi, ripetuti, e di un fruscio intermittente. Se sua moglie fosse già rincasata? No, questo è impossibile. L’appuntamento dal parrucchiere era stato fissato alle tre, e l’orologio indica soltanto le tre e trenta. L’uomo infila la chiave nella serratura, ma qualcosa non va: la porta è già stata aperta. Lui è sicuro di averle dato tre belle mandate, tuttavia spinge piano la maniglia, cercando di creare un piccolo varco dal quale può sbirciare nell’appartamento. Suo malgrado la porta emette un cigolio sinistro, attirando così l’attenzione di sua moglie. La donna ha un’espressione tesa, e dopo avergli lanciato un’occhiataccia, continua a rovistare nel cassetto della credenza.

“Dove sei stato?”

“La solita passeggiata.”

“Sotto il sole cocente di oggi? Per caso ti sei ammattito? Ci saranno trenta gradi, manco fossi un ragazzino!”

“In tua assenza mi stavo annoiando”, si giustifica il volpone.

Lei sorride, tuttavia sembra nervosa. 

“Hai visto la mia carta di credito? Per fortuna mi sono accorta di averla persa prima di arrivare dal parrucchiere, così ho potuto rimandare l’appuntamento.”

“Quella ormai ti conosce bene: a pagarla saresti potuta tornare più tardi.”

“Attilio, la carta io volevo bloccarla subito. E l’avrei fatto, se fossi riuscita a trovare il numero da contattare in caso di emergenza. Ma non c’è stato verso. Lo sai, in queste faccende sono imbranata, quindi ho preferito tornare a casa, ma quel maledetto numero non c’è neanche qui. Ero sicura di averlo segnato su un’agenda infilata in un cassetto.”

“Certo, hai fatto bene”, ammette l’uomo.

Nel tentativo di mostrarsi solidale, Spinotti si avvicina alla moglie. “Stai tranquilla: adesso ci penso io!”, dichiara. Dopo averla accarezzata sulla spalla per cercare di consolarla, infila una mano nella tasca dei bermuda e estrae il suo smartphone. Riaccendendolo, non può fare a meno di rileggere velocemente la conversazione in WhatsApp intrattenuta poco prima con la bella Brighella. Sudando come una fontana, l’uomo si dà da fare per chiudere in fretta l’applicazione.

“Hai un odore strano”, afferma la donna, all’improvviso.

“Ho sudato”, risponde lui, secco, cercando di risultare convincente.

“No, questo è un profumo di fiori marci!”, insiste la donna.

Una vampata di calore incendia le guance del povero Spinotti, che quasi smette di respirare.

“In effetti, mentre passeggiavo, sono andato dal fiorista.”

“Attilio, sei sicuro di star bene? Non dirmi che intendi regalarmi dei fiori! Non capita da circa vent’anni, da quando mi chiedesti di essere tua moglie.”

La donna distoglie lo sguardo dalla cassettiera per guardarlo finalmente in maniera diversa. I suoi begli occhi diventano umidi: posa con dolcezza una mano sotto il mento del marito, lo solleva, poi approfitta per baciarlo sulla bocca.

Spinotti, assai imbarazzato, sussurra: “Dài, muoviamoci, o qualcuno provvederà a prosciugare le nostre finanze ancor prima di noi!”

L’insistente trillo del campanello li fa sobbalzare, mettendo fine alla graziosa scenetta romantica.

La padrona di casa si precipita alla porta e la spalanca.

“Te l’ho già detto un sacco di volte: prima di aprire devi sempre chiedere chi è”, brontola lui, cercando di darsi un contegno serio, da capofamiglia.

“Buongiorno, signor Ardito. Oggi non è al lavoro?”

“No, purtroppo. La mia auto è dal carrozziere. E infatti ho incontrato poco fa suo marito sul pianerottolo, davanti a casa mia, ma mi son scordato di riferirgli una cosa importantissima.”

“Prego, si accomodi allora!”

“Mia cara signora, non si offenda, ma preferisco parlarne qua, fuori. Sono cose da uomini…”, dice, poi mette su un ghigno foriero di tempesta.

“Come preferisce. Attenda, adesso lo chiamo.”

“Ho sentito, e non c’è n’è bisogno: arrivo subito!”, fa lui, con un tono assai brusco.

Con passo incerto Spinotti raggiunge il pianerottolo, poi provvede a richiudere bene la porta.

“Questo è solo un avvertimento: se oserai metter di nuovo piede a casa di Lorella, stai pur certo che tua moglie lo saprà, e, perché no, può darsi che verrà a saperlo persino suo marito.”

Spinotti è confuso, non riesce a ribattere. Non ce la fa a giustificare la strana reazione del vicino, né tantomeno riesce a comprendere fino in fondo il motivo di tanta cattiveria. Nella sua mente si accavallano pensieri sconnessi, nonché numerose domande, che restano senza risposta.

Dopo avergli voltato le spalle, Ardito si accinge a scendere le scale. Solo allora Spinotti tira un lungo sospiro; poi rientra in casa.

Sua moglie lo osserva con un’aria curiosa e indagatrice.

“Oggi eri all’attico?”

“Sì. Quei due gridavano come matti. Avresti dovuto esserci! Ho preferito accertarmi che tutto andasse per il verso giusto.”

“Ma come diavolo hai fatto a udirli da qui, dal primo piano?”

“Con le finestre aperte tutti sentono tutto.”

“Sei stato molto generoso a scomodarti, e inoltre hai assolto ogni tuo dovere di buon vicinato.”

“Già, ma ritengo che, trovandosi al mio posto, chiunque l’avrebbe fatto.”

“Cosa voleva Ardito?”

“Niente di così particolare. Mi ha raccomandato di non farne parola con nessuno. Credo che si vergogni un sacco di quanto è accaduto.”

“Già, ma non c’era alcun bisogno di farti una simile raccomandazione. Io ti conosco: sei un uomo corretto e affidabile, e questa è una dote che ti contraddistingue, che ti appartiene e che io ho sempre apprezzato.”

“Oh, tesoro! Ormai anche tu dovresti sapere che lo stesso vale per me.”

“Ti amo.”

“Idem, anch’io”.

CHI DORME NON PIGLIA PESCI.

Un’allegra raccoltina di barzellette. Ciaooo!

Oggi inaugurano la nuova pescheria e a tutti i clienti offrono  il Fernet Branchia.

🐠🐠🐠

Stamattina sono andata in pescheria. Quando sono uscita reggendo il mio sacchettino del pesce ho sentito un dolore forte, anzi, un dolore davvero terribile. Beh, poi ho capito: mannaggia, ho preso una SPIGOLA!🤣

🐠🐠🐠

Cosa succede quando un PESCECANE si accoppia con un PESCE GATTO?

Nasce un’altra RAZZA.

😊😁😅🤣

🐠🐠🐠

Un nasello con un brutto raffreddore:

“Lec-cia, lec-cià. Lec-cia, lec-cià!”.

🐠🐠🐠

Una fedele cliente in pescheria.

“Complimenti, davvero. I suoi pesci sono freschissimi. Tuttavia posso chiederle perché il banco è poco ordinato?”

“Si riferisce allo spazio vuoto sul ghiaccio?”

“Sì. Ho notato che la maggior parte dei pesci sono ammucchiati a destra, mentre a sinistra  ne vengono esposti sempre pochissimi.”

