IL SEME DELL’AMORE

Lo avrebbe fatto lei, allora lo faccio io, come da tradizione. Auguri a tutti! Ciao, Ale.

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SULLA NATURA DEL TEMPO, E DI ALTRI DEMONI CONTEMPORANEI.

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SULLA NATURA DEL TEMPO, E DI ALTRI DEMONI CONTEMPORANEI.

Nello stesso mare si confondono le acque, muta il fondale, si cancella ogni orma sulla battigia: le onde ingoiano o sputano, dipende. Nello stesso cielo le nuvole viaggiano, svaniscono, e ricompaiono un po’ più chiare, più grosse, grigie, o talvolta nere. Sulla stessa terra non un fiore resta al suo posto e non c’è un albero che, trasformandosi crescendo, riesca a offrire i medesimi frutti. Montagne che si accorciano, sguardi che si allungano. Varia il paesaggio, case nuove, strade all’occorrenza, e, sempre all’occorrenza, si fan nuove anche le scarpe. Industrie chiuse, negozi riaperti, forse bisogna, ma mai che serva davvero a qualcosa. Bambini che crescono, vecchi che diventano bambini, o che non ritornano più. Vento che allontana, lo stesso vento capace di scompigliare capelli lunghi, poi corti, anche più bianchi. Roba vecchia da buttar via per altre cose, solo diverse. Muri di casa ridipinti, graffi, segni, spifferi. Non son più buone neanche le fogne. Trillano le sveglie, dopo, pesanti silenzi seguono l’attimo della buonanotte.
Nemmeno il sole pare splendere bene, e sulla luna… chissà cosa si combina.
Tutto cambia, persino il nulla: si credeva fosse niente, e poi, un giorno, ci si accorge che è tutto ciò che rimane.
Il mondo negli occhi, il mondo sotto ai piedi.

 

L’AMICO GIOVANNI (QUARTA E ULTIMA PARTE).

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GIORNO QUATTRO: NULLA E’ INSIGNIFICANTE.

Quella notte, quando Ambra finalmente riuscì a prender sonno, un sonno leggero e alquanto agitato, fece un sogno nitido e così reale da essere ricordato non solo al risveglio ma per tutta la vita.

E sognò la maniglia di Giovanni che cigolò ancora. Quel rumore era capace di divertirla.
“Ciao, Giovanni. Sono qui!”
“Ciao, cara. Vieni pure avanti, sono sul divano.”
Ambra saltellò oltre l’ingresso, poi, notando l’espressione affaticata e sofferente di Giovanni, rallentò d’istinto la sua andatura.
Gli si avvicinò delicata, in maniera educata: non intendeva infastidirlo, aveva intuito che l’uomo non si sentiva molto bene. Nella penombra della stanza faticò nel mettere a fuoco il viso di Giovanni. Notò che il volto era contratto in una smorfia, teneva gli occhi socchiusi e le palpebre tremavano.
“Ehi, cosa succede? Non stai bene nemmeno oggi?”, sibilò appena.
“Siediti qui!”, ordinò Giovanni, scostandosi a fatica per permetterle di accomodarsi accanto a lui, e, nel contempo, vicino alla farfalla, che dalla sera precedente non si era spostata dal cuscino del divano.
“La tua farfallina ti tiene compagnia.”
“Tu lo sai quanto vivono le farfalle, Ambra?”
“No, Ambra. Le farfalle non possono ammalarsi di raffreddore.”
“Ho capito. Allora avrà il mal di testa. Ieri stava bene. Uffa, è arrivata solo da pochi giorni!”
“Non esiste un modo per stabilire la sua età. E se fosse già vecchia?”
“Ma… dici che sta male? E tu, tu senti male?”
“Non esiste un modo per sapere se prova del dolore. Io sì, ne ho, ma lo sopporto.”
“No, non voglio, non voglio! Non deve morire e nessuno dovrebbe soffrire.”
“Ambra, quando si accetta di accogliere un animale nella propria casa, o, in ogni caso, quando ci si affeziona a qualcuno, occorre esser pronti per affrontare anche questi brutti momenti. Inoltre, il più delle volte, gli animali hanno un’esistenza breve rispetto alla nostra. Questo lo sai, o no?”
“Sì, purtroppo. Questo lo so. E se l’avessimo liberata subito, quando l’hai proposto tu? E se non avessimo avuto la pessima idea di rinchiuderla in un appartamento?”
“No, non è stata del tutto una pessima idea, e comunque non sarebbe cambiato quasi nulla. Forse avrebbe potuto vivere uno o due giorni in più, ma credi che ciò avrebbe avuto importanza? Noi abbiamo contribuito a ridurre la sua breve vita di qualche ora, ma, almeno, le abbiamo voluto bene, le abbiamo offerto un riparo e la nostra sincera amicizia. Qui si è divertita, è stata felice. Non le abbiamo fatto del male, anzi, in un certo senso l’abbiamo accudita, e continueremo a farlo, finché avrà bisogno di noi.”
“Certo! È ancora felice, lo so. L’ho sempre saputo!”
“Se tu non l’avessi incontrata, lei sarebbe stata una farfalla qualunque, una tra le tante che riesce a incantarci in un prato e che non si può evitare di osservare. Ma, subito, sarebbe volata via e tu non avresti saputo più nulla di lei. E se, da una parte, non ti saresti rattristata tanto nell’osservarla in difficoltà, dall’altra ti saresti privata di un rapporto unico e speciale che resterà per sempre dentro di te e ti riscalderà il cuore.”

