UNA STORIA QUASI D’AMORE. (1\2)

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La mia casa era solo un puntino al centro di una radura dimenticata persino dal bosco. Un piccolo puntino scuro nell’erba che, visto da lontano o osservato dall’alto, sarebbe apparso come la pupilla di un occhio, così circondato da betulle, ontani, faggi e altrettanti alberi da frutto. Delle lunghe lesioni chiare ne segnavano la cornea verde; solo due strette viuzze ondeggianti di ghiaia fine e sassi.
Il giardino era piano, l’erba pareva un soffice tappeto di velluto. Un glicine creava una specie di cappello, decorandolo a festa, sul grazioso cancelletto di ferro battuto e si lasciava cullare dal vento offrendo una generosa accoglienza e un’ombra ristoratrice con i suoi teneri e fitti grovigli verdi decorati da grandi grappoli di fiori lilla. Il vialetto interno, pavimentato a chiare e larghe mattonelle quadrate, si lasciava abbracciare ai lati da grandi cespugli ricolmi di rose, che proseguivano ovunque, e che invadevano tutti gli angoli di quella proprietà. Si arrampicavano fieri sui muri della piccola e graziosa abitazione incorniciandone ogni finestra, e poi salivano ancora, raggiungendo il tetto.
Peccato, un peccato davvero, che in quell’angolo di mondo non transitasse mai nessuno a parte un paio di contadini che imbracciavano stretto il proprio rastrello e, ogni due giorni e sempre prima di pranzo, il solito postino che appariva sempre scocciato; forse era stanco di dover attraversare tutta la campagna solo per consegnarmi un paio di bollette e qualche annuncio pubblicitario proveniente dal supermercato del paese.
E mai, proprio mai, che tra quelle buste vi si potesse scovare qualcosa di diverso.

Le giornate trascorrevano lente. Osservavo il cielo e i tanti piccoli insetti che ronzavano volteggiando bizzarri sull’erba e nell’aria e, nei mesi più caldi, trascorrevo buona parte del tempo a contemplare le mie rose, che si risvegliavano eleganti e che risultavano ancora più colorate nel loro lieve schiudersi, avvolte dall’aurea creata dall’alba con i suoi raggi obliqui e dorati. Le ammiravo volentieri anche verso mezzogiorno, ritrovandole ormai distese e impegnate a godere del sole più caldo. Quando poi giungeva la sera, si richiudevano un po’, ripiegando i soffici petali preparandosi per la notte, nel tentativo di proteggersi dal fresco troppo umido e tipico della primavera in campagna. Oppure sapevano trattenere un po’ di pioggia per trasformarla in piccole perle preziose che, incastonate in quei soffici petali, le tramutavano in gioielli abbelliti dai più lucenti e autentici diamanti.

Odiavo la città e odiavo anche i paesi. Detestavo la vita frenetica e tutto quel cemento. Le vie rigide e asfaltate, gli autobus gremiti e scoppiettanti e le strade affollate di gente sempre troppo indaffarata, sempre troppo ben vestita. Non provavo fascino per il lusso e, va da sé, nemmeno per le vetrine asettiche dei troppi negozi. Mi infastidivano i cartelloni pubblicitari affissi in ogni dove, l’acciaio delle ciminiere e i gas nocivi presenti nell’aria e che la rendevano più grigia e irrespirabile.

Dentro quella casetta abitavamo in tre: io, il gatto, e il mio cane. Bentley era un rompiscatole, abbaiava spesso, tuttavia nessuno a parte me, avrebbe mai potuto lamentarsene. Fox invece, era pigro e tranquillo. Amava tanto dormire e non era raro scorgerlo raggomitolato tra i rami, con il suo pelo rosso, sempre sulla cima degli alberi più grossi. A dir la verità, prediligeva il vecchio ciliegio e, d’altronde, quella pianta piaceva tanto anche a me.
Scelsi di abitare in quella casa non appena la vidi. Capii subito che mi apparteneva, la sentii mia; sapevo che l’avrei rispettata e che lei avrebbe rispettato me.
Dunque vi abitavamo io, Bentley, e Fox. Per entrambi avevo pensato un nome inglese. Sin da piccina provavo un fascino particolare per le rigogliose terre del Galles. Avrei desiderato anche visitarlo, ma, complice la pigrizia e quel mio innato bisogno di isolamento e solitudine, il momento giusto per organizzare quel viaggio non arrivò mai. A dire il vero, mi pareva trascorsa un’eternità dall’ultima vacanza, di cui, ormai, conservavo solo vaghe e confuse memorie.
Inoltre non avrei mai potuto affidare a degli estranei Fox e Bentley, rappresentavano la mia famiglia, e nemmeno avrei potuto delegare a qualcuno la cura del mio giardino.