“Mia cara signora, per forza, da questa parte ci sono gli sgombri!”.

🐠🐠🐠

Una bellissima passera con gli occhietti vispi sguazza allegra sul fondale.

“Oh no, …ci risiamo!”, brontola il pesce sega.

🐠🐠🐠

Un vecchietto un po’ zoppo entra in pescheria.

“Mia moglie vuole mezzo chilo di cozze”.

“E poi che ci fa, la gratinata?”

“Magari! Quella la facevo fino a qualche anno fa, adesso mi tocca salire con l’ascensore.”

🐠🐠🐠

Cosa pensa un granchio siciliano trovandosi davanti un gabbiano affamato?

Tonno o non tonno?

Tonno o non tonno?

Tonno o non tonno?

🐠🐠🐠

È bene che si seppia: il palombo ha la manta.

🐠🐠🐠

“E così, lei è biologo.”, esclama stupito il proprietario della pescheria, chiacchierando con un nuovo cliente.

Poi aggiunge: “E di quale branchia si occupa?”

😇😇😇

🐠🐠🐠

Per fare un ROMBO ci vuole uno SQUADRO.

🐠🐠🐠

Un tonno a una tonna: “La facciamo una bella tonnata?”

😅🤣🤣🤣

🐠🐠🐠

In pescheria:

Vorrei questi, per cortesia.

I baccalà?

No, i due bacca qua davanti!

🤣🤣🤣

🐠🐠🐠

Litigi marini.

“Ho sentito bene, mi hai chiamato vongola? Sei proprio uno scorfano.”

“Cozzati, brutta mollusca.”

“E tu vai a paguro!”.

🐠🐠🐠

Perché il polipo vince tutte le gare di corsa subacquea?

Perché parte sempre in ‘polposition’.

🐠🐠🐠

Ho trovato il titolo della mia nuova raccolta di barzellette:

MI PESCIO DAL RIDERE.

🤣

🐠🐠🐠

LA MASERATI (IL CONDOMINIO).

Poco prima di mezzogiorno Mezzalira è solito scendere in cortile per muoversi un po’, e per prendere confidenza con le stampelle. Restando in equilibrio precario ne solleva una a mezz’aria e punta la sua estremità, sporca di terriccio, verso il cancello automatico.

Mi fermo al centro del viale. L’uomo sgrana gli occhi e ho l’impressione che intenda dirmi qualcosa. Apre la bocca, ma non gli riesce di pronunciare alcuna parola. Lo osservo deglutire una due tre volte; alla fine emette un sonoro grugnito.

Un rombo grossolano di motore giunge alle mie orecchie, costringendomi a voltare la testa. Un’auto sportiva, nuova di zecca, scivola dolcemente lungo la discesa che conduce ai box. Mezzalira emette un fischio d’apprezzamento, come fanno certi uomini al bar quando notano una donna molto sexy. A dire il vero, quella spider riesce a incantare persino me, che di motori – e annessi – non capisco un tubo.

“A l’è propri ‘na bumba”, esclama in dialetto milanese Mezzalira, restando poi a bocca aperta.

Mi sento spinta a dare un’occhiata oltre la recinzione, dove, solo poco fa, ho parcheggiato la mia sobria utilitaria. Un sincero sentimento di rispetto, in parte dovuto all’ottimo servizio offerto dalla mia automobile da oltre cinque anni, mi impedisce di avanzare qualsivoglia paragone fra le vetture.

A causa dei vetri scuri montati sul bolide, né io né Mezzalira siamo stati in grado di riconoscere il conducente: questo lo abbiamo dovuto realizzare entrambi, dopo esserci scambiati un’occhiata amara e risoluta.

Il potente motore rimbomba ancora, e non è proprio possibile non sentire un boato ben definito e scoppiettante sul retro della palazzina. Ghermito dalla curiosità, Mezzalira parte di gran carriera. Piantando le stampelle nel verde del prato riesce a compiere dei balzi, che mi paiono degni di un campione di salto in alto.

“Attento!”, gli grido. Poi mi tocca osservarlo percorrere la discesa a testa bassa, tutto proteso in avanti, proprio come farebbe un toro troppo a lungo infastidito dal drappo rosso del suo matador. Corro anch’io, cercando di raggiungerlo, ma è troppo tardi. Mezzalira perde l’equilibrio e cade sbattendo la faccia sull’asfalto.

“Il mio naso, maledizione!”, si lamenta il poveretto.

Lo soccorro afferrandolo sotto le ascelle, ma sono subito costretta a rinunciare: le mie dita affondando nel tessuto madido di sudore della sua maglietta, e un odore cattivo, che sa di cipolla, vanifica ogni mio sforzo. Lo lascio andare. Che se la sbrighi da sé.

“Tirati su. Adopera la gamba buona”, gli suggerisco. Purtroppo non c’è niente da fare, Mezzalira sembra essere incollato al suolo.

All’improvviso accade qualcosa, qualcosa che ha l’aria di essere un miracolo. Forse grazie a un intervento divino, il corpo del malcapitato riesce a riportarsi in posizione eretta. E quando riesco a scostare i capelli che mi sono scivolati sugli occhi, mi ritrovo il faccione del signor Ardito a un palmo di naso.

“Che brutta caduta, lasciatemelo dire. Mezzalira, dove diavolo andavi così di corsa e su una gamba sola?”, gli domanda il buon samaritano. Ma io riesco a scorgere l’ombra di un sorriso tanto ambiguo quanto maligno farsi largo sul suo volto.

“È tutta colpa di quella dannata Maserati. L’hai vista anche tu?”

La fronte di Mezzalira è deturpata da graffi profondi, e un sottile rivolo di sangue scivola sulla sua guancia.

“L’ho vista, eccome! L’ho ritirata mezz’ora fa dalla concessionaria d’auto. Credimi, dopo averla attesa tanto a lungo, non stavo più nella pelle!”

Lo sguardo di Mezzalira, che era colmo di gratitudine fino a un momento prima, si riempie d’ira. Le sue iridi si accendono, paiono due vulcani pronti a eruttare.

“Vi farebbe piacere osservarla da vicino?”, ci domanda Ardito, ostentando un’euforia forse eccessiva.

Mezzalira si limita ad annuire: ho l’impressione che sia ancora piuttosto intontito. Ardito sorride amichevolmente, a trentadue denti, poi lo prende a braccetto aiutandolo a stare in piedi. Io li seguo, però mi tengo a una certa distanza, nella speranza che i due, presi dalla loro comune passione per i motori, si dimentichino della mia presenza. La forte curiosità, che ho provato fino a un attimo fa, è stata appagata, eppure non sono stata in grado di declinare l’invito: non ce l’ho proprio fatta a dargli le spalle e tornare di filato a casa mia.

La porta basculante del box è sollevata. Il muso della Maserati punta verso l’entrata. È di un rosso fiammante e luccica sotto il sole di mezzogiorno. Un tridente argentato scintilla come un diamante sulla maschera di aereazione del cofano.

“Guardate che roba!”, esclama Ardito, mentre solleva la modernissima portiera ad ala di farfalla. Mezzalira ha le lacrime agli occhi. Io mi auguro che siano dovute a un abbaglio. Il cortile è pervaso dal caratteristico e intenso odore di olio lubrificante e di pelle, che detesto e che anche stavolta non mi risparmia la brutta sensazione di dover rimettere.