“Ora dobbiamo occuparci di lei.”
“Cosa facciamo?”
“La accompagniamo in un luogo meraviglioso, dove lei potrà volare felice altrove.”
“Dove?”
“Dove comincia l’arcobaleno.”
“L’arcobaleno?”
“Aspetta e vedrai!”
“Ma te la senti di camminare? Oggi sembri più stanco del solito.”
“Sì, devo farcela. Anch’io vorrei raggiungere quel posto bellissimo per poter volare via, esattamente come lei.”
“Vorresti lasciarmi qui e seguire lei? Ma… tu non sei una farfalla!”
“No, cara. Io non sono una farfalla, è vero, tuttavia la morte può accumunare ogni essere vivente più di quanto tu possa immaginare. E quando giunge quel momento, lei ci raggiunge, ci abbraccia dolcemente e ci trasforma in anime. A quel punto, noi ci priveremo della pesantezza della carne, del nostro involucro. E sai, anche a me spunteranno delle ali, e sarà una sensazione stupenda. Succederà, più o meno, ciò che capita a una larva dopo un lungo periodo trascorso a strisciare sulla terra o ad arrampicarsi a qualche muro: si accorgerà di essere in grado di volare.”
“Ho capito. Allora anch’io potrò diventare un’anima.”
“Un giorno, sì, certo, lo sarai anche tu. E’ il destino di tutti, ma non occorre avere fretta. Per diventare delle anime belle occorre lottare ogni giorno, per una vita intera, e, solo alla fine, quando la forza fisica verrà meno, allora tutto avverrà in maniera naturale. Devi ascoltarmi, Ambra: tutto ciò non può accadere nel momento sbagliato; non si deve forzare, non si può anticipare, altrimenti…”
“E’ vero! E io voglio tanto bene a entrambi!”, esclamò Ambra commossa.
Giovanni si rialzò con evidente fatica dal divano e si recò zoppicando in cucina. Si munì di un vaso di vetro. Aiutandosi con la punta delle forbici ne forò il coperchio di metallo, in più punti. Una volta ritornato in soggiorno, tentò di introdurvi la farfalla.
Dovette spingerla piano, aiutandosi con un dito. Nel richiudere il coperchio emise un profondo sospiro. Attraversò lento il locale, calzò le scarpe, si infilò la giacca a vento in qualche modo, senza serrarne la cerniera, e, infine, si diresse verso la porta d’ingresso.
Ambra lo attendeva davanti all’uscio. Fuori, una luce che pareva innaturale irradiava ogni cosa. Nel cielo rosso porpora galleggiavano alcune nubi grigie, e, lungo la strada che conduceva alla radura, era apparso un arcobaleno davvero enorme: eppure, per tutto il giorno, non si era vista una sola goccia di pioggia. Ambra provò un forte bisogno di piangere, poi si consolò pensando che, quella, era la cosa giusta da fare.
“Seguiremo questo sentiero, tireremo sempre dritto. Non svolteremo e non ci volteremo mai indietro!”

Come spesso accade in molti sogni, il consueto paesaggio era mutato diventando pressoché irriconoscibile. Ambra non si sentiva disorientata. Avrebbe dovuto seguire Giovanni lungo la strada principale e l’uomo le appariva piuttosto sereno.

GIORNO 3650: MAI FIDARSI DI CHI ODIA LE FARFALLE.

“E così… questa casa è stata ereditata dall’amica!”, ribadì la donna lisciandosi il mento e rivolgendosi alla venditrice.
“Già. Solo da qualche tempo la famiglia ha deciso di mettere in vendita le due abitazioni. Dopo la morte dell’anziano decisero di trasferirsi in città, mi pare a Milano, dove la ragazza ha proseguito gli studi. Suppongo che i genitori abbiano agito in questo modo per evitarle un’inutile sofferenza.”
La signora Rusconi volse un ultimo sguardo al giardino, e, tutt’a un tratto, osservando le numerose farfalle che sorvolavano ostinate quelle due proprietà, si incupì. Forse si trovava di fronte a un vero mistero. Inoltre, da sempre, odiava ogni genere di insetto e ogni altro animale. Certo, le farfalle avrebbero rappresentato il male minore se messe a confronto con le mosche, gli scarafaggi, le api, oppure altri esserini davvero schifosi. Eppure doveva convenire che fossero dotate di un loro proprio fascino, ma ne era comunque infastidita. Questo, dal suo punto di vista, rappresentava un motivo più che valido per rinunciare all’acquisto dell’immobile che, per altre caratteristiche, aveva persino apprezzato.
Intanto il signor Rusconi, ancora preso a soffiare il suo grosso naso, raggiunse la sua auto, ne spalancò deciso la portiera e invitò la moglie, con un cenno della testa, a rimontare nell’abitacolo.
La vettura ripartì con una brusca accelerata e, sollevando una spessa coltre di polvere, svoltò oltre la curva direzionata alla provinciale.
La venditrice spazzolò stizzita il suo tailleur blu notte aiutandosi con il palmo della mano. Attese che quel polverone fosse svanito e mise in moto l’auto. Durante il tragitto di ritorno sperò con tutta se stessa di riuscire a concludere l’affare: quella casa le era già venuta a noia.

GIORNO 5: L’ASSENZA E’ MALINCONICA PRESENZA.

In classe Ambra si rivelò distratta. Per tutta la mattina non aveva atteso altro che il trillo della campanella. Ogni volta che socchiudeva gli occhi rivedeva il volto di Giovanni. Il sogno vivido di quella notte le aveva regalato l’opportunità di poter chiacchierare con lui un’ultima volta.
Al termine delle lezioni corse a casa, pranzò veloce, e poi si diresse al fiume.
Raggiunse presto il grande prato. Il sole risplendeva in un cielo terso, la temperatura era gradevole, e se non fosse stato per quanto accaduto, quel pomeriggio avrebbe potuto essere una vera pacchia.
Non aveva mai badato ai numerosi insetti che popolavano la campagna, per non parlare delle zanzare, una vera invasione! Un grosso scarafaggio nero aveva persino attraversato il sentiero proprio davanti a lei. Non aveva osato nemmeno toccarlo, le era mancato il coraggio.
I primi fiori, perlopiù delle smilze margherite, parevano danzare al ritmo lento di una brezza tiepida.
Giovanni le aveva tenuto compagnia tante volte durante quella solita passeggiata. Le stringeva la mano, le parlava del fiume e di come potesse ritirarsi durante l’estate. Se fosse stato presente in quel momento l’avrebbe di sicuro invitata ad osservare i teneri germogli apparsi sui rami delle robinie. E se gli fosse capitato di scovare un fungo velenoso, avrebbe pronunciato la medesima frase: “Attenta, un consiglio è come un fungo: quando è sbagliato può rivelarsi pericoloso”.

Ambra avvistò una farfalla. Era bianca e ogni sua ala esibiva un minuscolo puntino nero. Le svolazzò proprio accanto, sfiorandola, poi si allontanò zigzagando tra i fiori.
Quanto avrebbe desiderato conoscere il linguaggio delle farfalle!
Per oltre un’ora seguitò a vagare nei prati vicino al fiume. Delle sue farfalle non c’era traccia, ne incontrò altre, e tutte erano molto belle. Era piuttosto sicura che le sue piccole amiche fossero ancora insieme e che insieme sarebbero rimaste per l’eternità.
Fu colta dallo sconforto. Si accasciò nel prato. Strappando a uno a uno i petali di una margherita, la interrogò: “Rivedrò le mie amiche, sì o no?”. La risposta non riuscì a rallegrarla.
Quando il sole cominciò ad eclissarsi sulla linea dell’orizzonte si decise a far ritorno alla sua dimora.