Dell’utilità di internet, me ne parlò Ada la panettiera; un giorno, giù in paese mentre afferravo il rumoroso sacchetto del pane che ne lasciava sfuggire un tiepido e intenso profumo.
Ne andavo matta, soprattutto quando era appena sfornato. Sarei stata capace di divorarne subito più di mezzo chilo. Tuttavia, per comodità, ero solita acquistarlo secondo il fabbisogno settimanale; l’avrei poi congelato, per evitare di dover tornare giù in paese e magari ogni santo giorno.
“Da un mese abbiamo messo Internet, sai? E’ davvero utile ed è anche un bel passatempo. Posso trovarci qualsiasi cosa: curiosità, musica, notizie e ho già provato persino ad acquistare delle pentole. Dovresti convertirti alla tecnologia. Sei troppo sola, così sapresti sempre cosa fare.”
“Mah, sembra interessante ma non fa per me Ada. Io sto bene così!”
“Ascolta il mio consiglio, credimi, ne vale la pena!”, suggerì Ada.
“Ma va, mica mi serve. Che Internét, che Internét. Se desidero imparare qualcosa basta che vada in edicola a comperare un po’ di riviste. Vedi? Ecco qua.” Allargai i lembi del borsone beige in tela, che portavo a tracolla. Era spesso, robusto e pesante. Lo inclinai in modo che Ada potesse sbirciarci dentro. Era ricolmo di settimanali, mensili, riviste, e di qualche libro che avevo acquistato dalla giornalaia, sua dirimpettaia, proprio qualche minuto prima.
Ada era la mia unica amica, la sola con la quale e ogni tanto, io riuscissi volentieri a scambiare due parole.
Quando lasciai il negozio e l’uscio si richiuse cigolante alle mie spalle, notai con la coda dell’occhio, oltre al vetro, un sorriso strano apparire sul suo volto. La conoscevo ormai abbastanza per intuire che le fosse appena balenata in mente una delle sue tante idee bizzarre, e mi augurai non fosse rivolta a me. Avrei forse dovuto preoccuparmene, invece desiderai soltanto tornare in campagna. Era quasi mezzogiorno, si era fatto tardi e cominciavo già a sentirmi insofferente.

Mentre ritornavo a casa con il mio vecchio Pick-up nero, un po’ arrugginito e che aveva imparato a stridere come un treno sulle rotaie a causa di un probabile guasto alla cinghia, ripensavo alle parole di Ada in merito ad Internet. Il telefono che utilizzavo era oramai vecchio quanto l’auto, tuttavia rendeva ancora il suo bel servizio. Se un giorno non avesse più funzionato, allora e solo allora, l’avrei sostituito con un altro. Da sempre ero convinta che, a dispetto delle diavolerie moderne, potesse risultare più gratificante osservare la natura: il mio giardino, il bosco e le rose. Che senso avrebbe avuto osservare delle immagini sterili e piatte attraverso un vetro?
Mi sembravano tutti pazzi quelli che giù in paese e, ancor peggio, in città non sapevano fare altro che martellare uno schermo con il dito, ovunque, per tutto il santo giorno.

Però possedevo un bel televisore. Non era certo l’ultimo modello ma era lì, in bella mostra, adagiato su un tavolino sghembo, proprio dinanzi al divano e, come un bel soprammobile conferiva alla casa una necessaria parvenza di modernità, ma soltanto qualora mi fossi ricordata di spolverarlo.
Ogni stanza della casa era invasa soprattutto da libri, giornali e riviste, tante riviste che, per lo più, trattavano di giardinaggio. Ecco il vero e unico segreto che fosse in grado di rendere accogliente quella dimora. In un certo qual modo, accogliente lo era, almeno per me, dato che nessuno, proprio nessuno e fino a quel giorno, non ci posò mai piede.