“Metter le mani su un simile volante è come toccare un bel culo sodo a una bella donna. Sentila anche tu questa pelle morbida e vellutata!”, suggerisce Ardito, utilizzando un tono ironico che reputo scialbo, antipatico, e che riesce a farmi innervosire. Non avrei mai immaginato che un uomo così raffinato potesse arrivare a esprimersi in una maniera tanto scurrile.

Una vampata di calore m’imporpora le guance.

“Questo mostro ha seicentotrenta cavalli, e raggiunge i trecentotrenta km/h. Tutta la strumentazione è compatta, lo specchietto retrovisore è digitale e il sedile è persino più comodo della mia poltrona. Vuoi provare l’assetto?”, domanda Ardito, mollando al povero Mezzalira, ancora provato e barcollante, una forte pacca sulla schiena. Il pover’uomo tira fuori due colpi di tosse, poi si prepara a montare – o meglio a calarsi – nell’abitacolo. L’uomo appoggia per terra le stampelle, si aggrappa al telaio della portiera, e infine occupa il posto di guida.

“Mi pare scomoda”, dice cercando di incastrare la pesante gamba di gesso nel vano dei pedali.

Ardito scoppia a ridere.

“Ma se ci è appena entrato tutto quell’armamentario che ti porti appresso!”, esclama divertito, fregandosi soddisfatto le mani. L’uomo impallidisce all’improvviso, notando una sostanza giallognola e densa, sicuramente cagata da un volatile in cielo, che sta bella stampata sul parabrezza. Fruga subito nella tasca dei pantaloni eleganti e tira fuori un fazzoletto turchese, di seta. Lo avvicina alla bocca, lo inumidisce, poi lo passa sul vetro con molta energia, senza fiatare. Infine lo getta in un angolo del garage, esibendo una smorfia di disgusto. La sua faccia è diventata rossa come un peperone: trovo che sia in pendant con la sua nuova e adorata M20.

Aggrappato al volante, e ignaro di tutto, Mezzalira ha assunto un’espressione sognante, da ebete. Quando finalmente si decide a ruotare il busto nel tentativo di smontare dalla vettura, il gesso sulla gamba infligge un colpo secco alla carrozzeria.

“Ti uccido!”, si lascia sfuggire Ardito. Solo dopo aver constatato, anche in controluce, l’assenza di danni, l’uomo aggiunge: “Sei fortunato, per questa volta ti è andata bene.”

“Ho accettato di salire solo perché tu hai insistito.”

“Vero! Ma questo non esclude che tu debba porre la massima attenzione a ogni tua azione. Hai un’idea di quanto mi sia costata questa meraviglia?”

“Chi si può permettere un’auto del genere i soldi li ha, eccome! E davanti a me non provarci nemmeno a frignare come un bambino viziato, e, soprattutto, portami rispetto, lo vedi bene come son messo.”

“Chi diavolo me l’ha fatta fare! Lo sapevo, l’ho sempre saputo! Questo palazzo è popolato da gente stupida e povera di spirito.”

Voglio svignarmela, devo proprio alzare i tacchi: temo che questi due possano azzuffarsi da un momento all’altro. Rivolgo un’ultima occhiata alla splendida vettura: le portiere anteriori sono sollevate, puntate al cielo. La mia immaginazione me la fa vedere tale e quale a un possente drago. È senza dubbio la più bella creatura metallica che io abbia mai visto in vita mia.

Mentre i miei amabili vicini continuano imperterriti a litigare e a scambiarsi battute di pessimo gusto, mi volto e mi dirigo verso lo scivolo. C’è un attimo di silenzio che mi par quasi surreale, poi il motore dell’M20 si riaccende e ruggisce feroce, facendomi sobbalzare. All’improvviso l’aria viene ferita da un rumore fortissimo la cui eco si spande in lungo e in largo. Lamiere accartocciate e vetri rotti. Osservo la terribile scena e rimango senza fiato.

La Maserati è stata parcheggiata nel box, ma la portiera destra, che con tutta probabilità qualcuno non ha mai richiuso, ha urtato contro la serranda di ferro e si è letteralmente strappata dal resto dell’auto, finendo sul cemento.

Il signor Ardito è inginocchiato sulla sua vettura; tiene la fronte poggiata alla carrozzeria, e con le mani si tura gli orecchi.

Come se fosse sui trampoli, Mezzalira balza verso di me e ci defiliamo. Scappiamo lontano, veloci, risalendo lo scivolo che ci sembra interminabile.

Quando giungiamo nell’atrio, finalmente al sicuro, Mezzalira trova ancora la forza di sibilare: “Quel bolide avrà anche un sacco di cavalli, ma è guidato da un gran somaro!”.

Io mi soffermo davanti alla bacheca, dove è stato affisso un avviso che riguarda l’utilizzo dell’ascensore. Vorrei essere in vacanza, piuttosto lontano da qui, magari al mare.

LA RIUNIONE (IL CONDOMINIO).

Sulle scale c’è un gran fermento. La serata si prospetta rilassante per pochi eletti, solo per chi riuscirà ad astenersi, come sempre del resto, dalla barbosa riunione condominiale.

Ho trascorso il pomeriggio cercando di trovare una scusa valida per potermi assentare, ma l’orologio della cucina segna ormai le otto e venti, e se non mi sbrigo sarò costretta a giustificare il mio ritardo.

Al contrario, gli psicopatici dell’attico saranno senz’altro impazienti di accoglierci. Potranno così esibire, ancora una volta, tutte le migliorie apportate negli ultimi mesi al loro enorme appartamento.

Respiro a fondo, poi suono il campanello. Non posso far a meno di notare subito il contrasto fra le mie scarpe sgualcite da ginnastica e lo zerbino zeppo di paillettes luccicanti, nuovo di zecca, degli Ardito.

Lei mi accoglie tutta imbellettata. Indossa un abito in pelle, nero e attillato che, per chissà quale motivo, riesce a farmi pensare alla buccia di una melanzana. Mi squadra dalla testa ai piedi, poi si sforza di trasformare una smorfia di disgusto in un sorriso ampio e falso.

Ancheggiando e ondeggiando, quasi sicuramente pensando di essere non meno bella e in gamba di Kim Basinger, mi fa cenno di seguirla. Osservo i suoi tacchi a spillo e mi vien da pensare che sembrano hashi.

Il largo corridoio è illuminato a giorno da una fitta costellazione di faretti alogeni. Percorrendolo ho l’impressione di visitare una modesta galleria d’arte. Statue che raffigurano donne in posizioni scabrose, e dipinti a olio dai colori sgargianti sono stati disseminati ovunque.

“Hai notato mio nuovo Ongaro?”, mi chiede la vanitosa padrona di casa. Poi sbatte più volte le lunghe ciglia, ovviamente finte.

Getto un’occhiata fugace alla mostruosità appesa alla parete, occhiata sufficiente ad accrescere in me un forte senso d’inquietudine.

Attraversiamo l’enorme sala da pranzo in stile veneziano, varchiamo la porta scorrevole in vetro di Murano, e infine sbuchiamo nell’enorme salone.

Accuso un’improvvisa stanchezza: avverto forti crampi ai piedi e mi sento a pezzi, come se avessi appena terminato una escursione ad alta quota.

Nonostante il soggiorno degli Ardito sia vasto come una sala da ballo, sento mancarmi l’aria: la percepisco fin troppo calda, anche viziata.