Senza più energie, e senza nemmeno più un briciolo di speranza, giunta ormai ad un passo dall’uscio di casa sua, notò qualcosa che pareva agitarsi nell’aria nel giardino di Giovanni.
Si infilò di corsa nel passaggio segreto sotto la siepe sbucciandosi persino le ginocchia e scoppiò in una gioiosa risata.
“Siete proprio voi, siete proprio voi, vi ho ritrovato!”, gridò. Un corvo si levò rapido dai rami del ciliegio e volò via, lontano.
Si era sbagliata: le farfalle non avevano mai abbandonato il giardino dell’amico. Fu sorpresa da una gioia ancora più grande quando entrambe finirono per posarsi di nuovo sul suo braccio.
Ambra le osservava meravigliata e con immensa gratitudine.
“Siete ancora qui! Grazie, vi voglio un sacco di bene! Avete notizie di Giovanni?”

GIORNO 3660: OCCORRE SEMPRE GUARDARE AVANTI.

“Signorina Ambra, mi scusi, desidera apportare qualche modifica alla galleria?”
“No davvero, grazie infinite, non avrei potuto chiedere di meglio.”

La mostra di pittura sarebbe stata inaugurata l’indomani. I quadri erano stati esposti in parte alle pareti e in parte su alcuni cavalletti di legno.
“Le ho portato il giornale di oggi. Mi complimento ancora con lei. I suoi lavori sono sempre elogiati da tutti”, disse l’uomo con una certa enfasi. “Questo articolo definisce il suo talento raro e unico”, aggiunse, poi, sollevando lo sguardo e incrociando quello della ragazza: “Questo evento sarà un sicuro successo!”.
Ambra afferrò il quotidiano che il manager le stava porgendo. I dipinti da lei realizzati riscuotevano un grande interesse in tutta la penisola, e, da qualche mese, erano giunti dei riscontri persino dall’estero. Ambra non amava le lusinghe, in special modo quando queste riguardavano le sue opere. In poco tempo era riuscita a rendere la sua passione una vera professione: i suoi lavori non solo erano ammirati, ma anche acquistati, e guadagnava parecchio.
In molti sostenevano che le farfalle da lei dipinte fossero davvero straordinarie. Al contrario, Ambra le riteneva solo semplici, ordinarie. Le riproduceva con un eccessivo realismo, attenta a ogni più insignificante dettaglio, e, proprio per questo, gli esemplari dipinti regalavano l’impressione di essere vivi, eterni.

I coniugi Rusconi rinunciarono all’acquisto dell’immobile. La casa di Giovanni, come quella di Ambra, rimasero invendute ancora per un bel pezzo, riducendosi in ruderi pericolanti. Tutti gli abitanti di quel borgo erano convinti che potessero emanare una misteriosa energia capace di attirare a sé ogni farfalla che si trovasse nei paraggi. In paese nacque anche una leggenda secondo la quale le anime in transizione tra la vita e la morte, nell’ultimo lasso di vita terrena e nell’attesa di recarsi Altrove, assumessero le sembianze di una farfalla. Insomma, proprio una storia da pelle d’oca!

GIORNO UNO: TUTTO INIZIA E TUTTO FINISCE.

Giovanni aveva ricevuto quella brutta notizia ormai da diverso tempo, e, certo, non l’aveva presa bene.
Per parecchi mesi aveva pensato e ripensato, domandandosi come sarebbe stato quel momento, o cosa si sarebbe dovuto aspettare. Poi, con il trascorrere dei giorni, riuscì a metabolizzare le paure: le domò convertendole in forza, finché, all’improvviso, si originò in lui una sensazione di tranquillità che somigliava a una sorta di beatitudine dovuta alla rassegnazione.
Escludendo Ambra, nel mondo dei vivi, non aveva conservato nessun altro importante affetto. E questo avrebbe potuto essere una vera fortuna, un punto di forza. Aveva percepito l’esigenza urgente di buttarsi tutto alle spalle, amicizie comprese. Erano tutti lì quel pomeriggio, tutti presenti in chiesa, al funerale. Eppure, se avesse continuato a frequentarli, non avrebbe fatto altro che alimentare la malinconia dovuta alla mancanza di Anna. Un caratteraccio solitario e schivo lo aveva caratterizzato da sempre. Nella sua vita si era limitato a mantenere i rapporti necessari per una civile convivenza. Sua moglie Anna, viceversa, adorava la mondanità. Erano diversi, eppure si legavano alla perfezione: proprio come lo sviluppo in negativo e il suo positivo si sovrappongono nella medesima fotografia.
Si era allontanato dalle amicizie, senza rimpianto, senza alcuna tristezza, per lo stesso principio per cui aveva preferito trasferirsi: desiderava essere solo.
E questo fu ben chiaro a tutti e nessuno osò ricontattarlo mai più.

La solitudine giunse lenta. Fu come l’avanzare delle prime nebbie, che, col primo mattino, si generano da un terriccio umido e che, man mano, si ingrossano dando origine a timide illusioni che poi si gonfiano assumendo le sembianze di un muro, o di una spessa pellicola, celando anche ciò che si trova un poco lontano, anche a solo un palmo di mano, e così isolano e avvolgono tutto, proprio ogni cosa. Si percepiscono nell’aria, nelle narici, come pure addosso, sulla pelle; riescono a confondere, impediscono ogni orientamento, e soffocano lentamente ogni possibile credenza che, al di là di quella barriera, possa ancora esistere qualcosa di bello.
Ambra era stata il sole caldo capace di assorbire ogni più umido grigiore ormai stantio, diventato un’abitudine troppo facile.
Giovanni, però, ben sapeva che esiste un tempo per tutto. Sebbene provasse per lei un bene immenso, era giunto il momento di volare via.
Anna lo stava attendendo e già da troppo tempo.

FINE.

L’AMICO GIOVANNI (PARTE TRE).

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GIORNO 3650: GIORNO PIU’, GIORNO MENO. LE FARFALLE LO SANNO.