“Quel giorno”, non era altro che un pomeriggio qualunque, di una giornata cominciata come una qualunque. Era la fine di settembre. Nell’aria i sentori di una malinconia che suggeriva un inverno ormai vicino. Un vento piuttosto fresco bussava già alla mia porta, giungendo prepotente e trascinando con sé un profumo di foglie secche, di funghi e di muschio. A volte, in giornate come quella, mi capitava di sentirmi un po’ triste. Per risollevarmi optai per una bella scorpacciata di castagne. Le preferivo arrostite e magari accompagnate da una discreta dose di crema al cioccolato. Amavo quei frutti così particolari e farinosi. Ero convinta che a ciascuno appartenesse un proprio e unico sapore, dolciastro o piuttosto salato. A volte, addirittura, credevo di percepirne persino un aroma particolare. Ero certa che gli fosse conferito dalla terra che le aveva accolte e custodite fino al mio ritrovamento. Quella mattina ne avevo raccolte un sacchetto pieno, senza alcuna fatica. Ero stata fortunata. Erano tutte belle grosse, appoggiate sulla terra del sottobosco e già del tutto libere dai propri ricci. Le avrei cotte nel camino ma, siccome era rimasto spento per tutta la stagione estiva, in casa non avevo conservato del pellet. Era ammucchiato fuori, sul retro, ben riparato dalla tettoia del box e persino nascosto da tutti. Scherzo! Da nessuno.
Ero dunque uscita in veranda con l’intento di procurarmi il pellet necessario per accendere il fuoco. Bentley e Fox giocavano allegri, rincorrendosi per il giardino e, zigzagando tra le ultime rose, si godevano quell’aria frizzante e fresca che presagiva un probabile acquazzone. Udii all’improvviso un baccano di passi che scricchiolava forte sul selciato. Questi parevano avvicinarsi sempre di più in prossimità del cancello della mia villetta. Osservai l’orologio d’acciaio che portavo al polso. Non era il giorno del postino, inoltre era anche troppo presto perché si potesse trattare del passaggio dei due contadini. Quel tacchettio risuonava con un ritmo e un’intensità particolare, come generato da suole di cuoio. Questo mi incuriosì parecchio e mi immobilizzò incredula per più di qualche secondo. Inclinai persino la testa ponendomi in attento ascolto e sfilai il guanto di silicone che avevo preferito indossare per afferrare la legna in tutta sicurezza, affinché mi potesse proteggere da eventuali scaglie. Non so perché, ma ricordo di essermi persino sistemata i capelli. Li avevo lisciati con la mano che era rimasta sudata e avvolta dal guanto. Realizzai che, forse per troppo tempo, avevo evitato di recarmi dal parrucchiere. Ero piuttosto certa di poter ancora vantare una folta capigliatura castana, eppure mi sentivo in testa una specie di grosso nido d’uccello: i miei capelli erano stati raccolti come sempre di fretta e in malo modo, in una pettinatura casuale e scomposta. Da anni non sentivo la necessità di osservarmi allo specchio. Non mi occorreva. Sapevo di essere invecchiata, e questo mi bastava. I miei 45 anni mi segnavano la pelle e potevo carpirli al tatto della mano, quando mi capitava di sfiorarmi la fronte anche a causa del sudore o, come quel pomeriggio, per scansare quei quattro capelli, crespi e ribelli che, scompigliati dal venticello, mi erano ricaduti sugli occhi, infastidendomi e causandomi un ripetuto e stuzzicante solletico. Sapevo di dimostrare un aspetto vissuto e un’aria distaccata e seria che mi faceva apparire sempre imbronciata. O forse imbronciata lo ero davvero, ma solo un po’.
Corsi in casa, veloce. Se qualche forestiero fosse transitato per quella via, non avrei desiderato farmi certo notare con addosso quell’orrendo grembiule fiorato che mi ero infilata sopra una tuta blu comoda e forse troppo leggera. Mi sbottonai rapida quella palandrana, lanciandola su uno sgabello rustico e massiccio al quale era affidato l’arduo compito di arredare tutto il disimpegno.
Ero eccitata e fui travolta da una specie di sesto senso.
Mi precipitai di nuovo fuori. Non appena inquadrai il cancelletto rimasi ferma e rigida, come una statua di marmo. Notai un uomo piacente, molto piacente. Indossava un abito elegante, assai elegante.