La padrona di casa mi invita a prender posto sul divano a sinistra, proprio accanto alla Panzanera. Cerco di guadagnarmi spazio, dopo essermi infilata a fatica tra il suo culone e il bracciolo. Il divano a destra è già occupato dal ragionier Melandri, dalla Tozzi e dalla Torquato.

Enry e Milo siedono al tavolo in stile Luigi XVI, vicino all’amministratore e a Mezzalira, con la sua enorme gamba di gesso.

La signora Cozza, invece, occupa la sedia a dondolo che troneggia in mezzo alla stanza.

“Cara, non mi stancherò mai di dirlo: trovo che questo appartamento sia davvero fantastico, e che questa sedia sia un sogno ad occhi aperti!”, esclama sorridendo e scalciando come una mocciosa.

“Abbiamo dovuto lottare parecchio, poi siamo riusciti ad accaparrarcela a un’asta. È un dondolo inglese, un pezzo d’antiquariato davvero pregiato. Fu fabbricato nel lontano millenovecentotre”.

Questa storia, ripetuta fino alla nausea, riunione dopo riunione, è in grado di farmi rivivere il medesimo incubo che tormentava la mia infanzia. Quando avevo la febbre alta, mi coglieva all’improvviso la sensazione di aver già vissuto un preciso momento una serie infinita di volte. Se a quei tempi mi fossi imbattuta in una sedia a dondolo come quella, questa avrebbe di sicuro dato origine ai miei peggiori incubi.

Il signor Ardito, magro e dritto come un bastone, rimane immobile davanti alla finestra. Indossa un elegante completo da cerimonia, che non stento a giudicare fuori luogo. Mi vien persino il sospetto che abbia preferito restare in piedi per non stropicciare gli impeccabili e costosi pantaloni che indossa.

Cercando d’ingannare l’attesa, cerco di scovare sul mobilio ben lustrato un misero granello di polvere; ma niente di niente; e allora sopravviene in me un sentimento d’invidia a causa dell’estrema pulizia che regna nell’appartamento.

“Non arriverà nessun altro. Possiamo cominciare!”, annuncia la Ardito, mentre adagia un foglio sul tavolo.

“Bene, abbiamo la delega della Brighella. Ce ne sono delle altre?”, chiede l’amministratore.

Ci osserviamo con curiosità, ma non parla nessuno.

Poi aggiunge, spezzando un silenzio diventato fin troppo imbarazzante: “Sono dispiaciuto per ciò che è accaduto al povero Prisco. È davvero una brutta faccenda!”

Il ragionier Melandri si alza all’improvviso dal divano, facendo sussultare tutti.

“L’ascensore fa di nuovo le bizze, eppure non è rotto. Abbiamo constatato che rimane spesso bloccato al livello dell’attico.”

“Io non ho fatto niente!”, si giustifica la Ardito.

Le famiglie che abitano quassù sono solo due, e non bisogna esser dei maghi per riuscire a fare uno più uno; inoltre, come recita il famoso proverbio, se non è zuppa è pan bagnato!

“Signora, non stiamo sostenendo un processo, e nessuno intende accusarla.”

Enry molla una gomitata a Milo, poi scoppiano entrambi a ridere. Persino la Cozza smette di dondolarsi, ma solo per un attimo.

“Noi crediamo che qualcuno se ne serva per…”, cerca di spiegare il ragionier Melandri, risultando davvero buffo e impacciato.

“Parla per te, e evita di insinuare dei concetti generici. Io non credo proprio a un bel niente!”, lo interrompe la Ardito, voltandosi con aria severa nella direzione del marito.

“Anch’io non do adito ai pettegolezzi, mia cara.”, dichiara lui, affettuoso sì, ma senza riuscire a essere pienamente convincente.

Tra l’Ardito e la Brighella c’è una bella amicizia, e tutti i condomini ne sono al corrente. Solo un piccolo cervello, vittima di uno spirito eccessivamente impulsivo come quello del povero Melandri, avrebbe potuto credere di andare a segno dopo aver sferrato un simile attacco.

“Domani affiggerò in bacheca una nuova comunicazione per vietare un utilizzo improprio dell’ascensore, nonché ogni suo servizio che differisca dal salire e dallo scendere.”

“Bene, bravo, proviamo così!”, esclama la Torquato, fin troppo su di giri.

Melandri stringe le mani a pugno, poi scuote la testa ripetutamente, in segno di diniego.

“Dubito che un misero pezzo di carta possa bastare a risolvere il problema!”, ribatte irritato.

“L’etica professionale mi vincola a procedere per gradi, dunque mi affiderò a una buona comunicazione. Allorché questa si rivelasse insufficiente, mi sentirò autorizzato a passare alle maniere forti”, dichiara l’amministratore. L’uomo lascia trascorrere alcuni secondi e poi aggiunge: “C’è altro di cui discutere?”

La Panzanera mi sfiora il ginocchio; se la sta ridendo sotto i baffi. Mi fa l’occhiolino.

Il volto di Melandri è diventato paonazzo. Non riesce a star fermo con le mani. Oltremodo agitato, dà l’impressione di uno che abbia commesso un atroce delitto. Suda freddo e respira come un asmatico.

“Lo stenditoio della Brighella!”, grida. E si rilassa. Ha sputato il rospo, doveva farlo.

“Quell’aggeggio è pericoloso?”, domanda l’amministratore sgranando gli occhi grigi.

“Pericoloso? No, non direi. Mi accontenterei di definirlo indecente. Ecco, l’ho detto!”

“Il ragioniere ha omesso di raccontare che la signora Brighella è solita stendere in bella vista i suoi sconci capi intimi. Anzi, sarebbe più appropriato definirli degli orrendi straccetti di pessimo gusto…”, rivela la Panzanera, ormai stanca di restare quieta e in silenzio. Le parole fuoriescono dalla sua bocca secche e rumorose – terribili cannonate.

“Senza ombra di dubbio, la Brighella è una donna affascinante. Sono certa che viene presa di mira da una miriade di invidiosi e malelingue. Il suo viso è perfetto, e Il suo seno tondo e sodo è proprio generoso. E le sue gambe, mon Dieu! Lunghissime, affusolate, spesso nude, altre volte solo velate da un paio di calze a rete davvero sexy. Non credo che il fascino sia l’unica qualità che conta nella vita, ma quando una persona ne ha da vendere non dovrebbe sentirsi obbligata a nasconderlo”, sentenzia la Ardito, con convinzione.

“Sono pienamente d’accordo con te, amore mio”, interviene il marito.

Al’improvviso accuso un attacco di colite.

La fronte dell’amministratore è madida di sudore: la tampona col fazzoletto, poi lo sventola per farsi un po’ d’aria, sospira e infine dice: “Mi suggerite di rivedere il regolamento condominiale? In questo caso è bene che sappiate che nessuno potrà stendere la propria biancheria all’esterno: la legge è uguale per tutti.”

“In effetti, dovendo stendere i miei panni in balcone, non resterebbe spazio sufficiente per poter mangiare fuori, durante la bella stagione”, si lascia sfuggire malinconica la Tozzi.

“Non potete farmi un torto simile! Io adoro stare al sole. Come potrei continuare a farlo con uno stenditoio pieno zeppo di biancheria fra i piedi? Purtroppo abbiamo un balcone solo!”, afferma la Cozza, balzando giù dalla sedia a dondolo, con agilità felina o quasi.