L’erba alta inghiottiva una canna per innaffiare, rimasta arrotolata e abbandonata in un angolo proprio accanto al muro ormai ricoperto e ritinteggiato da muschio verde e muffe nere. L’edera si era impadronita di ogni cosa, si era arrampicata fino alle finestre e anche sui tronchi delle piante da frutto. Una tenda, che regalava l’impressione di esser stata un tempo bianca, era rimasta rinchiusa tra il fogliame rampicante e gli stipiti di una finestra; sembrava un occhio in grado di vigilare sulla proprietà confinante, anch’essa in pessimo stato.
Le mattonelle, che segnavano il viale dal cancello arrugginito in ferro battuto fino a un uscio ormai sgangherato, erano state soffocate dai rovi.
Appena più in là, accanto al portone e quasi come fosse una luce accesa, spiccava lucido e riflettente, un cartello bianco che recava la scritta Vendesi.
Quelle villette a schiera erano state edificate una ventina di anni prima, e sebbene, a quell’epoca, fossero ritenute da tutti lussuose ed eleganti, ora, in quello stato, nessuno, mai, avrebbe osato pensarlo.
Delle crepe segnavano gran parte dei muri esterni, soprattutto quelli rivolti a nord. Il sole era solito raggiungerli solo alla mattina, di sbieco, e mai per più di un’ora.
Da un’auto appena parcheggiata davanti al recinto scrostato della villetta fece la sua comparsa una giovane donna. Indossava un tailleur blu, stirato in maniera impeccabile, e calzava delle decolleté di vernice. Sistemò nervosa, e alla meglio, i suoi lunghi capelli castani proprio nel punto ove ricadevano sulle spalle, poi, sollevando un po’ il polsino della giacca, lanciò un’occhiata furtiva a un grosso orologio tondo e zeppo di strass.
Una seconda auto presto parcheggiò proprio dietro la sua. A chiunque non sarebbero occorsi più di due secondi per dedurre, e anche senza essere del mestiere, di avere a che fare con una coppia di novelli sposi nonostante questi avessero già superato la mezza età: le fedi immacolate che portavano al dito, come i volti di entrambi, rilucevano di gioia autentica.
Non appena quella coppia raggiunse la donna, proferì: “ Buongiorno carissimi, vi stavo aspettando. Ecco, come vi ho accennato, le case messe in vendita sono due. Vi prego, non fate caso al giardino: una volta ripulito, sono sicura che cambierà completamente il suo aspetto. Anzi, devo scusarmi con voi per lo stato pietoso in cui si trova. Non preoccupatevi, tutto questo caos verrà sistemato entro la prossima settimana.
Con evidente intesa, la coppia si scambiò un’occhiata di dissenso. Così, su due piedi, non avrebbero potuto certo ritenersi soddisfatti, ma, giunti a quel punto, sarebbe valsa la pena di proseguire quel sopralluogo.
“Procediamo?”, domandò la venditrice sforzandosi di mantenere un tono allegro, che potesse celare il senso di disagio. Poi aggiunse: “La porta d’entrata è aperta, ehm, cioè, nessuno ha mai pensato di richiuderla. Ecco, a dir la verità, non si sa nemmeno dove possa esser finita la sua chiave. Questa casa apparteneva a un anziano e pare che questa possa esser andata persa; qualcuno sostiene addirittura che il vecchio proprietario non l’avesse mai neanche utilizzata.”
“Mi scusi, ma da quanto tempo questo appartamento è in vendita?”
“Beh, Signora, su per giù, da una decina di anni.”
A questo punto, la moglie si voltò stizzita verso il marito: ”Antonio, è incredibile che questa casa sia rimasta invenduta e incustodita per tutto questo tempo, qui ci deve essere una qualche magagna.” Poi, rivolgendo uno sguardo fulmineo alla giovane venditrice, seguitò: “Davvero, nessuno, vi ha mai tentato di entrare, o, peggio, di soggiornarvi? Che ne so, un senzatetto, o magari qualche ragazzino a caccia di avventure da brivido in una casa abbandonata?”
“Mi creda, questo è un paese piccolo e molto tranquillo. La gente di campagna è ancora piuttosto onesta e serena, qui non esistono gli stress e i pericoli della città. Signora Rusconi, per ciò che ne so, è persino probabile che nessuno si sia mai nemmeno accorto che questa porta sia rimasta aperta.”

Alla pressione della maniglia si udì un forte cigolio. La signora Rusconi fu costretta a strabuzzare più volte gli occhi. Uno sciame di farfalle si levò dal prato, all’improvviso, e cominciò a turbinare nell’aria. Si trattava almeno di una trentina di esemplari differenti, e, in vita sua, non le era mai capitato di dover osservare così tante farfalle volare tutte insieme.
La venditrice rise: “Già, qualcuno la chiama, a ragione, la casa delle farfalle.”

Escludendo una parete che, quasi per intero, era corrosa dall’umidità, l’appartamento pareva in condizioni discrete. Il mobilio era già stato rimosso, ma, alcune sagome scure sui muri, quasi delle ombre, disegnavano l’arredamento che, con tutta probabilità, vi era anche rimasto a lungo. In soggiorno doveva esserci stata una libreria che raggiungeva quasi il soffitto, e, tra sala e cucina, la presenza di una credenza risultava ancora piuttosto evidente.
Per il resto, trascurando uno spesso strato di polvere che causava continui starnuti al signor Rusconi, e nonostante qualche ragnatela che vibrava agli angoli del soffitto, era d’obbligo convenire che l’appartamento non fosse messo poi così male. Le piastrelle erano integre e di cotto beige, i termosifoni di ghisa si erano mantenuti molto bene e gli stipiti delle finestre, almeno all’interno, si erano conservati persino meglio del previsto.
“La muffa è limitata a quella parete. Se fosse presente qualche altra infiltrazione, magari proveniente dal tetto, l’avremmo notata anche altrove”, dichiarò, con aria seria, il signor Rusconi, interrompendosi solo per soffiare il naso in un grosso fazzoletto di cotone con i bordi rigati di blu.
“Certo. Vi avevo anticipato che l’affare era ottimo. Se lo desiderate, in ufficio potranno mostrarvi gli esiti della perizia al tetto. E’ ancora in ottimo stato e vi garantisco che sarà possibile usufruirne con tranquillità per altri dieci anni”, rimarcò pimpante la venditrice.
La signora Rusconi disse allora: “Mah, in effetti, una volta sistemato e ripulito, questo appartamento potrebbe diventare molto carino”. Il suo viso si distese assumendo un’espressione soddisfatta. Poi seguitò ad osservarsi intorno. “Vorrei dare un’occhiata anche alla stanza da letto.”, tuonò, all’improvviso.
“Per di qua!”, rispose la venditrice, mentre un profondo sorriso le irradiava il volto. Tuttavia qualcuno seppe come rovinare quell’istante di pura magia. “Le porte, però, ohimè, sono da cambiare tutte!”, sbottò il marito.
La venditrice si limitò ad annuire. Era ormai abituata a ogni genere di cliente, anche al più petulante.
Una volta terminata l’ispezione, la giovane donna propose: “Desiderate visitare la seconda alternativa, l’altra proprietà che è in vendita e che si trova proprio qui accanto?”
“No, grazie. Si somigliano, è vero, tuttavia dovendo scegliere, credo che preferirei questa. Ho ancora un dubbio da risolvere: può gentilmente spiegarmi come mai questo grazioso appartamento è rimasto disabitato così a lungo? E’ davvero ben fatto, è molto carino, non riesco a spiegarmelo.”
“E’ una storia lunga”, rispose saccente la venditrice.
“Beh, se desidera mantenere la speranza di venderla, le conviene sputare il rospo!”, intimò decisa l’arguta signora Rusconi.
“Va bene, ha vinto lei! Ma, per favore, non ne faccia mai parola con nessuno, tantomeno con i miei colleghi dell’agenzia. Mi compete di tutelare la privacy dei clienti, tuttavia, in questo caso, farò un’eccezione. Ecco: pare che la storia sia andata più o meno così… “.