Era così un bell’uomo da farmi strabuzzare gli occhi. Assomigliava a quelli fotografati sulle riviste e che, talvolta mi sorprendevo a contemplare senza intenzione.
Era davvero ben messo. Gli apparteneva un fisico perfetto e scolpito che avrei potuto definire “da boscaiolo”. Parevano proprio morbidi come i petali delle rose quei suoi capelli scuri, lucidi, e laccati perfetti all’indietro. Aveva degli occhi grandi e chiari che assomigliavano proprio a quelli delle rane e, più o meno, doveva avere la mia stessa età. Ma subito pensai di essermi sbagliata: io dovevo essere senz’altro più vecchia.
Forse si trattava di un sogno, di un miraggio o anche di una visione. Provai a chiudere gli occhi, poi li riaprii. Nonostante fosse trascorso qualche minuto e avessi avuto modo di fare tutti quei pensieri che, a dire il vero, erano anche un po’ sconci, lui era ancora lì: ben fermo e piantato a terra, con quelle sue scarpe così lucide da sembrare delle radici scoperte e che avrebbero potuto appartenere a una grossa quercia secolare.
Voltava curioso la testa a sinistra, e poi a destra. Osservava il mio giardino, i miei alberi, le mie rose.
Lo sapevo! Ero certa che, se qualcuno fosse davvero passato da lì, ne sarebbe rimasto incantato!
Intanto Bentley l’aveva già raggiunto da un pezzo. Era arrivato di corsa, dal garage, abbaiando come un forsennato. Saltava e si impennava. Aveva appoggiato le zampe anteriori al muro di recinzione, proprio accanto al cancelletto. Digrignava i denti, cattivo, e la sua coda si ergeva immobile come un bastone; tuttavia quel forestiero non ne pareva intimorito, anzi, peggio: non scappò nemmeno via.
Mi parve di udire anche il flebile il rumore degli artigli di Fox che si aggrappavano alla corteccia del vecchio ciliegio.
Ero ancora lì ferma come a sostenere la colonna della mia bella veranda fiorita, e osservavo quel personaggio strano ma senza alcun dubbio molto interessante.

“Signora, signora! Mi può tenere il cane?”
“Oh, per tutte le stelle del firmamento!”, Mi aveva notata. E credo di aver pronunciato persino una seconda esclamazione anche più colorita di questa, per fortuna con un flebile filo di voce che probabilmente lui non udì per via del baccano infernale causato da Bentley.
Mi voltai a sinistra, poi a destra, poi dietro. Mi sollevai anche in punta di piedi. Quando fui certa che ce l’avesse proprio con me, assunsi lo stesso colorito che può appartenere a un giglio caduto nella neve. Non impiegai più di tanto a rendermi conto che parlava proprio con me, dato che, in due chilometri quadrati di campagna e di bosco, a parte qualche animale, non si sarebbe potuta scovare una sola anima viva.
Tutte le parti del mio corpo furono travolte da un fremito, come da brividi freddi.
“Scusi, lei è la signora Tancredi? Sono Ettore. Abito giù, in paese. Stamane la signora Ada avrebbe dovuto avvisarla del mio passaggio. Ha ricevuto la sua telefonata, vero signora?”
Come al solito il mio telefonino era rimasto spento. Giaceva ben riposto nel primo cassetto del comodino della mia stanza. Dannata Ada! Ero sicura che non avesse neanche tentato di avvertirmi, sapeva che vivevo isolata dal mondo e che non le avrei mai risposto.
Balbettai: “Ssssì, sono io. E ve… veramente no. Non ho ricevuto nessuna chiamata… ma… spesso tolgo anche la suoneria, anzi, stamattina mi sono recata nel bosco per far castagne. Un attimo, le… le apro il cancello.” E quelle frasi le pronunciai tutte con un tono di voce così stupido da essere in grado di causarmi un’immensa vergogna.
Fui assalita da una specie di panico. Dovevo fidarmi? E se non fosse stato mandato da Ada? E cosa mai era stato incaricato di dirmi?
Pigiai il tasto che avrebbe aperto il cancelletto e mi occupai del cane. Dovevo essere proprio demente se, davanti a un uomo così affascinante , mi limitavo a conservare tutti quei dubbi. Avrei dovuto tranquillizzarmi e rilassarmi, respirare, restare serena e mostrargli il mio più bel sorriso.
Non so come, tutto andò proprio così. Sorrisi e lo invitai a entrare in casa. Fu la mia prima volta, la prima volta in cui permisi a qualcuno di valicare quel cancelletto.
Lui parve sollevato ma, nel contempo, mi osservò assai stranito. Mentre si manteneva a una esagerata distanza di sicurezza da Bentley, nonostante io lo trattenessi per il collare, lanciò una nuova e più ampia occhiata al giardino e intuii che doveva piacergli parecchio.
Quando l’uscio di casa si richiuse alle nostre spalle, lo invitai ad accomodarsi. Accettò occupando una sedia di legno in quella che, al tavolo, reputavo la mia abituale posizione. Ne fui un po’ infastidita. Lui riattaccò sereno il suo discorso dopo essersi dato una rapida scrollata alla giacca.