“Io ne ho tre, ma comprendo benissimo il disagio”, si lascia sfuggire la Ardito modulando il suo tono di voce su un accento assai sgradevole.

“Anche stendere in casa non mi pare una buona soluzione, si crea troppa umidità, soprattutto in inverno…”, sussurra la Torquato.

“Non mi interessa un fico secco degli indumenti della Brighella!”, esclamo io.

“Nemmeno a noi interessano!”, rispondono, quasi all’unisono, gli innamorati Enry e Milo.

“Vi consiglio di lasciar perdere questa faccenda. In un condominio, si sa, di tanto in tanto è necessario chiudere un occhio. Oltretutto, un paio di indumenti intimi, e per di più lindi e profumati, non possono far altro che strappare un sorriso e risollevare un po’ lo spirito.”

Sul volto di Melandri appare una smorfia di disgusto, come se avesse appena dovuto ingoiare un grosso rospo. L’uomo torna a sedersi sul divano, lanciando all’amministratore un’occhiata infuriata.

Si rannicchia così tanto che qualcuno potrebbe scambiarlo per un marmocchio finito in castigo

Mezzalira si sporge dal tavolo, individua la stampella che ha lasciato sul parquet, e con una performance di goffa agilità riesce a ghermirla. Poi la solleva in aria, agitandola e puntandola verso Melandri.

“Non sono mica stupido, cosa credi? Ho visto come la guardi, come se stessi assistendo a chissà quale apparizione! E adesso fai il puritano. Lo fai per tua moglie, per il Generale Melandri: quella sì che ti fa rigare dritto!”

Melandri si alza di scatto e si precipita al tavolo. Appoggia il palmo delle mani sulla spessa superficie di legno e poi si sporge, finché la sua faccia paonazza è a un palmo di naso dal povero Mezzalira.

Il dottor Barozzi cerca di separare i due litiganti spingendo indietro il ragioniere e riuscendo ad allontanarlo dal suo rivale solo alcuni centimetri.

“Di certo non sono io quello che se la spassa con la Brighella sull’ascensore. E se non mi credi, chiedi pure alla signorina!”, urla fuori di sé il ragioniere, sputacchiando. Poi si volta nervoso verso di me.

Vorrei diventare invisibile, vorrei sprofondare nei cuscini del divano. Mi pento di aver partecipato a questa orribile riunione. Mi rannicchio, mi curvo, taccio e tento di ripararmi dietro la grossa schiena della Panzanera.

“Se non chiudi subito quella boccaccia, giuro che ti spacco anche l’altra gamba”, inveisce Melandri.

“Calma. Dovete mantenere la calma!”, intima severo l’amministratore.

Il signor Ardito mette fine all’imbarazzante scenetta: “Se non la smettete, vi sbatto fuori da casa mia!”

Quando la situazione torna a essere sopportabile, vengono presi in rassegna alcuni preventivi per deliberare il nuovo giardiniere, poi si discute il noioso bilancio annuale.

La Tozzi propone di sostituire le cassette della posta: la maggior parte delle serrature sono rotte, e a tutti, almeno una volta, è capitato di trovare le buste aperte.

“Qualcuno si diverte a leggere la corrispondenza degli altri!”, lamenta.

“Furti di vino, violazioni della privacy, tradimenti, Carabinieri, ambulanze… In questo palazzo non ci facciamo mancare niente!”, si sfoga la Panzanera, allargando le braccia e spingendomi così tanto a ridosso del bracciolo che mi sembra d’esser finita fra le sbarre d’una prigione.

Mi butto sul letto vestita. Sono sfinita. Talvolta mi capita di soffrire la solitudine, ma dopo aver trascorso un paio d’ore con i vicini, mi ritengo fortunata di poter vivere in tutta tranquillità, con un tetto sopra la testa, un lavoro e del cibo sulla tavola. Dalla vita non potrei desiderare altro. Inoltre, non ho mai creduto che una riunione condominiale potesse risolvere i problemi. Non oso pensare alle paturnie della signora Melandri, quando realizzerà che quel gran chiacchierone di suo marito non è neanche capace di far valere le proprie ragioni. Sono sicura che domani se ne vedranno delle belle!

Mi scappa già da ridere. Poi le palpebre diventano pesanti, la mia schiena indolenzita sprofonda rilassandosi nel materasso, e i miei piedi, finalmente, trovano pace.

Poi tutto si fa buio, e io non penso più a niente.

C’È UN MORTO IN CANTINA (IL CONDOMINIO).

C’È UN MORTO IN CANTINA.

La signora Pistone scende stizzita le scale. Regge un pesante sacco grigio, pieno fino all’orlo di immondizia. Sa di non poter contare sull’aiuto del marito: l’uomo rientra dal lavoro alle otto con in testa e nel cuore due soli desideri: mangiare bene e riposarsi anche meglio.

Il sacco sprigiona un cattivo odore, lo stesso che caratterizza da diverso tempo la sua vita triste e scialba.

Comportandosi da brava casalinga qual era sempre stata, fin troppo spesso si era sentita di poter giustificare il comportamento burbero di Gianni. Ma quella sera, torturata allo stremo da un forte mal di testa, avrebbe voluto andare subito a dormire. Se fosse stata single non si sarebbe presa nemmeno la briga di cucinare. Proprio di questo si era lamentata con Gianni durante la cena, sebbene il suo adorato maritino avesse fatto orecchie da mercante, come al solito. Si era quindi sentita obbligata a sparecchiare, aveva caricato la lavastoviglie, e poi, dulcis in fundo, aveva portato fuori, come sempre, anche la spazzatura. Si era innervosita pure di più dopo aver pigiato il pulsante per chiamare l’ascensore, perché non era arrivato. Dai piani superiori le era giunto all’orecchio un lieve scricchiolio, ma la cabina sembrava essersi bloccata, per l’ennesima volta.

Giunta affaticata all’androne, la donna appoggia il sacco per terra. Strofina le mani sudate nel grembiule, poi preme l’interruttore del portone condominiale. Un urlo acuto le fa raggelare il sangue. Ha l’impressione che provenga dalla cantina. Accosta quindi con cura il sacco al muro, e poi si precipita giù, percorrendo di corsa l’ultima rampa di scale.

“Cosa succede?”, chiede con un fil di voce, notando alcuni condomini accalcati nello stretto corridoio delle cantine.

“Sta arrivando un’ambulanza. Si tratta di Prisco!”, dichiara la Panzanera.

Appoggiando una mano sulla pancia del pover’uomo, Morelli esclama: “Qui non si muove niente!”

“Prova con la respirazione bocca a bocca”, suggerisce Melandri.

“Se sai come si fa, allora pensaci tu!”, gli risponde Morelli, mentre una smorfia di disgusto gli si dipinge sul volto.

Prisco è disteso supino per terra. Ha perso le ciabatte, e i suoi piedi nudi e pallidi sporgono appena da un paio di pantaloni marroni sporchi di vino. Un odore acre, che pare odor di aceto gettato su un carciofo marcio, penetra prepotente le narici.

La Pistone è impietrita, ha le lacrime agli occhi, e per quanto si sforzi non riesce a muovere un passo. Non vede Prisco in faccia: dal busto in su l’uomo resta nascosto dietro al muro della cantina.