GIORNO 4. SI STA COME A PRIMAVERA, NEL CIELO, LE FARFALLE.

Ambra, dopo la scuola, correndo, attraversò il suo giardino, si infilò sotto la bassa siepe che delimitava il terreno della sua villetta e percorrendo a lunghi salti il viale di mattonelle posto proprio al centro del prato, ben presto raggiunse l’uscio di Giovanni.
Abbassò la maniglia del portone che, stranamente, quel pomeriggio non gracchiò come al suo solito.
“Ehi, Giovanni, sono arrivata!”
Nell’appartamento regnava il silenzio.
“Sono qui, tu sei in bagno?”, domandò allegra la piccola.
Non udì nulla: non un rumore, non una risposta, non un respiro.
Certo, l’uomo avrebbe potuto esser uscito per recarsi dal dottore o a una qualche visita medica. Tuttavia non l’avrebbe mai fatto senza avvisarla. Meglio assicurarsi della sua assenza.
Ambra si precipitò in cucina, poi, piano, quasi in punta di piedi si diresse verso il corridoio che anticipava la stanza da letto.
Le persiane della camera erano serrate e, in quella penombra, notò la sagoma di Giovanni. L’uomo era sotto alle coperte, dentro al suo letto.
“Che cosa fai? Dormi ancora?”
Giovanni non rispose.
“Ehi, pigrone, sono le quattro! Pensa che io sono già andata e tornata da scuola, e ho già anche fatto i miei compiti. Allora, mi rispondi?”
Niente, nulla. L’uomo restò solo immobile.
“Accidenti, Giovanni, oggi hai proprio un gran sonno!”
La piccola, spazientita e forse anche un po’ in imbarazzo, si avvicinò con dei piccoli passi al letto.
All’improvviso fu colta da meraviglia. Il vecchio riposava voltato su un fianco ma, un poco più in là della sua testa, sul cuscino, si erano posate due farfalle. Zampettavano una accanto all’altra e davano l’impressione di intendersi.
Ambra non faticò a riconoscere la sua. La nuova arrivata era azzurra e un poco più piccola.
La ragazzina, incredula, rimase immobile per qualche minuto. Era intenta ad osservarle e si domandava come avesse fatto, quella nuova ospite, ad accedere all’appartamento. Si rallegrò. Trovare una seconda farfalla era stata una bellissima sorpresa. Quelle due erano fatte per essere amiche, oppure, forse, lo erano già, magari da sempre. Si domandò se anche le farfalle potessero emettere dei richiami, o degli ultrasuoni non udibili dagli umani; in seguito, si convinse che, nonostante la sua farfallina si fosse dimostrata felice di restare in quella casa e di ricevere continue attenzioni e tanto affetto, potesse mancarle un suo simile, un probabile fedele compagno di tanti voli e di giochi.
Chissà se Giovanni fosse già al corrente di quella nuova arrivata. E se così non fosse stato, a informarlo di quello strano e lieto evento se ne sarebbe occupata presto lei. Ambra era impaziente e doveva svegliarlo subito. Era curiosa di conoscere la sua reazione. Quello strano fatto, in sé, conservava qualcosa di magico.
Allungò un braccio con l’intento di svegliare il vecchietto. In quel preciso momento, insieme, le due farfalline si librarono all’improvviso in volo. Dopo aver effettuato alcuni volteggi si posarono leggere sulla mano della piccola. Erano inquiete, zampettavano senza sosta lungo tutto il suo dorso, dalla punta delle dita fino al polso, su e giù, giù e su, provocandole un piacevole solletico.
Proprio con quella mano, la piccola afferrò la spalla di Giovanni con l’intenzione di strattonarla un po’, ma presto lo percepì irrigidito: l’uomo era freddo.
Solo allora comprese.
Di rado Ambra aveva provato il bisogno di piangere, tuttavia gli occhi le si riempirono in un attimo di lacrime. Le farfalle si erano levate di nuovo in volo, non riusciva ad osservarle con la vista così offuscata, ma poteva sentirle volteggiare vicine al suo viso: le loro piccole ali sbattevano nell’aria e proprio intorno alle sue guance bagnate regalandole la sensazione di ricevere delle minuscole carezze.
“Sono arrabbiata, dovevi avvisarmi!”, gridò. E pianse.

L’ambulanza impiegò meno di dieci minuti per giungere a destinazione. Ambra, avvinghiata a sua mamma, piangeva ancora disperata mentre i soccorritori si precipitarono oltre l’uscio, dentro l’appartamento di Giovanni.
Quella sera, prima di riuscire a prender sonno, Ambra si coricò e si rialzò più volte. Aveva lasciato un po’ sollevata la tapparella della finestra per poter osservare l’abitazione di Giovanni. La ossessionava l’enorme senso di vuoto che questa sembrava emanare. Nonostante trascorresse in quella casa poco più di mezz’ora al giorno, le sarebbero mancate tutte le conversazioni con Giovanni, e le sarebbe mancata quella sua voce particolare e pacata ma anche la sua grande saggezza. Si chiedeva di continuo dove mai potessero essere in quel momento Giovanni e le sue farfalle.
Era stata davvero una stupida, nel pomeriggio si era dimenticata persino di loro. Forse non erano rimaste dentro quella casa, ma, con tutta probabilità, mentre il portone era stato lasciato aperto, loro ne avevano approfittato ed erano volate fuori. Può darsi che a quell’ora fossero già intente a svolazzare felici nel grande prato fiorito vicino al fiume, sotto un cielo sereno e stellato di quell’infinita notte d’aprile.
L’indomani avrebbe chiesto il permesso a sua madre di potersi recare fin là: serbava la speranza di poterle incontrare di nuovo, almeno un’altra volta.