***
FINE. PARTE 1\2.

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Autore: Lady Nadia

Adoro leggere, scrivere, vendere i libri. Sono libraia da sempre. Prendo spunto da personaggi o fatti del quotidiano e sento l'esigenza di amplificarli e tradurli in racconti o poesie. Mi diverte, è uno sfogo e una passione.

44 thoughts on “UNA STORIA QUASI D’AMORE. (1\2)”

  1. Un racconto questo che ha in sé il sapore dell’amore, ma anche e soprattutto d’una scrittura d’altri tempi, di quando si scriveva per passione e non per essere banalmente commerciali.
    Un racconto rosa? No, non ti limiti a questo, Nadia, non è da te. Nel rosa che hai qui confezionato – facendo appello a una falsa omericità – quasi fosse una bomboniera perfetta, sono già ben distinguibili alcune tracce “noir”, che, poco ma sicuro, nella seconda parte del racconto troveranno loro piena espressione.
    Disegni un idillio, un giardino che si nutre di perfezione e una donna che, nella sua maturità, non ha ancora perso niente della timidezza e dell’intrepidezza giovanile.
    Presto per dire come si evolverà la storia, e però impossibile è non sottolineare che è stata scritta con abile maestria.
    Sei molto migliorata da quando ho cominciato a seguirti, davvero molto. E’ giusto che te lo dica qui, pubblicamente.

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    1. E’ ancora presto per dirlo… ma allora, visto che ormai l’hai detto, ma tanto si era forse già capito…
      Cominciamo a dirlo qui, così. Ok.
      Grazie Beppe perché stai rafforzando i miei punti deboli, ossia LA PUNTEGGIATURA e qualche lacuna grammaticale. Ma più che questo, di cui ti sono IMMENSAMENTE grata, mi stai sostenendo e spronando, che è la cosa che conta.
      Hai sempre detto di aver visto qualcosa in me. Forse la fantasia, le idee e il modo di scriverle. Qui ti faccio una promessa: per tutta la mia vita non smetterò mai di sognare storie e studiare. Non arriverò mai, mai a credermi ARRIVATA. MAI. Perché allora sarei arrivata davvero a una fine, mentre l’unica fine che conosco è quella dei giorni.
      Queste piccole soddisfazioni, da quando sono anche in WORDPRESS le devo a ALESSANDRA BIANCHI, che ha visto qualcosa in me che valeva la pena di coltivare, al Milord, che mi ha sciolto la fantasia sminuendo gli errori con elogi esagerati a volte al contenuto del pezzo, ma, sempre,facendomi anche notare l’immaturità e gli errori (che allora erano più grandi), e ora, infine, ma non ultimo, te.

      Un abbraccio e un GRAZIE! Nella vita si possono incontrare ancora belle persone. Anche qui, tutti coloro che mi sono diventati amici, che leggo e che passano a leggere.Ciao a tutti!

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  2. Bella questa figura di donna, roseto circondato dal bosco, dolce e selvatica nella sua solitudine cercata, giglio caduto sulla neve. Ci hai già fatto innamorare di lei, da sperare che tutto finisca bene (perché di te non c’è da fidarsi 😉 ).

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  3. L’inizio è superbamente bello, una fase descrittiva notevole davvero.
    Poi c’è la protagonista e subito ti piace per quell’essere fuori dalle regole moderne e consuete, ma pur sempre umana. Nel finale di questa prima parte si inizia a profilare qualcosa di diverso. Non mi resta che andare a leggere….

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