Allertato da Enry e Milo, anche Gianni Pistone scende rapido le scale con l’intento di raggiungere la sua proprietà, ma la Panzanera, piazzata col suo bel culone proprio al centro del corridoio, gli ostruisce il passaggio. Per permettere a Pistone di realizzare quanto accaduto nella sua cantina, la donnona vien esortata a scansarsi. Di conseguenza tutti i presenti sono costretti a farsi da parte oppure a indietreggiare.

Ben piantato sulle stampelle, sporgendo la testa dal pianerottolo superiore, Mezzalira si gusta la scena: osservando i vicini giostrarsi in quello spazio angusto, ha l’impressione di assistere a una complicata partita di Tetris. Si tratta del suo videogioco preferito, grazie al quale riesce a trascorrere buona parte del suo tempo libero in totale serenità.

“Doveva capitare”, si lascia sfuggire la Pistone, tra un singhiozzo e l’altro.

“Cosa ci fa Prisco nella tua cantina?”, le domanda la Cozza, invadente come sempre.

La signora Pistone è sconvolta. Non riesce o non vuole risponderle.

“Sapevo di riuscire a beccare il ladruncolo con le mani nel sacco, ma non pensavo potesse capitare in questa maniera!”, si sfoga Pistone, dopo aver passato in rassegna con lo sguardo, da cima fondo, tutta la sua proprietà. Una decina di damigiane sono allineate a sinistra, mentre sul lato opposto, stipate in maniera ordinata su una scaffalatura di metallo, si lasciano ammirare una gran quantità di bottiglie piene.

Tutti gli abitanti del palazzo sono al corrente che i coniugi Pistone, ottimi intenditori di vino, ricevono due volte l’anno una grossa fornitura di Barolo delle Langhe.

Gianni Pistone all’improvviso diventa bianco come un cencio: nota che il lucchetto, che pende dal gancio dello sportello, è stato aperto con una chiave, e che questa è ancora inserita.

“La cantina era già aperta?”, domanda insistente la Cozza, notando il particolare nello stesso momento.

L’eco delle sirene di un’ambulanza risuonano forti nel corridoio, e sono per lui provvidenziali: ha un’ottima scusa per non prestare più attenzione all’impicciona.
“Fate largo ai soccorsi!”, intima Mezzalira ancora affacciato sul pianerottolo, poi si fa da parte.

Il dottore arriva di corsa e si china sul malcapitato. L’infermiere gli porge il defibrillatore.

“Libera!”, ordina.

“… ancora!”.

L’intervento dei Carabinieri è stato richiesto due volte in una settimana. La Cozza si lamenta a voce alta che è una vergogna. “I condomini di questo palazzo stanno prendendo una brutta piega!”, sentenzia.

Caricato in fretta e furia su una barella, Prisco viene portato via. Il Maresciallo intima a Pistone di seguirlo in giardino.

“Dunque, lei ha dichiarato che il vino le viene sottratto da parecchio tempo.”

“E’ esatto. Questi furti sono cominciati subito, quando ci siamo trasferiti qui, in questa orribile palazzina.”

“Eppure, come avrà certamente notato, il lucchetto non è stato forzato e la porta della cantina non presenta alcun segno di effrazione.”

“Deve credermi, io sono innocente! A dire il vero, in passato ho persino sorvegliato la cantina. Mi ero costretto a scendere quaggiù anche più volte al giorno. Ho sempre sperato di riuscire a cogliere in flagrante quel farabutto, ma, non riuscendoci, qualche giorno fa ho pensato di installare una telecamera. Se non mi crede può verificare. L’ho ordinata su Amazon, ma la consegna ha subito un forte ritardo.”

“Nutriva sospetti nei confronti del signor Prisco?”

“No, purtroppo. Prima, piangendo come una bambina, mia moglie mi ha confessato di essersi servita di Prisco già all’epoca del nostro trasloco; poi è capitato altre volte, in mia assenza, trovandosi a dover sbrigare dei lavori pesanti. Sin da subito quella sventurata ha affidato a Prisco la chiave della nostra cantina! E quel fallito, quel poco di buono, deve essersi approfittato di lei, riuscendo così a farsene fare una copia a uso personale.”

“Prova risentimento verso di lui?”

“È un miserabile, è un traditore, ed è anche un gran ubriacone. Ma come diavolo ho fatto a non pensarci prima? Avrei dovuto sospettare di lui sin dall’inizio! E se non crede alle mie parole, può domandare a chiunque: in questo palazzo glielo confermeranno persino i muri!”

“Ricapitolando: come spesso accadeva, il signor Prisco ha fatto scattare il lucchetto con la copia della chiave, e si è intrufolato nella vostra cantina con l’intento di sottrarre l’ennesima bottiglia di vino. Poi, con l’ausilio del coltellino da tasca che noi abbiamo ritrovato in un angolo del locale, ha provveduto a stapparla e ha iniziato a bere. Ovviamente non aveva previsto che un infarto lo potesse cogliere.”

“Sì. Le cose devono essere andate così!”.

Sdraiata sul letto, in camera sua, la signora Pistone sta davvero male. Le sembra che la testa debba scoppiarle da un momento all’altro. Proprio non riesce a smettere di piangere, e le manca addirittura il respiro.

Sia tenendo gli occhi aperti sia tenendoli chiusi, il volto di Prisco non le dà pace e si staglia reale proprio davanti a lei.

Il povero cinquantottenne era disoccupato da diverso tempo. L’azienda dove aveva prestato servizio come operaio aveva dichiarato fallimento, di punto in bianco. Mica era un’impresa facile trovare un altro lavoro, specialmente alla sua età!

Lei conosceva bene quel suo brutto vizio. Più di una volta l’aveva persino sorpreso ad attaccar briga con qualche vicino. Tuttavia, nei suoi confronti, l’uomo si era sempre dimostrato gentile, cordiale, disponibile, nonché una valida compagnia.

Quell’amicizia era nata per caso, discorrendo, giorno dopo giorno, del più e del meno. Solo dopo aver realizzato quanto Prisco fosse colto e intelligente, questa si era spinta ben oltre.

A piacerle era la maniera in cui sentiva di essere guardata; il fisico forte e sodo dell’uomo nonostante l’età avanzata, e quei folti capelli brizzolati un po’ troppo lunghi e quasi sempre spettinati.

“Serviti pure, fa’ come se fossi a casa tua. Prendi il vino che vuoi ogni qualvolta lo desideri”, gli aveva sussurrato, porgendogli una copia della piccola chiave della cantina insieme a una più grande, quella che era in grado di aprire e di scaldare il suo cuore ormai diventato di ghiaccio.

E ora, per quanto che ne sapeva, Prisco avrebbe potuto esser morto!

Alcuni condomini si sono intrattenuti a chiacchierare in giardino. La Cozza sostiene caparbia che tra Prisco e la Pistone ci sia sempre stata un ‘certa’ intesa. La Panzanera annuisce e, voltandosi, intravede una sagoma esile costeggiare la siepe e dirigersi veloce verso i box.

La Tozzi smentisce entrambe con determinazione, poi suggerisce di abbassare la voce.

Un’auto risale lo scivolo con gli abbaglianti accesi e nel buio pesto di quella notte, senza luna e senza stelle, nessuno riesce a indovinare chi sia il suo conducente.

Poco più in là Enry e Milo si abbracciano con affetto nel tentativo di consolarsi a vicenda. Melandri li squadra dalla testa ai piedi: le unioni gay non le ha mai capite, e, a dire il vero, non le ha mai neanche tollerate.