Continua…

L’AMICO GIOVANNI (PARTE DUE).

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GIORNO TRE. UN AMICO TIENE SEMPRE UN SORRISO IN TASCA.

Ambra aveva ragione. La farfalla, a modo suo, sapeva essere davvero di compagnia. E forse, proprio per questo, Giovanni non era ancora riuscito a sbarazzarsene. Più volte si era ripromesso di lasciarla volare via, ma non appena la farfalla si avvicinava un po’ alla finestra aperta, all’improvviso, con un balzo lui si accingeva a richiuderla. Infine aveva deciso di trattenerla ancora un po’, l’avrebbe liberata poi, durante la notte.

Nella nuova casa, alla lunga, era perfino riuscito ad abituarsi alla solitudine: il sentimento sincero che aveva provato per sua moglie, ancora, a distanza di quasi un decennio, poteva colmare ogni momento di vuoto e dare un senso al peggior silenzio. Si trattava solo di una questione di tempo, perciò attendeva sereno e senza ansia che arrivasse il suo momento, approfittando a rivivere, uno per uno, tutti i migliori istanti trascorsi nella sua vita.
Aveva imparato a evocare i ricordi nella stessa maniera in cui è possibile scegliere dove andare, o cosa fare: la vacanza a Genova piuttosto della crociera in Egitto, la serata di festa in occasione dei quarant’anni o la gara di ballo, le partite a Burraco oppure la gita sul Cervino: erano davvero innumerevoli, tanto da poter proseguire in questa pratica per ore e giorni interi. Giovanni aveva trovato il modo di lasciare il mondo reale cimentandosi in un vivido viaggio nel passato, e si immedesimava a tal punto che, in quegli attimi, poteva percepirsi ancora giovane, forte, e, soprattutto, sentirsi di nuovo felice accanto a sua moglie, Anna, l’indiscussa protagonista di ogni ricordo.

Giovanni, seduto al tavolo, era intento a sfogliare una rivista scientifica. Una vocina acuta irruppe con fragore nel locale.
“Ciao, oggi va meglio?”
“Sì, grazie. Il dottore, ieri, mi ha prescritto degli antidolorifici e mi ha consigliato di effettuare alcuni esami. Sai, ogni età è adatta per apprendere qualcosa, così, adesso, mi tocca di imparare anche a invecchiare. In un certo senso, è un po’ come utilizzare una lussuosa auto d’epoca, ma occorre ricordarsi che una carcassa del genere mica se la possono permettere tutti!”
Ambra tuonò: “ A quanto ne so, la tua carcassa la sai usare molto bene, come del resto anche la tua lingua!” E aggiunse: “Più tardi andrò al supermercato con la mamma. Sono passata per chiederti se ti occorre qualcosa.”
“Ti ringrazio. Ammesso di non recarvi troppo disturbo… Ecco, potresti magari comperarmi un po’ di pane? Sai, stamattina non me la sono sentito di uscire.”
“Lo sospettavo. Consideralo fatto, con piacere!”
Proprio in quel momento, la farfalla varcò la soglia del soggiorno. Dopo aver compiuto diverse evoluzioni, sfiorò la guancia di Ambra, e poi planò zigzagando, adagiandosi leggera sul bracciolo del divano.
Sorrisero entrambi, poi, d’istinto, Giovanni mutò subito espressione. Accigliandosi dichiarò: “Ambra, dovremmo lasciarla andare.”
“No, neanche per idea! Te l’ho già detto, lei è felice qui.”
“E da cosa lo deduci?”
“Ne sono convinta, e basta! Quando io mi sento triste, non ho voglia di far niente. Mi chiudo nella mia cameretta, mi stendo sul letto e chiudo gli occhi. Lei, invece, svolazza per casa tutto il giorno, quindi è contenta. Ti chiedo il favore di non contraddirmi, perché, oggi, sono arrabbiata.”
“Cosa ti è successo?”
“Ecco, credo di non essere brava a disegnare.”
“Perché pensi questo?”
“Simona, una mia compagna di classe, stamattina mi ha preso in giro. Ha riso del lavoro che ho svolto nell’ora di arte, ha gridato in aula che era uno schifo. Ha detto proprio così!”
“Non avresti dovuto darle retta. Guarda la nostra farfalla, credi che lei possa riuscire a realizzare un disegno migliore del tuo?”
Ambra, un po’ sconcertata e riflettendo sulla risposta, si limitò a osservare con gli occhi spalancati il piccolo insetto. La domanda di Giovanni pareva proprio assurda.
“Ti rispondo io: certo che no! E come potrebbe? Non ha nemmeno le mani! Tuttavia possiede due ali misteriose e magiche. E tu l’hai potuta osservare, più di una volta; volando, lei riesce a colorare gran parte dell’aria che attraversa con scie luminose, proprio come è successo poco fa.”
Ambra sorrise: “Credo di aver capito cosa intendi. Grazie per la tua grande saggezza. Ora scusami, devo proprio andare. Ritornerò più tardi, ti porterò il pane.”

Giovanni, già da tempo un po’ zoppicante, si augurò che le gambe lo sorreggessero fino a sera. Si percepiva debole, ancora indolenzito. Si sarebbe presto sottoposto agli accertamenti medici richiesti.
La farfalla zampettava ancora sul divano, ma non era il suo posto. Giovanni non avrebbe mai sopportato, un giorno, di doverla osservare in agonia o, peggio, addirittura morta. Ciò non sarebbe mai dovuto accadere dentro casa sua, non nella stessa maniera di sua moglie.
E questa volta, avrebbe di sicuro spalancato la finestra, per tutta la notte. Poi avrebbe pensato a come affrontare Ambra, ben sicuro che non sarebbe stato facile spiegarle quel gesto. Prima o poi, le avrebbe parlato anche del resto: era giunto il momento. Ma pian piano, una cosa per volta.

La maniglia dell’ingresso cigolò per l’ennesima volta. Giovanni aveva abbandonato la rivista sul tavolino di vetro ed era rimasto disteso sul divano per tutto il tempo: era intento a compiere l’ennesimo viaggio nel suo passato.