La signora Spinotti è taciturna e sembra spaesata. È piuttosto attonita. Fa un lungo sospiro, e dopo aver preso un po’ di coraggio domanda: “Avete visto mio marito? È davvero strano: è uscito per fare la solita passeggiata, ma non è tornato.”

Sul volto della Panzanera fa capolino un ghigno malvagio, ma riesce a nasconderlo subito, tirando su un braccio e nascondendo bocca e punta del naso dietro il polsino della camicetta. Con il chiaro intento di sviare l’attenzione, indica la tapparella della vecchia Mazzacani ed esclama: “Beata lei, quella sì che va bene! Nemmeno un forte terremoto può svegliarla!”. Poi si mette a ridere in maniera sguaiata.

L’ascensore ha ripreso a funzionare. Gianni Pistone è rientrato nel suo appartamento. È sfinito. Quel brutto imbecille gli ha rubato il vino, ma soprattutto quattro ore di sonno.

È deluso: sua moglie si ostina a riporre fin troppa fiducia nelle persone, e ventisette lunghi anni di matrimonio non sono serviti per farle cambiare idea. Ognuno tira l’acqua al suo mulino, questa è la verità!

Dopo essersi fatto una doccia veloce, l’uomo si dirige in camera da letto. Grande è il suo disappunto nel realizzare che sua moglie non è a letto e nemmeno in un’altra stanza.

Dopo aver parcheggiato alla bell’e meglio l’auto nello spiazzo esterno adiacente alla palazzina, la signora Pistone apre il portone principale. Non prende l’ascensore, ed evita di fare qualsiasi genere di rumore.

Giunta sul pianerottolo del secondo piano s’imbatte nel signor Spinotti. Furtivo quanto lei e parecchio spettinato, l’omone si accinge a rientrare nel suo appartamento. I due fingono di non vedersi. Non si salutano.

Silenziosa come un gatto e leggera come il vento, la donna risale l’ultima rampa, poi afferra la maniglia e la spinge piano.

Gianni è in piedi, proprio al centro del soggiorno.

“Dove diavolo sei stata?”

“Non riuscivo a dormire, così ho pensato che un giretto in auto mi avrebbe conciliato il sonno.”

“Lo sai, non approvo che una donna guidi l’auto di notte senza nessuno accanto. Non dovresti mai sottovalutare i tuoi gravi problemi di vista!”

“Sei arrabbiato con me?”

“Certo, e non poco! Però sono anche molto stanco, perciò, se non ti spiace, rimanderei questa discussione a domani. Oggi ne ho fin sopra i capelli!”.

I coniugi si infilano sotto le coperte. La Pistone sospira, poi, dando le spalle al marito, si volta verso la finestra.

Gianni ha già cominciato a russare.

Lei invia un bacio immaginario al suo adorato Prisco, poi recita una preghiera muovendo solo le labbra. Non è religiosa e non si rivolge mai a Dio, ma questa volta avverte la necessità di pregarlo, affinché Prisco esca miracolosamente salvo dalla difficile operazione al cuore. Ne era appena stata messa al corrente. Aveva dovuto supplicare un’infermiera del pronto soccorso. “Sono una sua cara amica”, le aveva detto, mentre gli occhi le si colmavano di lacrime.

Nel palazzo regna sovrano il silenzio. Finalmente tutti i portoni sono stati richiusi. Persino l’ascensore riposa tranquillo all’ultimo piano. Una fresca brezza notturna agita alcuni capi intimi dimenticati sullo stenditoio della Brighella.

La luna fa capolino dietro una nube. Spande un fugace bagliore, poi torna rapida l’oscurità, pronta a cingere ogni cosa nel suo gelido abbraccio.

UNA DOMENICA (IL CONDOMINIO).

Esco sul balcone per gettare la buccia delle patate nel secchio dei rifiuti organici. Il mio dirimpettaio, il ragionier Melandri, a un occhio inesperto avrebbe potuto dar l’impressione di essere intento a scrutare il cielo limpido e azzurro di questa mattina.

Alla domenica il palazzo si anima di vita. In sottofondo, oltre all’allegro cinguettio degli uccelli, c’è un  brusio confuso e un tintinnio ininterrotto di stoviglie. L’aria tiepida primaverile è pervasa da intense zaffate di pesce fritto; alcuni bambini corrono e strillano in cortile, un cane abbaia, qualcuno canta.

“Torna subito dentro!” Una voce isterica si leva all’improvviso.

Mi accovaccio dietro il parapetto e sbircio dalla fessura, tra i due blocchi di cemento.

Il ragioniere, baffuto e antipatico come sempre, sussulta ma torna subito a volgere lo sguardo verso l’alto.

Un’intera collezione di reggiseni assai provocanti penzola dal balcone del piano di sopra.

Il vento li agita e li fa vibrare dando vita a una danza gioiosa, sinuosa e ipnotica.

Le grandi coppe, a occhio e croce della quinta misura, si riempiono d’aria e sembrano gonfiarsi ancora di più.

Dai fili dello stendibiancheria, tra un reggiseno e l’altro, pendono capi ancor più succinti. Sono così minimali che per poterli chiamare mutande bisognerebbe essere dotati di una fantasia esagerata. Si tratta di un paio di elastici cuciti uno all’altro, e che terminano davanti con un triangolo microscopico di pizzo.

Se un bambino, giocando in giardino, si fosse trovato davanti un brandello di stoffa simile, di sicuro lo avrebbe raccattato per ricavarne una fionda.

“Giancarlo, ti avviso: sto perdendo la pazienza. Vieni dentro, subito!”.

Il ragioniere abbassa lo sguardo ancora sognante sul suo davanzale, su ciò che resta di una pianta di geranio rinsecchita da più di un anno.

La signora Melandri balza sul balcone con la furia di una tigre selvaggia rimasta senza cibo.

È nervosa come una scimmia, è secca come un bastone, è piatta come una pialla, e il suo lungo naso, pallido, baciato dal sole, par quasi luccicare debolmente.

La faccia del ragioniere prende fuoco a all’improvviso. Stento quasi a riconoscerlo: di solito sfacciato e armato di una lingua così tanto feroce che rispetto a lui il diavolo potrebbe esser scambiato per un dilettante, oggi sembra essersi trasformato in un docile agnellino.

Dopo aver  lanciato l’ennesima occhiata maligna allo stenditoio, la Melandri prosegue lo show. Grida: “Devi proprio farmi un favore! Giovedì, all’assemblea, fai presente anche questo problema. Quella robaccia non può starsene esposta in bella vista, in gioco c’è la reputazione di tutti i condomini. E non prenderti la briga di tornare a casa senza aver sistemato la questione dell’ascensore”.

Voltando la testa verso il mio balcone emette un grugnito tanto intenso da incutermi ben più di una punta di timore. Quella donnina è persino riuscita a farmi sentire in colpa, per averli spiati, e anche per aver origliato.

Una terribile folata di vento mi travolge all’improvviso. Mi manca il respiro. Il fusto del mio bel giacinto si spezza, e un grosso fiore profumato vien spazzato via. Il coperchio del secchio si richiude con un botto che mi fa sussultare. Quando rivolgo di nuovo lo sguardo verso casa Melandri, noto che un reggiseno maculato si è appena liberato dalla sua molletta, e sta ora svolazzando in aria. Volteggia e volteggia più volte, come se uno spiritello maligno lo comandasse, poi, all’improvviso, comincia a perdere quota. Il vento cala d’intensità, e il grosso reggipetto va a finire proprio sulla testa del ragioniere.