“Ecco! La busta con il pane la appoggio qui, sul tavolo. Scusami, ritorno subito a casa, mamma sta cucinando le lasagne, la devo aiutare, e ho una fame da lupi! Ciao, riguardatevi tutti e due.”
“Grazie, aspetta! Permettimi di ripagartelo almeno. Prendi i soldi: sono proprio lì, sulla credenza.”
“No, non preoccuparti, possiedo parecchi risparmi. A domani, amico.”
“Ti ho detto di prenderli!”, la sgridò, ma dovette presto desistere perché la piccola se ne andò di corsa, e poco ci mancò che sbattesse la porta.
“A domani, tremenda che non sei altro!”

Giovanni era certo di riuscire a cavarsela ancora piuttosto bene ai fornelli. Il profumo del pane lo aveva raggiunto stuzzicandogli l’appetito.
La porta d’entrata, come sempre, era rimasta aperta. Tutte le finestre, invece, erano rimaste chiuse.
Giovanni cenò in buona compagnia e col fiato sospeso osservando la farfalla, che aveva deciso di effettuare i suoi volteggi e le sue più spericolate evoluzioni in cucina, anzi, proprio sopra il tavolo.
Quella sera, dopo aver rassettato il locale, Giovanni si concesse anche un goccio di rum. Lo conservava da una decina d’anni, giorno più, giorno meno. Il liquore giallognolo appariva stantio e, nella bottiglia, ne rimaneva più della metà.
La farfalla si adagiò proprio accanto al bicchiere. Allargava e richiudeva delicata le sue ali, pareva osservarlo con i suoi occhi neri e tondi, come se volesse comunicargli qualcosa.
Aveva cominciato a piovere abbastanza forte, dunque conveniva rimandare. Non era il giorno adatto per lasciar fuggire quella fragile creatura. Giovanni si rialzò dal tavolo. Trascinando i piedi avvolti da ciabatte di feltro marroni e ormai consunte, si diresse piano nella sua stanza. Indossò il solito pigiama rigato, si tolse la dentiera, spense la luce. Si addormentò con un sorriso fisso dipinto sul volto.
Quella notte sognò di essere diventato una farfalla. Era buio, l’aria era piacevole, tiepida. Dopo essersi posato su tutti i fiori più belli del prato, si librò in volo puntando in alto, sempre più in alto, fino a dissolversi senza timore nel cielo infinito e zeppo di stelle.

È ARRIVATA! (MEGLIO TARDI CHE MAI).

Bianco ovunque, tutt’intorno. Un grande foglio di carta attende di esser scritto dagli schizzi delle macchine, dalle orme dei bambini sorridenti, dalle lacrime degli alberi stanchi di attendere i primi teneri germogli. I rumori si azzittiscono soffocati nell’ovatta gelata, i gatti si appallottolano con le schiene rivolte agli spigoli troppo umidi dei muri, i cani dormono, i prati si divertono giocando a nascondino.
Dalle grondaie penzolano innocui puntali ghiacciati, e i tetti, vestiti a festa, indossano i cappelli più belli senza dimenticarsi di riparare case e uccelli delusi. I cavi elettrici diventano lunghi fili di liquirizia che vibrando, carichi di corrente e farciti di zucchero filato, ingolosiscono e solleticano dispettosi il pallido grigiore del cielo. I paesi si travestono di magia dentro una brezza lieve, fine, che spira e sospira nebbie rade.
I piedi battono davanti ai portoni, allegre guance, dai nasi rossi, trattengono i pugni nelle tasche fredde.
Utile e inutile, oggi cade la neve.

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L’AMICO GIOVANNI (PARTE 1).

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GIORNO UNO. UNA FARFALLA.
“C’è nessuno?”, domandò una vocina, in un tutt’uno con un gracchiare quasi sinistro provocato dalla maniglia dell’ingresso.
“E dove vuoi che sia? Te l’ho già detto. Quando vuoi passare a trovarmi, non devi fare altro che entrare senza chiedere il permesso. L’uscio è sempre aperto. Qui non c’è più nulla che valga la pena di essere rubato. Ho perso da tempo la buona abitudine di chiudere il portone a chiave.”
“Guarda che cosa ti ho portato oggi! Ho pensato che ti potesse far piacere un po’ di compagnia anche quando non ci sono io qui, con te.”
“Oh, ma è una farfalla: che bella!”
“Già, pensa, mi è planata sul braccio non appena sono uscita di casa e non mi è sembrata per nulla intenzionata a volare via.”
“Fammi vedere. E’ un esemplare raro, sai? Appartiene senz’altro alla famiglia dei Morphi.”
“Ehi, ma tu sai proprio tutto! Conosci bene anche le farfalle?”
“Nella mia vita ho imparato tante cose, ho sempre letto molto.”
“Un giorno vorrei diventare saggia come te.”
“Oh, ormai ti conosco bene. Mi sento di rassicurarti. Un giorno lo sarai eccome, diventerai anche più colta di me.”
“Me lo giuri?”
“Sì, te lo prometto.”, dichiarò Giovanni appoggiandosi il palmo della mano sul petto.
Proprio in quell’istante, la farfalla, con un delicato battito di ali, abbandonò l’esile braccio della bambina librandosi nella stanza.
“Ha scelto di restare a casa tua, lei vuole vivere insieme a te!”
“Ne sei sicura? Sei certa che questa magnifica farfalla voglia trascorrere una parte del suo tempo qui dentro?”
“Sì, se lei ha deciso di volare via adesso, significa che qui si trova a suo agio, non credi?”
Giovanni avrebbe volentieri contraddetto la teoria della piccola. Povera farfalla, vivere rinchiusa tra quattro mura, insieme a un vecchio malinconico e ormai acciaccato, per godere di un’ora scarsa di sole che filtra di sbieco e solo all’alba dal vetro di una finestra, o per essere costretta a dissetarsi dai residui di umidità in un lavandino d’acciaio opaco. Avrebbe desiderato spiegarle che quel povero insetto sarebbe senz’altro vissuto meglio all’aperto, alla luce diretta del sole, nelle vicinanze del fiume, e anche quando fuori piove o quando tira forte il vento.
Tuttavia rimase zitto. La piccola era davvero felice per aver compiuto quel gesto. I suoi occhi vispi luccicavano di gioia e pareva così soddisfatta che chiunque, nei suoi panni, non avrebbe potuto fare altro che darle corda.
Tutt’al più, l’indomani, Giovanni avrebbe lasciato un po’ aperta anche la finestra, in modo da offrire a quella malcapitata una facile occasione di fuga. E quella farfalla sarebbe di sicuro volata fuori, non appena un sibilo di aria fresca, e proveniente dalla campagna, avesse appena accarezzato le sue fragili ali.
Avrebbe rivelato l’accaduto alla ragazzina nei giorni a seguire, una volta accertato che l’entusiasmo per quella bizzarra trovata fosse ormai svanito del tutto.
“Va bene, la nostra farfalla ha trovato un riparo. Accetto. La terrò qui, con me.”
“Veramente è lei che ha deciso di stare insieme a te. Tutto questo è magnifico, ma scusami, ora devo proprio andare. Oggi mi trattengo poco, ho una cosa da fare. Ci rivedremo domani.”
“Ciao, piccola cara.”
La bambina lasciò saltellando l’appartamento di Giovanni. Sembrava che dovesse volar via anche lei mentre canticchiava una canzone allegra, forse inventata al momento e che ricordava un po’ Aggiungi un posto a tavola.
Il vecchio sorrise senza nemmeno rendersene conto. Si era incantato ad osservare la farfalla blu svolazzare in soggiorno e compiere le sue eleganti evoluzioni: avvitamenti, volteggi, planate. Per un attimo socchiuse gli occhi rimanendo col naso all’insù, e ricordandosi di una volta in cui, da giovane, aveva assistito a una esibizione delle magiche Frecce Tricolori.

GIORNO DUE. LA CASA DELL’AMICO NON E’ MAI TROPPO LONTANA.
“Giovanni, eccomi!”
La maniglia cigolò ancora.
“Ciao, piccola. Che cosa ci fai qui, a quest’ora?”
“Ti ho voluto fare una sorpresa prima di andare a scuola.”
“Vieni avanti, sono sdraiato sul divano.”
“Cosa hai combinato? Sei stanco?”
“Oh, niente. Alla mia età non c’è bisogno di strafare per conciarsi così.”
“Ehi, ma sei anche coperto!”
“Già, oggi ho un po’ freddo.”
“Ma è primavera ,fuori si sta benissimo, l’aria è già tiepida.”
“Questa casa è umida, lo so, ma non me la sento di uscire.”
“ Sei davvero uno smemorato!”, lo rimproverò Ambra.
La piccola afferrò una sedia, per lo schienale, da sotto il tavolo. La trascinò davanti alla finestra della cucina e, con un balzo, presto, le fu sopra. Diede una spintarella decisa ai serramenti con le sue piccole manine. Li accostò, e poi, alla svelta, pensò a richiuderli.
“E la nostra amica, dove si è cacciata?”
“Cercala tu, per favore. Fino a poco fa era qui a darmi tormento. Mi ha svolazzato per un’ora davanti alla punta del naso.”
“Davvero? Allora ti vuole proprio bene. Eccola! E’ proprio qui, ora riposa anche lei, guarda!”
“Scusa, ma non posso. Oggi non riesco nemmeno a voltarmi un po’, sono pieno di dolori. Stamane mi sono risvegliato con un forte torcicollo.”
“Già. Si capisce, hai lasciato tutto in disordine. Mi dispiace che senti male, avresti dovuto dirmelo prima. Mi pare una cosa strana, da quando ti conosco non è mai successo che tu ti sia lamentato di qualcosa.”
“Non c’è nessun male che non abbia in sé qualcosa di buono. E ricorda: quelli che si lamentano di più sono quelli che soffrono meno.”
La bambina aggrottò la fronte, poi si diede subito da fare, riordinando la cucina alla meglio e dando una rapida sciacquata a una pentola maleodorante che era stata dimenticata sul fornello a gas. Aiutandosi con lo strofinaccio ripulì il tavolo da alcune briciole di pane e ripose nella credenza un piatto e un bicchiere che parevano esser stati lavati.
Giovanni si era incantato ad osservarla con la coda dell’occhio, mentre lei, ancora indaffarata in cucina, gli dava le spalle. Esibiva le movenze di una donna, ed era così efficiente, che gli sfuggì un sorriso.
“Ora vado. Oggi non riuscirò a ritornare. Dopo la scuola avrò gli allenamenti di pallavolo, poi dovrò andare con papà dal dentista, sai, forse dovrò mettere l’apparecchio! Inoltre dovrò studiare due capitoli di storia. Tu riposati, e guarisci. Passerò domani.”

Quella ragazzina era una furia, un portento della natura. Giovanni, viceversa, non era mai stato particolarmente estroverso, difficilmente concedeva confidenze ai vicini di casa, sebbene tutti lo considerassero un vecchietto gentile e educato. Ma i bambini, i bambini si sa: sono creature che affascinano, sono dolci, e, soprattutto, sono spontanei e innocenti.
In seguito alla morte della moglie, nove anni prima, si era sentito costretto a cambiare casa. Questa era diventata troppo grande, era come se tutti i ricordi gridassero all’unisono e assordanti in ognuna delle stanze. Al mondo non gli era rimasto più nessuno. Aveva amato davvero e a lungo sua moglie, tuttavia il destino gli negò di poter diventare padre.

Ambra, allora, era poco più che un morbido fagottino. Così, ben nascosto dietro la tendina bianca della sua finestra che affacciava sulla proprietà confinante, tante volte, forse troppe, si era soffermato a osservare quella bambina paffutella muovere i suoi primi e incerti passi in giardino. A differenza di altri bambini Ambra era sempre allegra, persino quando, cadendo, capitava che si sbucciasse le ginocchia. Quella creatura sorrideva e rideva; rideva e sorrideva, non sapeva far altro, e, forse, davvero non aveva neanche appreso il perché occorresse piangere.
Fu così che Giovanni, titubante assai, si spinse pian piano fuori di casa. Desiderava solo poter osservare più da vicino quella meravigliosa creatura con i boccoli biondi e che somigliava a un piccolo angelo.
“Saluta, Ambra!” Le ordinò la madre. Notando Giovanni, la bambina sgranò gli occhi chiari, regalandogli uno dei sorrisi più belli. Continuava ad agitare veloce quella manina e, a modo suo, gridava: “Ciao, ciao, ciao!”, e pareva intenzionata a continuare all’infinito, tanto che, a farla smettere, ci dovette pensare sua mamma.
“Scusi, ha appena imparato!”, si giustificò, un po’ imbarazzata.
Fu l’inizio di una splendida amicizia.
Giovanni cominciò a trascorrere parecchio tempo in giardino.
Conoscere quella bambina fu un vero toccasana, sin da subito. Se non fosse stato per lei, Giovanni non si sarebbe occupato di nuovo di un piccolo orto e di un paio di piante da frutto, che, col tempo, diventarono persino belle e rigogliose.

… Continua.