“Per tutte le sgualdrine dell’inferno!”, impreca la signora Melandri. “Buttalo. Mi hai sentito? Butta subito quella schifezza!”, aggiunge, considerando quell’innocuo indumento alla stregua di una bomba preparata da un pericoloso terrorista.

“Ma, ma io…”, balbetta Melandri, sentendosi sotto accusa per un peccato che non ha commesso.

“O lo fai tu, o lo faccio io. Decidi!”, urla lei, furibonda.

Melandri solleva piano una mano fin sopra la testa, intenzionato a sfiorare appena appena con due dita l’elastico e riuscire così a prenderlo. Sa che non gli conviene toccare le coppe, o la furia di sua moglie, oramai iraconda come una Erinni, si riverserà su di lui. Con le punta delle dita, mettendo su una finta espressione pudica e schifata, si accinge a eseguire la delicata operazione di recupero. La signora Melandri, di gran lunga più veloce di lui, lo afferra e basta, senza cerimonie, poi lo getta in cortile.

Il reggiseno maculato precipita nel vuoto, evocandomi l’immagine di un fagiano colpito da una bella fucilata. Il volto di Melandri assume una nuova espressione. Sembra essere stato travolto da un impeto animale. I suoi occhi si riempiono di desiderio, e, di slancio, tenta di abbracciare sua moglie. Suo malgrado, lei lo scansa con uno spintone. “Devo uscire, o impazzisco. Vado a trovare mia madre.”, dichiara.

“Dany, metti le scarpe. Vieni anche tu!”, ordina al figlioletto, stagliandosi sulla soglia della porta-finestra.

Rientro in casa gattonando e cercando di restare ben nascosta dietro il parapetto. La signora Melandri mi fa paura, eppure non posso smettere di ridere.

Una bella donna brucia da vicino e anche da lontano, penso.

Nel corridoio esterno echeggia la voce lamentosa del piccolo Dani: “Uffa, mamma, devo proprio venire?”, poi il portone d’ingresso sbatte forte.

L’orologio in cucina segna mezzogiorno. Spengo il forno, le patate son pronte. Bevo un goccio d’acqua e mi accingo ad apparecchiare, quando mi pare di udire l’uscio di casa Melandri chiudersi per l’ennesima volta. Ho un’intuizione e nella mia testa si fa strada un pensiero non del tutto illegittimo. Torno sul mio balcone.

Non mi sono sbagliata: Melandri, furtivo come un ladro, attraversa veloce il cortile, poi si china per raccattare il reggiseno. Ho l’impressione che lo stia infilando sotto la maglietta, all’altezza della pancia.

Quando il topo non c’è i gatti ballano, penso. E sono altresì convinta che l’uomo si prenderà il disturbo di raggiungere il settimo piano, mosso dal generoso intento di riconsegnare l’oggetto alla sua bella proprietaria.

Corro all’ingresso e poggio l’orecchio all’uscio. Cerco di captare tutti i rumori che provengono dal corridoio. 

Sento l’ascensore arrestarsi in corrispondenza del nostro piano.

Le porte emettono uno stridio metallico, e l’uscio del ragioniere si apre e si chiude, ancora una volta.

La situazione sembra sfuggirmi di mano. Questa buffa faccenda non può certo finire in questa maniera. Cosa diamine vorrà farsene di quel reggiseno?

Non mi resta altro da fare che tornare a guardare fuori. Mi accovaccio di nuovo, al solito posto, accanto al secchio. Sbircio dalla fessura. Attendo. Accuso una certa delusione: sarei stata pronta a scommettere qualsiasi cosa sulla temerarietà e sulla sfacciataggine del ragionier Melandri.

L’uomo torna ad affacciarsi al balcone. Estrae dalla maglietta l’enorme reggiseno maculato. Sorride. Lo avvicina alla faccia e lascia sprofondare nel morbido tessuto il naso e i baffetti. Ho l’impressione che lo stia annusando.

Afferra il lungo tergivetro riposto come sempre all’angolo del terrazzo. Cerca di usare delicatezza ma in realtà è solo maldestro, comunque, alla fine, riesce ad attaccare l’indumento alla parte gommata. Poi solleva piano l’attrezzo, fino a sfiorare lo stenditoio che sporge dal piano superiore. Infine si dà da fare, per cercare di riappendere il reggiseno al suo posto.

Devo riconoscergli una certa genialità, tuttavia, non penso lo stesso della Brighella: nel palazzo circolano un sacco di storie su di lei, oltre ai brutti pettegolezzi legati al malfunzionamento dell’ascensore. Sono sicura che una parte di essi si possa ricondurre all’invidia o alla cattiveria delle persone, ma quando le voci son tante qualcosa di vero c’è: io l’ho sentita mugugnare di piacere, e, potrei persino giurarlo, la bella signora non si trovava in compagnia del marito.

Un bagliore cattura la mia attenzione. La porta-finestra di casa Brighella si apre. La donna compare dietro a un vaso di narcisi. È fasciata da un’elegante vestaglia rosa di seta, dalla quale si affaccia spudorato e prorompente un grande seno tondo e sodo.

La bella signora sgrana gli occhi grigi, notando un reggipetto che salta e sballotta da un filo all’altro dello stenditoio.

Fa un passo in avanti.

“Melandri!”, esclama allibita, guardando di sotto.

Il ragioniere ha l’aria di un cane bastonato. In preda all’imbarazzo si accinge a ritirare il lungo bastone che tiene fra le mani. Non sa più che pesci pigliare, quando il reggiseno, rimasto fino a quel momento per miracolo sull’attrezzo, piomba di nuovo nel vuoto.

Di sotto, in giardino, i piccoli Torquato stanno giocando a palla asino. Vendendo il grosso reggiseno planare in cortile si mettono a ghignare come matti, esclamando: ”Sono sbarcati gli alieni?”, “È il reggiseno della tettona!”.

“Lei? Ragioniere, si vergogni!”, grida la Brighella inferocita, scaricando l’acqua contenuta nell’innaffiatoio in testa al povero Melandri.

La donna si stringe nelle spalle, finge di richiudere lo scollo della vestaglia e poi ritorna in casa.

Il ragioniere sembra essersi trasformato in una statua rimasta esposta a un terribile temporale. Rimane impalato per qualche minuto mentre i suoi capelli continuano a grondare acqua. Nel giardino echeggiano gli schiamazzi dei bambini, e anche un ticchettio famigliare di tacchi da donna.

Il piccolo Dani sta salutando i suoi amici: la signora Melandri è tornata.

Il ragioniere scuote vivacemente la testa nel tentativo di far scivolare via l’acqua dai capelli, si liscia i baffi, poi si precipita nel suo appartamento.

La mattina è volata.

Stappo una bottiglia di vino, poi, finalmente, posso sedermi a tavola. Assaporo con gusto le patate, nonostante siano ormai diventate fredde. Grida e imprecazioni si levano dall’appartamento vicino, e, nei rari momenti di calma relativa, mi giunge all’orecchio un flebile ronzio, forse il rumore di un phon. Sarò diventata perfida? Non posso farci niente se mi scappa da ridere.

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